Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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“Il genocidio del popolo palestinese continua” Comunicato stampa dell’ Ambasciata di Palestina in Italia

Ormai da troppi anni, il popolo palestinese continua a subire la prepotenza dell’occupazione israeliana della terra palestinese.
Decine di anni di uccisioni, arresti, demolizioni di case, di umiliazioni, costruzione di colonie, del muro dell’apartheid, postazioni di blocco, feroci aggressioni militari e nessun rispetto dei diritti dell’uomo e delle leggi internazionali. In seguito ai successi del popolo palestinese negli ultimi anni a livello politico e diplomatico, il governo israeliano intenzionalmente ha voluto spostare il conflitto alla violenza ed allo scontro fisico, incendiando un’intera famiglia palestinese, uccidendo decine di persone e ferendone ed arrestandone centinaia.
Il governo israeliano, con questa ultima escalation intende, ed in modo molto evidente, uccidere qualsiasi possibilità di una soluzione del conflitto. Nonostante la forza militare, Israele non riuscirà mai a sconfiggere la volontà del nostro popolo di continuare la sua legittima lotto fino alla creazione dello Stato palestinese con Gerusalemme Est capitale.
La situazione è gravissima, chiediamo alle Nazioni Unite, al Consiglio di Sicurezza, all’amministrazione americana, all’Unione Europea, alla Comunità Internazionale e a tutti i liberi del mondo di agire immediatamente per fermare questo massacro.

L’Italia riconosca lo Stato di Palestina

Lanciata da LiberaRete

Firma per far sentire la tua voce, dai una chance alla pace. Chiediamo al Governo ed al Parlamento italiano di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina.

A due anni dal riconoscimento da parte delle Nazioni Unite della Palestina come membro osservatore attraverso un voto plebiscitario (i voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9 e 41 paesi si sono astenuti) l’Italia non ha fatto nessun passo in questa direzione nonostante le prese di posizione di Svezia, Gran Bretagna, Irlanda, Belgio e della Spagna. Nella classe dirigente italiana al contrario permane l’ambiguità ed una sudditanza verso Israele sempre più incomprensibile di fronte alle continue violazioni della legalità internazionale da parte dello stato ebraico.

Sappiamo bene che il riconoscimento dello Stato di Palestina non è la soluzione del problema. Il popolo palestinese vuole giustizia, indipendenza e diritti, a partire da quello irrinunciabile del ritorno alle proprie case e terre. Sappiamo bene che il riconoscimento non elimina l’occupazione, i muri e le guerre. Ma nello stesso tempo sappiamo che il riconoscimento dello Stato di Palestina può essere uno straordinario strumento di pressione su Israele.

Il governo Renzi faccia la sua parte. L’Italia riconosca subito la Palestina e il Ministro degli Esteri della Commissione Europea, l’italiana Federica Mogherini, si adoperi per recuperare un protagonismo attivo del nostro Paese che non può che poggiarsi sul rispetto delle risoluzioni dell’Onu e sulla giustizia internazionale.

Per questi motivi ci uniamo alle tante realtà che in Italia ed in Europa da tempo chiedono, lavorano e lottano per questo riconoscimento.

Firma anche tu! https://www.change.org/p/l-italia-riconosca-lo-stato-di-palestina

Yael Dayan, scrittrice israeliana, chiede al Parlamento italiano di riconoscere la Palestina: “Così si è veri amici di Israele”

“Al Parlamento italiano mi sento di rivolgere lo stesso appello che abbiamo lanciato, con esito positivo, alla Camera dei Comuni britannica: riconoscere lo Stato di Palestina. Lo chiedo da cittadina israeliana, che ama il proprio Paese e che ha combattuto per difenderlo. Riconoscere ai palestinesi il loro diritto a vivere in uno Stato indipendente, a fianco d’Israele non è solo un atto di giustizia ma significa essere davvero amici d’Israele, perché il nostro diritto alla sicurezza non è altra cosa
dal loro diritto all’autodeterminazione”. A parlare è una delle figure più rappresentative del mondo politico e culturale israeliano: Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare laburista, figlia di uno dei miti dello Stato ebraico: l’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan. (Vedi al link <http://www.huffingtonpost.it/2014/10/15/riconoscimento-palestina-ramallah-chiama-roma_n_5990434.html>).

Yael Dayan è una delle 363 personalità israeliane che hanno firmato l’appello rivolto al Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina. “Riconoscere uno Stato palestinese sulla base dei confini del 1967 – dice Dayan in questa intervista esclusiva all’Huffington Post – è essenziale per l’esistenza d’ Israele. Questa è l’unica politica che lascia nelle mani di Israele il suo destino e la sua sicurezza. Ogni altra politica contraddice gli ideali del sionismo e il futuro del popolo di Israele”.

