Grande Marcia per il Ritorno, padre Musallam: USA e Israele sono i veri terroristi

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Gaza – PIC. Manuel Musallam, sacerdote della Chiesa romana di Gaza e membro dell’Organizzazione islamo-cristiana, ha dichiarato: “Il popolo palestinese perderà il suo diritto al ritorno se resta in silenzio e non resiste per recuperare i suoi diritti”.

Nell’intervista realizzata da PIC, Musallam ha sottolineato che la Grande Marcia per il Ritorno è un messaggio forte rivolto a Donald Trump: “Da 70 anni il popolo palestinese è in rivolta e continua a lottare per i suoi diritti”, ha dichiarato, ricordando che chi non resiste perderà il suo diritto al ritorno.

Musallam ha spiegato che incoraggia le persone che vanno alla frontiera con l’obiettivo di far ritorno nel loro Paese, dal quale furono espulsi dai sionisti. Ha inoltre lanciato un messaggio ai partecipanti alla Marcia: “Alzate le vostre mani verso Gerusalemme e dite ‘oh Gerusalemme, siamo i tuoi figli e ti offriamo tutte le nostre forze, il nostro spirito e i nostri sacrifici affinché tu sia liberata. Siamo determinati nel proteggerti e nel restituirti il tuo aspetto storico sacro perché noi siamo gli autoctoni”, riaffermando l’importanza del ritorno di ogni rifugiato alla sua terra da dove lui o i suoi antenati furono espulsi.

“Israele e l’America dovrebbero avere paura del sangue versato. Noi non resteremo schiavi perché non hanno umanità”, ha aggiunto.

Ha respinto ogni concessione a scapito dei diritti dei palestinesi, ripetendo “chi vuole diventare un asino in Israele, potrà farlo e dovrà sopportare tutti i fardelli dell’umiliazione, mentre gli uomini liberi combattono e non rinunciano mai a una singola briciola della loro patria. Israele non ha alcuna legittimità sui nostri Territori occupati”.

Musallam ha descritto Trump e Israele come dei terroristi: “Chi manipola il diritto internazionale, non lo rispetta e lo viola è il vero terrorista, nel verso senso della parola”.

Traduzione per InfoPal di Chiara Parisi

Sorgente: Grande Marcia per il Ritorno, padre Musallam: USA e Israele sono i veri terroristi | Infopal

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Usa, oltre 140 mila persone firmano petizione per dichiarare Soros terrorista

I firmatari chiedono al governo che dichiari “George Soros e tutte le sue organizzazioni e i loro membri dei terroristi”

da Sputnik Italia
Più di 140 mila persone hanno firmato una petizione richiedendo al presidente Donald Trump di dichiarare il miliardario americano George Soros un terrorista.

Il testo della petizione è sul sito della Casa Bianca. Affinché la petizione venga presa in considerazione dalla Casa Bianca sono necessarie 100 mila firme entro il 19 settembre 2017. Nel testo della petizione si legge che “George Soros ha intenzionalmente e perennemente cercato di destabilizzare e compiere atti di violenza contro gli Stati Uniti e i suoi cittadini”.

A questo proposito, come dicono i firmatari della petizione, “il governo federale degli USA e il Ministero della Giustizia devono immediatamente dichiarare George Soros e tutte le sue organizzazioni e i loro membri dei terroristi” e “confiscare tutti i suoi beni personali nel rispetto della legge sulla confisca civile delle proprietà”.

Notizia del:

Sorgente: Usa, oltre 70 mila persone firmano petizione per dichiarare Soros terrorista – World Affairs – L’Antidiplomatico

Siria, capo terrorista conferma ‘la cooperazione diretta’ con Israele

 Siria, capo terrorista conferma 'la cooperazione diretta' con Israele
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Il capo di un gruppo armato siriano ha rivelato i “contatti e la cooperazione diretta” della sua fazione con le forze armate del regime di Tel Aviv (IDF).

Secondo il ‘Time of Israel’, Abu Hamad capo di un gruppo armato, ha ammesso che i suoi uomini “hanno avuto contatti diretti con Israele per ricevere il sostegno” da questo regime.

Abu Hamad ha quindi rigettato le affermazioni dell’esercito israeliano, il quale ha sempre sostenuto di inviare aiuti solo ai civili e alle organizzazioni non governative situate sul confine siriano con i territori palestinesi occupati.

