Mentre il ministro degli esteri italiano va a fare la guerra in Polonia; Cuba, Cina, Russia, Turchia e addirittura Palestina inviano 933 tonnellate di materiale medico in Venezuela

14 febbraio 2019 Almeno 64 contenitori di medicinali provenienti dalle alleanze del Venezuela con altri governi hanno raggiunto i porti del paese sudamericano.

Un totale di 64 container con 933 tonnellate di materiale medico è arrivato questo mercoledì al porto di La Guaira in Venezuela.

Il ministro della salute venezuelano Carlos Alvarado ha spiegato che questi farmaci e materiale medico provengono dalle alleanze del venezuelano con , , , Palestina, Turchia, tra gli altri…

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La conferenza di Varsavia contro l’Iran finisce in un flop

Moon of Alabama 13 febbraio 2019 Gli Stati Uniti avevano chiesto un incontro anti-Iran ad alto livello in Polonia. Lo scopo era allineare alleati e barboncini all’agenda degli USA sull’Iran, per spingerli almeno a emettere sanzioni più severe. Ma gli europei l’hanno respinto.

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La Russia sospende il Trattato INF in “risposta speculare” all’interruzione statunitense dell’accordo

2 febbraio 2019 15:09 Un lancio di un missile da un sistema russo Iskander. Gli Stati Uniti dicono che 9M729, uno dei missili lanciati da Iskander, viola INF. © Sputnik / StringerIl presidente Vladimir Putin ha detto che Mosca sta fermando la sua partecipazione all’accordo nucleare dell’era della Guerra Fredda dopo la decisione di Washington…

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Le “esercitazioni difensive” della NATO

Le “esercitazioni difensive” della NATO

di Fabrizio Poggi

Che la NATO sia “un’alleanza difensiva”, non affatto “diretta contro la Russia”, lo dimostrano le zone delle esercitazioni militari dell’Alleanza e i tipi specifici di manovre. Sbarchi anfibi, attraversamenti di corsi d’acqua in prossimità di confini “nemici”, evacuazione di città, ecc. Ci si esercita, insomma, “alla pace” a oriente, mentre si lanciano bombe qua e là per il mondo.

E così: caccia F-15C “Eagle” e velivoli da trasporto C-130J “Super Hercules” dell’aviazione USA sono in Ucraina, per prendere parte alle manovre “Clear Sky 2018” iniziate ieri e che andranno avanti fino al 19 ottobre nelle aree centro-occidentali (regioni di Vinnitsa e Khmelnitsa) del paese, con la partecipazione di circa 700 uomini di Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Estonia, Polonia, Stati Uniti e Romania. A parere del politologo Aleksandr Asafov, da un lato l’Ucraina costituisce “un adeguato campo di addestramento per la NATO”, in cui, tra l’altro non è nemmeno necessario prestare particolare attenzione a possibili incidenti (come quello verificatosi in Estonia lo scorso agosto), dato che già di suo “il paese è oggi territorio di illegalità; dall’altro lato, per l’Ucraina stessa, le manovre sono utili per la pratica vicinanza con truppe NATO”, diverse da quelle che vi stazionano stabilmente (ma non ufficialmente) per addestrare reparti ucraini regolari e battaglioni neonazisti. Secondo Asafov, si tratta non solo di una dimostrazione nei confronti della Russia, ma anche dell’addestramento pratico al combattimento coordinato.

A nome del Comitato per la difesa del Senato russo, Frants Klintsevic ha dichiarato che le “Clear Sky” costituiscono un aperto appoggio a Kiev nell’aggressione alle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk; nel corso delle esercitazioni, potrebbe venir messo a punto un possibile scenario di utilizzo dell’aviazione contro il Donbass, d’altra parte già ipotizzato dal generale Sergej Naev: in tal modo, tutti paesi che prendono parte alle manovre, ha detto Klintsevic, diventerebbero automaticamente parte del conflitto nel Donbass.

A proposito di spazi aerei, nei giorni scorsi un drone dell’aviazione USA RQ-4 Global Hawk, partito da Sigonella, ha sorvolato per circa 11 ore il territorio adiacente alle frontiere centro-settentrionali russe. Sorvolando Ucraina e Polonia, il drone, dallo spazio aereo lituano ha condotto alcune ore di ricognizione della regione di Kaliningrad. Passando poi ai cieli di Estonia e Lettonia, ha condotto oltre tre ore di esplorazione alle frontiere occidentali delle regioni di Leningrado e di Pskov. Il Global Hawk è simile al Lockheed U-2, il famoso aereo spia yankee in servizio sopra i cieli dell’URSS dagli anni ’50, che non ha affatto cessato il proprio “lavoro”, tanto che nei giorni scorsi topwar.ru scriveva dei nuovi sistemi d’addestramento dei piloti, ancor più selettivi che in passato, per adeguarli alle moderne apparecchiature elettroniche dei U-2S.

