Campagna Open Shuhada street

Tour italiano di due rappresentanti dell’Youth Against Settlement di Hebron 

OPEN Shuhada Street-LogoIl 25 Febbraio 2014 ricorre l’anniversario del massacro di palestinesi in preghiera, compiuto dal colono di Kiryat Arba, Baruch Goldstein, nella moschea della Tomba del Patriarca a Hebron. Risultato del massacro è stato un accordo tra Israele e l’ANP che lascia il controllo della città vecchia di Hebron sotto il controllo israeliano. Per la “sicurezza” dei coloni Shuhada Street è chiusa per auto e pedoni palestinesi. Da cinque anni ogni anno contemporaneamente alle manifestazioni che si tengono in Palestina si manifesta anche a livello internazionale affinché venga riaperta ai palestinesi la strada centrale della città.

YAS

Izzat KARAKI, 24 anni, nato a Hebron  è nel gruppo da piu’ di cinque anni, una famiglia di militanti, di lavoro fa il fabbro. Izzat volontariamente con lo Yas, installa le reti e le barriere di ferro per difendere gli abitanti della città vecchia dagli assalti dei coloni ed è uno dei fondatori di una scuola materna, Sumud in Via Shuhada. Nel gruppo si occupa dei media. Ha subito spesso l’attacco dei coloni, un colono lo ha attaccato con spray al peperoncino, diverse volte arrestato dai soldati

 Jawad Abu Aisha, 40 anni, nato a Hebron vive a Tel Rumeida e lui e la sua famiglia sono costantemente attaccati dai coloni. Jawad è stato un leader  fin dalla prima Intifadah, cosi come nella seconda. Da quattro anni ha scelto di lottare nella resistenza popolare nonviolenta con lo YAS ed anche lui è  tra i fondatori della scuola di materna di Shuhada street.
Durante gli incontri verrà proiettato il video girato da Livia Parisi, giornalista di Assopacepalestina di Roma sulla resistenza nonviolenta dai giovani dello YAS e altri  brevi video  che realizzati da Izzat e Jawwad.

Calendario e città degli incontri

17 Febbraio – Roma
18 Febbraio  Rieti
19 Febbraio  Milano
20 Febbraio  Bologna
21 Febbraio  Firenze
22 Febbraio  Perugia
23 Febbraio   Venezia
24 Febbraio    Brescia
25 Febbraio    Roma
26 Febbraio    Foligno
27 Febbraio    Cagliari

 Per informazioni

Luisa Morgantini –  3483921465
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The passion for destroying small villages ended up causing a diplomatic incident

The passion for destroying small villages ended up causing a diplomatic incident – Gush Shalom – Israeli Peace Bloc.

Testimonanze dalla Palestina occupata, colline a sud di Al Khalil (Hebron)

