Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana

Ali Abunimah

9 marzo 2018, Electronic Intifada

Un’importante esponente del Parlamento Europeo sta chiedendo un’inchiesta ufficiale sul ruolo di una funzionaria di alto livello dell’Unione Europea in una campagna di diffamazione della lobby israeliana che l’ha presa di mira.

Ana Gomes, una parlamentare portoghese di centro-sinistra, è stata denunciata da gruppi della lobby filoisraeliana come antisemita dopo che li ha pubblicamente criticati per aver tentato di bloccare il suo invito al militante per i diritti umani dei palestinesi Omar Barghouti per una conferenza al Parlamento Europeo la scorsa settimana a Bruxelles.

Le accuse dei gruppi della lobby filoisraeliana sono state poi amplificate da Katharina von Schnurbein, la più importante funzionaria dell’UE incaricata di combattere l’antisemitismo, e dall’ambasciata UE a Tel Aviv, nota ufficialmente come la “Delegazione dell’Unione Europea in Israele”.

Gomes ha fatto la sua richiesta mercoledì con una lettera a Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea – il governo dell’UE – e alla responsabile della diplomazia dell’UE Federica Mogherini. “Chiedo un’inchiesta sulla campagna diffamatoria diretta contro di me, in quanto MEP (membro del Parlamento Europeo) eletta, da parte di qualcuno della Delegazione UE in Israele e dalla signora von Schnurbein,” afferma la lettera.

Gomes vuole l’indagine per definire se questi funzionari abbiano violato i loro doveri in base al regolamento del personale e alle norme dell’UE sui social media.

In linea con la prassi comune nei sistemi democratici, ai funzionari dell’UE viene richiesto di rimanere politicamente neutrali, il che rende l’attacco pubblico a Gomes – una politica eletta – da parte di von Schnurbein e dell’ambasciata UE a Tel Aviv una grave violazione del loro dovere.

Gomes ha anche sporto la propria denuncia al difensore civico europeo, un ente indipendente incaricato di indagare su accuse di comportamento scorretto presso le istituzioni europee.

Una “lobby perversa”

Il 28 febbraio Gomes ha ospitato un seminario sul movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) [contro Israele] con Omar Barghouti.

Barghouti è uno dei fondatori della campagna di base non violenta per i diritti umani e vincitore nel 2017 del “Gandhi Peace Award” [Premio Gandhi per la Pace].

All’inizio del seminario Gomes ha sottolineato che discussioni sui diritti umani dei palestinesi erano molto più frequenti, “ma sono diventate sempre più rare in questo parlamento in seguito ad una lobby molto perversa che tenta di intimidire le persone.”

Gomes ha aggiunto di essere stata sottoposta a simili pressioni nei giorni precedenti il seminario da parte di gruppi che “dicono molte falsità” e “fraintendono le parole di molti studiosi.”

In risposta l’“AJC Transatlantic Institute” [Istituto Transatlantico AJC] ha denunciato le notazioni di Gomes come “antisemite”, sostenendo che lei stava “demonizzando le organizzazioni della società civile ebraica” e ha chiesto “un’azione disciplinare” contro di lei da parte del suo gruppo parlamentare.

L’ “AJC Transatlantic Institute” è l’ufficio di Bruxelles dell’”American Jewish Committee” [Commissione Ebraica Americana], un’organizzazione lobbystica che afferma di “appoggiare Israele ai più alti livelli” dai “corridoi dell’ONU a New York a quelli dell’Unione Europea.”

Una delle sue principali attività è insabbiare i crimini di guerra israeliani.

Katharina von Schnurbein, dell’UE, ha ritwittato l’attacco dell’“AJC Transatlantic Institute”, sostenendo che le obiezioni di Gomes per essere stata censurata da gruppi politici che lavorano per Israele rappresentano “abominevoli espressioni antisemite.”

A loro volta, i tweet di von Schnurbein che attaccavano Gomes sono stati ritwittati da @EUinIsrael, l’account ufficiale dell’ambasciata UE a Tel Aviv.

In almeno uno dei propri tweet, l’ambasciata ha fornito il proprio appoggio implicito alle critiche a Gomes.

Allineata con Israele

In realtà uno dei suoi [di von Schnurbein] principali obiettivi è stato aiutare la lobby filoisraeliana a combattere l’attivismo solidale con i palestinesi diffamando come antisemite le critiche contro l’occupazione, la colonizzazione di insediamento e l’apartheid di Israele.

Ha sostenuto senza prove che le attività del BDS hanno portato ad un incremento di episodi antisemiti nei campus universitari.

In risposta ad una richiesta di informazioni da parte di “Electronic Intifada”, la Commissione Europea ha fornito il proprio pieno appoggio a von Schnurbein in seguito al suo attacco contro Gomes.

“La Commissione Europea rimane ferma contro l’antisemitismo – così come più in generale contro il razzismo e la xenofobia – e il lavoro della coordinatrice nella lotta contro l’antisemitismo è una parte importante dei nostri sforzi a questo proposito,” ha detto un portavoce.

Questa settimana von Schnurbein era a Londra per partecipare alla cena di un gruppo lobbystico israeliano, il “Community Security Trust”, insieme all’ambasciatore israeliano Mark Regev.

