Marcia Ritorno: un bambino colpito al cuore dai soldati israeliani

Feb 23, 2019
Marcia Ritorno: un bambino colpito al cuore dai soldati israeliani

GAZA – Il ministero della Sanità palestinese nella Striscia di Gaza assediata ha riferito che, venerdì pomeriggio, i soldati israeliani hanno ucciso un ragazzino e hanno ferito altri 41 palestinesi, tra cui un medico, durante la violenta repressione di proteste della Grande Marcia del Ritorno.

Il dottor Ashraf al-Qidra, portavoce del ministero della Sanità a Gaza, ha reso noto che un bambino, identificato come Yousef Sa’id ad-Daya, 14 anni, è stato colpito al cuore da proiettili israeliani e che i medici non sono riusciti a salvargli la vita. Yousef si trovava nel quartiere di Zeitoun, nella città di Gaza.

Al-Qidra ha dichiarato che i soldati hanno sparato a 26 palestinesi con fuoco letale, aggiungendo che altri due hanno subito gravi ferite.

Uno dei palestinesi feriti è un medico volontario, identificato come Fares al-Qidra, che è stato colpito in testa da una bomba a gas a est di Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza.

Fonti dei media a Gaza hanno detto che i soldati hanno sparato raffiche di proiettili alla cieca, candelotti lacrimogeni contro i manifestanti  radunati nella parte orientale della Striscia, nella città di Gaza, a Jabaliya, nel campo profughi di al-Bureij, a Khan Younis e Rafah.

thanks to: Parstoday

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Francia: si intensifica la guerra ai migranti

Striscione dei solidali durante lo sgombero del campo di La Chapelle

Francia: L’umanitarismo in azione nello sgombero degli accampamenti dei migranti

(Traduzione da: Rabble.co.uk)

Martedì scorso, a Parigi e a Calais, sono stati effettuati dagli sbirri sgomberi in simultanea dei campi dei rifugiati provenienti da Sudan, Eritrea, Afghanistan e Siria .

A Parigi, il campo è vicino a Gare du Nord e l’area è spesso utilizzata dai migranti che hanno bisogno di una tregua dalla “prima linea” a Calais. La lotta è continua, con nuovi sgomberi e migranti costantemente costretti a spostarsi da un posto all’altro.

Da Calais Migrant Solidarity:

Oggi (martedì 2 giugno) la polizia francese ha sgomberato lo Squat Galloo e la “jungle” vicino il supermarket Leader Price. Aperto nel luglio del 2014 da una collaborazione tra associazioni, migranti e attivisti, e arrivato ad ospitare oltre 300 persone, Galloo era uno spazio di Calais per incontrarsi, condividere il pasto, ricaricare i telefoni e riposarsi. Era una casa del popolo.

Lo sgombero del Galloo è iniziato questa mattina alle 6 e alle 10 i poliziotti presenti erano aumentati. La polizia ha circondato l’edificio – uno spazio di 12.000 metri quadrati usato una volta come centro di recupero di metallo in disuso – bloccando tutte le possibili uscite. Le persone che erano all’interno hanno avuto un tempo limitato per raccogliere le loro cose e sono state scortate fuori dall’edificio attraverso un’entrata laterale. I verbali parlano dell’arresto di 66 persone e circa 40 di loro sono state trasportate nel centro di detenzione a Coquelles.

Nella jungle di Leader Price, che ha già dovuto sperimentare un semi-sgombero nel corso dell’anno, dozzine di poliziotti hanno rastrellato l’area intorno al supermarket, costringendo le persone ad andare via dagli spazi dove dormivano. Anche in questo caso ci sono stati arresti.

La nuova destinazione per le persone espulse dai propri rifugi, è la prigione a cielo aperto nella periferia di Calais, la nuova “jungle” che circonda il Centro Jules Ferry (per maggiori informazioni, qui un articolo ).

Le persone sgomberate oggi sono coloro che hanno resistito per due mesi allo spostamento “volontario” nel nuovo centro diurno, spinti dalla pressione della polizia e di altre organizzazioni statali ad andarsene alla fine di marzo.

Questa operazione di polizia è stata coordinata con lo sgombero di una grande jungle (accampamento) a La Chapelle a Parigi, che ospitava oltre 350 persone.

Da Paris-Luttes.info:

(Sunto da vari articoli tradotti da Rabble)

L'accampamento di La Chapelle, prima dello sgombero

Lo sgombero dei circa 600 profughi africani, per lo più provenienti dal Corno D’Africa, del campo di La Chapelle, a Parigi, avvenuto Martedì, è stata accompagnato dal coro consolatorio dell’umanitarismo liberale. Per tutto il giorno, la radio e la TV hanno martellato sull’emergenza sanitaria e la necessità umanitaria delle operazioni di sgombero del campo che si trova vicino alla Gare du Nord. Decine di cellulari della polizia antisommossa e un gran numero di poliziotti in borghese – identificabili dai loro arroganti bracciali arancioni – sono arrivati sul sito intorno alle 5.45 di mattina. In una routine spaventosamente familiare, gli abitanti del campo sono stati metodicamente divisi in gruppi e caricati sugli autobus: famiglie o persone singole; richiedenti asilo o di altre nazionalità; ‘veri’ o ‘falsi’ eritrei. A separare il grano dal loglio sono stati i lavoratori delle ONG Emmaüs e France Terre d’Asile, distinguibili dai poliziotti in borghese solo per i i loro bracciali verdi, e presumibilmente, per la loro apparenza amichevole. Una piccola folla di manifestanti guardava e gridava dai lati del campo, tenuta a bada da cordoni di polizia.