Lo staff dell’Operazione Colomba ha avuto la possibilità di intervistare Hafez Huraini (H.), il portavoce del Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills, durante un viaggio di conoscenza in Italia a maggio del 2010. In quanto volontaria del corpo civile di pace, ho assistito all’incontro e ho inoltre avuto la possibilità di intervistare alcuni volontari (M., F.) che hanno seguito il progetto dell’organizzazione in Israele/Palestina. Le interviste sono state raccolte nell’ottica di testimoniare l’esperienza nonviolenta vissuta dagli abitanti dell’area delle South Hebron Hills. Lo scopo principale è stato quello di rilevare la connessione tra la nonviolenza e la riconciliazione come strumenti di gestione e di risoluzione costruttiva del conflitto in Israele/Palestina e in particolare nella zona delle South Hebron Hills. Nel territorio la scelta di gestire il conflitto adottando la strategia nonviolenta è stata promossa da alcuni abitanti del villaggio di At-Tuwani. Hafez Huraini descrive come è stata maturata questa decisione attraverso la narrazione della sua esperienza personale. H. afferma: «Sono nato e cresciuto sotto l’occupazione israeliana e con la violenza dei coloni. E la mia esperienza con la violenza e la nonviolenza è cominciata quand’ero piccolino. Un giorno pascolavo le pecore con mio fratello e degli uomini arrivarono correndo dietro a mio fratello per picchiarlo. Sono scappato a casa e ho detto a mio padre che era arrivata della gente che ci aveva attaccato. Lui mi disse semplicemente che erano coloni. Io non sapevo cosa volesse dire quella parola, chiedevo solo la protezione di mio padre. Ma lui mi disse di pregare. Quindi la mia domanda fin da piccolo è stata: come faccio a proteggermi visto che i miei genitori non possono? Devo diventare violento per spaventare chi vuole attaccarmi? I coloni hanno continuato ad attaccarci anche negli anni successivi. Dalla fine degli anni ‘80 il loro comportamento è diventato sempre più violento. Dal 1999 al 2000 c’era stata un’evacuazione. Le camionette militari avevano portato via gli abitanti dei villaggi. La mia famiglia è sempre stata proprietaria di una valle. Noi abbiamo sempre coltivato la valle fino a quando, nel 2003, i militari hanno cominciato a cacciarci via col bulldozer minacciando di ucciderci. Sono stato arrestato. La terra è stata confiscata ed è stata data ai coloni. Il fatto è che tu vivi quest’ingiustizia così forte e non puoi fare nulla. In quel momento abbiamo iniziato ad invitare gli israeliani e gli internazionali. Le cose che più mi hanno aiutato nella scelta nonviolenta sono stati due episodi della mia vita. Il primo episodio è stato quando i coloni hanno attaccato mia madre. Io ero nel villaggio e ho sentito urlare e ho visto che 7 coloni stavano attaccando mia mamma. E quando i coloni mi hanno visto, questi hanno iniziato a spararmi addosso ma io sono corso lo stesso verso mia mamma. Mentre i coloni mi sparavano stavano anche chiamando l’esercito che infatti dopo poco era arrivato. Mia mamma è stata ricoverata in clinica per tre giorni. Poi è tornata a casa. A livello di sentimenti io sentivo un forte desiderio di vendetta e lo confidai a mia madre. Mia mamma mi disse: “Quello a cui hai assistito è un’assoluta ingiustizia però tu devi trovare il modo giusto di reagire a questa ingiustizia altrimenti tu verrai ucciso e noi saremo cacciati”. Non ho mai dimenticato questa frase. Da quel momento ho avuto chiara una cosa: la strategia dell’occupazione prevedeva il sostegno tra i coloni e l’esercito. I coloni ci spingevano con la forza ad usare la violenza in modo da poter avere una giustificazione per mandarci via con l’appoggio dell’esercito israeliano. Per questo abbiamo trovato nella. nonviolenza una forma di lotta che non desse alcun pretesto ai coloni e all’esercito per infliggerci ulteriori violenze o per mandarci via dal luogo in cui siamo nati. La strategia dell’occupazione israeliana mira a tenerci dentro un circolo di violenza in cui noi da vittime passiamo per i criminali. Il secondo episodio che mi ha sostenuto nella lotta per la nonviolenza e per la riconciliazione è stato questo. Io sono diventato molto presto un bersaglio per i militari perché ogni settimana organizzavamo qualche iniziativa nonviolenta o c’erano incontri con l’altra parte nel villaggio. Almeno dieci o dodici volte al mese i militari entravano in casa mia, mi buttavano giù dal letto e distruggevano le cose in casa intimandomi di smettere di invitare gente da fuori. Non volevano che nessuno sapesse qual era la realtà. Questa è stata una sfida molto forte. Io sentivo le urla dei miei bambini durante le incursioni notturne. Però ai militari dicevo: “Se lo fate anche ogni ora io non smetterò”. Quindi si sono stancati prima loro e hanno smesso. Questo fatto mi chiarì un’altra cosa: i coloni e l’esercito non volevano che si sapesse ciò che stava succedendo nell’area. Così alcuni di noi hanno iniziato a spiegare alla gente del posto la strategia attuata dall’occupazione e di come i coloni cercavano in noi la giustificazione dell’uso della violenza per cacciarci. Abbiamo iniziato a coinvolgere le persone del villaggio spiegando loro che avevamo bisogno degli internazionali e degli israeliani in modo che tutti sapessero cosa stava accadendo al nostro villaggio. Non è stato facile perché per i palestinesi gli israeliani sono tutti uguali. Farli parlare con l’altra pare, con quelli che loro considerano i nemici, non è stato affatto facile. Ma poco alla volta i palestinesi hanno capito la realtà: non tutti gli israeliani sono soldati o coloni. Quindi abbiamo iniziato a lavorare a stretto contatto con gli internazionali e con gli israeliani». La scelta nonviolenta è nata dunque in risposta all’approccio distruttivo di gestione del conflitto che gli abitanti israeliani dell’area hanno adottato per continuare a vivere nel territorio e per espandere la propria presenza. La consapevolezza riguardante, da un lato, l’inferiorità delle risorse a disposizione e, dall’altro, gli effetti negativi della violenza ha spinto la popolazione palestinese di Masafer Yatta ad utilizzare una forma di lotta adeguata ai propri mezzi. Gli abitanti dei villaggi sanno che l’attuazione della strategia nonviolenta comporta dei rischi. Alcuni abitanti dell’area sono stati infatti arrestati e torturati. Nonostante