In dichiarazioni rese in una videoconferenza con i giornalisti tramite Skype, e da una casa ben arredata che si trova nella parte non occupata del Golan nella provincia meridionale siriana di Quneitra, Abu Hamad, incappucciato per evitare di essere identificato, ha riconosciuto che il regime di Tel Aviv ha anche offerto aiuto ad altre bande armate nella zona.

Tuttavia, il leader terrorista ha rifiutato di specificare i nomi dei gruppi, tanto meno il proprio, temendo di perdere l’assistenza israeliana, aggiunge il sito web israeliano.

Questa testimonianza è l’ennesima conferma dell’appoggio di Israele ai gruppi armati che combattono contro il legittimo governo siriano. Anche l’ONU, lo scorso 15 giugno, rivelò l’esistenza di contatti diretti tra Israele e i gruppi terroristici come Al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria.

Fonte: Timesofisrael
Notizia del: 25/08/2017

Un terrorista israeliano ucciso nell’attacco di Tel Aviv

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Gerusalemme–CPI. Fonti israeliane hanno rivelato che, tra i morti dell’attacco di Tel Aviv di ieri, figuravano un ex soldato di un’unità di commando e un professore dell’Università sionista di Ben Gurion.
Dopo la divulgazione dei dettagli sui morti dell’attacco di Tel Aviv avvenuto mercoledì sera, i mass-media sionisti hanno rivelato che uno di loro si chiamava Idan Ben-Ari, 42 anni, originario della colonia di Ramat Gan. Lavorava per un’unità di commando dell’esercito selezionata per compiere crimini all’estero. Il professore, Michael Vega, 58 anni, originario della stessa colonia, era sociologo e direttore del programma di studi superiori ad Israele, all’Università Ben Gurion.
Le fonti hanno dichiarato che Idan, in passato, aveva prestato servizio per l’esercito nell’unità speciale di stato maggiore (Matkal), poi aveva terminato il servizio militare e, in seguito, aveva raggiunto le forze regolari e di riserva. Aveva ricevuto la medaglia al merito dal capo dell’esercito.

Quanto a Vega, aveva lavorato come amministratore del piano educativo per gli studi israeliani della Facoltà di scienze politiche e sociali all’Università di Ben Gurion a Be’er Sheva.
Gli altri due morti: Ilana Napheh, 39 anni, originaria di Tel Aviv, e Milah Micib, 33 anni, di Rishon Lezion.

Quattro sionisti sono stati uccisi mercoledì sera e sette altri feriti, alcuni dei quali versano in gravi condizioni, dopo la sparatoria compiuta da due combattenti palestinesi, nel centro di Tel Aviv, nella Palestina occupata dal 1948.

Traduzione di Giovanna Vallone

thanks to: Infopal

Israeli muderer of Dawabsheh family released

The top Israeli terror suspect, Meir Ettinger (20) who led the arson attack on the Dawabsheh home in Duma village was released after 10 months of administrative detention on Wednesday morning.

Ettinger, the grandson of the slain far-right activist Meir Kahane, was detained following the murder of the Dawabsheh family last July, in which baby Ali Dawabsheh and both his parents were killed. Ahmad, their five year old son spent some ten months in hospital recovering from third degree burns on 70% of his body.

Ettinger was placed in administrative detention for six months. His detention was later extended by a further four months. Now, the Shin Bet security service did not seek to extend the administrative detention order again.

However, Haaretz reported that Ettinger remains under various restrictions, including a ban from the West Bank and East Jerusalem and a curfew. He is also barred from making contact with 93 people.

Following his detention, a judge noted that Ettinger encouraged acts of violence that harmed Israel’s security, and that he organized a violent revolt aimed at toppling the state.

According to Haaretz, in the original administrative detention order against Ettinger, Justice Avraham Tal noted that “according to intelligence information presented by the Shin Bet, in September 2013 Ettinger founded an organization that aimed to bring forward a violent revolt that would topple the Israeli state by carrying out acts that would hurt the state’s weak points. The revolt was meant to include four stages – public relations, recruitment of activists, the uprising’s breakout and the disturbances phase.”

It was also claimed that Ettinger was personally involved in the arson of a home in Khirbet Abu Falah in the West Bank in November 2014.

