I falsi ebrei

La mitologia del moderno Israele

La mitologia del moderno Israele
(Foto di Leopoldo Salmaso)

di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel

 

“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.

…“.

 

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso


The Mythology of Modern Israel

The Mythology of Modern Israel
(Image by Flickr, modified)

by Tariq Ali1

This article is a transcription extracted from a conference at Rothko Chapel.

 

“…
In order to create a myth to justify the existence of the state (Israel), the Zionist leaders of Israel had two arguments:
– one, that these were biblical lands historically belonging to the Jewish people;
– and secondly, these lands were concentrated in what is now Palestine.

Therefore the occupation of Palestine and the creation of Israel in this particular territory was absolutely essential.

Now, you know, many of us argued against, and they would say they argue too, but… we don’t matter.
What is interesting now is that a very distinguished Jewish historian, or I should say an Israeli historian because that is: he prefers being referred to as an Israeli historian, Shlomo Sand at the University of Tel Aviv, wrote a very interesting book which created a storm. And his book, which was written initially in Hebrew, became a best-seller in Israel, just took the country by storm. It took some time before it was published in the West but it finally was, first in France and then in Britain and the United States. It created a big debate and what was very interesting was that Shlomo Sand essentially deconstructed all the myths of Zionism, quite calmly, and he said: “look, we shouldn’t use these myths to justify the existence of Israel”.
Israel is here to stay. I think all the citizens of Israel, whether they’re Jews or Palestinians, Arabs, Christians, Muslims, should have the same rights. And we should stop the right that, if you’re a Jew, you can come back to this land. It’s crazy, he said, why should we do this anymore? But in order to put this argument forward he really did a lot of historical and anthropological work, and he argued that, after the destruction of the temple in AD 70, contrary to mythology there were no expulsions of Jews from the region. He pointed out correctly that the Romans were not in the habit of expelling populations from lands that they conquered, because they were very intelligent and they needed cultivators and people working the areas, because the Roman legions didn’t do that.

And he (Shlomo) said not only were there no expulsions but, at the same time, there were Jewish communities numbering 4 million people, which is a huge amount for those times, in Persia, Egypt, Asia Minor and elsewhere, who stayed out.

And he then argued that the notion that the Jewish faith, after the separation of the reform movement known as Christianity from it, didn’t believe in proselytization is totally false: they did (proselitism), many people were converted; some converted themselves, and the Ashkenazi Jews in particular grew out of the mass conversions on the edge of the Caspian Sea, between the seventh and tenth centuries, off the khazars, who finally adopted Hebrew and converted to Judaism wholesale, and these are the Ashkenazi Jews who peopled Europe, and the ghettos of Europe, and who suffered under the Holocaust and all that.

These are those people descending from the khazars so he (Shlomo) said they in particular, who formed the bulk of the Zionist movement, had absolutely no connection with the Arab lands at all. Then he went even further so he said: if Palestine is not the unique ancestral homeland of the Jews, what happened to all the Jews in these countries? And here he comes up with a devastating explanation: he says by and large in their majority they converted to Islam, they converted to Islam, most of them not all of them, as many other people did in that region at the time.

And he says that the Palestinians whom we have been expelling and oppressing are the direct descendants of the Jews who used to live, actually live in this land. It’s a remarkable book, and it has created a huge debate, and the debate, he says, is not in Israel. And it’s interesting this: most Israeli historians accept that this is accurate, but they say their response to science is to say: well, you know, every nation creates its own mythology so what’s the big deal? But you know this is also true, by the way, but this mythology is very potent, and very powerful because this thing that is unleashed is still going on.

I mean, no one would mind the mythology if everything had been settled and some agreement had been reached, but because it hasn’t, it becomes a very disruptive force. And Shlomo Sand himself is by no means a radical figure. He says: I’m not a hardcore Zionist but I believe in Israel, except that I think all citizens should have equal rights and you can’t say to the Palestinians: “don’t come back to lands that were taken away from you”, as long as you keep saying to Jews, wherever they may be in whichever part of the world: “you can come back whenever you want”. And he said that’s why he wrote the book: to fight for equality. And the big attacks on the book have come from the Diaspora. I mean the New York Times ran a big, big review of it, which created a huge controversy. And in France and in Britain there was no controversy at all, by and large it was accepted that what he argued was true. I mean all the historians who reviewed the book said it’s accurate, you know, you can’t sort of catch him out of history, because we accept this. But the Diaspora was angry that this had even been said, to which Sand replied very very sharply: “well, if you’re so keen to say that I’m wrong and what I’m doing is harming Israel, why don’t you put your money where your mouth is, and leave the diaspora and come and settle in Israel?”.