ciò, la popolazione palestinese locale è convinta che le conseguenze negative, dovute all’utilizzo della lotta nonviolenta, siano nettamente inferiori agli effetti distruttivi della lotta armata. H. dice: «Nel 2006 hanno iniziato a costruire un muro che impediva le comunicazioni tra Yatta e At-Tuwani. In quei giorni parlavo con le persone e spiegavo alle persone perché stavano costruendo il muro. I militari mi hanno arrestato e mi hanno picchiato rompendomi tutte le costole. Mi hanno rilasciato, ma mi è stato vietato di partecipare alle manifestazioni. Vogliono praticamente controllarmi in tutte le mie azioni per limitarmi. Io non posso smettere di fare quello che faccio perché le persone si fidano di me e ho promesso loro di non dare all’occupazione una scusa per mandarci via. Quindi io so bene che c’è un prezzo da pagare adottando la resistenza nonviolenta. Ma il prezzo da pagare è inferiore a quello che si pagherebbe se si adottasse la strategia violenta. Se come villaggio avessimo scelto la violenza saremmo già stati cacciati». La decisione di attuare la resistenza nonviolenta come forma di lotta all’occupazione viene considerata dai volontari dell’Operazione Colomba che la promuovono un efficace sostegno al processo di pace. Coloro che realizzano quotidianamente le attività nonviolente stanno poco alla volta coltivando e acquisendo le capacità tipiche dell’attore nonviolento130. M. dice: «La nonviolenza l’ho vista più che altro nella persona di Hafez perché lui sento che ha proprio dentro un equilibrio e una serenità che riesce a trasmettere anche dai comportamenti. Invece in molti altri ho visto proprio una scelta nonviolenta provenire da una profonda rabbia dentro e per questo le persone sono tutte molto in cammino. La stessa cosa per la Palestina: non è che uno va giù e che se dà anche tutta la sua vita cambia le cose, ma può fare molto legandosi alle persone. Nel villaggio di At-Tuwani solo se si passa tantissimo tempo e tantissima vita si possono avere dei risultati che sono enormi però ci devi dedicare tanta vita insieme. Il concetto è: ti devi legare a delle persone e devi camminare con quelle persone». F. afferma: «Quando i coloni sono venuti ad attaccare le pecore, noi eravamo in mezzo ai pastori. Un bimbo, figlio di un pastore, ha preso una pietra da terra per tirarla al colono. Suo padre che era dietro gli ha urlato: “Lascia giù quella pietra”. In quel momento ho pensato che questa gente credesse veramente nella resistenza nonviolenta. Gli stavano ammazzando la sua unica forma di sostentamento, eppure lui non ha ceduto. Sono sbalordita. Ogni mattina queste persone si svegliano e continuano a scegliere la nonviolenza. Un giorno, durante una marcia in cui i bambini manifestavano per i loro diritti, una mia collega è stata arrestata. Per me è stato un duro colpo. Però, allo stesso tempo, avevo in mente le facce dei bambini. I bambini sono riusciti a marciare con tutte le bandiere, gli slogan, mentre i soldati hanno fermato i coloni che volevano attaccare il corteo. La gioia di questa gente che ha lottato per i propri diritti e la loro soddisfazione. Lì mi sono detta: “ecco vale la pena anche quello che abbiamo patito a causa dell’arresto”. Il sacrificio si fa se si vede il risultato». Gli obiettivi che gli abitanti palestinesi delle South Hebron Hills si sono prefissi di raggiungere attraverso la resistenza nonviolenta hanno richiesto la stretta collaborazione tra la popolazione locale, gli operatori internazionali e gli israeliani. La presenza internazionale non solo garantisce la diminuzione del livello di tensione tra le parti, ma ha assunto in alcuni casi il ruolo di mediatrice tra la popolazione locale palestinese e la controparte locale israeliana. Inoltre, il coinvolgimento diretto della popolazione israeliana nella resistenza nonviolenta portata avanti a Masafer Yatta crea le basi per la costruzione di una soluzione di pace duratura in quanto inclusiva di tutte le parti implicate nel conflitto. H. asserisce: «Io vengo da una famiglia in cui mi hanno insegnato a non odiare, mia madre è sempre in prima fila nelle manifestazioni a parlare con i soldati. E ho capito una cosa: se scegli la violenza sei solo, ti devi nascondere; se scegli invece la nonviolenza hai bisogno della solidarietà degli altri, non puoi farlo da solo. Noi abbiamo bisogno di solidarietà dagli israeliani e dagli internazionali perché siamo nel giusto ma la nostra voce è veramente debole e dobbiamo farla sentire. Dobbiamo portare la verità su ciò che sta accadendo a noi. Portare questa verità alla società israeliana, al mondo intero, al fine di produrre un cambiamento positivo. Noi siamo vittime di ingiustizie e violenze, ma anche voi occidentali siete vittime, vittime degli organi d’informazione che nascondono la verità. E i coloni, come l’esercito, sono gli strumenti attraverso i quali l’occupazione cerca di raggiungere il suo obiettivo sull’area, cioè mandarci via e annettersi i terreni. Ancora oggi è aperta presso l’Alta Corte Israeliana una petizione che vede da un lato gli abitanti dell’area che chiedono di rimanere dove sono nati e dall’altro il Ministero della Difesa Israeliano che chiede di annettersi l’intera aerea per farvi una zona di esercitazioni. Per questo penso che dobbiamo lavorare con tutte le parti: lavorare per la pace e parlare di pace. Non solo israeliani e palestinesi ma anche internazionali. Noi dobbiamo lavorare in tutte le direzioni per fermare le violazioni dei diritti umani, le violazioni delle leggi internazionali e perché vengano applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite». M. aggiunge: «Se una parte comincia ad agitarsi e a fare qualcosa, sicuramente l’altra parte reagisce, per cui questo è un aspetto non so se negativo perché comunque come era obiettivo anche di M.L.King cioè quello di rendere la situazione talmente instabile che non si possa continuare così, ma che si sia costretti a dialogare e a fare qualcosa131. In questo modo l’altra parte deve riconoscere che la parte più debole ha il diritto di vivere». Per realizzare questi obiettivi la strategia nonviolenta si basa sulla realizzazione di diverse attività congiunte in cui ad ogni attore coinvolto spetta un preciso compito. H. afferma: «La nostra strategia è basata da un lato sui ricorsi legali in cui ci aiutano le organizzazioni israeliane per