Intervista a Rosa Schiano, “imputata” di solidarietà con la Palestina

  • Lunedì, 01 Dicembre 2014 09:19

Intervista a Rosa Schiano, "imputata" di solidarietà con la Palestina

Ciao Rosa da parte della redazione napoletana di Contropiano e solidarietà per i volgari attacchi subiti da parte del quotidiano di Caltagirone “il Mattino”. Insomma hai condiviso un link su facebook sulla questione palestinese e ti sei ritrovata protagonista di una vergognosa campagna stampa che ti dipinge come filoterrorista, con tanto di foto d’archivio che  ti ritrae vicino a un uomo dal viso coperto e un’arma in pugno. Partiamo proprio da qui. La tua versione dei fatti.

È sconcertante che, attorno alla condivisione di un post su un social network, sia stato creato un caso mediatico di questa portata. C’è da chiedersi a cosa si sia ridotto il giornalismo italiano. Sapevo di essere nel mirino di chi aderisce a posizioni filo israeliane ma, una volta rientrata in Italia, pensavo che le pressioni sarebbero diminuite. Non è stato così ed ho avuto modo di sperimentarlo durante l’ultima offensiva israeliana su Gaza quando, diffondendo informazioni attraverso Twitter, ricevevo commenti con offese personali o sessiste. Si tratta di una strategia che mira a esercitare pressione psicologica. Era una comunità che tentava di screditare chi faceva informazione: la lotta si svolgeva  anche sul piano della comunicazione. Durante la mia attività di volontariato nella Striscia di Gaza più volte ho vissuto episodi simili dove sotto accusa era il mio lavoro di documentazione sul posto. Quella stessa foto usata da “Il Mattino” in questi giorni era stata già utilizzata precedentemente su altri siti filo israeliani al fine di ledere la mia immagine. Eppure, l’attività che svolgevo a Gaza con l’ISM era del tutto pacifica: accompagnamento di civili, interposizione durante il lavoro con pescatori e contadini, partecipazioni ad azioni non violente, documentazione dai luoghi attaccati e dagli ospedali. A partire dalla fine dell’ultima offensiva sulla Striscia, la situazione in Palestina è peggiorata anziché migliorata e nessun accordo previsto per il cessate il fuoco è stato rispettato, mentre le tensioni continuavano a salire a Gerusalemme est e tutta la Cisgiordania ed hanno visto attacchi a moschee ed aggressioni di coloni contro civili palestinesi, ed azioni individuali di palestinesi contro civili o soldati israeliani, nonché uccisioni (tra cui l’ultima, terribile, il 17 novembre,  del trentaduenne palestinese conducente di bus trovato impiccato nell’insidediamento di “Givat Shaul” nel villaggio di Deir Yassin, un omicidio pare commesso da coloni estremisti). È in questo contesto di aggressioni fisiche e psicologiche che si inserisce l’agguato nella sinagoga di Gerusalemme. I due palestinesi sapevano che sarebbero stati uccisi dopo l’agguato, ma l’esasperazione li ha portati a compiere questo gesto estremo. Sebbene io sostenga il diritto dei palestinesi alla resistenza armata come tra l’altro riconosciuto dal diritto internazionale ai popoli sotto occupazione, non condivido l’uccisione di civili inermi, e credo che Israele se ne serva poi per giustificare un’azione repressiva ancor più forte, oltre a fare molto male all’immagine e alla causa dei palestinesi.

La condivisione di quel post sulla mia pagina facebook, pubblicato su una pagina inglese, voleva fornire un punto di vista differente e non può essere considerata un’approvazione dell’attentato. Non ho pensato al fatto che il post potesse essere strumentalizzato al fine di attaccare me e la mia mostra fotografica in esposizione a Portici. Ho vissuto a lungo in Palestina, conosco il valore della parola “martire” ed il rispetto che le persone nutrono per coloro che sono disposti a morire per la liberazione della loro terra e l’ottenimento dei loro diritti. I nostri media hanno parlato di attentato e di terroristi isolando l’agguato dal contesto in cui è avvenuto e non permettendo così al pubblico di capire le circostantanze, non permettono di capire che non esistono lì due popoli in guerra ma un popolo oppresso ed uno stato oppressore. Potremmo dire che i civili uccisi in sinagoga e i due palestinesi che hanno eseguito l’agguato siano vittime di uno stesso sistema di potere che oltre ad annientare vite umane cancella diritti e identità di un popolo.

L’operazione del “Mattino” mi ha provocato un grande disagio sebbene io non abbia commesso alcun reato né abbia fatto o scritto le “dichiarazioni” o “esternazioni” che mi hanno attribuito. Che cosa c’è di male nell’essere solidali con un popolo oppresso? Maggiormente triste e di cattivo gusto è il collegamento tra la mia mostra fotografica “Gaza: tra assedio e speranza” e l’attentato avvenuto alla sinagoga di Gerusalemme. Nell’articolo è scritto che la mostra “rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico” e che “l’iniziativa ha scatenato la reazione indignata della comunità ebraica di Napoli all’indomani dell’attentato di Gerusalemme”. Se l’indigazione nasce per un reportage fotografico, forse dietro tale indignazione si nasconde una ragione politica? Tra l’altro, la mostra è iniziata prima dell’agguato e non dopo.

Ti sei fatta un’idea del perchè di questo attacco considerato che tu sei una dei più noti attivisti italiani  in sostegno della lotta di liberazione palestinese e le tue idee in merito sono conosciute da chiunque si interessi un minimo di Palestina? Perchè proprio ora? Il grado di mistificazione e la tempistica dell’attacco hanno una spiegazione plausibile o si è trattato semplicemente di un redattore fin troppo “solerte” nel costruire una notizia che in realtà non esiste?

Mi è stato detto che dopo l’agguato alla sinagoga di Har Nof di fatto è una situazione di guerra, in cui si guarda anche alle virgole che vengono pubblicate in rete e sui giornali. Chiaramente mi aspettavano al varco. Credo sia stata un’operazione pensata da tempo, non aspettavano altro. Credo che a coloro che hanno messo su questa operazione disturbi la mia capacità di informare su questi temi al di fuori delle solite cerchie e dentro le istituzioni, il lavoro di documentazione da Gaza accurato e puntuale, il grande affetto delle persone. Hanno tentato di denigrare la mia immagine, di stroncarmi. Credo si sia trattato di un puro tentativo di intimidazione e di un avvertimento verso chiunque in futuro voglia organizzare iniziative di solidarietà o mostre fotografiche e che avrà timore di reazioni da parte della comunità ebraica. Credo si sia trattato di un attacco non solo rivolto a me ma a tutto il mondo della solidarietà con il popolo palestinese. In quei giorni, perfino una mostra fotografica organizzata dalla Unrwa sui rifugiati palestinesi in esposizione al Museo Diffuso della Resistenza di Torino è finita nel mirino della comunità ebraica che ne ha chiesto la chiusura ed ha parlato di “mostra ostile a Israele”. Di fronte a questo tentativo di cancellare l’identità e la storia bisogna mantenere il coraggio di indignarsi, di esporsi e di denunciare.

Questa non è una lotta contro la religione, ma contro l’imperialismo di cui il sionismo è un’espressione, contro l’oppressione, la guerra e le politiche di razzismo e discriminazione, a favore della pace che non può esserci senza giustizia e del diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
La denuncia non può  essere considerata istigazione all’odio, mentre allo stesso tempo  si lascia liberamente che in pagine facebook filo israeliane vi siano addirittura auguri di morte nei miei confronti e si faccia riferimento alla sorte toccata al nostro compagno dell’ISM Vittorio Arrigoni. Come mai nessuno si scandalizza e nessuno parla in questo caso di istigazione all’odio? La religione non può essere utilizzata per consentire tali comportamenti né per coprire crimini. Le violazioni dei diritti umani vanno considerate a prescindere dal credo di chi le ha commesse e dal paese in cui avvengono. Al contrario di queste persone, io non ho mai usato parole di violenza né di odio, neppure nelle situazioni di maggior disperazione davanti a corpi di uomini e bambini senza vita. Ho sempre lavorato per far sì che la parola pace avesse un senso. Non solo stando accanto alle vittime delle offensive militari, ma anche nel dimostrare che le parole dei politici celavano invece una realtà atroce sul campo.

Credo che in futuro, coloro che vorranno nuovamente attaccarmi, utilizzeranno nuovamente la stessa fotografia, che poi è stata scattata durante una parata militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nella Striscia di Gaza. Non possono usare altro per gettare ombra sulla mia immagine. Sono veramente dispiaciuta del fatto che, al contrario, i bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito israeliano durante l’offensiva su Gaza di quest’estate, tra cui bombe su case palestinesi con famiglie all’interno, non abbiano ricevuto parole di condanna da parte della comunità ebraica, non siano state dedicate ai bombardamenti così tante pagine di giornale e non siano considerati attentati terroristici. E così, il silenzio e le menzogne hanno ucciso quelle vittime due volte.

Il Mattino, nella sua versione on line, ha addirittura pubblicato un fotomontaggio sovrapponendo l’immagine del cancello di villa Savonarola a Portici, dove si teneva la mostra, con quella dei due martiri palestinesi che avevo condiviso su facebook. Diverse persone hanno così pensato che io avessi esposto la foto dei due martiri sul cancello della villa. Successivamente sul Giornale di Sallusti è stata pubblicata una lettera diffamatoria di una residente a Gerusalemme la quale dichiara che io avrei esposto la locandina dei due martiri alla mia mostra fotografica. Insomma, restano poche parole di fronte a queste manovre di basso livello ed un senso di impotenza.

Inoltre, sul cartaceo, “Il Mattino” ha inserito nel virgolettato la traduzione del post inglese, e nei vari articoli si insiste attribuendomi “esternazioni” o “dichiarazioni” mai fatte e mai scritte, perfino da parte del rabbino Bahbout. Addirittura si lascia intendere che dopo l’attentato appaiano mie immagini “con persone armate”: falso, si tratta di una singola foto pubblicata diversi mesi fa e che tra l’altro loro hanno tagliato creando due immagini.

Non hai mai fatto segreto di sostenere con forza e determinazione la Giunta De Magistris, che tra l’altro ha dato il meglio di sè proprio nei rapporti diplomatici con lo Stato di Palestina, pensi che anche questo abbia contribuito alla virulenza dell’attacco di un quotidiano che si è sempre schierato contro questa giunta e contro il Sindaco in particolare?

Mi sembra chiaro che tanto spazio sia dovuto anche alla campagna contro De Magistris, è una occasione d’oro per attaccare anche lui. Tra l’altro i tre articoli di giornale sono stati pubblicati proprio il 20 novembre, giorno in cui la terza sezione del Consiglio di Stato si sarebbe espressa in merito ai tre ricorsi tra cui quello del Governo contro la sentenza del Tar Campania che annullava l’efficacia della sospensione del Sindaco imposta dalla Severino. Purtroppo, più ci si espone più si subiscono pressioni. Del resto negli articoli vi sono un paio di  riferimenti a De Magistris. Il PD locale invece si è  scagliato contro l’amministrazione di Portici che aveva organizzato la “Settimana dell’autodeterminazione e della pace” che avrebbe ospitato la mia mostra fotografica, mentre sul Mattino il senatore PD Enzo Cuomo fa riferimento ad “affermazioni da parte dell’autrice”, attribuendomi alcune affermazioni da me mai fatte.