Sorgente: Israeli muderer of Dawabsheh family released – PNN

Estremisti ebrei ballano inneggiando alla morte del piccolo Ali Dawabsha

In un video diffuso dalla stampa israeliana si vedono estremisti ebrei ballare a una festa di matrimonio, inneggiando alla morte del piccolo Ali Dawabsha, bruciato vivo nella sua culla da coloni a luglio. Uno dei sospetti arrestati dopo la strage ha scritto un manuale su come appiccare incendi a chiese, moschee e case palestinesi. Eppure, il processo stenta a decollare

 

Dawabshe

di Giorgia Grifoni

Roma, 26 dicembre 2015, Nena News – Che fine hanno fatto i killer della famiglia Dawabsha? Le autorità israeliane, che all’indomani della strage di Douma avevano promesso “tolleranza zero” nei confronti dei perpetratori, fanno tanta fatica a trovarli e ancora di più a inchiodarli. Dopo la notizia, un mese fa, dell’arresto di due persone e delle remore della magistratura israeliana nel rinviarli a giudizio per “mancanza di prove”, la parabola sembra chiara: nessuno sembra preoccuparsi particolarmente di consegnare degli assassini alla giustizia.

Questo è ancora più vero se si pensa che circa una settimana fa un video controverso aveva cominciato a circolare sulla stampa israeliana: le immagini mostravano frotte di allegri estremisti ballare brandendo coltelli e fucili a una festa di matrimonio, accoltellando occasionalmente una foto del piccolo Ali Dawabsha, 18 mesi, morto carbonizzato nell’incendio appiccato da coloni nella sua casa di Douma, vicino Nablus, lo scorso luglio.

Il video, in realtà, non costituisce una prova per il processo, ma rappresenta perfettamente l’atmosfera di impunità che regna in Israele nei confronti dei criminali ebrei: inneggiare alla violenza nei confronti degli “arabi” sembra tollerato dalle autorità israeliane, in barba agli allarmi sull’intolleranza e sull’antisemitismo che da sempre Israele lamenta nei confronti dei suoi cittadini e di tutti gli ebrei.

Razzismo a parte, resta un mistero come lo Shin Bet non riesca a trovare i responsabili in ambienti così coesi e apertamente sospetti, nei Territori occupati come in Israele. Se è vero che quattro persone appartenenti alle frange dell’estremismo ebraico sono state poste in detenzione amministrativa subito dopo l’attacco ai Dawabsheh, è anche vero che a quasi sei mesi di distanza il ministro della Difesa Moshe Yaalon ha dichiarato che non ci sono “prove sufficienti” per incriminarli.

Deve essere veramente difficile per i pm israeliani venire a capo del caso, soprattutto quando uno dei sospetti posti in detenzione amministrativa è l’autore di un libro, “Regno del Male”, un vero e proprio manuale di istruzioni che spiega come bruciare moschee, chiese e case palestinesi, oltre a istruire gli adepti a formare “cellule segrete” per “santificare il nome di Dio” e “tenere la bocca chiusa durante gli interrogatori”.

Secondo Tal Mimran, ricercatore di sicurezza nazionale presso l’Istituto di democrazia israeliano sentito dall’Ap, il trattamento di impunità di cui godono gli estremisti ebrei sul campo – per esempio, durante l’occupazione delle colline di proprietà palestinese da parte della famosa “gioventù delle colline”, che mira a istituire nuovi avamposti ebraici illegali – può aver causato il protrarsi delle indagini, assieme alla mancanza di prove “fisiche” dell’attacco. Ottenere una confessione, poi, è difficile, perché – spiega Mimran – i sospetti ebrei “conoscono bene il sistema e sono ben coscienti dei loro diritti legali, al contrario del palestinesi”.

Sebbene i familiari dei sospetti estremisti abbiano denunciato “l’uso della tortura da parte dello Shin Bet per estorcere confessioni e chiudere il caso”, le analogie con i palestinesi finiscono qua. Nell’ondata di violenza che da tre mesi scuote i Territori occupati, infatti, per i palestinesi non c’è posto per impunità né per ritardi nelle indagini. Anzi, per velocizzare le operazioni di giustizia, si è assistito all’eliminazione dell’intero iter penale. Molti degli oltre 120 giovani uccisi dalle guardie israeliane sono stati infatti assassinati immediatamente sul posto, senza processo, anche quando non costituivano una minaccia diretta. Nena News

Sorgente: PALESTINA. Caso Douma: difficoltà o impunità?

