ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS

Maurizio Blondet 5 Febbraio 2019 Volete sapere tutto sul mondo delle ONG, ossia le Organizzazioni Non Governative? Volete leggere quello che gli altri non scrivono sugli affari, le cifre, i protagonisti, le connection di quell’universo in gran parte sconosciuto e che macina milioni di euro e di dollari sulla pelle dei cittadini, soprattutto dei migranti? Di coloro…

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Maduro propone elezioni parlamentari anticipate in Venezuela

2 febbraio 2019 20:08 Il presidente venezuelano Niñolas Maduro ha chiesto elezioni anticipate all’Assemblea nazionale, un organo legislativo dominato dall’opposizione e guidato da Juan Guaido che si è dichiarato leader ad interim la scorsa settimana. La dichiarazione di Maduro arriva mentre migliaia si radunano nelle strade di Caracas sia…

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“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

Pecunia non olet

Qualche volta faremmo bene ad ascoltare i motti degli antichi…

E se la soluzione stesse nel denaro?

Negli ultimi tempi l’economia israeliana sta vivendo giorni lieti, con una crescita del Pil nel 2011 del 4,8% rispetto all’anno precedente¹ e con una stima per il 2012 del 2,8%² dovuta soprattutto agli investimenti stranieri, 13.372 milioni di US$ nel 2011¹,  e alle esportazioni, aumentate del 17% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³, con la disoccupazione scesa dal 6,6% del 2010 al 5,6% del 2011¹ e un aumento del Pil pro capite del 2,9%¹.

Israele ha avuto un eccezionale aumento del Pil negli ultimi anni, ma negli anni in cui ci sono state delle guerre in territorio palestinese ci sono stati degli scarsi aumenti o addirittura dei decrementi (2° Intifada e operazione Piombo Fuso).
Nel 2009 (anno di crisi) c’è stata una riduzione sia delle esportazioni che delle importazioni come in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche le spese militari che ci saremmo aspettate non modificate in periodo di guerra sono calate¹. Lo stesso si è verificato dopo la guerra in Libano del 2006¹. Come dire che la guerra in casa non fa bene all’economia, neanche a quella israeliana.
Nonostante le varie guerre e le violazioni sistematiche dei diritti umani* lo “Stato” che gode di una “particolare” libertà nell’utilizzo delle risorse interne ed estere* ⁴ ⁵ è entrato a far parte dell’OCSE nel 2010 e Standard & Poor’s ha elevato recentemente il suo rating ad “A+”* stimolando ancora di più i mercati internazionali ad investire nel paese, invogliati anche dall’aumento delle importazioni, 29,8% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³ e da quello dei consumi⁶.

E la Palestina? L’ economia palestinese ha grossi problemi (e sappiamo tutti perchè). Nel primo semestre del 2011 c’è stata una contrazione del sostegno finanziario dei paesi donatori e un rallentamento della crescita economica. Considerati congiuntamente, questi due fattori hanno determinato una grave crisi fiscale nei Territori palestinesi. L’ANP e’ stata quindi costretta a contrarre debiti con le banche locali per continuare a corrispondere sia i pagamenti dovuti ai creditori sia gli stipendi pubblici. Nel tentativo di affrancarsi dalla dipendenza dagli aiuti finanziari internazionali l’ANP ha anche tagliato le spese correnti non legate al pagamento dei salari pubblici. Tali misure non hanno peraltro potuto scongiurare la crisi economica che invece si è acuita anche a causa dell’abbassamento delle aspettative di crescita sostenibile da parte dei palestinesi. A ulteriore aggravio della situazione fiscale, anche le entrate tributarie derivanti dai proventi doganali che il Governo di Tel Aviv raccoglie e poi trasferisce all’ANP (tali trasferimenti rappresentano i due terzi del totale delle entrate fiscali dell’ANP) hanno subito una contrazione pari all’8% rispetto alle stime per il primo semestre del 2011. In particolare, a fronte di stime su maggiori entrate doganali pari al 14%, le entrate effettive si sono fermate all’8%. Ciò è da attribuire anche alla decisione israeliana di abbassare le accise per il petrolio ed alla decisione delle autorità di fatto nella Striscia di Gaza di interrompere i propri rifornimenti di petrolio da Israele. L’ANP ha pertanto dichiarato che intende limitare nella misura possibile tutti gli esborsi non direttamente legati al pagamento dei salari del settore pubblico per evitare, come già avvenuto, di dovere sospendere i pagamenti dei salari pubblici, per compensare, almeno parzialmente, la diminuzione delle entrate fiscali.
In aggiunta, non essendo state adottate da parte israeliana ulteriori  misure volte a ridurre le restrizioni al movimento di beni e persone soprattutto in Cisgiordania, il settore privato nella Westbank ne ha fortemente risentito, al contrario di quanto accaduto nella Striscia di Gaza, dove invece ha cominciato a dare segnali di rinnovata vitalità⁷.

