I falsi ebrei

La mitologia del moderno Israele

La mitologia del moderno Israele
(Foto di Leopoldo Salmaso)

di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel

 

“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.

…“.

 

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso


The Mythology of Modern Israel

The Mythology of Modern Israel
(Image by Flickr, modified)

by Tariq Ali1

This article is a transcription extracted from a conference at Rothko Chapel.

 

“…
In order to create a myth to justify the existence of the state (Israel), the Zionist leaders of Israel had two arguments:
– one, that these were biblical lands historically belonging to the Jewish people;
– and secondly, these lands were concentrated in what is now Palestine.

Therefore the occupation of Palestine and the creation of Israel in this particular territory was absolutely essential.

Now, you know, many of us argued against, and they would say they argue too, but… we don’t matter.
What is interesting now is that a very distinguished Jewish historian, or I should say an Israeli historian because that is: he prefers being referred to as an Israeli historian, Shlomo Sand at the University of Tel Aviv, wrote a very interesting book which created a storm. And his book, which was written initially in Hebrew, became a best-seller in Israel, just took the country by storm. It took some time before it was published in the West but it finally was, first in France and then in Britain and the United States. It created a big debate and what was very interesting was that Shlomo Sand essentially deconstructed all the myths of Zionism, quite calmly, and he said: “look, we shouldn’t use these myths to justify the existence of Israel”.
Israel is here to stay. I think all the citizens of Israel, whether they’re Jews or Palestinians, Arabs, Christians, Muslims, should have the same rights. And we should stop the right that, if you’re a Jew, you can come back to this land. It’s crazy, he said, why should we do this anymore? But in order to put this argument forward he really did a lot of historical and anthropological work, and he argued that, after the destruction of the temple in AD 70, contrary to mythology there were no expulsions of Jews from the region. He pointed out correctly that the Romans were not in the habit of expelling populations from lands that they conquered, because they were very intelligent and they needed cultivators and people working the areas, because the Roman legions didn’t do that.

And he (Shlomo) said not only were there no expulsions but, at the same time, there were Jewish communities numbering 4 million people, which is a huge amount for those times, in Persia, Egypt, Asia Minor and elsewhere, who stayed out.

And he then argued that the notion that the Jewish faith, after the separation of the reform movement known as Christianity from it, didn’t believe in proselytization is totally false: they did (proselitism), many people were converted; some converted themselves, and the Ashkenazi Jews in particular grew out of the mass conversions on the edge of the Caspian Sea, between the seventh and tenth centuries, off the khazars, who finally adopted Hebrew and converted to Judaism wholesale, and these are the Ashkenazi Jews who peopled Europe, and the ghettos of Europe, and who suffered under the Holocaust and all that.

These are those people descending from the khazars so he (Shlomo) said they in particular, who formed the bulk of the Zionist movement, had absolutely no connection with the Arab lands at all. Then he went even further so he said: if Palestine is not the unique ancestral homeland of the Jews, what happened to all the Jews in these countries? And here he comes up with a devastating explanation: he says by and large in their majority they converted to Islam, they converted to Islam, most of them not all of them, as many other people did in that region at the time.

And he says that the Palestinians whom we have been expelling and oppressing are the direct descendants of the Jews who used to live, actually live in this land. It’s a remarkable book, and it has created a huge debate, and the debate, he says, is not in Israel. And it’s interesting this: most Israeli historians accept that this is accurate, but they say their response to science is to say: well, you know, every nation creates its own mythology so what’s the big deal? But you know this is also true, by the way, but this mythology is very potent, and very powerful because this thing that is unleashed is still going on.

I mean, no one would mind the mythology if everything had been settled and some agreement had been reached, but because it hasn’t, it becomes a very disruptive force. And Shlomo Sand himself is by no means a radical figure. He says: I’m not a hardcore Zionist but I believe in Israel, except that I think all citizens should have equal rights and you can’t say to the Palestinians: “don’t come back to lands that were taken away from you”, as long as you keep saying to Jews, wherever they may be in whichever part of the world: “you can come back whenever you want”. And he said that’s why he wrote the book: to fight for equality. And the big attacks on the book have come from the Diaspora. I mean the New York Times ran a big, big review of it, which created a huge controversy. And in France and in Britain there was no controversy at all, by and large it was accepted that what he argued was true. I mean all the historians who reviewed the book said it’s accurate, you know, you can’t sort of catch him out of history, because we accept this. But the Diaspora was angry that this had even been said, to which Sand replied very very sharply: “well, if you’re so keen to say that I’m wrong and what I’m doing is harming Israel, why don’t you put your money where your mouth is, and leave the diaspora and come and settle in Israel?”.