i diritti umani come ACRI e Yesh Din, e dall’altro sulla comunicazione con i media in cui ci aiutano gli internazionali presenti ad At-Tuwani ed i pacifisti israeliani come Rabbini per i Diritti Umani e Ta’ayush. Ogni giorno la popolazione palestinese dell’area sceglie le nonviolenza continuando ad usare i campi da cui viene scacciata con la forza, facendo azioni e manifestazioni nonviolente e, per esempio, per quanto riguarda i bambini, continuando ad andare a scuola, nonostante il reale rischio di essere picchiati dai coloni. Io penso a quali sono i nostri compiti: come palestinesi lavorare duro per far conoscere la realtà in cui viviamo perché il mondo non sa cosa succede da noi e anche lavorare per costruire la cultura di riconciliazione tra i due popoli. Per questo dobbiamo concentrarci sui bambini perché loro sono il futuro. E per questo stiamo cercando di far giocare insieme bambini israeliani e palestinesi attraverso le partite di calcio. Per quanto riguarda gli israeliani: molti di loro sono vittime di quello che il governo vuol far loro credere e si fidano di ciò che i media gli raccontano, non conoscono ciò che sta succedendo realmente. Cerchiamo di far conoscere ciò che stiamo facendo ad At-Tuwani. Agli internazionali dico: state facendo un grande lavoro nelle colline a sud di Hebron». L’intervento civile dei volontari dell’Operazione Colomba garantisce una forma di deterrenza rispetto agli abusi perpetrati dai coloni e dai soldati israeliani. Inoltre la posizione esterna e la modalità d’intervento dell’Operazione Colomba promuovono la costruzione di concreti spazi di dialogo tra le parti attraverso l’instaurazione di un rapporto di fiducia con esse (Kelman, 2005). Infatti il fatto che gli operatori realizzino le proprie attività sia con la parte palestinese delle South Hebron Hills sia con la parte israeliana di Gerusalemme e Sderot ha contribuito ad eliminare il pregiudizio di alcuni soldati israeliani secondo cui gli internazionali sostengono solo la parte palestinese. M. dice: «La volontà di incontrarsi e di cambiare deve venire dalle persone che vivono giù, noi siamo solo testimoni e possiamo creare uno spazio di incontro tra le persone. Il dialogo è possibile solo tra due persone che si guardano negli occhi non tra una persona che è in ginocchio e una che è in piedi». F. aggiunge: «Secondo me noi possiamo essere spazi di dialogo perché comunque il fatto di vedere il mondo in bianco e nero, quindi in oppressori ed oppressi, in vittime e carnefici, istintivamente viene fuori, per cui in questo caso noi siamo quel terzo elemento che non rientra né nell’uno né nell’altro. Secondo me, dovremmo cercare di far vedere le cose con una lente di vetro, come mettere gli occhiali sia ai palestinesi che agli israeliani, perché vedano nell’altro appunto una persona e non una vittima o un carnefice, un bene o un male. Uno dei nostri compiti secondo me è quindi quello di fare gli oculisti. Però mi rendo conto che deve partire da loro, dalle persone che vivono lì, perché la cosa che più facilmente ci possiamo sentir dire è “Voi chi siete? Con che diritto venite a dirmi queste cose qui che non siete qui”. Il fatto di essere esterno ci dà comunque la possibilità di avere un’ottica magari un po’ più distaccata. A noi è poi data la possibilità di parlare perché viviamo lì, subiamo le ingiustizie che subiscono loro, a fianco a loro, se no non avremmo la possibilità di parlare. Se noi venissimo dall’Italia solo per parlare, per creare questi spazi qui, senza vivere con le persone non avremmo credibilità». La modalità di intervento realizzata dall’Operazione Colomba permette agli operatori internazionali di acquisire credibilità di fronte agli attori in lotta. Il punto di vista esterno ha quindi la possibilità di essere ascoltato e di influenzare le parti in conflitto. In questo modo i soggetti coinvolti possono sviluppare un’ottica differente con cui interpretare le dinamiche conflittuali e le azioni della controparte. I risultati raggiunti, rispetto agli obiettivi prefissi e alle attività svolte, dimostrano l’efficacia della resistenza nonviolenta realizzata attraverso l’azione congiunta degli attori coinvolti. Inoltre la modalità di intervento promossa dall’Operazione Colomba si è dimostrata efficace nel realizzare alcuni principi della spiritualità della nonviolenza132. Alcuni degli attori in conflitto più “arroccati” sulle loro posizioni hanno aperto la propria coscienza alla possibilità di un cambiamento di condotta. H. dice: «Da quando gli internazionali sono presenti, la violenza dell’esercito è minore e quella dei coloni è diminuita. Poi quando la violenza si manifesta ugualmente, grazie alla presenza degli internazionali riusciamo a farla conoscere alla società israeliana e al mondo in modo da creare un cambiamento. Adesso i palestinesi vanno nei loro campi e arano e seminano e raccolgono e lo possono fare per la solidarietà con gli internazionali e con gli israeliani e contro questo i coloni e i soldati possono fare poco. Poi abbiamo continuato a lavorare sulle nostre azioni nonviolente con gli internazionali e gli israeliani e durante l’azione nonviolenta abbiamo raggiunto risultati importanti. Per esempio le terre confiscate e i villaggi evacuati sono stati ripresi e i villaggi ripopolati». F. racconta un episodio significativo: «Noi volontari abbiamo denunciato alle autorità competenti, attraverso la registrazione effettuata con la videocamera, un comportamento offensivo tenuto da alcuni soldati israeliani nei nostri confronti. Per questo quei soldati sono stati arrestati. Un giorno abbiamo incontrato un loro amico. La prima volta che lo abbiamo visto ci ha attaccato a urla, urlandoci contro, dicendo che manipolavamo la situazione e che non era giusto che i suoi amici fossero in galera per colpa nostra. Una volta si è sfogato un po’ così e noi siamo rimasti lì a prenderci gli insulti praticamente. Dopo essersi sfogato si è un po’ calmato e ha iniziato a parlare, noi eravamo tesissimi, ci ha chiesto un po’ cosa ne pensavamo, cioè di dire un po’ la nostra, da lì noi abbiamo cominciato a raccontare chi siamo e la cosa bella è stata quando gli ho raccontato dell’Operazione Colomba, della presenza, dello spirito della Colomba, della riconciliazione, della presenza da entrambe le parti. Questa cosa qui lo ha colpito perché lui pensava che