Non possiamo fare a meno di chiederti un aggiornamento sulla situazione attuale a Gaza e nel resto della Palestina, dopo i tremendi fatti dei mesi scorsi con attacchi da cielo e da terra contro la popolazione palestinese. Qual è  lo stato dell’arte in questo momento?

Dopo l’ultima offensiva israeliana la situazione nella Striscia di Gaza non è affatto migliorata: all’assedio si aggiunge una maggiore miseria della vita e devastazione, mentre le temperature continuano a scendere. Sono ancora migliaia gli sfollati accolti nelle scuole (18 scuole Unrwa accolgono almeno 28.000 persone) o ospitati da altre famiglie palestinesi, mentre almeno 80.000 famiglie vivono in case che hanno subito diversi livelli di distruzione, nonostante sia pericoloso restarvi. Solo poche famiglie hanno potuto iniziare a ricostruire o riparare le proprie abitazioni. Le condizioni umanitarie peggiorano a causa del maltempo e della mancanza di energia elettrica. La stessa Unrwa ha denunciato una situazione di emergenza dovuta agli allagamenti.

Nessuno degli accordi con cui si èraggiunto il cessate il fuoco è stato rispettato: si era parlato di alleggerimento del blocco, di liberazione di prigionieri, di apertura dei valichi, di estensione del limite marittimo, del diritto ad avere un porto ed un aeroporto. Nulla è stato fatto.

Le escalation contro i pescatori palestinesi dentro il limite consentito (attualmente 6 miglia nautiche) sono anzi continuate così come arresti e confische di barche, l’unico mezzo di sopravvivenza per i pescatori e le loro famiglie. L’esercito israeliano continua a sparare nelle zone lungo il confine, e nell’utima settimana ha ucciso un palestinese, mentre alcuni civili tra cui un bambino sono rimasti feriti. Tutti ormai si preoccupano solo di inviare aiuti umanitari nella Striscia ma nessuno pensa a risolvere il problema politico alla base del conflitto. L’assedio ha avuto un impatto devastante sulla situazione economica e umanitaria, impedendo il commercio e quindi lo sviluppo economico, causando così disoccupazione e dipendenza dagli aiuti internazionali. Infine isolando la Striscia di Gaza dal resto del mondo e separandola dalla stessa Cisgiordania. L’esasperazione ha portato molti palestinesi a scappare attraverso quei pochi tunnel rimasti al confine egiziano e imbarcarsi per raggiungere le nostre coste. Purtroppo molti, moltissimi non ce l’hanno fatta, e sono stati presi dal mare, mentre altri stanno affrontando la repressione egiziana o sono stati deportati a Gaza.

In Cisgiordania tensioni sono aumentate a seguito delle restrizioni imposte sull’accesso dei palestinesi alla moschea Al Aqsa a Gerusalemme est con conseguenti scontri tra palestinesi e forze israeliane. A ciò va aggiunto il rafforzamento della presenza ebraica a Gerusalemme est e l’aumento di insediamenti coloniali. Le tensioni crescono proprio a causa delle demolizioni decise come misura di punizione collettiva da parte delle autorità israeliane: case dei palestinesi che hanno ucciso con la propria auto pedoni alla fermata del tram e dei due responsabili dell’attacco in sinagoga sono state demolite, nonostante questa pratica sia considerata una forma punitiva contraria al diritto internazionale.

Continuano le proteste in Cisgiordania, nel corso delle quali vi sono spesso feriti. Frequenti sono le incursioni dell’esercito nei villaggi palestinesi, nel corso delle quali spesso civili restano feriti e molti sono arrestati. Si contano nel mese di ottobre 6500 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane di cui 500 in detenzione amministrativa e 182 minori. Alcuni pensano ad un possibile scoppio di una terza intifada, ma questa possibilità rimane debole fin quando esiste la cooperazione tra l’ANP e la polizia israeliana.
Rapporti settimanali sulle violazioni israeliane sulla popolazione civile palestinese possono essere letti sui siti del Palestinian Centre For Human Rights (http://www.pchrgaza.org ) e delle Nazioni Unite (http://www.ochaopt.org/ ).

Napoli è notoriamente città “amica della Palestina” e adesso addirittura con un sindaco cittadino onorario palestinese. Tu sei indubbiamente la figura più nota del movimento napoletano di solidarietà al popolo palestinese e viene normale chiederti il perchè.  Perchè Napoli è così empatica nei riguardi della lotta del popolo palestinese? Vi sono delle ragioni storiche che hanno determinato questa empatia, qui si è lavorato particolarmente bene rispetto ad altri luoghi d’Italia? E in ultimo: cosa ne pensi delle forme di lotta che promuovono il Boicottaggio, il Disinvestimento e  le Sanzioni contro lo Stato d’Israele?

Napoli storicamente è una città accogliente, solidale e antifascista. I napoletani hanno liberato la città dall’occupazione nazista e, nel corso degli anni, hanno subito forme di discriminazione e razzismo. Forse sono questi i motivi, insieme all’amore per la propria terra, che spingono i napoletani a sentirsi vicini alle lotte dei popoli oppressi. Essi conoscono il significato della resistenza.

Certo, Napoli ha mostrato sempre solidarietà nei confronti del popolo palestinese e che si è concretizzata in visite, gemellaggi con città palestinesi e progetti. Tra le ultime attività dell’Amministrazione comunale concentrata sull’affermazione dei diritti umani e della pace, un tavolo aperto in occasione dell’emergenza Gaza nel corso dell’ultima offensiva israeliana sulla Striscia a cui è  seguito una deliberazione per l’avvio di azioni di sensibilizzazione, aiuto concreto e missioni umanitarie in Palestina.
In generale, Napoli e i napoletani sono sempre in prima linea nella difesa dei diritti qui e nei paesi dove vi sono conflitti.

Sostengo il BDS, credo sia attualmente lo strumento più efficace per esercitare pressione sul governo israeliano affinché rispetti il diritto internazionale e cessi l’occupazione militare. L’Unione Europea si mostra ancora troppo debole, nonostante direttive UE contro il commercio con gli insediamenti coloniali siano state approvate nel luglio dell’anno scorso ed entrate in vigore a gennaio di quest’anno, tutt’ora non se ne parla e non so se siano realmente applicate. Credo che solo il BDS a livello istituzionale possa avere un’impatto sulle politiche di Tel Aviv. I riconoscimenti simbolici dello Stato di Palestina sono molto belli ed importanti ma non sono affiancati da nessuna azione concreta.

L’Italia dovrebbe in primo luogo avere il coraggio di rivedere l’accordo di cooperazione militare con lo stato di Israele e fermare la vendita di armi.

thanks to: contropiano.org

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#Gaza

aggiornamento MOH: 712 palestinesi uccisi e 4550 feriti dall’inizio dell’offensiva militare israeliana su

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Inoltre, quando manca l’elettricità, devo spostarmi in locali pubblici per potermi connettere ad internet, e di conseguenza devo spendere per consumare. Scrivere e pubblicare report e fotografie richiede tempo e connessione. Spese in più che aiutano la mente e lo spirito: qualche narghilé con gli amici per rilassarsi la sera con una tazza di tè.
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Aggiornamenti da Gaza di Rosa Schiano

5 luglio 2013 – Aggiornamenti da Gaza – Le autorità egiziane oggi hanno chiuso in entrambe le direzioni il valico di Rafah, alla frontiera tra Egitto e Striscia di Gaza. L’esercito egiziano ha comunicato che il valico verrà riaperto quando le condizioni di sicurezza miglioreranno.
La decisione è stata presa a seguito dell’attacco a militari egiziani avvenuto nella regione del Sinai, in cui 2 militari egiziani sono stati uccisi ed altri due feriti nel corso di diversi attacchi contro postazioni dell’esercito nel Sinai.
Hamas non ha dato un commento ufficiale sulla destituzione di Morsi, ma, secondo quanto riportato dall’AFP, il premier palestinese Ismail Haniyeh, considerando gli avvenimenti egiziani nel quadro delle primavere arabe, si è dimostrato fiducioso e si aspetta che possa nascere un qualcosa di positivo anche per la causa palestinese.
Continua intanto la crisi di carburante nella Striscia di Gaza, che costringe centinaia di palestinesi a sostare per ore alle stazioni di servizio e che incide anche sul lavoro dei pescatori palestinesi costretti a non poter lavorare per la mancanza di carburante.

Gaza, disabili per sempre

Le foto sono di Rosa Schiano

Le foto sono di Rosa Schiano

 

di Rosa Schiano

Gaza, 26 giugno 2013, Nena News – Nel corso delle frequenti operazioni militari condotte dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza molti civili palestinesi feriti hanno riportato amputazioni totali o parziali degli arti, e gli stessi palestinesi con disabilità non sono stati immuni ai crimini di guerra.

Secondo “L’ultimo Rapporto sull’Aggressione israeliana contro i cittadini della Striscia di Gaza iniziata il 14 novembre 2012”, redatto il 26 novembre 2012 dal Ministero della Salute dell’Autorità nazionale Palestinese e dal Palestinian Health Information Center (PHIC), il numero totale delle vittime è 1573, di cui 174 persone uccise (151 maschi e 23 femmine) e 1399 feriti (994 maschi e 410 femmine).

Secondo il report, la percentuale di disabilità nei feriti è del 7.5 % (106 feriti). Le disabilità includono amputazioni (8) ,paraplegia (3), fratture (30), ustioni (3), gravi ferite addominali (12), trauma cranici (22), gravi ferite al torace (5), gravi ferite multiple (18), gravi ferite vascolari (3), traumi da schiacciamento (2).

I numeri di questo report, redatto a soli 5 giorni dalla fine dell’offensiva, saranno destinati ad aumentare nei giorni successivi, quando si sono verificati decessi di feriti in gravi condizioni ed ulteriori disabilità. Inoltre, il Palestinian Centre for Human Rights riporta che dall’inizio del 2012, tre palestinesi con disabilità sono stati uccisi dall’esercito israeliano. A rendere difficile la condizione dei disabili palestinesi è innanzitutto l’assedio illegale che Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza, e che entra ora nel settimo anno, e che costituisce anche una violazione del diritto alla salute.

Come riportato dal Palestinian Center for Human Rights, vi è una costante mancanza di medicinali e di attrezzature mediche, mancanza che si è fatta particolarmente sentire durante i mesi di marzo, giugno e novembre 2012, ovvero in occasione delle escalation delle operazioni militari israeliane sulla Striscia di Gaza. Oltre alla mancanza di medicinali, è diminuito nel 2012 il numero di pazienti che hanno ottenuto il permesso per attraversare il valico di Erez per accedere agli ospedali in Israele, Gerusalemmme e la Cisgiordania.

L’ultimo report del Pchr sugli effetti dell’assedio infatti dichiara che sono 8596 i pazienti che hanno attraversato il valico di Erez nel 2012, mentre prima dell’imposizione dell’assedio, i pazienti a cui era permesso attraversare il valico erano circa 20,000. Israele continua ora a negare ai pazienti il diritto a ricevere cure negli ospedali in Cisgiordania, compreso in Gerusalemme, ed in Israele. Le autorità israeliane hanno negato l’accesso all’assistenza sanitaria a migliaia di pazienti, con differenti scuse, tra cui ragioni di sicurezza, attese per un altro appuntamento, o per una risposta israeliana dopo essere stati interrogati. I pazienti inoltre sono spesso ricattati dalla sicurezza interna israeliana che cerca di forzare I palestinesi a collaborare fornendo informazioni. Le autorità israeliane hanno iniziato anche a negare l’attraversamento del valico ad una nuova categoria di pazienti, sotto il pretesto che il loro caso non richiede un intervento salvavita ma costituisce un “lusso”. L’ultima categoria include pazienti che hanno perso vista ed arti.

