Resistenza palestinese: diritti dei palestinesi non sono negoziabili

I gruppi della Resistenza palestinese hanno dichiarato che la conferenza economica sponsorizzata dagli Stati Uniti in Bahrain, dal 25 al 26 giugno 2019, è un pericoloso passo in avanti per annientare la Palestina i cui diritti non sono negoziabili. La questione della Palestina è totalmente politica e i diritti dei palestinesi non sono in vendita …

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La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni

Israele ha difficoltà a trovare aziende internazionali disposte ad espandere la ferrovia leggera di Gerusalemme, che collega i suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme. (OzinOH) English version di Ali Abunimah, 13 maggio 2019 Due compagnie israeliane hanno inviato domenica una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo una proroga urgente della scadenza per…

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Rapporto ONU sull’apartheid israeliano

Rapporto Onu: Pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e questione dell’Apartheid di Richard Falk e Virginia Tilley Dal 10 al 17 marzo 2019 sarà in Italia e in Slovenia (Torino, Lubiana, Trieste, Bologna, Roma) per una serie di incontri la Prof. Virginia Tilley, co-autrice, insieme al giurista Richard Falk, del rapporto commissionato dall’ONU

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Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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Lapidata a morte da coloni israeliani

Quella che vi raccontiamo oggi è solo una delle tante atrocità che si consumano quotidianamente contro il popolo palestinese. Ieri sera, una donna palestinese è stata lapidata a morte dai coloni israeliani nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

lapidata

Aisha Mohammed Aravi, 47 anni, stava guidando il suo veicolo in compagnia del marito, vicino a un checkpoint della Cisgiordania, a sud di Nablus, quando sono stati attaccati da coloni israeliani che hanno iniziato a lanciare grosse pietre sulla macchina della coppia.

Gli aggressori hanno rotto il parabrezza dell’auto, colpendo la coppia più volte nella testa e nella parte superiore del corpo con una raffica di pietre. Aisha, della città di Bidya, ha perso la vita a causa di un grave trauma alla testa. I media palestinesi hanno riferito che anche il marito di Aisha ha subito gravi lesioni durante la vile aggressione.

Il tragico incidente è arrivato due giorni dopo che un gruppo di coloni israeliani della colonia di Yitzhar ha fatto irruzione in una scuola superiore nel villaggio di Urif, nel sud di Nablus, e ha iniziato a lanciare sassi contro studenti seduti nelle loro classi. Decine di studenti sono rimasti feriti durante l’attacco, oltre ai gravi danni materiali causati alla scuola.

Pochi minuti dopo l’incidente, anche le forze militari israeliane sono entrate nella scuola superiore e hanno fornito protezione ai coloni mentre li scortavano fuori dalla zona. Le truppe hanno anche sparato proiettili di acciaio rivestiti di gomma e bombolette lacrimogene contro gli studenti. Diversi giovani sono rimasti intossicati a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno. Dalla Palestina occupata è tutto.

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AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

AL NAKBA E LA MATTANZA ISRAELIANA DEL POPOLO PALESTINESE

di Paola Di Lullo

Mentre scrivo le agenzie riportano 59 martiri a Gaza. Purtroppo, anche stamattina, mi compaiono solo i 43 nomi già scritti, più un altro.

Leila al-Ghandour, 8 mesi, morta stanotte per eccessiva inalazione di gas lacrimogeni. Otto mesi, infanticidio.

Erano 900 i feriti da inalazione. Ma ciò che conta e che in molti non sanno è che i lacrimogeni sparati dai cecchini israeliani, che si aprono all’impatto con il suolo o direttamente in aria, non contengono solo elementi urticanti, ma agenti altamente tossici che, se inalati per tempo più o meno prolungato, portano ad un arresto respiratorio. Per questo motivo, i villaggi della Cisgiordania, dove ogni venerdì si svolgono manifestazioni che vorrebbero essere pacifiche, ma che vengono disperse dall’uso delle armi israeliane, hanno sempre un’ambulanza dotata di attrezzi per la rianimazione. Il gas penetra nelle vie aeree ed in un primo momento brucia e chiude la gola. Mi direte, scappa, no? E no, perché bruciano e si chiudono anche gli occhi. E stavolta la fonte sono io.

Naturalmente, Leila non poteva scappare. Forse nemmeno dare segno di sofferenza. Forse, quando i genitori se ne sono accorti, era troppo tardi. Sono ipotesi, ma non tropo azzardate.
Ora, la domanda è : davvero Israele ha mirato i “terroristi”? O ha usato indiscriminatamente la sua forza armata?

Vi segnalo un altro caso, Fadi Abu Salmi. Nel 2008, durante Cast Lead aveva perso entrambe le gambe ma la sua menomazione fisica non ha mai domato la sua sete di giustizia. E così, per cinque venerdì si è recato al border, armato della sua piccola fionda. Dev’essere stato un duro affronto per i soldatini israeliani, la sfida di quest’uomo! Con che ardire si permetteva di sfidare loro, lui povero storpio?