*Il voto del Parlamento britannico per il riconoscimento dello Stato di Palestina non è vincolante per il Governo di David Cameron, tuttavia quel voto ha scatenato l’ira del Governo israeliano. Perché?*

”Vede, per una terra, quella in cui vivo, che si nutre di simboli, quel voto ha uno straordinario valore simbolico: perché segnala l’insofferenza non solo inglese verso la politica dell’eterno rinvio e dei fatti compiuti portata avanti dal Governo guidato da Benjamin Netanyahu”.

*A cosa si riferisce in particolare?*

”Allo sviluppo degli insediamenti nei Territori occupati. Occorre dire con chiarezza che pace e colonizzazione sono tra loro inconciliabili. E che la costruzione di nuovi insediamenti o l’estensione di quelli già esistenti non hanno nulla a che vedere con la sicurezza d’Israele ma sono la concretizzazione di una idea di grandezza propria dell’ideologia nazionalista propria destra oggi al potere in Israele. Questa idea di grandezza, questa visione messianica del ruolo d’Israele e del popolo ebraico, confligge con la ricerca di quei compromessi necessari per realizzare una pace giusta, durevole. Una
pace tra pari”.

*Una pace va negoziata. Ma Netanyahu ritiene la controparte palestinese, il presidente dell’Anp Abu Mazen, inaffidabile dopo la sua apertura ad Hamas.*

“Se c’è un dirigente palestinese che ha dato prova di essere pronto al compromesso, questo è proprio Abu Mazen. Ma i falchi al Governo hanno fatto di tutto per indebolirlo, anche se questo ha significato rafforzare Hamas. Ma cosa si vuole: che i giovani palestinesi innalzino a “nuovo Saladino” il capo dell’Isis? (Abu Bakr al-Baghdadi, “califfo” dell’autoproclamato
Stato Islamico, /ndr/). Una cosa è certa: il tempo non lavora per la pace. Così come la storia insegna che quando la diplomazia abbassa la guardia, a riempire il vuoto sono le armi, sono la rabbia, la frustrazione su cui gli estremisti fanno leva per rafforzare le proprie fila. Per questo sono importanti segnali come quello lanciato da Londra. E sarebbe incoraggiante se lo stesso avvenisse a Roma, Parigi, Berlino, perché vorrebbe dire che l’Europa intende avere voce in capitolo nel negoziato israelo-palestinese, senza forzature unilaterali ma neanche avallando scelte, come quelle compiute dal Governo Netanyahu sugli insediamenti, che di fatto pregiudicando la soluzione “a due Stati”.

*Uno dei più autorevoli storici israeliani, Zeev Sternhell, ha lanciato un grido d’allarme che ha suscitato dibattito e polemiche dentro e fuori Israele: con l’occupazione dei Territori, Israele sta marciando sulla strada dell’apartheid.*

”Apartheid è una parola pesante, che porta con sé discriminazione razziale, cittadinanza di serie A e serie B. Resta il fatto che l’oppressione esercitata contro un altro popolo finisce per minare i principi stessi di democrazia che sono a fondamento del pionierismo sionista. Per questo ho sempre ritenuto che riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato, i cui confini andranno negoziati al tavolo delle trattative, non è una concessione fatta al “Nemico”, bensì un regalo che Israele fa a se stesso. Perché solo così potremmo sperare in un futuro normale, da Paese che rivendica con orgoglio la sua natura democratica. Perché il rispetto di diritti universali non può valere a Tel Aviv ed essere negato a Ramallah o a Gaza”.

*Ma se il voto del Parlamento britannico facesse scuola, e altri Parlamenti si muovessero nella stessa direzione, e quelle indicazioni fossero fatte proprie dai rispettivi Governi, questo non finirebbe per irrigidire ulteriormente la posizione d’Israele?*

”Esercitare una pressione politica non significa sfidare Israele ma mettere il Governo in carica di fronte alle proprie responsabilità”.

*Israele è reduce dalla terza guerra di Gaza. Basta il cessate-il-fuoco raggiunto con Hamas per dire che si è voltato pagina?*

”Assolutamente no. Il cessate-il-fuoco è un primo passo ma sarà solo una parentesi tra una guerra e l’altra se non si avrà il coraggio di porre fine all’embargo imposto a Gaza: una punizione collettiva che non ha indebolito Hamas ma semmai ha rafforzato la sua presa sulla società palestinese. Quale visione di Israele può avere un ragazzo che cresce in una prigione a cielo aperto, isolata dal mondo, come è oggi la Striscia di Gaza? In lui crescerà solo odio e desiderio di vendetta. A questi giovani dobbiamo offrire una speranza. La fine dell’embargo dovrebbe essere accompagnata da garanzie di sicurezza per gli abitanti delle città israeliane a ridosso della Striscia e fatte oggetto dei razzi palestinesi. Per questo sarebbe importante la messa in campo di una forza d’interposizione a Gaza sul modello di quella che agisce nel Sud del Libano (Unifil). L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano in quella occasione. Potrebbe rigiocarlo anche nella Striscia”.