Il dottor Ayman Al Halaby, Direttore dell’ Unità di Fisioterapia e Riabilitazione che agisce in cooperazione con il Ministero della Salute di Gaza, ha riferito che durante l’offensiva militare Pilastro di Difesa, sono stati forniti servizi sanitari di due tipi, servizi ambulatoriali per pazienti esterni e servizi per pazienti interni. Il Dottor Al Halaby ha sottolineato lo stato di emergenza che si è verificato durante l’offensiva Pilastro di Difesa, che ha costretto i medici a cambiare il programma di riabilitazione e non ha permesso ad alcuni pazienti di portarlo a termine. E’ stato possibile un coordinamento con Ong internazionali e locali capaci di muoversi in auto e d in grado di fornire materiali ed attrezzature. Una parte dei pazienti sono stati trasferiti all’ospedale riabilitativo Wafa. Il dottor Al Halaby ha aggiunto che uno dei punti principali su cui si sta lavorando è la raccolta di dati di pazienti da cui ci si aspetta possano soffrire di disabilità.

Al Halaby ha poi sottolineato la scarsa qualità delle attrezzature, in particolare di sedie per disabili. “L’assedio colpisce in maniera negativa il nostro settore. Non ci sono fondi per acquistare apparecchi acustici, macchine o veicoli per disabili. La maggior parte della nostra attrezzatura dipende dalle donazioni che vengono dall’esterno. Succede, infatti, che, dopo l’arrivo di una donazione di attrezzature, bisogna cercare il paziente che ha bisogno di questi supporti, e non il contrario”, ha aggiunto Al Halaby, che ha infine sottolineato le difficoltà di fornire ai pazienti una riabilitazione completa.

Ci sono in Gaza diverse associazioni che si occupano di disabili e che cercano di fornire loro supporto. Alcune associazioni ricevono fondi dall’estero attraverso progetti specifici per l’acquisto di attrezzature, medicine, dispositivi medici per disabili, e laddove possibile, riescono a coprire i costi del trasporto di eventuali feriti all’esterno. In altri casi tali supporti arrivano tramite convogli organizzati da associazioni internazionali. Ci sono però casi di pazienti che non riescono a sostenere le spese per ricevere un’adeguata fisioterapia, a causa delle enormi difficoltà economiche in cui si trova la maggior parte della popolazione di Gaza dovute alla mancanza di lavoro. Un’ eccezione nella Striscia di Gaza è rappresentata dall’ Artificial Limbs & Polio Center (ALPC), connesso alla Municipalità di Gaza, in grado di fornire servizi protesici ed ortopedici a molti pazienti, grazie al contributo del Comitato Internazionale della Croce Rossa Internazionale (ICRC) che fornisce supporti tecnici quali i materiali e le componenti necessarie per costruire e produrre protesi ed ortesi, e che forma il proprio staff all’estero.

Gli amputati ricevono inoltre una specifica fisioterapia per essere allenati e rieducati a camminare. Il progetto di fisioterapia post chirurgica, insieme al Ministero della Salute e all’Unita’ di riabialitazione fisica mira a ridurre il rischio di disabilità a seguito di interventi chirurgici ed è attualmente implementato negli ospedali Shifa, Nasser ed European. Purtroppo, ironia della sorte, la Croce Rossa Internazionale acquista tutti i materiali per il centro in Israele, che quindi guadagna dai bombardamenti sulla popolazione di Gaza.

I feriti amputati durante l’operazione Pilastro di Difesa sono stati generalmente tutti trasferiti in ospedali in Egitto o Turchia, a seconda della gravità dei loro casi, per poi terminare la fisioterapia in Gaza. La situazione di emergenza che si era verificata durante quei giorni infatti non permetteva ricoveri di lunga durata a causa del sovraffollamento degli ospedali e dell’incessante arrivo di feriti minuto dopo minuto.

Oltre alle difficoltà per l’ottenimento di un impiego, questi disabili affrontano difficoltà di movimento anche per accedere alle proprie abitazioni, in quanto spesso gli edifici antichi sono privi di ascensori e in altri casi a seconda delle fasce orarie manca la corrente perché possano funzionare.

Le foto sono di Rosa Schiano

 

Di seguito alcuni casi dei feriti divenuti disabili durante l’operazione militare “Pilastro di Difesa”, iniziata il 14 novembre 2012 e terminata il 21 novembre 2012.

“C’è determinazione”: il caso di Khader Hader Al-Zahar
Khader Hader Al-Zahar, 25 anni, è uno dei cameramen feriti durante l’offensiva militare israeliana di novembre 2012. Durante la notte del 18 novembre 2012, verso le 2, gli aerei militari israeliani hanno lanciato 4 missili sull’ufficio della televisione al-Quds, all’undicesimo piano dell’edificio Shawa and Hussari in Gaza City. I missili sono entrati dal soffitto dell’edificio e sono esplosi all’interno. Sette fra giornalisti e tirocinanti sono rimasti feriti. Khader al-Zahar ha perso la gamba destra nell’attacco ed è rimasto ferito da frammenti di esplosivo su tutto il corpo.

Khader era andato a casa soltanto una volta in quei giorni. Era, come molti giornalisti e cameramen palestinesi in continuo movimento per riportare ciò che stava accadendo. Si trovava insieme ad i suoi colleghi all’interno dell’ufficio. “Quando Israele ha bombardato l’edificio ho pensato fosse un sogno, che non fosse reale”, ha detto Khader. Dopo il primo missile lanciato sull’edificio, tutti sono scappati, tranne Khader, che era rimasto ferito alle gambe. I quattro missili sono stati lanciati sull’edificio con un intervallo di tempo di 3-4 minuti. Dopo il primo missile, che l’aveva ferito alle gambe, Khader era inconscio. Uno dei suoi colleghi è tornato sul posto per trascinarlo all’esterno, ma ha potuto farlo solo per una breve distanza, perché poi un secondo missile ha colpito il palazzo. Successivamente la stessa persona l’ha poi trascinato sulle scale, pensando fosse morto perché era inconscio, poi il terzo missile. Il ragazzo è scappato nuovamente per poi tornare e trascinarlo all’ottavo piano, quando il quarto missile si è abbattuto sull’edificio. Nel frattempo Khader aveva ripreso i sensi.

Si era reso conto che non poteva muoversi. Un’ambulanza l’ha trasferito inconscio all’ospedale Shifa dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva dalle 3.30 alle 10.00 del mattino. Durante l’intervento chirurgico la sua gamba è stata amputata. Successivamente i dottori dello Shifa hanno avviato la procedure per il trasferimento di Khader in Egitto. Alle 14.00 del giorno successive Khader ha lasciato Gaza ed è arrivato al Cairo alle 11.30 di sera, dove è stato ricoverato nell’ospedale El Zaytoun per 3 mesi. Durante il primo mese ha ricevuto 12 operazioni alla gamba destra. La parte posteriore della gamba infatti era distrutta, per questo era stata amputata.

Khader è rimasto anche ferito da frammenti di esplosivo, che tuttora sono presenti all’interno del corpo e che gli provocano dolore quando il tempo è freddo. Khader è tornato a Gaza il 13 febbraio 2013, in condizioni stabili. E’ rimasto a Gaza tre mesi, per poi tornare in Egitto, dove i dottori gli hanno fornito una protesi ed ha effettuato fisioterapia. Khader è rientrato a Gaza il 15 giugno 2013. Ogni sei mesi dovrà tornare obbligatoriamente in Egitto per un controllo medico. Il Doha Centre for Media Freedom ha coperto tutte le spese mediche ed i suoi trasferimenti.

Khader tornerà a lavoro tra una settimana. Probabilmente occuperà un ruolo diverso all’interno della televione Al Quds, si dedicherà di monitor ed editing. La sua determinazione a voler continuare il suo lavoro e la sua capacità di resistenza sono state alte. Khader vive con i suoi genitori, ha 4 sorelle e 2 fratelli. Suo padre aveva una fattoria, Khader era solito andare ad aiutarlo, ora non può camminare per lunghe distanze, o stare in piedi per molto tempo. “Molte cose sono cambiate” – ha detto Khader – ma Fi aziima, c’è determinazione”.

“La vita dei disabili è molto difficile”. Il caso di Mohammed Awad
Durante il sesto giorno di offensiva, il 20 novembre 2012, verso le 09.15 del mattino, un aereo militare israeliano ha lanciato un missile su un gruppo di cacciatori di uccelli nel terreno di Hamada in Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, uccidendo Yahia Mohammed Awad, 17 anni, e ferendo suo padre Mohammed Awad, 43 anni.

“La guerra è iniziata durante la stagione della caccia. Ogni giorno andavo a cacciare nel Nord della Striscia di Gaza, dove c’erano anche alcuni figli di beduini. Yahia, mio figlio maggiore, mi chiedeva con insistenza di venire, ma ho sempre rifiutato. Quel giorno ho accettato. Un nuovo tipo di uccelli richiedeva l’uso di reti supportate da due alte stecche. Improvvisamente un missile ci ha colpiti”, ha detto Mohammed.

Privo di sensi, Mohammed è stato trasportato all’ospedale Al Awda, dove è stato operato e la gamba destra è stata amputata. Successivamente è stato trasportato all’ospedale Kamal Odwan dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva. Il mattino successivo è stato trasportato in Egitto, ad Arish, dove è stato ricoverato 10 giorni, 3 dei quali in Terapia Intensiva. “Quando mi sono svegliato ho chiesto di mio figlio, mi hanno detto che era rimasto ferito, non che fosse morto. Quando ho chiamato mia moglie, lei non mi ha detto che Yahia era morto. Quando mia sorella è venuta in Egitto mi ha detto la verità”.

Successivamente Mohammed è stato trasferito all’ospedale Al Haram di Giza, dove è rimasto ricoverato 37 giorni. Qui non è stato sottoposto ad interventi né gli è stata fornita una protesi. Mohammed non ha chiesto nemmeno di poter avere una protesi perché consapevole dei costi elevati che essa richiede. Ha effettuato una fisioterapia nel centro ALPC di Gaza per rafforzare il muscolo della gamba così che in futuro possa usare una protesi. Forse la Unrwa potrebbe coprire parte delle spese insieme alla ICRC. E’ attualemente in attesa di una risposta.

Mohammed attualmente per muoversi usa un deambulatore. Esce solo per andare al centro di fisioterapia. Vive al quinto piano di un edificio senza ascensore. “Mi sento imbarazzato se devo camminare in strada ed incontro degli operai o dei lavoratori, perché ora ho bisogno di aiuto per muovermi, per lavorare. Ho bisogno di aiuto anche se sono in casa. La vita dei disabili è molto difficile, nessuno può capirlo. Se prima eri una persona attiva e dopo diventi disabile, ti senti inutile, senti di essere un ostacolo anche per la tua stessa famiglia. Non posso immaginare me stesso fra 10-15 anni in questa stessa situazione”.

