Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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Un film censurato rivela la campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook

“The Israel Project” (Il Progetto Israele), un importante gruppo di pressione con base a Washington, sta conducendo una campagna segreta su Facebook per influenzare gli utenti. Copertina: i palestinesi si esibiscono durante uno spettacolo equestre presso la spiaggia di Gaza City, il 9 marzo. (Immagini di Ashraf Amra / APA)

Ali Abunimah e Asa Winstanley – 13 settembre 2018

Lo rivela “The Lobby – USA”, un documentario realizzato sotto copertura da Al Jazeera , mai stato trasmesso a causa della censura del Qatar, sottoposto a pressioni da parte delle organizzazioni filo-israeliane.

Il video qui sopra, in esclusiva per “The Electronic Intifada”, mostra gli ultimi stralci trapelati dal documentario.

I precedenti filmati pubblicati da “The Electronic Intifada” e “Grayzone Project” avevano già rivelato l’utilizzo di tattiche subdole da parte di gruppi anti-palestinesi, pianificate ed eseguite in collusione con il governo israeliano.

In quest’ultimo filmato, David Hazony, amministratore delegato di “The Israel Project”, viene sentito dire al reporter sotto copertura di Al Jazeera: “Alcune delle cose che facciamo sono completamente segrete. Lavoriamo insieme a molte altre organizzazioni. ”

“Produciamo contenuti che poi pubblicano con il loro nome”, aggiunge Hazony.

Una parte importante dell’operazione è la creazione di una rete di “comunità” di Facebook incentrate sulla storia, sull’ambiente, sulle notizie internazionali e sul femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con la causa pro-Israele, ma che sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi pro- Israele.

“La cosa segreta”

La pagina Facebook di “Cup of Jane” afferma di essere “Sugar, spice and everything nice”. È gestita da “The Israel Project” come parte di una campagna d’influenza “segreta”

In una conversazione presente anche negli estratti video trapelati, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per The Israel Project, racconta al giornalista sotto copertura di Al Jazeera della logica e dell’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, fingeva di essere uno stagista presso “The Israel Project”.

“Stiamo mettendo insieme molti media pro-Israele attraverso vari canali di social media che non sono i canali propri di “The Israel Project”, afferma Schachtel. “Quindi abbiamo molti progetti collaterali con i quali stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.

“Ecco perché è una cosa segreta”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che le persone sappiano che questi progetti collaterali sono associati a “The Israel Project.”

Tony chiede se l’idea nel “trattare tutto ciò che non è israeliano, sia quella di permettere alle cose che riguardano di Israele di “passare” meglio”.

“È solo che ci piace confonderci “, spiega Schachtel.

Una di queste pagine di Facebook, “Cup of Jane”, ha quasi mezzo milione di followers.

La pagina “Informazioni ” di “Cup of Jane” dice che si tratta di “Sugar, spice and everything nice.” (Zucchero, spezie e tutto ciò che è bello).

Non vi è alcuna dichiarazione sul fatto che sia una pagina per promuovere Israele.

La pagina identifica sì “Cup of Jane” come “una comunità lanciata da TIP’s Future Media Project in DC”. Tuttavia, non vi è alcuna menzione diretta ed esplicita di Israele o l’indicazione che “TIP” stia per “The Israel Project”.

“The Electronic Intifada” suppone che anche questo vago riconoscimento di chi c’è dietro la pagina, sia stato aggiunto solo dopo che “The Israel Project” ha appreso dell’esistenza del documentario sotto copertura di Al Jazeera e presumibilmente prevedendo di essere smascherato.

“The Israel Project” ha anche aggiunto sul proprio sito Web che è lui a gestire le pagine di Facebook. Tuttavia, il sito non è collegato alle pagine.

Prima del maggio 2017 non ci sono prove dell’esistenza della pagina nell’archivio Internet – mesi dopo che la cover di “Tony” era saltata.