Shin Bet: terroristi ebrei cercano di ‘rovesciare violentemente’ il governo

Betlemme-Ma’an. Giovedì 17 dicembre lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni di Israele, ha avvertito che un’organizzazione terroristica ebraica sta cercando di “rovesciare violentemente” il governo di Israele, secondo quanto riportato dai media israeliani.

I media israeliani hanno descritto la dichiarazione pubblica rilasciata dall’agenzia di sicurezza come una rara risposta a coloro che hanno diffamato lo Shin Bet in una campagna in difesa degli estremisti ebraici responsabili dell’incendio doloso mortale ai danni di una casa palestinese la scorsa estate.

I sospettati appartengono a un’organizzazione terroristica ebraica che il 31 luglio diede alle fiamme la casa della famiglia Dawabsha, provocando la morte immediata di un bambino di 18 mesi. I genitori del bambino morirono successivamente per le gravi ustioni riportate.

“Un’organizzazione terroristica ebraica è oggetto di indagine negli ultimi tempi e si sospetta che le sue attività includano gravi attacchi terroristici che hanno messo a rischio la vita e danneggiato luoghi sacri e proprietà”, ha dichiarato lo Shin Bet, secondo i media israeliani.

“Questa organizzazione aderisce a un’estrema ideologia antisionista che si è posta l’obiettivo di rovesciare violentemente il governo di Israele”, ha continuato lo Shin Bet.

“Gli attacchi terroristici che l’organizzazione è sospettata di aver commesso hanno portato, tra le altre cose, all’uccisione di tre palestinesi innocenti. Questo ha contribuito all’instabilità nella regione e peggiorato la questione della sicurezza”, ha aggiunto l’agenzia.

Nonostante la minaccia che l’organizzazione terroristica pone sia ai palestinesi che agli israeliani, lo Shin Bet ha affermato che alcuni individui stiano lavorando per prevenire i progressi dell’agenzia nelle indagini in corso sul gruppo.

“Con nostro rammarico, dagli arresti lo Shin Bet ha identificato uno sforzo energico e continuo per calunniare l’organizzazione e il suo lavoro e interromperne le attività”.

“Questo tentativo merita una piena condanna e non scoraggerà lo Shin Bet dal continuare il suo lavoro quale inviato dei cittadini dello stato di Israele, in linea con i valori nazionali”, ha affermato l’agenzia.

La dichiarazione dello Shin Bet è giunta qualche ora dopo la conferenza stampa tenuta dagli avvocati difensori dei sospettati, i quali hanno accusato l’agenzia di aver usato metodi di tortura durante gli interrogatori.

Nei mesi scorsi sono state ripetutamente espresse preoccupazioni da parte sia dell’opinione pubblica israeliana sia della comunità internazionale sull’aumento dell’influenza degli estremisti sulle politiche del governo israeliano.

Mercoledì Hanan Ashrawi, membro della commissione esecutiva dell’OLP, ha denunciato il fallimento di Israele nel perseguire i sospettati responsabili dell’incendio doloso contro la famiglia Dawabsha che di fatto tollera il comportamento violento dei coloni israeliani.

“Quando si tratta di criminalità o terrorismo ebraici contro vittime palestinesi, il sistema legale in Israele sembra sgretolarsi”, ha affermato il funzionario dell’OLP in una dichiarazione.

Mentre la leadership israeliana ha condannato a suo tempo l’attacco ai Dawabsha come “terrorismo” e giurato di consegnare i colpevoli alla giustizia, il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem ha criticato duramente la reazione definendola “sterile retorica”.

“Le condanne ufficiali a questo attacco sono vuota retorica fintantoché i politici continueranno la loro politica volta a evitare l’applicazione della legge sugli israeliani che danneggiano palestinesi e non affronteranno l’opinione generale e l’istigazione che funge da sfondo a questi atti”, ha affermato il gruppo a suo tempo.

Nel frattempo la disputa circa il fallimento di Israele nel consegnare alla giustizia i fautori dell’attacco terroristico della scorsa estate continua a contribuire alla tensione in corso nei territori palestinesi occupati.