Il Pil dei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 10,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,8% in Cisgiordania e +25,7% nella Striscia di Gaza⁸.

Il Pil Pro capite nei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 7,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente⁸; in particolare nel 3° trimestre del 2011 è aumentato dell’8,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,5% in Cisgiordania e +18% nella Striscia di Gaza⁹. La disoccupazione che nel 2010 era del 23,7% di cui 26,8% per le donne¹⁰, è passata al 20,9% nei primi 3 trimestri del 2011, con un aumento in Cisgiordania da 17,3% a 17,5% ma una diminuzione nella Striscia di Gaza da 37,9% a 28,1%⁸.                       C’è stato anche un aumento del 18% degli investimenti esteri che sono passati da 1,4 miliardi di US$ nel 2008 a 1,58 miliardi di US$ nel 2009⁷. Le esportazioni durante i primi 3 trimestri del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010 sono cresciute del 16% e le importazioni del 10%⁸. Nel corso dell’anno, tra il 1° e il 3° trimestre, le esportazioni si sono ridotte del 3% e le importazioni del 16%, con rispettivamente -4,6% e -16,4% in Cisgiordania e rispettivamente +14% e +2% nella Striscia di Gaza⁹ confermando comunque il trand di crescita, soprattutto per le importazioni, registrato durante il periodo 2002-2009.

Nella Striscia di Gaza, nonostante la crescita del settore edilizio del 220% tra l’ultimo semestre del 2010 e il primo semestre del 2011⁷ la ricostruzione delle unità abitative distrutte durante l’operazione militare israeliana Piombo Fuso è ancora in alto mare*.
Altri settori che hanno registrato un andamento positivo sono quello dei servizi, della pubblica amministrazione e del manufatturiero, cresciuti nella misura del 12-16%⁷.

Sempre con riferimento alla crescita a Gaza, uno studio condotto congiuntamente dall’Ufficio del Rappresentante del Quartetto, Tony Blair, e Paltrade*, l’ente per la promozione del commercio palestinese, ha evidenziato i benefici derivanti dal parziale allentamento dell’embargo israeliano sulla Striscia e ha confermato che le restrizioni al movimento e all’accesso imposti da Israele sui Territori costituiscono il principale ostacolo alla crescita economica palestinese. Tutti i parametri presi in considerazione, volume di vendite al dettaglio, livello di occupazione, utilizzo delle risorse disponibili nonchè flussi di esportazione, hanno registrato un miglioramento nel periodo temporale analizzato, ovvero il secondo trimestre del 2011. In particolare, la crescita media registrata dalle vendite al dettaglio è stata pari al 31%, seguita dal settore dell’abbigliamento e dalla vendita di metalli che hanno registrato il picco maggiore, pari al 104%. Anche il settore degli alimentari ha registrato un rilevante  aumento, pari al 45%. Con riferimento al numero di lavoratori occupati, esso è aumentato, passando da una media di 16  ad una media di 18 lavoratori per impresa, comunque pari al solo 63% del numero medio di lavoratori impiegato nel 2005. A riflesso di tale maggiore domanda di lavoro, anche l’innalzamento della capacità di utilizzazione delle strutture produttive operative a Gaza ha registrato una tendenza positiva, tale parametro è passato dal 34% al 42%. Nonostante il notevole incremento, questo dato percentuale corrisponde al solo 52% di quanto rilevato nel 2005. Di pari passo si è evoluta anche la capacita’ di esportare sui mercati esteri con il 60% delle imprese attive che ha dichiarato che potrebbe essere in grado di riattivare i flussi commerciali verso l’esterno entro un mese dalla eventuale data di autorizzazione all’esportazione. Sulla base di tale presupposto, le proiezioni dell’impatto sulle seguenti variabili economiche ipotizzate sono pari al 63% per il volume di vendite, al 51% per l’occupazione e, infine, al 39% sul valore degli investimenti¹¹.