fossimo solo lì a sostegno della comunità palestinese e che non ce ne fregasse niente di quello che pensavano loro, anzi che fossimo contro di loro. Invece si è creato uno spazio di dialogo e tutte le volte successive che veniva a fare la scorta con i bambini, si è sempre fermato cinque o dieci minuti a chiacchierare: come va, come non va. Finché dopo un paio di settimane ci è venuto a salutare dopo una scorta. Ha detto: “Domani io vado via, mi sono fatto trasferire”. Gli abbiamo chiesto perché si fosse fatto trasferire e lui ha detto “perché questo posto mi manda proprio in confusione, qui non riesco più a capire chi sono i buoni e i cattivi e non riesco più a gestire la situazione per cui mi sono fatto trasferire sul fronte, in un posto dove è chiaro, mi hanno detto che di fronte a me ci sono i cattivi e devo sparare in quella direzione. Questa cosa qui mi fa fare meno domande”. Un po’ come dire: non vedo in faccia il mio nemico per cui vado meno in confusione. Questa cosa è pesantissima, farsi trasferire perché in quella situazione lui non riusciva più a capire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Ed era lo scopo nostro, quello di fargli capire che non ci sono i buoni e i cattivi, che il mondo non è diviso in due. Quello pur nella delusione, quando lui ci ha detto che si sarebbe fatto trasferire, perché d’istinto mi veniva da dire: “Cavoli, proprio adesso”, quindi nella tristezza della scelta che aveva fatto lui, mi è venuto da dire “Però un semino lo abbiamo buttato”, sperando che lui magari non regga molto la situazione neanche là e cambi drasticamente». Gli esiti positivi raggiunti motivano la popolazione palestinese a portare avanti la resistenza nonviolenta nonostante le difficoltà. Infatti gli attori in lotta sono disincentivati a sostenere la realizzazione del processo di pace nel momento in cui i loro sforzi di riavvicinamento non producono un impatto decisivo nel modificare la situazione contingente (Ramsbotham, 2010; Kelman, 2005). L’adozione dello strumento di lotta nonviolento si è rivelato efficace nel superare questa difficoltà. Inoltre una parte di popolazione israeliana si sta sempre più profondamente rendendo conto delle conseguenze negative dovute all’uso della forza nel conflitto. H. asserisce: «Le persone di At-Tuwani hanno continuato nella scelta nonviolenta perché ne vedono i risultati e i giovani imparano dalla nostra lotta quotidiana. Questo mantiene alta la speranza delle persone perché è una lotta che durerà tutta la vita». F. afferma: «Credo che una parte della gente comune, da entrambe le parti, non ne può più. Penso proprio che la gente comune si è resa conto che con la violenza non si ottiene niente. Gente comune che vive nei villaggi, ma anche israeliani. Io ho avuto la fortuna di studiare ebraico in una scuola ebraica tendenzialmente frequentata da israeliani e internazionali, quindi sapere che i giovani hanno voglia di vivere una vita decente, normale, insomma questa è una speranza. Inoltre se tu chiedi “com’è andata finora ti va bene?”, non c’è nessuno da entrambe le parti che ti possa dire di sì. Per cui se come è andata finora non va bene, non ti sta bene, evidentemente qualcosa bisognerà cambiare e non è che puoi dire: “deve cambiare l’altro”, devi cambiare te. Il fatto di dire questa cosa qui ad ognuna delle due parti, lentamente sta funzionando». Il Comitato Popolare di Resistenza Nonviolenta delle South Hebron Hills non ha richiesto alcun appoggio dal punto di vista politico. Il timore di subire strumentalizzazioni a livello politico comprometterebbe l’intero operato svolto e i risultati raggiunti. Il movimento che sostiene la resistenza nonviolenta nell’area è una novità rispetto alle strategie di lotta armata adottate dalla parte palestinese. In questo senso, tale scelta deve essere il più possibile promossa. H. afferma: «Noi siamo assolutamente indipendenti dal punto di vista politico e non vogliamo avere alcun rapporto con i partiti politici. Perché? Perché le persone sono indipendenti. Noi vogliamo stare lontani dal discorso politico palestinese. Noi dobbiamo salvarci e sopravvivere e la scelta nonviolenta è una scelta di vita. Il movimento nonviolento in Palestina è una cosa molto nuova. È cominciata poco tempo fa sui problemi della terra in particolare a Masafer Yatta, ad At- Tuwani e a Bil’in. Deve essere promosso, diffuso e conosciuto perché funziona». L’instaurazione del dialogo tra le parti è una condizione fondamentale affinché il processo di riconciliazione possa realizzarsi. La resistenza nonviolenta attuata nelle South Hebron Hills favorisce la costruzione di uno spazio di dialogo tra gli attori. Infatti la strategia nonviolenta viene effettuata attraverso il coinvolgimento e il sostegno diretto dei propri nemici. In questo modo gli sforzi atti a promuovere il processo di pace sono sostenuti dalla collaborazione di entrambi gli attori in lotta. Inoltre la lotta nonviolenta basandosi sull’aggressione morale dell’avversario non provoca danni alla controparte. In questo modo gli oppressori non hanno la possibilità di fare alcun tipo di rivendicazione perché i propri diritti non vengono intaccati. Bensì i perpetratori hanno la possibilità di riscattare la propria condotta partecipando attivamente al processo di pace. Infine la nonviolenza diventa uno strumento positivo di gestione del conflitto per entrambe le comunità implicate. Attraverso la resistenza nonviolenta, la popolazione palestinese dell’area può sfogare costruttivamente la propria rabbia e le proprie frustrazioni per le ingiustizie subite. Così gli abitanti delle South Hebron Hills riescono a dimostrare l’esistenza e la validità della nonviolenza come alternativa alla lotta armata. Le organizzazioni pacifiste israeliane hanno invece la possibilità di combattere in modo nonviolento contro la strategia politica di occupazione e di violenza condotta dal governo israeliano assumendosene in parte le responsabilità. Entrambe le parti riescono quindi a smantellare la stereotipizzazione del nemico prodotta dalla logica di guerra (Maoz, Ellis, 2008). Gli operatori internazionali ricoprono invece un ruolo che è caratterizzato da due aspetti principali. Da un lato, gli operatori internazionali in quanto parti esterne al conflitto riescono a garantire il rispetto dei diritti umani e a porsi come mediatori tra gli attori