L’Italia per fortuna non è una Repubblica presidenziale

L'Italia per fortuna non è una Repubblica presidenziale

di Giorgio Cremaschi

Mi pare che la finta sinistra piddino mediatica nelle sue pressioni, non so quanto sollecitate, su Mattarella affinché blocchi la nomina di quel pericoloso sovversivo – scherzo, lo chiarisco per chi non capisce l’ironia- di Paolo Savona, mostri tutta la sua ignoranza e persino disprezzo della nostra Costituzione.

Il Presidente della Repubblica può e deve giudicare le e i candidati a ministro per la dirittura morale, per i valori di fondo, per le competenze e per eventuali conflitti d’interesse. Su questo terreno il presidente può e deve bocciare una proposta, se non la dovesse ritenere adeguata. E diciamo che se nel passato i presidenti della Repubblica fossero stati sempre rigorosi su questo piano, beh le cose in politica andrebbero un pochino meglio.

Però il Presidente della Repubblica NON può giudicare la linea e le idee politiche di un candidato ministro, questo potere spetta solo al Parlamento. Verso il quale il presidente può manifestare costituzionalmente la sua opinione politica con messaggi diretti o con il rifiuto motivato di firmare leggi che non condivide. Questo può fare sul piano delle linee politiche il nostro presidente, ma non rifiutarsi di nominare un ministro le cui idee politiche non gli piacciano. L’Italia, per fortuna, non è una repubblica presidenziale.

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#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

#CambiaGiro : la mobilitazione finale a Roma domenica 27 maggio

Riceviamo dai promotori della campagna #CambiaGiro e pubblichiamo:La campagna #CambiaGiro lanciata a settembre 2017 contro la partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme e Israele ha visto in questi mesi una grande mobilitazione internazionale a partire dalla Palestina.

In Italia, fin dalla Sicilia la risposta dei territori e degli attiviste e attivisti che da anni sostengono la lotta per la Palestina libera ha segnato quasi tutte le tappe già svolte. #CiVediamoInGiro attraverserà il Nord Est e la Val Susa, fino ad arrivare alla tappa finale a Roma il 27 maggio 2018. La Questura ha dichiarata una “zona verde” interdetta alle manifestazioni in tutto il centro di Roma. Noi invece la coloreremo di verde, rosso, bianco e nero, i colori della Palestina.

Invitiamo tutti a:

– Invadere i propri territori di scritte, striscioni, volantini, cartelli a sostegno della campagna #CiVediamoInGiro e #CambiaGiro.

– Partecipare alla Critical Mass per un uso giusto della bici, che partirà alle 18.30 da piazza Vittorio venerdì 25 maggio.

– Scendere in piazza al Circo Massimo domenica 27 maggio alle 15.55, dove, al momento giusto la Palestina che resiste si paleserà con i suoi colori e i suoi simboli. Le proteste si svolgono in un contesto in cui il governo statunitense sposta la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, rafforzando il controllo illegale di Israele sulla citta. È chiaro che l’evento sportivo viene usato da Israele come strumento di propaganda.

Che lo Sport sia sempre stato sfruttato come canale mediatico per fornire un’immagine ripulita ed equilibratamente competitiva di uno Stato che nemmeno può nascondere le violenze sistematiche praticate dentro e fuori i propri confini, è Storia: pensiamo alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, come ai Mondiali del 1978 in Argentina. Una delle motivazioni ufficiali sbandierata dagli organizzatori RCS è quella di celebrare la figura di Gino Bartali, campione ciclistico.

Ma è evidente l’intento di oscurare le continue violazioni dei diritti umani perpetrate a danno del popolo palestinese.

Tutto con l’avvallo del Governo italiano. Il Ministro Lotti ha infatti dichiarato sui social, durante le celebrazioni della partenza del 4 maggio che “lo Sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”. Invece si fa un uso strumentale dello sport, sfruttando il Giro per nascondere e festeggiare 70 anni di colonizzazione e oppressione del popolo palestinese da parte dello stato di Israele. In cambio RCS ha incassato milioni di euro. Da settimane i palestinesi di Gaza manifestano per i loro diritti, dando vita alla #GreatReturnMarch, la Marcia per il Ritorno, a ridosso dell’anniversario della Nakba.

Israele ha risposto con un’escalation della violenza repressiva.

Dal 30 marzo – Giornata della Terra e inizio della Grande Marcia del Ritorno – i cecchini israeliani hanno ucciso oltre 100 palestinesi, compresi 12 bambini, e ne hanno feriti o piu di 12.000. Il numero di feriti è più alto di quello totale registrato nei due mesi di offensiva militare israeliana Margine Protettivo del luglio-agosto 2014. Il ruolo che Israele gioca in Medio Oriente è ulteriore espressione di interessi economici e militari. A tutto ciò ci opponiamo, promuovendo alternative che non si misurano su potenza e profitto. Sosteniamo la lotta di popoli che resistono e si autodeterminano.

Aderiamo all’appello palestinese per il boicottaggio disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele. Lo Sport non può essere elemento spendibile per scrivere una versione alternativa alla realtà. Per questo lanciamo, in visto dell’arrivo del Giro, un appello a manifestare la propria indignazione contro la violenza e la repressione di Israele. Dalla parte dei popoli in lotta, non per odio ma per dignità. #ShameOnGiro

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Gualmini (PD) getta la maschera: “O si sta con l’Europa o con il popolo”

Gualmini (PD) getta la maschera: O si sta con l'Europa o con il popolo
di Alessandro Pascale*
23 maggio 2018. Su Matrix (Italia1). Parla così Elisabetta Gualmini, facendo riferimento al neo-Presidente del Consiglio Conte:
“Lui di fatto ci ha detto che confermerà il ruolo dell’Italia in Europa da un lato, e dall’altro che sarà l’amico del popolo […] questo è impossibile da tradursi in pratica, perché o si sta da una parte o si sta dall’altra”.

Più chiaro di così si muore: Gualmini conferma che non è possibile conciliare gli interessi del popolo con quelli “dell’Europa” nella sua conformazione attuale. Il PD sta dalla parte dell’Europa dominata dalle multinazionali e dalle banche, confermando il fatto che c’è stata negli ultimi decenni l’espropriazione della sovranità popolare da parte dei “tecnici” (quelli sì non votati da nessuno) di Bruxelles. Per saperne di più su come sia stato possibile che l’Italia finisse in una condizione semi-coloniale consigliamo il cap. 21 del libro “In Difesa del Socialismo Reale”, scaricabile gratuitamente da http://intellettualecollettivo.it/.

*Post Facebook del 24 maggio 2018

Sorgente: Gualmini (PD) getta la maschera: “O si sta con l’Europa o con il popolo”

NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI.

A tutti quelli che nei prossimi giorni vi faranno paura con lo spread, il debito pubblico, i  ”ci faranno fare la fine della Grecia”, il “Ci riduciamo come l’Argentina”,  vorrei poter raccontare che abbiamo qualche freccia al nostro arco.

L’Italia è uno dei 5 Paesi nel mondo con un attivo manifatturiero (industriale) di più di 100 miliardi di dollari; è il numero 2 in Europa , e il quarto nel mondo.

Insomma è (ancora) un grande paese industriale, e l’84% del suo export sono prodotti industriali. L’Argentina,come hanno spiegato Bagnai e Borghi a un non-esperto giornalista del Corriere, è un paese agricolo; che  esporta granaglie, ossia  materia prime grezze, dove a  fare i prezzi sono i mercati internazionali. E “una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi. Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro. Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli. Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando”.

Risposta di Bagnai e Borghi a una fake news del Corriere

https://www.maurizioblondet.it/risposta-di-bagnai-e-borghi-a-una-fake-news-del-corriere/embed/#?secret=YAakyaqLxr

Un paese industriale, invece, hanno spiegato Borghi e Bagnai, è ben diversa: perché i  loro prodotti  diventano più appetibili se il loro prezzo scende, e dunque, “quale valuta si adotti” (se sopravvalutata come l’euro o no) diventa rilevante. Ad esempio, “ un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi”.

Per questo i famosi 150 economisti tedeschi che minacciano di buttarci fuori dall’euro, in pratica pretendendo che Draghi smetta di comprare i titoli del debito italiano, non hanno capito che si danno la zappa si piedi.