L’ambasciata UE a Tel Aviv si è anche schierata con opinioni di estrema destra: lo scorso anno ha ingaggiato un sostenitore israeliano del genocidio dei palestinesi perché comparisse in un video in cui reclamizzava i benefici della cooperazione tra UE ed Israele.

Tentativi di bloccare la conferenza

Nella lettera in cui chiede l’inchiesta, Gomes afferma che l’annuncio del seminario con Barghouti “ha provocato tentativi da parte di alcune organizzazioni di bloccarlo, di etichettare esso, il signor Barghouti e me con l’insulto di “antisemiti”.

Oltre all’”AJC Transatlantic Institute”, Gomes afferma che le “organizzazioni che hanno condotto questa campagna diffamatoria” includono gruppi della lobby filoisraeliana come l’“European Coalition for Israel”, l’“European Jewish Congress” e l’“European Leadership Network”.

Come riportato da Electronic Intifada, l’“European Leadership Network” ha una politica di collaborazione con politici dell’estrema destra europea, compresi neonazisti e negazionisti dell’Olocausto, nella misura in cui sono filoisraeliani.

Anche l’“Israel Project”, un’importante organizzazione antipalestinese, si è dato da fare contro la conferenza di Barghouti, definendo “vergognoso” che il Parlamento Europeo “legittimi il suo antisemitismo.”

Coraggio morale

“Insistendo perché io parlassi al Parlamento Europeo, resistendo alle intimidazioni ed ai tentativi menzogneri della lobby dell’UE filoisraeliana, Ana Gomes ha dimostrato il proprio coraggio morale e il suo fermo impegno per i diritti umani,” ha detto Barghouti a “Electronic Intifada”.

Ha aggiunto: “Lei ha anche rappresentato la crescente ripulsa della società civile europea e di base nei confronti delle gravissime violazioni dei diritti umani da parte di Israele contro il popolo palestinese e, in modo decisivo, della complicità dell’UE nel consentire e rafforzare il sistema pluridecennale di oppressione coloniale e apartheid di Israele.”

Nella sua conferenza al seminario – il cui testo Gomes ha postato sul suo sito – Barghouti ha detto che “solo consistenti pressioni da parte della società civile europea possono porre fine a questa complicità dell’UE.”

Anche Israele lo sa, ed è la ragione per cui i lobbysti di Bruxelles ed i loro alleati all’interno della burocrazia dell’UE appaiono così determinati a calunniare chiunque resista loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana – Zeitun

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

L’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo, ha scritto al ministro dell’Istruzione Giannini per esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni

Sul tavolo del ministro all’Istruzione Stefania Giannini è arrivata una lettera di Beth Baron, presidente della Middle East Studies Association of North America (Mesa) l’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo. La Commissione sulla libertà accademica attivata dagli statunitensi esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds) contro Israele. Gli statunitensi scrivono che se sono “consapevoli che il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane è un argomento estremamente teso, mettere a tacere una discussione libera e aperta su di esso nei campus universitari costituisce una grave violazione della libertà accademica”. Infatti, “in ciascuno di questi casi, il rettore dell’università ha negato o revocato l’accesso alle strutture universitarie” – oppure ostacolato, come nel caso de La Sapienza, a Roma.

Violate norme elementari del dibatto democratico
Nel sottolineare la preoccupazione che così facendo si possa “creare un ambiente ostile”, nella lettera si ribadisce che “La libertà accademica di impegnarsi e promuovere la discussione e il dibattito sull’occupazione israeliana della terra palestinese è un diritto fondamentale, e la sua violazione, attraverso qualsiasi forma di soppressione della discussione aperta sulla questione boicottaggio viola le norme più elementari di espressione democratica”. La lettera dei 3000 studiosi di Mesa si conclude con un’”esortazione”, rivolta anche alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), a “sostenere una discussione e un dibattito aperti sul BDS presso le università italiane”. Un diritto per le università e per gli studenti – chiudono.

La lettera statunitense è la più pesante, ma non è la sola: si sono espressi già pubblicamente gli studiosi della British academics for the Universities of Palestine (Bricup) e gli Accademici irlandesi per la Palestina. Tutti insistono sullo stesso punto: non si tratta di sostenere o meno il BDS, ma di dare spazio al dibattito. E dettagliano la situazione italiana durante la settimana dell’Israeli Apartheid Week.

“BDS? la galera”
Non è passato inosservato il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, dichiarandosi favorevole (Pagine Ebraiche, 23 febbraio 2016) alla perseguibilità penale dei sostenitori BDS, a cui non ha “intenzione di lasciare spazio (…)”. Perché è “fondamentale affermare che l’odio è incompatibile con lo spirito e i valori accademici (…)”.

I primi segnali, scrivono britannici e irlandesi, sono del 2015, quando l’Università di Roma Tre all’ultimo minuto revocò l’aula allo storico israeliano Ilan Pappe, ma “la drammatica soppressione e demonizzare del dibattito sull’attivismo in solidarietà con la Palestina” ha raggiunto il suo culmine nella condanna ai promotori della Campagna Stop Technion – scrive Bricup.

