Giannini: l’oppressione israeliana non è parte di noi!

Il Ministro Giannini
Il Ministro Giannini

Comunicato della Campagna Stop Technion in risposta alla recente visita in Israele della Ministra Giannini, di alcuni esponenti della Conferenza dei Rettori e di alcune accademiche/i italiane/i

Mentre il movimento BDS continua a crescere, anche in campo culturale e accademico (PACBI), aumentano gli sforzi diplomatici di alto livello per contrastarlo. Questo dimostra come il movimento BDS sia ormai divenuto una delle principali minacce internazionali alle politiche di occupazione, colonialismo e apartheid di Israele, e alla normalizzazione delle relazioni con Israele, invitando a non collaborare ad attività che presentino il rapporto tra palestinesi e israeliani come simmetrico e che occultino le relazioni di potere e le violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti dei palestinesi.

L’Italia sembra voler schiacciarsi completamente sulle richieste del governo Netanyahu e dunque voler assumere un ruolo di primo piano in Europa negli sforzi anti-BDS, anche in risposta alla Campagna Stop Technion, che si è dimostrata—in termini di adesioni—tra le più partecipate in Europa. Molto resta ancora da fare, ma è indicativo che il 2 giugno la Ministra dell’Educazione Giannini, alcuni membri della Conferenza dei Rettori e una delegazione di docenti italiani abbiano deciso di celebrare la Festa della Repubblica in Israele per commemorare i quindici anni dalla sigla dell’accordo di collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra Italia e Israele, e con il preciso intento di contrastare il crescente numero di adesioni alla Campagna Stop Technion e al BDS/PACBI.

Dopo aver incontrato il Ministro dell’Educazione israeliano di estrema destra Naftali Bennett—uno che non riconosce la legittimità della richiesta palestinese di uno stato indipendente, che si vanta di “aver ucciso molti arabi” e che in un discorso ufficiale all’Università di Tel Aviv ha descritto i palestinesi come “ladri di macchine e case” — e altri esponenti politici israeliani, Giannini ha spiegato che l’Italia è l’unico paese che ha “dichiarato ufficialmente la sua posizione [contro il boicottaggio…]”. In riferimento a Stop Technion, Giannini ha aggiunto: “Quando 300 studiosi hanno firmato una petizione per boicottare Israele, la Conferenza dei Rettori e la comunità scientifica ha reagito fortemente e chiaramente, diversamente da quello che avviene in altri paesi”.

Effettivamente Giannini e i Rettori—anche su pressioni e ingerenze dell’ambasciata israeliana negli affari accademici italiani—nei primi mesi del 2016 hanno reagito fortemente alla Campagna, tanto da violare i più basilari principi di libertà accademica e di espressione, e cercando ripetutamente, ma invano, di soffocare il dibattito sul tema. Le azioni di censura sono state molteplici (si veda qui e qui), tanto che importanti organizzazioni accademiche internazionali, tra cui la Middle East Studies Association degli Stati Uniti, hanno condannato le iniziative repressive e di censura del Ministro e di alcuni Rettori.

La Campagna Stop Technion, forte di 340 adesioni tra accademici/che, continuerà a denunciare il clima intimidatorio che Ministra, Rettori e altre componenti del mondo accademico e politico italiano stanno costruendo in risposta a al diritto fondamentale di boicottare e astenersi da rapporti con stati che, come Israele, da decenni commettono gravissime, ripetute e sistematiche violazioni di diritti umani e negano un diritto fondamentale internazionalmente riconosciuto come il diritto all’autodeterminazione. Il diritto al boicottaggio comprende anche il diritto all’astensione dall’intrattenere rapporti normali con istituzioni che, come le istituzioni accademiche israeliane, in decenni di sistematiche violazioni della libertà accademica e dei più fondamentali diritti umani dei/delle loro colleghi/e palestinesi, non hanno preso alcuna posizione ufficiale di condanna, ma anzi sono andate a saldarsi organicamente con esse, fornendo gli strumenti ideologici e tecnologici per la continuazione dell’oppressione.

Le principali organizzazioni per i diritti umani, tra cui l’International Federation of Human Rights (FIDH), Human Rights Watch e Amnesty International, hanno ribadito che il movimento BDS è un movimento che lotta per i diritti umani, condannando le intimidazioni contro gli attivisti, mentre crescono le voci, anche tra i governi europei e le organizzazioni della società civile, che difendono il diritto al boicottaggio in quanto tutelato dalle leggi sulla libertà di espressione. Continueremo, insieme ai nostri colleghi e alle nostre colleghe palestinesi, israeliane e di altre nazionalità, a riaffermare il diritto al boicottaggio e continueremo ad adoperarci perché esso continui ad essere discusso e a crescere in Italia, dentro e fuori dall’accademia.

Il 2 Giugno il Ministro Giannini, i Rettori e la delegazione di docenti recatisi a Tel Aviv hanno ribadito le loro contraddizioni interne. Hanno fatto un uso alquanto singolare del concetto di libertà accademica. Da un lato hanno (ri)promesso al governo israeliano di più estrema destra della storia di Israele di continuare la repressione della libertà accademica e la censura dei docenti italiani che a casa intendono contestare le politiche israeliane; dall’altro hanno fatto un voto di fedeltà incondizionato all’accademia israeliana e promesso di rafforzare i rapporti con un mondo che è ampiamente complice delle gravi e sistematiche violazioni dei diritti del popolo palestinese. Sì perché quando la Ministra Giannini, citando Renzi, ha affermato che “Israele è una parte di noi” e dunque non può essere boicottato, in realtà ha ribadito che a Israele non possono essere poste condizioni, ma solo fedeltà. Se Giannini e Renzi intendono dire che gli espropri di terre, le espulsioni, le violazioni delle libertà di movimento, gli omicidi quotidiani, le migliaia di morti delle ultime guerre su Gaza, il furto d’acqua, i muri, le misure di colonizzazione e apartheid e le sistematiche violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele sono una parte di noi, allora noi ribadiamo il nostro “No! L’oppressione israeliana non è parte di noi!”

Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion

thanks to: stoptechnionitalia

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

L’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo, ha scritto al ministro dell’Istruzione Giannini per esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni

Sul tavolo del ministro all’Istruzione Stefania Giannini è arrivata una lettera di Beth Baron, presidente della Middle East Studies Association of North America (Mesa) l’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo. La Commissione sulla libertà accademica attivata dagli statunitensi esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds) contro Israele. Gli statunitensi scrivono che se sono “consapevoli che il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane è un argomento estremamente teso, mettere a tacere una discussione libera e aperta su di esso nei campus universitari costituisce una grave violazione della libertà accademica”. Infatti, “in ciascuno di questi casi, il rettore dell’università ha negato o revocato l’accesso alle strutture universitarie” – oppure ostacolato, come nel caso de La Sapienza, a Roma.

Violate norme elementari del dibatto democratico
Nel sottolineare la preoccupazione che così facendo si possa “creare un ambiente ostile”, nella lettera si ribadisce che “La libertà accademica di impegnarsi e promuovere la discussione e il dibattito sull’occupazione israeliana della terra palestinese è un diritto fondamentale, e la sua violazione, attraverso qualsiasi forma di soppressione della discussione aperta sulla questione boicottaggio viola le norme più elementari di espressione democratica”. La lettera dei 3000 studiosi di Mesa si conclude con un’”esortazione”, rivolta anche alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), a “sostenere una discussione e un dibattito aperti sul BDS presso le università italiane”. Un diritto per le università e per gli studenti – chiudono.

La lettera statunitense è la più pesante, ma non è la sola: si sono espressi già pubblicamente gli studiosi della British academics for the Universities of Palestine (Bricup) e gli Accademici irlandesi per la Palestina. Tutti insistono sullo stesso punto: non si tratta di sostenere o meno il BDS, ma di dare spazio al dibattito. E dettagliano la situazione italiana durante la settimana dell’Israeli Apartheid Week.