L’Italia infatti è “in avanzo primario” da quasi trent’anni. Ciò significa che, una volta pagati gli interessi sull’enorme debito, siamo in attivo. Se i 150 tedeschi ci obbligassero alla bancarotta, staremmo a galla, anzi non pagheremmo più i quasi 80 miliardi di euro ANNUI con cui serviamo annualmente il debito. Torneremmo immediatamente di nuovo solvibili e super-competitivi per la svalutazione monetaria, e quindi i mercati finanziari, pieni di liquidità e assetati come sono di rendimenti, farebbero la fila  per comprare i BoT –  e indebitarci di nuovo. Questi economisti non sanno quel che dicono. Fra l’altro, la BCE non è “indipendente” dalle pressioni politiche dei governi?

Per questo Evans Pritchard, il miglior giornalista economico europeo, ha scritto sul Telegraph: “Gli strumenti di tortura di Juncker  non servono contro la ben agguerrita insurrezione italiana”  (attenzione: Juncker ha detto : “Abbiamo degli strumenti di tortura in cantina”, contro i paesi ribelli.  Lo ha detto davvero.  E li abbiamo visti usare contro la Grecia)

https://www.telegraph.co.uk/business/2018/05/23/junckers-torture-tools-useless-against-italys-well-armed-uprising/

Se siete scettici, c’è Barrons, la più importante rivista finanziaria americana. Che pubblica un pezzo dal titolo:

“L’Italia senza euro non sarebbe l’Argentina, né la Turchia. Sarebbe la Gran Bretagna”.

L’autore, Mattew Klein, dimostra che la moneta unica obbliga  l’Italia ad una politica di bilancio troppo stretta e tirata, specie durante le recessioni (quando ci sarebbe bisogno di fare più spesa pubblica) e inoltre rende la sua politica monetaria più avara di quel che deve essere.

Il paragone con l’Inghilterra ha un senso. Non solo perché non siamo un paese emergente come il Brasile  o la Turchia, ma una antica e solida economia manifatturiera come il Regno Unito, il che fa una differenza.

Klein è andato a  vedersi la storia dei tassi d’interesse (pagati sul debito pubblico) di entrambi i paesi, ed ha viso che per 40 anni sono stati più o meno sovrapponibili. Con un paio di eccezioni.

Ricordate nel 1992, la speculazione sulla lira di George Soros? Che ci costrinse  ad uscire  dal “serpentone” europeo (ERM, European Exchange Rate Mechanism) dove  tenevamo agganciata la lira al marco? Ebbene: anche la sterlina subì lo stesso attacco speculativo. La differenza è che Londra abbandonò l’aggancio al marco (e perse la “fortuna” di entrare nell’euro), mentre da noi- governavano Ciampi e Amato –  abbiamo recuperato l’aggancio, per avere quella “fortuna” (tra l’altro, il periodo di dis-aggancio, con la svalutazione conseguente, migliorò la nostra economia).

Certo, l’Italia ha una quantità di gravi problemi:  l’invecchiamento demografico spaventoso, la divisione Nord-Sud, una “cultura”anti-liberista, una istruzione bassa eccetera. Ma anche il Regno Unito ha problemi non dissimili: divisione Nord-Sud, cultura popolare anti-intellettuale, banche a  mal partito.  Chi va a Londra, ha una impressione di benessere e sofisticazione affascinante. Ma, dice giustamente Klein, “togli la Grande Londra, la cui prosperità dipende in grado sgradevole dalla volontà di dare servizi a ricconi del Medio Oriente o oligarchi ex-sovietici”, e  il Regno Unito è uno dei paesi più poveri dell’Occidente”.  La City di Londra, centro della finanza globale, “vale” il 25% del Pil inglese.

Inoltre, bene o male, il lavoratore italiano è più produttivo di quello britannico. La produttività di quello italiano è cresciuta poco dopo il 2007, ma è cresciuta poco anche quella del britannico. Inoltre, aggiunge Klein “il governo inglese  ha aumentato le tasse e tagliato la spesa dopo le elezioni del 2010, senza che i mercati lo chiedessero” (e aggiungiamoci i costi dell’affiancamento militare alle invasioni USA). Ebbene: nonostante ciò, i risultati economici sono stati diversi: perché il Regno Unito ha la sua sovranità economica, ha creato più posti di lavoro e più inflazione”.

Ciò è riflesso nella tabella, che indica il prodotto lordo pro-capite nei due Stati. La linea blu è l’Italia e scende. Quella arancio inglese, sale.

Osservate le linee punteggiate. Quella grigia dice  come sarebbe cresciuto il prodotto lordo a testa degli italiani se avessero avuto la  crescita di posti di lavoro e di ore lavorate che ha avuto l’Inghilterra; la linea punteggiata gialla mostra cosa sarebbe accaduto agli inglesi se avessero dovuto  vivere nelle nostre condizioni, quelle in cui ci ha messo la moneta unica.  “Se l’Italia avesse  avuto il basso costi di indebitamento di cui gode il REGNO Unito, e la stesa flessibilità dei tassi d’interesse,  la sua economia sarebbe il 10 % meglio. Per contro, se gli inglesi fossero aggravati dalla appartenenza all’euro come l’Italia,  starebbero il 10% peggio di quel che stanno”: S’intende, conclude il giornalista: l’Italia ha problemi gravi  inerenti  da risolvere. La sua economia non è sana. Ma se non fosse nell’euro, non diventerebbe come l’Argentina. Diventerebbe più o meno come l’Inghilterra.

Aggiungiamo che l’Italia ha, per la maggior parte del ventennio passato, avuto una bilancia dei pagamenti  in attivo – in ciò molto diversa da Spagna, Portogallo e Grecia.

Inoltre, l’Italia ha migliorato i  suoi “terms of trade” più della Germania, anche se la sua produttività ristagna. Cosa significa?

Significa che il  prezzo relativo delle esportazioni italiane,  in termini di importazioni, è più  alto.  Facciamo un esempio estremo. Un paese africano che esporta solo banane, se deve comprare un Boeing per la sua compagnia aerea, avrà difficoltà a raggranellare i  dollari per l’acquisto; prenderà quindi un aereo  più piccolo, di epoca sovietica, malandato di terza mano.  O non avrà nemmeno una compagnia aerea nazionale. Quel paese africano ha un cattivo “terms of trade”:  quante centinaia di tonnellate deve vendere per comprare un  mezzo tecnicamente moderno!  Migliorare i terms of trade, è una cosa buona. Migliorarli rispetto alla Germania vuol dire che abbiamo industrie, magari piccole, di eccellenza  globale, di “valore” pregiato sui mercati internazionali.

Un’altra conseguenza è questa: lo statale fancazzista pagato il 17% più del lavoratore privato,  e il ragazzotto  che “Non studia né lavora” e si compra la coca (MERCE D’IMPORTAZIONE) in discoteca, spendono alla fin fine i dollari che qualche altro italiano ha guadagnato lavorando sodo con le produzioni di eccellenza che, esportate, ci danno quel vantaggio di cambio: un vantaggio che il cocainomane  gira alla malavita per il suo piacere personale e criminale. In questo senso,  va ritenuto non solo un idiota, ma anche un nemico della patria. Come il  fancazzista pubblico (o privato). La patria è una cosa molto concreta.  Richiede una nuova austerità: quella  di liberarsi dei piaceri superflui, che oggi sono  sabotaggio, e mancanza di rispetto per il copmpatriota che lavora.

Ciò ci induce a parlare della “produttività” italiana, calata drammaticamente proprio mentre il paese pagava laboriosamente e con sacrifici gli interessi sul debito, migliorando persino la propria bilancia dei pagamenti e i terms of trade.

Come mai accade questo? Ci ha studiato Luigi Zingales per la Chicago University. La sua conclusione è che la produttività italiana ha smesso di migliorare da metà degli anni ’90 non tanto perché il lavoro fosse troppo regolato e protetto, e nemmeno, tutto sommato, a causa delle inefficienze del sistema pubblico. La vera causa starebbe nella incapacità degli imprenditori di  aver colto  la rivoluzione delle telecomunicazioni, per ristrettezza culturale; la mancanza di criteri meritocratici nella selezione dei migliori .”Familismo e clientelismo”  sono le due cause della nostra perdita, arretratezza culturale e intellettuale di un paese che, nel suo insieme, ha smesso lo sforzo di essere migliore nel mondo.

http://faculty.chicagobooth.edu/luigi.zingales/papers/research/Diagnosing.pdf

Siamo, a parte le valorose eccezioni, un popolo zombificato.

Zombificazione” è il termine che usa per l’Italia un economista che simpatizza con la rivolta italiana, Bruno Bertez. “La banche italiane, riempite di titoli di  debito pubblico (per volontà di Draghi), non fanno più il loro mestiere di aprire crediti. E siccome l’economia non produce  più salari per la  austerità imposta dai tedeschi, non c’è potere d’acquisto nel sistema italiano. Draghi ha aggravato il problema: i titoli di debito pubblico che lui ha incitato le banche italiane ad acquistare, sono titoli che (nel quantitative easing in corso) possono essere rifilati alla BCE: ciò ha permesso di mascherare la situazione detrimento del vero mestiere delle banche: finanziare le imprese, la crescita e l’occupazione.