He said: “if you’re that keen on the country, why don’t you come and live here, we live here and we know how we live”. And he said that: “how we live is not good, either for us or for the non-jews in that part of the world, and that is why I’ve written my book”.

Now, he’s a very courageous guy, by the way he’s not the only one: many Israeli historians have written books of this sort but do they have any impact on the rulers of the world or the rulers of Israel?
And here I think the answer is no.

And one of the interesting thing Shlomo Sand quotes in his book is a statement from David ben Gurion, one of the founding fathers of Israel, in 1918, where ben Gurion writes: “you know, people ask what happened to the Jews who lived in this region. They were loyal to the land and in order to stay in this land, he says, most of the Jews became Muslims”. So he knew it, and they knew it, the leaders of Israel, that this mythology that was being created on the basis of quotations from the Old Testament was largely mythology, not based on any historical reality at all.

So here you have an example of history being abused, but at the same time the abuse triggering off a huge and very creative debate, but of course debates alone and books, even as strong and powerful as the one written by this Israeli historian, do not sway the minds of politicians or rulers because ultimately they do not rule on the basis of the myths. The myths are to keep people in line, they rule for other reasons: to keep themselves in power, to keep control of the society as it is, and this doesn’t just apply to Israel, it applies to most of the rulers of different parts of the world, of the world today.
…”

Tariq Ali is a BritishPakistani writer, journalist, historian, filmmaker, political activist, and public intellectual. He is a member of the editorial committee of the New Left Review and Sin Permiso, and contributes to The Guardian, CounterPunch, and theLondon Review of Books. He reads PPE at Exeter College, Oxford.
He is the author of several books, including Pakistan: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) and The Extreme Centre: A Warning (2015).


La mitología de Israel moderno

La mitología de Israel moderno
(Imagen de Flickr, modificado)

Por Tariq Ali[1]

Este artículo es una transcripción extraída de una conferencia en la Capilla Rothko.

“…

Para crear un mito que justificara la existencia del Estado (Israel), los líderes sionistas de Israel tenían dos argumentos:

– uno, que estas eran tierras bíblicas que pertenecían históricamente al pueblo judío;

– y, en segundo lugar, estas tierras estaban concentradas en lo que ahora es Palestina.

Por lo tanto, la ocupación de Palestina y la creación de Israel en este territorio en particular eran absolutamente esenciales.

Ahora, ustedes saben, muchos de nosotros discutimos en contra, y ellos dirían que ellos también lo hacen, pero… no nos importa.

Lo que es interesante ahora es que un historiador judío muy distinguido, o debería decir un historiador israelí, porque eso es: prefiere que se le llame historiador israelí, Shlomo Sand, de la Universidad de Tel Aviv, escribió un libro muy interesante que creó una tormenta. Y su libro, que fue escrito inicialmente en hebreo, se convirtió en un best-seller en Israel, simplemente tomó el país por asalto. Pasó algún tiempo antes de que se publicara en Occidente, pero finalmente lo fue, primero en Francia y luego en Gran Bretaña y los Estados Unidos. Creó un gran debate y lo que fue muy interesante fue que Shlomo Sand esencialmente deconstruyó todos los mitos del sionismo, con bastante calma, y dijo: “Mira, no deberíamos usar estos mitos para justificar la existencia de Israel”.

Israel está aquí para quedarse. Creo que todos los ciudadanos de Israel, ya sean judíos o palestinos, árabes, cristianos, musulmanes, deberían tener los mismos derechos. Y debemos detener el derecho de que, si eres judío, puedes volver a esta tierra. Es una locura, dijo, ¿por qué deberíamos seguir haciendo esto? Pero para poder presentar este argumento, él realmente hizo mucho trabajo histórico y antropológico, y argumentó que, después de la destrucción del templo en el año 70 d.C., contrariamente a la mitología, no hubo expulsiones de judíos de la región. Señaló correctamente que los romanos no tenían la costumbre de expulsar a las poblaciones de las tierras que conquistaron, porque eran muy inteligentes y necesitaban cultivadores y gente que trabajara en las zonas, porque las legiones romanas no lo hacían.