Anche in Cisgiordania c’è stato un aumento importante dell’attività edilizia con +23,2% nel 2010 rispetto al 2009¹⁰, con una spesa totale per il 2010 di 488.063,5 milioni di US$¹⁰. Gran parte del boom edilizio e’ stato registrato a Ramallah con l’iniziativa “Rawabi” ovvero la costruzione di una citta’ interamente araba, da sviluppare utilizzando parametri di urbanizzazione non ancora adottati nei Territori palestinesi, che vuole offrire un’alternativa ai molti palestinesi che non possono piu’ tenere il passo con il livello dei prezzi immobiliari dei centri urbani piu’ sviluppati. Lanciata dall’Esecutivo del Primo Ministro Fayyad, pur essendo stata concepita come una misura di breve periodo per dare sollievo alla domanda di abitazioni in Cisgiordania, potrebbe rappresentare una misura a vasto raggio atta non solo a soddisfare la domanda di edilizia civile ma, in prospettiva, a sostenere l’occupazione nei Territori costituendo una valida alternativa per quella parte della manodopera palestinese impiegata prevalentemente nel settore edile delle colonie israeliane. Tale progetto potrebbe altresì dare un contributo concreto per rendere più effettiva la nuova normativa, varata di recente dall’ANP, che mira a scoraggiare il lavoro palestinese negli insediamenti israeliani in Cisgiordania⁷.

Un altro comparto che ha registrato dinamiche positive è quello del turismo. Le ultime statistiche pubblicate, relative al 2010, dimostrano che la tendenza alla crescita prosegue. Il numero totale di turisti e visitatori è stato pari a 4,9 milioni con un rilevante incremento rispetto ai 2,7 milioni di visitatori del 2009. Sul totale registrato, 22 milioni erano turisti e 2,7 milioni visitatori locali. Il Governatorato di Betlemme ha accolto 1,1 milioni di turisti, secondi in classifica i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar i quali hanno entrambi accolto 0,8 milioni di visitatori. Per quanto concerne i dati relativi al solo primo semestre del 2011, gli alberghi hanno ospitato 264 mila turisti dei quali il 12% era costituito da palestinesi e il 34% da turisti europei. Rispetto all’analogo semestre dell’anno precedente, è stato registrato un leggero calo del numero di turisti pari all 0,2%⁷.

Nel primo semestre del 2011 è stato eseguito il primo censimento agricolo dalla nascita dell’ANP relativo all’anno agricolo 2009-2010. La terra coltivabile nei Territori ha una estensione totale pari a 957,2 Km² ovvero corrispondente al 15,9% del totale del territorio palestinese. L’area messa a coltivazione più estesa si trova nel Governatorato di Jenin pari a 185,4 km² ed equivalente al 19,3% del totale della terra coltivabile dei Territori e al 31,8% del totale del territorio del Governatorato . I Governatorati con le aree coltivabili meno estese sono Gaza settentrionale con il 1,3%, e Gaza con l’1,1%, in ognuna di queste aree le superfici coltivabili corrispondono allo 0,2% del totale dei Territori palestinesi. Il numero totale di aziende del comparto agricolo nei Territori palestinesi è pari a 111.310 unità di cui 90.908 ubicate in Cisgiordania. Il Governatorato di Hebron ha il numero più elevato di aziende, pari al 17,7% sul totale, mentre i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar quello più basso, l’1,4% sul totale delle aziende. Il numero di aziende che mettono a coltura il territorio è pari a 79.175 unità, equivalente al 71,1% del totale. Le aziende dedite all’allevamento di animali sono 14.241, pari al 12,8% sul totale. Le aziende miste rilevate sono 17.894, pari al 16% sul totale delle aziende censite per l’anno agricolo. I bovini allevati nei Territori palestinesi sono pari a 34.097 unità, di cui 24.462 in Cisgiordania e 9.635 nella Striscia di Gaza. Il numero maggiore di bovini si trova nel Governatorato di Hebron con 8.446 unità, pari al 24,7% dei bovini nei Territori. Il Governatorato di Gerusalemme ha il numero più esiguo con soli 379 capi, pari allo 1,1% sul numero complessivo di bovini. Gli allevamenti ovini contano 568.287 unità di cui 506.884 in Cisgiordania e 61.403 nella Striscia di Gaza. Il Governatorato con il numero più elevato di allevamenti ovini è Hebron con 146.422 unità, pari al 25,7% sul numero totale degli ovini. Il Governatorato di Salfit ha il numero minore con 8.438 unità presenti sul proprio territorio,  pari all’1,4% sul totale. Gli allevamenti caprini contano 220.085 unità di cui 207.935 in Cisgiordania e 12.150 nella Striscia di Gaza. Nel Governatorato di Hebron c’è il numero maggiore di essi, 49.522, pari al 22,5% del totale dei caprini, in quello di Tulkarm quello minore, 3.071, pari all’1,4%¹⁰. La quantità di olive macinate nel 2010 è di 102.162 tonnellate per una quantità di olio prodotto di 23.754 tonnellate¹⁰.