Così, “il male italiano, a causa delle politiche imbecilli del suo establishment, dell’Europa, di Draghi, s’è installato nella zombificazione. In Italia, tutto ciò che è ufficiale, è zombi. Le stesse strutture del paese sono intaccate dalla zombificazione”.

E come non bastasse, “un patto vergognoso e infame hanno fatto le dirigenze italiane con Bruxelles, con la Merkel: noi prendiamo in carico e ci  teniamo, in Italia, parcheggiate, le orde di migranti, e voi in cambio chiudete gli occhi sui nostri problemi che non abbiamo risolto”.

E’ esattamente il patto che hanno stretto Renzi e il Pd e le sinistre con la UE.

Per Bertez il voto populista è “la reazione delle forze primarie, istintive, sotterranee – magari primarie e rettiliane, non intelligenti ma vitali – che si alzano e dicono: non vogliamo continuare ad essere zombi, vogliamo vivere.” Fornire intelligenza a queste forze primitive vitali, sarà il compito del governo nuovo. Non domandatevi se è il caso di  credergli. Bisogna domandasi invece chi sta remando contro, perché ci vuol mantenere zombi.

E quando i media  chiederanno, provocatori, dove il governo troverà i soldi per mantenere le sue  promesse, magari il governo risponderà: cominciamo da voi.

I giornali sono per il Sistema e contro il governo giallo-verde. Li pagate voi. Quanti ne leggete? Di molti io stesso non sapevo nemmeno che esistessero.

Sorgente: NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI. – Blondet & Friends

Il movimento di Moqtada al-Sadr rilascia una dichiarazione che smorza le speranze Usa di farne un ‘baluardo anti-Iran’!

Nella delusione per i risultati delle recenti elezioni politiche irakene, alcuni commentatori americani avevano provato a cercare un “silver lining”, per dirla in Inglese, cioé un lato positivo in una situazione complessivamente avversa, da cui sperare di poter iniziare a invertire il trend.

Visto che a imporsi alle elezioni è stata soprattutto la coalizione guidata da Moqtada al-Sadr, questi “pundit” americani sono andati a spulciare le cronache recenti trovando qualche dichiarazione del rampollo della celebre ‘dinastia’ religiosa mesopotamica, che potevano essere lette come blandamente critiche verso la Repubblica Islamica.

“Allora”, hanno ragionato i “ponzatori” dei ‘think tank’ a stelle e strisce, “potremo fare di Moqtada e dei suoi seguaci una ‘barriera’ contro l’influenza iraniana”.

Così pensavano, finché oggi il Politburo del Movimento Sadrista, ha emesso la nota che vedete trascritta in apertura.

Traduciamo:

“Il nostro Movimento non accetterà di trasformarsi in alcun modo in strumento dei tentativi regionali americani, la nostra relazione con l’Iran é storica e destinata a crescere e svilupparsi, nessuno deve mai sperare di poter usare suolo o cielo irakeno per un attacco contro l’Iran”.

Non abbiamo ancora riscontrato reazione dei ‘ponzatori’ americani, forse sono andati a piangere in un angolo.

thanks to: Palaestina Felix

I tre principali compiti delle forze navali russe nel Mediterraneo

Sputnik, 22.05.2018Lo spiegamento dello squadrone navale russo nel Mar Mediterraneo è finalizzato a mantenere la stabilità nella regione siriana devastata dalla guerra, a proteggere i confini meridionali della Russia e ad “assistere” la Flotta del Mar Nero. La missione delle navi da guerra russe equipaggiate coi missili da crociera 3M-54 Kalibr (nome in codice NATO SS-N-27 Sizzler e SS-N-30A) dispiegate nel Mar Mediterraneo permanentemente, potrebbe svolgere una vasta gamma di compiti oltre a contrastare la minaccia terroristica nella regione mediorientale, secondo gli analisti. “A causa della minaccia di incursioni terroristiche internazionali in Siria, le nostre navi dotate di missili da crociera Kalibr saranno costantemente schierate nel Mar Mediterraneo“, annunciava il Presidente Vladimir Putin a una riunione coi funzionari del ministero della Difesa il 16 maggio, specificando che 102 missioni per le navi militari russe sono previste per il 2018.
Secondo Konstantin Sivkov, analista militare e membro dell’Accademia delle Scienze russa, i compiti dei Kalibr non finiscono qui: la potente arma a lungo raggio potrebbe anche proteggere il “ventre” della Russia da un potenziale avversario. “Durante la Guerra Fredda, il V Squadrone operativo della Marina sovietica sarà operativo in modo permanente nel Mar Mediterraneo“, ricordava Sivkov. “Le portaerei statunitensi potevano condurre attacchi contro l’URSS dalla parte orientale del Mediterraneo, oltre il territorio della Turchia, minacciando il “ventre” meridionale della Russia. Il compito principale delle navi e dei sottomarini dello squadrone era impedire al nemico di raggiungere la linea d’assalto ed attaccare il Paese in caso di conflitto militare“. L’analista militare ritiene che la task force della Marina militare russa ha obiettivi simili, mentre i missili da crociera Kalibr aumentano le capacità di combattimento dello squadrone. Così, a metà maggio, la fregata della Classe Neustrashimyj, Jaroslav Mudryj, teneva d’occhio l’USS Harry S. Truman che operava nella parte orientale del Mar Mediterraneo. Come osservava la rete ITV del Regno Unito, stavano “giocando a gatto col topo” nella regione. In realtà la fregata russa svolse il ruolo di “nave da tracciamento diretto“. Sivkov descrive l’ipotetico scenario del conflitto militare nella regione chiarendo i punti di forza del gruppo militare russo e spiegando che in caso di aggressione, una “nave di tracciamento diretto” potrebbe trasferire le coordinate del gruppo d’attacco (CSG) avversario al comando. “È qui che i Kalibr del nostro squadrone saranno utili“, notava l’analista militare. “Il CSG sarebbe stato colpito da missili da crociera lanciati da navi di superficie e sottomarini nucleari Proekt 949 dispiegati nel Mediterraneo e sottomarini diesel-elettrici Classe Varshavjanka (Proekt 636.3). L’Aeronautica russa avrebbe sostenuto la flotta. Su-24 e Su-34 decollerebbero dalla base aerea Humaymim, raggiunti dall’aviazione a lungo raggio, ovvero dai Tu-22M3 lanciamissili“. Sivkov spiegava che per danneggiare una portaerei va colpito il ponte di volo o l’isola. In questo caso, la nave si sarebbe ritirata dato che gli aerei non sarebbero stati in grado di decollare. Di conseguenza, il CSG avrebbe perso la propria arma principale.
Un’altra possibile ragione della presenza dello squadrone è la necessità di sostenere la Flotta del Mar Nero in caso di aggravamento delle tensioni con la NATO. Il problema è che se l’alleanza occidentale chiudesse il Bosforo, le navi della Flotta del Mar Nero si troverebbero bloccate. In queste circostanze, le navi da guerra equipaggiate coi Kalibr diverrebbero indispensabili. “La sorprendente gittata dei missili da crociera Kalibr è abbastanza grande da risolvere una vasta gamma di compiti“, affermava Aleksej Leonkov, ex-dipendente del 30.mo Istituto Centrale di Ricerca della Forza Aerospaziale russa. “Potrebbero raggiungere Malta, Golfo Persico, gran parte del territorio dei loro Stati costieri e il Canale di Suez“, sottolineando che, se necessario, le navi da guerra russe potrebbero soccorrere l’India, alleata dei BRICS. I missili da crociera a lungo raggio Kalibr consentiranno alla task force mediterranea di condurre varie operazioni strategiche e scoraggiare i nemici. La famiglia Kalibr comprende missili da crociera anti-superficie (LACM) con gittata di 2500 chilometri, così come missili antinave dalla velocità supersonica di Mach 2 nella sezione finale della traiettoria; siluri antisom dei Kalibr che potrebbero colpire i sottomarini del probabile nemico.
Il Pentagono reagiva al dispiegamento della Russia nel Mediterraneo. Il 17 maggio, il comandante ammiraglio James Foggo III, comandante delle forze navali statunitensi in Europa e Africa, dichiarava a Sputnik che, se la marina statunitense non cerca assolutamente un conflitto con la Russia, è pronta a difendere i propri interessi nella regione. “Le nostre forze marittime sono pronte e preparate a difendersi, ma non cerchiamo conflitti con le altre forze che operano nella zona“, spiegava Foggo. Commentando l’osservazione, Leonkov affermava che il Pentagono non è contento che ci siano potenze con missili da crociera a lungo raggio pari ai suoi Tomahawk. L’analista sottolineava che già la coalizione guidata dagli Stati Uniti aveva condotto l’attacco missilistico congiunto il 14 aprile sulla Siria dal Mar Mediterraneo, per evitare la zona coperta dai Kalibr russi nella regione. “La posizione di tiro era scomoda, e il tempo di volo verso il bersaglio ampio“, osservava Lenkov. “Ciò permise alle unità di difesa aerea siriane di preparare ed intercettare efficacemente i missili“. Il Ministero della Difesa russo in seguito riferiva che su 103 missili sparati dalla coalizione, i siriani riuscivano ad intercettarne 71. Allo stesso tempo, le operazioni della Marina russa all’estero sono un eccellente addestramento per gli equipaggi, osservava l’analista. Nel corso della campagna aerea russa in Siria, avviata nel 2015, le forze navali del Paese colpivano ripetutamente le posizioni di SIIL e Jabhat al-Nusra in Siria, prendendo di mira posti di comando, centri di comunicazione e depositi di armi e munizioni. Ogni volta, l’arma dimostrava alta precisione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il Venezuela bolivariano non arretra