E così ieri hanno fatto fuoco. Per uccidere. E con Fadi, chiunque abbia premuto il grilletto, ha perso la sua dignità e la sua umanità, posto ne fosse dotato. Adesso mi piacerebbe non leggere su Breaking the Silence, associazione israeliana che fa un lavoro pregevole, che il soldatino è pentito. Breaking the Silence è stata preziosa fonte di informazioni, almeno per me, durante Protective Edge, l’offensiva israeliana del 2014 contro la Striscia. Tramite i racconti dei soldati presenti all’invasione di terra, e non solo, è stato possibile sapere come erano indottrinati. Ma oggi no. Sei un soldato, presumibilmente nemmeno di leva? Il tuo superiore ti ordina ti sparare ad un handicappato che MAI potrà nuocere né a te né al tuo paese? Diserta, affronta il carcere, salva la faccia, non sporcarti le mani ancor più di quanto non ti facciano credere sia necessario. Non mi serve sapere che dopo aver ucciso Fadi a sangue freddo hai pianto, sei andato ad ubriacarti in uno dei lussuosi bar di Tel Aviv, hai abbracciato mammina e papino. E non serve alla famiglia di Fadi. E non ci fai più pena e rabbia, ma schifo.

Stessa sorte era toccata il 14 dicembre scorso ad Ibrahim Nayef Ibrahim Abu Thurayeh, 20 anni, gambe amputate e cieco. Ibrahim era al border a manifestare contro la decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Anche in quel caso, un uomo senza gambe fu ritenuto un pericolo imminente per la salvezza dei cecchini che lo freddarono. L’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, “scioccato” per il fatto, chiese un’inchiesta indipendente.

Ieri, Il Kuwait, piccolo Paese arabo del Golfo e membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, ha annunciato oggi che presenterà una richiesta per una riunione di emergenza dell’organismo esecutivo dell’Onu per i fatti a Gaza. Il Consiglio dovrebbe riunirsi oggi, dopo che Gli Stati Uniti hanno bloccato l’adozione di un comunicato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva un’inchiesta indipendente sugli scontri mortali nella Striscia di Gaza.

Nella bozza di testo che la France Presse è riuscita a ottenere, “il Consiglio di Sicurezza esprime indignazione e tristezza di fronte alla morte di civili palestinesi che esercitano il loro diritto a manifestare pacificamente”.

Il Consiglio “chiede un’inchiesta indipendente e trasparente su queste azioni per garantire” che sia fatta luce a riguardo, ha aggiunto il testo.

Intanto, il Sudafrica ha convocato il proprio ambasciatore, il ministro degli Esteri iraniano,  Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che  “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo mentre protestano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e nel frattempo (il presidente Usa Donald) Trump celebra lo spostamento del’ambasciata illegale Usa. Un giorno di grande vergogna”.

Francia ed Italia condannano le violenze, ma oltre non vanno.

La Turchia ha invece accusato gli Stati Uniti di essere “complici” di Israele per il “massacro” a Gaza, dove oltre 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre stavano protestando contro il trasferimento del ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Purtroppo, gli Stati Uniti si sono messi a fianco del governo israeliano nel massacro di civili e sono diventati complici di questo crimine contro l’umanità”, ha detto ai giornalisti il primo ministro turco Binali Yildirim ad Ankara. “Condanniamo fermamente questo vile massacro”. In precedenza, il portavoce del governo turco Bekir Bozdag ha dichiarato su Twitter che “l’amministrazione statunitense è responsabile quanto Israele per questo massacro”.
Ed Abu Mazen? Il presidente palestinese si è limitato a  proclamare tre giorni di lutto e  ad affermare che “gli Stati Uniti non sono più un mediatore in Medio Oriente” e che la nuova ambasciata equivale a “un nuovo avamposto coloniale americano” a Gerusalemme.

Davvero di più non si poteva? Davvero una denuncia per crimini di guerra, dopo l’istruttoria presentata a L’Aia nel 2015, di cui io ho perso le tracce, non sarebbe stata più adeguata? Che ne è stato della I istruttoria? Congelata, ritirata o boicottata? Non sarebbe giusto che il mondo sapesse se gli eletti governano anche a L’Aia?

Intanto oggi ricorre anche il 70° anniversario della Nakba e sono attesi nuovi scontri, dal momento che nel febbraio 2010 la Knesset ha varato una legge che proibisce ai palestinesi in Palestina di manifestare pubblicamente lutto e dolore in questa data.

Al Nakba, la Catastrofe, è  il temine che sta a designare l’esodo forzoso della popolazione Palestinese costretta ad abbandonare le proprie terre e le proprie case, all’indomani della fine del mandato britannico in Palestina e della fondazione dello stato d’Israele, secondo quanto previsto dal Piano di Partizione della Palestina ( risoluzione 181 del 29 novembre 1947 ). Il 14 maggio 1948, alla scadenza del mandato britannico, David Ben Gurion autoproclamò lo Stato d’Israele.

Il 15 maggio del 1948 l’esercito sionista invase i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e del futuro del popolo palestinese.
L’Inghilterra facilitò la strada agli ebrei, arrivati da Europa, Russia e America, per creare il proprio stato su terreni altrui, per colonizzare lentamente Il territorio palestinese, a poco a poco e con ogni possibile mezzo e modo.