Tornano alle manovre, quest’anno, da ottobre a dicembre, si svolgono anche le biennali “Anaconda-18”, principalmente in territorio polacco, oltre ad aree di Lituania (tra l’altro, nei giorni scorsi è morto qui un militare tedesco, durante una esercitazione condotta dai famigerati “battaglioni multinazionali”, cui l’Italia partecipa per la Lettonia), Estonia e Lettonia e mar Baltico (in quest’ultimo, nel mese di agosto, la NATO aveva svolto esercitazioni navali con la partecipazione di una squadra giapponese). Per le “Anaconda”, Varsavia ha annunciato la presenza sul proprio territorio di 12.

500 militari, numero che, in base al Protocollo di Vienna, consente alla Polonia di non invitare osservatori stranieri. Suddivise in tre tappe, le manovre prevedono in ottobre il concentramento dei soldati; poi, dal 7 al 16 novembre, le manovre militari e dal 26 novembre al 6 dicembre esercitazioni a livello di comando. Alcuni momenti riguarderanno esercitazioni in ambiente urbano, in centri quali Bia?ystok e Che?m, a nord e a sud della bielorussa Brest, compreso poi l’attraversamento della Vistola da parte dei mezzi corazzati. Un po’ lo stesso “gioco” delle manovre “Saber Strike-2018”, condotte lo scorso giugno in Lituania con la partecipazione di 18.000 soldati di 19 paesi membri e partner della NATO, allorché a esser forzate furono le acque del Nemunas, che scorre in Bielorussia, Lituania e Russia». A metà novembre, poi, nella zona di Wielbark, nel nord della Polonia, le forze aeree si alleneranno ad atterraggi fuori delle piste aeroportuali, ipotizzando che missili russi “Iskander” e “Polonez” mettano fuori uso gli aeroporti polacchi. Nell’area di Bia?ystok, l’esercitazione coinvolgerà indirettamente anche gruppi di civili, allorché guardie di frontiera e difesa territoriale si eserciteranno a evacuare la popolazione dalle aree viciniore alla Bielorussia: fece lo stesso a suo tempo, nota sarcasticamente rusvesna, la Wehrmacht nel 1941 nell’avvicinamento alle frontiere dell’URSS.

Prima di “Anaconda”, dal 9 al 21 settembre si erano svolte il Lettonia le “Steadfast Pyramid 2018” e “Steadfast Pinnacle 2018”, con la partecipazione di una sessantina di alti ufficiali di N??? e Finlandia. Obiettivo formale dell’esercitazione: migliorare l’attitudine dei comandi alla pianificazione e gestione delle operazioni integrate. A sud, dal 2 al 9 settembre, esercitazioni simili – “Agile Spirit-2018 – si erano invece svolte alla base di Senaki, in Georgia, con la partecipazione di 237 ufficiali comandanti di USA, Georgia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia, Grecia, Ucraina, Repubblica Ceca e Turchia.

Prima ancora, a giugno, durante le “Baltops”, vascelli NATO avevano scaricato fanteria di marina yankee, rumena e polacca, insieme a cingolati anfibi, carri armati e veicoli ausiliari, che si addestravano a sbarcare sulle coste polacche del mar Baltico.

E il Baltico sarà ancora teatro di manovre dal 25 ottobre al 7 novembre, per le “Trident Juncture” che, quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 29 paesi membri NATO, oltre ai due partner Svezia e Finlandia. A quanto pare, quelle di quest’anno, saranno le “Trident Juncture” più estese degli ultimi anni: quelle svoltesi nel 2015, avevano impegnato 36.000 militari; ma anche le più estese (sinora) in assoluto, quelle del 2002, denominate “Strong Resolve”, in Norvegia e Polonia, avevano coinvolto 40.000 soldati. In vista delle “Trident-2018”, i 5.000 uomini della cosiddetta Spearhead Force, altrimenti nota come Task Force Joint ad altissima prontezza, o VJTF, si stanno esercitando in Norvegia.

Come per tutte le altre esercitazioni, anche l’obiettivo delle “Trident Juncture”, come si era preoccupato di sottolineare l’ammiraglio James G. Foggo III, comandante del Joint Force Command di Napoli, presentando l’evento lo scorso giugno, è quello “innanzitutto di dimostrare che la NATO è un’alleanza difensiva”. Pare che ci riesca…

thanks to: l’Antidiplomatico

L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe

Italian military analyst Manlio Dinucci explains what he believes is the biggest danger emanating from the US deployment of its missile defense network in Romania and Poland.

NATO officials’ explanations aside, everyone, including the Russian president, seems to understand perfectly well that the US’s shiny new Aegis Ashore missile defense system in Deveselu, Romania, and the one being built in Redzikowo, Poland are directed against Russia.