Mohammed ha due figli maschi e due femmine, mentre il terzo figlio maschio è morto durante l’attacco. “Yahia era uno studente, mi aveva solo chiesto di potermi accompagnare”, ha detto Mohammed. Mohammed riceve uno stipendio dall’Autorità Palestinese, che però non è sufficiente a coprire tutte le spese che lui e la sua famiglia devono affrontare.

Il bombardamento inaspettato. Il caso di Abdel Malek Jawad Oqail
Abdel ha 26 anni. Il 17 novembre 2012, verso le 8 del mattino, stava camminando sulla corsia di Al Amal, in Khan Younis, per dirigersi verso la casa di suo fratello. Un caccia F-16 ha improvvisamente bombardato un’abitazione precedentemente evacuata. Abdel stava camminando accanto all’abitazione quando è avvenuto il bombardamento ed è rimasto ferito. Non ha perso i sensi, ha cercato di rialzarsi ma si è reso conto che non poteva camminare. Un’ambulanza è arrivata sul posto dopo circa 15 minuti e l’ha trasportato al Nasser Hospital.

Il giorno seguente Abdel è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Nasser del Cairo, dove la sua gamba destra è stata amputata e dove è stato operato al braccio sinistro in quanto fratturato. I dottori hanno posto un fissaggio esterno e successivamente un fissaggio interno al braccio che sarà rimosso dopo un anno. Abdel ha passato 7 giorni al Cairo, per poi tornare a Gaza. E’ rimasto ferito anche da frammenti di esplosivo sotto il polmone, ma tali frammenti, che gli causano dolore, non possono essere rimossi a causa della pericolosità dell’intervento.

Abdel è rimasto 5 mesi a Gaza e nel mese di aprile 2013 è stato trasportato in Turchia, attraverso l’associazione Assalama. In Turchia i dottori gli hanno fornito una protesi ed hanno operato il suo braccio sinistro, aggiungendo una parte di fissaggio interno. Dopo circa 2 mesi in Turchia, Abdel è tornato a Gaza una settimana fa.

Abdel non lavora. Si è laureato in scienze della formazione e potrebbe insegnare in una scuola elementare, ma non vi sono posti disponibili in questo momento. Ha fatto richiesta di lavoro a diverse scuole prima dell’offensiva militare e sta ancora aspettando risposta. Abdel vive in un campo di rifugiati ad Ovest di Khan Younis. La madre di Abdel trema, si è ammalata di diabete a causa del troppo stress. La sua famiglia è originaria del villaggio di Beit Darras, sottoposto nel 1948 ad un sanguinoso massacro da parte delle truppe israeliane contro gli abitanti del villaggio, che l’hanno circondato e bombardato.

A Gaza, in alcuni casi i civili possono rimanere feriti non da diretti bombardamenti ma da missili o oggetti inesplosi rimasti sulle strade delle città. Di seguito il caso di un bambino divenuto disabile circa 15 giorni prima dello scoppio dell’offensiva militare di novembre 2012.

Il caso di Feras Mohammed M. Al Tahrawi
Era il 29 ottobre 2012. “Stavamo tornando da scuola quando l’incidente è avvenuto. Un missile non esploso. Ho iniziato a giocare con questo oggetto di metallo come con un giocattolo, è esploso immediatamente”. L’esplosione ha causato a Feras la cecità ad entrambi gli occhi, la perdita di quattro dita della mano sinistra, ed alcuni frammenti di esplosivo l’hanno colpito alla testa. Feras è stato trasportato all’ospedale Shifa, dove è stato ricoverato per 15 giorni nel reparto di Terapia Intensiva. Successivamente è stato trasferito all’ospedale Saint Joseph di Gerusalemme, dove è rimasto per più di 40 giorni. Lì non è stato sottoposto a nessun intervento chirurgico, ma ha effettuato solo delle analisi del sangue e radiografie.

La madre di Feras racconta che non è stato facile raggiungere Gerusalemme. Al primo tentativo, le autorità israeliane le avevano detto che non c’era nessuna possibilità di raggiungere Gerusalemme attraverso il confine di Erez. La famiglia di Feras ha inviato la richiesta attraverso l’ospedale Shifa, ma l’intelligence israeliana ha chiamato suo padre comunicando: “Non accetteremo Feras qui”. Il padre di Feras, disperato, aveva risposto che se non avessero accettato suo figlio, l’avrebbe portato in altri Paesi, in Giordania per esempio, e che non avrebbe permesso che l’umiliassero.

Successivamente l’ospedale Shifa è riuscito ad ottenere il coordinamento e Feras ha potuto attraversare il valico di Erez dopo 4-5 giorni insieme ad una sua zia. L’Autorità Palestinese ha coperto le spese del viaggio. Quando è rientrato a Gaza Feras era in condizioni molto gravi. È stato trasferito nuovamente all’ospedale Shifa e da lì all’ospedale Wafa. Qui ha effettuato un periodo di fisioterapia. Successivamente Feras è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Al Qahera Al Fatimia del Cairo, dove ha subito un intervento chirurgico all’occhio perché vi era una possibilità di recuperarlo. Ha passato in ospedale 3 mesi. L’operazione è riuscita ed attualmente Feras può vedere attraverso il suo occhio destro, anche se la vista è offuscata. Ogni 3 mesi Feras dovrebbe tornare in Egitto per un controllo alla vista.

Forse con il tempo la sua vista potrebbe migliorare. La madre di Feras spera che suo figlio possa in futuro ricevere un’intervento chirurgico anche all’occhio sinistro. Le cure in Egitto sono state e saranno a carico della sua famiglia. Uno dei dottori ha consigliato a Feras di non praticare sport né esercizi per almeno due anni.

Feras non può andare a scuola. Ogni il suo viso esprime smorfie di dolore, Feras soffre ogni giorno di dolori alla testa, ed ha un raffreddore causato dall’operazione all’occhio. Feras ha frammenti di esplosivo nella testa ed alcuni anche all’interno del corpo. Il dottore ha detto che necessiterebbe di un intervento chirurgico, ma che è molto rischioso. Il dolore alla testa è causato dalla pressione dei frammenti. Quando il dolore si presenta, è talmente forte che Feras potrebbe cadere a terra, non ha l’equilibrio per restare in piedi.

Per quanto riguarda la mano sinistra, quando era ricoverato all’ospedale Shifa i dottori avevano concentrato l’attenzione solo sugli occhi. Successivamente, una delegazione francese di dottori è arrivata in ospedale ed ha eseguito un intervento chirurgico alla sua mano. Feras ha perso quattro dita.

“Mi sento sempre annoiato, soffro per mia disabilità perché non posso vedere i miei amici, non posso giocare, non posso andare a scuola, ed a causa del dolore improvviso ho bisogno di un letto”, ha detto Feras. Sua madre ha aggiunto che Feras è diventato molto nervoso anche con i suoi fratelli e sorelle. Feras sognava di diventare un dottore, e questo è ancora oggi il suo sogno. La madre spera che Feras possa avere una mano alternativa, lo aiuterebbe molto. Fares è all’ultimo anno necessario di scuola prima di poter accedere al liceo. Ha bisogno di corsi privati per poter continuare la formazione, ma sono molto costosi. “Gli insegnanti non gli hanno reso nemmeno visita, e questo lo ha amareggiato molto”, ha detto sua madre. Feras frequentava una scuola dell’Unrwa, la Al Falah school, nel quartiere di Tuffah. Sua madre ha chiesto al direttore della scuola assistenti sociali o una persona che possa andare a casa per aiutare Feras, ma la richiesta è stata rifiutata. Il direttore della scuola si è limitato a dire che non avrebbero cacciato Feras dalla scuola a causa delle assenze, ed ha rifiutato di inviare insegnanti. Nena News

thanks to: Rosa Schiano

Adel Baker, pescatore di Gaza, ora in lotta per la vita in ospedale

Il 1 maggio in molti paesi si celebra la festa dei lavoratori. Anche Gaza ha celebrato la festa dei lavoratori in una manifestazione in centro città.
Eppure, non è festa per i pescatori palestinesi.
Nelle prime ore del mattino del 1 maggio 2013, un pescatore palestinese è rimasto gravemente ferito quando navi militari israeliane a largo delle coste di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro pescherecci palestinesi che si trovavano all’interno delle 3 miglia nautiche dalla costa.
Durante l’attacco, un pezzo del motore che serve a tirare su le reti e’ caduto violentemente  sulla testa di Adel Al Karim Baker, 51 anni, di Gaza City, che e’ rimasto gravemente ferito.
Adel Baker è stato trasportato al Najjar hospital e successivamente all’ European hospital in Khan Younis. Ci siamo diretti in ospedale per accertarci delle sue condizioni.
Adel si trova nel reparto di Terapia Intensiva. Un documento ospedaliero all’interno della sua stanza riporta “orario di ammissione 5.00 am”.
Abbiamo parlato con il Dottor Yasser AlKhaldi, capo del reparto di Terapia Intensiva dell’European hospital. Il dottor AlKhadi ci ha detto che Adel ha subito un grave trauma cranico e che era arrivato in ospedale privo di sensi.
Il dottore ha aggiunto che Adel è stato sottoposto ad intervento chirurgico per alleviare la pressione dei frammenti delle ossa nel cranio e che si trovava ora sotto ventilazione artificiale.
Adel ha subito una frattura cranica depressa (la frattura depressa  del cranio è una rottura di un osso del cranio con la depressione dell’osso verso il cervello).
Il dottor AlKhaldi ha aggiunto che c’è stato un miglioramento delle condizioni di Adel e che hanno iniziato a ridurre i sedativi.

 

Durante la visita abbiamo incontrato Aatef Baker fratello di Adel. “Adel era su un peschereccio  insieme ad undici pescatori. Mentre stava pescando, la marina militare israeliana ha aperto il fuoco, un proiettile ha colpito un oggetto sulla barca, che è caduto sulla sua testa, causandogli il trauma. Erano al confine con l’Egitto, a 2 miglia dalla costa.”, ci ha detto Aatef.

Abbiamo lasciato l’ospedale ed abbiamo preso i contatti del dottor AlKhaldi e della famiglia di Adel per poter essere aggiornati sulle sue condizioni.
Avvertivo un senso di impotenza e di angoscia, ma allo stesso tempo speravo con tutte le mie forze che Adel fosse abbastanza forte da sopravvivere, che fosse abbastanza forte anche questa volta.
Il giorno successivo siamo andati a visitare la famiglia di Adel nel campo rifugiati di Shati, in Gaza city.
Adel ha 7 figlie e 2 figli, di cui uno è pescatore. Un cugino di Adel, Mostafa Baker, ci ha detto che forse in seguito potrebbero valutare la possibilità di trasferirlo in un altro ospedale.

L’abitazione era piena di donne e di bambini che ci circondavano e di tanto in tanto fissavano i loro occhi su di noi.

“Tutta la famiglia e’ riunita qui perche’ stiamo aspettando notizie. Il fratello di Adel sta per tornare dall’ospedale”, ci ha detto Mostafa.

“Gli attacchi e gli arresti colpiscono la nostra vita. Niente pesce niente soldi”, ha esclamato una donna della famiglia, Um Eid Baker, che ha infine aggiunto “ricordiamo di quando i nostri padri potevano raggiungere le 12 miglia dalla costa.”
Adel Baker lavorava da 30 anni come pescatore, ed era l’unica persona della famiglia ad avere un lavoro, la sua famiglia non ha altre fonti di guadagno.
“Questa è la stagione migliore per i pescatori – afferma Mostafa – è la grande stagione delle sardine”. I familiari poi hanno specificato che i pescatori, a causa del limite delle 3 miglia nautiche dalla costa, sono costretti ad arrivare fino a Rafah per poter pescare, ed addirittura entrare in acque egiziane, uno spostamento che comporta grandi spese soprattutto per il carburante.