Se risulta vero che immigrazioni di ebrei in Palestina, si erano già registrate sin dagli inizi del 1900, è altrettanto vero che, con la Dichiarazione di Balfour, del 2 novembre 1917, esse si intensificarono. L’allora ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour scriveva a Lord Rothschild, principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, in vista della colonizzazione ebraica del suo territorio. Tale posizione del governo emerse all’interno della riunione di gabinetto del 31 ottobre 1917.

Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo Palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone, l’85% dei palestinesi, sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi, sono state cacciate dalla terra che divenne Israele. Molti di quelli che non sono riusciti a scappare, o si sono ribellati, o in qualche modo rappresentavano una minaccia per il progetto sionista, sono stati uccisi.

La comunità internazionale era al corrente di questa pulizia etnica, ma decise, soprattutto in occidente, di non scontrarsi con la comunità ebraica in Palestina dopo l’Olocausto. Le operazioni di pulizia etnica non consistono solo nell’annientare una popolazione e cacciarla dalla terra. Perché la pulizia etnica sia efficace è necessario cancellare quel popolo dalla storia e dalla memoria. Sulle rovine dei villaggi palestinesi gli israeliani costruiscono insediamenti per i coloni chiamandoli con nomi che richiamano quello precedente. Un monito ai palestinesi: ora il territorio è nelle nostre mani e non c’è possibilità di far tornare indietro l’orologio. Oppure costruiscono spazi ricreativi che sono l’opposto della commemorazione: vivere la vita, goderla nel divertimento e nel piacere. È un strumento formidabile per un atto di “memoricidio”.

Si conoscono più di 530 villaggi palestinesi che sono stati evacuati e distrutti completamente, con annesso il tentativo di cancellare addirittura l’esistenza di quegli agglomerati, eliminando foto dell’epoca, documenti e testimonianze di vita e cultura palestinese. Israele oggi continua ad impedire il ritorno a casa di circa otto milioni di rifugiati e continua ad espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche razziste degne del peggiore apartheid. Il tutto sotto lo sguardo complice della “comunità internazionale”.

Queste operazioni assumono di volta in volta forme e nomi diversi, attualmente vengono chiamati “trasferimenti”. I rifugiati palestinesi sono fuggiti in diversi posti e la maggior parte di questi vive nel raggio di 100 miglia dai confini d’Israele, ospite negli stati arabi confinanti; alcuni sono fuggiti nei paesi limitrofi intorno alla Palestina, altri sono fuggiti all’interno della Palestina ed hanno vissuto nei campi profughi, costruiti appositamente per loro dalle agenzie ONU, e altri si sono dispersi in vari paesi del mondo.

Tutti i rifugiati hanno un sogno in comune: ritornare nelle loro case di origine, e questo sogno è sancito da una risoluzione ONU, la 194, una delle oltre 70 che Israele continua impunemente a violare.

Intervista a Fawzi Ismail (Associazione Amicizia Sardegna-Palestina)

di Movimento Resistenza Anticapitalista Sardegna

Come anticipato in altri interventi, la vicinanza e il sostegno alla resistenza del popolo palestinese sono parte integrante della nostra identità politica. A riguardo vi proponiamo, in questa sezione, questa intervista a Fawzi Ismail, dell’Associazione Sardegna-Palestina.

1 Parlaci della tua storia di palestinese, della tua militanza e del tuo impegno politico?
Come molti altri palestinesi della mia generazione sono stato costretto a lasciare “casa mia”, cacciato via con la forza delle armi, verso la Giordania, insieme alla mia famiglia, in seguito all’occupazione da parte dell’esercito israeliano del resto della Palestina, nella cosiddetta guerra dei sei giorni nel giugno del 1967, e dopo la totale distruzione del villaggio dove sono nato, cancellato completamente dalla faccia della terra, (ora c’è un parco “Parco Canada” perché fu finanziato dal governo canadese) ennesimo capitolo della pulizia etnica in Palestina iniziata nel periodo 1947-1949 con l’aggressione delle bande terroristiche sioniste contro la popolazione
palestinese a mezzo di massacri e distruzione, che provocò la seconda ondata di profughi dopo Al “Nakba” del 1948.
Attraversato il ponte sul Giordano, dopo un breve viaggio a bordo di un camion, in Giordania siamo diventati subito profughi che hanno perso tutti i loro averi e con la terra e la Patria anche la nostra dignità, siamo diventati solo dei numeri nei registri dell’UNRWA1 sistemati in una delle tante tende in uno dei tanti campi di fortuna allestiti dalle Nazioni unite e affollati di profughi palestinesi.
La vita del campo era molto umiliante, disumana, e questo si leggeva benissimo sulle facce degli adulti, uomini e donne, che non riuscivano a spiegarsi, e soprattutto non avevano risposte alle domande dei loro bambini, quando torniamo a casa?, dove è mio fratello, e mia sorella?, che fine ha fatto mio nonno?, e dopo, “ho fame”, e bisognava aspettare i volontari che distribuivano i pasti,