Per concludere questo spettacolo “umanitario”, alcuni degli abitanti del campo sono stati trasportati in autobus verso diversi rifugi per senzatetto in tutta Parigi e non solo, lasciando le ruspe libere di radere al suolo le loro tende e i loro beni. Questi alloggi offrono ospitalità solo per pochi giorni – giusto il tempo per convincere la gente ad abbandonare il posto dove vivevano prima.

Giovedi e Venerdì, migranti e compagni hanno cercato di riorganizzarsi di fronte a una chiesa vicino al luogo dello sgombero, prima di essere rapidamente circondati dalla polizia. Sono stati fatti tentativi di occupare una chiesa e una palestra, ma la polizia li ha bloccati e violentemente sgomberati. I media hanno anche annunciato l’intenzione di sgomberare un altro campo più piccolo, vicino alla Gare d’Austerlitz. La lotta continua…

Cronologia di una settimana di lotte, occupazioni e sgomberi a Parigi

(traduzione da Paris luttes )

Martedi 2 Giugno

Circa 450 migranti che si erano accampati a La Chapelle sono stati sgomberati . Di questi solo 160 avrebbero diritto, secondo i criteri francesi, a richiedere asilo politico. L’accampamento era nato nell’estate 2014 ed era diventato un punto di riferimento per i migranti arrivati dall’Italia, come tappa per poi dirigersi verso Calais e la Gran Bretagna o altri paesi del nord Europa. Il sindaco e il prefetto di Parigi ( e ricordiamo che nell’Ile de France, da 11 anni governa un’alleanza “di sinistra” tra socialisti, verdi e partito comunista) da tempo spingevano per lo smantellamento del campo, con la scusa del rischio sanitario e con il supporto di alcune ONG “umanitarie”.

Dopo lo sgombero, lungi dall’offrire soluzioni a queste persone, la prefettura e il municipio li hanno sparpagliati sull’Ile de France. Giovedi sera, alcuni di loro si sono raggruppati di fronte alla chiesa di Saint-Bernard nel 18° arrondissement. Espulsi di nuovo venerdì 4 giugno dal sabato hanno occupato la piazza Nathalie Sarraute (via Pajol). Sempre accompagnati delle molestie della polizia e dal movimento di solidarietà.

Giovedi, 4 giugno

Grosso dispiegamento di polizia nella notte di Giovedi per prevenire che gli “sgomberati” da La Chapelle occupino la chiesa di San Bernardo (18 °).

Il volantino distribuito in loco:

COMUNICATO DEI MIGRANTI ESPULSI DA LA CHAPELLE:

Siamo delle persone pacifiche

Siamo dei richiedenti asilo

Chiediamo i documenti

Vogliamo che i nostri diritti siano rispettati

Venerdì 5 giugno

15:00 : la polizia è intervenuta in forze in piazza per disperdere i migranti e solidali.

15:30 : i poliziotti hanno circondato la piazza antistante la chiesa di San Bernardo e cercano di espellere i migranti.

16:00 : decine di migranti bloccati in una trappola.

16:30 : i “migranti” sono costretti a ripiegare verso la metropolitana di La Chapelle

17:00 : dopo aver tentato di forzare i manifestanti a tornare nella linea 2 della metropolitana La Chapelle, la polizia li fa uscire. La metropolitana è stata bloccato per quindici minuti. E’ stata organizzata una trappola per bloccare tutti, migranti e solidali.

17:15 : la polizia separa i manifestanti dai migranti , in modo che questi ultimi possano essere controllati . Carica della polizia antisommossa su Place de la Chapelle.

17:30 : un migrante colpito dalla polizia viene arrestato

17:50 : si parte in corteo verso Marx Dormoy. Circa 150 i partecipanti. Sempre scortati da un elevato numero di poliziotti

18:00 : gran parte del corteo è stata presa in trappola. I poliziotti spingono il corteo verso Marx Dormoy. Impediscono ai manifestanti di tornare nella piazza della chiesa di San Bernardo.

18:30 : La palestra Ostermeyer, al 22 di via Pajol è stata occupata dai manifestanti. I poliziotti sono stati in grado di evacuarla rapidamente e violentemente. Ci raggruppiamo nel piazzale della palestra. La celere gioca allo sfinimento.

19:00 : la manifestazione fa una pausa davanti alla palestra Ostermeyer, strada Pajol. Sempre massiccia la presenza della polizia.

Sabato 6 Giugno:

palestra11:20 : Continue molestie: sgombero in corso nel piazzale davanti alla palestra Ostermeyer (via Pajol), dove i migranti espulsi hanno trascorso la notte.

18:00 : Al momento, un centinaio di persone si sono radunate sulla strada fuori dell’ostello Pajol in seguito all’appello pubblico di oggi. Si organizza una mensa mentre la polizia continua ad essere molto presente.

Domenica 7 Giugno:

Comunicato dei genitori degli studenti del 18° arrondissement:

Signore e Signori,

Siamo un gruppo di genitori di studenti delle scuole pubbliche del 18 ° arrondissement, siamo molto arrabbiati per la situazione contro i migranti accampati sotto la metropolitana de la Chapelle, soprattutto dopo lo sgombero di martedì mattina con un dispiegamento di forze dell’ordine spropositato. La presenza poliziesca che ha invaso lo spazio pubblico è più aggressiva e violenta per noi e per i nostri figli che la presenza dei migranti. Siamo indignati dal fatto che le piazze che dovrebbero essere spazi per tutti, siano ormai inaccessibili e chiuse senza che alcuna soluzione seria venga offerta ai migranti. Abbiamo visto i mezzi impiegati dai servizi pubblici della città: la direzione prevenzione e protezione impegnata nell’evacuazione della piazza Said Bouziri, il Servizio tecnico della pulizia di Parigi mobilitato per rimuovere tende, materassi, coperte … dove è il servizio di alloggiamento?