Durante la nostra conversazione, Aatef, il fratello di Adel, è tornato dall’ospedale portando con sé il report ospedaliero.

Sul report ospedaliero è specificato che Adel Baker e’ stato trasferito dall’ospedale Al Najjar all’ ospedale European, e che ha subito una ferita alla testa e danneggiamento al cervello. E’ indicata la necessità di intervento chirurgico e trattamento. Inoltre, il report specifica: “Al Aqsa conditions”, espressione con la quale si usa definire un ferito o una vittima di aggressioni israeliane.

 

 

Successivamente abbiamo incontrato Sobeh El-Hessi, pescatore che era a bordo del peschereccio insieme ad Adel Baker, nonché gestore del peschereccio.
“Stavamo pescando al confine tra le acque egiziane e le acque palestinesi. Alle 2 del mattino la marina militare israeliana ha iniziato a sparare, eravamo a circa 2 miglia nautiche dalla costa”, ha iniziato a raccontare Sobeh. “Abbiamo cercato di nasconderci dai proiettili. Poi quando i soldati hanno smesso di sparare, abbiamo visto il corpo di Adel Baker disteso sul pavimento ed abbiamo pensato che un proiettile l’avesso colpito alla testa. Poi abbiamo capito che non era stato un proiettile, ma un oggetto pesante che fa parte del motore, Adel aveva una grande ferita alla testa. Ho chiamato l’ Unione dei pescatori per comunicare che c’era un ferito e per chiedere un’ambulanza. Un hasaka ha portato Adel alla spiaggia e l’ambulanza era pronta per portarlo in ospedale, erano circa le 3 del mattino”, ci ha raccontato Sobeh.
I pescatori erano entrati in acque egiziane e stavano rientrando in acque palestinesi quando è avvenuto l’attacco.
Il giorno successivo i pescatori non sono andati a pescare.
Sobeh ci ha raccontato con preoccupazione anche dei recenti attacchi israeliani con cannonate d’acqua. Gli attacchi stanno avvenendo infatti anche a 10 metri di distanza tra i pescherecci e le navi militari israeliane.
Poco più di un anno fa un pescatore è stato ucciso da un corto circuito a seguito di un attacco israeliano con cannonate di acqua.
L’ esercito israliano lancia acqua direttamente sul generatore di corrente, spara alle reti, al motore, causando così incidenti. Alto diventa allora il pericolo di shock elettrico o incidenti come quello di Adel.
“I pescatori possono vedere il pesce oltre le tre miglia, ma non possono attraversarle”, afferma poi Sobeh parlando delle condizioni di vita dei pescatori di Gaza.
“Quando i soldati israeliani sparano dobbiamo scappare, non possiamo sostenere le nostre famiglie. Questi ultimi giorni sono stati duri. Prima della guerra gli attacchi israeliani avvenivano ad una maggior distanza,  ma dopo la guerra la marina militare ha iniziato ad avvicinarsi molto ed i soldati sparano più del solito”, conclude Sobeh.
Gli occhi di Sobeh el Hessi sono tristi, spaventati, ma anche arrabbiati per quanto avvenuto a Adel.
A Gaza, andare a pescare ormai significa andare ad affrontare un esercito.
Come riportato costantemente dal Palestinian Center for Human Rights, gli attacchi israeliani contro i pescatori palestinesi costituiscono una violazione del diritto umanitario internazionale, soprattutto del diritto alla sicurezza della propria persona, in accordo con l’ Articolo 3 della Dichiarazione
Internazionale dei Diritti Umani, del diritto al lavoro ed alla sussistenza, del diritto ad una vita dignotosa.
Gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile costituiscono crimini di guerra.
Israele ha progressivamente imposto restrizioni ai pescatori palestinesi sull’accesso al mare. Le 20 miglia nautiche stabilite sotto gli accordi di Jericho nel 1994 tra Israele e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina  (OLP), sono state ridotte a 12 miglia sotto l’Accordo Bertini nel 2002. Nel 2006, l’area acconsentita alla pesca è stata ridotta a 6 miglia nautiche dalla costa. A seguito della offensiva militare israeliana “Piombo Fuso” (2008-2009) Israele ha imposto un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, impedendo ai palestinesi l’accesso all’ 85% delle acque a cui hanno diritto secondo gli accordi di Jericho del 1994.
Gli accordi raggiunti tra Israele e la resistenza palestinese dopo l’offensiva militare israeliana di novembre 2012, “Pilastro di Difesa”, hanno acconsentio ai pescatori di Gaza di raggiugere nuovamente le 6 miglia nautiche dalla costa. Nonostante questi accordi, la marina militare israeliana non ha cessato gli attacchi contro i pescatori di Gaza, anche all’interno di questo limite. A Marzo 2013, Israele ha imposto nuovamente un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, affermando che tale decisione era stata presa a seguito dell’invio di alcuni razzi palestinesi verso il sul di Israele.
A Gaza si contano attualmente circa 4.000 pescatori regolarmente registrati, mentre nel 2000 se ne contavano circa 10.000. In una decina di anni, il numero di pescatori si è progressivamente ridotto, da quando Israele ha iniziato ad imporre restrizioni sull’accesso al mare e ad usare violenza per rafforzare queste restrizioni. Tali restrizioni, i continui arresti ed attacchi, costringono i pescatori ad abbandonare il loro lavoro e negano loro l’unica fonte di sussistenza per le loro famiglie. Moltissimi pescatori, con coraggio e determinazione, continuano a richiare la vita per poter sostenere le proprie famiglie.
Al momento in cui scrivo, le condizioni di Adel Baker sono leggermente migliorate, ma si trova tuttora privo di sensi nel reparto di Terapia Intensiva.
Mentre Adel Baker lotta in ospedale, molti pescatori si trovano in mare affrontando il pericolo di nuovi attacchi.
Mentre la comunità internazionale rimane in orrendo silenzio, i nostri pensieri ed il nostro cuore sono al fianco di questi uomini coraggiosi.
Forza Adel.
thanks to: Rosa Schiano

Elenco di tutte le violazioni del cessate il fuoco

Da Gaza – by Rosa Schiano.
 