1 L’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) è stata fondata per iniziativa dell’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 302 (IV) dell’8 dicembre 1949.– ndr

sempre pane e scatole di sardine, per avere un goccio d’acqua poi bisognava percorrere più di 300 metri per arrivare al centro del campo, dove c’erano i camion cisterna, e mettersi in fila sotto il sole cocente del deserto, aspettando il tuo turno per avere un bicchiere d’acqua calda, e lo stesso si faceva per i servizi igienici che erano comuni. Alcuni anni trascorrono con tanta sofferenza nel campo profughi, qualche spiraglio di speranza si alimentava quando, insieme ai miei amici ascoltavamo con molta attenzione ed ammirazione i racconti sui Fedaein le loro imprese eroiche contro le forze sioniste occupanti la nostra terra. Un giorno a scuola, esattamente nel luglio del 1972, sentii i ragazzi più grandi ed i nostri professori che parlavano, con la tristezza sui volti, della morte di una persona che si chiamava Ghassan
Kanafani, era la prima volta che sentivo quel nome, e non sapevo chi era o cosa facesse, ma ho percepito che era molto importante (fu fatto saltare in aria con la sua macchina, insieme alla nipote di 8 anni, dal Mossad l’8 luglio del 1972 a Beirut), alcuni anni dopo, a casa di una amico trovai sul tavolo del soggiorno un libro di Ghassan Kanafani, subito mi tornò in mente il giorno della sua morte assieme alle facce tristi dei professori, si trattava del suo racconto “Uomini sotto il sole”, con molta curiosità e voglia di conoscere ho iniziato a leggere, un libro molto bello, non ero ancora in grado di comprendere il vero messaggio, ma sicuramente quello fu l’inizio della maturazione della mia coscienza politica, poiché mi ha dato modo di capire cosa realmente era successo nella “Nakba”, la tragedia del popolo palestinese che dal 1948 dura tutt’ora. Per questo credo che sia un obbligo morale e politico impegnarsi e lottare contro tutte le ingiustizie.


2 Da quanto tempo sei fuori dal territorio di Palestina?

Ho lasciato la Palestina a sei anni, nel 1967, da allora sono diventato uno di quei sei milioni di persone profughi che in seguito alla Nakba del 1948 e alla guerra dei sei giorni del 1967 non possono ritornare nelle loro case.

3 La solidarietà col popolo palestinese qui in Sardegna esiste e come puoi descriverla?
Certamente il popolo sardo è orgoglioso, ospitale e generoso, e sicuramente solidale. La Sardegna da subito ha accolto me, e molti altri arrivati tanti anni fa per studiare, benissimo dimostrando anche la sua solidarietà con la resistenza del popolo palestinese non solo a parole ma anche nei fatti, con aiuti concreti ai bambini e alle donne tramite progetti realizzati nei territori palestinesi occupati, “Cis-Giordania e striscia di Gaza”, e la campagna di sostegno a distanza dei bambini palestinesi, ”Handala Va a Scuola”, portata avanti dall’Associazione di Amicizia Sardegna- Palestina. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i compagni e gli amici che hanno manifestato e denunciato il genocidio criminale contro la popolazione di Gaza verificatosi nel luglio-agosto scorsi, anche con sottoscrizioni pecuniarie a favore della popolazione gazaui, e per la netta posizione presa contro le esercitazioni militari nei poligoni sardi, che prevedono anche la presenza delle forze israeliane, con una massiccia mobilitazione solidale in moltissimi centri della Sardegna.

4 Credi ci siano similitudini tra la situazione coloniale della Palestina e quella della Sardegna contemporanea intesa come “colonia” dagli indipendentisti?
Il diritto all’auto-determinazione è un diritto inalienabile di tutti i popoli, compreso il popolo sardo, e non si può non essere d’accordo sul fatto che tale diritto sia condizione per la piena sovranità dei cittadini, ma paragonare la situazione della Sardegna alla colonizzazione della Palestina mi sembra azzardato in quanto quello che hanno subito e subiscono i palestinesi da circa cento anni forse non ha eguale nella Storia.

5 Quanti siete i palestinesi qui in Sardegna?
Attualmente forse siamo una cinquantina, arrivati in Sardegna negli anni 0ttanta per studiare come ho già detto la buona accoglienza che i sardi ci hanno riservato hanno determinato la decisione, una volta finiti gli studi di stabilizzarci qui, perciò per noi è diventata la nostra seconda patria nella speranza di poter un giorno tornare in quella che siamo stati costretti a lasciare, se non noi almeno i nostri figli.