Maduro confermato presidente grazie ad una base chavista ancora solida
Il boicottaggio elettorale di gran parte dell’opposizione non ha pagato
23 maggio 2018 – David Lifodi

internetMaduro confermato presidente grazie ad una base chavista ancora solida Il Venezuela bolivariano non arretra Il boicottaggio elettorale di gran parte dell’opposizione non ha pagato Il Venezuela bolivariano resiste: è questo il dato principale che emerge a seguito delle presidenziali del 20 maggio. Si tratta di una notizia incoraggiante, in una congiuntura politica che resta comunque molto difficile per ciò che resta dell’Alba e dell’integrazionismo latinoamericano.Certo, l’alta astensione (al 54%) dovrebbe far riflettere il Psuv (Partido Socialista Unido de Venezuela) e più in generale il chavismo, per quanto in un contesto caratterizzato da un vero e proprio assedio mediatico, politico ed economico, ma la strategia di gran parte dell’opposizione, che da tempo aveva dichiarato il boicottaggio del voto, non ha pagato. Anche il tentativo di Henri Falcón (ex governatore dello stato di Lara), che ha cercato di attrarre l’elettorato presentandosi come chavista dissidente, ma con un programma apertamente liberista, non si è rivelato particolarmente utile alla sua causa.

Come sempre, in occasione di ogni appuntamento elettorale venezuelano, si sono già alzate le accuse di brogli, ma anche i tg Rai, per quanto univoci nel dichiarare la loro avversione a Maduro, non hanno potuto fare a meno, nei loro servizi, di prendere atto della fiducia nel presidente bolivariano dichiarata da gran parte dei venezuelani per le strade di Caracas e in fila ai seggi.

L’offensiva delle destre latinoamericane e dell’Unione europea

La crisi del Venezuela è innegabile, ma come ha evidenziato il gesuita venezuelano Numa Molina in un’intervista rilasciata alla giornalista Geraldina Colotti pochi giorni prima del voto e pubblicata dal sito web L’Antidiplomatico, al paese “sono stati bloccati 7 milioni di dollari che servivano per pagare medicine ai 15.000 pazienti con dialisi. Chi permette questo è responsabile di genocidio. Nel diritto internazionale questo si chiama crimine di lesa umanità”. Questo episodio, che rappresenta bene la guerra scatenata dagli Stati uniti e non solo contro Caracas, non ha scalfito la volontà dei venezuelani di recarsi alle urne e, in pace, scegliere ancora una volta Maduro, rifiutando così quel neoliberismo e quelle provocazioni provenienti da Washington e da paesi del continente latinoamericano una volta alleati.

Senza il dialogo tra la maggioranza e un’opposizione rappresentata da molteplici facce, il paese rischia di sprofondare nel baratro, sostengono in molti, indipendentemente dall’affermazione di Maduro che in tanti si auguravano di veder delegittimato, seppur vincitore, dopo le presidenziali. A non volere la pace, però, sembra essere proprio quell’opposizione così ambigua da chiedere a giorni alterni le presidenziali anticipate per poi boicottarle (non appena ha capito di andare incontro ad una sicura sconfitta), e al tempo stesso fortemente diffidente verso il dialogo convocato da Maduro sotto l’egida di Unasur e con la benedizione di ex presidenti come il panamense Martín Torrijos, Leonel Fernández (Repubblica dominicana) e lo spagnolo Zapatero. Del resto, sono stati anche alcuni sfidanti di Maduro, a partire dall’imprenditore e pastore evangelico Javier Bertucci e dallo stesso Henri Falcón, a chiedere la fine delle sanzioni internazionali contro il paese. Bertucci ha anche accusato la ormai quasi disciolta Mud (Mesa de la Unidad Democrática) di aver scelto irresponsabilmente il boicottaggio elettorale.

Eppure, gran parte di quell’opposizione che preferisce abdicare alla sovranità territoriale del proprio paese, invoca l’intervento militare esterno e chiede il sostegno ad alcuni dei principali responsabili della crisi umanitaria (a partire dagli Stati uniti), continua ad essere un interlocutore credibile anche di fronte a stati che a loro volta non avrebbero alcuna autorità morale per dire la loro nel rompicapo venezuelano, dal Messico dove giornalisti e lottatori sociali sono uccisi quasi quotidianamente nella più totale indifferenza alla Colombia del presidente uscente Santos, che passerà alla storia come il Premio Nobel per la Pace sotto al quale si stanno ripetendo le condizioni che portarono allo sterminio dei militanti di Unión Patriótica alla metà degli anni Ottanta, per tacere sulle violazioni dei diritti umani e della persecuzione contro gli attivisti dei movimenti sociali in Brasile e in Argentina. Anche l’Unione europea, e in particolare la Spagna, hanno deciso di non riconoscere a prescindere l’esito delle presidenziali, sebbene il voto elettronico, adottato da anni in Venezuela, non sia mai stato messo sotto accusa dagli osservatori internazionali.

Le difficoltà del processo bolivariano

internetCon il 67% dei voti conquistato rispetto al 19% di Falcón e al 10% di Bertucci, Maduro ha comunque ottenuto circa tre milioni di voti in meno rispetto al 2013, quando salì per la prima volta a Miraflores. Come ha evidenziato Pablo Siris Seade in un articolo pubblicato su Rebelión, il Psuv, che all’epoca di Hugo Chávez era un partito in grado di guidare il paese sotto l’aspetto sociale, economico e politico oggi ha finito per trasformarsi in una mera macchina elettorale, ma soprattutto è divenuto una sorta di terra di nessuno dove si confrontano numerose bande e schieramenti rivali che finiscono per far passare in secondo piano gli ideali del chavismo.La corruzione, il proliferare degli speculatori e dei bachaqueros (coloro che sono dediti al contrabbando), verso i quali il governo ha agito in maniera blanda, insieme ai problemi cronici e irrisolti nell’ambito della sanità, del trasporto pubblico e della sicurezza non depongono a favore di un partito che, agli occhi di molti, rischia di essere visto, almeno nei suoi vertici, come una sorta di casta. Anche i passi indietro del governo a proposito del diritto alla terra e della tutela delle risorse naturali hanno influito sulla diminuzione della partecipazione elettorale.

Sono questi i motivi che hanno favorito un alto tasso di astensione in un paese dove comunque nell’ottobre 2017, in occasione delle elezioni dei governatori dei 23 stati del Venezuela il chavismo aveva vinto in 20 di questi. Se il Psuv tornerà ad essere un vero partito di massa, probabilmente torneranno anche quegli alti livelli di partecipazione politica in occasione delle competizioni elettorali che fin qui hanno contraddistinto il Venezuela, fino a raggiungere percentuali di votanti ben superiori a quelle di paesi occidentali che si fregiano di essere democratici. Inoltre, va ricordato, come ha fatto l’argentino Atilio Boron, che il presidente cileno Piñera è stato eletto al ballottaggio con poco più del 26% dei voti, il presidente colombiano uscente Santos con il 23,7% e l’argentino Macri con il 26,8%, quindi tutti hanno preso meno del 31,7% conquistato da Maduro. Al tempo stesso, la bassa affluenza alle urne ha rappresentato un messaggio chiaro per un governo che pure può contare su una base sociale solida e, a questo proposito, anche sui quotidiani e sui siti web di controinformazione sono molte le analisi assai differenti tra loro.