Gli accordi per il cessate il fuoco del 21 novembre 2012 hanno stabilito che le forze militari israeliane devono “astenersi dal colpire i residenti nelle aree lungo il confine” e “cessare le ostilità nella Striscia di Gaza, via terra, via mare e via aria, compreso le incursioni e le uccisioni mirate.” 
Tuttavia attacchi militari israeliani via terra e via mare si sono susseguiti a partire dal giorno successivo al cessate il fuoco, ed aerei militari israeliani hanno sorvolato costantemente il cielo della Striscia di Gaza.
Nella settimana compresa fra il 22 ed il 29 novembre, un giovane palestinese è stato ucciso e 42 civili, compresi 7 bambini, sono rimasti feriti nelle aree lungo il confine con Israele, e la marina militare israeliana ha continuato ad attaccare pescatori palestinesi nelle acque di Gaza.
Il 22 novembre 2012, giorno successivo al cessate il fuoco, 6 palestinesi sono rimasti feriti quando forze israeliane hanno aperto il fuoco ad est di al-Faraheen a sud della Strisci di Gaza e trasportati all’European hospital in Khan Younis Lo stesso giorno, altri due palestinesi sono rimasti feriti quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro decine di palestinesi che sostavano nell’area del confine ad est del villaggio di al-Shouka, ad est di Rafah. I civili palestinesi stavano cantando canzoni e slogans in supporto alla resistenza palestinese. I due feriti  sono stati trasferiti all’ Abu Yusef al-Najjar Hospital in Rafah.
Il 23 novembre 2012, le forze israeliane hanno ucciso un civile palestinese e ferito altre 18 persone, compreso 3 bambini, vicino il confine ad est di Khan Younis.
Verso le 07:30,decine di palestinesi si trovavano vicino la barriera di separazione ad est di Khan Younis, in  Abassan and Khuza’a. I soldati israliani hanno sparato ed ucciso Anwar Abdul Hadi Msallam Qudeih, 20 anni, colpito al volto e morto immediatemente.  I 18 feriti hanno riportato ferite moderate e minori.
Il 25 novembre 2012, un bambino palestinese è rimasto ferito quando forze israeliane hanno aperto il fuoco ad est di Khan Younis su un gruppo di bambini che si erano avvicinati alla barriera di separazione con Israele, ad est del villaggio di  Abassan, ad est di Khan Younis. Il bambino si chiama Mohammed Nabil Ahmed Abu Eyadah, 14 anni, rimasto ferito lievemente alla testa.
Il 26 novembre 2012, le forze israeliane posizionate sulla barriera di separazione al confine ad est di Khan Younis hanno aperto il fuoco su un gruppo di ragazzini che si erano avvicinati alla barriera nella stessa area ad est del villaggio di Abassan, un bambino è rimasto ferito.
Inoltre, lo stesso giorno, altri 2 palestinesi sono rimasti feriti quando l’esercito israeliano posizionato ad est di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, ha aperto il fuoco su un gruppo di civili e contadini vicino la barriera al confine ad est di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza. Uno dei feriti è stato ricoverato in condizioni critiche. Il primo civile è stato ferito da un proiettile alla coscia destra e frammenti di proiettile alla spalla destra, ed è stato trasferito al  Kamal Odwan hospital in Beit Lahia, le sue condizioni sono state descritte moderate. Il secondo civile è stato ferito da un proiettile al ginocchio sinistro ed è stato trasferito all’Awda hospital in Tal al-Za’tar, e poi trasferito allo Shifa hospital in Gaza city, dove è stato sottoposto ad operazione chirurgica. Successivamente è stato trasportato ad un ospedale egiziano per ricevere terapia.
Il 27 novembre 2012, un civile palestinese è rimasto ferito quando l’esercito israeliano posizionato sulla barriera di separazione al confine ad est di  Abu Safiya, est di Jabalya, ha sparato proiettili e gas lacrimogeni contro un gruppo di civili e contadini vicino la barriera. Il civile palestinese ha 18 anni ed è stato ferito da un proiettile al ginocchio destro ed è stato trasferito al Kamal Odwan hospital in Beit Lahia. Successivamente è stato trasferito allo Shifa hospital in Gaza city. Le sue condizioni sono state descritte critiche, avendo riportato lacerazione del ginocchio e taglio di alcune arterie.
Lo stesso giorno, un altro civile palestinese è rimasto ferito quando l’esercito posizionato ad est del villaggio di al-Shouka, ad est di Rafah, ha aperto il fuoco a decine di Palestinesi vicini all’area del confine. Il giovane ferito si chiama Abdul Fattah Ashraf Zaqout, 20 anni, colpito con tre proiettili all’addome a al braccio destro. E’ stato trasportato all’ Abu Yusef al-Najjar Hospital, le sue ferite sono state descritte moderate.
Il 28 novembre 2012, un civile palestinese è rimasto ferito quando forze israeliane posizionate sulla barriera al confine ad est del villaggio di al-Shouka, ad est di Rafah, hanno aperto il fuoco contro decine di palestinesi nella zona. Il civile ferito si chiama Suleiman Saleh al-Najadi, 42 anni, ed è stato colpito da un proiettile alla schiena. E’ stato trasportato al Gaza European hospital in Khan Younis con ferite moderate.
Lo stesso giorno, un altro palestinese è rimasto ferito quando forze israeliane sulla barriera di separazione al confine ad est di Beit Hanoun hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili palestinesi e contadini della zona. Il civile palestinese ferito, Hassan Ahmed Naseer, 26 anni, di Beit Hanoun, è stato colpito da un proiettile al ginocchio destro ed è stato trasportato al Kamal Odwan Hospital in Beit Lahia, riportando ferite di livello moderato e critico.
Inoltre, lo stesso giorno, 8 civili, compreso 3 bambini, sono rimasti feriti quando forze israeliane hanno sparato a decine di palestinesi vicini alla barriera di separazione ad est di  dei campi dei rifugiati di al-Bureij e al-Maghazi, nell’area centrale della Striscia di Gaza. Due feriti sono stati trasportati con ferite critiche allo Shifa hospital in Gaza City.
Lo stesso giorno, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco su un gruppo di civili e contadini ad est di Beit Hanoun. Mahmoud Sami Na’im, 24 anni, è rimasto ferito da frammenti di proiettile al petto. E’ stato trasferito al Beit Hanoun hospital e le sue ferite sono moderate.
Inoltre, navi militari israeliane hanno aperto il fuoco contro imbarcazioni di pescatori palestinesi a nord della Striscia di Gaza, di fronte al-Waha resort. I pescatori sono stati terrorizzati e sono scappati per paura di essere arrestati o feriti.
Nella settimana successiva, fra il 29 novembre e il 5 dicembre, l’esercito israeliano ha ucciso un altro palestinese a sud della Striscia di Gaza e ferito 14 civili, compreso quattro bambini, lungo le aree al confine con Israele.
Inoltre l’esercito israeliano ha continuato ad attaccare pescatori, ed ha arrestato 20 pescatori, compresi 5 minori.
Il 29 novembre 2012, verso le 10:15, navi militari israeliane davanti le coste di Beit Lahia hanno intercettato una barca di pescatori con a bordo 6 pescatori mentre si trovavano a circa 5 miglia dalla costa. La barca appartiene a Fahed Ziyad Baker, 38 anni, di Gaza City. L’esercito israliano ha arrestato i  6 pescatori e li ha interrogati per poi rilasciarli dopo circa 2 ore.  I pescatori sono Fahed Ziyad Baker, 38 anni, Ihab Jawad Baker, 36 anni, Mohammed Ziyad Baker, 32 anni, Na’im Fahed Baker, 16 anni; Ziyad Fahed Baker, 18 anni e Ali Alaa’ Baker, 18 anni.
Lo stesso giorno, verso le 10:30, l’esercito israeliano posizionato lungo il confine ad est di Beit Hanoun ha sparato proiettili e gas lacrimogeni contro un gruppo di civili e contadini vicino il confine, mentre stavano si avvicinavano alla barriera di separazione. Waheed Majed Adel al-Fseifis, 17 anni, del campo rifugiati di Jabalya è stato ferito da un proiettile alla gamba sinistra.
Il 30 novembre 2012, verso le 15:30, le forze israeliane sono entrate ad est della città di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, attraverso il gate di Abu Safiya, ed hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili palestinesi e contadini vicino la barriera al confine. Quattro palestinesi sono rimasti feriti:  Lo’ai Ahmed Kamel Abed Rabbu, 14 anni, di Jabalia, ferito da un proiettile alla gamba destra; Ahmed Anwar al-Zaza, 18 anni, del quartiere di al-Sha’af  in Gaza City, ferito da un proiettile al ginocchio destro; Salman Osama Salman Abu Ajwa, 24 anni, di al-Sheja’iya in Gaza City, ferito da un proiettile alla gamba destra; Ahmed Mesleh Salah, 26 anni, di al-Toffah in Gaza City, ferito da un proiettile alla gamba destra.
Lo stesso giorno, le Forze israeliane hanno ucciso un civile palestinese ad est del villaggio di al-Shouka, ad est di Rafah.  Il civile è stato ucciso quando i soldati israeliani lungo la barriera di separazione al confine ad est di Rafah hanno aperto il fuoco su decine di palestinesi. Il civile era rimasto ferito da un proiettile al bacino ed è stato trasportato all’ Abu Yusef al-Najjar hospital.  A causa della gravità delle ferite, è stato poi trasportato all’European hospital in Khan Younis, dove è morto sabato mattina, 1 dicembre 2012.
Contemporaneamente, l’esercito israeliano posizionato sulla barriera al confine ad est di Khan Younis, ha aperto il fuoco su un gruppo di civili lungo il confine. Un giovane, Bassam Mohammed Abu Rjaila, 22 anni, è stato ferito da un proiettile alla gamba.
Verso le 16:10, l’esercito israeliano posizionato lungo la barriera di separazione a nord-est del campo rifugiati di al-Bureij, al centro della Striscia di Gaza, ha aperto il fuoco contro circa 70 civili che stavano protestando vicino la barriera al confine.  4 persone, del campo rifugiati di al-Bureij, sono rimaste ferite e sono state trasportate all’ Al-Aqsa Martyrs’ Hospital in Deir al-Balah. Le ferite sono state descritte moderate.  I quattro civili feriti sono: Hassan Hammad Ibrahim al-Tebri, 39 anni, ferito da un proiettile alla gamba sinistra; Ahmed Abdul Qader Omar Abu Jalal, 22 anni, ferito da un proiettile alla gamba destra;
Mohammed Ahmed Sulaiman al-Awawda, 27 anni, ferito da un proiettile anna gamba sinistra; Mohammed As’ad Mohammed al-Bardini, 23 anni, ferito da un proiettile alla coscia destra.
Domenica 1 dicembre 2012, verso le 10.00 del mattino, navi militari israeliane hanno aperto il fuoco contro una barca di pescatori a circa 3 miglia dalla costa di Gaza. Le forze israeliane hanno circondato la barca ed arrestato 5 pescatori, compreso due minori, e trasferiti al porto di Ashdod dove sono stati sottoposti ad interrogatorio prima di essere rilasciati. I pescatori sono Ramez Izzat Baker, 41 anni, di Gaza City, suo fratello Rami, 34 anni, e 3 cugini loro cugini,  Bayan Khamis Baker, 17 anni, Mohammed Khaled Baker, 17 anni, Omar Mohammed Baker, 22 anni.
Contemporaneamente, una nave militare israeliana ha attaccato due barche di pescatori appartenenti a Sabri Mohammed Baker, 52 anni, e Eid Mohsen Baker, 23 anni, mentre pescavano a circa 2 miglia dalla costa. L’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro le barche, danneggiando il motore della barca di Eid Baker. I pescatori sono stati arrestati e trasportati al porto di Ashdod dove sono stati sottoposti ad interrogatorio. Otto pescatori sono stati rilasciati ma le due barche sono state confiscate. I pescatori sono Sabri Mahmoud Baker, 52 anni; Aomran Sabri Baker, 21 anni; Abdallah Sabri Baker, 13 anni; Eid Mohsen Baker, 23 anni; Walid Mohsen Baker, 18 anni; Ziad Fahed Baker, 17 anni; Sadam Samir Baker, 26 anni;  Haitham Talal Baker, 26 anni. Emad Mohammed Baker, 33 anni, è stato trattenuto in arresto.
Lo stesso giorno, verso le 14:30, le Forze israeliane posizionate sulla barriera di separazione ad est del gate di Abu Safeya, ad est di Jabalia, hanno aperto il fuoco contro civili palestinesi e contadini che si trovavano vicino la barriera. Un giovane palestinese, Nedal Mohammed Abdallah, 21 anni, di Jabalya, è stato ferito da un proiettile al piede destro.
Due ore dopo, verso le 16:30, l’esercito israeliano ha sparato proiettili e gas lacrimogeni nello stesso posto ad est di Jabalia contro civili palestinesi e contadini. Un giovane di 23 anni, Mahmoud Mohammed al-Adgham, di al-Sheikh Radwan in Gaza City, è stato ferito da un proiettile al piede destro.
Contemporaneamente, verso le 16:30, le Forze israeliane posizionate vicino la barriera di separazione al confine ad est di Beit Hanoun, a nord della Striscia di Gaza, hanno sparato proiettili e gas lacrimogeni contro civili palestinesi e contadini. Un civile di 28 anni, Sami Saeed Rabi’a Hamdiya, di Jabalya, è stato ferito da un proiettile al ginocchio destro.
Il 3 dicembre 2012, verso le 11:00, le Forze israeliane posizionate lungo la barriera al confine ad est del campo rifugiati di al-Bureij, al centro della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco su un ragazzino di 16 anni,  Jihad Mesbah Salim al-Sawarka, ferendolo al ginocchio sinistro, mentre si trovava ad una distanza di circa 300 metri dal confine.
Domenica 9 dicembre, verso le 12:00, forze israeliane si sono posizionate alle torri di osservazione sulla barriera di separazione vicino Beit Hanoun, Erez, a nord della Striscia di Gaza, ed hanno aperto il fuoco su un gruppo di lavoratori che stavano raccogliendo pietre e sabbia dalle macerie degli edifici distrutti nell’area industriale di Erez. Abdullah Salim Abu Jari, 23 anni, che vive nel villaggio di Um al-Nasser, è rimasto ferito alla gamba sinistra, mentre si trovava a circa 300 mt dal confine. Un gruppo di lavoratori l’ha trasportato al  Martyr Kamal Odwan hospital in Beit Lahia. Le sue ferite sono moderate.
Lavoratori palestinesi di solito raccolgono pietre e sabbia dalle macerie degli edifici distrutti per usarle nella costruzione e ricostruzione, soprattutto perché l’ingresso di materiale da costruzione nella Striscia di Gaza è stato ristretto da quando Israele ha imposto l’assedio 6 anni fa.
 