“BDS? la galera”
Non è passato inosservato il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, dichiarandosi favorevole (Pagine Ebraiche, 23 febbraio 2016) alla perseguibilità penale dei sostenitori BDS, a cui non ha “intenzione di lasciare spazio (…)”. Perché è “fondamentale affermare che l’odio è incompatibile con lo spirito e i valori accademici (…)”.

I primi segnali, scrivono britannici e irlandesi, sono del 2015, quando l’Università di Roma Tre all’ultimo minuto revocò l’aula allo storico israeliano Ilan Pappe, ma “la drammatica soppressione e demonizzare del dibattito sull’attivismo in solidarietà con la Palestina” ha raggiunto il suo culmine nella condanna ai promotori della Campagna Stop Technion – scrive Bricup.

A Cagliari, il rettore ha minacciato le vie legali, ma gli studenti hanno proseguito nell’azione, rilanciando il loro appoggio alla Campagna Stop Technion. E così a Torino, stessa dinamica. A Catania, invece, dove il mese scorso si sono ritrovati gli studiosi della Società Italiana di Studi sul Medio Oriente (SESaMO), per il loro meeting annuale, il rettore Giacomo Pignataro ha censurato il panel sul BDS, anche se era stato già approvato dal board scientifico. E 93 studiosi (praticamente metà associazione) si sono ribellati. Risultato: molti panel sono saltati, mentre altri sono stati trasformati in occasioni di dibattito sul BDS stesso, sulla libertà accademica o su quella d’espressione. E alla fine è proprio in Sicilia che è nato il primo Comitato per la libertà accademica italiano.

Molte le voci sulle pressioni dell’ambasciatore d’Israele. A Roma sono state rivendicate da Pagine Ebraiche: “Ogni eventuale decisione in merito (allo svolgimento dell’Israeli Apartheid Week, ndr), compresa la possibilità che l’incontro sia annullato, spetterà adesso al rettore Eugenio Gaudio (cui si è rivolto anche l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e che proprio in questi minuti si starebbe confrontando sul da farsi con i suoi più stretti collaboratori)”. A Cagliari, è stata fatta domanda di accesso agli atti, perché è forte il sospetto che l’ambasciata non abbia solo “telefonato”, voce dei primi momenti, ma abbia scritto – del resto, nel caso Trieste è l’ambasciatore stesso a far pensare a una prassi consolidata.

Il BDS sta vincendo
La crescente preoccupazione israeliana ha preso corpo nella prima conferenza (organizzata a Gerusalemme da Ynet, sito che fa capo a Yedioth Ahronoth) dedicata al contrasto del BDS. Stando ai report delle testate israeliane +972 e Mondoweiss si è svolta all’insegna di un messaggio paradosso: “Il BDS non è una minaccia, ma va preso molto sul serio”. Gli unici a parlar chiaro sono stati gli industriali: i danni ci sono. Ma a dare corpo alla preoccupazione è stata la presenza di tutti i ministri più importanti – Esteri e istruzione per esempio – di personalità della cultura, dei maggiori imprenditori israeliani, dei giornalisti e dell’intelligence – speaker che si sono susseguiti per tutto il giorno di fronte a un migliaio di persone.

E che ha visto nelle parole del ministro per i Trasporti e l’Intelligence, Yisrael Katz, il momento più grave. Lo segnala, tra gli altri, Euro-Mediterrean Monitor, che ha tra i suoi garanti il giurista Richard Falk, ex Rapporteur Onu per i territori occupati. Quando Katz ha parlato di “sforzo mirato di prevenzione civica” contro gli attivisti BDS, “isolandoli e passando informazioni su di loro alle agenzie di intelligence di tutto il mondo” per Ramy Abdu, capo di Euro-Monitor, è un invito a eliminare gli attivisti – “pericoloso e senza precedenti”. Tra i più nominati durante tutta la giornata anti-BDS, Omar Barghouti, il portavoce più in vista del movimento palestinese.

Per Ron Lauder, capo del Congresso mondiale Ebraico, il BDS “avvelena le menti dei giovani ebrei americani”. E ha giurato di rendere illegali i boicottaggi economici”, indicando nella Francia lo stato apripista, dal momento che è l’unico paese europeo dove il boicottaggio sia reato. Le pressioni israeliane, anche su questo aspetto, sono fortissime anche negli Stati Uniti – come ormai ampiamente documentato -, ma data la “sacralità” del Primo emendamento si concretizzano, da un lato, in liste di proscrizione, azioni legali, di discredito e di intimidazione contro gli attivisti, dall’altro, nel proporre disegni di legge e risoluzioni che svantaggino le aziende che decidano di interrompere il commercio con gli insediamenti illegali (come richiede, ad esempio, l’Europa).

thanks to: Ilfattoquotidiano

Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni? Un’intervista a Omar Barghouti

A gennaio in Italia è stato lanciato Stop Technion, un appello nazionale per il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. L’appello, che si unisce ad altre iniziative internazionali che hanno visto studiose e studiosi di molti paesi prendere posizione a favore del boicottaggio, ha superato le 330 firme.

In seguito a varie forme di pressione politica da parte di alcuni rettori delle nostre università e dell’ambasciata israeliana, molti eventi universitari di discussione sul BDS e sul boicottaggio accademico organizzati da studenti e studiosi italiani, da Cagliari, a Torino, a Roma, sono stati censurati; cancellata la disponibilità di aule; e nel caso del convegno nazionale degli studiosi italiani di Medio Oriente (SeSaMo 2016), il rettore dell’Università di Catania, che ospita il convegno, ha imposto la cancellazione di un panel di discussione sul BDS dal programma ufficiale della conferenza. Di fronte alla pressoché totale assenza di voci palestinesi nel dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione dell’appello Stop Technion, e per capire meglio le ragioni dietro questo quadro nazionale di violazione della libertà di discussione accademica, anche di temi delicati come il BDS, pubblichiamo in versione integrale un’intervista di Ranieri Salvadorini a Omar Barghouti (co-fondatore del PACBI, Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel) precedentemente uscita su «Il Fatto Quotidiano».     

 Omar Barghouti, il co-fondatore del MovimentoBDS, a Bruxelles nel 2015. Fonte +972 Magazine

Omar Barghouti a Bruxelles nel 2015. Fonte: +972 Magazine.

Ranieri Salvadorini : Qual è lo stato di salute del BDS? E a quali risultati ha portato fino a oggi?

Omar Barghouti: L’impatto del movimento nell’isolare il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid è ora riconosciuto dai vertici della politica, della sicurezza e dell’industria israeliane. Dal 2013 il contrasto al  BDS è stato affidato al ministero degli affari strategici. Lo stesso Ehud Barak (ex primo ministro israeliano, ndr) ammette che il movimento sta raggiungendo un “punto di svolta”, e l’ex capo del Mossad Shabtai Shavit ha scritto che “numerosi ebrei ne sono membri”, per questo rappresenta una sfida “critica”. L’elezione del governo della destra più estrema e razzista nella storia d’Israele ha svelato il suo vero volto di regime di oppressione. Questo ha aumentato la sofferenza palestinese, certo, ma ha anche intensificato la crescita, già impressionante, del BDS.

Un sondaggio di Globescan per la BBC sull’opinione pubblica internazionale ha mostrato Israele, negli ultimi anni, in costante concorrenza con la Corea del Nord in popolarità nel mondo – anche nelle più grandi nazioni europee.

R. S.: In Italia, parte della stampa mainstream ha accolto il boicottaggio accademico titolando “Hamas ringrazia”, riferito alle affermazioni pubbliche sul sito di Hamas. Secondo lei quali sono le ragioni di questa associazione al BDS?

O. B.: Il boicottaggio accademico è sostenuto dalla maggioranza assoluta della società civile palestinese, inclusi i sindacati accademici. Le università palestinesi, con una sola eccezione, hanno boicottato le università israeliane a partire dalla metà degli anni Novanta. Recentemente, le principali associazioni di accademici negli Stati Uniti come l’American Anthropological Association, l’American Studies Association e la National Women Studies’ Association hanno adottato il boicottaggio istituzionale delle università israeliane.