Y él (Shlomo) dijo que no sólo no hubo expulsiones, sino que, al mismo tiempo, hubo comunidades judías de 4 millones de personas, lo cual es una cantidad enorme para aquellos tiempos, en Persia, Egipto, Asia Menor y otros lugares, que se quedaron fuera.

Y luego argumentó que la idea de que la fe judía, después de la separación del movimiento de reforma conocido como cristianismo, no creía en el proselitismo es totalmente falsa: ellos lo hicieron (proselitismo), muchas personas se convirtieron; algunos se convirtieron a sí mismos, y los judíos ashkenazis en particular surgieron de las conversiones masivas al borde del Mar Caspio, entre los siglos VII y X, de los khazars, que finalmente adoptaron el hebreo y se convirtieron al judaísmo al por mayor, y estos son los judíos ashkenazis que poblaron Europa y los guetos de Europa, y que sufrieron a causa del Holocausto y de todo eso.

Estas son las personas que descienden de los kázaros, así que él (Shlomo) dijo que ellos en particular, que formaban el grueso del movimiento sionista, no tenían absolutamente ninguna conexión con las tierras árabes en absoluto. Luego fue aún más lejos y dijo: si Palestina no es la única patria ancestral de los judíos, ¿qué pasó con todos los judíos de estos países? Y aquí viene con una explicación devastadora: dice que en su mayoría se convirtieron al islam, se convirtieron al islam, la mayoría de ellos, no todos, como muchas otras personas lo hicieron en esa región en ese momento.

Y dice que los palestinos a los que hemos estado expulsando y oprimiendo son los descendientes directos de los judíos que solían vivir, en realidad, viven en esta tierra. Es un libro notable, y ha creado un gran debate, y el debate, dice, no está en Israel. Y es interesante esto: la mayoría de los historiadores israelíes aceptan que esto es correcto, pero dicen que su respuesta a la ciencia es la siguiente: bueno, ya sabes, cada nación crea su propia mitología, así que, ¿cuál es el gran problema? Pero ustedes saben que esto también es cierto, de hecho, pero esta mitología es muy potente, y muy poderosa porque esta cosa que se desata todavía está en marcha.

Quiero decir, a nadie le importaría la mitología si todo se hubiera resuelto y se hubiera llegado a algún acuerdo, pero como no se ha logrado, se convierte en una fuerza muy perturbadora. Y el propio Shlomo Sand no es en absoluto una figura radical. Dice: No soy un sionista duro, pero creo en Israel, excepto que creo que todos los ciudadanos deben tener los mismos derechos y no se puede decir a los palestinos: “No vuelvas a las tierras que te fueron arrebatadas”, mientras sigas diciéndole a los judíos, dondequiera que estén en cualquier parte del mundo: “puedes volver cuando quieras”. Y dijo que por eso escribió el libro: para luchar por la igualdad. Y los grandes ataques al libro han venido de la diáspora. Quiero decir que el New York Times hizo una gran, gran revisión de la misma, lo que creó una gran controversia. Y en Francia y en Gran Bretaña no hubo ninguna controversia en absoluto, en general se aceptó que lo que él argumentaba era cierto. Quiero decir que todos los historiadores que revisaron el libro dijeron que es exacto, ya sabes, no puedes sacarlo de la historia, porque aceptamos esto. Pero la diáspora se enfadó porque esto ya se había dicho, a lo que Sand respondió de forma muy contundente: “Bueno, si estás tan ansioso por decir que estoy equivocado y que lo que estoy haciendo es dañar a Israel, ¿por qué no pones tu dinero donde está tu boca, dejas la diáspora y vienes a instalarte en Israel?”.

Él dijo: “Si te gusta tanto el campo, ¿por qué no vienes a vivir aquí?, nosotros vivimos aquí y sabemos cómo vivimos”. Y él dijo que: “La forma en que vivimos no es buena, ni para nosotros ni para los no judíos de esa parte del mundo, y por eso he escrito mi libro”.

Ahora bien, es un tipo muy valiente, por cierto, no es el único: muchos historiadores israelíes han escrito libros de este tipo, pero ¿tienen algún impacto en los gobernantes del mundo o en los gobernantes de Israel?