Nella settimana tra il 13 ed il 19 dicembre, altri 5 civili palestinesi sono rimasti feriti, 4 di loro nelle aree lungo il confine, mentre altri 5 in mare.
Il 13 dicembre 2012, verso le 12.30, un ragazzo è stato gravemente ferito quando l’esercito israeliano posizionato al confine ad est di Wadi Gaza (Johr-al Dik)  ha aperto il fuoco verso di lui. Il ragazzo di 19 anni,   ‘Asef Rasmi Ibrahim al-Khaldi, del campo rifugiati di al-Bureij, stava raccogliendo alluminio e pezzi di metallo dalla discarica, che si trova a circa 150 metri dalla barriera di separazione al confine. Il ragazzo p estato gravemente ferito da un proiettile al braccio destro.
Venerdì 14 dicembre 2012, verso le 14.30-15.00, un giovane di 22 anni, Mohammed Salah Qudaih, si trovava nella terra della sua famiglia in Faraheen, a sud della Striscia di Gaza.
La terra dista circa 200 mt dal confine con Israele. Tre soldati israeliani sono scesi da una jeep, poi uno ha imbracciato l’ama da fuoco ed ha iniziato a sparare. Mohammed è rimasto ferito al braccio destro ed è stato trasportato all’European hospital in Khan Younis, dove ha trascorso la notte ed è stato rilasciato il giorno successivo.
Il mio report di quell’attacco qui: http://ilblogdioliva.blogspot.co.il/2012/12/un-altro-giovane-contadino-ferito-nelle.html
Lo stesso giorno, verso le 16.00, ad est di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro un gruppo di contadini che si trovavano a circa 150 metri dalla barriera di separazione del confine. Due giovani son rimasti feriti. Momim Mohammed Nawwarah, 19 anni, del campo rifugiati di Jabalia, è stato ferito da un proiettile alla gamba destra. E’stato trasportato all’ Awda hospital e successivamente trasferito allo Shifa hospital in quanto presentava una forte emorragia.
Il secondo civile è Rami Mohammed Abu Amira, 19 anni, ferito da inalazione di gas lacrimogeno.
Il 15 e 16 dicembre 2012, verso le 06:00, navi militari israeliane davanti alle coste del resort al-Waha, a nord della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro pescatori palestinesi che si trovavano a circa 6 miglia dalla costa. I pescatori, terrorizzati, sono scappati per timore di essere feriti o arrestati.
Lo stesso 16 dicembre, verso le 13:30, l’esercito israeliano lungo il confine ad est di Khan Younis ha aperto il fuoco verso un gruppo di palestinesi che si trovavano nelle loro terre vicino la barriera di separazione. Khaled Sulaiman Abdul Karim Mhanna, 25 anni, è stato gravemente ferito da un proiettile all’addome, mentre lavorava nella sua terra a circa 500 metri di distanza dalla barriera.
Il 17 dicembre 2012, verso le 06:30, navi israeliane posizionate nella stessa area del giorno precedente, di fronte alle coste del resort al-Waha a nord della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro pescatori palestinesi  che si trovavano a 6 miglia dalla costa. I pescatori sono scappati.
Lo stesso giorno, verso le 09:30, navi israeliane nelle acque di Gaza hanno aperto il fuoco contro una barca di pescatori appartenente a Mos’ad Abdul Razeq Baker, 38 anni, mentre stava pescando con suo nipote  Mohammed Tareq Abdul Razeq Baker, 20 anni. I pescatori si trovavano a circa 7 miglia nautiche dalla costa Mos’ad è rimasto gravemente ferito da un proiettile alla gamba sinistra ed è stato trasportato al Barzilai Medical Center in Ashkelon, in Israele, mentre suo nipote è stato arrestato ed interrogato. La loro barca, no. 12935 è stata confiscata.
Verso le 15.30 dello stesso giorno, l’esercito israeliano posizionato lungo il confine ad est del campo rifugiati di al-Bureij, al centro della Striscia di Gaza, ha arrestato 4 minori palestinesi che stavano tentando di attraversare il confine tra Israele e la Striscia di Gaza. I quattro ragazzini sono: Yusef Ali Ibrahim al-Nabahin, 17 anni,  Feras Khalil Ibrahim Weshah, 17 anni, A’ed Nasser Abdullah Abu Zaid, 15 anni, e Sa’eb Tahseen Hassan Faraj, 17 anni, tutti del campo rifugiati di al-Bureij.
Lo stesso giorno, soldati israeliani hanno aperto il fuoco su decine di contadini palestinesi nelle loro terre in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza.
Il corrispondente di Press Tv in Gaza,  Ashraf Shannon, ha comunicato che l’esercito ha aperto il fuoco contro i contadini e lo staff televisivo che stava filmando per riportare le continue violazioni israeliane contro i residenti nelle aree al confine.
Il 18 dicembre 2012, verso le 7.00 del mattino, l’esercito israeliano è entrato all’interno del territorio palestinese avanzando di 100 metri dalla barriera di separazione ed entrando nel villaggio di Khuza’a attraverso il gate Abu Rida, ad est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza.
Bulldozer israeliani hanno iniziato a condurre operazioni di livellamento spianando la terra palestinese, e raggiungendo l’area di Faraheen in Abassan.  Verso le 11:00, l’esercito israeliano è rientrato al confine.

Venerdì 21 dicembre, verso le 14.40, Forze israeliane posizionate all’interno delle torri di controllo lungo il confine ad est di Jabalia hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili e di contadini che erano a circa 30 metri dalla barriera di separazione e che stavano protestando contro la decisione israeliana di imporre la “buffer zone” lungo il confine. Due palestinesi sono rimasti feriti, incluso un minore: Mohammed Ahmed Mahmoud ‘Ebeid, 21 anni, ferito da un proiettile che lo ha colpito alle due gambe, e Mazen Jamal Mohammed Mesleh, 17anni, ferito gravemente da un proiettile alle ginocchia.

Lo stesso giorno, verso le 15:50, nel corso di un’altra manifestazione contro la “buffer zone”, le Forze israeliane posizionate alle torri di controllo lungo il confine a nord di Beit Lahia,a nord della Striscia di Gaza, hanno aperto il fuoco contro un gruppo di civili e di contadini che si trovavano a circa 150 metri dalla barriera di separazione. Due palestinesi, compreso un minore, sono rimasti feriti: Mohammed Mostafa Mohammed ‘Ashour, 31 anni, del campo rifugiati di  Jabalya, ferito da un proiettile alla gamba destra, e Mohammed Ibrahim Mohammed Salman, 15 anni, di Beit Lahia, ferito da un proiettile alla gamba sinistra.

Domenica 23 dicembre, in serata, 2 ragazzi sono rimasti feriti vicino la barriera di separazione al confine di Bureij camp, e trasportati all’Aqsa Martyrs hospital.

Nella stessa giornata di domenica, due pescatori sono stati arrestati dalla Marina militare israeliana mentre si trovavano a circa 5 miglia nautiche dalla costa. I due pescatori sono Mohammed Ahmed Zidan, 31 anni, e Ahmed Zidan Zidan, 26 anni. La loro barca è stata confiscata. Il mio report e visita ai due pescatori qui:

Il 27 dicembre 2012, verso le 6.20 del mattino, ed il 28 dicembre, verso le 6.30 del mattino, navi militari israeliane hanno aperto il fuoco contro pescatori palestinesi di fronte al-Waha resort, a nord della Striscia di Gaza. I pescatori, che si trovavano a 6 miglia dalla costa, erano terrorizzati e sono tornati indietro verso la costa per paura di rimanere feriti od essere arrestati
Il 29 dicembre 2012, verso le 6.45 del mattino, navi militari israeliane hanno nuovamente aperto il fuoco contro pescatori palestinesi di fronte al Waha resort, a nord della Striscia di Gaza, ed i pescatori, a circa 6 miglia dalla costa, sono tornati indietro.
Lo stesso giorno, navi militari israeliane hanno sparato contro l’imbarcazione di Fahed Baker, mentre si trovava a circa 3 miglia e mezzo dalla costa, a nord della Striscia di Gaza.
C’erano altre imbarcazioni attorno, che erano riuscite a scappare al fuoco dei soldati israeliani, ma Fahed Baker, che stava tirando su le reti, era in ritardo. “Altri pescatori sono venuti in mio aiuto e sono riuscito a scappare”, ci ha raccontato Fahed. Sulla sua barca si trovava con suo fratello, suo figlio e suo cugino.
La sua imbarcazione è stata crivellata da centinaia di proiettili M-16.
Fahed ha 39 anni, e due dei suoi figli sono malati. Dovrà riparare la sua barca ora. Circa un mese fa i soldati avevano sparato al motore della sua barca. Fahed aveva dovuto comprare quindi un nuovo motore.
Il 31 dicembre 2012, verso le 11:15 del mattino, forze israeliane posizionate lungo il confine a nord della Striscia di Gaza hanno aperto il fuoco contro un gruppo di lavoratori che stavano raccogliendo macerie e legna da ardere. Un ragazzo di 17 anni, Ramzi Mohammed Rajab Ma’rouf, di Beit Lahia, è rimasto ferito da un proiettile alla gamba destra. Ma’rouf si trovava a circa 500 metri dalla barriera di separazione al confine. E’ stato trasportato da un trattore all’ambulanza della Palestine Red Crescent Society’s (PRCS) che lo ha trasferito al Martyr Kamal Odwan hospital in Beit Lahia. Le sue ferite sono moderate.

Il 3 gennaio 2013, verso le 8.00 del mattino, forze israeliane sono entrate in territorio palestinese di circa 200 metri, entrando nel villaggio Wadi Gaza (Johr al-Deek) muovendosi ad ovest della barriera di separazione. Hanno spianato le terre palestinesi e si sono ritirate 4 ore dopo.

Il 5 gennaio 2013, verso le 10.00 del mattino, forze israeliane posizionate sulla barriera di separazione a nord della discarica a nord di Beit Hanoun, hanno aperto il fuoco contro un camion dei rifiuti che si trovava a circa 150 metri dal confine. L’operaio Awad Abdullah Ali al-Za’anin, 36 anni, di Beit Hanoun, è rimasto ferito dai frammenti di un proiettile al lato destro della testa. Inoltre, il camion ha subito danni.  Al-Za’anin ed il conducente del camion  Mohammed Nasir si sono nascosti ed hanno chiamato l’amministrazione della municipalità che ha inviato sul posto un’ambulanza del Ministero della Salute. L’uomo ferito è stato trasportato al Beit Hanoun Governmental Hospital. Dopo essere stato sottoposto a radiografia, i dottori hanno trovato in superficie frammenti di proiettile al lato destro della testa, ed un frammento in profondità all’interno.

L’ 11 gennaio 2013, l’esercito israeliano ha ucciso un palestinese e ferito un altro, al confine ad est di Jabalia.
Il giovane palestinese ucciso aveva 22 anni ed era uno studente universitario di legge, era all’ultimo anno. Il suo nome è Anwar Mohammed Almamlouk. E’ stato ucciso con un proiettile all’addome.
E’ stato trasportato da un “toc toc” al Kamal Odwan hospital ma era ormai morto.
Il ragazzo ferito si chiama inveece Omar Ismail Wadi, ha 21 anni. E’ rimasto ferito da frammenti di proiettile ad entrambe le gambe. Anwar si trovava a circa 10 metri dalla barriera di separazione al confine, mentre Omar era a circa 30 metri.
Spesso di venerdì pomeriggio, giorno di festa, i palestinesi, civili e contadini, si recano nelle terre lungo il confine per passeggiare con le proprie famiglie. Molti giovani usano sostare seduti di fronte la barriera. Guardando alle loro terre occupate. Purtroppo l’esercito israeliano non si fa scrupoli ad aprire il fuoco contro civili.

Il 14 gennaio 2013, verso le 14.00, le forze israeliane hanno aperto il fuoco nelle terre a nord di Beit Lahia,a nord della Striscia di Gaza, su un gruppo di lavoratori che si trovavano a circa 1 km di distanza dal confine. Un soldato israeliano, appostato in una torre di controllo, ha sparato alla testa un giovane, uccidendolo.
Mostafa Abd Al Halkeem Abu Jarad aveva 21 anni. Il giovane era stato trasportato al Kamal Odwan hospital, poi trasferito allo Shifa hospital in Gaza city. Qui è stato sottoposto ad operazione chirurgica per rimuovere i frammenti di proiettile dalla testa e poi portato nel reparto di Terapia Intensiva. Un dottore nel reparto ci ha detto che il proiettile è entrato ed uscito dalla testa, il cervello ha subito danni e vi è stata emorragia cerebrale. Il giovane Mustafa è morto poco dopo.