E così in Sudafrica, Brasile, Irlanda, Italia, Belgio, Canada, e altrove, hanno promesso di rispettare il boicottaggio accademico di Israele. I corpi rappresentativi degli studenti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Canada hanno adottato misure di disinvestimento dalle compagnie complici delle violazioni israeliane del diritto internazionale.

Di conseguenza, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito il boicottaggio accademico come una “minaccia strategica di massimo livello” per il regime. Non c’è da stupirsi che i media influenzati da Israele, in Italia e altrove, stiano facendo gli straordinari per cercare di minare questo significativo successo.

R. S.: I suoi articoli sono stati pubblicati sui quotidiani americani mainstream come il «New York Times» e il «Boston Globe». Qual è il pubblico che legge i suoi articoli e con cui Lei discute il BDS? Quali sono le principali sfide di questo dibattito attraverso cui il BDS sta diventando mainstream?

O. B.: Il movimento BDS sta avendo spazio in una porzione significativa dei media mainstream di tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, dove far sentire la nostra voce è particolarmente importante. Chiese, sindacati, associazioni di donne, gruppi per i diritti dei neri, dei latini e degli indigeni, gruppi studenteschi, reti LGBTQ, gruppi ebraici progressisti, tra gli altri, sono il nostro pubblico, e molto spesso i nostri alleati.

La nuova strategia di Israele per combattere il BDS comprende la guerra legale, campagne di propaganda di massa e lo spionaggio degli attivisti e attiviste e delle reti per i diritti umani che sostengono il BDS. Per attuare questa strategia aggressiva e repressiva, Israele si serve dei suoi alleati di destra e apertamente razzisti in Occidente.

Tuttavia, ricorrendo a misure estreme di bullismo, corruzione, intimidazione e coercizione, Israele sta creando un “nuovo maccartismo” e trasformando la fedeltà incondizionata a Israele in una sorta di test di lealtà, alienandosi la maggior parte dei suoi sostenitori liberali, tra cui gli attivisti ebrei più giovani che non possono più conciliare i loro valori liberali con la realtà razzista e coloniale del Sionismo.

Israele sta agendo con disperazione e panico irrazionali, perché si rende conto che sta perdendo la battaglia per i cuori e per le menti. I palestinesi sono finalmente prossimi al loro ‘momento sudafricano’.

R. S.La ricerca, sostengono i rettori delle università che collaborano con il Technion, è un luogo d’incontro dove “non valgono le ragioni della politica, ma quelle della scienza”. Il rettore del Politecnico di Torino, tra l’altro, ha specificato che l’università si limita a “collaborare su acqua e energie”. Perché boicottare la “buona ricerca” del Technion, definito il MIT di Israele?

O.B.: Le università tedesche hanno prodotto ottima scienza negli anni Trenta, e così in Sudafrica, sotto l’apartheid. E allora? Se l’accademia è complice di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, come il Technion e le altre università israeliane, si deve chieder loro conto di questo, non della “buona ricerca” prodotta.

Chiediamo un boicottaggio del Technion a causa del suo profondo coinvolgimento e della sua collaborazione con l’esercito israeliano, che include la produzione di tecnologia militare usata da Israele per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza e altrove.

Come ha detto l’arcivescovo Desmond Tutu: «Le università israeliane sono una parte intima del regime israeliano, per scelta attiva. Mentre i palestinesi non sono in grado di accedere a università e scuole, le università israeliane producono ricerca, tecnologia, argomenti e leader per mantenere l’occupazione».

R.S.: ln risposta alla petizione italiana, il rettore del Technion ha dichiarato che «il 20 per cento degli studenti del Technion sono arabi: stessa percentuale della minoranza araba rispetto alla popolazione israeliana». Dove sarebbe la discriminazione, di cui lo accusa il BDS? 

O. B.: Molte istituzioni sudafricane avevano maggioranze nere, ma rimanevano istituzioni razziste. Il razzismo non ha nulla a che fare con percentuali e numeri, ma con una struttura egemonica che disumanizza gruppi indesiderati e nega loro uguali diritti. Nessuna propaganda può occultare il razzismo e la complicità del Technion, è tutto molto ben documentato.

R.S.: Un’accusa frequente contro il BDS, che muovono soprattutto le grandi firme, è quella di antisemitismo, “mascherato da retorica antisionista”, che sarebbe “propria di certa sinistra, europea e statunitense”.

O.B.: L’ideologia sionista è intrinsecamente razzista e affermare che il boicottaggio di Israele sia anti-semita è di per sé una dichiarazione antisemita, perché stabilisce un’equivalenza tra Israele e “tutti gli ebrei”, come se si trattasse di un blocco monolitico rappresentato esclusivamente da Israele. Chiunque neghi la diversità ebraica e dica che tutti gli ebrei sono uno, e lo stesso, è un antisemita. E i sionisti spesso rientrano in questa categoria.

Israele ha paura perché il BDS rifiuta categoricamente ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo, e chiede parità di diritti per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro identità. Il BDS si rivolge a Israele e alle entità che sono complici nel suo regime di oppressione, basandosi sul fatto che questo regime nega ai palestinesi i loro diritti stipulati dall’ONU in base al diritto internazionale. Il BDS colpisce le complicità, non le identità.

R. S.: Eppure in Europa le accuse di antisemitismo fanno particolarmente presa … 

O.B.: La macchina della propaganda sionista accusa immediatamente qualsiasi sostenitore di BDS di “antisemitismo” — una forma di bullismo e di repressione di ogni dissenso. Questa tattica agghiacciante è particolarmente usata contro gli europei che sostengono il boicottaggio, dato il senso di colpa per l’Olocausto e dopo decenni in cui Israele ha sfruttato questa colpa per spingere gli europei alla complicità con il suo regime di oppressione contro i palestinesi, con relativo successo.

Ma questa tattica non funziona con i palestinesi, che sono le vittime del Sionismo e del suo progetto coloniale, e che non hanno avuto alcun ruolo nell’Olocausto e non dovrebbero pagare per questo crimine con i loro diritti.

R.S.: Perché il BDS spaventa così tanto Israele?

O. B.: Israele sta usando ogni inganno possibile per combattere il BDS: è in difficoltà a combattere un movimento non violento, moralmente coerente, che si basa sul diritto internazionale e aderisce rigorosamente ai principi della Dichiarazione universale dei diritti umani. A disturbare Israele c’è anche la rapida crescita del numero di giovani attivisti ebrei tra le fila del BDS. Questo ha costretto il regime a ricorrere alla sua arma preferita: attaccare il movimento con accuse ridicole e infondate, che ripete attraverso la sua massiccia rete di propaganda.

RS: Esiste nessun rischio che organizzazioni e forze anti-semite in Europa sfruttino e cooptino il movimento BDS?

O.B.: Il BDS ha tolleranza zero per gli antisemiti. Ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo, confligge in modo fondamentale con i nostri principi sui diritti umani. Non vi è quindi alcuna possibilità per tali razzisti di infiltrarsi o cooptare il movimento e la sua unita leadership palestinese.

Israele, d’altra parte, è diventato tra i migliori amici dei fondamentalisti cristiani fanatici negli Stati Uniti e delle forze di estrema destra xenofobe in Francia, Belgio, Regno Unito e anche in Germania, ignorando il loro implicito o spesso esplicito antisemitismo.

Il Sionismo ha sempre visto l’antisemitismo in modo utile per il suo progetto coloniale. I principali leader storici sionisti, come Jabotinsky, hanno apertamente ammirato e collaborato con i fascisti italiani.

R. S.: Perché boicottare proprio Israele – vi si chiede – e occuparsi della Palestina, quando ci sono anche altri paesi dove la violazione dei diritti umani è prassi quotidiana? 

O.B.: Accusare gli oppressi perché resistono agli oppressori è ipocrita e intellettualmente disonesto. Peggio, non ha senso. Quando Rosa Parks e il movimento per i diritti civili hanno dato il via alla campagna di boicottaggio contro la compagnia Montgomery Bus per le sue politiche di discriminazione razziale, quell’attacco era ipocrita perché altre compagnie in Messico e in Sudafrica si stavano comportando addirittura peggio?