A Cagliari, il rettore ha minacciato le vie legali, ma gli studenti hanno proseguito nell’azione, rilanciando il loro appoggio alla Campagna Stop Technion. E così a Torino, stessa dinamica. A Catania, invece, dove il mese scorso si sono ritrovati gli studiosi della Società Italiana di Studi sul Medio Oriente (SESaMO), per il loro meeting annuale, il rettore Giacomo Pignataro ha censurato il panel sul BDS, anche se era stato già approvato dal board scientifico. E 93 studiosi (praticamente metà associazione) si sono ribellati. Risultato: molti panel sono saltati, mentre altri sono stati trasformati in occasioni di dibattito sul BDS stesso, sulla libertà accademica o su quella d’espressione. E alla fine è proprio in Sicilia che è nato il primo Comitato per la libertà accademica italiano.

Molte le voci sulle pressioni dell’ambasciatore d’Israele. A Roma sono state rivendicate da Pagine Ebraiche: “Ogni eventuale decisione in merito (allo svolgimento dell’Israeli Apartheid Week, ndr), compresa la possibilità che l’incontro sia annullato, spetterà adesso al rettore Eugenio Gaudio (cui si è rivolto anche l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e che proprio in questi minuti si starebbe confrontando sul da farsi con i suoi più stretti collaboratori)”. A Cagliari, è stata fatta domanda di accesso agli atti, perché è forte il sospetto che l’ambasciata non abbia solo “telefonato”, voce dei primi momenti, ma abbia scritto – del resto, nel caso Trieste è l’ambasciatore stesso a far pensare a una prassi consolidata.

Il BDS sta vincendo
La crescente preoccupazione israeliana ha preso corpo nella prima conferenza (organizzata a Gerusalemme da Ynet, sito che fa capo a Yedioth Ahronoth) dedicata al contrasto del BDS. Stando ai report delle testate israeliane +972 e Mondoweiss si è svolta all’insegna di un messaggio paradosso: “Il BDS non è una minaccia, ma va preso molto sul serio”. Gli unici a parlar chiaro sono stati gli industriali: i danni ci sono. Ma a dare corpo alla preoccupazione è stata la presenza di tutti i ministri più importanti – Esteri e istruzione per esempio – di personalità della cultura, dei maggiori imprenditori israeliani, dei giornalisti e dell’intelligence – speaker che si sono susseguiti per tutto il giorno di fronte a un migliaio di persone.

E che ha visto nelle parole del ministro per i Trasporti e l’Intelligence, Yisrael Katz, il momento più grave. Lo segnala, tra gli altri, Euro-Mediterrean Monitor, che ha tra i suoi garanti il giurista Richard Falk, ex Rapporteur Onu per i territori occupati. Quando Katz ha parlato di “sforzo mirato di prevenzione civica” contro gli attivisti BDS, “isolandoli e passando informazioni su di loro alle agenzie di intelligence di tutto il mondo” per Ramy Abdu, capo di Euro-Monitor, è un invito a eliminare gli attivisti – “pericoloso e senza precedenti”. Tra i più nominati durante tutta la giornata anti-BDS, Omar Barghouti, il portavoce più in vista del movimento palestinese.

Per Ron Lauder, capo del Congresso mondiale Ebraico, il BDS “avvelena le menti dei giovani ebrei americani”. E ha giurato di rendere illegali i boicottaggi economici”, indicando nella Francia lo stato apripista, dal momento che è l’unico paese europeo dove il boicottaggio sia reato. Le pressioni israeliane, anche su questo aspetto, sono fortissime anche negli Stati Uniti – come ormai ampiamente documentato -, ma data la “sacralità” del Primo emendamento si concretizzano, da un lato, in liste di proscrizione, azioni legali, di discredito e di intimidazione contro gli attivisti, dall’altro, nel proporre disegni di legge e risoluzioni che svantaggino le aziende che decidano di interrompere il commercio con gli insediamenti illegali (come richiede, ad esempio, l’Europa).

thanks to: Ilfattoquotidiano

Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni? Un’intervista a Omar Barghouti

A gennaio in Italia è stato lanciato Stop Technion, un appello nazionale per il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. L’appello, che si unisce ad altre iniziative internazionali che hanno visto studiose e studiosi di molti paesi prendere posizione a favore del boicottaggio, ha superato le 330 firme.

In seguito a varie forme di pressione politica da parte di alcuni rettori delle nostre università e dell’ambasciata israeliana, molti eventi universitari di discussione sul BDS e sul boicottaggio accademico organizzati da studenti e studiosi italiani, da Cagliari, a Torino, a Roma, sono stati censurati; cancellata la disponibilità di aule; e nel caso del convegno nazionale degli studiosi italiani di Medio Oriente (SeSaMo 2016), il rettore dell’Università di Catania, che ospita il convegno, ha imposto la cancellazione di un panel di discussione sul BDS dal programma ufficiale della conferenza. Di fronte alla pressoché totale assenza di voci palestinesi nel dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione dell’appello Stop Technion, e per capire meglio le ragioni dietro questo quadro nazionale di violazione della libertà di discussione accademica, anche di temi delicati come il BDS, pubblichiamo in versione integrale un’intervista di Ranieri Salvadorini a Omar Barghouti (co-fondatore del PACBI, Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel) precedentemente uscita su «Il Fatto Quotidiano».     