6 Parlaci della resistenza in Palestina, delle diverse formazioni e del tuo punto di vista.
È un dovere e diritto dei popoli resistere all’aggressione coloniale e il popolo palestinese non fa eccezione, con la sua resistenza lotta contro un progetto sionista che mira a sradicare tutti i palestinesi dalle loro terre e cancellare la loro storia e cultura, realizzando una pulizia etnica allo scopo di insediare altre persone, che confluiscono da diverse parti del mondo, accomunate solo dall’appartenenza religiosa, per dare man forte al colonialismo imperialista che controlla e reprime i popoli arabi e saccheggia le loro risorse. Quindi siamo davanti ad un nemico molto potente rappresentato non solo dallo “stato d’Israele” ma anche dal sionismo mondiale,
dall’imperialismo internazionale americano ed europeo, e anche dalle forze reazionarie arabe, rappresentate dalle petro-monarchie del golfo. In questo scenario la resistenza del popolo palestinese è un movimento di liberazione nazionale che, insieme ai movimenti di resistenza dei popoli arabi e alle forze progressiste e rivoluzionarie di tutti i popoli del mondo che lottano per la giustizia e la pace, ha l’obiettivo di contrastare l’offensiva imperialista, liberare dall’occupazione il popolo palestinese e costruire una società libera e democratica basata sulla giustizia sociale per tutti suoi cittadini, contro ogni tipo di discriminazione e sfruttamento.
La resistenza palestinese è costituita da diverse formazioni politiche, per semplificazione posso dire che oggi ci sono tre correnti di pensiero, il primo nazionale-patriottico, borghese, che ha firmato l’accordo di Oslo con l’occupante israeliano, rappresentato da al Fatah che guida l’ANP.
Da più di 20 anni percorre quasi esclusivamente la via diplomatica con infinite trattative che non approdano a nessun risultato concreto mentre Israele continua nella sua politica di aggressione e nella costruzione di nuovi insediamenti col conseguente aumento del numero dei coloni nei territori occupati. La seconda corrente è quella islamica, venuta alla ribalta agli inizi degli anni novanta, rappresentata da Hamas che porta avanti un progetto politico e socio-economico intrecciato con la
politica della fratellanza musulmana, che non soddisfa le rivendicazioni del popolo palestinese e che ora si trova in seria difficoltà politica specialmente dopo il ridimensionamento del ruolo dei fratelli musulmani in Egitto. Negli ultimi anni la divisione tra Fatah e Hamas ha segnato negativamente la lotta del popolo palestinese, entrambe hanno dimostrato noncuranza degli interessi comuni dei palestinesi e la mancanza del rispetto delle istituzione palestinesi di contro alla loro faziosità nel difendere gli interessi di parte incuranti dei molteplici appelli all’unità da parte delle forze politiche di sinistra e della popolazione palestinese. Ora dopo il chiaro fallimento delle politiche di entrambi ci sono timidi tentativi di avvicinamento, non perché abbiano cambiato politica ma per necessità e convenienza anche per la crescente insofferenza dei palestinesi verso le loro politiche. La terza corrente è la sinistra palestinese, rappresentata dal Fronte popolare per la Liberazione della Palestina, FPLP, che crede nella dialettica della lotta di liberazione e considera la lotta del popolo palestinese parte integrante della lotta delle forze progressiste delle masse arabe e internazionaliste contro lo sfruttamento. Crede nei valori universali della libertà individuale e collettiva, nella emancipazione delle masse popolari e della donna, nella eguaglianza e giustizia sociale. Le forze della sinistra palestinese portano avanti un programma politico condiviso dalla grande maggioranza dei palestinesi, è il programma dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, OLP,che prevede la realizzazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi alle terre e case da dove sono stati cacciati nella NAKBA, il diritto all’auto determinazione e alla creazione di uno stato palestinese laico, democratico e sovrano. Attualmente le proposte politiche e socio-economiche della sinistra trovano consenso nonostante le enormi difficoltà che incontrano le idee progressiste, se la sinistra saprà proporsi nel modo giusto ai palestinesi, considerate le difficoltà politiche di al Fatah e Hamas, credo che avrà un sicuro successo di popolarità.

7 Credi che il “conflitto” in Palestina sia “solo” a causa del sionismo oppure pensi che vada oltre i confini della terra di Palestina?
Il progetto sionista è un progetto coloniale che nasce in Europa e sposa l’interesse comune tra colonialismo Europeo e movimento sionista. Il primo cerca di conservare e difendere i suoi interessi nel mondo arabo, e ha quindi bisogno di modificare e ridisegnare l’asse geopolitico dopo la prima guerra mondiale creando nuove petro-monarchie controllate in previsione della scoperta di enormi quantità di giacimenti di petrolio, materia vitale per l’economia dei paesi capitalisti. La
posizione geografica della Palestina, che garantisce il controllo delle vie di comunicazione marittime, e la necessità di esercitare un controllo sulla regione, favorisce l’alleanza con il movimento sionista, a sfondo razzista fondato dalla borghesia ebraica in Europa sulla scia del nazionalismo europeo, che aspirava a rappresentare le masse ebraiche in tutto il mondo. Tale obiettivo necessitava di una stato “nazionale indipendente”, le due parti si incontrano nell’ interesse comune della realizzazione dello stato sionista a discapito della popolazione arabo – palestinese con l’obiettivo della destabilizzazione permanente della regione nell’ottica del divide et impera. Evidente dimostrazione di ciò sono gli avvenimenti di questi giorni, continuazione di un secolo di politica coloniale nel vicino oriente che ancora sottolineano l’alleanza tra “stato sionista”, colonialismo occidentale e petro-monarchie arabe.


8 Cosa ne pensi del cosiddetto IS e della sua strategia mediatica, credi che in qualche modo possa, come dire, “contagiare” i territori occupati e Gaza in particolare? Esiste un problema di “estremismo islamico” in Palestina e se esiste di che portata credi che sia?