Noi, gli abitanti, possiamo confermare che le persone che hanno dormito presso la Salle San Bruno, poi nella piazza, poi nel piazzale Pajol sono coloro che sono stati espulsi da la Chapelle. Ci aspettiamo una soluzione duratura per offrire un rifugio e proteggere le centinaia di migranti, uomini, donne, bambini, che la polizia tenta inutilmente di disperdere.

Dal Venerdì pomeriggio, molti di noi sono mobilitati; eravamo sul piazzale Nathalie Sarraute e abbiamo fornito il sostegno e la solidarietà necessaria. Contiamo sul vostro senso di libertà, uguaglianza, fraternità.

I migranti chiedono la nostra solidarietà, rispondiamo.

Info Point Domenica 7 giugno:

Manifestazione antifascista per ricordare Clement Meric

Sabato pomeriggio, un centinaio di persone sgomberate da la Chapelle ha raggiunto la manifestazione antifascista in onore di Clemente Meric. Dopo la discesa di via Oberkampf, dopo la stazione Ménilmontant, nonostante le pressioni della polizia, sono stati ben accolti e hanno preso la testa del corteo. Arrivati a Ménilmontant, hanno parlato con altri collettivi in lotta. Un fondo di solidarietà è stato fatto girare per raccogliere soldi per organizzare una cena quella sera e acquistare teloni e coperte (i migranti hanno perso la maggior parte della loro cose durante lo sgombero de la Chapelle).

In serata ci si è organizzati per fornire un pasto caldo, nonostante la pressione della polizia. Molte persone hanno mostrato la loro solidarietà con i migranti portando vestiti, coperte e cibo.

Lunedi 8 Giugno:

Un’altra notte per strada. 180 migranti hanno dormito qui, molti altri sono venuti a vedere il loro accampamento… Non hanno più alcun accesso ai servizi igienici. Hanno pubblicato due comunicati .

12:00 : Scarsa presenza della polizia , ma gli agenti filmano incessantemente i presenti. Secondo alcuni politici, l’espulsione del campo Austerlitz dovrebbe avvenire domani.

Assemblea dei migranti a Pajol

12.30 : A seguito di una riunione di diverse decine di immigrati (e chiusa ai non immigrati), i rifugiati del campo di Pajol hanno annunciato l’inizio di uno sciopero della fame.

14:30 : La polizia antisommossa CRS ha iniziato lo sgombero dell’accampamento in via Pajol. Hanno bastonato i solidali al fine di caricare i profughi. Due auto piene di rifugiati saranno condotte al commissariato de l’Evangile. E’ il luogo speciale utilizzato dai poliziotti parigini per gli arresti di massa. I solidali che sono intervenuti sono attualmente sotto controllo, almeno una persona è stata arrestata.

15:00 : la violenza della polizia ha provocato almeno un ferito tra i rifugiati. 200 solidali sul posto, ma la presenza della polizia è imponente. Il tendone installato in loco è stato distrutto. Un prima auto della polizia sarebbe arrivata al commissariato in via de l’Evangile.

15.15 : dei rinforzi hanno permesso alla polizia antisommossa di dividere la piazza e i manifestanti in due parti.

I migranti catturati e caricati sui bus

15:30 : I poliziotti cominciano a caricare i migranti sui bus. Rifugiati e i solidali resistono per quanto possibile, circondati da decine di poliziotti in tenuta antisommossa.

16:20 : La polizia ha caricato violentemente facendo un uso spropositato di gas lacrimogeni. Una persona è chiaramente in preda ad un attacco d’asma a causa del gas e si trova accasciata sul marciapiede. I poliziotti non fanno nulla per aiutarla e impediscono alle ambulanze di passare.

cordone

16:30 : Molti migranti sono riusciti a scappare correndo durante la carica, approfittando anche della catena umana creata dai solidali. Per contro i solidali sono stati caricati. I poliziotti non facevano distinzione. Un ferito grave tra i migranti è riuscito a partire alla volta dell’ospedale grazie ai vigili del fuoco. I manifestanti hanno cercato di rallentare la partenza di due autobus pieni di persone arrestate.

16:40 : a parte questo, un giornalista della BFM ha dato uno schiaffo a un manifestante che lo accusava di dire sciocchezze … Non solo non scrivono niente di vero, giocano pure a fare gli sbruffoni

16:45 : non ci sono più persone circondate dalle forze dell’ordine, ma la gente ancora cerca di bloccare il secondo furgone della polizia pieno di migranti. Almeno quattro persone risultano ferite.

17:00 : lo sgombero è stato completato; un gruppo di solidali rimane fuori dalla stazione di polizia in via de l’Evangile in attesa di un possibile rilascio dei migranti. Per ora solo i minori sono stati liberati, una decina di persone (su cento) sono state arrestate. E’ probabile che questo scenario si ripeta nei prossimi giorni in quanto la situazione dei migranti non è affatto cambiata.

19:45 : almeno 20 migranti arrestati durante lo sgombero del piazzale della sala Pajol sono arrivati al centro di detenzione di Vincennes. Una cinquantina di solidali sono fuori dal commissariato di polizia : 80 profughi sono ancora detenuti nella stazione di polizia.

21:15 : Dopo un tentativo di occupazione di un piccolo parcheggio in via Pajol da parte di residenti, solidali e migranti, una ventina di furgoni della polizia sono arrivati per sgomberarli. La situazione è tesa.