 Omar Barghouti, il co-fondatore del MovimentoBDS, a Bruxelles nel 2015. Fonte +972 Magazine

Omar Barghouti a Bruxelles nel 2015. Fonte: +972 Magazine.

Ranieri Salvadorini : Qual è lo stato di salute del BDS? E a quali risultati ha portato fino a oggi?

Omar Barghouti: L’impatto del movimento nell’isolare il regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid è ora riconosciuto dai vertici della politica, della sicurezza e dell’industria israeliane. Dal 2013 il contrasto al  BDS è stato affidato al ministero degli affari strategici. Lo stesso Ehud Barak (ex primo ministro israeliano, ndr) ammette che il movimento sta raggiungendo un “punto di svolta”, e l’ex capo del Mossad Shabtai Shavit ha scritto che “numerosi ebrei ne sono membri”, per questo rappresenta una sfida “critica”. L’elezione del governo della destra più estrema e razzista nella storia d’Israele ha svelato il suo vero volto di regime di oppressione. Questo ha aumentato la sofferenza palestinese, certo, ma ha anche intensificato la crescita, già impressionante, del BDS.

Un sondaggio di Globescan per la BBC sull’opinione pubblica internazionale ha mostrato Israele, negli ultimi anni, in costante concorrenza con la Corea del Nord in popolarità nel mondo – anche nelle più grandi nazioni europee.

R. S.: In Italia, parte della stampa mainstream ha accolto il boicottaggio accademico titolando “Hamas ringrazia”, riferito alle affermazioni pubbliche sul sito di Hamas. Secondo lei quali sono le ragioni di questa associazione al BDS?

O. B.: Il boicottaggio accademico è sostenuto dalla maggioranza assoluta della società civile palestinese, inclusi i sindacati accademici. Le università palestinesi, con una sola eccezione, hanno boicottato le università israeliane a partire dalla metà degli anni Novanta. Recentemente, le principali associazioni di accademici negli Stati Uniti come l’American Anthropological Association, l’American Studies Association e la National Women Studies’ Association hanno adottato il boicottaggio istituzionale delle università israeliane.

E così in Sudafrica, Brasile, Irlanda, Italia, Belgio, Canada, e altrove, hanno promesso di rispettare il boicottaggio accademico di Israele. I corpi rappresentativi degli studenti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Canada hanno adottato misure di disinvestimento dalle compagnie complici delle violazioni israeliane del diritto internazionale.

Di conseguenza, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha definito il boicottaggio accademico come una “minaccia strategica di massimo livello” per il regime. Non c’è da stupirsi che i media influenzati da Israele, in Italia e altrove, stiano facendo gli straordinari per cercare di minare questo significativo successo.

R. S.: I suoi articoli sono stati pubblicati sui quotidiani americani mainstream come il «New York Times» e il «Boston Globe». Qual è il pubblico che legge i suoi articoli e con cui Lei discute il BDS? Quali sono le principali sfide di questo dibattito attraverso cui il BDS sta diventando mainstream?

O. B.: Il movimento BDS sta avendo spazio in una porzione significativa dei media mainstream di tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, dove far sentire la nostra voce è particolarmente importante. Chiese, sindacati, associazioni di donne, gruppi per i diritti dei neri, dei latini e degli indigeni, gruppi studenteschi, reti LGBTQ, gruppi ebraici progressisti, tra gli altri, sono il nostro pubblico, e molto spesso i nostri alleati.

La nuova strategia di Israele per combattere il BDS comprende la guerra legale, campagne di propaganda di massa e lo spionaggio degli attivisti e attiviste e delle reti per i diritti umani che sostengono il BDS. Per attuare questa strategia aggressiva e repressiva, Israele si serve dei suoi alleati di destra e apertamente razzisti in Occidente.

Tuttavia, ricorrendo a misure estreme di bullismo, corruzione, intimidazione e coercizione, Israele sta creando un “nuovo maccartismo” e trasformando la fedeltà incondizionata a Israele in una sorta di test di lealtà, alienandosi la maggior parte dei suoi sostenitori liberali, tra cui gli attivisti ebrei più giovani che non possono più conciliare i loro valori liberali con la realtà razzista e coloniale del Sionismo.

Israele sta agendo con disperazione e panico irrazionali, perché si rende conto che sta perdendo la battaglia per i cuori e per le menti. I palestinesi sono finalmente prossimi al loro ‘momento sudafricano’.

R. S.La ricerca, sostengono i rettori delle università che collaborano con il Technion, è un luogo d’incontro dove “non valgono le ragioni della politica, ma quelle della scienza”. Il rettore del Politecnico di Torino, tra l’altro, ha specificato che l’università si limita a “collaborare su acqua e energie”. Perché boicottare la “buona ricerca” del Technion, definito il MIT di Israele?

O.B.: Le università tedesche hanno prodotto ottima scienza negli anni Trenta, e così in Sudafrica, sotto l’apartheid. E allora? Se l’accademia è complice di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, come il Technion e le altre università israeliane, si deve chieder loro conto di questo, non della “buona ricerca” prodotta.