He said: “if you’re that keen on the country, why don’t you come and live here, we live here and we know how we live”. And he said that: “how we live is not good, either for us or for the non-jews in that part of the world, and that is why I’ve written my book”.

Now, he’s a very courageous guy, by the way he’s not the only one: many Israeli historians have written books of this sort but do they have any impact on the rulers of the world or the rulers of Israel?
And here I think the answer is no.

And one of the interesting thing Shlomo Sand quotes in his book is a statement from David ben Gurion, one of the founding fathers of Israel, in 1918, where ben Gurion writes: “you know, people ask what happened to the Jews who lived in this region. They were loyal to the land and in order to stay in this land, he says, most of the Jews became Muslims”. So he knew it, and they knew it, the leaders of Israel, that this mythology that was being created on the basis of quotations from the Old Testament was largely mythology, not based on any historical reality at all.

So here you have an example of history being abused, but at the same time the abuse triggering off a huge and very creative debate, but of course debates alone and books, even as strong and powerful as the one written by this Israeli historian, do not sway the minds of politicians or rulers because ultimately they do not rule on the basis of the myths. The myths are to keep people in line, they rule for other reasons: to keep themselves in power, to keep control of the society as it is, and this doesn’t just apply to Israel, it applies to most of the rulers of different parts of the world, of the world today.
…”

Tariq Ali is a BritishPakistani writer, journalist, historian, filmmaker, political activist, and public intellectual. He is a member of the editorial committee of the New Left Review and Sin Permiso, and contributes to The Guardian, CounterPunch, and theLondon Review of Books. He reads PPE at Exeter College, Oxford.
He is the author of several books, including Pakistan: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) and The Extreme Centre: A Warning (2015).


La mitología de Israel moderno

La mitología de Israel moderno
(Imagen de Flickr, modificado)

Por Tariq Ali[1]

Este artículo es una transcripción extraída de una conferencia en la Capilla Rothko.

“…

Para crear un mito que justificara la existencia del Estado (Israel), los líderes sionistas de Israel tenían dos argumentos:

– uno, que estas eran tierras bíblicas que pertenecían históricamente al pueblo judío;

– y, en segundo lugar, estas tierras estaban concentradas en lo que ahora es Palestina.

Por lo tanto, la ocupación de Palestina y la creación de Israel en este territorio en particular eran absolutamente esenciales.

Ahora, ustedes saben, muchos de nosotros discutimos en contra, y ellos dirían que ellos también lo hacen, pero… no nos importa.

Lo que es interesante ahora es que un historiador judío muy distinguido, o debería decir un historiador israelí, porque eso es: prefiere que se le llame historiador israelí, Shlomo Sand, de la Universidad de Tel Aviv, escribió un libro muy interesante que creó una tormenta. Y su libro, que fue escrito inicialmente en hebreo, se convirtió en un best-seller en Israel, simplemente tomó el país por asalto. Pasó algún tiempo antes de que se publicara en Occidente, pero finalmente lo fue, primero en Francia y luego en Gran Bretaña y los Estados Unidos. Creó un gran debate y lo que fue muy interesante fue que Shlomo Sand esencialmente deconstruyó todos los mitos del sionismo, con bastante calma, y dijo: “Mira, no deberíamos usar estos mitos para justificar la existencia de Israel”.

Israel está aquí para quedarse. Creo que todos los ciudadanos de Israel, ya sean judíos o palestinos, árabes, cristianos, musulmanes, deberían tener los mismos derechos. Y debemos detener el derecho de que, si eres judío, puedes volver a esta tierra. Es una locura, dijo, ¿por qué deberíamos seguir haciendo esto? Pero para poder presentar este argumento, él realmente hizo mucho trabajo histórico y antropológico, y argumentó que, después de la destrucción del templo en el año 70 d.C., contrariamente a la mitología, no hubo expulsiones de judíos de la región. Señaló correctamente que los romanos no tenían la costumbre de expulsar a las poblaciones de las tierras que conquistaron, porque eran muy inteligentes y necesitaban cultivadores y gente que trabajara en las zonas, porque las legiones romanas no lo hacían.