Secondo Schachtel, “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

“Abbiamo una squadra di 13 persone. Stiamo lavorando su molti video informativi”, dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti di questi sono solo argomenti casuali e solo il 25 percento tratta di Israele e di temi che riguardano gi Ebrei”.

Nel documentario Al Jazeera afferma che ” abbiamo contattato tutti coloro presenti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni pro-Israele o persone che lavorano per loro hanno risposto alle nostre accuse “.

Falsi progressi

“Cup of Jane” cerca di costruirsi una progressiva credibilità pubblicando foto e citazioni di icone femministe come Maya Angelou e Ida B. Wells, di cui la pagina ha celebrato il compleanno definendola “pensatrice rivoluzionaria, scrittrice e attivista”.

Ci sono anche post sulla pioniera dell’ecologismo Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro della scuola superiore a Parkland, in Florida, nel febbraio 2018

Intrecciati nel flusso di notizie dal sapore progressista, ci sono gli attacchi ai movimenti progressisti attuali, come la Dyke March di Chicago, i cui organizzatori hanno subito una campagna diffamatoria da parte di Israele dopo aver chiesto ai provocatori pro-Israele di lasciare la loro marcia nel 2017.

In mezzo a un flusso continuo di post innocui, la pagina Facebook “The Cup of Jane” di “The Israel Project” pubblicizza il militarismo israeliano come carino e femminista.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo il lancio della pagina “Cup of Jane”, ha tentato di ritrarre il militarismo israeliano come carino e fonte di potere per le donne.

“L’Aeronautica israeliana ha dipinto i caccia di rosa in sostegno al “Mese per la Prevenzione del Cancro al Seno”. Non è fantastico? ” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da combattimento israeliano. “Non è aggressivo?  A proposito: le donne avrebbero  bisogno di una forza aerea tutta loro “, continua “Cup of Jane”, aggiungendo una faccina sorridente.

Altre pagine che il documentario censurato di Al Jazeera ha identificato come gestite da “The Israel Project” includono “Soul Mama”, “History Bites”, “We Have Only One Earth” e “This Explains That”.

Alcune di queste pagine hanno centinaia di migliaia di seguaci.

“History Bites” non rivela la sua affiliazione a “The Israel Project”, nemmeno con la vaga formula usata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

“History Bites” si descrive semplicemente come una pagina che racconta “Il fantastico della Storia in piccoli pezzi facilmente masticabili!”

La pagina ha condiviso un post di “Cup of Jane” che presentava Golda Meir, il primo ministro israeliano che ha attuato politiche razziste e violente contro i Palestinesi e che considerava le donne palestinesi incinte una minaccia esistenziale, come un’eroina femminista.

Un video del 2016 di “This Explains That “ha diffuso false notizie su una presunta protesta di Israele contro l’agenzia culturale dell’UNESCO per aver “cancellato” la venerazione ebraica e cristiana per i luoghi santi di Gerusalemme.

“History Bites” ha ripubblicato il video lo scorso dicembre affermando che “sembra sostenere la dichiarazione del presidente Trump che Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele”.

Il video ha ricevuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video pubblicato da “History Bites” tenta di giustificare l’attacco a sorpresa d’Israele all’Egitto nel 1967, attacco che diede inizio alla guerra in cui Israele occupò la West Bank, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est come la “riunificazione” e la “liberazione” della città.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” al proverbiale cucchiaio di zucchero per cercare di far ingoiare più facilmente i messaggi pro-Israele, è un riconoscimento di quanto possa essere difficile vendere uno Stato di apartheid.

Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio israeliano è sempre più tossico, quindi non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere altre cose trendy da proporre, argomenti innocui, divertenti, e di tanto in tanto farci scivolare in mezzo qualcosa su Israele “.

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare la sensibilità progressista al servizio di Israele, anche se le sue stesse politiche sono politiche di una destra estrema, si inseriscono in una più ampia strategia, che cerca di dividere la sinistra e indebolire la solidarietà nei confronti della Palestina.