22:15 : Una quarantina di migranti arrestati nel pomeriggio in via Pajol sono stati reclusi nel centro di detenzione amministrativa di Vincennes. La polizia è ancora presente sulla spianata. Un nuovo incontro è stato fissato per martedì 9 giugno alle 18 davanti alla sala Pajol.

Martedì 9 Giugno:

11:00 : 30 persone sono state poste in regime di detenzione amministrativa a Vincennes, 16 al CRA (Centro Detenzione Amministrativa) di Mesnil-Amelot, 14 a Vincennes. Un attivista è ancora in custodia da ieri. Una manifestazione è stata indetta alle ore 18 davanti alla sala Pajol.

13:00 : 8 migranti arrestati sabato saranno condotti al tribunale amministrativo questo pomeriggio … Scommettiamo che lo stato farà quello che sa fare meglio, “l’accompagnamento alla frontiera”, cioè un’espulsione con volo charter di cui conosciamo tutta la violenza.

13:10 : gli immigrati che non sono stati arrestati sono ancora in strada. Rimangono in un giardino nel 18 ° arrondissement: Bois Dormoy, citè de la Chapelle. Nessuna sistemazione alternativa naturalmente…

18:15 : La manifestazione è stata vietata. Enorme presenza di polizia. La celera blocca via Pajol. Diverse centinaia di persone. Sovrarappresentazione della sinistra istituzionale con la presenza di molti eletti, venuti qui, come ieri, per farsi fotografare.

9 Giugno: manifestazione di solidarietà agli sgomberati di via Pajol

18:25 : Un presidio si tiene all’angolo tra via Riquet e Via Pajol. Circa 500 persone in questo momento, ma potrebbe crescere dal momento che molte persone stanno ancora cercando di raggiungere il raduno. Per ora la gli interventi sono tenuti dai politici.

19:00 : il presidio diventa un corteo, da via Riquet. Più di mille persone.

19:15 : Il corteo prosegue lungo il viale Max Dormoy. Sempre affollato e con un’ottima accoglienza tra i locali.

19:30 : La manifestazione è bloccata da un cordone di polizia antisommossa in via Mac Dormoy.

19:35 : Il cordone di poliziotti sotto pressione del corteo indietreggia fino a La Chapelle. Atmosfera tesa.

19:45 : Ci si riunisce sotto la metropolitana sopraelevata. Sempre molta gente. I poliziotti si sono ritirati…

thanks to: hurriya

Il problema dei profughi nel Mediterraneo: necessità di una percezione etico-umanistica

Milena Rampoldi
Il problema dei profughi nel Mediterraneo: necessità di una percezione etico-umanistica
(Foto di Archivio Pressenza)

 

Il problema dei profughi nel Mediterraneo: ecco la questione alla quale i politici rispondono con i cosiddetti “pacchetti di provvedimenti”, contenenti le cosiddette soluzioni matematiche ed economiche del problema che sembra essere un problema solo europeo. Migliaia di persone disperate ogni giorno cercano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa e in particolare il nostro paese. Per centinaia di loro il sogno di una vita migliore finisce nella tomba del Mediterraneo. Dopo l’ultima catastrofe davanti a Lampedusa continuiamo a chiederci le cause della tragedia. La mafia libica sfrutta queste persone senza speranza. La guardia costiera italiana non riesce a salvarle tutte. L’Italia si rivolge ai suoi vicini europei per chiedere il loro sostegno nel salvataggio dei profughi. Allo stesso tempo si sviluppano dei progetti di distribuzione per riuscire a piazzare “correttamente” il numero di profughi per paese. Ma in tutto questo dimentichiamo che l’approccio di fondo è del tutto errato, visto che già la designazione semantica del problema non focalizza sulla vera questione. Infatti qui si tratta di persone e di essere umani come noi e con-noi.

Trovo che innanzitutto si debba iniziare a rinominare il cosiddetto problema. Non si deve parlare più di un “problema dei profughi” per noi europei – che alla fine non siamo altro che gli ex-colonizzatori di tutta l’Africa e del Medio Oriente – nel Mar Mediterraneo, ma della fuga di migliaia di persone (che rappresentano il nostro prossimo) disperate, provenienti soprattutto dai paesi subsahariani più poveri del mondo. Queste persone lasciano il loro paese sperando di iniziare una nuova vita migliore in un paese lontano che ritengono sia democratico e tollerante.

Per me il primo passo nella direzione giusta consiste nell’informazione su questi paesi e sulle loro condizioni, caratterizzate da guerre civili, povertà, malnutrizione, dittatura, schiavitù, malattie, mancanza di acqua, assenza di prospettive. Numerosi tra questi paesi poverissimi da cui provengono questi disperati sono paesi islamici. E qui soprattutto in Germania è fondamentale che i musulmani residenti nel paese si occupino dei profughi, assumendosi la responsabilità di fungere da ponte. Vivere la funzione da ponte oggi in Germania per i musulmani acquista una valenza importantissima per vincere l’islamofobia imperante. Il movimento islamofobo di PEGIDA visto che numerosi profughi disperati provengono dal mondo musulmano cerca di fomentare l’odio contro i musulmani e i profughi allo stesso tempo, costruendo degli stereotipi negativi. Smontare le tesi di PEGIDA mi sembra comunque non essere un compito difficile, se puntiamo su un’informazione impegnata e vera sui paesi da cui provengono queste persone. Infatti in Germania dobbiamo assolutamente prevenire altri incendi appiccati a future case di accoglienza per profughi. PEGIDA parla dell’Islam imperialista che vorrebbe conquistare l’Occidente. Ma se ci guardiamo le foto dei bambini malnutriti in Mali o Niger che si ammalano di noma, si fa fatica a credere alla tesi della conquista dell’Occidente da parte dell’Islam imperialista del petrolio, che si appropria dell’Occidente, lo islamizza, de-cristianizza e trasforma in una dittatura islamica.