Y él (Shlomo) dijo que no sólo no hubo expulsiones, sino que, al mismo tiempo, hubo comunidades judías de 4 millones de personas, lo cual es una cantidad enorme para aquellos tiempos, en Persia, Egipto, Asia Menor y otros lugares, que se quedaron fuera.

Y luego argumentó que la idea de que la fe judía, después de la separación del movimiento de reforma conocido como cristianismo, no creía en el proselitismo es totalmente falsa: ellos lo hicieron (proselitismo), muchas personas se convirtieron; algunos se convirtieron a sí mismos, y los judíos ashkenazis en particular surgieron de las conversiones masivas al borde del Mar Caspio, entre los siglos VII y X, de los khazars, que finalmente adoptaron el hebreo y se convirtieron al judaísmo al por mayor, y estos son los judíos ashkenazis que poblaron Europa y los guetos de Europa, y que sufrieron a causa del Holocausto y de todo eso.

Estas son las personas que descienden de los kázaros, así que él (Shlomo) dijo que ellos en particular, que formaban el grueso del movimiento sionista, no tenían absolutamente ninguna conexión con las tierras árabes en absoluto. Luego fue aún más lejos y dijo: si Palestina no es la única patria ancestral de los judíos, ¿qué pasó con todos los judíos de estos países? Y aquí viene con una explicación devastadora: dice que en su mayoría se convirtieron al islam, se convirtieron al islam, la mayoría de ellos, no todos, como muchas otras personas lo hicieron en esa región en ese momento.

Y dice que los palestinos a los que hemos estado expulsando y oprimiendo son los descendientes directos de los judíos que solían vivir, en realidad, viven en esta tierra. Es un libro notable, y ha creado un gran debate, y el debate, dice, no está en Israel. Y es interesante esto: la mayoría de los historiadores israelíes aceptan que esto es correcto, pero dicen que su respuesta a la ciencia es la siguiente: bueno, ya sabes, cada nación crea su propia mitología, así que, ¿cuál es el gran problema? Pero ustedes saben que esto también es cierto, de hecho, pero esta mitología es muy potente, y muy poderosa porque esta cosa que se desata todavía está en marcha.

Quiero decir, a nadie le importaría la mitología si todo se hubiera resuelto y se hubiera llegado a algún acuerdo, pero como no se ha logrado, se convierte en una fuerza muy perturbadora. Y el propio Shlomo Sand no es en absoluto una figura radical. Dice: No soy un sionista duro, pero creo en Israel, excepto que creo que todos los ciudadanos deben tener los mismos derechos y no se puede decir a los palestinos: “No vuelvas a las tierras que te fueron arrebatadas”, mientras sigas diciéndole a los judíos, dondequiera que estén en cualquier parte del mundo: “puedes volver cuando quieras”. Y dijo que por eso escribió el libro: para luchar por la igualdad. Y los grandes ataques al libro han venido de la diáspora. Quiero decir que el New York Times hizo una gran, gran revisión de la misma, lo que creó una gran controversia. Y en Francia y en Gran Bretaña no hubo ninguna controversia en absoluto, en general se aceptó que lo que él argumentaba era cierto. Quiero decir que todos los historiadores que revisaron el libro dijeron que es exacto, ya sabes, no puedes sacarlo de la historia, porque aceptamos esto. Pero la diáspora se enfadó porque esto ya se había dicho, a lo que Sand respondió de forma muy contundente: “Bueno, si estás tan ansioso por decir que estoy equivocado y que lo que estoy haciendo es dañar a Israel, ¿por qué no pones tu dinero donde está tu boca, dejas la diáspora y vienes a instalarte en Israel?”.

Él dijo: “Si te gusta tanto el campo, ¿por qué no vienes a vivir aquí?, nosotros vivimos aquí y sabemos cómo vivimos”. Y él dijo que: “La forma en que vivimos no es buena, ni para nosotros ni para los no judíos de esa parte del mundo, y por eso he escrito mi libro”.

Ahora bien, es un tipo muy valiente, por cierto, no es el único: muchos historiadores israelíes han escrito libros de este tipo, pero ¿tienen algún impacto en los gobernantes del mundo o en los gobernantes de Israel?

Y aquí creo que la respuesta es no.