Y aquí creo que la respuesta es no.

Y una de las cosas interesantes que Shlomo Sand cita en su libro es una declaración de David ben Gurion, uno de los padres fundadores de Israel, en 1918, donde Ben Gurion escribe: “Sabes, la gente pregunta qué pasó con los judíos que vivían en esta región. Eran leales a la tierra y para permanecer en ella, dice, la mayoría de los judíos se convirtieron en musulmanes”. Así que él lo sabía, y ellos lo sabían, los líderes de Israel, que esta mitología que se estaba creando sobre la base de citas del Antiguo Testamento era en gran parte mitología, no se basaba en ninguna realidad histórica en absoluto.

Así que aquí tenemos un ejemplo de cómo se abusa de la historia, pero al mismo tiempo el abuso desencadena un debate enorme y muy creativo, pero, por supuesto, los debates por sí solos y los libros, incluso los tan fuertes y poderosos como el escrito por este historiador israelí, no influencian las mentes de los políticos o gobernantes porque, en última instancia, no gobiernan sobre la base de los mitos. Los mitos son mantener a la gente en línea, ellos gobiernan por otras razones: para mantenerse en el poder, para mantener el control de la sociedad tal como es, y esto no sólo se aplica a Israel, se aplica a la mayoría de los gobernantes de diferentes partes del mundo, del mundo de hoy.

…”

[1] Tariq Ali es un escritor, periodista, historiador, cineasta, activista político e intelectual británico paquistaní. Es miembro del comité editorial de New Left Review y Sin Permiso, y contribuye con The Guardian, CounterPunch y London Review of Books. Es profesor de EPP en el Exeter College de Oxford.

Es autor de varios libros, entre ellos, Pakistán: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) y The Extreme Centre: A Warning (2015).

thanks to: Redazione italiana di Pressenza

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Obama si confessa sulla Libia: ‘Spettacolo di merda’