Totale feriti fino al momento in cui scrivo: 78  feriti, tra cui 11 minori

Totale morti: 4

Aggiornerò l’elenco di tutte le violazioni del cessate il fuoco di giorno in giorno.
Molti contadini palestinesi hanno deciso di recarsi nelle aree lungo il confine alla luce degli accordi per il cessate il fuoco tra Israele e i gruppi della resistenza palestinese.
Gli accordi infatti comprendono l’eliminazione della “buffer zone” e consentono ai contadini di accedere alle loro terre nell’area.
Gli accordi hanno generato anche molto entusiasmo nei giovani palestinesi che spesso si sono recati vicino la barriera di separazione al confine inconsci del pericolo a cui sarebbero andati incontro, per sventolare bandiere palestinesi o cantare, o semplicemente per sfidare i soldati, ma imbattendosi in soldati che, senza un briciolo di  umanità, non esitano a sparare contro civili disarmati.
Inoltre diversi palestinesi che si erano avvicinati alla barriera di separazione al confine sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Le famiglie degli arrestati sono in contatto con l’ International Committee of the Red Cross, che conferma loro dell’arresto dei propri familiari, ma spesso non viene comunicato loro il luogo di detenzione.
Ci sono molti contadini che, confortati dalla nostra presenza internazionale, si sono fatti coraggio ed hanno iniziato a misurare la grandezza dei propri appezzamenti di terra, in cui non potevano accedere da più di 10 anni.
Alcune volte, durante i momenti di calma, intere famiglie palestinesi nel pomeriggio si recano nell’area lungo il confine in Khuza’a semplicemente per passeggiare su quei terreni che prima del tramonto diventano di un colore splendido.
( Fonti di questo report: testimonianze dirette sul posto e report settimanali del PCHR sulle violazioni israeliane dei diritti umani contro i civili palestinesi in Gaza e West Bank  http://www.pchrgaza.org/portal/en/ )

 

contadini in Khuza’a, a sud della Striscia di Gaza

 

barriera di separazione e torre, dietro la barriera, una jeep israeliana

 

famiglie di contadini palestinesi si recano nella “buffer zone”

 

thanks to: Rosa Schiano

Escalation israeliana sulla Striscia di Gaza, 8-11 novembre 2012

Una nuova offensiva militare israeliana è iniziata giovedì pomeriggio.
Questa volta la maggior parte degli attacchi sono avvenuti da terra.
L’esercito israeliano ha bombardato con colpi di artiglieria molti punti della Striscia di Gaza, mentre da sabato vi sono stati anche attacchi aerei.
Sette persone sono state uccise, tra cui 3 bambini, ed almeno 50 i feriti, tra cui donne ed almeno 10 ragazzi e bambini.
Tra i feriti, 7 sono stati dichiarati clinicamente morti allo Shifa hospital. Ho fatto visita ieri al reparto di terapia intensiva, vi sono due bambini tra i 10 e 14 anni, ed un altro sui 18 che stanno lottando per sopravvivere.
Cinque persone sono state uccise sabato,tra cui 3 ragazzi. Quattro persone sono morte durante un attacco da terra in Shijaia ad est di Gaza city mentre giocavano a pallone ed almeno 38 sono rimaste ferite.
Inoltre, 2 membri della resistenza sono stati uccisi.
Sabato, 10 novembre 2012, l’esercito di Occupazione Israeliano ha sparato colpi di artiglieria colpendo alcuni bambini palestinesi che giocavano a pallone in Shijaia, quartiere est di Gaza city.
Due ragazzi sono stati uccisi: Mohammed Ussama Hassan Harara, 16 anni, e Ahmed Mustafa Khaled Harara, 17 anni.
In quel momento nella stessa area si stava anche tenendo una “tenda del lutto” presso la famiglia Harara. La famiglia stava celebrando il lutto per un parente deceduto.
Molte persone sono rimaste ferite quanto l’esercito israeliano ha sparato altri colpi di artiglieria.
Due persone sono rimaste uccise:  Ahmed Kamel Al- Dirdissawi, 18 anni e  Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata, 19 anni.
Inoltre, almeno 38 persone sono rimaste ferite, tra cui 8 bambini.
Ecco le immagini dallo Shifa hospital in un video che ho girato in ospedale questa mattina.
il corpo di uno dei bambini in Terapia Intensiva. Questo bambino ha circa 10 anni.

Lo Shifa hospital ieri ha ricevuto in totale circa 40 feriti, di cui 6 ora sono in terapia intensiva, e 5 martiri. Il corpo di uno dei martiri è arrivato in pezzi in ospedale.
Il dottor Ayman Sahabany ha spiegato che questi bambini sono stati colpiti da frammenti dei colpi di artiglieria al petto, al torace, al collo, alla testa.
Alcuni hanno subito emorragia, ematoma anche alla testa, ferite alle arterie. Un altro dottore mi ha detto che non sanno se ce la faranno a sopravvivere.
Mentre il dottore ed una infermiera mi parlavano, davanti al corpo del più piccolo dei bambini, non potevo fare a meno di guardarlo, pregando dentro di me perché ce la facesse.
Impotenza. Avrei voluto avere il potere di poterlo salvare, ma posso solo sperare.
L’impotenza davanti a tanto dolore soffoca. Un’impotenza che mi fa sentire esplodere dentro, ma non fuori. Le lacrime, quelle, arrivano tutte ed improvvisamente, come un fiume inarrestabile che porta con sé tutto il dolore fino allo sfinimento.

Successivamente sono andata all’ospedale Kamal Odwan in Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza. I dottori mi hanno detto che ieri sera tra le undici e mezzanotte hanno ricevuto tre donne ferite in un attacco israeliano, una di 49 anni, le altre di 42 e 40 anni.  La scorsa notte infatti, verso mezzanotte, un aereo israeliano ha colpito con due missili una fabbrica di metallo in Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, distruggendola e l’abitazione della famiglia Najjar è stata danneggiata. Nihad Fahmi al-Najjar, e le altre due donne sono rimaste ferite da frammenti di vetro sul corpo. Sono stati rilasciate perché le ferite sono superficiali. Alle 6.00 del mattino di ieri inoltre l’ospedale ha ricevuto il corpo di un martire, in pezzi. Il suo nome è Mohammed Obaid, 20 anni.

Successivamente sono andata all’European hospital in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. Qui quattro bambini sono stati ricoverati e poi rilasciati con ferite lievi. Ho incontrato invece una donna ricoverata, Helene Najjar, 29 anni. E’ stata ferita da frammento di proiettile al fianco e forse oggi sarebbe stata operata. Ha raccontato che si trovava all’esterno l’abitazione della sua famiglia ad est di Khuza’a, a circa 500 mt dal confine, al momento dell’attacco. Con lei in ospedale c’era la madre, Samira Najjar, che ha raccontato che la casa è stata danneggiata ed i vetri crollati. Samira ha raccontato anche che prima avevano una casa vicino il confine, che è stata distrutta dai soldati israeliani durante Piombo Fuso. E suo marito, il padre di Helene, è stato ucciso durante Piombo Fuso. Helene ha due bambine ed un bambino. Tala, il piccolo, aveva lo sguardo triste. Aveva pianto molto per quello che è successo alla madre. I bambini crescono in fretta a Gaza.

Tala Najjar, figlio piccolo di Helen Najjar, ieri in ospedale accanto alla madre
Inoltre, nella stessa giornata di sabato e ieri mattina, aerei militari israeliani hanno colpito in due attacchi ed ucciso membri della resistenza palestinese, Mohammed Obaid, 20 anni (di cui ho detto prima e il cui corpo è arrivato in pezzi all’ ospedale Kamal Odwan) e Mohammed Said Shkoukani, 18 anni. 
Giovedì sera, 8 novembre 2012, un altro bambino è stato ucciso dall’esercito israeliano durante una incursione nel villaggio di Abassan, ad est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. 
Verso le 16:30 di giovedì, l’Esercito di Occupazione israeliano stava sparando dal confine indiscriminatamente contro le terre e le case dei civili palestinesi. Colpi di carro armato hanno raggiunto terreni e case. Un proiettile ha colpito il piccolo Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ferendolo gravemente all’addome. Ahmed stava giocando con i suoi amici a pallone vicino la sua abitazione quando è stato ferito.
Sono andata a trovare la sua famiglia durante la “tenda del lutto”. Sua zia ha raccontato che improvvisamente Ahmed è entrato in casa gridando alla madre che aveva dolore… si sono resi conto del proiettile ed è stato portato all’ European hospital in Khan Younis, dove è morto poco dopo. Oggi tornerò a visitare la sua famiglia per poter parlare con maggior tranquillità e portar loro nuovamente la mia vicinanza e la solidarietà di tanti italiani ed internazionali.
Pubblico qui una foto di Ahmed che ho trovato su internet mentre giocava a pallone, prima di essere ucciso
Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ucciso da un proiettile dell’Esercito di Occupazione Israeliano

Dopo aver visitato la famiglia del piccolo Ahmed, abbiamo visto la strada in cui è stato colpito dal proiettile. Abbiamo incontrato lì un contadino, Iyad Qudai, la cui casa, al mattino dello stesso giorno, era stata colpita da una bomba di carro armato.
Siamo così andati a visitare la sua abitazione.
Sul terreno attorno all’abitazione c’erano colpi di carro armato.

Questa è l’abitazione del contadino Iyad Qudai, centrata da una bomba di carro armato israeliano caduta sulla camera da letto dei bambini.

un altro colpo di carro armato nel terreno accanto all’abitazione di Iyad
Iyad ci ha detto che quella mattina c’erano 12 carro armati al confine e 6 bulldozers. in più, 2 elicotteri apaches e 3 droni.
Gli attacchi da terra lungo il confine con Israele sono aumentati nell’ultimo periodo.
D’altra parte durante le scorse settimane le autorità israeliane avevano minacciato una possibile operazione militare da terra. Questi attacchi colpiscono indiscriminatamente civili, per lo più contadini, le loro terre, le loro abitazioni, le loro fattorie, terrorizzano la popolazione.
Un attacco ha colpito anche la Compagnia di distribuzione dell’Elettricità di Gaza, danneggiando pesantemente la struttura.
Diversi sono stati anche gli attacchi aerei.
Al primo mattino di ieri un aereo israeliano ha colpito con tre missili una fabbrica di cemento in Tal al-Sultan, ad ovest di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, distruggendola.
Un altro attacco aereo è avvenuto su un allevamento di polli nell’area di al-Hashash, a nord ovest di Rafah. L’allevamento è stato distrutto e molti animali sono morti tra cui pecore e volatili. Le case nelle vicinanze dell’allevamento sono state danneggiate.
Sempre ieri mattina, un aereo militare ha colpito con un missile un deposito agricolo in Beit Lahia, distruggendolo e danneggiando abitazioni vicine.
Nel pomeriggio di ieri sono continuati gli attacchi da terra e gli scontri con la resistenza palestinese che sta rispondendo agli attacchi israeliani da nord a sud della Striscia di Gaza.
Durante la notte, verso le 2.40, un attacco israeliano ha colpito uno spazio disabitato a nord ovest di Gaza city, non si riportano feriti.
Verso le 3.20, un raid nel nord di Gaza city ed un terzo raid in Zayotun hanno colpito basi militari di Hamas, senza causare feriti. Colpi di artiglieria israeliana si riportano anche in Beit Hanoun.
La situazione rimane di altissima tensione.
Nella mia mente, i bambini visti ieri in ospedale, la speranza che li possa abbracciare vivi, che possano ritornare a giocare.
thanks to: Rosa Schiano