Y una de las cosas interesantes que Shlomo Sand cita en su libro es una declaración de David ben Gurion, uno de los padres fundadores de Israel, en 1918, donde Ben Gurion escribe: “Sabes, la gente pregunta qué pasó con los judíos que vivían en esta región. Eran leales a la tierra y para permanecer en ella, dice, la mayoría de los judíos se convirtieron en musulmanes”. Así que él lo sabía, y ellos lo sabían, los líderes de Israel, que esta mitología que se estaba creando sobre la base de citas del Antiguo Testamento era en gran parte mitología, no se basaba en ninguna realidad histórica en absoluto.

Así que aquí tenemos un ejemplo de cómo se abusa de la historia, pero al mismo tiempo el abuso desencadena un debate enorme y muy creativo, pero, por supuesto, los debates por sí solos y los libros, incluso los tan fuertes y poderosos como el escrito por este historiador israelí, no influencian las mentes de los políticos o gobernantes porque, en última instancia, no gobiernan sobre la base de los mitos. Los mitos son mantener a la gente en línea, ellos gobiernan por otras razones: para mantenerse en el poder, para mantener el control de la sociedad tal como es, y esto no sólo se aplica a Israel, se aplica a la mayoría de los gobernantes de diferentes partes del mundo, del mundo de hoy.

…”

[1] Tariq Ali es un escritor, periodista, historiador, cineasta, activista político e intelectual británico paquistaní. Es miembro del comité editorial de New Left Review y Sin Permiso, y contribuye con The Guardian, CounterPunch y London Review of Books. Es profesor de EPP en el Exeter College de Oxford.

Es autor de varios libros, entre ellos, Pakistán: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) y The Extreme Centre: A Warning (2015).

thanks to: Redazione italiana di Pressenza

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Come ho smesso di essere ebreo: Shlomo Sand e il suo nuovo libro

 

Shlomo-Sand

Intervista esclusiva. «L’inverno qui a Tel Aviv è meraviglioso», mi dice Shlomo Sand, prima di aggiungere: «Penso che sia l’unica cosa bella, qui».

Docente di Storia contemporanea all’Università di Tel Aviv, le pubblicazioni di Sand hanno causato molte discussioni. Nel suo nuovo libro, How I stopped being a Jew, l’autore spiega la rottura personale con l’ebraismo secolare. Tale identità significa appartenere a un gruppo selezionato – egli spiega – e accedere a privilegi ai quali voglio rinunciare.

«In Israele non c’è dubbio che essere ebreo significa potere e privilegi», egli dice. Ma ciò avviene a spese degli arabi-israeliani, che non sono ebrei, e che sono pertanto cittadini di seconda classe. Peggio ancora, i privilegi sono irraggiungibili a causa della natura stessa dell’ebraismo secolare. Ad esempio, se credi in Dio puoi diventare un ebreo religioso, o, con molti sforzi, puoi diventare inglese, o francese, o un membro del partito laburista. Ma gli studenti palestinesi di Sand, se vogliono diventare ebrei secolari, devono prima diventare ebrei religiosi.

«Per la prima volta in vita mia io ritengo che essere un ebreo secolare significa appartenere a un club esclusivo, al quale non si è liberi di unirsi. Nessuno può diventare un ebreo secolare se non si è nati da madre ebrea. Ho deciso di non voler far parte, per il resto della mia vita, di un club cui non si ha libero accesso».

«Lo Stato di Israele, definendo se stesso Stato ebraico, designa gli ebrei in Israele come persone privilegiate. Per fare un esempio, se la Gran Bretagna dichiarasse di non essere lo Stato di tutti i britannici, ma solo di quelli cristiani, essere un inglese cristiano, in uno Stato simile, sarebbe da privilegiati. C’è una gran parte della popolazione che non è ebrea, e che non può diventare ebrea. Questo è un buon motivo per non considerare me stesso, in Israele, ebreo».

Nonostante la sua natura selettiva, Israele viene sempre considerata l’unica democrazia del Medio Oriente. Sand ritiene che una cultura politica liberale, in Israele, esista – il fatto che il suo libro sia stato pubblicato lì, e che esso sia diventato un best seller, lo prova -. Ma non è una reale democrazia. Israele non cerca di tornare utile ai suoi cittadini, ritiene Sand, ma cerca i vantaggi per gli ebrei in tutto il mondo.