Il cosiddetto ISIS è una formazione di mercenari terroristi che non ha niente che vedere con l’Islam. Incoraggiato, armato e finanziato dagli USA e dai suoi alleati israeliani, arabi ed europei per continuare a destabilizzare e frammentare l’Iraq e la Siria, in un’ottica imperialista colonialista che segue una logica ben precisa, creare piccoli stati omogenei dal punto di vista etnico e religioso alfine di favorire il controllo politico-economico da parte dell’unica futura superpotenza religiosa regionale lo “ Stato ebraico”. Riguardo poi alla seconda parte della domanda, il conflitto Arabo israeliano è un conflitto politico tra israeliani che occupano la Palestina ed altre terre arabe, siriane e libanesi, e palestinesi che rivendicano il diritto a liberare la loro patria-Palestina. In Palestina non ci sono estremisti islamici, ci sono resistenti palestinesi che rivendicano dei diritti politici e civili, ma le politiche aggressive dell’esercito d’occupazione e gli attacchi sempre più frequenti dei coloni sionisti contro i luoghi di culto dell’ Islam, ma anche cristiani, in particolar modo a Gerusalemme, sono un tentativo vecchio e nuovo per trasformare il conflitto da politico a religioso.

9 Come mai la Palestina è rimasta “sola” nel contesto arabo e non c’è stata una reazione netta dopo l’ultima escalation di violenza sionista?
Il progetto coloniale-sionista è alleato anche con le forze reazionarie del mondo arabo, in cambio della protezione dovrebbero garantire gli interessi coloniali nel vicino oriente, in particolare la sicurezza di Israele, reprimendo le masse arabe e ostacolando la loro emancipazione, neutralizzando così il naturale alleato del movimento di liberazione palestinese.

10 Credi che l’ideologia sionista possa espandersi oltre i territori occupati e credi che appartenga in qualche modo alla logica imperialista del nuovo Ordine Mondiale del Capitale?
L’ideologia sionista sin dalla sua nascita si è diffusa in diverse parti del mondo, il sionismo è un movimento mondiale infiltrato in molti settori strategici, militari, finanziari,politici, culturali e nei mass-media, in vari paesi. Sionisti non sono solo gli ebrei israeliani, il sionismo israeliano politicamente ha già invaso diversi paesi arabi ma è soprattutto economicamente che agisce tramite le multinazionali. In questa prospettiva si può dire che Israele è una parte integrante del nuovo ordine mondiale capitalista.


11 L’Fplp e gli altri gruppi della sinistra che hanno attuato l’eroica resistenza durante l’operazione “margine protettivo” pensi che abbiano incrementato il loro consenso e la loro popolarità in seno ai palestinesi?

Certamente dopo una fase storica che ha visto la crisi della sinistra mondiale anche la sinistra palestinese ha sentito la crisi, in particolar modo dopo gli accordi di Oslo che hanno rappresentato un duro colpo all’unità politica palestinese. Ora che è più evidente il fallimento degli accordi di Oslo, e di conseguenza del progetto politico dell’ANP, e le divisioni tra Fatah e Hamas aumentano, molti palestinesi si riconoscono nel progetto di resistenza politico-culturale della sinistra, un progetto di libertà e giustizia sociale, assistiamo alla crescita del ruolo dell’organizzazione maggioritaria della sinistra palestinese il Fronte Popolare per la Liberazione
della Palestina, FPLP.

12 In che condizioni è ora l’ANP, dopo decenni di scandali su corruzione e malaffare e con le posizioni ambigue di Abu Mazen e come ha gestito a Gaza la situazione durante l’ultimo attacco sionista.
L’ANP è stata costituita in seguito agli accordi di Oslo del 1993. Per molti palestinesi gli accordi di Oslo hanno rappresentato un duro colpo alla lotta di liberazione perché siglati in condizione di rapporti di forza sbilanciati a favore dell’occupante e è mancata la valorizzazione degli elementi di forza a favore dei palestinesi.
Dopo gli accordi, con il tempo, si è creata nei territori palestinesi occupati una classe imprenditoriale e politica palestinese che ha intrecciato interessi economici con l’economia dell’occupazione ciò spiega le infinite trattative inconcludenti con l’illusione, che piace molto ai governi occidentali, che il “processo di pace va avanti”, mentre in realtà gli accordi di Oslo non sono altro che una manovra molto abile per la riorganizzazione dell’ occupazione militare, in base ai quali viene concessa l’amministrazione dei cittadini palestinesi all’ANP, mentre l’occupazione mantiene il controllo capillare sul territorio che continua ad essere colonizzato. Ciò condiziona negativamente tutti gli aspetti della vita dei palestinesi, resa ancora più difficile e precaria dal fatto che in base agli accordi, per la prima volta nella storia, si stabilisce che l’occupato garantisca la sicurezza dell’occupante in base al protocollo “collaborazione di sicurezza”.
Oggi l’ANP e suoi apparati godono di pochissimo consenso, è imprigionata dagli accordi di Oslo, che le lascia poco spazio di manovra, questo spiega l’ambiguità delle sue scelte politiche come dimostra l’atteggiamento di Abu Mazen.