Il ruolo del latifondo mediatico

Prima, durante e dopo le elezioni Come ampiamente previsto, la grande stampa anti-Maduro ha cercato di giocare tutte le sue carte pur di contribuire, se non alla salida del presidente, almeno ad una campagna di delegittimazione. Quasi tutti hanno parlato di elezioni farsa, eppure la giornata elettorale è trascorsa tranquillamente e non è stata registrata alcuna irregolarità, come invece accaduto in occasione delle votazioni per scegliere il presidente in Honduras e Paraguay.

Un episodio è particolarmente significativo per spiegare quanto l’informazione sia manipolata quando si parla del Venezuela. A pochi giorni dal voto, nel carcere venezuelano El Helicoide si è verificata una ribellione condotta da detenuti comuni a cui, in un secondo momento, si sono uniti i cosiddetti “prigionieri politici”. In breve, la responsabilità di quanto accaduto è stata attribuita al governo bolivariano, che invece nel corso degli anni si è semplicemente limitato a mettere in carcere i responsabili delle guarimbas e delle attività anti-bolivariane condotte da vere e proprie bande paramilitari.

I “prigionieri politici” avrebbero assunto in un secondo tempo la guida della rivolta, ma il fatto paradossale è che all’interno questi ultimi hanno avuto la possibilità di parlare senza alcun problema con giornalisti della Cnn e di altre tv, tirando inoltre in ballo il cittadino statunitense Joshua Holt, agente Usa giunto sotto copertura in Venezuela a metà del 2016 e arrestato dalle autorità venezuelane mentre stava gettando le basi per la nascita delle Bcp, le bandas criminales paramilitarizadas. Se i detenuti hanno la possibilità di parlare liberamente con i giornalisti risulta quanto meno paradossale parlare di dittatura in Venezuela, come peraltro ha fatto anche l’inviato di Repubblica, che ha coperto le elezioni presidenziali scrivendo da Rio de Janeiro, secondo quanto scritto sull’edizione on line.

Le elezioni del 20 marzo hanno segnato un piccolo punto a vantaggio dell’Alba, ma la sovranità del Venezuela dovrà necessariamente continuare ad essere difesa, mentre già incombono altre presidenziali critiche in Colombia (27 maggio) e Messico (1° luglio).

 

Note:Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l’autore.

Sorgente: Il Venezuela bolivariano non arretra

GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio.

Da quel che ho capito io, Mattarella non vuole i ministri che gli propone l’alleanza di governo. Dicono che continua  telefonare a Draghi per avere, diciamo, istruzioni o pareri: “Conti ti va?”.  Draghi: Per carità, e chi lo conosce. E’  incompetente. E’ un tecnico (i media ripetono: incompetente, troppo tecnico, ha falsato il suo curriculum)

NON ABBASTANZA competente.

Mattarella:  “Mi propongono Paolo Savona lo accetti? Draghi: “Di male in peggio, quello è troppo competente. E’ anche uno del sistema, quindi non possiamo attaccarlo come un barbaro invasore.  Ex direttore generale di Confindustria e ministro dell’Industria del governo Ciampi, lunghi anni a fianco di Guido Carli, che da ministro del Tesoro firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. Sperimentato. La sa troppo lunga. Riuscirebbe a pilotare l’uscita concordata dall’euro. Sa come fare. Nelle trattative metterebbe in difficoltà Merkel e  Macron. No no, proprio no”.

TROPPO competente.

I media strombazzano:  Paolo Savona è anti-euro, non va bene.  Ci vuole un ministro non critico dell’euro, altrimenti l’Europa si sente offesa. Altri spiegano: Paolo Savona è interno al Sistema, dunque in contraddizione col populismo. Bocciato.

Mattarella mette il veto.

Il presidente Mattarella si prende tempo. Continua a ricevere messaggi dalla cosiddetta Europa: “L’Italia  rispetti gli impegni”; “Presidente, non permetta che i  barbari distruggano lo splendido lavoro che abbiamo fatto a Bruxelles”.

Centocinquanta economisti tedeschi  firmano un documento  di fuoco in cui esigono che l’Italia esca dall’euro. Cosa che dimostra lo stato di confusione mentale in cui li abbiamo sprofondati: prima, quando l’opzione di uscita dall’euro era comparsa nella bozza Lega-M5S, tutti a strillare che è uno scandalo! E obbligano a cancellare quella opzione. Poi la stessa opzione compare con la firma di 150 economisti germanici, e va bene.

E Mattarella che fa? Aspetta. Aspetta che Salvini e Di Maio gli propongano i ministri giusti. Giusti  secondo gli europeisti e i media. Si capisce che sarebbe contento se Salvini e Di Maio gli proponessero: come presidente del  consiglio, vogliamo assolutamente Gentiloni. Come ministro dell’economia, scegliamo di nostra iniziativa, Padoan. Agli Esteri, Alfano. La Fedeli all’Istruzione…

Quello sarebbe il governo giallo-verde ideale, per Mattarella. Il quale continua a far ripetere ai media che è sua prerogativa presidenziale scegliere i ministri.

C’è addirittura qualche media che sostiene: la pretesa dei vincitori alle elezioni di volersi scegliere i ministri è contraria alla Costituzione.  Corrado Augias comincia a scrivere che al punto in cui siamo, per salvare la democrazia, bisogna vietare le elezioni: è il pensiero ricorrente della cultura di sinistra. Su Il Foglio, il direttore neocon Claudio Cerasa lancia un appello disperato a Berlusconi e a Renzi: sciolgano PD e Forza Italia e  li fondino in una sola “opposizione propositiva pro Occidente, pro mercato, pro Europa” contro il governo giallo-verde votato dal popolo.

Insomma non sanno più cosa inventarsi. Hanno una gran voglia di golpe. Sperano moltissimo in un aumento dello spread. Invocano l’aiuto dei “mercati”: non vedete l’immane debito pubblico italiano?  Chiedete di più di interessi! Rovinate gli italiani che hanno votato  male!

Al che un operatore finanziario domanda: se – come credono i media – c’è una correlazione fra debito grosso  e spread, come mai il Giappone che ha un rapporto debito/Pil del 235 per cento, ha uno spread nullo, anzi “NEGATIVO rispetto ai bund tedeschi, e non è sotto la minaccia dei mercati?

Il Giappone: rapporto  debito/Pil è  al 235%, ma i “mercati” non si allarmano. Perché ha la moneta sovrana.

Cosa volete, rispondere  a questa domanda sarebbe imbarazzante: il Giappone non allarma i mercati perché non è nell’euro, ha una moneta sovrana  e una banca centrale sua, che garantisce di pagare tutti li yen che servono per servire gli interessi sul debito.

Si potrebbe dedurre che i nostri problemi di spread dipendano dalla UE  e dall’euro.  Un’idea malsana e barbara. Omofoba e antisemita.

Quindi, gli sguardi si volgono di nuovo a Mattarella. Gli danno suggerimenti. Come nota Massimo D’Antoni, professore di scienza delle finanze a Siena:  “I giornali continuano a scrivere che al Quirinale il problema sarebbe la proposta di un ministro [Paolo Savona]  che ha dei dubbi sull’euro. Non so se sia vero. Mi rifiuto di crederci, perché se così fosse sarebbe una motivazione a dir poco sconcertante”:

Già. Avremmo un presidente della repubblica che censura preventivamente le idee politiche di un economista  assolutamente rispettato,  che è stato ministro, banchiere, boiardo di Stato, persino Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica….

Mattarella come presidente che mette il veto – non motivandolo –  su un tale nome, concordato dalle forze che rappresentano la maggioranza in parlamento, “introdurrebbe un precedente pesantissimo” (D’Antoni).  Il precedente si chiama golpe. Qui, diciamolo chiaro, c’è una grande tentazione di golpe. Lo chiede il PD. Lo chiede Forza Italia. Lo chiedono i media. Ce lo chiede l’Europa.

Forse Draghi ha trovato una via d’uscita. Telefona a Mattarella: “Dì che scelgano Di Maio. Quello è un novizio, non capisce niente di finanza monetaria, non sa le lingue, riusciamo a intimidirlo nei vertici UE …e lo facciamo su”. (non cito letteralmente: Fare su, è un mio milanesismo per imbrogliare).

I media cominciano a scrivere: si torna a pensare a un politico come presidente del consiglio. Di Maio, perché no?