And the reason, writes Il Manifesto military analyst Manlio Dinucci, is not because the system threatens to intercept Russian ICBMs and put the nuclear balance of power in jeopardy. “The reality,” he writes, “is much worse.”

In the course of his meeting with leaders from Sweden, Denmark, Finland, Iceland and Norway in Washington last week, President Obama reiterated his ‘concerns’ “about Russia’s growing aggressive military presence and posture in the Baltic-Nordic region,” and reaffirmed Washington’s commitment to collective defense in Europe.

“This commitment,” Dinucci recalls, “was demonstrated a day earlier at Romania’s Deveselu air base in the form of the inauguration of the US Aegis Ashore land-based missile defense system.”

US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

© AFP 2016/ DANIEL MIHAILESCU US Army personnel cleans the red carpet ahead an inauguration ceremony of the US anti-missile station Aegis Ashore Romania (in the background) at the military base in Deveselu, Romania on May 12, 2016

“NATO Secretary General Jens Stoltenberg, who was present at the ceremony along with US Deputy Secretary of Defense Robert Work and Romanian Prime Minister Dacian Ciaolos, thanked the United States, because with this facility, ‘the first-of-its-kind land-based missile defense installation’, would significantly increase ‘the capability to defend European allies against the proliferation of ballistic missiles from outside the Euro-Atlantic area.'”

The secretary general “also announced the start of work in Poland on another Aegis Ashore system similar to the one that came online in Romania. The two land-based facilities are an addition to four US Navy Aegis Ballistic Missile Defense ships based at the Spanish base of Rota and deployed across the Mediterranean, the Black and Baltic seas, the powerful Aegis radar installation in Turkey and a command center in Germany.”

Speaking at the ceremony, Stoltenberg sought to emphasize that “the site in Romania as well as the one in Poland are not directed against Russia. The interceptors are too few and located too far south or too close to Russia to be able to intercept Russian ICBMs.”

“And what is the technology Stoltenberg is referring to?” Dinucci asked. “Both the ship- and land-based Aegis systems feature the Lockheed Martin Mark 41 vertical launching system, using tubes (located in the belly of the ship or in an underground bunker), launching the SM-3 interceptor missile.”

Hence, the analyst notes, “this system, called a ‘shield’, actually has an offensive function. If the US managed to achieve a reliable ABM system, they could keep Russia under the threat of a nuclear first strike, relying on the ability of their ‘shield’ to neutralize any possibility of retaliation. In reality, this is not possible at this stage, because Russia and even China are now taking a series of measures to make it impossible to intercept all their nuclear warheads in a missile attack. What then, is the US really trying to achieve with its Europe-based Aegis system?”

In fact, Dinucci notes, “this is something Lockheed Martin itself openly explains. Illustrating the technical characteristics of the Mark 41 vertical launching system…the company stresses the ability to launch ‘missiles for every mission: anti-air, anti-ship, anti-submarine, and to attack ground targets.’ Launch tubes can be adapted for any missiles, including the type ‘used for defense against ballistic missile attack, and long-range [cruise].’ It even specifies the types: ‘the SM-3 [interceptor] and the Tomahawk cruise missile’.”

“In light of this technical explanation,” the analyst writes, “the justification provided by Stoltenberg – that the instillation at Deveselu is deployed ‘too close to Russia to intercept Russian ICBMs’ is anything but reassuring. Because no one can really know about what kind of missiles are actually deployed in the vertical launchers at the Deveselu base, or on the ships which sail near Russian territorial waters.”

Moscow, Dinucci adds, cannot even be certain that the missiles aren’t nuclear-armed.

Therefore, the military analyst argues, “the inauguration of the missile defense base at Deveselu may signal the end of the Treaty on Intermediate Nuclear Forces, signed by the US and the Soviet Union and 1987, which facilitated the elimination of land-based missiles with a range of between 500-5,500 km, including the Soviet RSD-10s and the US Pershing 2s and Tomahawks based in Germany and Italy.”

A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

© Sputnik/ Vladimir Rodionov A bundle of three Soviet RSD-10 missiles prepared for demolition at the Kapustin Yar launch site. The missiles were destroyed in accordance with the INF Treaty.

“In this way,” he warns, “Europe is reverting to the climate of the Cold War, to the advantage of the US, which can use such a climate to increase their influence on their European allies. It’s no coincidence that at the meeting in Washington, Obama highlighted the ‘European consensus’ on maintaining sanctions against Russia, and praised Denmark, Finland, and Sweden and their ‘strong support’ for the Transatlantic Trade and Investment Partnership, which the US wants to sign by the end of the year.”

It turns out “that the Lockheed Martin launchers also contain a TTIP missile,” Dinucci concludes.

Sorgente: Here’s the Most Dangerous Thing About US Missile Defense in Eastern Europe