Chiediamo un boicottaggio del Technion a causa del suo profondo coinvolgimento e della sua collaborazione con l’esercito israeliano, che include la produzione di tecnologia militare usata da Israele per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza e altrove.

Come ha detto l’arcivescovo Desmond Tutu: «Le università israeliane sono una parte intima del regime israeliano, per scelta attiva. Mentre i palestinesi non sono in grado di accedere a università e scuole, le università israeliane producono ricerca, tecnologia, argomenti e leader per mantenere l’occupazione».

R.S.: ln risposta alla petizione italiana, il rettore del Technion ha dichiarato che «il 20 per cento degli studenti del Technion sono arabi: stessa percentuale della minoranza araba rispetto alla popolazione israeliana». Dove sarebbe la discriminazione, di cui lo accusa il BDS? 

O. B.: Molte istituzioni sudafricane avevano maggioranze nere, ma rimanevano istituzioni razziste. Il razzismo non ha nulla a che fare con percentuali e numeri, ma con una struttura egemonica che disumanizza gruppi indesiderati e nega loro uguali diritti. Nessuna propaganda può occultare il razzismo e la complicità del Technion, è tutto molto ben documentato.

R.S.: Un’accusa frequente contro il BDS, che muovono soprattutto le grandi firme, è quella di antisemitismo, “mascherato da retorica antisionista”, che sarebbe “propria di certa sinistra, europea e statunitense”.

O.B.: L’ideologia sionista è intrinsecamente razzista e affermare che il boicottaggio di Israele sia anti-semita è di per sé una dichiarazione antisemita, perché stabilisce un’equivalenza tra Israele e “tutti gli ebrei”, come se si trattasse di un blocco monolitico rappresentato esclusivamente da Israele. Chiunque neghi la diversità ebraica e dica che tutti gli ebrei sono uno, e lo stesso, è un antisemita. E i sionisti spesso rientrano in questa categoria.

Israele ha paura perché il BDS rifiuta categoricamente ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo, e chiede parità di diritti per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro identità. Il BDS si rivolge a Israele e alle entità che sono complici nel suo regime di oppressione, basandosi sul fatto che questo regime nega ai palestinesi i loro diritti stipulati dall’ONU in base al diritto internazionale. Il BDS colpisce le complicità, non le identità.

R. S.: Eppure in Europa le accuse di antisemitismo fanno particolarmente presa … 

O.B.: La macchina della propaganda sionista accusa immediatamente qualsiasi sostenitore di BDS di “antisemitismo” — una forma di bullismo e di repressione di ogni dissenso. Questa tattica agghiacciante è particolarmente usata contro gli europei che sostengono il boicottaggio, dato il senso di colpa per l’Olocausto e dopo decenni in cui Israele ha sfruttato questa colpa per spingere gli europei alla complicità con il suo regime di oppressione contro i palestinesi, con relativo successo.

Ma questa tattica non funziona con i palestinesi, che sono le vittime del Sionismo e del suo progetto coloniale, e che non hanno avuto alcun ruolo nell’Olocausto e non dovrebbero pagare per questo crimine con i loro diritti.

R.S.: Perché il BDS spaventa così tanto Israele?

O. B.: Israele sta usando ogni inganno possibile per combattere il BDS: è in difficoltà a combattere un movimento non violento, moralmente coerente, che si basa sul diritto internazionale e aderisce rigorosamente ai principi della Dichiarazione universale dei diritti umani. A disturbare Israele c’è anche la rapida crescita del numero di giovani attivisti ebrei tra le fila del BDS. Questo ha costretto il regime a ricorrere alla sua arma preferita: attaccare il movimento con accuse ridicole e infondate, che ripete attraverso la sua massiccia rete di propaganda.

RS: Esiste nessun rischio che organizzazioni e forze anti-semite in Europa sfruttino e cooptino il movimento BDS?

O.B.: Il BDS ha tolleranza zero per gli antisemiti. Ogni forma di razzismo, compreso l’antisemitismo, confligge in modo fondamentale con i nostri principi sui diritti umani. Non vi è quindi alcuna possibilità per tali razzisti di infiltrarsi o cooptare il movimento e la sua unita leadership palestinese.

Israele, d’altra parte, è diventato tra i migliori amici dei fondamentalisti cristiani fanatici negli Stati Uniti e delle forze di estrema destra xenofobe in Francia, Belgio, Regno Unito e anche in Germania, ignorando il loro implicito o spesso esplicito antisemitismo.

Il Sionismo ha sempre visto l’antisemitismo in modo utile per il suo progetto coloniale. I principali leader storici sionisti, come Jabotinsky, hanno apertamente ammirato e collaborato con i fascisti italiani.

R. S.: Perché boicottare proprio Israele – vi si chiede – e occuparsi della Palestina, quando ci sono anche altri paesi dove la violazione dei diritti umani è prassi quotidiana? 