13 I prigionieri palestinesi, gli arabi cittadini d’Israele e i palestinesi dei campi in Libano in qualche modo hanno potuto dar sostegno alla resistenza?
Il movimento dei prigionieri politici palestinesi è sempre in prima linea nella lotta contro l’occupazione militare sionista della Palestina. I prigionieri sono quadri politici militanti nelle diverse forze politiche palestinesi e cittadini comuni che continuano la loro lotta nella detenzione in diverse forme, dalla disubbidienza allo sciopero della fame in sostegno della lotta del loro popolo e per migliorare la loro condizione di detenuti. Anche i palestinesi chiamati “cittadini israeliani” sono una parte integrante del popolo palestinese e della sua lotta, hanno resistito alla pulizia etnica della Palestina nel 1948, conservano la tradizione e la cultura arabo-palestinese, che
difendono partecipando alla resistenza con diverse forme di lotta che spesso sono state represse nel sangue, come capitato nel 1976 durante la giornata della terra e nella prima e seconda intifada. Ultimamente, durante l’ultima aggressione a Gaza, non hanno fatto mancare il loro sostegno alla popolazione martoriata.
I palestinesi dei campi profughi in generale, non solo quelli del Libano, hanno dato e continuano a dare il maggiore contributo alla lotta di liberazione, basti pensare che la resistenza armata è nata negli anni sessanta nei campi profughi di Libano, Giordania e Gaza. Il campo profughi, nell’ immaginario collettivo palestinese è la rappresentazione materiale della Nakba, la tragedia della Palestina, ma anche il luogo della dignità e della rinascita, come “l’araba fenice”. La questione dei profughi è la “questione” della Palestina poiché senza la realizzazione del diritto al ritorno verranno a mancare le condizioni per una pace duratura.


14 Chi pensi pagherà la ricostruzione di Gaza e chi credi ne troverà beneficio?

Chi trae beneficio dalle “macerie” è senza dubbio Israele, perché tutto il denaro della ricostruzione transiterà nelle banche israeliane e sarà Israele a gestire il movimento del materiale che servirà per rimettere in piedi le macerie! Purtroppo, l’esperienza del passato recente ci insegna che i palestinesi dovrebbero ricostruire con i loro sacrifici, con mezzi propri ed il sostegno che viene dagli aiuti della solidarietà popolare internazionale, questo perché dopo i tanti annunci, propaganda e promesse di somme di danaro da parte di diversi paesi arabi ed europei, destinate alla ricostruzione di Gaza dopo il massacro e la distruzione causati all’aggressione chiamata “Piombo Fuso”, nell’inverno 2008-2009, in buona parte non sono state mantenute. Proprio nei giorni scorsi, al Cairo si è tenuta una conferenza internazionale per i donatori per la ricostruzione di Gaza, indetta dall’Egitto e dalla Norvegia, che ha visto la partecipazione di 50 paesi, (Israele con arroganza ha fatto richiesta all’Egitto di partecipare, ma non è stata accolta), nell’occasione, a parole, è stata annunciata la disponibilità di più di 4 miliardi di dollari, peccato che molti paesi donatori, o meglio intenzionati a donare, abbiano preteso dei vincoli politici che condizionerebbero le scelte politiche dei palestinesi nell’immediato futuro.
La gente di Gaza attende con molta rabbia e poca fiducia, per loro la vera ricostruzione è la fine dell’occupazione una volta per sempre.


15 Credi nell’”ipotesi” due popoli due stati?

Personalmente non credo in questa formula. Questa ipotesi forse poteva essere praticata 30 o 40 anni fa e bastava che la comunità internazionale, l’ONU, avesse fatto rispettare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza che obbligano Israele a ritirarsi dai territori occupati nella guerra del giugno del 1967. Oggi è una proposta che viene fatta per pura demagogia, per diversi motivi, il primo è insito nella natura stessa del sionismo, una ideologia coloniale espansionistica che non riconosce i diritti politici e nazionali dei palestinesi. Secondo punto, Israele, nonostante più di venti anni di trattative nel cosiddetto “processo di pace” continua a ribadire con forza i suoi famosi 5 no: no al ritiro da Gerusalemme, no al ritiro dalla valle del Giordano, no allo smantellamento delle colonie, non al ritorno dei profughi e no ad un Stato palestinese sovrano. Terzo, non esiste nessuna seria volontà né delle Nazioni Unite, né della cosiddetta comunità internazionale ad esercitare il minimo sforzo per obbligare Israele primo a non colonizzare, poi a ritirarsi dai territori occupati, dove dovrebbe nascere lo Stato palestinese e infine a rispettare le risoluzioni ma, al contrario, viene sostenuta nella sua politica coloniale ecco, in queste condizioni vedo irrealizzabile tale ipotesi. Invece credo fermamente nella soluzione dello stato unico, proposto dall’OLP nel 1964, un stato democratico dove possono vivere tutti suoi cittadini a prescindere dal colore o dalla religione, dove possono vivere musulmani, cristiani, ebrei, atei, buddisti e quanto altro, in libertà e eguaglianza, tutto questo sarà possibile dopo la sconfitta dell’ideologia razzista del sionismo e la
liberazione, non solo degli arabi palestinesi, ma soprattutto la liberazione degli ebrei dal sionismo.