Come ha detto Desmond Tutu, l’apartheid sudafricano non era la più grande forma di violazione dei diritti umani se comparato con le pratiche di genocidio su ampia scala messe in atto in altre parti del mondo. Cosa avrebbero dovuto fare i sudafricani? Combattere contro le altre forme di oppressione prima di combattere contro l’apartheid?

Se l’accusa è diretta a chi è solidale con la lotta palestinese, allora è del tutto fuori luogo. Quasi tutti i sostenitori internazionali del BDS contro Israele sono attivi anche in altre lotte per la giustizia, per i diritti umani e per i diritti civili. Inoltre, essi stanno semplicemente rispondendo a un invito proveniente dalla maggioranza assoluta della società civile palestinese. Infine, coloro che in Occidente si uniscono al BDS lo fanno mossi da un profondo obbligo morale per compensare i danni che i soldi delle loro tasse stanno facendo alle vite palestinesi. Dato che i loro governi quasi-democraticamente eletti sono profondamente coinvolti nel mantenimento del regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid, questo genera la responsabilità etica di porre fine a questa complicità.

I governi occidentali non sostengono i regimi della Corea del Nord o il regime sudanese nelle loro violazioni dei diritti umani. Ma hanno invece stretto con Israele un rapporto molto speciale, privilegiato e ipocrita che mantiene il suo sistema oppressivo e lo protegge dalle responsabilità internazionali. I cittadini devono assumersi la responsabilità di porre fine a questa complicità.

R. S.: Che idea si è fatto di questo gap di adesioni tra gli accademici Usa, storico alleato di Israele, e il basso/timido numero europeo.

O. B.: Non sono sicuro che la premessa contenuta nella sua domanda sia precisa. Il supporto per il BDS può essere “timido” in Italia, in Germania e in Europa orientale, ma è indubbiamente consistente nel Regno Unito, in Spagna, Norvegia, Svezia, Irlanda, nei Paesi Bassi e in molti altri stati.

Il sondaggio della Globescan per la BBC sull’opinione internazionale nel corso degli ultimi anni ha costantemente mostrato che maggioranze di due terzi in tutta Europa vedono Israele “prevalentemente in modo negativo.”

Tornando agli Stati Uniti, il BDS lì è davvero a un punto di svolta. Sta causando una costante erosione della reputazione di Israele nel Partito democratico e tra gli afroamericani, tra i latinoamericani, le donne e i giovani americani, ebrei americani inclusi. Il lavoro di Israele negli Stati Uniti si sta facendo complicato. Sta arrogantemente cercando di delegittimare il boicottaggio, una tattica radicata nel tempo di resistenza all’ingiustizia, negli Stati Uniti, e una forma di attivismo protetto, come deciso dalla Corte Suprema. Rosa Parks e Martin Luther King si staranno rivoltando nelle loro tombe.

Secondo un recente sondaggio, il 76% dell’”élite d’opinione” del Partito Democratico riconosce che Israele ha “troppa influenza” nel plasmare la politica estera americana, il 47% vede Israele come “stato razzista”, e il 31% è pronto a sostenere il BDS, dopo essere stato informato sul movimento.

Il supporto degli ebrei americani per il BDS sta crescendo abbastanza velocemente. Un sondaggio del 2014 realizzato da un gruppo di lobby israeliana negli Stati Uniti, per esempio, rivela che il 15 % degli ebrei americani sostengono il boicottaggio contro Israele.

Il Congresso può ancora essere un territorio occupato da Israele, ma la base di sostegno di Israele si sta assottigliando rapidamente.

R.S.: L’utilizzo del sapere all’interni di un conflitto può essere neutrale?

O.B.: La scienza, l’arte, la cultura non sono mai neutrali in una situazione di oppressione. Come nel Sudafrica dell’apartheid, sono utilizzati dal regime di apartheid israeliano per consolidare e sostenere il suo regime di oppressione razzista e coloniale.

Cooperare con le istituzioni accademiche e culturali israeliane, anche nel produrre il risultato scientifico più “apolitico”, è quindi sempre politico, in quanto stende un mantello di legittimità su queste istituzioni per coprire il loro lato criminale, la loro profonda complicità nella pianificazione, implementazione, giustificazione e mascheramento delle politiche di occupazione e apartheid di Israele.

Gli accademici italiani — ed altri — che ora sono riluttanti a sostenere un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, pur avendo in passato approvato o anche lottato per implementare il boicottaggio accademico generalizzato contro tutte le istituzioni d’apartheid sudafricane, sono in grave difficoltà a spiegare questa singolare incoerenza.

R. S.: Alcune persone critiche sostengono che se si adottasse la logica del BDS e si boicottasse il Technion per la sua collaborazione con la violenza di stato, allora si dovrebbero boicottare le principali istituzioni accademiche mondiali per la loro collaborazione scientifica con i loro governi e le loro politiche militari. Come risponde a questa critica?

O. B.: Le università israeliane hanno una forma molto particolare di collaborazione e complicità con lo Stato, l’esercito e l’industria militare, come i massimi esperti israeliani rivelano. Il professore dell’Università di Tel Aviv Avraham Katzir ammette che molte figure di spicco della ricerca accademica israeliana sono coinvolti anche nella ricerca militare:

Sono un accademico all’università e ho fatto il mio servizio militare, e sono stato anche alla RAFAEL [produttore statale di armi] per alcuni anni.

Tutte queste cose si uniscono; noi [accademia e esercito] ci stiamo aiutando reciprocamente — una cosa che non accade [altrove]. Sono stato negli Stati Uniti e in Europa, e c’è uno scollamento tra le attività [accademiche] e l’esercito; odiano l’esercito! Credo che il nostro successo risiede fatto che ci aiutiamo l’un l’altro così tanto.

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thanks to: il lavoro culturale

 

“Stop Technion”

 