O.B.: Accusare gli oppressi perché resistono agli oppressori è ipocrita e intellettualmente disonesto. Peggio, non ha senso. Quando Rosa Parks e il movimento per i diritti civili hanno dato il via alla campagna di boicottaggio contro la compagnia Montgomery Bus per le sue politiche di discriminazione razziale, quell’attacco era ipocrita perché altre compagnie in Messico e in Sudafrica si stavano comportando addirittura peggio?

Come ha detto Desmond Tutu, l’apartheid sudafricano non era la più grande forma di violazione dei diritti umani se comparato con le pratiche di genocidio su ampia scala messe in atto in altre parti del mondo. Cosa avrebbero dovuto fare i sudafricani? Combattere contro le altre forme di oppressione prima di combattere contro l’apartheid?

Se l’accusa è diretta a chi è solidale con la lotta palestinese, allora è del tutto fuori luogo. Quasi tutti i sostenitori internazionali del BDS contro Israele sono attivi anche in altre lotte per la giustizia, per i diritti umani e per i diritti civili. Inoltre, essi stanno semplicemente rispondendo a un invito proveniente dalla maggioranza assoluta della società civile palestinese. Infine, coloro che in Occidente si uniscono al BDS lo fanno mossi da un profondo obbligo morale per compensare i danni che i soldi delle loro tasse stanno facendo alle vite palestinesi. Dato che i loro governi quasi-democraticamente eletti sono profondamente coinvolti nel mantenimento del regime israeliano di occupazione, colonialismo e apartheid, questo genera la responsabilità etica di porre fine a questa complicità.

I governi occidentali non sostengono i regimi della Corea del Nord o il regime sudanese nelle loro violazioni dei diritti umani. Ma hanno invece stretto con Israele un rapporto molto speciale, privilegiato e ipocrita che mantiene il suo sistema oppressivo e lo protegge dalle responsabilità internazionali. I cittadini devono assumersi la responsabilità di porre fine a questa complicità.

R. S.: Che idea si è fatto di questo gap di adesioni tra gli accademici Usa, storico alleato di Israele, e il basso/timido numero europeo.

O. B.: Non sono sicuro che la premessa contenuta nella sua domanda sia precisa. Il supporto per il BDS può essere “timido” in Italia, in Germania e in Europa orientale, ma è indubbiamente consistente nel Regno Unito, in Spagna, Norvegia, Svezia, Irlanda, nei Paesi Bassi e in molti altri stati.

Il sondaggio della Globescan per la BBC sull’opinione internazionale nel corso degli ultimi anni ha costantemente mostrato che maggioranze di due terzi in tutta Europa vedono Israele “prevalentemente in modo negativo.”

Tornando agli Stati Uniti, il BDS lì è davvero a un punto di svolta. Sta causando una costante erosione della reputazione di Israele nel Partito democratico e tra gli afroamericani, tra i latinoamericani, le donne e i giovani americani, ebrei americani inclusi. Il lavoro di Israele negli Stati Uniti si sta facendo complicato. Sta arrogantemente cercando di delegittimare il boicottaggio, una tattica radicata nel tempo di resistenza all’ingiustizia, negli Stati Uniti, e una forma di attivismo protetto, come deciso dalla Corte Suprema. Rosa Parks e Martin Luther King si staranno rivoltando nelle loro tombe.

Secondo un recente sondaggio, il 76% dell’”élite d’opinione” del Partito Democratico riconosce che Israele ha “troppa influenza” nel plasmare la politica estera americana, il 47% vede Israele come “stato razzista”, e il 31% è pronto a sostenere il BDS, dopo essere stato informato sul movimento.

Il supporto degli ebrei americani per il BDS sta crescendo abbastanza velocemente. Un sondaggio del 2014 realizzato da un gruppo di lobby israeliana negli Stati Uniti, per esempio, rivela che il 15 % degli ebrei americani sostengono il boicottaggio contro Israele.

Il Congresso può ancora essere un territorio occupato da Israele, ma la base di sostegno di Israele si sta assottigliando rapidamente.

R.S.: L’utilizzo del sapere all’interni di un conflitto può essere neutrale?

O.B.: La scienza, l’arte, la cultura non sono mai neutrali in una situazione di oppressione. Come nel Sudafrica dell’apartheid, sono utilizzati dal regime di apartheid israeliano per consolidare e sostenere il suo regime di oppressione razzista e coloniale.

Cooperare con le istituzioni accademiche e culturali israeliane, anche nel produrre il risultato scientifico più “apolitico”, è quindi sempre politico, in quanto stende un mantello di legittimità su queste istituzioni per coprire il loro lato criminale, la loro profonda complicità nella pianificazione, implementazione, giustificazione e mascheramento delle politiche di occupazione e apartheid di Israele.

Gli accademici italiani — ed altri — che ora sono riluttanti a sostenere un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, pur avendo in passato approvato o anche lottato per implementare il boicottaggio accademico generalizzato contro tutte le istituzioni d’apartheid sudafricane, sono in grave difficoltà a spiegare questa singolare incoerenza.

R. S.: Alcune persone critiche sostengono che se si adottasse la logica del BDS e si boicottasse il Technion per la sua collaborazione con la violenza di stato, allora si dovrebbero boicottare le principali istituzioni accademiche mondiali per la loro collaborazione scientifica con i loro governi e le loro politiche militari. Come risponde a questa critica?