 

Resta da mettere qualche puntino sulle i. Il professor Conti,che prima non andava bene  perché “un  perfetto sconosciuto”, poi non va bene perché ha difeso una famiglia che voleva far curare sua figlia malata con la Stamina:  occorre precisar che un avvocato difende anche un omicida, senza essere necessariamente un promotore dell’assassinio? Ma la cosa più  incredibile è che i media e il PD continuino a dire che”ha taroccato” il curriculum.. Che ha millantato una laurea presa a New York, come un qualunque Oscar Giannino, e che l’Università di New York dice che non è mai stato iscritto. In realtà, ecco cosa Conti ha scritto nel suo curriculum:

Vuol  dire che il professore è stato ad ascoltare lezioni all’università – ciascuno può farlo, l’ingresso è libero – per   ascoltare oratorie in un bell’inglese,  migliorare la propria comprensione della lingua, impratichirsi della terminologia giuridica. Io stesso l’ho fatto ormai decenni fa alla Tulane University di New Orleans.  Certo, andare in una università straniera per migliorare la propria competenza linguistica, è un tipo di problematica che non ha mai interessato la Fedeli, con la sua terza elementare, messa dal PD a fare la ministra dell’Istruzione: e  in quel caso, Mattarella ha trovato  che le competenza della vecchia rossa bastano e avanzano. Non ha trovato nulla da ridire sulla competenza scientifica della Lorenzin, una liceale, messa alla Sanità, con potere vacinale dittatoriale. Nè ha avuto dubbi sulle competenze di Alfano, che non sa alcuna lingua, come  ministro degli Esteri. Se si obbedisce all’Europa, non c’è bisogno di essere cervelli, di sapere qualcosa, di imparare: basta eseguire gli ordini.

 

Il debito pubblico: “Il governo giallo-verde lo farà aumentare! Bisogna impedirglielo!”: così  esclamano le sinistre  che in dieci anni di governo hanno aumentato  il debito pubblico così:

 

 

(Guardate come cresce dal 2011, ossia dal “competente” Mario Monti)

Stefano Fassina, nel  PD uno dei più a sinistra ma oggi cane sciolto e spirito libero, approva Paolo Savona:

Stefano Fassina (@StefanoFassina) ha twittato alle 10:16 AM on mar, mag 22, 2018:
Paolo #Savona come ministro economia e finanze @MEF_GOV è competente e equilibrata coerenza con voto @M5S_Camera @M5S_Senato e @LegaSalvini il 4 Marzo. Savona da tempo fa analisi fondate su mercato unico e €-zona e ne rileva insostenibili effetti di svalutazione del lavoro.
(https://twitter.com/StefanoFassina/status/998840059033014277?s=03)

BERLINO:  non sapeva come rifutare i programmi  di Macron  sulla messa in comune di profitti e perdite come in una vera area monetaria.  Adesso ha colto la palla al balzo  per stoppare tutto. “Finché l’Italia non finisce di fare le sue riforme. E siccome non le fa più…”,.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-21/governo-m5s-lega-timori-tedeschi-ora-stop-riforme-dell-area-euro–124559.shtml?uuid=AEKSmwrE&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

“La Germania, da sempre contraria alla condivisione dei rischi in Eurozona, coglie la palla al balzo per dire che… non vuole la condivisione dei rischi” (Luciano Barra Caraccio)

Per i più esperti, propongo l’articolo seguente:

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L’EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA’ MAI

https://orizzonte48.blogspot.it/2018/05/cosa-pone-veramente-in-pericolo.html

E’ la comune spoliazione dell’Italia il vero collante della “unità” franco-tedesca, che altrimenti sarebbe divergente.

“La verità sta proprio nel fatto che l’Italia “allarma” non per la sua debolezza ma per la sua forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell’euro.”

Sorgente: GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio. – Blondet & Friends

Giuseppe Conte asked to form Italian government

Law professor must now come up with names for his team as Italy prepares for a populist government.

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ROME — Italian President Sergio Mattarella on Wednesday asked Giuseppe Conte to oversee the creation of a new government made up of two populist parties.

Conte, 53, said he wants to be “the defense lawyer of the Italian people” at home and abroad and is “fully aware of the challenges we face” as he prepares to become prime minister at the head of a governing coalition of the anti-establishment 5Star Movement and the far-right League.

In a brief acceptance speech that seemed aimed at reassuring nervous investors and the EU, Conte said he is “aware of the need of confirming Italy’s European and international standing.”

The little-known law professor will have a lot more reassuring to do, as Brussels gets ready for a nightmare scenario — a Euroskeptic government in one of the EU’s largest countries.

A 5Star-League government would be the biggest challenge to Brussels since Brexit. The two parties’ coalition agreement contains proposals to renegotiate Italy’s massive public debt, throw off the yoke of austerity and reopen the EU’s treaties to reduce the bloc’s powers. It also states that Russia is “not a military threat.”

Conte was keen to strike a more conciliatory tone on Wednesday evening, citing ongoing negotiations on the EU budget, rules on asylum and the completion of the banking union as the most urgent matters to deal with for Europe.

“Outside of here there is a country that is awaiting the birth of a new government and is expecting answers,” Conte said after his first meeting with the president at the Quirinal Palace, which lasted two hours. “The government that will be formed will be a government for change.”

The next step for Conte is to draw up a list of Cabinet ministers and submit the names to the president, who must give his approval before the team takes office, likely by the end of next week.

The president’s backing for Conte came despite questions over his lack of political experience and allegations that he lied about his resume.

The New York Times raised questions about at least one entry on his CV: While Conte said he had “perfected and updated his studies” at New York University, a spokesperson for the university said that “a person by this name does not show up in any of our records as either a student or faculty member.”

In a statement, the 5Stars rejected the report, saying that Conte “improved and updated his studies” in New York.

An arduous process

It took the best part of three months to come up with a coalition deal after the March 4 election, with the 5Stars and League overcoming their differences only after the president threatened to form a “neutral” government led by technocrats in order to break the impasse.

Mattarella, who had raised doubts about having a professor with limited political experience at the head of a populist Cabinet, could still push back against the choices for ministerial positions. The most controversial potential appointment is that of a new finance minister. The League has been pushing for that role to go to Paolo Savona, a former minister who is a fierce critic of the euro.

Savona’s appointment would be a sign that Mattarella has given in on even the most controversial requests from the two parties, raising doubts about his ability to steer the entire process, an Italian official said. Italian news agencies reported Wednesday that an investment fund that Savona chaired has announced his resignation because of “important public commitments in Italy,” an indication of his impending appointment as a minister.

The two parties’ leaders could also get plum jobs in the Cabinet, according to Italian media. Matteo Salvini, head of the League, wants the interior ministry, which would allow him to implement the tough security and immigration measures he campaigned on — including detaining irregular migrants and sending around half a million back to their countries of origin.

The leader of the 5Stars, Luigi Di Maio, could be given control of the powerful labor ministry, according to political analysts.

The new government “contract” struck by the parties is an ambitious manifesto based on ideas and electoral promises that they have been championing for years. It includes cutting taxes, amending a costly 2011 pension reform and introducing a “universal basic income,” a kind of insurance for job-seekers. However, analysts reckon the new government’s plans will be complicated by institutional and financial constraints and the bureaucratic inertia that has often stopped Italian governments in their tracks.

Even though the two parties have toned down their rougher edges of late, a 5Star-League government will likely maintain a strong Euroskeptic line and seek confrontation with Brussels on key themes, such as eurozone economic governance, the EU budget, Russia sanctions and migration.

Before Wednesday evening’s announcement, the 5Stars called for action if Conte was not given a mandate. One of the 5Star leaders, Alessandro Di Battista, went on Facebook to “invite all citizens to make their voice heard.”

Officials in Rome said that Mattarella’s powers would be further eroded if the 5Stars called for supporters to storm the presidential palace every time he has a delicate decision to make.

Jacopo Barigazzi contributed to this article.

Sorgente: Giuseppe Conte asked to form Italian government

Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

 Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero

A cura del Comitato del Martire Ghassan Kanafani

Oggi 21 maggio 2018 il campo di Yarmouk è stato finalmente liberato da Esercito siriano e milizie palestinesi dopo 7 anni di conflitto e devastazione.