Lo sviluppo della Valle del Giordano, compresa tra i Governatorati di Jericho e di Al-Aghwar, viene considerato, sia sotto il profilo della creazione di lavoro che di sviluppo del tessuto produttivo del settore agricolo, come strategico dall’ANP. Stime condotte da enti palestinesi hanno evidenziato che eventuali investimenti effettuati in alcuni comparti chiave, quali il turismo, l’agricoltura, il mercato immobiliare e l’estrazione mineraria, potrebbero creare all’incirca 50 mila nuovi posti di lavoro nell’area. Il Palestine Investment Fund (PIF) ha condotto degli studi relativi a progetti per un valore di circa 2 miliardi di US$ da realizzarsi nell’arco del prossimo decennio. Tra i progetti messi a punto il più rilevante è costituito dalla costruzione di una nuova città “Moonlight City”, la quale dovrebbe estendersi lungo le coste del Mar Morto per diventare un polo di attrazione turistica. Tuttavia le restrizioni israeliane impediscono lo spiegamento di questo potenziale. Su un totale di circa 82 mila imprese operanti in Cisgiordania solamente 1,4 mila sono attive in quest’area di grandi potenzialità economiche. Allo stato, Israele mantiene il controllo su circa il 59% della Cisgiordania (Area “C”)⁷.

La questione dell’accesso alle risorse idriche, nonchè dell’equa distribuzione delle fonti di approvvigionamento tra Israele e la Palestina, indispensabili oltre che per il consumo privato anche per l’industria, l’edilizia e l’agricoltura, costituisce una delle principali criticità per lo sviluppo dei Territori palestinesi. La distribuzione dell’acqua che sgorga dalle fonti acquifere sotterranee di montagna, come è il caso delle fonti idriche alla linea di demarcazione del 1967 tra la Cisgiordania e Israele, è disciplinata dal diritto internazionale e l’ANP ne richiede l’applicazione nelle sue rivendicazioni nei confronti di Israele. Difatti, le statistiche relative al consumo di acqua evidenziano una netta disparità tra il consumo idrico palestinese e quello israeliano. Da quanto dichiarato dalla Palestinian Water Authority, l’ente pubblico deputato alla gestione delle risorse idriche nei Territori, il consumo israeliano assorbe il 90% delle risorse provenienti dalle fonti comuni. Il consumo pro capite medio di acqua nei Territori è pari a 60 litri, ben al di sotto della soglia minima di 100 litri pro capite indicata dalla Banca Mondiale, quest’ultima ha anche sottolineato che il consumo medio pro capite di acqua in Israele è 4 volte maggiore di quello palestinese per il solo uso domestico⁷. Nel 2010, la quantita’ totale di acqua pompata nei Territori palestinesi è stata pari a 244 milioni di metri cubi, destinati sia al consumo domestico che agricolo, di cui 71,6 milioni in Cisgiordania e 172,4 milioni nella Striscia di Gaza (per Gaza si considera anche l’acqua non potabile e quella pompata dai pozzi dell’UNRWA)¹⁰.

Non bisogna però dimenticare che una parte del Territorio Palestinese della Cisgiordania è occupato illegalmente dalle colonie israeliane e da siti militari o semi militari per un’estensione complessiva nel 2010 di 235,2 Km² e un totale di 518.974 coloni¹⁰. Tale territorio è praticamente di esclusivo uso dei coloni israeliani e quei palestinesi che vivono nelle zone controllate dalle forze armate israeliane o quelli che vivono nelle vicinanze delle colonie sono sistematicamente vittime di aggressioni, assalti, demolizioni e sfratti*. La presenza pervasiva di tali colonie è uno dei principali fattori che ostacola la crescita economica palestinese¹¹ oltre ad essere una violazione del diritto internazionale e una grave ingiustizia.

La PIEFZA (Palestinian Industrial Estates and Free Zones Authority) è l’Autorità palestinese deputata a sovrintendere, tra gli altri, alla realizzazione e gestione dei parchi industriali che sono in via di progettazione in più aree della Cisgiordania. La creazione di tali aree produttive a fiscalità privilegiata, una volta a regime, consentirà una crescita sostenibile dell’economia palestinese in particolare nelle aree ancora a basso tasso di industrializzazione.
L’industria è una delle principali voci produttive palestinesi con 15.617 imprenditori, 65.538 impiegati e una produzione di 2.700,3 milioni di US$ nel corso del 2010¹⁰. di cui 2.254,2 milioni provenienti dall’ambito manifatturiero¹⁰.