Gli allievi arabo-israeliani di Sand non sono solo cittadini di uno Stato che non appartiene loro: i palestinesi dei Territori palestinesi occupati vivono privi di qualsiasi diritto civile o politico, dice Sand. «Non si tratta di 47 giorni, settimane o mesi. Sono 47 anni. E’ un periodo storico – Israele non può essere definita democratica se una parte della sua popolazione vive privata di ogni diritto fondamentale… La prima democrazia solida del Medio Oriente può diventarlo, forse, la Tunisia. Forse».

Israele dovrebbe iniziare a definire se stessa Stato israeliano, piuttosto che Stato ebraico, dice Sand, o anche repubblica, o monarchia.

Riguardo i piani a più lungo termine per il Paese, spiega Sand che «moralmente» egli preferirebbe uno Stato. «Viviamo troppo a contatto con i palestinesi per stare completamente separati, non è possibile. Ma dal punto di vista politico, quando penso a un progetto politico che possa progredire in Medio Oriente, non penso alla soluzione a Stato singolo. La società ebraica israeliana è una società fortemente razzista. Diventare una minoranza nel proprio Stato, da un giorno all’altro, non credo sarebbe possibile».

Sand ci tiene a distinguere se stesso dagli «scrittori della sinistra sionista», come Amos Oz, puntualizzando che non è una questione di divorzio. «Non sono per niente per uno Stato ebreo israeliano. Ritengo che in uno stato di separazione continuerebbero a esserci arabi in Israele e forse ebrei in Palestina. Ma credo che per il momento l’unica soluzione politica possibile, anche se ci sono così tanti coloni e colonizzatori nei Territori occupati, sia la separazione sui confini del 1967. Ciò non significa che io ritenga che un tale progetto sia realizzabile, ma è più realistico di uno stesso Stato per arabi ed ebrei».

In quanto ai coloni, Sand mi dice che se egli fosse Netanyahu chiederebbe all’Autorità palestinese di proporre loro la scelta di continuare a vivere nelle loro case, alle stesse condizioni, come cittadini arabi in uno Stato arabo. Oppure, di ritornare vicino a Tel Aviv o vicino a Haifa. «Dipende dalla volontà dell’Autorità palestinese, perché bisogna capire che il fatto che ci siano dei coloni non è colpa dei palestinesi, è colpa del governo israeliano. A trovare una soluzione dev’essere Israele».

Poi, ci sono i 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi nei Paesi vicini. Secondo Sand Israele dovrebbe riconoscere la responsabilità di quanto accaduto nel 1948 e del problema dei rifugiati palestinesi. Ma ritiene che il diritto al ritorno non si possa realizzare se non con la distruzione dello Stato di Israele.

Ritiene inoltre che continuare a istruire i bambini nei campi profughi palestinesi su un loro ritorno, in futuro, a Haifa e a Jaffa, è criminale. «Tenerli da 67 anni nei campi è un crimine di per sé. Israele ha commesso il primo crimine cacciandoli quando fondarono il loro Stato. Ma i secondi criminali sono gli Stati arabi che li hanno tenuti nei campi».

Israele deve invece accettare una parte dei profughi, e condividere la responsabilità con i Paesi arabi vicini. «Non si può restituire loro la casa che è stata distrutta, ma si può prima di tutto riconoscere ciò che si è fatto, e in secondo luogo pagare un alto prezzo».

«Questa è una delle condizioni alle quali accetterei di portare avanti un qualsiasi piano di pace in Medio Oriente», egli continua. I palestinesi riceverebbero la nazionalità siriana, libanese o giordana come una delle condizioni del processo. Se sono contrario al diritto al ritorno ciò non vuol dire che sia contro il ritorno di una parte dei palestinesi nello Stato palestinese».

Così com’è ora, lo Stato israeliano non può continuare a esistere, dice Sand. Ci sono molti riferimenti all’apartheid, nel libro di Sand, un termine controverso quando usato in riferimento a Israele.

«Nei Territori occupati è apartheid puro, anche se diverso da quello del Sudafrica. I coloni ebrei non vivono con gli arabi, e gli arabi non hanno il diritto di vivere nelle colonie ebraiche, sono completamente separati. L’unico contatto tra israeliani e palestinesi nei Territori occupati lo si ha quando i palestinesi vengono a costruire le case per i coloni. Non vivono insieme, non vanno a scuola insieme. Quindi ditemi, perché non dovrei utilizzare la parola apartheid?»