Prima di fare delle considerazioni su questi ultimi giorni di battaglia, facciamo un passo indietro e raccontiamo cosa è stato e cosa ha rappresentato Yarmouk. Questo campo profughi (non ufficiale), fondato nel 1957 vicino la città di Damasco per accogliere i rifugiati palestinesi sopravvissuti alla Nakba (la catastrofe del 1948), è divenuto col tempo uno dei quartieri a sud della capitale siriana. Dotato di scuole, ospedali ed esercizi commerciali, ad appena 4 km dalla centralissima Piazza Rauda, Yarmouk Camp con i suoi 2 km2 di estensione ospitava la più vasta ed attiva comunità palestinese di tutta la Siria. Non stupisce come molti palestinesi per anni l’abbiano definito “la capitale della diaspora” o anche “la capitale della Resistenza palestinese”. Già con una legge del 1956 (la Legge siriana n.260 che è andata ad integrare la precedente 450 del ‘49), il Governo siriano ha garantito ai palestinesi rifugiati in Siria gli stessi identici diritti dei cittadini siriani (ad esclusione della cittadinanza, tra l’altro non rivendicata dai palestinesi che continuano a definirsi tali seppur ospitati in uno altro Stato). Fin dall’inizio della sua storia, Yarmouk si candida a divenire quindi una Patria d’adozione per i palestinesi cacciati dalla loro terra: qui per loro è stato possibile autodeterminarsi ed autogestirsi organizzandosi ed eleggendo propri rappresentanti. La storia dimostrerà che alla fine il profondo legame tra palestinesi e siriani, seppur con molti evitabili errori da entrambe le parti, reggerà la durissima prova della destabilizzazione prima e della guerra poi.

Per descrivere quella che era la vita dei palestinesi dentro Yarmouk, bisogna considerare la storia dei rifugiati palestinesi in Siria e dello stretto rapporto che lega lo Stato siriano alla causa palestinese. La maggior parte degli 85-100 mila rifugiati palestinesi che arrivarono in Siria, a partire dal biennio ’48-’49, provenivano dai villaggi situati nella parte nord della Palestina, mentre nel 1967 una nuova ondata di profughi si mise in marcia quando Israele occupò illegalmente le alture del Golan. Negli anni ’80 poi fu il turno dei palestinesi profughi dal Libano che in migliaia, durante la guerra civile, si riversarono nella più vicina ed accogliente Siria. Prima dell’aggressione imperialista del 2011, i palestinesi rappresentavano circa il 2% dell’intera popolazione siriana. Damasco per fare un esempio è stata per molto tempo la sede operativa della principale organizzazione marxista palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP. Se mettiamo velocemente a confronto la situazione dei profughi palestinesi in Siria rispetto a quella negli altri Paesi arabi, vediamo come le differenze appaiono molte ed assai profonde. In Libano, ad esempio, i palestinesi vengono ancora trattati dalle istituzioni come stranieri a tutti gli effetti. Nel ‘Paese dei cedri’, l’attività della UNRWA è resa difficile (se non impossibile) a causa di uno ‘storico scarso interesse a migliorare le condizioni dei profughi palestinesi: le capacità dell’UNRWA, lasciata da sola, sul fronte sanitario sono molto limitate e, circa l’istruzione, si è assistito ad un progressivo abbassamento del livello di scolarizzazione’. Ad aumentare in Libano sono stati solo i drammi per questi profughi condannati a rimanere stranieri. La situazione in Giordania, in Egitto e negli altri Paesi arabi non è certo migliore. Per quanto riguarda l’entità sionista, l’UNRWA è costretta ad evidenziare ‘una diffidenza ed una totale assenza di collaborazione, perlomeno dal 1967’.

A partire dal 2011, la disinformazione sviluppatasi sul ruolo dei campi profughi palestinesi all’interno della ‘crisi siriana’ e, in particolare, la strumentalizzazione di quanto accaduto nel campo di Yarmouk ha evidenziato la diffusa grave incapacità nel saper/voler distinguere fra i diversi interessi politici coinvolti
nella destabilizzazione, o d’altra parte nella difesa, della sovranità ed indipendenza della Repubblica Araba di Siria. Pur non volendolo, Yarmouk è divenuto il centro anche simbolico di questa aggressione. Nella narrazione distorta degli avvenimenti giunta fino a noi, la popolazione civile palestinese del campo è infatti stata alternativamente ritratta come ‘vittima del regime siriano’ o accusata di essere ‘collaborazionista’ dello stesso. Ma come è andata veramente? Proviamo a ricostruire la vicenda senza paura di indicare le responsabilità di una parte della popolazione palestinese del quartiere.

Oggi (21/05/18) l’ultima sacca di resistenza opposta dallo Stato Islamico è stata finalmente sgominata, ma come riuscì Daesh ad entrare nel campo? Questo fu possibile solo dopo una complessa serie di vicende che videro spaccarsi i gruppi armati palestinesi operanti in territorio siriano. I principali attori di questa spaccatura con ruoli antagonisti furono: da una parte, Aknaf Beit al-Maqdis (costola non-ufficiale di Hamas in Siria) e, dall’altra, il Fronte Popolare – Comando Generale (scissione del PFLP marxista, gruppo palestinese storicamente alleato del Ba’ath siriano). Nel 2011, un antefatto innescò il successivo conflitto aperto: il governo di Damasco autorizzò i palestinesi residenti in Siria a organizzare una marcia sulle alture del Golan nell’anniversario della Nakba (15 maggio). L’esercito israeliano reagì aprendo il fuoco oltre la frontiera, trucidando civili palestinesi, alcuni dei quali residenti a Yarmouk. Le forze islamiche palestinesi del campo approfittarono dei funerali di queste vittime per prendere il controllo del quartiere deviando il corteo del funerale verso la sede del FPLP-CG che così venne presa d’assalto. Nello scontro a fuoco che ne seguì la sede venne data alle fiamme, fatto che diede la percezione che le forze islamiche avessero il controllo del campo. L’obiettivo delle forze islamiche era di portare i palestinesi a schierarsi con l’insurrezione antigovernativa in Siria che, in quel momento, godeva di ampie prospettive di sviluppo: nel 2011 organizzazioni legate alla fratellanza avevano preso il controllo di Tunisia, Libia (almeno in parte) ed Egitto, potendo contare sul sostegno diretto e indiretto tra l’altro di Turchia e Qatar. Quella di Aknaf Beit al-Maqdis fu quindi una forzatura per mettere le altre organizzazioni palestinesi (in una posizione neutrale rispetto la prima ondata di proteste anti-governative) a prendere una posizione e, di fatto, facendo di Yarmouk un campo di battaglia.

Aknaf Beit al-Maqdis non ebbe solamente un ruolo attivo nel campo di Yarmouk, ma in molte altre zone della Siria, organizzando e gestendo campi d’addestramento e canali di rifornimento d’armi. In breve, nel campo a sud di Damasco, di strategica importanza per il controllo della Capitale, lo scontro fu inevitabile. Il confronto armato fra Aknaf Beit al-Maqdis e gli altri gruppi armati (circa 12 nel campo) andò avanti dal 5 al 17 Dicembre del 2012; ma la svolta vera e propria ci fu il 16 di quello stesso mese, quando le organizzazioni islamiche presero il controllo dei check point che controllavano i confini del campo. L’assedio di Al-Yarmouk ha avuto inizio questo nefasto giorno, quando un gran numero di guerriglieri del cosiddetto “Esercito Libero Siriano – ELS” (o Free Syrian Army –FSA) e di “Jabaht Al Nusra” (ramo siriano di al Qaeda) provenienti da diverse zone limitrofe, vennero letteralmente fatte entrare grazie un aiuto ‘interno’ per fare del campo una roccaforte liberata dalle altre fazioni. L’alba del 17 dicembre 2012, vedrà purtroppo una parte dei combattenti tra le fila dei Comitati Popolari ritirarsi, senza previo avviso, dalla zona del nuovo ospedale – rotatoria della Palestina e dal quartiere al Zaytoun. Il ritiro di queste unità (apparentemente insensato) non fu casuale, ma si è trattò nei fatti di un’azione coordinata con le milizie dell’opposizione siriana presenti ai confini del campo profughi.

La prima zona del campo a subire gli effetti dell’abbandono delle postazioni è stata quella compresa tra la rotatoria della Palestina verso la strada della Palestina e il quartiere Al-Magharba; il secondo fronte venutosi a creare si estendeva invece dal quartiere Al-Zayn fino alla strada Al-‘Oruba. In quel frangente, c’è da sottolineare come il resto delle unità dei Comitati Popolari e delle organizzazioni palestinesi abbiano responsabilmente conservato le loro posizioni, ingaggiando violenti scontri in diverse aree all’interno del campo e, più precisamente, sui fronti di Al-‘Oruba – Al-Turba Al-Qadima, sul fronte che si estende dall’ospedale ‘Filasteen’ – Al-Khalsa fino alla Strada 30, lungo il fronte Al-Tadamon – Municipio Al-Yarmouk – Fire’e Al-Hizeb ed infine tra Al-Tarboush e il Parco dei Martiri.