( Fonte: blog di Daniele Barbieri )

La Svezia riconosce lo Stato di Palestina.

Stoccolma è il primo paese a compiere tale passo da membro della Ue. Critiche da Bruxelles e Washington contro il nuovo piano di espansione coloniale israeliana a Gerusalemme Est. Netanyahu replica stizzito.

La Svezia ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Lo ha annunciato ieri il primo ministro Stefan Loefven, provocando la reazione di Stati Uniti e Israele. “Il conflitto tra Israele e Palestina può essere risolto solo con la soluzione a due Stati, negoziata secondo i dettami del diritto internazionale – ha detto il premier svedese – Una soluzione a due Stati richiede il riconoscimento reciproco e la volontà di una convivenza pacifica. Per questo la Svezia riconosce lo Stato di Palestina”.

Stoccolma si va così ad unire ai 134 paesi del mondo che hanno già riconosciuto l’esistenza di uno Stato palestinese, ma è il primo in Europa occidentale a compiere un simile passo da membro della Ue. Polonia, Slovacchia e Ungheria avevano già riconosciuto lo Stato di Palestina, ma prima di entrare a far parte dei 28 membri dell’Unione Europea. Immediata è stata la reazione della Casa Bianca che ha subito definito “prematura” la decisione svedese: “Riteniamo che il riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese sia prematura – ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato, Jen Psaki – Noi certamente sosteniamo il diritto palestinese allo Stato, ma questo può arrivare solo attraverso un negoziato, una risoluzione delle questioni finali e il riconoscimento reciproco da entrambe le parti”.

E questo, ovviamente, sul terreno non esiste. Di quali negoziati parli la comunità internazionale, agli occhi dei palestinesi, resta un mistero. L’ultimo round sponsorizzato dal segretario di Stato Kerry nel luglio 2013 è miseramente naufragato la scorsa primavera per la palese mancanza di volontà di Tel Aviv di fare la benché minima concessione. Il punto resta questo: perché Israele dovrebbe fare concessioni, dovrebbe cedere privilegi, se non costretto dalla comunità internazionale? Fino a quando l’occupazione della Palestina sarà conveniente, Tel Aviv non farà alcun passo indietro.

Israele non ha mai voluto permettere la nascita di uno Stato palestinese, coprendosi con vent’anni di negoziati vuoti. Lo dimostra l’espansione coloniale, mai fermatisi, anzi, incrementata a dismisura dopo gli accordi di Oslo del 1993 e giunta solo pochi giorni fa all’ennesimo risultato: 2.610 case per nuovi coloni nell’insediamento di Givat Hamatos, nella Gerusalemme occupata, ulteriore schiaffo in faccia alla comunità internazionale.

Lo ripetevano i primi leader dello Stato ebraico negli anni ’50: i confini di Israele arrivano dove l’ultimo albero sarà piantato. E questo resta l’obiettivo: espandere il controllo del territorio fin quanto possibile, relegando la popolazione palestinese in spazi minimi completamente scollegati tra loro. Per questo a Israele l’attuale status quo fa comodo, ogni sua modifica provocherebbe una destabilizzazione del progetto sionista.

Ovviamente non sono mancate le critiche statunitensi ed europee al nuovo piano di costruzione nei Territori Occupati. Di nuovo, tante parole a cui non seguono fatti. Ieri Bruxelles ha definito il piano di espansione coloniale a Gerusalemme Est “altamente pericoloso” per gli sforzi diplomatici e ha chiesto ad Israele “un cambio di marcia immediato”: “Rappresenta un ulteriore grave pericolo che mina le prospettive di una soluzione a due Stati e fa sorgere dubbi sull’impegno israeliano a negoziati di pace con i palestinesi”.

Critiche sono arrivate anche da Washington. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha avvertito Israele: passi unilaterali simili “allontanano Tel Aviv dai suoi più stretti alleati”. Il premier israeliano Netanyahu non ha fatto passare che poche ore prima di reagire alle critiche Usa: “Che si studino i dettagli prima di rilasciare dichiarazioni”, ha risposto uno stizzito Netanyahu alla radio pubblica israeliana. Il ministro della Casa Ariel aveva detto poco prima che mille case di quelle previste andrebbero “agli arabi”, senza fornire dettagli. Ma secondo il gruppo israeliano per i diritti umani, Peace Now, è estremamente improbabile che il governo autorizzerà palestinesi ad acquistare case nella colonia di Givat Hamatos: “L’esperienza ci insegna che a Gerusalemme Est si costruisce solo per gli israeliani. Delle 55mila unità abitative costruite dal governo nei quartieri di Gerusalemme Est nessuna è stata venduta a palestinesi”.

( Fonte : Nena News )