Un altro aspetto per me essenziale nel discorso sulla politica dei profughi oltre all’informazione sui paesi di provenienza dei profughi, per smontare le tesi della destra e dei suoi movimenti di cittadini che hanno subito il lavaggio del cervello e allo stesso tempo rimangono impauriti, è la rappresentazione dei profughi quale specchio della loro società di provenienza. Questo sembra un concetto ovvio, ma per molti rimane estraneo: i profughi rispecchiano la varietà sociale, economica ed etnica della loro società di provenienza. Non sono parte di una società monolitica da stereotipare, ma come noi sono parte di una società variegata e differenziata. Questa tesi serve a controbattere le tesi della destra neonazista che disumanizzano il profugo. Il profugo non è un numero iscritto su una tomba di massa a Malta, non è un numero di una casa di accoglienza per profughi a Lampedusa e neppure un numero sulla lista degli espulsi delle autorità tedesca, ma un essere umano o ancora meglio il nostro prossimo. Infatti io stessa posso definirmi solo come essere umano, mettendomi in relazione con l’altro e agendo e vivendo nella società. La relazione tra l’io e il tuo si applica anche a tutti i profughi africani. Io mi definisco, relazionandomi con il tu e viceversa. Ovviamente in questo caso si tratta di un tu straniero, sconosciuto, nei confronti del quale spesso ho anche i miei pregiudizi che devo ancora superare. Ma anche per il profugo, il tu sconosciuto che ho di fronte, io sono uno straniero, ovvero l’altro. Ma egli rimane il mio prossimo, come io sono il prossimo per lui. Il problema del razzismo e della discriminazione consiste proprio nel fatto che si prende all’altro il suo stato di prossimo, disumanizzandolo o insultando la sua dignità umana. I pregiudizi si possono solo combattere, mettendosi in relazione con questo prossimo, entrando in contatto con lui. A differenza dei pregiudizi facili da smontare, la disumanizzazione dell’altro è un processo difficile da interrompere perché la disumanizzazione elimina il tu, annullando dunque la relazione.

Che cosa si può fare concretamente per sensibilizzare la popolazione nei confronti dei profughi? Direi innanzitutto di organizzare giornate aperte nelle case di accoglienza per profughi, di far raccontare ai profughi la loro storia e i loro problemi, di organizzare corsi di lingue, incontri culinari, musicali e sportivi. Tutto ciò permette di incontrarsi a livello umano e di superare i propri pregiudizi. Solo con un approccio umanista radicale e con valori etici solidi si riesce a combattere il razzismo e la discriminazione dei profughi. Lo stesso approccio all’insegna di un umanesimo radicale va applicato in parallelo nel contesto della cooperazione internazionale per lo sviluppo da programmare nei paesi di origine dei profughi. In particolare nei paesi musulmani anche la cooperazione internazionale deve ispirarsi ai valori etici e religiosi dell’Islam affinché le persone siano in grado di identificarsi e non percepiscano la cooperazione internazionale come un tentativo occidentale di appropriarsi della loro cultura e dunque di colonizzarli. La cooperazione internazionale per me esprime una solidarietà che rispetta in modo fondamentale la cultura e la religione del paese da cui provengono i disperati che si imbarcano per raggiungere le coste italiane, che garantisce la dignità di queste persone senza volerle assimilare. Innanzitutto la cooperazione allo sviluppo deve fungere da supporto per riuscire svilupparsi in modo indipendente ed autonomo. La cooperazione allo sviluppo comprende la pedagogia, la presa di coscienza e l’educazione. Infatti le culture e le civiltà diverse non fanno che arricchire la nostra società e ampliare le nostre vedute. Dobbiamo far sì che le persone che ospitiamo mantengano la propria identità e conoscano la nostra diversità. Infatti è proprio nel rapporto dialettico tra identità e diversità che dobbiamo vivere ed agire all’interno di una società multiculturale e multireligiosa. La Germania spesso non comprende di essere un paese caratterizzato dall’immigrazione. Forse l’umanesimo radicale può anche contribuire a concepire questo mosaico dell’immigrazione come positivo e quale fonte di arricchimento. Se i politici della destra estrema in Germania continuano a dire che gli immigrati non arricchiscono il paese, noi invece diciamo che il nostro prossimo per noi rappresenta un arricchimento, permette di sviluppare l’io a livello sociale e culturale. Si costruisce una società basata sul noi e sulla varietà. Chi riesce a costruire una società di questo tipo, poi perde del tutto interesse la monotonia neonazista. Ecco la mia speranza. Ma una cosa lo stato la deve fare con forza: deve combattere le bande della mafia libica che sfrutta questi disperati e li fa imbarcare. Credo che allora la cooperazione internazionale nei paesi di origine, insieme ad una politica umanista per i profughi in Europa, possa costruire l’Europa di domani, multiculturale e multireligiosa come lo erano la Sicilia e l’Andalusia di allora.

thanks to: Pressenza

“Gli scafisti hanno affondato il barcone, poi sono rimasti a guardarci affogare”

17/9/2014

Pozzallo-Repubblica.it. ”Li hanno ammazzati, ci hanno affondato perché volevano trasferirci su un’altra barca più piccola. Eravamo oltre 500, uno sopra l’altro, e quando ci hanno detto che dovevamo andare su quell’altra barca ci siamo rifiutati perché saremmo sicuramente finiti in fondo al mare. A quel punto gli scafisti, quelli che ci avevano caricato nel porto di Damietta in Egitto, ci hanno speronato fracassando la prua e siamo finiti tutti in mare. Noi ci siamo salvati, ma gli altri, centinaia di persone, sono tutte annegate”. 