Traduzione di Elisa Paganelli

Sorgente: Shin Bet: terroristi ebrei cercano di ‘rovesciare violentemente’ il governo | InfopalInfopal

Il mito della Brigata ebraica e una sopravvissuta del Ghetto di Varsavia

 

La ricorrenza del 25 aprile è stata segnata ancora una volta dalle polemica strumentali e dalle distorsioni storiche. Questa del 2013 passerà alla storia come quella della “Brigata ebraica partigiana” o anche come quella degli “israeliani che combatterono con i partigiani”. Della prima definizione si è fatto un gran parlare senza conoscere effettivamente la storia di questa brigata.

Politicamente sappiamo che piace molto alla destra, visto che elementi del Pdl milanese hanno sfilato dietro la bandiera della Brigata ebraica nel corteo del 25 aprile (con grande sconforto del giornalista Gad Lerner). Sulla seconda affermazione, dovuta ad un fanatico signore cagliaritano difensore di Israele, stendiamo un velo pietoso, visto che l’assurdità storica si commenta da sola.

Per correttezza storica, quindi, bisogna chiarire alcuni fatti sulla partecipazione di una brigata ebraica alla guerra di liberazione italiana.

In primo luogo bisogna tenere a mente che la storia della Resistenza italiana al nazifascismo nasce con il Comitato di Liberazione Nazionale, unione di soldati e popolo che hanno lottato contro l’occupante tedesco, e finisce con la liberazione delle grandi città del nord ad opera dei reparti partigiani italiani.

È una precisazione importante, perché la Brigata ebraica in questione non faceva parte delle formazioni partigiane italiane, si chiamava infatti Jewish Infantry Brigade Group ed era una formazione militare inquadrata nell’Ottava armata dell’esercito britannico.

La storia di questa brigata è da analizzare con attenzione. La sua struttura è composita: ci sono degli ebrei inglesi e alcuni addirittura vengono dalla Scozia; molti volontari vengono invece dalla Palestina mandataria britannica. E sono proprio questi ultimi volontari a creare all’interno della Brigata una struttura parallela ai comandi dell’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina sionista in Palestina.

A riesumare l’esistenza di questa struttura parallela è stata la giornalista Joanna Paraszczuk del “Jerusalem Post”, in una intervista pubblicata il 3 dicembre del 2010 al veterano della Brigata Mordechai Gichon, professore di archeologia classica all’università di Tel Aviv. La giornalista, nel commento all’intervista, rimarca le perplessità dei britannici nei confronti dei “volontari” ebrei che venivano dalla Palestina, tanto da negare loro la possibilità di avere ufficiali di commando: “The British Army prohibited Jewish soldiers from British Mandate Palestine from occupying senior positions in the Brigade, so the Hagana created its own secret leadership structure, led by 28-year-old Shlomo Shamir. Its covert mission would become clear after the war was over”.

L’Haganà creò dunque la sua struttura segreta con relativo commando. L’amministrazione

britannica non riconosceva pubblicamente l’Haganà, anche se l’organizzazione sionista partecipò in maniera attiva nella repressione della rivolta araba del 1936-1939, in difesa degli interessi coloniali britannici (si legga a questo proposito il bel saggio di Ghassan Kanafani sulla rivolta in Palestina del 1936-39).

La brigata, dopo aver partecipato ad alcune azioni belliche, iniziò subito dopo la guerra a

distinguersi per le sue attività illegali. Gli uomini dell’Haganà cercavano infatti sopravvissuti da portare forzatamente e illegalmente in Palestina, finché i britannici non furono costretti a sciogliere la brigata: “In July 1945, the British disbanded the Brigade, feeling they could no longer tolerate the illegal activities. A year later, the final convoy of Brigade soldiers returned home to Eretz Israel. When the State of Israel declared its independence in 1948, the battle-hardened and experienced Jewish Brigade soldiers helped organize and train the Israel Defense Forces”.

L’esperienza militare acquisita da questi combattenti sionisti, contribuì quindi alla nascita

dell’esercito israeliano. Mordechai Gichon tiene comunque a precisare alla giornalista il suo punto di vista su quello che successe dopo la guerra. “’After the war, the attitude of the British to the Jews changed.’ Churchill lost the 1945 general election, and the new Labour government was decidedly less sympathetic toward the Jews. ‘Ernest Bevin, the new Foreign Minister, was anti-Semitic and anti-Israel,’ says Gichon. ‘He did not want the Jews to go to Israel.’”