Estratto dall’intervista di The Atlantic

Barack Obana, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

Barack Obama, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

(…) Ma ciò che sigla la visione fatalistica di Obama è il fallimento dell’intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011. Questo intervento aveva lo scopo di evitare che l’allora dittatore del Paese, Muammar Gheddafi, massacrasse gli abitanti di Bengasi, come minacciava. Obama non voleva immischiarsi; fu consigliato da Joe Biden e dal segretario alla Difesa uscente Robert Gates, tra gli altri, a starne alla larga. Ma una forte fazione nella sicurezza nazionale, la segretaria di Stato Hillary Clinton e Susan Rice, allora ambasciatrice alle Nazioni Unite, insieme a Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, spinsero duramente a proteggere Bengasi, prevalendo. (Biden è aspro nel giudicare la politica estera di Clinton, dicendo in privato, “Hillary vuole solo essere Golda Meir”). Le bombe statunitensi furono sganciate e la gente di Bengasi fu risparmiata da ciò che poteva, o non poteva, essere un massacro, e Gheddafi fu catturato e giustiziato. Ma Obama dice oggi che l’intervento, “Non ha funzionato”. Gli Stati Uniti, crede, pianificarono l’operazione in Libia con attenzione, eppure il Paese è ancora un disastro. Perché, dato da ciò che sembra la naturale reticenza del presidente a un maggiore coinvolgimento militare dove la sicurezza nazionale statunitense non sia direttamente in gioco, accettò la raccomandazione dei consiglieri più attivisti d’intervenire? “L’ordine sociale in Libia si è spezzato”, aveva detto Obama spiegando il suo pensiero al momento. “C’erano proteste di massa contro Gheddafi. Divisioni tribali in Libia. Bengasi era il fulcro dell’opposizione al regime. E Gheddafi aveva inviato l’esercito verso Bengasi, dicendo, ‘Li stermineremo come topi’. “Ora, l’opzione era non fare nulla, e c’erano alcuni nella mia amministrazione che dissero, per tragico che fosse la situazione libica, non era un nostro problema. La vidi come cosa che sarebbe stata un nostro problema se, in realtà, caos e guerra civile scoppiavano in Libia. Ma non era così importante per degli interessi degli Stati Uniti da permetterci di colpire unilateralmente il regime di Gheddafi. A quel punto c’erano l’Europa e numerosi Paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi o erano preoccupati per motivi umanitari, che chiedono l’azione. Ma come al solito negli ultimi decenni in queste circostanze, c’è chi ci spingeva ad agire per poi mostrare assenza di volontà nel mettere la pelle nel gioco”.
“Banditi?” intervengo.
“Banditi”, disse continuando. “Allora, dissi a quel punto che dovevamo agire nell’ambito di una coalizione internazionale. Ma poiché questo non era al centro dei nostri interessi, dovevamo avere un mandato delle Nazioni Unite; che i Paesi europei e del Golfo fossero attivamente coinvolti nella coalizione; attuare la forza militare che solo noi abbiamo, ma ci aspettiamo che gli altri sopportassero la loro parte. E lavorammo con le nostri squadre della difesa per assicurarci una strategia senza inviare truppe e un impegno militare a lungo termine in Libia. “Così effettivamente attuammo il piano come avrei potuto aspettarmi: ottenemmo il mandato delle Nazioni Unite, costruimmo una coalizione costatatici 1 miliardo di dollaro, che per le operazioni militari fu molto a buon mercato. Impedimmo un gran numero di vittime, impedimmo quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinoso. E nonostante tutto questo, la Libia è un casino”. Casino è il termine diplomatico del presidente; privatamente, chiama la Libia “spettacolo di merda”, in parte perché è diventata il santuario dello SIIL già colpito da attacchi aerei. E’ diventato uno spettacolo di merda, pensa Obama, per ragioni che avevano poco a che fare con l’incompetenza statunitense e più con la passività degli alleati e la forza ostinata del tribalismo. “Quando mi volto indietro e mi chiedo cosa è andato storto”, aveva detto Obama, “c’è spazio per le critiche perché avevo più fiducia nei cittadini europei, data la vicinanza della Libia, che si occupassero del seguito”. Osservava che Nicolas Sarkozy, il presidente francese, perse la carica l’anno successivo. E disse che il primo ministro inglese David Cameron smise solo d’interessarsene, “distraendosi con varia altre cose”. Della Francia diceva, “Sarkozy si vantava della propria partecipazione nell’operazione aerea, nonostante avessimo spazzato via tutte le difese aeree configurando essenzialmente l’intera infrastruttura per l’intervento”. Questa vanteria andava bene, secondo Obama, perché permise agli Stati Uniti di “coinvolgere la Francia in modo meno costoso e meno rischioso per noi”. In altre parole, dando credito supplementare alla Francia in cambio di meno rischi e costi per gli Stati Uniti, fece uno scambio utile, tranne che “dal punto di vista di molta gente addetta alla politica estera, che pensava fosse terribile. Se abbiamo intenzione di fare qualcosa, ovviamente, dovevamo farci avanti e nessun altro deve condividere i riflettori”. Obama accusava anche le dinamiche libiche interne. “Il grado di divisione tribale in Libia era maggiore di quanto avevano previsto i nostro analisti. E la nostra capacità di avervi una qualsiasi struttura per poter interagire, avviare la formazione e iniziare a fornire le risorse fu distrutta assai rapidamente”. La Libia gli ha dimostrato che il Medio Oriente era meglio evitarlo. “Non c’è modo d’impegnarsi a governare Medio Oriente e Nord Africa”, aveva detto di recente a un ex-collega del Senato. “Sarebbe un errore fondamentale”.

Samantha Power, John Kerry e Barack

Samantha Power, John Kerry e Barack Obama

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arab Knesset Member to Obama: Are Gaza Children Allowed to Dream like Your Daughters, Malia and Sasha?

NAZARETH, August 6, 2014 (WAFA) – Ahmad al-Tibi, an Arab member of the Israeli Parliament, Knesset, sent on Wednesday a letter to the U.S. President Barack Obama listing the names and ages of the Palestinian fatalities in Gaza, including children.

 

Al-Tibi underscored the U.S. double standards in its policy towards the barbaric aggression on Gaza, including the arms supplies and financial support to Israel.

 

“I am writing this to express our resentment over your position, and the position of the U.S. administration, towards the Israeli aggression on Gaza.”

 

Al-Tibi said 1881 Palestinians have been killed, of whom 80% are civilians, including 315 children, since the beginning of the Israeli aerial, ground and naval aggression.

 

 “All Palestinian children killed in Gaza had names, faces, and families, as well as hopes and dreams just like your daughters, Malia and Sasha.”