Quante? Hamed, 16 anni appena, palestinese e dimesso dall’ospedale di Pozzallo l’altro ieri adesso si trova con altre decine di coetanei nel reparto riservato ai minori del centro d’accoglienza di Pozzallo, ancora frastornato e parla con un altro suo connazionale, anche lui sopravvissuto alla carneficina di venerdì scorso nelle acque tra la costa maltese e quella ragusana. “Quelli come me che sono stati salvati dalla nave (il mercantile “Pegasus”, battende bandiera panamense, ndr) siamo stati in 9 o dieci. Tutti gli altri, centinaia di persone, intere famiglie con bambini sono morti, finiti in fondo al mare”.
I responsabili di quell’omicidio di massa sulla quale ora sta indagando la Procura di Catania per il reato di “strage”, sono  fuggiti con quel barcone che era la “cabina di regia della morte” e sono già probabilmente rientrati in Egitto pronti ad organizzare altre traversate. “Erano in tre o quattro – racconta il ragazzo palestinese sopravvissuto alla tragedia – gli stessi che ci avevano prelevato il 6 settembre scorso dal capannone vicino a una spiaggia, in Egitto. Perché eravamo lì, in attesa di partire da alcune settimane. In 500, molti palestinesi, tanti siriani e sudanesi: tutti prigionieri in quel capannone vicino a Damietta. Quando siamo partiti il mare era per fortuna molto buono, ma su quel barcone eravamo tantissimi e avevamo paura di affondare. Durante la navigazione che è durata due o tre giorni, non ricordo bene, ci avevano fatti spostare da un barcone all’altro. Abbiamo cambiato barca almeno tre volte, poi i trafficanti dalla loro imbarcazione ci avevano ordinato di trasferirci su un’altra barca ancora, molto più piccola di quella sulla quale stavamo navigando a pelo d’acqua, rischiando di rovesciarci da un momento all’altro. Molti di noi si sono rifiutati perché saremmo sicuramente affondati. “Non possiamo andare su quella barca, come facciamo a entrarci tutti?”, chiedevamo agli scafisti. A  certo punto, dopo molti minuti gli scafisti si sono arrabbiati e ci hanno speronato facendoci cadere tutti in mare”.
Molti sono annegati subito, altri hanno tentato di aggrapparsi a qualunque cosa galleggiasse. “Chiedevamo aiuto mentre stavamo per annegare e “loro” (gli scafisti, ndr) ci guardavano come se fossero al cinema. Scomparivano uno dopo l’altro, il mare ci inghiottiva velocemente, molti di noi, compreso me, non sapevamo nuotare, io prima di allora non l’avevo mai visto il mare. In sette oppure otto ci siamo aggrappati a un salvagente ma con il passare delle ore molti non ce l’hanno fatta e siamo rimasti solo in due, io e un altro ragazzo, mio connazionale che indossava un giubbotto salvagente. Poi è sparito anche lui. Altri stavano aggrappati a dei piccoli pezzi di legno e la corrente se li portava via. Per molte ore, non so quante, siamo rimasti in acqua in quelle condizioni”.
Hamed e gli altri otto sopravvissuti sono stati salvati dal mercantile Pegasus che a bordo aveva già oltre 300 naufraghi raccolti in mare durante la navigazione. “Quando ho visto quella grande nave che avanzava lentamente ho alzato una mano per chiedere aiuto, non avevo più voce né forza. Ho avuto paura perché pensavo che non mi vedessero. Invece, per fortuna, non è stato così. Hanno calato una piccola barca in mare e mi hanno salvato”.
Hamed adesso spera di lasciare Pozzallo per raggiungere alcuni parenti che si trovano in nord Europa. “Lì, in Norvegia, ho alcuni cugini che molti anni fa sono riusciti a partire dalla Palestina e vivono tranquilli e felici. Lavorano e mandano soldi a casa ed è quello che ho promesso di fare anch’io a mio padre e mia madre quando sono partito per raggiungere l’Europa. Spero di riuscirci”.
thanks to: Infopal

MAI COMPLICI DEL SIONISMO!

Un nuovo fervore in Italia sta dando vita ad un movimento che ha scelto di costruire la solidarietà con la Palestina sostenendone la Resistenza. Questo viene testimoniato sia dalla partecipazione ai tre convegni “Dalla solidarietà alla lotta internazionalista – al fianco della Resistenza palestinese” organizzati quest’anno [1], sia dalle mille persone provenienti da tutta Italia presenti al corteo di Torino, determinate a portare in piazza le nuove parole d’ordine che creano la piattaforma di lotta elaborata dall’Assemblea Nazionale basata sul rispetto dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra cui il ritorno dei profughi e la liberazione dei prigionieri, la fine dell’occupazione ma anche la decolonizzazione della Palestina, l’applicazione del Diritto Internazionale e la fine degli accordi di Oslo.