La “borsa palestinese“, la Palestine Securities Exchange (PEX), fondata nel 1995, vantava alla fine del 2010 ben 40 società quotate nei seguenti 5 macrosettori: servizi bancari e e finanziari, assicurazioni, investimenti e infine industria e servizi con una capitalizzazione di mercato prossima ai US$ 2,5 miliardi. Malgrado il rilevante declino nel volume e nel valore delle transazioni borsistiche effettuate dalle principali piazze dei Paesi arabi della regione, la PEX non ha registrato analoghe contrazioni nei propri valori. Nel 2010 la PEX ha tenuto 249 sessioni di borsa nel corso delle quali sono stati scambiati 230.516.370 titoli azionari per un valore pari a US$ 451.208.528. Sulle 40 società quotate, 23 hanno visto incrementare il valore delle proprie azioni. A conclusione del 2010 il valore di mercato delle azioni delle società quotate era pari a US$ 2.449.901.545, equivalente ad un incremento del 3,14% rispetto all’anno precedente. Di contro, il valore delle transazioni borsistiche è diminuito del 9,83% rispetto all’anno precedente, pari ad una contrazione di US$ 451.208.528. I diversi settori dell’economia palestinese hanno registrato valori contrastanti negli ultimi anni, il mercato mobiliare rientra nel novero dei settori che hanno segnato uno sviluppo di segno tendenzialmente positivo. Il rilievo della PEX per l’economia palestinese è stato confermato nel corso della quarta edizione dell’ “Annual Palestinian Capital Market Forum” svoltosi a Ramallah nel novembre del 2010. Come ha rimarcato in tale occasione il Primo ministro palestinese, Salaam Fayyad, la borsa palestinese sta svolgendo un ruolo chiave a sostegno del settore privato, il cui sviluppo rappresenta uno dei principali obiettivi strategici di Governo⁷.

Di grande rilevanza per lo sviluppo economico palestinese è la scolarizzazione degli abitanti, soprattutto di quelli più giovani, 99,4% per quelli tra i 15 e i 19 anni, 99,1% tra i 20 e i 24 anni, 99,1% tra i 25 e i 34 anni, 98,1% tra i 35 e i 44 anni nel 2010 con indici leggermente superiori in Cisgiordania e tra le donne.¹⁰ Il numero di impiegati in Ricerca e Sviluppo nel 2010 è di 3.790 persone a fronte dei 2.951 nel 2009 e dei 1.542 del 2008 (i dati del 2009 e del 2008 sono relati alla sola Cisgiordania)¹⁰. A tal proposito si evidenzia lo sviluppo recente nel campo delle nuove tecnologie sia in Cisgiordania che a Gaza**.

Una delle caratteristiche principali che traspaiono dai dati dello “Statistical Yearbook of Palestine 2011″¹⁰ è la massiccia presenza della povertà, definita come lo standard minimo di reddito o di risorse che incontrano le necessità di base; si definisce povertà profonda la quota economica sufficiente all’approvvigionamento di cibo, vestiti e alloggio; si definisce povertà di seconda linea quella in cui si aggiungono anche le spese per salute, educazione, trasporto, cura della persona, spese per la casa.
Nei Territori Palestinesi nonostante ci sia stata una riduzione della povertà totale dal 26,2% del 2009 al 25,7% del 2010 c’è stato un aumento della povertà profonda dal 13,7% del 2009 al 14,1% del 2010 dovuta soprattutto all’aumento dal 21,9% del 2009 al 23% del 2010 nella Srtiscia di Gaza¹⁰.

Il Microcredito può essere di aiuto dato che nei Territori Palestinesi ci sono diverse associazioni che se ne occupano* con ottimi risultati, ma il problema della povertà va risolto anche e soprattutto abbattendo le barriere fisiche ed economiche in particolare nella Striscia di Gaza, dove erano localizzate le principali industrie manifatturiere, la gran parte degli uffici del Ministero dell’Economia e una rilevante quota della produzione agricola palestinese.
Soprattutto il protrarsi del blocco delle esportazioni da Gaza, il cui mercato è tradizionalmente fortemente dipendente dal commercio internazionale rende la ripresa economica più ardua. Da quanto reso noto dalla Palestinian Federation of Industries (PIF), circa il 60% della produzione industriale di Gaza era destinato ai mercati esteri. In particolare, il 90% della produzione tessile, il 25% dell’arredo e il 70% dei beni alimentari industriali. I dati elaborati dall’ufficio delle Nazioni Unite “OCHA” (Office for co-ordination of Humanitarian Affairs) evidenziano che sul totale della capacità produttiva agricola della Striscia di Gaza, pari a 280 mila – 300 mila tonnellate annue, circa un terzo veniva esportato. Sempre secondo la PIF, le restrizioni israeliane che impongono il blocco all’entrata di beni primari essenziali per i processi manifatturieri costituiscono il principale ostacolo alla produzione attestata ora sotto il 50% del suo potenziale. La ripresa dei flussi di esportazione è quindi cruciale per la più generalizzata ripresa economica nonchè per l’occupazione. Si stima difatti, che il pieno dispiegamento del potenziale del settore delle esportazioni potrebbe condurre alla creazione di circa 30 mila – 40 mila nuovi posti di lavoro. L’economia della Striscia potrebbe beneficiare non solo dalla ripresa dei flussi commerciali con i mercati esteri, ma anche del ripristino degli scambi economici e commerciali con il più florido mercato della Cisgiordania. Sopratutto le piccole e medie imprese, le quali costituiscono tradizionalmente la spina dorsale del settore produttivo di Gaza potrebbero beneficiarne⁷.