 

“Your echoing of the Israeli propaganda that the Palestinians hide behind their children is not acceptable. A number of human rights organizations confirmed that the Palestinians do not use their children as human shields. It is quite the exact opposite; the Israeli army always uses Palestinians as human shields during its military operations,” he added.

 

He stressed that the Palestinian people love their children and cry over their death just like any other parents.”

 

He said that the death of children should torture anyone with a conscience, addressing Obama and asking him, “don’t the children of Gaza deserve life, liberty and empathy on your part for their suffering?”

 

Tibi also accused the Obama administration “of hypocrisy, after they called the alleged kidnapping of Lieutenant Hadar Goldin ‘barbaric’, while the IDF was bombing hospitals, schools, homes, mosques, UN facilities, ambulances, and even the only power source in Gaza,” reported Jerusalem online.

M.N./T.R.

thanks to: Wafa

Dirty Wars

Website: dirtywars.org

“This film blew me away from the first shot. It is one of the most stunning looking documentaries I’ve ever seen. So, for elevating the art of observational cinema through sophisticated lensing and an electric color palette, the Cinematography Award for U.S. Documentary goes to Dirty Wars” —Sundance Juror Brett Morgen


 

Film Review: Dirty Wars
by Rob Nelson

“Filed from the frontlines of the war on terror, documentarian Richard Rowley’s astonishingly hard-hitting Dirty Wars renders the investigative work of journalist Jeremy Scahill in the form of a ’70s-style conspiracy thriller. A reporter for the Nation, Scahill follows a blood-strewn trail from a remote corner of Afghanistan, where covert night raids have claimed the lives of innocents, to the Joint Special Operations Command (JSOC), a shadowy outfit empowered by the current White House to assassinate those on an ever-expanding ‘kill list,’ including at least one American. This jaw-dropping, persuasively researched pic has the power to pry open government lockboxes.”

 

 

 


Dirty Wars: Sundance Review
by John DeFore

“Bottom line: A strong filmmaking voice turns already disturbing material into a hot doc.”

“…[T]he film’s narrative drive offers a compelling package for viewers numbed by one news report after another about civilian deaths and secret hit lists. Its tough investigative tone and surprisingly stylish photography enhance cinematic appeal for a doc that merits theatrical exposure.”

 

 

‘Dirty Wars’ Documentary Wins Praise at Sundance Debut
by Marcy Medina

“Journalists are trained to keep themselves out of the story, but some can’t help become a part of it. In one of the most well-received documentaries at the Sundance Film Festival, Dirty Wars, Jeremy Scahill is both narrator and subject of one of the most incendiary stories in recent history. Directed, shot and edited by fellow war journalist and filmmaker Richard Rowley, Dirty Wars follows Scahill, national security correspondent for The Nation, as he reports on the U.S.’ covert war on terror, which according to the film has seen thousands added to the U.S. military’s ‘kill list,’ and elite forces that operate in the shadows.”

 

 


Dirty Wars Review
By Germain Lussier

“Dirty Wars is a focused, fascinating and frightening look at war in the 21st century, and a film you’re sure not to forget.”

A True-Life Crime Thriller About America’s Covert Wars
By Erica Abeel, The Huffington Post

“Dirty Wars is a game-changing, mind-blowing film…. Dirty Wars assumes the tantalizing shape of a mystery thriller as compelling as any feature film.”

Israele soccorre il Mujaheddin Obama

Israele soccorre il Mujaheddin Obama

Pepe Escobar
Translated by  Sara Sarabushi

Proprio quando la farsa della ‘linea rossa’ stava raggiungendo un livello critico, ma ancora seppellito sotto la sabbia, ed egli doveva scegliere fra l’embargo o un coinvolgimento diretto nella guerra siriana (si veda l’articolo “La messa in scena della linea rossa in Siria e Iran”, Asia Times Online, 2 maggio 2013), il Presidente Obama è stato salvato dal governo israeliano di Bibi Netanyahu.

La tentazione era oh, così grande per Obama di reinterpretare Ronald Reagan e indossare gloriosamente il mantello di Obama il Mujaheddin Siriano, proprio come Reagan aveva fatto negli anni ’80 con i suoi amati combattenti per la libertà nella jihad afghana. Perché questo avvenga si dovrà attendere, ma forse non tanto.