Solo pochi giorni fa il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha dichiarato illegale, per i lavoratori palestinesi impiegati a Tel Aviv, prendere gli autobus israeliani per tornare a casa attraversando la Cisgiordania e gli insediamenti.

«Dicono che è una misura di sicurezza. Sta diventando una parodia in quanto i lavoratori vengono controllati al mattino. Se hanno delle bombe le possono far esplodere a Tel Aviv, o a Haifa. Perché riportarsi le bombe a casa, al ritorno?» Secondo Sand non si tratta in realtà di una «misura di sicurezza», ma è il risultato del desiderio dei coloni di non viaggiare sugli stessi autobus con gli arabi. «Sì, è un apartheid ebraico. La storia mette in scena vittime e carnefici, che cambiano ruolo in continuazione. Le vittime di ieri possono diventare i carnefici di oggi. E viceversa.

Nel capitolo iniziale di How I stopped being a Jew, Sand scrive che una delle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo saggio è stata «porre un grande punto interrogativo contro idee comunemente accettate e presupposti profondamente radicati, non solo tra il pubblico israeliano ma anche nei network della comunicazione globale». Lei pensa che il suo libro abbia ottenuto l’effetto voluto?

«Per niente. Un libro non potrà mai cambiare il mondo. Scrivo proprio sapendo che i libri non possono cambiare il mondo, ma quando succede che il mondo cambia, le persone cercano altri libri. E’ per questo che continuo a scrivere… Penso che possa rendere le persone meno razziste», egli aggiunge, ammettendo di aver ricevuto centinaia di lettere per il suo lavoro. «Se il mio libro ha aiutato la gente a non essere razzista, ho raggiunto il mio obiettivo».

«Oggi sono così disperato e pessimista da pensare che tutto ciò che possa costringere Israele a lasciare i Territori occupati, e a porre fine a questa situazione, sia accettabile. Tutto tranne una cosa – il terrore».

Traduzione di Stefano Di Felice

Shlomo Sand on his new book, How I Stopped Being a Jew

“Winter here in Tel Aviv is wonderful,” Shlomo Sand tells me, before adding: “I think it’s the only thing here that is wonderful.”

A Professor of Contemporary History at the University of Tel Aviv, Sand’s published work has attracted much controversy. His new book, How I Stopped Being a Jew, is a personal account of the author’s break with secular Judaism; such an identity, he says, means belonging to a select group which comes with a set of privileges he would like to renounce.

“In Israel there is no doubt that to be a Jew means power and privilege,” he says. But this is at the expense of Arab-Israelis, who are not Jewish, and are therefore second class citizens. Worse still, such privileges are unreachable thanks to the nature of secular Judaism. If you believe in God you can become a religious Jew, for example, or with a lot of effort you can become British, French, a Labour Party member. But for Sand’s Palestinian students to become secular Jews, first they would have to become religious, then secular.

“For the first time in my life I define that being a secular Jew is to belong to an exclusive club that you cannot join. Nobody can become a secular Jew if he is not born to a Jewish mother. I decided I didn’t want to join, for the rest of my life, a club that you cannot join.”

“Because the Israeli state declares itself as a Jewish state, being a Jew in Israel is to be a privileged person. To give you an example, if Great Britain declared it is not a state of all British people but only of English Christians, to be an English Christian person will be a privilege in this state. There is a lot of the population who are not Jews, and cannot become Jewish. This is one good reason not to consider myself in Israel as a Jew.”

Still, despite its selective nature Israel is often held up as the only democracy in the Middle East. Sand says that a liberal, political culture does exist within Israel – the fact that his book was published there, and became a bestseller, is proof of that. But a real democracy, it is not. Israel is not looking out for the good of its citizens, believes Sand, but the benefit of Jews across the world.

Not only are Sand’s Arab-Israeli pupils citizens of a state that doesn’t belong to them, Palestinians in the Occupied Palestinian Territories are living without any political or civil rights, says Sand. “It’s not 47 days or weeks or months. It’s 47 years. It’s a historic period – Israel cannot be defined as a democracy when it’s keeping a population without any basic rights…Tunisia can maybe become the first stable democracy in the Middle East. Maybe.”

Israel could start by defining itself as an Israeli state, rather than a Jewish state, says Sand, or even as a republic or a monarchy.