E L’Italia in che rapporti è con questi paesi?

L’Italia ha ottimi rapporti con Israele con un interscambio commerciale di quasi 3 miliardi di € nei primi tre trimestri del 2011 di cui 1,91 miliardi di esportazioni verso Israele con una crescita del 16,9% rispetto al 2010 e 0,89 miliardi di importazioni verso l’Italia con una crescita del 3% rispetto al 2010. I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 190.474.419, Tubi e condotti senza saldatura (CH24201) per un valore di € 107.756.190 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore di € 90.679.910.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Materie plastiche in forme primarie (CE20160) per un valore di € 117.060.201, Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 107.196.439 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore € 80.503.890¹².

Da rilevare tra il 2009 e i primi tre trimestri del 2011 la riduzione delle importazioni agricole di ortaggi verso l’Italia, frutta di origine tropicale e subtropicale, agrumi, uva, semi oleosi, pomacee e frutta a nocciolo, altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio¹² (il boicottaggio contro Agrexco ha funzionato).

Per quanto riguardano gli investimenti diretti italiani in Israele, la presenza più significativa si riscontra nel settore assicurativo. Generali nel 1997 ha acquisito il 59% della maggiore società assicurativa locale, la Migdal, aumentando successivamente la propria quota al 64%.
A partire dal 1999, Generali è entrata tramite Migdal nel capitale della seconda principale banca israeliana, “Bank Leumi”, con una quota iniziale del 3%, salita successivamente al 7,6%.
Telecom Italia è attiva nella posa e nella gestione di cavi sottomarini a fibre ottiche. Con partner israeliani, ha costituito nel 1999 la società “Med 1” per la posa e la gestione di un primo cavo a fibre ottiche tra Mazara del Vallo e Tel Aviv, che costituisce oggi la principale arteria per le comunicazioni via cavo tra Israele e l’Europa.
Nel 2000 Telecom Italia ha varato il progetto Nautilus. Il progetto si articola in tre tronconi, per un totale di circa 7000 km di cavo: un cavo tra Catania e Haifa via Creta; il cavo Catania-Tel Aviv, con potenziale estensione ad Alessandria d’Egitto; l’estensione del cavo da Creta verso Atene ed Istanbul. La posa in opera è stata completata e si e` dato avvio allo sfruttamento commerciale. Nel 2005 la Telecom Italia è divenuta unico proprietario del Consorzio, dopo aver acquistato le restanti quote dai partner israeliani.
Nel 2001 ha iniziato la produzione a Yerucham, nel deserto del Negev, una joint venture italo-israeliana “Cunial Antonio Israel” nel campo delle tegole in cotto, il cui 49 % appartiene alle Industrie Cotto Possagno. Lo stabilimento, a tecnologia interamente italiana, può produrre fino a 20 milioni di tegole l’anno.
ST Microelectronics, il gigante italo-francese dei semiconduttori, ha acquisito nel 2000 la società “Waferscale” nel campo della “flash technology”, per un investimento pari a circa 70 milioni di US$.
Il gruppo italo-israeliano Telit Communications di Trieste, specializzato in soluzioni wireless nel settore machine-to-machine, ha acquisito a gennaio 2011 la Motorola m2m. La società fondata a Tel-Aviv da Motorola nel 2000, sviluppa e produce soluzioni m2m per tecnologie wireless come Gsm, Gprs, Cdma e Wcdma. L’acquisizione, consentirà alla Telit di ampliare la propria presenza nel mercato m2m, migliorare le capacità di R&S, sfruttando le opportunità di cross-selling e sviluppando sinergie di costo.
L’Italiana Enerpoint SpA ha acquisito lo scorso febbraio per un valore stimato di 6 milioni di US$, la società israeliana Friendly Energy Ltd., divenuta dopo l’acquisto Enerpoint Israel Ltd. L’attività di questa società si concentrerà nella realizzazione di impianti fotovoltaici di medie-grandi dimensioni.
In campo spaziale, Alenia e IAI (Israel Aircraft Industries) hanno siglato un MOU per realizzare e commercializzare satelliti civili.
Il Gruppo Pompea, una delle imprese leader in Europa nell’abbigliamento intimo, calze e collant, ha inaugurato nel mese di gennaio 2006 una partnership industriale con Nilit, società israeliana che opera da trent’anni a livello internazionale, nel settore tessile, con la produzione del filato. La nuova società, frutto di questa J.V, si chiama PNF (Pompea Nilit Filament): attraverso questa nuova società, l’azienda di Medole potrà acquistare le materie prime per la propria produzione.
Nel settore dei beni di consumo e servizi, quasi tutte le imprese italiane fanno riferimento a distributori locali per la vendita dei propri prodotti. Fanno eccezione Luxottica e Benetton, presenti con propri punti vendita.