I motivi di Israele

Andiamo al sodo. Il bombardamento israeliano delle installazioni dell’Esercito siriano a Jamraya, vicino a Damasco, è una provocazione e un atto di guerra. Israele ha agito su delega di Washington, che forse ha addirittura fornito una lista degli obiettivi. E Washington, per non parlare degli inutili burattini di Bruxelles, non condannerà il bombardamento, che per l’ennesima volta si prende beffa delle leggi internazionali.

Israele insiste che gli obiettivi erano dei missili iraniani terra-terra Fateh 110 per gli Hezbollah. Damasco dice che gli obiettivi erano un istituto di tecnologia militare e territori per l’addestramento delle truppe; ci sono molti appartamenti nelle vicinanze, i cui inquilini sono sempre stati voluti dalla CIA come collaboratori. Non ci sono armi chimiche a Jamraya. Secondo fonti mediche siriane, potrebbero essere rimasti uccisi 42 soldati.

Questa idea di Israele degli Hezbollah è confusa. Non vi è alcuna conferma che gli Hezbollah avessero comprato i Fateh 110. Dal 2009, gli Hezbollah sono in possesso della versione siriana dei Fateh 110, gli M600, con una portata di circa 250 chilometri e un discreto sistema di guida. Il solito coro di ‘fonti’ anonime di Washington insiste che lo stesso Esercito siriano ha bisogno di quei missili contro le bande armate mercenarie di quello che si è auto-definito Free Syrian Army (FSA) [Esercito siriano libero, NdT]. Quindi non avrebbe avuto senso inviarli al Libano.

Ma per Israele ha senso distruggere una fornitura di Fateh 110, o anche M600. In questo modo Israele aiuta in maniera diretta l’FSA. Fra parentesi, uno dei suoi portavoce, vero o falso che fosse, è andato nella TV israeliana a elogiare il bombardamento. E Israele almeno per il momento evita che altri missili arrivino agli Hezbollah.

Però dall’oscurità emerge il fatto che Israele ha un sacco di seri motivi per fare ancora una volta di testa sua.

Israele brama una Siria debole e caotica, senza tecnologie militari avanzate. Soprattutto brama una totale somalizzazione della Siria, un’anti-utopica società settaria. Quale migliore giustificazione per Israele per essere pronto con le armi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 se non il terrorismo intransigente wahabita proprio lungo i suoi (non delimitati) confini? E per giunta Israele vuole trascinare la Siria, gli Hezbollah e in definitiva l’Iran in una guerra totale. Vuole il pacchetto completo, e al più presto possibile.

Damasco da parte sua può giocare a scacchi, e non reagire. Almeno per il momento. O lasciare che siano gli Hezbollah a reagire, nel prossimo futuro.

Non è una casualità che il bombardamento sia avvenuto dopo:
1) il tour del capo del Pentagono Chuck Hagel in Israele e nelle monarchie petrolifere del Golfo;
2) le avanzate dell’Esercito siriano durante le ultime settimane nel corridoio di Homs contro i mercenari/jihadisti sponsorizzati dall’estero;
3) il viaggio ‘segreto’ a Teheran dello sceicco degli Hezbollah Nasrallah;
in seguito Nasrallah, un’ottima mente geopolitica, ha sottolineato che quello che ‘loro’ veramente vogliono è la distruzione dell’infrastruttura, dell’economia e del tessuto sociale della Siria, “distruggere la Siria come popolo, esercito, intera nazione”.

Se ci saranno ulteriori attacchi, com’è probabile, per esaurire gli arsenali dell’Esercito siriano, sarà un dono della provvidenza per i mercenari/jihadisti. Nasrallah ha assolutamente ragione dicendo che l’obiettivo chiave della coalizione dei volenterosi, formata da NATO, Consiglio di cooperazione del Golfo e Israele, è provare a trascinare la Siria in una guerra totale. Dopo un’eventuale risposta siriana, la ‘soluzione’ sarebbe bombardare a tappeto a livelli dell’Iraq.