La pubblicazione di un appello, sottoscritto da alcune centinaia di docenti delle università italiane, in cui è annunciata la decisione di rinunciare alla collaborazione con il Politecnico di Haifa, Technion, ha scatenato – come era prevedibile – molte reazioni e critiche severe ai firmatari. Rispondere nel dettaglio a tutte queste accuse non è possibile, ma è necessario, invece, farlo a quelle più pesanti.
La più diffusa e ripetuta ossessivamente è quella di antisemitismo, anche se tra i firmatari vi sono numerose persone di origine ebraica. Non è una novità che le critiche verso lo Stato di Israele, o segmenti della società israeliana come in questo caso, vengano sbrigativamente – non solo dal governo israeliano e dalle sue istituzioni – liquidate come “nuove forme di antisemitismo” che secondo questa tesi al giorno d’oggi si maschererebbero da “antisionismo”. Questa tesi è particolarmente contraddittoria, oltre che falsa, perché si scontra con la volontà espressa tanto dallo Stato di Israele e le sue leadership politiche, quanto dai loro sostenitori, di essere un Paese come gli altri, che aspira alla “normalità”; perché allora non è criticabile?
Sicuramente, l’antisemitismo come forma di razzismo non è scomparso ed è da combattere sotto ogni sua forma. Ma è altrettanto vero che tacitare ogni critica, anche la più velata, con l’accusa di antisemitismo è ridicolo ed altrettanto scandaloso, ma ciò non implica assolvere lo Stato di Israele dalle sue responsabilità nel conflitto contro i palestinesi. Ancora oggi, dopo 69 anni, Israele non ammette le sue responsabilità nella Nakba (“catastrofe” , in arabo), ossia l’espulsione di massa dei palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il 1949, da parte delle truppe sioniste, successivamente divenute israeliane all’indomani della proclamazione dello Stato il 15 maggio 1948. Il riconoscimento delle responsabilità storiche non è né un dettaglio né un lusso, è una necessità vitale perché si possa avviare un vero ed equo mutuo riconoscimento. Non si tratta di fare paragoni, impossibili e infondati, tra la Shoah e la Nakba. Sono due catastrofi avvenute in periodi e in condizioni diverse tra loro (anche gli esiti sono incommensurabilmente diversi e non paragonabili), tuttavia non si può non ammettere che senza la prima, la seconda sarebbe stata impossibile. In altri termini, il popolo palestinese, incolpevole, ha pagato il prezzo più alto per ciò che prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale è avvenuto sul suolo europeo.
Lo Stato di Israele, piaccia o meno, è inevitabilmente il frutto di questa dinamica e in quanto tale non poteva non essere un progetto coloniale. Quel progetto coloniale, concepito in Europa già alla fine del XIX secolo, ha determinato e condizionato tutti gli sviluppi successivi. A tutto questo occorre aggiungere che la particolarità del progetto sionista di uno Stato in Palestina ha in sé un’enorme contraddizione: conciliare occupazione militare, spoliazione e apartheid con la volontà di essere uno Stato democratico. Anzi, come sostiene l’establishment politico e culturale israeliano: l’unica democrazia del Vicino Oriente.
In un certo senso, proprio questa contraddizione rende “normale” lo Stato di Israele e non la negazione di questa. È altrettanto vero che ormai fin dagli anni ottanta del secolo scorso è caduto un altro mito, assai diffuso fino ad allora, che tendeva a rappresentare la società israeliana come un blocco monolitico interamente in accordo con le politiche dei governi che si sono succeduti nel Paese. Si potrebbero citare moltissimi studiosi, giornalisti ed anche esponenti delle istituzioni politiche e perfino militari che hanno preso pubblicamente posizioni critiche non solo su scelte specifiche, ma che attraverso i loro studi e le loro dichiarazioni hanno, di fatto, rimesso in discussione il progetto coloniale che sottende ancora oggi alla costruzione statuale israeliana. L’antisemitismo si sarebbe diffuso anche tra tutti costoro? Ci sembra assai difficile sostenere questa affermazione paradossale.
Ovviamente, il rettore dell’Università Technion si è detto sorpreso e sconcertato dal fatto che anche in Italia, la critica verso Israele abbia assunto delle forme tanto decise; ha cercato di sostenere l’inattendibilità della collaborazione dell’ateneo da lui diretto con l’industria militare, elencando una serie di progetti che solo apparentemente non hanno nulla che vedere con attività legate al proseguimento e al consolidamento dell’occupazione, come quelli dello sfruttamento delle risorse idriche. Ma, c’è appena bisogno di ricordarlo, proprio la depredazione dei queste risorse è stata una delle prime forme di espropriazione dei palestinesi, che in questo modo sono stati costretti (tra quelli che non erano stati espulsi precedentemente manu militari) all’esilio perché nelle loro città e nei loro villaggi era impossibile vivere. Una delle prime iniziative israeliane, pochi anni dopo la proclamazione dello Stato, è stata quella della deviazione del fiume Giordano, per assicurare al neonato Stato di Israele le risorse idriche necessarie al suo sviluppo economico e sociale.
Un altro argomento del rettore israeliano è stato quello della presenza nel Technion di studenti palestinesi che dovrebbero diventare il 20% del corpus studentesco. Questo dato, a suo dire, smentirebbe l’esistenza delle politiche di apartheid attuate da Israele verso i palestinesi israeliani (ormai il 20% della popolazione israeliana), come contro il resto della popolazione palestinese della Cisgiordania (per motivi ovvi, ma – per una persona nella sua posizione – inconfessabili, tace sulla Striscia di Gaza, sotto assedio fin dal 2006). È sufficiente, anche solo superficialmente, sfogliare il corpus legislativo e amministrativo riguardo ai diritti, in tutti gli ambiti, concessi ai palestinesi di Israele e a quelli della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (dall’edilizia, all’accesso al diritto allo studio e al lavoro, o alla sanità pubblica) per smentire tale tesi. Inoltre, la politica “inclusiva” dei giovani palestinesi nelle università israeliane, in definitiva, è un’arma a doppio taglio. Perché dopo la laurea i giovani palestinesi non potranno mai restare in Israele, dove non possono accedere al lavoro, o peggio rientrare in Cisgiordania (quelli della Striscia di Gaza ormai da dieci lunghi anni non possono più muoversi da quella che è la più grande prigione a cielo aperto del Vicino Oriente), quindi sono costretti a emigrare per poter avere anche solo la minima speranza di poter mettere a frutto i loro anni di studio e i loro titoli.
Da questo punto di vista, è assai discutibile la tesi dei rettori italiani che a una sola voce hanno sostenuto come i firmatari dell’appello “Stop-Technion”, con il loro gesto, metterebbero in discussione “la libertà accademica” e contemporaneamente dimenticherebbero che la scienza è neutrale, al di sopra delle diatribe politiche e delle scelte conseguenti. Onestamente, è fin troppo semplice ricordare ai rettori italiani, e alla ministra Stefania Giannini, che la neutralità nelle cose umane non esiste, anche quando la si sbandiera. Invece, proprio perché la libertà accademica è un bene necessario e non un lusso, né per i docenti né per gli studenti in formazione, occorre ammettere come spesso questa venga scambiata per acquiescenza a dei poteri, al senso comune, ai costumi, ai governi, etc. Inoltre, la storia europea ed occidentale recente è piena di esempi di quanto la pretesa di neutralità sia falsa. Dai campi di sterminio nazisti in cui si facevano esperimenti medici su cavie umane, approfittando di vittime che in alcun modo potevano difendersi e sottrarsi alle sevizie, alla costruzione della bomba H, gli esempi potrebbero essere moltissimi. Per esemplificare più chiaramente possibile il nostro pensiero riguardo alla scelta di aderire ad una scienza responsabile, quindi sottratta a facili giustificazioni, la cosa migliore è ricordare Daniel Amit, uno scienziato in fisica neurale, purtroppo scomparso prematuramente nel 2007, che per decenni ha lavorato alla Sapienza di Roma e diverse volte è stato candidato al Nobel per la fisica.
Daniel Amit era un ebreo israeliano di origini polacche, intellettuale molto noto a livello internazionale, che nel marzo 2003 prese la decisione irrevocabile di rompere ogni rapporto di collaborazione con la comunità scientifica statunitense all’indomani dell’invasione dell’Iraq. Daniel Amit nell’aprile di quello stesso anno rese pubblico uno scambio di lettere con Martin Blum, caporedattore della American Physical Society, che tentava di farlo recedere dalla sua decisione dicendo: “Consideriamo la scienza un’impresa internazionale e facciamo del nostro meglio per mettere da parte i disaccordi politici, nell’interesse della promozione della scienza stessa”. A queste parole, Daniel Amit rispose: “Purtroppo, appartengo a una cultura di simile deviazione spirituale (Israele) la quale sembra essere ugualmente incorreggibile [. . .]. Eserciterò tale minuscolo atto di disobbedienza per poter guardare dritto negli occhi dei miei nipoti e dei miei allievi e poter affermare che sapevo.” (http://luis.impa.br/guerra/carta.html)
In qualche modo riteniamo doveroso raccogliere il monito di Daniel Amit con il nostro “minuscolo atto di disobbedienza” perché anche noi sappiamo, soprattutto quando il silenzio è un atto di complicità.

Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Cinzia Nachira

thanks to: forumpalestina

Campagna contro la Technion di Haifa – Politecnico di Torino

Politecnico di Torino, Enrico Bartolomei (ricercatore all’Università di Macerata) racconterà le sue ricerche sulle collaborazioni con l’apparato militare israeliano del Technion di Haifa, Angelo Tartaglia e Massimo Zucchetti, entrambi professori del Politecnito, introdurranno l’argomento soffermandosi sul rapporto fra scienza ed etica.

Per info e contatti: progettopalestina@autistici.org

Torino, Studenti Indipendenti sulla revoca dell’aula: Solidarietà a Progetto Palestina

Il comunicato approvato dalla maggioranza del Consiglio studenti ieri, per esprimere solidarietà verso i ragazzi di Progetto Palestina. Il testo è stato inviato al Rettore e al direttore della Scuola di scienze giuridche, politiche ed economico-sociali Professor Ferrara.