Gli investimenti israeliani in Italia si sono concentrati principalmente nel settore ambientale, farmaceutico, telecomunicazioni e immobiliare.
L’israeliana Teva Pharmaceutical Ltd., ha firmato nel 2004 un accordo con la Pfizer mondiale per l’acquisto dell’italiana Dorom Srl., specializzata nella commercializzazione di farmaci generici e considerata uno dei principali distributori di farmaci generici in Italia.
La Retalix Ltd, specializzata nelle soluzioni software e hardware per supermercati e stazioni di rifornimento, ha completato a gennaio 2005, l’acquisto dell’intera quota dell’italiana Unit Spa, appartenente al gruppo Getronics.
L’israeliana Aladdin Knowledge Systems Ltd. ha acquisito a giugno 2008 la società bergamasca Eutronsec SpA, leader nel settore della protezione software e dell’autenticazione.
La società Ex-Libris di Gerusalemme, specializzata nelle soluzioni per l’automazione delle biblioteche, ha aperto lo scorso luglio una sussidiaria in Italia. L’apertura di un ramo nel nostro paese ha fatto seguito all’acquisizione della società Atlantis Srl., distributrice in esclusiva di Ex-Libris nel territorio italiano e sloveno sin dal 1989.
La società Aspen Building & Development Ltd., ha firmato, invece, a febbraio 2009 un accordo per la costruzione di 5 impianti fotovoltaici con una capacità di produzione di 1 MW cad. Il progetto, sarà realizzato nella regione di Puglia. Sempre nel settore fotovoltaico, è utile menzionare come la società israeliana Gilatz Investments Ltd. abbia continuato ad investire in parchi solari in Italia nel 2010. La società ha firmato, infatti un MOU con un partner italiano per l’acquisto di altri 5 parchi solari, in fase di costruzione per un investimento totale di circa 22 milioni di dollari. Per quanto riguarda gli investimenti israeliani in Italia nel settore delle energie rinnovabili, si è potuto verificare che trattasi di un trend in sicura crescita.
Nell’ultimo decennio, poi, molti imprenditori israeliani hanno compiuto investimenti in beni immobiliari sui mercati esteri. Ultimamente, gli imprenditori israeliani hanno scoperto le opportunità offerte dal mercato immobiliare italiano, soprattutto in Toscana, dove si sono registrati diversi investimenti nel settore turistico ed in progetti abitativi. Sempre nel settore immobiliare, è utile menzionare che la societa’ israeliana Aloni-Hetz, ha acquisito nel 2007 il 3.7 % delle azioni dell’italiana Pirelli Real-Estate, una delle principali società europee nel campo immobiliare, per un valore di circa 95 milioni di US$.
Anche nei beni di consumo è stata monitorata una presenza israeliana in Italia, tramite la catena di occhialeria Xray, che ha aperto nel corso del 2010, 20 punti vendita in Italia³.

Ci sono diversi piani di sviluppo congiunti e collaborazioni di vario genere, a tal proposito vale la pena rilevare che Italia ed Israele sono legate da un accordo intergovernativo di cooperazione industriale scientifica e tecnologica, entrato in vigore nel 2002. Nel 2009 è stato deciso di triplicare i fondi a disposizione dell’Accordo che conta su un finanziamento di quasi € 3 milioni l’anno.
Le collaborazioni interuniversitarie passate e presenti arrivano a 85¹³. Inoltre in occasione del Primo Vertice Bilaterale Italia-Israele dei primi di febbraio 2010 sono stati inaugurati 3 Laboratori congiunti, con una durata di 5 anni, a cui se ne è aggiunto un altro successivamente³.

E con la Palestina in che rapporti siamo?

Non tanto buoni se guardiamo al volume degli scambi, 5,5 milioni di Euro nei primi tre trimestri del 2011 di cui 4,7 milioni sono le esportazioni verso i Territori Palestinesi con un aumento dello 0,4% rispetto al 2010 e 0,8 milioni sono le importazioni verso l’Italia con un aumento del 34,8% rispetto al 2010¹⁴ che rappresentano un millesimo del volume di affari che l’Italia ha con Israele, ma i Palestinesi non sono un millesimo degli Israeliani (4,17 milioni vs 7,80 milioni) nè il Territorio Palestinese è un millesimo di quello israeliano.