O. B.: Le università israeliane hanno una forma molto particolare di collaborazione e complicità con lo Stato, l’esercito e l’industria militare, come i massimi esperti israeliani rivelano. Il professore dell’Università di Tel Aviv Avraham Katzir ammette che molte figure di spicco della ricerca accademica israeliana sono coinvolti anche nella ricerca militare:

Sono un accademico all’università e ho fatto il mio servizio militare, e sono stato anche alla RAFAEL [produttore statale di armi] per alcuni anni.

Tutte queste cose si uniscono; noi [accademia e esercito] ci stiamo aiutando reciprocamente — una cosa che non accade [altrove]. Sono stato negli Stati Uniti e in Europa, e c’è uno scollamento tra le attività [accademiche] e l’esercito; odiano l’esercito! Credo che il nostro successo risiede fatto che ci aiutiamo l’un l’altro così tanto.

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thanks to: il lavoro culturale

 

Palestina, la guerra con Israele nel mondo accademico

Dibattiti annullati. Studiosi screditati. Attacchi sulla stampa. Da Roma a Londra: negli atenei Ue va in scena lo scontro con Tel Aviv. Tra censure e sabotaggi.

19 Marzo 2015

I primi fatti risalgono a febbraio. L’Università di Roma Tre ha revocato aula e logo al noto storico israeliano Ilan Pappé a tre giorni dell’incontro «Europa e Medio Oriente oltre agli identitarismi», previsto per lunedì 16.
Per gli organizzatori l’università avrebbe ceduto a pressioni dell’ambasciata israeliana, mentre il rettore Mario Panizza ha minimizzato, parlando a Lettera43.it di «errore procedurale».
Panizza ha offerto un’altra aula rispetto a quella stabilita, ma gli organizzatori hanno rifiutato: «Richiedendo (…) di rimuovere i loghi dell’Università da tutti i volantini e gli inviti, cancellando le informazioni dell’evento dal sito dell’ateneo, l’evento era stato delegittimato».
UNIVERSITÀ TROPPO TIMIDE. Da questi fatti ha preso corpo A call for academic freedom, appello pubblico in cui si racconta l’accaduto e si denuncia, con il dietrofront dell’università romana, la pratica di un «doppio standard» in tema di libertà d’espressione: siamo tutti Charlie Hebdo, ma se c’è da aprire un confronto su Israele e Palestina le cose si complicano.
Pochi giorni dopo, alla facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma un episodio simile, con la revoca dell’aula per la proiezione di The Fading Valley della regista israeliana Irit Gal. Il film denunciava l’accesso all’acqua interdetto ai palestinesi.
Analizzando le opinioni raccolte da Lettera43.it sull’episodio romano emerge un’università timida, avulsa dalla realtà.
CALL PARLA DI «DOPPI STANDARD». Così l’accademia, da luogo di produzione di sapere critico, si trasforma in incubatrice di spiriti innocui e conformisti.
«Sembra che in Italia, come nel resto dell’Europa, offendere i musulmani con vignette sul Profeta sia diventato un tema sacro della libertà di parola, mentre quella sul Medio Oriente e la Palestina è limitata, se non interdetta», scrivono gli estensori di Call. «I doppi standard e l’eccezionalismo manifestati nel caso di qualunque dibattito su Israele ridicolizzano il discorso sulla libertà di parola che è stato devotamente avanzato in Francia in seguito agli orribili attentati di Parigi».

 

  • Il trailer di The Fading Valley.

Gli atenei votano il boicottaggio, Battista: «Schifezza antisemita»

Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

(© GettyImages) Omar Barghouti, fondatore del movimento Bds.