As for longer term plans for the country, Sand explains that “morally” he prefers one state. “We are living too close with Palestinians to live completely separate, it’s not possible. But politically, when I’m thinking of a political project that can progress in the Middle East, I don’t believe in the one state solution. The Israeli Jewish society is a very racist society. To become a minority in their own state overnight, I don’t think that it’s possible.”

Sand is keen to distinguish himself from “writers of the Zionist left,” like Amos Oz, by pointing out that this isn’t a project of divorce. “I don’t want a pure Jewish Israeli state at all. I think that any separation will still keep Arabs in Israel and maybe Jews in Palestine. But I think that the only political solution for the moment, even if there are so many settlers, colonisers, in the Occupied Territories, is a separation on the border of 67. It doesn’t mean that I believe that we can realise this project. But it’s more realistic than one equal state between Arabs and Jews.”

As for the settlers, Sand tells me that if he were in the place of Bibi Netanyahu he would ask the Palestinian Authority to offer them a choice of continuing to live in their houses, in equal conditions, as Palestinian citizens in a Palestinian state. Or give them the choice to go back to their homeland near Tel Aviv or near Haifa. “It depends on the will of the Palestinian Authority because you have to understand that the fact there are settlers is not the fault of the Palestinians, it is the fault of the Israeli government. Israel has to find a solution for it.”

Then there are the 5 million Palestinian refugees who live in camps in the surrounding countries. Sand believes that Israel has to recognise responsibility for what happened in 1948 and the Palestinian refugee problem. But he believes that the right of return cannot be realised without the destruction of the Israeli state.

He also believes that continuing to educate children in the Palestinian refugee camps that one day they will come back to Haifa and Jaffa is criminal. “Keeping them 67 years in this camp is a crime in itself. Yes, Israel committed the first crime by throwing them away when they established their state. But the second criminals are the Arab states that kept them in this camp.”

Instead, Israel has to accept a number of refugees and share the responsibility with surrounding Arab countries. “You can’t give them back the house you destroyed, but you can recognise what you did, first of all, and secondly you can pay a lot for it.”

“This is one of the conditions I think as an Israeli I would put forward in any peace process in the Middle East,” he continues. “Palestinians would receive Syrian, Lebanese or Jordanian nationality as one of the conditions of the process. If I am against the right of return it doesn’t mean I am against the return of some number of Palestinians to the Palestinian state.”

As it is now, Israel cannot survive, says Sand. There are a number of references to apartheid in Sand’s book, a contentious term when used in relation to Israel.

“In the Occupied Territories it is pure, pure apartheid, even if it’s different from South Africa. Jewish settlers do not live with Arabs. Arabs do not have the right to live in Jewish settlements. They are completely separate. The only contact between Israelis and Palestinians in the Occupied Territories is when Palestinians come to build houses for the settlers. They don’t live together; they don’t go to school together. Then tell me why I cannot apply the word apartheid?”

In fact only this Sunday Israel’s Defence Minister Moshe Ya’alon ordered that it be made illegal for Palestinian labourers working in Tel Aviv to catch Israeli buses, which travel through the West Bank and onto settlements, back home.

“They say this is a security measure. It’s becoming a parody because the workers are checked in the morning. If they have bombs they could set them off in Tel Aviv, in Haifa. Why take the bomb back on the road, back in the evening to their village?” Sand believes it is not actually a “security measure,” it is a result of settlers not wishing to travel on buses with Arabs. “Yes, it is a Jewish apartheid. History is a stage of victims and hangmen, who are changing places all the time. The victims of yesterday can become the hangmen of today. The hangmen of today can become the victims of tomorrow.”

In the opening chapter of How I Stopped Being a Jew, Sand has written that one of the motivations to write this essay was “to place a large question mark against accepted ideas and assumptions that are deeply rooted, not only in the Israeli public sphere but also in the networks of globalised communication.” Does he believe his book has had this effect?

“Not at all. A book can never, never change the world. The reason that I write is the belief that books can’t change the world, but when the world comes to change, people are looking for other books. This is the reason that I continue to write… I think it can make people less racist,” he adds, admitting that he has received hundreds and hundreds of letters in response to his work. “If my book helped people not to be racist, I achieved my goal.”

“Today I am so desperate and so pessimistic I think that any action to force Israel to leave the Occupied Territories and to stop this situation is acceptable. Besides one thing – terror.”

thanks to: Memo

Infopal

 

 

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo.

“Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.” Mat 2,16

 
L’odio che gli israeliani nutrono nei confronti dei bambini è leggendario soprattutto se si tratta di bambini palestinesi.
 