I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Autoveicoli (CL29100) per un valore di € 1.212.467, Riso (CA10613) per un valore di € 722.933 e Paste alimentari, di cuscus e di prodotti farinacei (CA10730) per un valore di € 158.581.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio (AA01250) per un valore di € 479.309 (tra i quali le fragole di Gaza), Calzature (CB15201) per un valore di € 90.803 e Pietre ornamentali e da costruzione, calcare, pietra da gesso, creta e ardesia (BB08110) per un valore € 60.506¹⁴.

Società italiane sono presenti soprattutto nel settore dei macchinari agricoli, rilevantissima è la loro quota di mercato nel comparto agricolo.

La società italiana Pieralisi è leader di mercato per quanto riguarda i macchinari per la produzione di olio d’oliva.

Elenco delle principali imprese palestinesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Italia e relativi settori di attività


Ci sono anche progetti di collaborazione e sviluppo di Fiat, Piaggio, Poste Italiane, si annoverano tentativi di collaborazione per favorire l’industria del marmo, l’agroindustria ma…

RIFLESSIONI

Possibile che noi Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori…, un pò più furbi degli altri, non cogliamo la grande occasione che abbiamo davanti? Quella di contribuire alla pace e alla normalizzazione dei rapporti tra israeliani e palestinesi e allo stesso tempo favorire lo sviluppo economico? Perchè la Palestina è un vero tesoro per gli investimenti, si può sviluppare di tutto perchè manca tutto o quasi. E se ci fosse la pace allora diventerebbe proprio un Eldorado, si potrebbero costruire infrastrutture comuni, piani congiunti, interscambi, collaborazioni e tanti altri termini come questi.
Sì, è vero, gli Israeliani non vogliono la pace, almeno non la vogliono i loro politici, i loro militari, molti imprenditori, qualche religioso, e i Palestinesi hanno diritto a vivere felici sul loro Territorio, hanno diritto al ritorno nei luoghi da dove sono stati cacciati e da dove ancora oggi vengono cacciati, hanno diritto anche ad essere risarciti per i crimini che hanno subito e a vedere puniti coloro che li hanno commessi e qualora questi non fossero più in vita hanno diritto ad essere riconosciuti come vittime almeno dal punto di vista storico. Ed hanno diritto a poter piangere i loro morti e ad essere compatiti dal mondo intero anche e soprattutto da quello ebraico autentico che già è a loro vicino.
Ma una volta fatte tutte queste cose hanno diritto anche a poter ricominciare e a ricostruire la loro vita.
E se ricominciassimo subito? E se ricostruissimo subito?
E se proprio questo nuovo inizio fosse la chiave per trovare una soluzione a tutti quei problemi che hanno oggi? Fosse il seme che genera l’albero che genera il tronco che genera il ramo che genera la foglia che genera il fiore che genera il frutto che genera nuovamente il seme?
Riempiamoli di soldi!
Israele riceve tanti soldi ogni anno con gli investimenti esteri, e non se la passa tanto male… Perchè non facciamo lo stesso con la Palestina?
Io so che con i soldi i muri si scavalcano e i blocchi si aggirano.
Chi di voi non ha in tasca un paio di milioni di euro così a portata di mano da poter investire?! Chiunque! Ma anche chi non ha i milioni o le migliaia può sempre prendere qualche Euro e investire in un progetto comune, insieme ad altre persone.
Si può partire da qualunque cosa, dall’agricoltura, dall’olio d’oliva, dal manifatturiero, dall’hi-tech, dal turismo, dalla cultura, magari contattare qualche amico palestinese o qualche buon israeliano e cominciare.
I soldi non puzzano se sono puliti.

References

  1. http://www.scribd.com/doc/81050808/08
  2. http://www.scribd.com/doc/81050578/2-8
  3. http://www.scribd.com/doc/81051085/Rapporto-congiunto-Italia-Israele-1-Sem-2011
  4. http://www.scribd.com/doc/81097171/European-Commission-Slammed-for-Links-to-West-Bank-Lab
  5. http://www.scribd.com/doc/81098081/Ahava-Dead-Sea-Laboratories-Horizon-2020-Europe-Answer
  6. http://www.scribd.com/doc/81054307/grf6
  7. http://www.scribd.com/doc/81051257/Rapporto-congiunto-Italia-Palestina-1-Sem-2011
  8. http://www.scribd.com/doc/81092188/EcoEstimate2012
  9. http://www.scribd.com/doc/81051337/Q32011
  10. http://www.scribd.com/doc/81053571/Book-1814
  11. http://www.scribd.com/doc/81058422/4
  12. http://www.scribd.com/doc/81054073/Commercio-Italia-Israele-2011-Ateco-2007
  13. http://www.scribd.com/doc/81058976/universita-italiane-israel
  14. http://www.scribd.com/doc/81054138/Commercio-Italia-Palestina-2011-Ateco-2007

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