Oltre all’abbandono e la ritirata di alcune unità, la difesa del campo dovette fare i conti con una serie di ‘cellule dormienti’ presenti nel quartiere che si attivarono una volta ricevuto segnale da parte dell’ELS. L’appartenenza di ‘cellule’, composte principalmente da “ex-membri partitici” di Hamas e altri miliziani non originari del campo, non verrà mai riconosciuta da Hamas che non ha mai rivendicato o appoggiato ufficialmente l’azione di questi suoi esponenti (senza tuttavia dissociarsi). Il nome dell’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘cellule’ è stato, come detto, quello della brigata Aknaf Beit al-Maqdis. Diverse sono le testimonianze che riportano dettagli e comportamenti ‘interni’ a questa organizzazione: ad esempio, l’espediente per non incorrere in fuoco amico di indossare la kefiah palestinese bianca e nera sul capo corredata di una fascia riproducente la trama geometrica della kefiah; la parola d’ordine “Zahrat Al-Madaen” (Fiore delle Città, riferito a Gerusalemme, nonché titolo di una famosa canzone della cantante libanese Fairouz), ecc…

Quel giorno presero parte ai combattimenti (più che altro si trattava di regolamenti di conto interni) anche membri di Fatah (il movimento politico di Abu Mazen), aprendo il fuoco contro le forze del Fronte Popolare – Comando Generale (FPLP-CG). Anche in questo caso tuttavia c’è stata, in seguito, una condanna da parte di Fatah per tentare di prendere distanza dalle irresponsabili azioni intraprese da alcuni suoi membri. L’intervento di quel giorno da parte dell’Esercito Arabo siriano consistette nel colpire, per mezzo dell’aviazione, un magazzino di armamenti, base dei ribelli, nei pressi della moschea Abdel Qader. Questo colpo dell’aviazione provocò un’esplosione talmente forte da spingere gli abitanti dell’area circostante a muoversi verso altre zone. A seguito dell’esplosione si propagò di bocca in bocca una voce di corridoio secondo la quale l’Esercito siriano si sarebbe appostato all’ingresso del campo con carri armati con l’intenzione di bombardarlo a tappeto. Questo episodio, come innumerevoli altri, venne creato e sfruttato brillantemente creando una situazione di caos utile all’avanzamento nel campo dei cosiddetti ‘ribelli’. Tali costruzioni di fantasia, frutto di propaganda anti-governativa, sono state prontamente riprese da tutti i media e considerate alla stregua di fonti scientifiche per la produzione di notizie false, dalla BBC ad al Jazeera. Tornando ai Comitati Popolari, a seguito dei colpi subiti dai nemici esterni e dai loro agenti interni, si videro costretti a ritirarsi verso la zona di Al-Khalsa. In questo modo il campo Al-Yarmouk divenne preda dei crimini del Free Syrian Army (FSA), del Fronte al Nousra e di Liwa Al-Asifa (una delle numerose sigle utilizzate dall’Esercito Libero Siriano all’interno di Al-Yarmouk).

In seguito a questo rovescio, i circa 160.000 abitanti del quartiere si trovarono bloccati fra gruppi jihadisti ed Esercito Arabo siriano che iniziò a colpire con l’artiglieria alcuni obiettivi all’interno del campo profughi, ma che, al contrario di quanto vuole la propaganda imperialista, non era in grado di imporre alcun assedio, controllando solamente uno dei 4 lati del campo. FPLP e FPLP-CG rimasero temporaneamente in controllo di circa il 20% del quartiere, mentre il resto fu catturato da al-Nusra ed alleati. Questa situazione di stallo fu però sbloccata nel 2015 quando lo Stato Islamico si impose di forza conquistando il campo. In seno ad al-Nusra, ed alla galassia jihadista siriana, emerse infatti con forza l’opzione politica di uno Stato Islamico dal Golfo al Mediterraneo: gruppi armati e brigate aderirono a macchia di leopardo, in alcune zone in numero maggiore che in altre, il che causò frizioni e scontri tra gruppi ed interessi. Tale dinamica riguardò anche a Yarmouk: Aknaf Beit al-Maqdis, indissolubilmente legata ai suoi padrini del Golfo, vide molto male il proliferare di bandiere nere del Daesh nel campo, giungendo in breve ad un confronto armato con i suoi miliziani in cui ebbe però la peggio in poche settimane.

L’avanzata dello Stato Islamico poi proseguì verso la zona a nord sotto il controllo delle altre milizie palestinesi (a cui per forza di cose Hamas si riallineò progressivamente), conquistandone circa la metà. Da quel momento Yarmouk è rimasta una spina nel fianco per il Governo siriano che, per anni, ha visto Damasco minacciata da un avamposto dello Stato Islamico a pochi km dal centro della città.

Le cose sono iniziate a cambiare radicalmente solo dopo alla recente caduta di Ghouta est (aprile 2018): la conquista delle zona a est di Damasco ha permesso, infatti, all’Esercito siriano di ridispiegare parecchi effettivi nella provincia sud, affiancati da numerose milizie palestinesi intenzionate a porre fine al tradimento subito più di 6 anni prima: FPLP-CG, Esercito per la Liberazione della Palestina, la Brigata Galilea e la Brigata al Quds. Dopo l’inizio dell’operazione, la situazione è arrivata quasi immediatamente ad uno stallo, con raid aerei sulle postazioni dei miliziani, raid abbastanza intensi ma non sufficienti a fiaccare le le forze dei miliziani anti-governativi. Per questo si intensificano i colloqui per uno spostamento dei miliziani da Yarmouk verso l’est della Siria. Scontri durissimi si susseguono per giorni, la maggior parte dei miliziani dello Stato Islamico asserragliati a Yarmouk si arrendono (e vengono trasferiti ad est), ma resta una sacca trincerata nel dedalo delle abitazioni del campo. Nonostante i raid e l’avanzata di terra, Daesh a Yarmouk resiste in un quartiere oramai svuotato e spettrale in cui si fatica a trovare un muro integro.

Il 22/04/2018, dopo giorni di assedio, l’avanzata siriana si impantana definitivamente subendo perdite rilevanti: Daesh reagisce sparando missili che, qualche caso, raggiungono il centro di Damasco. Il 25 aprile, Jaish al islam, che occupa il sobborgo di Yalda a fianco di Yarmouk, decide di impedire all’Esercito siriano l’entrata nel sobborgo che fornirebbe alle forze governative la possibilità di attaccare su 4 lati lo Stato Islamico asserragliato a Yarmouk. L’aviazione siriana colpisce però a sorpresa il quartier generale di Jaish al Islam uccidendo comandanti locali e miliziani. Ad una settimana dall’inizio dell’operazione su Yarmouk, le conquiste territoriali rimangono esigue, al prezzo di centinaia di vite.Riprendono così le trattative con i ribelli nei territori limitrofi alla zona sotto controllo di Daesh; in questi giorni, anche le altre sacche jihadiste a sud di Damasco (attorno a Yarmouk) andranno incontro ad accordi simili a quelli di Ghouta est così da lasciare il passo all’avanzata dell’Esercito siriano. Lo Stato Islamico, fiutando il pericolo, non resta fermo e decide di attaccare le posizioni degli altri gruppi jihadisti prima che questi possano ritirarsi a favore dell’Esercito siriano (e alleati), conquistando alcuni punti strategici.

Siamo nella fase ultima e più drammatica degli scontri: Daesh a Yarmouk costruisce bombe con i prigionieri, l’avanzata è penosa tra attacchi suicidi e scontri casa per casa. Dal 6 al 20 maggio, la situazione varia di pochissimo: i combattimenti dello Stato Islamico si sparpagliano complicando ulteriormente le cose. I morti fra le milizie palestinesi che affiancano l’Esercito siriano sono tanti, ma questo stillicidio porta a poco a poco i miliziani del Daesh a cedere. Finalmente, il 20 maggio viene raggiunto un accordo: gli ultimi miliziani sono disarmati e caricati su degli autobus diretti fra Palmira e Deir Ezzor. Quest’operazione porta a conclusione la presenza dello Stato Islamico e di ogni altra sigla jihadista a sud di Damasco.

Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora ora ridotto ad un cumulo di macerie, rappresenta con questa drammatica vicenda tutte le contraddizioni, ma poi anche tutta la forza ed il coraggio della sua popolazione palestinese. Grande è stato il tradimento, quanto grande la generosità di chi ha perso la vita per scacciare l’incubo del fondamentalismo a pochi km da Damasco.

Comitato del Martire Ghassan Kanafani – CMGK

Sorgente: Il campo di Yarmouk, il cuore trafitto della Diaspora palestinese in Siria, è finalmente libero