Come denuncia l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem un altro caso di abuso nei confronti di minori si è verificato in Palestina ad opera di israeliani.
Il giorno 29 giugno ad Hebron un bambino palestinese di nome Abdel è stato aggredito e picchiato da due soldati dello IOF.
Non è la prima volta che bambini palestinesi subiscono soprusi, quando non sono uccisi dal fosforo bianco o dalle bombe a grappolo, sono i soldati o i coloni ebrei occupanti a colpirli direttamente.
 
Ma come mai odiano così tanto i bambini?
 
Tutta colpa del fanatismo religioso.
 

I bambini gentili (non ebrei) sono animali.Yebamoth 98a (Talmud).
Quando un ebreo uccide un gentile (non ebreo) non ci sarà pena di morte, quello che un ebreo prende da un gentile (non ebreo) può tenere. Sanhedrin 57a(Talmud).
Se un gentile (non ebreo) picchia un ebreo, il gentile (non ebreo) deve essere ucciso. Sanhedrin 58b(Talmud).
Se un ebreo è tentato di fare il male, egli dovrebbe andare in una città dove non è conosciuto e fare il male lì.Moed Kattan 17a(Talmud).

Sono queste le frasi che molti fanatici ebrei ultra ortodossi insegnano ai loro figli fin da piccoli. Sono le idee razziste ed antisemite che le varie sette ebraiche promulgano da migliaia di anni trovando l’humus ideale del loro proselitismo nell’ignoranza dell’insegnamento religioso coatto che i moderni figli di Israele sono costretti ad apprendere.

“I non ebrei sono nostri nemici, i non ebrei sono nostri nemici” ripetono loro continuamente. Fin quando non li costringono a frequentare il servizio militare obbligatorio, e ad imbracciare un fucile. In quel caso il tono delle loro parole diventa più minaccioso: «I non ebrei (palestinesi) sono nostri nemici e nemici della patria, difendi la patria, difendi la nostra patria, uccidi i palestinesi, uccidili tutti, uccidi i grandi e uccidi i piccoli, meglio ammazzarli da piccoli».

Proprio quei palestinesi, semiti come gli ebrei, come tutti coloro che parlano lingue semitiche, arabi, ebrei, etiopi, ecc.

Quegli arabi che secondo lo storico israeliano Shlomo Sand sarebbero discendenti degli antichi Israeliti, la maggior parte dei quali convertitasi all’Islam quando questa religione si diffuse in Palestina.

Se ciò non bastasse lo “Stato d’Israele” favorisce la discriminazione razziale antisemita fuori e dentro i confini utilizzando le stesse fonti religiose come sistema giuridico nazionale (halakah). Infatti Israele non ha e non ha mai avuto una Costituzione, per il semplice motivo che se l’avesse dovrebbe riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovvero anche ai cittadini non ebrei.

Ma è con la propaganda (hasbara) che si raggiunge il picco dell’assurdità: i palestinesi da vittime dell’odio e della violenza diventano carnefici, pericolosi terroristi che si aggirano sulle colonne dei principali quotidiani locali ed occidentali. I media sionisti occidentali soprattutto, offrono il meglio di sé quando si tratta di nascondere le atroci conseguenze dell’occupazione ebraica del territorio palestinese, moderna riproposizione dei sempre citati, giammai dimenticati campi di sterminio nazista.

Proprio spostando l’attenzione della comunità internazionale dalla verità sul “campo” costoro riescono a far scomparire le violazioni dei diritti umani fondamentali che sistematicamente si ripetono da ormai più di 64 anni in quella che una volta veniva chiamata Terra Santa. E le discriminazioni nei confronti dei bambini ne sono un esempio lampante, uccisi, arrestati, seviziati, torturati, i crimini che tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano continuano ad essere la regola in Palestina. Mentre il mondo dalle radici giudaico cristiane guarda altrove, alla minaccia nucleare iraniana, al terrorismo islamico delle varie Al Qaeda nel Maghreb, Al Qaeda nel Sahel, Al Qaeda nel Texas…

 
«Lasciate che i piccoli vengano a me
e non glielo impedite,
perché a chi è come loro
appartiene il regno di Dio», dice il Signore.      Mc 10,14

Spiegateglielo che si tratta di una allegoria, prendono sempre tutto alla lettera questi ebrei.