16 Come la vedi la Palestina di “domani”?

Come sopra, vedo la liberazione della Palestina dal sionismo come un passo necessario e imprescindibile per la convivenza e cooperazione tra tutti i popoli della regione, in pace, libertà e, soprattutto, eguaglianza e giustizia sociale.

thanks to: FORUMPALESTINA

LE COMUNITA’ PALESTINESI IN ITALIA LANCIANO UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA PER IL 27 SETTEMBRE

Un appello è stato lanciato dalle comunità palestinesi in Italia chiedendo a tutte le forze solidali con il popolo palestinese e indignate per l’ennesimo mattatoio scatenato da Israele contro Gaza di mobilitarsi e indica una data, sabato 27 settembre, per una manifestazione nazionale a Roma.

Qui di seguito il testo dell’appello:

Terra, pace e diritti per il popolo palestinese. Fermiamo l’occupazione

Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese il 27 settembre a Roma

L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.

Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:

– per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;

– per mettere fine all’occupazione militare israeliana;

– per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;

– per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;

– per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;

– per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

– per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);

– l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.

Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.

Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.

Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail comunitapalestineseitalia@gmail.com

Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Riceviamo e pubblichiamo

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese

Si prega di inviare:

  • Al Presidente del Consiglio dei Ministri;
  • Al Capo dello Stato,
  • Ai Presidenti delle Camere;
  • Ai Capigruppo parlamentari;
  • Alle Organizzazioni della società civile, ivi comprese quelle pei Diritti umani.

Diffondere con tutti i mezzi

Appello urgente: fermate l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese!

Il governo di occupazione israeliana scaglia le sue forze militari in una nuova offensiva contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza, intensificando contemporaneamente pratiche quali omicidi, torture e abusi in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Il governo israeliano si è affrettato a mettere in pratica la propria decisione, presa la sera del 7 luglio, con una nuova aggressione alla Striscia di Gaza, bombardando città e quartieri residenziali, distruggendo costruzioni e infrastrutture civili, terrorizzando i quasi due milioni di palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, la maggioranza dei quali è costituita da bambini e ragazzini di età inferiore ai 18 anni.

Tutto questo aggrava la situazione della Striscia di Gaza, priva di rifugi sicuri, di riserve alimentari e di medicinali, sottoposta ad un assedio soffocante e a un isolamento forzato dal mondo, all’interruzione dei rifornimenti dei beni di prima necessità, compreso il carburante indispensabile per il funzionamento dell’unica centrale elettrica. Tutti aspetti che rendono catastrofiche le conseguenze di un attacco militare alla Striscia di Gaza.

Tutto questo accade mentre si moltiplicano gli omicidi, gli arresti, le torture, le pratiche atroci, commessi dalle forze di occupazione e dalle bande di coloni fanatici, che arrivano al punto di tentare il rapimento di numerosi bambini e ragazzini allo scopo di torturarli e ucciderli, mentre le auto guidate dai coloni continuano a investire deliberatamente i palestinesi.

E’ stato il crimine orrendo del rapimento di un ragazzo di Gerusalemme, Muhammad Abu Khudair, bruciato vivo il 2 luglio scorso da una banda di estremisti, a far perdere qualsiasi senso del limite.

E così, i crimini dell’occupazione, le violazioni, le politiche di repressione e di oppressione, l’apartheid, sono arrivati a un livello tale da innescare una reazione palestinese collettiva, che si è estesa alle regioni della Galilea e del Negev.

Il silenzio della comunità internazionale e l’inazione di fronte alle aggressioni, agli omicidi, alle violenze, alle gravi violazioni commessi dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese, incita il governo israeliano stesso a persistere nell’offensiva militare, con l’obiettivo di rafforzare l’occupazione e di garantirsi la dominazione sul popolo palestinese, nel tentativo di annientare qualsiasi opportunità futura per questo popolo di ottenere la libertà, l’indipendenza, la sovranità sul proprio territorio e sulle proprie risorse.

La responsabilità morale e gli obblighi umanitari impongono ai Governi, ai Parlamenti, agli organismi ufficiali e alle organizzazioni della società civile, di far sentire alta la propria voce contro l’aggressione militare israeliana guidata da un governo estremista contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi una dura presa di posizione che contribuisca a fermare l’attacco militare e le gravi violazioni  contro il popolo palestinese.

Ci aspettiamo da voi che blocchiate tutti i privilegi, le strutture e gli accordi di cooperazione di cui gode l’occupazione israeliana, così come ci aspettiamo l’imposizione di serie misure punitive.

Infine, occorre che si ammetta l’impossibilità di risolvere la questione palestinese se non ponendo una fine incondizionata all’occupazione, consentendo al popolo palestinese di accedere alla libertà, all’indipendenza e ai diritti umani inalienabili, secondo i principi della giustizia e del diritto.

Traduzione di Federica Pistono

 

thanks to: Infopal