Diretto da Josh Block, ex funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex stratega senior della potente lobby israeliana AIPAC, uno degli obiettivi principali di “The Israel Project” era quello di far naufragare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran.

La campagna segreta di Facebook di “The Israel Project” è evidentemente manipolativa, ma è ancora più cinica se si considera che la sua mente è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha pubblicato un account Twitter violentemente islamofobico chiamato @ArikSharon – il soprannome del compianto primo ministro israeliano Ariel Sharon, responsabile dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila nello stesso anno .

Nella trascrizione di una registrazione fatta dal giornalista sotto copertura di Al Jazeera vista da “The Electronic Intifada”, Rosen riconosce che l’operazione @ArikSharon è un “account segreto”.

Rosen fu assunto dalla società di pubblicità globale Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 entrò a far parte di “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Rosen ha cancellato molti dei tweet più offensivi dal feed Twitter @ArikSharon dopo che nel 2013 uno degli autori di questo articolo lo indicò come la persona che curava l’account.

Ma mentre gestisce le pagine segrete di Facebook tentando di normalizzare il sostegno a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua a utilizzare l’account Twitter di @ArikSharon per diffondere messaggi di destra e filo-israeliani.

Annunci anonimi svelati

Questo non è l’unico sforzo segreto della lobby israeliana nell’usare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un rapporto congiunto di “The Forward” e “ProPublica” rivela che “Israel on Campus Coalition” ha pubblicatp annunci Facebook anonimi che diffamavano Remi Kanazi, un poeta americano palestinese, prima delle sue apparizioni nei campus degli Stati Uniti.

“The Electronic Intifada” è stata la prima a pubblicare le rivelazioni del video di Al Jazeera su come gli sforzi di “ Israel on Campus Coalition” per diffamare e molestare gli attivisti in solidarietà con la Palestina, siano segretamente coordinati dal governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Forward” e “ProPublica” che i post di “Israel on Campus Coalition” indirizzati a Kanazi “violano le nostre politiche sulle false dichiarazioni e sono stati rimossi”.

Nel 2012, “The Electronic Intifada” rivelò un piano del sindacato nazionale studentesco, sostenuto dal governo israeliano, per pagare gli studenti che avessero diffuso su Facebook propaganda filo-israeliana. Tuttavia l’attuale sforzo segreto gestito da “The Israel Project” sembra essere molto più sofisticato.

A partire dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Facebook è stato accusato di aver utilizzato la sua piattaforma per una propaganda manipolativa sponsorizzata dalla Russia volta a influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il clamore, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o infondate.

Tuttavia, Facebook ha stretto una partnership con il Consiglio Atlantico nel tentativo apparente di reprimere i “falsi profili” e la “disinformazione”.

Il Consiglio Atlantico è un gruppo di esperti con sede a Washington finanziato dalla NATO, dalle forze armate statunitensi, dai governi brutalmente repressivi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain, dai governi dell’Unione Europea, e dal “chi è chi” delle ditte di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri profittatori di guerra.

Come risultato apparente di questa partnership, un certo numero di account di social media completamente innocui, con pochi o nessun follower, è stato recentemente eliminato.

Più preoccupante, le pagine gestite da notiziari di sinistra incentrati sui Paesi presi di mira dal governo degli Stati Uniti, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se successivamente ripristinate.

Ora, con solide prove della campagna di manipolazione di “The Israel Project”, ben finanziata e di ampio impatto su Facebook, resta da vedere se il gigante dei social media agirà per garantire che gli utenti inconsapevoli siano resi consapevoli che ciò cui sono esposti è la propaganda progettata per sostenere e mascherare lo Stato d’Israele.

In risposta a una richiesta di commento, un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Electronic Intifada” che l’azienda avrebbe esaminato la questione.

thanks to:

Traduzione: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/censored-film-reveals-israel-projects-secret-facebook-campaign/25486

US warns European governments against supporting Palestinians at UN

Private memo threatens ‘significant negative consequences’ if Palestinian Authority succeeds in obtaining enhanced status

Mahmoud Abbas addresses the UN

The United States has warned European governments against supporting a Palestinian bid for enhanced status at the United Nations, saying such a move “would be extremely counterproductive” and threatening “significant negative consequences” for the Palestinian Authority, including financial sanctions.