Ovviamente quelli che non sono d’accordo con i sionisti sono sempre anti-semiti e anti-Israele, e i britannici entrarono nella lista.

Questa è dunque la vicenda della Brigata ebraica contaminata dall’Haganà. Rimando ogni

approfondimento sulla storia segreta della brigata al documentario Their Own Hands. The Hidden Story of the Jewish Brigade in World War II del filmmaker di Chicago Chuck Olin; mentre per l’organizzazione Haganà e la nascita dello stato di Israele, invito alla lettura del libro di Ilan Pappe La pulizia etnica della Palestina.

Ben diversa invece la partecipazione degli ebrei italiani alla guerra di liberazione, che facevano parte in ordine sparso dei diversi gruppi di partigiani. Grazie anche al loro sacrificio è stato possibile sconfiggere il nazifascismo, e grande è la riconoscenza che a loro dobbiamo. Pur non essendo organizzati come gruppo partigiano, esisteva una organizzazione ebrea legale, la “Delasem”, che si occupava soprattutto di assistenza ai profughi ebrei. Se in Italia il contributo degli ebrei è avvenuto nelle fila delle formazioni partigiane, di enorme importanza è stata invece la rivolta ebraica (aprile/maggio del 1943) del Ghetto di Varsavia, avvenuta mentre si stavano verificando le ultime deportazioni in direzione dei campi di sterminio. Chavka Fulman-Raban, una donna tra i pochi superstiti viventi del Ghetto di Varsavia, ha tenuto di recente un discorso commemorativo illuminante, per la pace, contro l’occupazione israeliana e per la libertà dei popoli. “Ribellatevi all’occupazione”, dice Chavka Fulman-Raban. “È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo.” Riporto quasi integralmente il suo discorso nella traduzione italiana, giusto per far capire la differenza che passa tra una guerra di liberazione contro l’occupante militare e una brutale occupazione militare in nome di una grande tragedia umana: la Shoah. Stiamo avvicinandoci alla fine della generazione Shoah e di quella del ghetto di Varsavia. Ho sentimenti contrastanti e pensieri sul passato, presente e futuro. Io vi racconto un’esperienza. Primavera 1942. Ero un corriere per un’operazione segreta ed ero andata a trovare un mio amico del movimento giovanile, Dror Bachrubishov, nella Polonia orientale occupata. Dalla finestra della piccola stazione ferroviaria ho visto accanto ai binari della ferrovia una grande folla: migliaia di uomini, donne e bambini. Li sorvegliavano i tedeschi a cavallo. Ho notato quattro ragazzi che scavavano una fossa. I soldati hanno sparato e vi sono caduti dentro. Il mattino seguente il campo era vuoto. I treni li avevano portati alla morte. Capii che questo era l’inizio della Shoah. Consapevole di questa terribile verità sono tornata nel ghetto di Varsavia: era importante trovare armi, soprattutto dopo la deportazione di 300.000 ebrei da Varsavia a Treblinka durante l’estate del 1942. Il 19 aprile 1943, 70 anni fa, scoppiò la rivolta ebraica. Io non ne facevo parte: ero stata arrestata durante le operazioni di resistenza a Kharkov

ed era stata portata ad Auschwitz. La maggior parte dei miei amici sono morti e il mio cuore non li dimentica . Lasciate nei vostri cuori e nei vostri ricordi un posto per loro: la generazione più giovane che è caduta nell’ultima battaglia. Continuate la ribellione. Una ribellione diversa, ora contro il male, anche il male accade nel nostro paese. Ribellatevi contro il razzismo, la violenza e l’odio verso chi è diverso. Contro la disuguaglianza, le disparità economiche, la povertà, l’avidità e la corruzione. Rafforzate l’educazione umanistica, i valori dell’etica e della giustizia. Ribellatevi contro l’alcolismo e il fenomeno terribile degli attacchi contro gli anziani. Ribellatevi all’Occupazione. È vietato per noi governare un altro popolo, opprimere un altro popolo. La cosa più importante per noi è raggiungere la pace e porre fine al ciclo del sangue. La mia generazione sognava la pace. Ho così voglia di raggiungerla. Tutte le mie speranze sono con voi. (Da frammentivocalimo.blogspot.it)

27 aprile 2013

 

thanks to: Giuseppe Pusceddu

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