Carlos Latuff

Le opzioni di Obama il Mujaheddin

Se la prima mossa statunitense/israeliana avrà successo o meno resta una domanda aperta. Quello che certo ha fatto è stato posporre l’incoronazione di Obama il Mujaheddin. I regni infernali dei think tank statunitensi erano oh, così eccitati dalla prospettiva che Obama aggirasse alla Bush il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (come in Russia e Cina) e imponesse unilateralmente una no-fly zone sulla Siria, così che gli Stati Uniti potessero occuparsi del requisito “campagna per sopprimere la difesa aerea del nemico”.

Un’assurdità, per quanto i britannici e la Francia non si siano arresi all’interno dell’Unione Europea e della NATO, di fatto provando persino a scavalcare quest’ultima nell’imporre una no-fly zone.

La no-fly zone era stata tirata per le lunghe a Washington come modo per assicurarsi circa le armi chimiche della Siria. Il problema è che Washington ha informazioni scarne riguardo a dove queste siano effettivamente depositate. E per di più, secondo Carla del Ponte, investigatrice ONU molto stimata, le armi chimiche erano usate probabilmente non dal governo ma dai ‘ribelli’.

L’amministrazione Obama stava anche accarezzando l’idea del ‘sostegno diretto letale’ ai ribelli, ad esempio in termini di missili anticarro e missili terra-aria.

Washington crede nel suo stesso mito per cui gli USA sarebbero ‘indirettamente’ impegnati nel controllo e rifornimento dei gruppi di opposizione in Siria. Dal 2011, il rifornimento di armi chimiche di bande di mercenari/jihadisti siriani è stato fatto tramite il mercato nero, con scorte in Libia, e in Croazia. La CIA è stata estremamente impegnata per tutto questo periodo. Molte di queste armi sono ora nelle armi di jihadisti intransigenti quali Jabhat al-Nusra.

L’idea che la CIA sia in grado di controllare e armare quelle bande/mercenari/jihadisti a beneficio di Washington una volta crollato il governo di Bashar al-Assad è la battuta del secolo. Provate a fare un salto in Afghanistan con la memoria.

O immaginate questi McJihadisti siriani, o Mujaheddin di You Tube, equipaggiati con ottimi missili a guida infrarossa con lanciatore da spalla mentre portano devastazioni in tutta l’Asia sud-occidentale.

Quindi dopo molti sospiri, Obama ha finito per trovare qualcosa di molto più comodo di una no-fly zone: attacchi mirati, con jet e/o missili, condotti dagli israeliani. Il modello potrebbe essere l’Operazione Volpe del deserto (il bombardamento dell’Iraq del 1998 ordinato da Bill Clinton). L’obiettivo, “mandare un chiaro messaggio alla Siria”.

I prossimi bombardamenti potranno mirare a campi d’aviazione, concentrazioni di aerei, altri depositi di armi, carri armati e artiglieria. I danni collaterali, inevitabilmente, aumenteranno, in proporzione al livello di provocazione.

Il precedente ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU Bill Richardson, molto vicino ai Clinton, all’ABC News ha già scommesso che Obama “propenderà per attacchi aerei”. Sì; questo è solo l’inizio. Piccoli Colpisci e Terrorizza [Shock and Awe, NdT] ci attendono.

Semplicemente, seguire il piano

La domanda è perché ci è voluto così tanto. La distruzione della Siria, come concettualizzata dallo sceicco Nasrallah, con l’Occidente che ancora una volta collabora con le bande di jihadisti, è nei piani da anni. Si veda come a grandi linee l’aveva descritta Seymour Hersh nel 2007. E si veda quanto la dirigenza bipartisan di Washington brami un cambiamento del regime.

E Damasco, ovviamente, è solo una tappa prima di Teheran. Le proverbiali fonti anonime hanno fatto trapelare al londinese Sunday Times di Rupert Murdoch che il “Patto della Mezzaluna” sta diventando realtà.

Si tratta dello stesso elemento ‘Consiglio di Cooperazione del Golfo-Israele’ nella coalizione dei volenterosi in Siria, che in questo caso si unisce per “contrastare le ambizioni nucleari dell’Iran”. La Turchia, la Casa di Saud, gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania e Israele che fanno festa gioiosamente in centri di comando e controllo comuni per rintracciare i diabolici missili balistici iraniani.

“Non so molto di storia. Ma che mondo meraviglioso sarebbe questo.” Controllato da Obama il Mujaheddin.


Courtesy of ComeDonChisciotte
Source: http://www.atimes.com
Publication date of original article: 07/05/2013
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