Gentilissimi,

Con la presente ci rivolgiamo a voi per esprimere la nostra riprovazione per i fatti recentemente occorsi in relazione alla richiesta del collettivo Progetto Palestina di ospitare presso un’aula del Campus Luigi Einaudi un’assemblea sul tema del bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) nei confronti dello Stato di Israele. Come Consiglio Studenti non possiamo che dirci sorpresi e fortemente contrari alla decisione della Scuola di revocare la concessione dell’aula per l’assemblea, il cui svolgimento è previsto in data giovedì 3 marzo 2016.

Non vediamo infatti, nella richiesta di Progetto Palestina, nulla che non soddisfi le richieste della Scuola in merito al profilo dell’assemblea e degli invitati (uno dei quali è docente incardinato presso il Dipartimento di Culture, politica e società); allo stesso modo non comprendiamo la giustificazione data dalla Scuola per motivare la revoca dello spazio inizialmente concesso: la presenza di un contradditorio, ci pare, non rappresenta prerequisito necessario per un dibattito per altro non di carattere puramente informativo ma politico e programmatico; non comprendiamo inoltre come l’assemblea possa danneggiare il decoro dell’Università degli studi di Torino, dal momento che non aveva lo scopo di propagandare messaggi o contenuti in alcun modo violenti o, per citare il Professor Volli sulla cronaca torinese della Stampa di oggi “antisemiti” quanto piuttosto ricordare le inumane condizioni patite dal popolo palestinese e immaginare un percorso aperto, democratico e condiviso in materia di boicottaggio di prodotti e istituzioni israeliane (pratica per altro fatta propria da diversi enti universitari e pubblici nel mondo).

In merito poi alle accuse di antisemitismo e al paragone con una delle pagine più buie della storia del mondo, quella di cui il Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi si rese responsabile tra il 1933 e il 1945, ci teniamo ad esprimere piena vicinanza a Progetto Palestina. Riteniamo inaccettabile una simile presa di posizione contro un gruppo di studenti pacifici attivi nell’opera di sensibilizzazione e nel praticare una solidarietà attiva verso il popolo palestinese.

Ci teniamo inoltre a chiedere che a Progetto Palestina venga concessa nuovamente l’aula richiesta: riteniamo sarebbe un gesto di vera liberalità e rispetto di tutte le opinioni al contrario di quanto accaduto oggi.

In attesa di una vostra cortese risposta, che auspichiamo essere pubblica, porgiamo

Cordiali saluti,
Studenti Indipendenti

168 accademici italiani chiedono il boicottaggio delle università israeliane

Un’iniziativa senza precedenti l’appello di 168 professori e ricercatori che chiedono la cessazione delle collaborazioni tra atenei italiani e quelli israeliani, a partire dal Technion di Haifa 

Il Technion di Haifa

Il Technion di Haifa

della redazione

Roma, 30 gennaio 2016, Nena News – Un’iniziativa senza precedenti in Italia, nel mondo accademico e culturale del nostro paese. Sono 168 gli accademici e le accademiche di oltre 50 università e istituti di ricerca italiani ad aver firmato l’appello che chiede il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

Una campagna strettamente collegata alla chiamata della società civile palestinese del 2005 alla comunità internazionale, il Bds (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), e che esprime solidarietà ai colleghi palestinesi colpiti da violazioni strutturali della libertà accademica da parte delle autorità israeliane.

In particolare l’appello fa riferimento agli accordi di cooperazione siglati da numerosi atenei italiani (tra cui le università di Cagliari, Firenze, Perugia, Roma e Torino e i Politecnici di Torino e Milano) con il Technion di Haifa, accusato di “supportare e riprodurre le politiche israeliane di espropriazione e di violenza militare ai danni della popolazione palestinese”.

Il testo dell’appello:

Noi, docenti e ricercatori/trici delle Università italiane siamo profondamente turbati dalla collaborazione tra l’Istituto israeliano di tecnologia “Technion” e alcune università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”, l’Università Torino.

Le università israeliane collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo un indiscutibile sostegno all’occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina. [1] Il Technion è coinvolto più di ogni altra università nel complesso militare-industriale israeliano. [2] L’istituto svolge una vasta gamma di ricerche in tecnologie e armi utilizzate per opprimere e attaccare i palestinesi. Ad esempio, uno dei progetti più noti ha portato allo sviluppo di funzioni di controllo remoto sul bulldozer Caterpillar “D9” usato dall’esercito israeliano per demolire le case dei palestinesi e all’implementazione di un metodo per individuare i tunnel sotterranei, sviluppato appositamente per facilitare l’assedio alla Striscia di Gaza. [3]

Il Technion sviluppa programmi congiunti di ricerca e collabora con l’esercito israeliano e con le principali aziende produttrici di armi in Israele, tra cui Elbit Systems. Tra i più grandi produttori privati di armi, Elbit Systems fabbrica i droni utilizzati dall’esercito per colpire deliberatamente i civili in Libano nel 2006, a Gaza nel 2008-2009 [4] e nel 2014 e fornisce le apparecchiature di sorveglianza per il Muro dell’apartheid. [5] Inoltre, il Technion forma i suoi studenti di ingegneria affinché lavorino con aziende che si occupano direttamente dello sviluppo di armi complesse. Per esempio, Elbit Systems ha assegnato dei fondi di circa mezzo milione di dollari in borse di studio come premio per gli studenti del Technion che portano avanti ricerche di questo tipo. [6]

Il Technion intrattiene stretti rapporti anche con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei maggiori produttori di armi sostenuti dal governo, che ha elaborato un sistema avanzato di protezione dei carri armati israeliani Merkava. L’istituto ha promosso anche un master in gestione aziendale mirato specificatamente ai dirigenti di Rafael, rafforzando ulteriormente il rapporto tra il mondo accademico e il complesso militare-industriale d’Israele. [7] Come altre università israeliane, il Technion premia i suoi studenti che svolgono il servizio militare obbligatorio. Solo per citare un esempio, ai militari riservisti che hanno partecipato all’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-2009 sono stati anche concessi benefici sul piano accademico in aggiunta alle agevolazioni normalmente previste per i riservisti. [8]

Il funzionamento del vasto complesso militare-industriale israeliano dipende in notevole misura anche dalla volontà dei governi, delle aziende e dei centri di ricerca di tutto il mondo di collaborare con le università e i centri di ricerca israeliani. Il rapporto attivo e durevole del Technion con l’esercito e l’industria militare israeliana lo rende direttamente complice delle violazioni del diritto internazionale che essi commettono. Di conseguenza, collaborare con il Technion significa rendersi attivamente partecipi del regime di occupazione, colonialismo e apartheid d’Israele e in questo modo essere complici del sistema di oppressione che nega ai palestinesi i loro diritti umani più fondamentali.

Chiediamo pertanto ai nostri colleghi docenti e ricercatori/trici di porre fine a ogni forma di complicità con il complesso militare-industriale israeliano e chiediamo l’interruzione di ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con il Technion.

Inoltre, rispondendo all’appello della società civile palestinese che nel 2005 ha chiesto il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele [9] fino a che non cesseranno le sistematiche violazioni contro il popolo palestinese, dichiariamo che non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non agiremo come arbitri in nessuno dei loro processi; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro. Tuttavia, nel pieno rispetto delle linee guida della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (PACBI) [10], continueremo a lavorare e collaborare con i nostri colleghi israeliani singolarmente.

Considerato che intellettuali critici, spiriti liberi e donne e uomini di coscienza si sono storicamente presi la responsabilità morale di combattere l’ingiustizia, come esemplificato dalla lotta per l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa;

considerato inoltre che un numero crescente di università [11], associazioni di o singoli accademici [12] e gruppi studenteschi [13] in tutto il mondo si sono mobilitati contro la collaborazione con università e centri di ricerca israeliani complici in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, e in piena continuità con le campagne internazionali per la revoca degli accordi con il Technion [14]

invitiamo tutte le persone solidali con la lotta di liberazione palestinese ad unirsi alla campagna BDS fino a quando Israele non riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e non si conformerà al diritto internazionale: 1. Ponendo termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il Muro; 2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; 3. Rispettando, proteggendo e promovendo i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

Nel rispetto dei principi del movimento BDS rifiutiamo ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere, inclusi l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche o razziali.