Su quest’ultimo, che non ha l’apparenza di un diritto in quanto tale, è necessario soffermarsi: alcuni palestinesi percorrono la strada delle trattative “convinti” che possa rappresentare per loro “una possibilità”, mentre per molti altri risulta una chiara scelta fallimentare che farà capitolare definitivamente i diritti dei palestinesi. Ciò rappresenta indubbiamente qualcosa che “divide” i palestinesi, almeno da un punto di vista di strategia di liberazione o compimento della pace. Oggi, fuori e dentro la Palestina, sono molte le testimonianze di coloro che non credono più (o non hanno mai creduto) al percorso delle cosiddette “trattative di pace”. La leadership palestinese dovrebbe leggere e capire le aspirazioni della propria gente, seguirle ed esserne ambasciatrice. A prescindere dal sempre più evidente disastro rappresentano da tali accordi – almeno in termini di Lotta di Liberazione – questi non interpretano più neanche una scelta popolare… Persistere su quella strada, quindi, significa anche dover reprimere il volere dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo rappresentano le trattative portate avanti tra il potere occupante e una piccola parte degli occupati, selettivamente scelti tra le élite delle borghesie palestinesi, dalla stessa macchina imperiale che determina l’occupazione. L’ANP nasce come conseguenza di quegli accordi, delegittimando, di fatto, l’OLP (unico vero rappresentante di tutti i palestinesi nel mondo). Se gli Stati Uniti puniscono i palestinesi per aver richiesto all’ONU di essere riconosciuti come Stato membro [2], negando loro i fondi stanziati in termini di aiuti economici [3], allo stesso tempo sostengono a pieno regime un governo che, con la farsa della sicurezza, continua a compiere e a minacciare attacchi presenti nell’intera regione, continua a costruire insediamenti di colonizzazione [4], etc. Come possono allora gli USA essere lo sponsor di “trattative di pace”, che invece prevederebbero quanto meno una tregua della macchina da guerra ed espansionistica israeliana? La visione dello Stato è il miraggio dato ad alcuni palestinesi dallo stesso potere che ne occupa le terre e ne uccide i fratelli, uno Stato che lo stesso potere ha già deciso che mai ci sarà prima ancora di iniziare qualunque trattativa [5].

La trappola del ricatto è dietro l’angolo: anche nel caso dell’ultima tregua tra Hamas e Israele i palestinesi hanno dovuto “essere rappresentati” da qualcuno che si facesse da garante, in quel caso il “nuovo” Egitto [6], sempre alleato strategico dell’imperialismo nonostante le sue evoluzioni (da Mubarak, ai Fratelli Musulmani, alla borghesia militare). La macchina culturale sionista lavora anche per cercare di declassare e screditare i palestinesi a “popolo non in grado di rappresentarsi autonomamente”.

Oggi la Palestina attraversa un momento molto difficile, la sua economia dipende dagli aiuti stranieri che arrivano con il subdolo e non sempre evidente scopo di appoggiare la colonizzazione. La tendenza alla normalizzazione sia da parte dell’Autorità Palestinese sia da parte del governo di Gaza mina il campo della resistenza perché si riflette pericolosamente sulla popolazione, che invece dimostra ancora di voler percorrere la strada della lotta e non della resa.

Per gli stessi motivi si è scelto di manifestare in occasione dell’incontro bilaterale Italia-Israele inizialmente (e fino alle ultime due settimane a ridosso del vertice) annunciato a Torino [7]. Solo pochi giorni prima, invece, si è appresa la notizia che sarebbe stato spostato a Roma, dove il papa “finalmente” avrebbe accolto Netanyahu [8]. Per noi era un’occasione per dire che consolidare accordi con uno stato che viola impunemente il Diritto Internazionale significa macchiarsi degli stessi crimini. Il governo italiano quindi si rende complice, questo anche grazie alla scarsa opposizione e resistenza che i cittadini italiani riescono a porre nei confronti delle sue scelte, dell’occupazione e della pulizia etnica della Palestina, compiuta per mano di Israele, ma manovrata e sostenuta dalla struttura internazionale che il sionismo ha messo in piedi, di cui l’Italia è parte.

Chi ha partecipato alla manifestazione di Torino ha scelto di inserirsi in un contesto antagonista alle scelte del governo italiano sempre più fantoccio e privo di sovranità. E’ ormai evidente la direzione che sta prendendo il nostro paese, sempre più abile e coeso nel rafforzare la militarizzazione ed il controllo sulla popolazione e che trova un valido partner in Israele, paese sempre più spinto a destra verso un fascismo etnocratico e coloniale. Gli accordi tra questi due stati hanno principalmente due obiettivi: favorire le borghesie attraverso il libero scambio commerciale (proviamo ad immaginare a beneficio di chi, non certo della popolazione italiana) e usare l’Italia come ponte per l’Europa di cui Israele non è membro, ma in cui riesce a trovare modi e forme per essere sempre presente ed estendere la sua influenza anche nell’ottica di mistificare la sua immagine di paese tutt’altro che democratico.

Allo stesso modo riteniamo che anche per i palestinesi non sia il tempo di accordi o trattative, utili solo ad indebolire la resistenza palestinese e a corrodere ogni possibilità di unità del popolo nella lotta contro l’occupazione, che invece rimane l’unica via d’uscita che può e deve essere sostenuta anche a livello internazionale, da quei soggetti, governi ed interlocutori che credono nella Lotta di Liberazione della Palestina, perché battersi per i diritti, l’autodeterminazione e libertà di un popolo, non può che giovare alla libertà di tutti.

Proprio per approfondire anche questi aspetti, il primo dicembre, il giorno dopo la manifestazione, è stato tenuto sempre a Torino un Convegno/Seminario sul Sionismo [9] in cui grazie all’altissimo profilo delle relazioni e ai contributi apportati da esperti in materia di accordi tra Italia e Israele (anche attraverso minuziose ricerche che hanno rivelato le complicità e le implicazioni di intellettuali, ricercatori, politici, etc) è stato possibile sviscerare molte delle problematiche innescate da tali accordi e approfondire come questi si riflettano negativamente sulla popolazione italiana.