in lotta. Dall’altro, gli operatori provenienti dall’Occidente assumono su di sé e affrontano le responsabilità degli errori commessi in passato dalle strategie politiche occidentali. Infatti, il trauma della shoah, subita in Europa dal popolo ebraico nel secolo scorso, è ancora vivo nella memoria collettiva israeliana che spesso viene strumentalizzata per allontanare i volontari internazionali dalle loro attività. Per evitare di costituire un ostacolo al processo di pace, gli operatori internazionali costruiscono uno spazio in cui possano essere promosse la conoscenza delle modalità di azione attuate e l’instaurazione di un rapporto diretto tra i volontari e gli israeliani. Questi elementi fanno sì che la nonviolenza, attuata dalla popolazione palestinese delle South Hebron Hills, prepari il percorso su cui la riconciliazione può effettivamente realizzarsi. H. afferma: «Io non odio i coloni perché loro sono strumento per la politica dell’evacuazione, seguono degli ordini. La politica israeliana li supporta e li spinge ad essere così violenti perché vuole portare avanti la propria di strategia, ovvero quella di fomentare la violenza da entrambe le parti. Le loro convinzioni ideologiche li spingono ad odiare i palestinesi, ma per noi loro sono i benvenuti nell’area. Perché odiarli allora? Per me sono ebrei che fanno cose cattive, non sono ebrei cattivi che fanno cose cattive. Sono degli esseri umani e quindi lo sanno che stanno facendo cose non buone. Per questo noi dobbiamo invitare molte più organizzazioni internazionali e israeliane sui diritti umani per far vedere la situazione e far conoscere la realtà. Perché quello che è successo e che continua a succedere ad At-Tuwani e in tutta l’area è illegale secondo le leggi internazionali. Quindi il punto di partenza deve essere quello di creare una cultura di pace nelle nuove generazioni e poi di costruire un dialogo tra le parti che porta alla riconciliazione. Adesso l’obiettivo palestinese è quello di costruire uno stato. Forse avremo due stati. Ma è impossibile convivere se prima non c’è una cultura della pace, un credere nell’altro, un sentire l’altro e credere nella pace. Per quanto riguarda il rapporto coi coloni israeliani: io per primo cerco di parlare con i coloni ma credo che solo attraverso gli israeliani che vengono ad aiutarci riuscirò a parlare coi coloni. Anche se è davvero difficile perché addirittura i coloni sono contro gli stessi ebrei. Esistono coloni che attaccano altri israeliani». M. aggiunge: «Ricordo un ragazzo che è venuto quando abbiamo fatto una grandissima marcia nel dicembre del 2007, con 200 persone, tutti israeliani e internazionali. Era molto giovane, di origine russa, non era mai stato nei territori occupati, non aveva mai visto niente. Lui era un colono di un insediamento vicino a Gerusalemme ed era rimasto colpito in maniera incredibile vedendo la miseria di un villaggio come At-Tuwani, dove c’è solo deserto. Era dicembre, c’era un po’ fresco e ha fatto un gesto stranissimo: ha lasciato il suo giubbotto su un sasso vicino al villaggio. Non voleva darlo in mano a qualcuno, ha fatto finta di dimenticarselo, in questo modo lo aveva voluto lasciare a qualcuno. Un gesto così simbolico mi ha fatto capire che era rimasto molto colpito. Poi soprattutto Hafez crede in questa cosa, cioè nel creare ponti tra le parti. Lui ha in mente mille progetti, dal fare scuole di calcio nei villaggi, ad andare in Israele. L’anno scorso, durante un campo estivo, ha fatto una gita di bambini e li ha portati tutti in Israele. Ci crede molto. Anche conoscere la società israeliana, andare a Sderot, così può cambiare la prospettiva del conflitto, vedere le difficoltà anche dalla parte israeliana. In questi anni poi ho visto delle piccole aperture. Una nostra volontaria ha incontrato un colono di Ma’on, è andata a casa sua e ha incontrato tutta la sua famiglia. Quello è stato il momento più alto che ho visto io. Di fatto da parte dei coloni c’è grande indifferenza e grande paura delle situazioni, poi c’è un piccolo gruppo che sono proprio delinquenti. La colonia fu anche pensata come un luogo chiuso, perché ha recinzioni, un fossato, le guardie, proprio un luogo difficile, luogo del non incontro assoluto, adesso c’è anche un muro. Però c’è chi non perde la speranza, come Hafez che inventa mille occasioni d’incontro. Ci vuole molto incontro tra le persone di At-Tuwani e gli israeliani in generale. Questa può essere una via che può portare all’apertura di alcuni coloni o all’apertura della colonia stessa». Una condizione che permette la realizzazione del processo di riconciliazione è la costruzione di un dialogo paritario tra gli attori in conflitto (Maoz, 2005). Quando una delle parti si trova in posizione di forza, il processo di riconciliazione viene ostacolato. Infatti «in asymmetric conflict it is the discourse of the weaker party that has a greater incentive to promote strategic engagement, while the discourse of the more powerful party has a greater interest in ignoring or suppressing it» (Ramsbotham, 2010, p.168). Per questo la presenza internazionale dovrebbe riuscire a riequilibrare i rapporti tra le parti minimizzando gli ostacoli al processo di riavvicinamento tra gli attori derivanti da uno squilibrio di potere (Assefa, 1999). F. dice: «La popolazione palestinese nell’area è in ginocchio. D’istinto mi verrebbe da dire che non credo che riusciremmo a rimetterla in piedi in modo che possa trovarsi di fronte la parte israeliana per guardarla negli occhi e dialogare. Però possiamo far incontrare la parte israeliana già in ginocchio con quella palestinese in ginocchio in modo che si possano guardare negli occhi. Cioè, essendo tutte e due in ginocchio, magari riescono a vedere la sofferenza l’uno dell’altro per poi riuscire a rialzarsi insieme». Il percorso di riconciliazione viene quindi sostenuto e costruito attraverso l’intervento nonviolento congiunto tra la popolazione palestinese delle South Hebron Hills, la comunità israeliana e l’appoggio degli operatori internazionali. La riduzione delle violazioni dei diritti umani nell’area di Masafer Yatta favorisce l’organizzazione di incontri tra le realtà israeliane e palestinesi che per prime subiscono le violenze e i disagi del conflitto armato e che, in questo modo, diventano le protagoniste attive del processo di riconciliazione.