Ci appelliamo infine a tutte le associazioni studentesche, ai movimenti di solidarietà e a tutte le persone che credono nella giustizia affinché proseguano gli sforzi di mobilitazione sia facendo pressioni sugli organi competenti per la revoca degli accordi tra il Technion e le università e i centri di ricerca italiani, sia attraverso proteste, dibattiti e azioni volte sensibilizzare le comunità accademiche sulle implicazioni della collaborazione con il Technion e in generale con le università e gli enti di ricerca israeliani.

[1]Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana (Torino: Seb27, 2010)

[2] Industry Guide to Technion

[3] Uri Yacobi Keller, The Economy of the Occupation: A Socioeconomic Bulletin (Jerusalem: Alternative Information Center, 2009), 9.

[4] Ibid., 10.

[5]Who Profits, ElbitSystems

[6] Keller, 10-11.

[7] Structures of Oppression: Why McGill and Concordia Universities Must Sever their Links with the Technion-Israel Institute of Technology

[8] Keller, 12-13

[9] L’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, 9 luglio 2015

[10] PACBI Guidelines for the International Academic Boycott of Israel

[11] University of Johannesburg ends Israeli links, March 23, 2011; La SOAS dell’Università di Londra sostiene il boicottaggio di Israele con un voto schiacciante, 28 Febbraio 2015 .

[12] Si veda: 250 accademici chiedono di escludere aziende israeliane dai programmi di ricerca europei, BDS Italia, 10.07.2012; American Studies Association, Resolution to Support the Boycott of Israeli Academic Institutions,  April 20, 2013 ; A Commitment by UK Scholars to Human Rights in Palestine, October 27, 2015; Academics and Israel, The Irish Times, Nov 4, 2015 ; More than 200 South African scholars pledge support for Israel boycott, The Jerusalem Post, 16 Dec 2015 . Recentemente, l’Associazione Antropologica Americana è diventata la più grande istituzione accademica degli Stati Uniti ad approvare il boicottaggio accademico di Israele. Per un elenco dei dipartimenti e delle associazioni accademiche che sostengono il BDS si veda: http://www.usacbi.org/academic-associations-endorsing-boycott/

Contatti:

Email: campagnastoptechnion@gmail.com

Sito Web: https://stoptechnionitalia.wordpress.com

Lista dei primi firmatari:
1. Matilde Adduci, Università di Torino
2. Vittorio Agnoletto, Università di Milano
3. Alessandra Agostino, Università di Torino
4. Stefania Arcara, Università di Catania
5. Andrea Balduzzi, Università di Genova
6.Angelo Baracca, Università di Firenze
7. Giorgio Barberis, Università del Piemonte Orientale
8. Paolo Barrucci, Università di Firenze
9. Laura Bartolini, European University Institute
10. Enrico Bartolomei, Università di Macerata
11. Riccardo Bellofiore, Università di Bergamo
12. Roberto Beneduce, Università di Torino
13. Elisabetta Benigni, Università di Torino
14. Luca Bernardini, Università di Milano
15. Chiara Bertone Università del Piemonte Orientale
16. Piero Bevilacqua, Già Università di Roma 1
17. Francesca Biancani, Università di Bologna
18. Alessandro Bianchi,Università di Bari
19. Nadia Bizzarrini, Università di Napoli “Federico II”
20. Chiara Bodini, Università di Bologna
21. Stefano Boni, Università Modena e Reggio
22. Caterina Bori, Università di Bologna
23. Simona Borioni, ENEA
24. Anna Maria Brancato, Università di Cagliari
25. Giuseppe Burgio, Università di Palermo
26. Sandro Busso, Università di Torino
27. Ilaria Camplone, Csi – Università di Bologna
28. Giovanni Capellini, Roma Tre
29. Pinuccia Caracchi, Università di Torino
30. Federico Carbognani, Università di Roma “La Sapienza”
31. Vincenzo Carbone, Università Roma Tre
32. Marta Cariello, Seconda Università di Napoli
33. Diana Carminati, già Università di Torino
34. Silvana Carotenuto, Università “Orientale” di Napoli
35. Estella Carpi, New York University (Abu Dhabi), già Università di Milano
36. Giulio Castelli, Universita’ di Firenze
37. Elisa Castelli, Università di Roma “La Sapienza”
38. Bruno Catalanotti, Università Federico II di Napoli
39. Luigi Cazzato, Università di Bari
40. Iain Michael Chambers, Università di Napoli, ‘L’Orientale”
41. Daniela Chironi, European University Institute
42. Alberto Clarizia, Università Federico II – Napoli
43. Chiara Colombero, Università di Torino
44. Carmine Conelli, Università di Napoli “L’Orientale”
45. Maria Micaela Coppola ,Università di Trento
46. Laura Corradi, Università della Calabria
47. Adriano Cozzolino, Università di Napoli “L’Orientale”
48. Mauro Cristaldi, Università di Roma “La Sapienza”
49. Mariateresa Crosta, INAF
50. Lidia Curti, Università di Napoli L’Orientale
51. Armando Cutolo, Università di Siena
52. Simone D’Alessandro, Università di Pisa
53. Maria d’Erme, Università di Roma “La Sapienza”
54. Angelo d’Orsi, Università di Torino
55. Joselle Dagnes ,Università di Torino
56. Wasim Dahmash, Università di Cagliari
57. Luigi Daniele, Università di Napoli “Federico II”
58. Giulia Daniele, Instituto Universitário de Lisboa, già Scuola Superiore Sant’Anna
59. Antonietta De Falco, Seconda università di Napoli
60. Emanuele De Franco , Università di Napoli “Federico II”
61. Fabio de Nardis, Università del Salento
62. Sara de Simone, Università degli Studi di Napoli L’Orientale
63. Roberto De Vogli, Università di Padova
64. Francesco Della Puppa, Università Ca’ Foscari di Venezia
65. Federico Della Valle, Università di Trieste
66. Mariangiola Dezani , Università di Torino
67. Laura Di Michele, Università dell’Aquila
68. Rosita Di Peri, Università di Torino
69. Andrea Domenici, Università di Pisa
70. Fiorenzo Fantaccini, Università di Firenze
71. Cristina Fasolato ,Università di Padova
72. Nina Ferrante, Università L’Orientale
73. Beatrice Ferrara, Università di Napoli “L’Orientale”
74. Alessandro Ferretti, Università di Torino
75. Antonio Fiori, Università di Bologna
76. Francesca Forti, Università di Milano
77. Giorgio Forti, Università di Milano
78. Lia Forti, Università dell’Insubria
79. Giorgio Gallo, Università di Pisa
80. Stefano Ghignone, Università di Torino
81. John Gilbert, Università di Firenze
82. Elisa Ada Giunchi, Università di Milano
83. Javier Gonzalez Diez, Università di Torino
84. Gustavo Gozzi, Università di Bologna
85. Alessandra Gribaldo, Università di Modena e Reggio Emilia
86. Caterina Francesca Guidi, European University Institute
87. Luca Guzzetti, Università di Genova
88. Joseph Halevi, Universita’ di Sydney (già Università di Roma)
89. Yashima Hisao, Università di Torino
90. Antonio Iannello, Università di Firenze
91. Celeste Ianniciello, Università “L’Orientale” di Napoli
92. Albino Imperial, Università della Valle d’Aosta
93. Teresa Isenburg, Università di Milano
94. Robert Jennings, Università di Milano
95. Paolo La Spisa, Università di Genova
96. Vincenzo Lavenia, Università di Macerata
97. Domenico Losurdo, Università di Urbino
98. Patrizia Manduchi, Università di Cagliari
99. Annalisa Marchi, Università di Cagliari
100. Loredana Mariniello, Università di Napoli “Federico II”
101. Gianluigi Mauriello, Università di Napoli Federico II
102. Nicola Melis, Università di Cagliari
103. Chantal Meloni, Università di Milano
104. Sandro Mezzadra, Università di Bologna
105. Gianna Milano, Sissa – Trieste
106. Mariagrazia Monaci, Università della Valle d’Aosta
107. Giuseppe Montalbano, LUISS Guido Carli
108. Tiziana Morosetti, University of Oxford, già Università di Bologna
109. Stefano Morosetti, Università di Roma La Sapienza
110. Pierluigi Musaro, Università di Bologna
111. Cinzia Nachira, Università del Salento
112. Mara Nerbano, Accademia di Belle Arti di Firenze
113. Elana Ochse, Università di Torino
114. Matteo Ogliari, Università di Bologna
115. Giuseppe Orlandini, Università di Napoli “L’Orientale”
116. Lia Pacelli, Università di Torino
117. Silvana Palma, Università “L’Orientale”
118. Silvia Pasqua, Università di Torino
119. Nicola Perugini, Università di Brown, già Università di Siena
120. Fulvio Pezzarossa, Università di Bologna
121. Vincenzo Pezzino, Università di Catania
122. Luigi Piccioni, Università della Calabria
123. Annalisa Piccirillo, Università di Napoli “L’Orientale”
124. Daniela Pioppi, Università di Napoli L’Orientale
125. Rossana Platone, già Università di Milano
126. Ida Porfido, Università di Bari Aldo Moro
127. Raffaele Porta, Università di Napoli “Federico II”
128. Gabriele Proglio , European University Institute
129. Michaela Quadraro, Università di Napoli “L’Orientale”
130. Gianfranco Ragona, Università di Torino
131. Paolo Ramazzotti, Università di Macerata
132. Giulia Rapa, Università di Torino
133. Carlo Alberto Redi, Università di Pavia
134. Valentina Ripa, Università di Bari Aldo Moro
135. Paola Rivetti, Dublin City University, già Università di Torino
136. Maria Letizia Ruello, Università Politecnica delle Marche
137. Roberta Russo, Università L’Orientale
138. Paola Sacchi, Università di Torino
139. Donatello Santarone, Università di Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione
140. Viola Sarnelli, Università di Aberdeen, già Università L’Orientale
141. Luca Scacchi, Università della Valle d’Aosta
142. Simone Sibilio , Università “Ca Foscari” di Venezia
143. Olga Solombrino, Università “L’Orientale” di Napoli
144. Giulio Soravia, Università di Bologna
145. Lucia Sorbera, The University of Sydney, già Università di Venezia “Ca’ Foscari”
146. Barbara Sorgoni, Università di Torino
147. Angelo Stefanini, Universita’ di Bologna
148. Simona Taliani, Università di Torino
149. Tiziana Terranova, Università di Napoli “L’Orientale”
150. Marco Tiberti, Univeristà di Firenze
151. Angela Toffanin, Università di Padova
152. Massimiliano Tomba, University of Padova
153. Vincenzo Tradardi, Università di Parma
154. Raffaele Urselli, Università di Napoli “L’Orientale”
155. Gabriele Usberti, Università di Siena
156. Francesco Vacchiano, Università di Lisbona, già Università di Torino
157. Mauro Van Aken, University of Milan-Bicocca
158. Giovanna Vertova, Università di Bergamo
159. Pier Paolo Viazzo, Università di Torino
160. Rossella Viola, Università La Sapienza di Roma
161. Marina Vitale, Università di Napoli “L’Orientale”
162. Paola Zaccaria, Università di Bari
163. Virginia Zambrano, Università di Salerno
164. Federico Zanettin, Università di Perugia
165. Marco Zannetti, Università di Salerno
166. Francesco Zanotelli, Università di Messina
167. Federico Zappino, Università di Sassari
168. Monica Zoppè, CNR IFC