L’obiettivo prefissato è quello di costruire un sostegno alla Resistenza palestinese in tutte le sue forme, di contrastare e denunciare ogni fenomeno di complicità con il nemico ovunque e comunque si presenti. Su questo stiamo lavorando, nel costruire la nostra solidarietà. Il nostro lavoro passa dai convegni ma si concretizza in varie tappe: la Manifestazione che voleva portare in pizza questi contenuti c’è stata, anche se qualcuno ha provato a depistare la partecipazione dopo lo (o approfittando dello) spostamento del vertice, puntando più su un dato politico di basso profilo “essere dov’è Netanyahu” piuttosto che essere in tanti dove da mesi si stava costruendo, con il contributo di tante città italiane [10], una manifestazione nazionale che avesse dei nuovi contenuti nella scena politica italiana, ma che riscontrano ancora reazioni conservatrici da parte di coloro che non condividono questo percorso e provano a boicottarlo con ogni mezzo.

Come dicevo però, si tratta di tappe che demarcano un percorso chiaro, definito e già avviato, in sostegno alla Resistenza palestinese, che oggi ci vede impegnati anche nel sostenere la costruzione di un asilo a Gaza a cura dell’associazione Khanafani [11], perché crediamo che la resistenza passi anche attraverso la possibilità per i bambini di conoscere sin da subito un’alternativa al sistema settario di Hamas.

Altre tappe arriveranno, certi che un giorno i palestinesi scriveranno la loro storia di lotta di liberazione. A noi il dovere di sostenerli, ben sapendo che una Palestina libera farà bene a chiunque aspiri e si adoperi per un mondo più giusto.

Redazione PalestinaRossa

[1] Convegni Nazionali
.invito primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/dalla-solidarieta-alla-lotta-internazionalista
.report primo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-resistenza
.invito secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/secondo-convegno-nazionale-firenze
.report secondo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-secondo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-dell
.invito terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/terzo-incontro-dellassemblea-nazionale-verso-la-manifestazione-del-30-novembre
.report terzo convegno:http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/report-del-terzo-convegno-dalla-solidariet%C3%A0-alla-lotta-internazionalista-fianco-della-
[2]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=42628&typeb=0&Palestina-Stato-osservatore-LA-DIRETTA
[3]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=21923&typeb=0&AIUTI-ESTERI-TRAPPOLA-PER-POLITICA-PALESTINESE
[4]http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=44695&typeb=0&Da-USA-no-a-condanna-Israele-per-nuove-colonie
[5]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/non-ci-sar%C3%A0-alcuno-stato-palestinese-qa-con-linformatore-dei-palestine-papers-ziyad-cl
[6]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/21/gaza-accordo-per-cessate-fuoco-tra-palestinesi-e-israele/421822/
[7]http://www.internazionale.it/news/italia-israele/2013/07/01/letta-il-2-dicembre-il-bilaterale-a-torino/
[8]http://vaticaninsider.lastampa.it/en/world-news/detail/articolo/israele-israel-israel-29903/
[9]http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/event/sionismo-antisionismo-teoria-e-prassi
[10]http://www.palestinarossa.it/?q=it/manifestazione-torino
[11]http://www.freedomflotilla.it/2013/10/22/asilo-vittorio-arrigoni-come-aiutare-a-realizzarlo/

thanks to: PALESTINAROSSA

Dati ufficiali: 1287 palestinesi uccisi dall’inizio della crisi in Siria

Londra/ Damasco-Quds Press. Dati diffusi dal gruppo di lavoro per i palestinesi in Siria rivelano che 1287 profughi sono stati uccisi a causa degli scontri armati tra l’esercito regolare e l’opposizione, scoppiati circa due anni fa.

In un comunicato diramato lunedì 13 maggio, il gruppo ha reso noto che “i campi profughi palestinesi in Siria sono ancora oggetto di bombardamenti e assedi da parte delle forze del regime siriano, mentre le popolazioni continuano a soffrire a causa delle deteriorate condizioni di vita”.

Il gruppo ha sottolineato che diverse parti del campo profughi di Khan al-Shaykh (sudovest di Damasco), stretto da un assedio soffocante, sono state bombardate, con un bilancio di alcuni feriti e ingenti danni alle sue strutture. Ha aggiunto che la maggior parte dei suoi abitanti è sfuggita a causa della mancanza di cibo, medicine, acqua e carburante, oltre alle continue interruzioni di corrente elettrica e telecomunicazioni, che proseguono per settimane.

Nel campo profughi di Yarmuk (Damasco), il gruppo di lavoro ha spiegato che la popolazione sta ancora soffrendo per l’interruzione, che dura da un lungo periodo, di elettricità, acqua, collegamenti telefonici e internet. In aggiunta al blocco imposto sugli ingressi del campo, dall’esercito regolare, che impedisce l’introduzione di cibo, medicine e carburante.

Nel campo profughi di Dera (90 chilometri a sud di Damasco), il gruppo ha reso noto che la popolazione lamenta l’esaurimento delle risorse alimentari e il carburante, mentre corrente elettrica e telecomunicazioni sono assenti da settimane. Ha aggiunto che gli abitanti del campo soffrono a causa del disinteresse delle organizzazioni di beneficenza e le associazioni civili palestinesi nei loro confronti, e la mancata soddisfazione delle loro necessita umanitarie. Il gruppo ha anche annunciato che gli abitanti rimasti ancora al suo interno hanno rivolto un appello alle fazioni palestinesi, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e la Lega araba, per impegnarsi a mantenere il campo fuori dai conflitti in atto.

13/5/2013

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