Tratto dalla tesi di laurea: GESTIONE DEI CONFLITTI: LA RICONCILIAZIONE NEI CASI KOSSOVO E ISRAELE-PALESTINA di Giulia Zurlini Panza scritta a quattro mani con U.S.

P.S. La sezione della tesi relativa alla storia della Palestina è una personale ricostruzione dell’autore in chiave sionista e colonialista di fatti solo parzialmente riportati e non trova riscontri nella realtà.
Per conoscere la vera storia della Palestina si consiglia di consultare “La pulizia etnica della Palestina” di Ilan Pappé o qualunque altro testo storico.

Scrittori israeliani contro la Firing Zone 918

Ventiquattro autori, guidati da David Grossman, firmano una petizione contro l’espulsione forzata di otto villaggi palestinesi a Sud di Hebron. E fanno visita alle comunità.

A difendere i villaggi palestinesi delle Colline a Sud di Hebron scendono in campo anche gli scrittori israeliani: 24 noti autori hanno firmato una petizione in cui chiedono di fermare l’espulsione forzata delle comunità palestinesi intrappolate nella cosiddetta Firing Zone 918 (leggi la storia).

27-06-13ScrittoriIsraeliani.

“From al-Araqib to Susiya” documentary encourages new framework of resistance

May 12, 2013

On April 26, the documentary by legal workers at the Adalah Legal Center “From al-Araqib to Susiya” featuring testimonies from the residents was screened in both of the villages. 

al-Araqib is located roughly eight kilometers north of Beersheba in the Naqab desert, whereas Susiya lies within the 1949 Armistice “Green Line,” six kilometers south-east of Yatta in the South Hebron Hills.

The 20-minute short film delved into the causes and thus the similarities between the forced displacement in each village in an attempt to encourage the understanding of a long-held fact: there is only one system of apartheid and only one occupation.

Audience members, roughly numbering around 100 and comprising of Palestinians from both territories amidst a smattering of Jewish-Israelis and internationals, had travelled by a prearranged bus from al-Araqib through a checkpoint in the South Hebron Hills, and stopped to watch the film in Susiya. The concept and impetus for the documentary came from the employees at Adalah, the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, with the help of many civil society organizations, and some notable academics including Oren Yiftachel.

“There are some legal differences [between the demolitions and confiscation of land in both villages], but the responsible authorities represent the same power and use similar methods,” Yiftachel explained.

“The Bedouins in the Negev [Naqab] have [Israeli] citizenship, but it hasn’t prevented the state from gravely abusing their rights. In Susiya, the village is in a prime area designated to be Judaized as part of Area C. Both are key sites for resisting the colonial push.”

The film is a radical attempt, albeit within a pseudo-legal framework, to express and illuminate a growing feeling among many Palestinians that the occupation is no longer as ambiguously and shrewdly divided between the 48 and 67 territories as it has formerly been. Many have expressed this before, and the knowledge of “one occupation” has been there since its existence. Yet as Israeli national dialogue towards Palestinians becomes ever more genocidal, and eliminates Palestinians (whether citizens or not) from the history books, a consensus has developed within pockets of Palestinian society that the fight needs to be taken as a unified whole.