 

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Support Jack Lynch’s academic boycott of Israel

Express your support for Associate Professor Jake Lynch’s recent refusal to accept a proposed fellowship between Hebrew University and the University of Sydney’s Centre for Peace and Conflict Studies. To have accepted the proposed fellowship of Hebrew University academic Dan Avnon would have violated the CPACSs’ official commitment to the global campaign of Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) against Israel until it complies with international law. This campaign includes a boycott of institutional links with Israeli universities.

The University of Sydney’s institutional partnerships should not come at the expense of Palestinian human rights. Therefore we also demand an end to the strong relationship between the University of Sydney and the Technion, an Israeli university uniquely and directly implicated in war crimes.

Sign the petition here.

thanks to: Alternative Information Center (AIC)

Why a boycott of Israeli academics is fully justified

The majority of Israeli academics do little to support the rights of Palestinians, and their institutions are complicit in the occupation.

 

Steve Caplan believes that calls for the academic boycott of Israel, part of the wider Boycott Divestment Sanctions (BDS) campaign, are hypocritical and counterproductive. Leaving aside his Israel advocacy “talking points” version of history, Caplan’s argument has three significant flaws.

First, his only really substantive case against the boycott as a tactic is the claim that it is “aimed at the very segment of the population” – those in academia – who back Palestinian statehood and “compromise”.

But the assertion that Israeli professors are particularly supportive of Palestinian rights is made with scant evidence. Emphasising that “as individuals they are not being boycotted”, Israeli activist Ofer Neiman tells me that “the overwhelming majority of university professors do not act as dissidents. The best they will do is opine, and very softly. Very few of them use their enormous privileges – those that do are the exceptions.”

Indeed, as an article in Israeli newspaper Ha’aretz last month reported, even self-defining “leftist” academics who vote for Labor or Meretz are happy to teach at the college in Ariel, an illegal West Bank settlement.

These are the “progressives” who apparently support Palestinian rights, a distortion of reality similar to Caplan’s praise for Yitzhak Rabin. In fact, the former Israeli PM’s “permanent solution” – as he told the Knesset shortly before he was assassinated – meant giving Palestinians “an entity which is less than a state”, with “united Jerusalem” as Israel’s capital and “the establishment of blocs of settlements” in the West Bank.

A second problem with Caplan’s piece is the omission of a key part of the argument for a boycott: the complicity of Israeli academic institutions in an occupation where violations of international law and human rights are routine.

A 2009 report, “Academic boycott of Israel and the complicity of Israeli academic institutions in occupation of Palestinian territories” did an excellent job of documenting ways in which “Israeli academic institutions have not opted to take a neutral, apolitical position toward the Israeli occupation but to fully support the Israeli security forces and policies toward the Palestinians.”

As Sara Hirschhorn, who is actually an opponent of the boycott, put it in an op-ed for The Times of Israel:

“The entire nation is complicit in the occupation, and there is no safe haven in the libraries and laboratories within the Green Line … Israel’s educational network – regardless of the political persuasions of faculty – is already entrenched in the occupation.”

One example is the Technion-Israel Institute of Technology, a university with an international reputation for research – and strong ties with the Israeli military and arms manufacturers.

Technion’s scientists have developed a remote-controlled bulldozer used to demolish Palestinian homes, with the university offering “tailored” programmes to the “IDF [Israel Defence Forces] and Ministry of Defense”.

Technion also has a close relationship with companies like Elbit Systems – a drone manufacturer targeted for divestment around the world due to its involvement in “violations of international humanitarian law”.

Finally, it is revealing that Caplan also omits to mention that it is occupied and colonised Palestinians who are asking for a boycott as one tactic in a campaign for basic rights.

The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel was launched in 2004, and helped to start the BDS campaign the year after. PACBI urges a boycott to be applied in ways such as refraining from “collaboration or joint projects with Israeli institutions”. It is nothing to do with, as Caplan incorrectly claims, “excluding someone because of his or her government’s views”.

As with South Africa, those suffering under policies of segregation and forced displacement are urging boycott campaigns as a means of ending Israel’s impunity and realising their basic rights.

BDS makes the link between Israeli crimes and a response to them: the kind of nonviolent, grassroots campaign that has long been used to challenge injustice. Academia is not exempt.

 

thanks to: Guardian