È di inizio marzo il voto positivo della School of Oriental and African Studies (Soas) di Londra al boicottaggio accademico di Israele, nell’ambito della campagna globale Boycott, Divestment and Sanctions (Bds) e – spiega l’antropologa Ruba Salih – è in corso la mobilitazione perché la British Middle East Studies Association Conference faccia lo stesso, a maggio.
Un’iniziativa controversa, che il vicedirettore del Corriere della sera Pierluigi Battista – sul numero del 9 marzo – ha definito una «schifezza anti-semita», che supera «ogni limite di decenza».
Di tutt’altro avviso Salih: «Tramite i confronti sul Bds si mettono a nudo i legami militari, culturali ed economici del sistema accademico israeliano con l’occupazione, quindi viene meno l’idea cardine che la comunità accademica, in Israele, sia un’oasi di democrazia».
Il Bds, dice l’antropologa, spiazza il governo israeliano, «abituato ad agire impunemente, perché è una sorta di pressione che viene dal basso, frutto di dibattiti e processi democratici in sedi disparate (da congressi accademici, a students unions)».
STEFANINI: «STUDENTI E DOCENTI HANNO PAURA». Per Angelo Stefanini, direttore del Centro di Salute internazionale dell’Università di Bologna nonché responsabile di programmi di salute pubblica sia per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sia per il governo italiano, il clima è pesante: «Percepisco che i miei studenti, quelli che seguono i temi sulla responsabilità sociale della scienza, hanno paura, per non parlare dei docenti», dice a Lettera43.it. «A Bologna c’è un gruppo di studenti israeliani molto aggressivo e, anche se non ci sono intimidazioni dirette, c’è un’atmosfera che manda un messaggio molto chiaro: ‘Queste cose non si fanno, altrimenti ci sono conseguenze che ricadono sulla tua testa’».
Solo un sentore? Può darsi, tuttavia Stefanini si è “guadagnato” negli anni varie menzioni (su siti come Honest Reporting), in cui si invitano i lettori a scrivere (nel suo caso al Lancet) per screditare l’autore e il suo lavoro.
BENEDUCE: «L’UNIVERSITÀ PUÒ ESSERE DECISIVA». La campagna Bds ha lanciato l’idea, raccolta da Carlo Tagliacozzo, di invitare Omar Barghouti all’Università di Torino. Nome ignoto ai più, l’intellettuale e attivista palestinese è cofondatore del Bds e membro del comitato per il boicottaggio accademico e culturale di Israele. L’incontro è previsto per giovedì 19 marzo alle 17 (mercoledì 18 Barghouti ha parlato a Roma Tre, con l’università che ha prestato l’aula ma non il logo). Niente pressioni a Torino? Per l’antropologo Roberto Beneduce «hanno prevalso messaggi obliqui: l’organizzazione di un contraddittorio, ad esempio, non è stata possibile».
Le persone invitate hanno tutte declinato: chi per impegni, chi perché in disaccordo, chi perché ritiene che una voce dissenziente non troverebbe ascolto. Interviene invece via video l’attore Moni Ovadia. Prosegue Beneduce: «L’università può avere in questo intrico un ruolo decisivo, e creare uno spazio dove discutere ciò che sembra essere diventato impossibile pensare».

Il caso Manduca: quelle denunce nel mirino dell’accademia israeliana

La genetista Paola Manduca.

La genetista Paola Manduca.

Esemplare delle schermaglie Israele-Palestina in ambito accademico è il caso della genetista Paola Manduca. Dopo la pubblicazione di una lettera aperta sul Lancet che denunciava gli attacchi sistematici di Tel Aviv ai danni dei civili di Gaza, iniziò l’offensiva contro gli autori e Richard Horton, direttore della prestigiosa rivista medica britannica.
L’accademia israeliana, mobilitata dai media, scrisse al direttore e all’editore stesso della rivista – Elsevier – per chiedere la rimozione sia del documento sia dello stesso Horton, la cui gestione del Lancet sarebbe «tendenziosa» e «faziosa».
Il Jerusalem Post, per esempio, ospitò le lettere di diversi esponenti autorevoli, come David Katz, professore emerito di immunopatologia a Londra e capo della Jewish Medical Association Uk, e altri ancora (qui le lettere).
LA DOTTORESSA ACCUSATA DI ANTISEMITISMO. Gli attacchi sono andati crescendo, ma Horton non ha desistito. L’israeliana Ngo Monitor disse di avere trovato «prove che mostrano i legami tra due importanti autrici della lettera (Paola Manduca e Swee Ang, ndr) e David Duke, ex leader statunitense del Ku Klux Klan e attivista per la “supremazia bianca”».
L’accusa, per la genetista italiana e per Ang, sarebbe di aver fatto circolare un video antisemita (Cnn, Goldman Sachs & the Zionist Matrix) firmato Duke.
Infine fu il Jerusalem Post a “spiegare” tanta aggressività nei confronti della dottoressa, quando scrisse che Manduca «è stata per anni coinvolta nella diffusione di accuse senza fondamento su diaboliche armi israeliane».
HORTON? «COLPEVOLE» DI AVERLE DATO SPAZIO. La vera responsabilità di Horton, secondo questo “schema accusatorio” mediatico, sarebbe di aver pubblicato i suoi lavori, che conterrebbero «affermazioni pseudo-scientifiche». L’equipe guidata da Manduca ha dimostrato in anni di lavoro che contenuti e residui delle armi da guerra israeliane causano difetti nelle nascite a Gaza; che i metalli cancerogeni presenti nelle bombe e nei proiettili al fosforo bianco sono gli stessi trovati nei tessuti delle ferite e nei capelli dei bambini un anno dopo “Piombo Fuso”; che tali metalli non vengono eliminati dall’organismo, e persistono in esso o nell’ambiente. E ancora: esiste una correlazione tra l’esposizione agli attacchi e malformazioni alla nascita, con effetti di lungo termine sulla salute riproduttiva.
Lancet ha pubblicato gli studi scientifici che suffragano l’accusa di crimini di guerra. Così scatta lo stigma di facile presa dell’«antisemitismo».

thanks to: Lettera43

Omar Barghouti a Torino

(Primo video di InvictaPalestina)

Primo video dell’incontro di giovedì 19 marzo a Torino con Omar Barghouti e Moni Ovadia

  Moni Ovadia è per il boicottaggio come forma di lotta a sostegno delle rivendicazioni palestinesi escludendo però quello accademico che lui chiama “boicottaggio culturale”. Omar Barghouti risponde e spiega perché invece è necessario. Boicottaggio No, Boicottaggio Si, risposta di Omar Barghouti a Moni Ovadia