The Prawer Plan and Judaization

A little over two weeks ago at the end of April, the Israeli civilian police force Yassam destroyed al-Araqib for the forty-ninth time.

The Arab Bedouin are indigenous to the Naqab desert, having lived there since the seventh century. Yet under Israeli law they have no recognized inhabitations. The law specifies that uncultivated land can be transferred to state land if required, so the transitory lifestyle of the Bedouin does not equate with a right to the land. Yet Bedouin communities have been fixed and stabilised since the 16th century, with travel limited to privately owned plots of land and collectively held pasture lands that have been historically established.

After the Nakba in 1948, 81,000 Bedouin were forcefully displaced from the desert, with 11,000 being forced into what is known as the “Siyag” (or “fence” in Arabic), a restricted zone in the northern Naqab. Inside this area live two groups; the internally displaced Bedouin from elsewhere in the Naqab, and the original Bedouin residents inside the newly-designated Siyag. They lived in 35 unrecognized villages and the seven townships that were created by the state of Israel since 1969. There is only one Bedouin village left elsewhere in the Naqab.

al-Araqib is one of the 35 unrecognized villages in the Siyag. The police have continually destroyed al-Araqib since July 2010 in an attempt to coerce the population to move into the townships. After every destruction, the residents who number over 300 build temporary structures in the village cemetery, the only plot of land left untouched by the Israeli soldiers. Since then, the villagers have proudly rebuilt their homes out of the rubble left behind.

“First of all the soldiers asked us to get out of the houses,” said Aziz al-Tori, the son of al-Araqib’s Sheikh Siyakh al-Tori. “They ask us if we want to fight them, to make a conflict with [the police] and our people. But we know this is in their interests. They want to start something, in order to make us put our hands up and leave our houses.”

“Still they pushed and pulled us outside,” he continued, speaking about the most recent demolition. “They asked us for our [Israeli] passports. They pushed us into the cemetery, and then they came with their bulldozers and destroyed everything.”

The demolitions are conducted under the remit of the Prawer Plan, an ambiguous piece of legislation that connects the web of structures that aim to force the Bedouin from their ancestral homes. At its core it is attempting to “recognize as many villages as possible” by demolishing the unrecognized villages. The Prawer Plan Law, an extension of the original Plan, is the mechanical arm of Prawer, and aims to solve the Bedouin “problem” within the next five years.

“The Prawer Plan is vague,” states Oren Yiftachel. “The bill is very regressive and should be stopped. The UN and EU have spoken against it. The government must come up with a plan based on equality and recognition. Only then will the Negev begin to prosper.”

On the ground, the demolitions are ordered and coordinated by the Israel Land Administration (ILA), which has control over 93% of the land inside Israel. The ILA has harmonized its efforts with the Jewish National Fund, a quasi-governmental organization that has been acquiring Palestinian land for Jewish settlement projects since 1901, under the guise of forestation and land management projects. The JNF has fifty percent of the representation within the ILA, so while it technically owns 13% of the land in Israel, it has de facto control over much more. To summarise, the ILA is a governmental body, working for Israelis. The JNF is a quasi-governmental body working to secure a Jewish-only land, thus making the link between race and citizenship even more pronounced in the state of Israel.

Therefore, aside from demolishing their homes, not recognizing their existence, and denying their right to state services, the Israeli state has also confiscated sixty-six percent of the lands of al-Araqib for the creation of two large forests.

Susiya has a wholly similar history. The 350 residents live in Area C, next to the thirty-year-old site of Suseya, a Jewish-only settlement. Seventy percent of Susiya’s land has been confiscated, with another seventy percent of its structures slated for demolition for being located on what the Israeli authorities believe is an archaeological site. Settlers frequently carry out acts of physical and psychological violence on the villagers with complete impunity.

Displacement in separated territories by same political power

With 70,000 Bedouin citizens of Israel to be forcibly displaced under the Prawer Plan and 5,000 West Bank residents facing displacement from Area C, it is obvious to many that these two forced displacement cases are linked. However, the growing consensus at Adalah, as with other legal organizations, is that the link needs to become part of Palestinian dialogue and exist within the public domain.

 “We launched a campaign to stop the Prawer Plan. After this we came across a similar campaign in the West Bank called ‘Stand With Susiya.� We thought this was very interesting, especially because they are only 15 kilometers away from each other,” explains Nadia Ben-Youssef, the consultant for Adalah at its Naqab office. “We started looking at things differently. Prawer was suspending constitutional principles, but there was also the suspension of International Humanitarian Law behind the Green Line. Then we said, well both are part of the suspension of International Human Rights that protects everyone anywhere.”

At first Adalah attempted to bridge the gap between current dialogue and the potential for a new framework of linked narratives by holding a roundtable discussion with civil society organization representatives in September 2012. The speeches conducted before and after the documentary worked with the meta-narrative between Palestinians in the 1967 and 1948 territories, and the idea of collaborative action was even floated, but the general atmosphere lacked a clear understanding of the fundamental shift that this partnership could unlock.

 “It is the same group that destroys Susiya and al-Araqib,” Aziz al-Tori stated. “It is the same political idea. Everything is the same.”

thanks to: Felix Black

                      Palestine Monitor