A US memorandum, seen by the Guardian, said Palestinian statehood “can only be achieved via direct negotiations with the Israelis” and urged European governments “to support [American] efforts” to block the bid. The message was communicated by officials to representatives of European governments at the UN general assembly (UNGA) in New York last week.

Palestinian officials accused the US of exerting “tremendous pressure” on European governments to oppose their bid for upgraded “non-member state” status at the UNGA. Announced by president Mahmoud Abbas last week (video), the move is a significant diminution of Palestinian ambitions after its application for full statehood failed last year when it was blocked by the US in the security council.

The Palestinians will wait until after the US presidential election in early November before proceeding with their bid for upgraded status. However, they insist they will press for a vote by the end of the year and are confident of winning a comfortable majority among the UN’s 193 countries. The US has no veto at the general assembly.

The memorandum – described by one diplomatic source as “private correspondence” – said the US was continuing to work for a two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict, and urged both parties “to avoid provocative one-sided actions that could undermine trust or otherwise distract from the pursuit of peace”.

A Palestinian resolution on non-member state status “would have significant negative consequences, for the peace process itself, for the UN system, as well as our ability to maintain our significant financial support for the Palestinian Authority”.

It added that a successful resolution could lead to Palestinian participation as a state in international bodies such as the international criminal court. Israel is concerned that Palestinian recourse to the ICC could have repercussions for its policies on settlements, the occupation of the West Bank and the blockade of Gaza.

“We believe your government understands what is at stake here, and – like us – wants to avoid a collision at the coming UNGA session,” said the text. “We hope you are willing to support our efforts … We would appreciate knowing where your government stands on this issue. We would also be interested in knowing whether you have been approached on this matter by Palestinian representatives.”

Hanan Ashwari, a member of the Palestinian Liberation Organisation executive committee, described the memorandum as “typical American behaviour but also overkill”.

“It is ridiculous and unconscionable the way they put themselves at the service of Israel in such a blatant way. This is tremendous American pressure and bias.”

She said most European countries had already decided their position on the issue: “I don’t think [the US] will make countries change their minds.”

Saeb Erekat, the Palestinian chief negotiator, said the memorandum reflected the US position but he hoped that “the Europeans will follow their interests and choose peace over settlements”.

One European diplomat said that, until recently, US officials believed a “diplomatic ceasefire” was in force and that the Palestinians would not pursue the statehood issue at the general assembly. But pressure from street protests in the West Bank in recent weeks had stiffened Abbas’s resolve, and the current consensus among diplomats was that the Palestinians were determined to press ahead.

There were differing views among European countries on the wisdom of the Palestinians’ move, the diplomat added. “The closer we get to the prospect of a vote in the UN general assembly, the more concerned the US administration is likely to be. This letter is an expression of their well-known position against such a vote. But if we are to persuade Abbas not to pull the trigger, a serious alternative needs to be put on the table, and fast.”

A second European diplomat said the US had “made it very clear to all of us that they’re opposed to any [Palestinian] move at the UN”. He also criticised the Palestinians for not engaging in “serious, high-level diplomacy” on the issue.

Some European countries are alarmed at the prospect of the US withdrawing financial support for the Palestinian Authority in the wake of a bid for upgraded status, fearing that the EU would have to fill the furdianding gap.

Following the Palestinians’ acceptance as a state by the United Nations cultural and heritage body, Unesco, the US cut off funding as a punitive measure. The US had contributed 22% of Unesco’s annual budget.

Discussions among European governments on whether to support the Palestinians’ bid are due to be held this week. However the 27 member states are unlikely to forge a common line.

The US state department declined to comment on the memorandum.

thanks to: Harriet Sherwood
the guardian