La Germania chiudera’ tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera’ solo energia rinnovabile

It’s also an important signal for the world that Germany is again getting serious about climate change: a very big industrial nation that depends so much on coal is switching it off Claudia Kemfert, German Institute for Economic Research Berlin Neanche questa notizia arrivera’ sul fossilizzato Corriere della Sera o sara’ oggetto dei petrol-editoriali di…

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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La Russia sospende il Trattato INF in “risposta speculare” all’interruzione statunitense dell’accordo

2 febbraio 2019 15:09 Un lancio di un missile da un sistema russo Iskander. Gli Stati Uniti dicono che 9M729, uno dei missili lanciati da Iskander, viola INF. © Sputnik / StringerIl presidente Vladimir Putin ha detto che Mosca sta fermando la sua partecipazione all’accordo nucleare dell’era della Guerra Fredda dopo la decisione di Washington…

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Il nostro vicino nucleare

La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare
11 maggio 2018 – Rossana De Simone

soldati francesi nella repubblica Centrafricana

di Gregorio Piccin

La grandeur a tempo di Brexit.
A partire dal 2019 il Regno Unito sarà a tutti gli effetti fuori dall’Unione europea. A dire il vero la sua adesione è sempre stata alquanto ambigua e molto parziale considerato il mantenimento della sovranità monetaria e il reale collocamento strategico/militare (più spostato verso Usa e Commonwealth che interno all’asse franco-tedesco europeo).
Tuttavia, indipendentemente dal profilo sfuggente del Regno Unito, in Europa la politica estera comune non è mai esistita: ogni Paese si fa gli affari suoi e dove necessario, li difende anche militarmente in concorrenza con gli altri. Questa è ancora la realtà materiale delle relazioni internazionali. E poco conta se dagli anni novanta si sia astrattamente creduto ad una presunta “fine degli Stati” a fronte dei fenomeni di globalizzazione e finanziarizzazione. Nella grande maggioranza dei casi, gli Stati stanno semplicemente dismettendo la loro funzione regolatrice per concentrarsi sulla funzione repressiva interna e di proiezione militare verso l’esterno.
Lo schema neocoloniale, in sintesi, rappresenta la versione aggiornata e perfezionata del colonialismo e dell’imperialismo novecenteschi: multinazionali di bandiera e grandi banche > ricerca scientifica e tecnologica > professionalizzazione delle Forze armate > controllo dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime.
Si è di fatto passati a piè pari dalla “civilizzazione” della Belle epoque alla “democratizzazione” post ’89 e la Francia, in questo senso, è grande maestra.
Se consideriamo il paniere delle devastanti aggressioni militari occidentali dell’ultimo venticinquennio ogni Paese ha infatti partecipato o meno a seconda degli interessi materialmente in campo.
Fa eccezione l’Italia che si è sempre indistintamente buttata nella mischia, a prescindere persino da qualsiasi valutazione di così detto interesse nazionale, per dimostrare “responsabilità e prestigio” ovvero un imbarazzante servilismo nei confronti di Washington.
La Brexit ha quindi consegnato alla Francia l’indiscusso primato militare in Europa.
Questo Paese è infatti una media potenza militare, con potere di veto all’Onu, con autonome capacità nucleari, con estesi interessi neocoloniali in Africa e in Medio oriente, con basi, avamposti e pezzi di “territorio nazionale” in diversi continenti ed oceani e con conseguenti spiccate capacità di proiezione della forza militare.

Vive la France (afrique)!
La così detta Françafrique è ancora oggi il pilastro del neocolonialismo francese e della sua stessa grandezza economico/militare.
Dopo aver perso Laos, Cambogia e Vietnam nel 1954, la Francia perde anche la più prossima Algeria nel 1962 dopo quattro anni di guerra di sterminio: almeno 300.000 algerini vennero uccisi e circa 3.000.000 deportati in campi di prigionia, a fronte di una popolazione complessiva di dieci milioni.
E’ proprio nel bel mezzo di questa guerra che il generale De Gaulle (presidente della repubblica nel decennio ’59-’69) comprende che il vecchio colonialismo andava rapidamente sostituito con qualcosa di nuovo, più accettabile per l’opinione pubblica ma soprattutto che potesse scongiurare la perdita totale del controllo francese sulle sue stesse colonie.
Nel 1960 De Gaulle concede unilateralmente l’indipendenza a tutte le colonie africane francofone e contemporaneamente crea le così dette “reti Foccart”, composte da soggetti economici, politici, militari e dei servizi segreti. Lo scopo di queste reti politico-affaristiche era quello di controllare direttamente due grandi risorse strategiche come le materie prime e i nuovi fondi per lo sviluppo.
La Francia, per presidiare questo controllo nel tempo, ha utilizzato sia la finanza che le forze armate: da una parte l’imposizione del franco CFA (il così detto franco africano) come moneta direttamente convertibile con quella della “madre patria” e dall’altro il mantenimento di basi militari con annessa “cooperazione” ossia addestramento e controllo degli eserciti locali.
Dopo quasi sessant’anni la Francia è ancora presente nella Françafrique con multinazionali, banche, basi e forze armate, mercenari ma soprattutto con il CFA, oggi convertito in euro.
Il risultato di questa prodigiosa “decolonizzazione”? Un pesante indebitamento di questi Paesi principalmente verso il sistema bancario francese, corruzione strutturale, sistematica perdita di controllo sulle risorse strategiche (tra cui petrolio e uranio), disastri ambientali, l’assenza di qualsiasi prospettiva di sviluppo, migrazioni disumane.

Libia insidiosa
La pretestuosa aggressione alla Libia nel 2011, di cui la Francia fu promotrice e capofila (insieme al Regno unito), è stata un chiaro esempio di “difesa” della propria area di interesse strategico. Nel caso della Libia si è trattato principalmente di neutralizzare il progetto di Gheddafi di mettere in gioco le ingenti riserve auree, il petrolio e il gas libico per costruire una moneta panafricana (e un sistema bancario) che potesse insidiare il CFA tuttora in uso nella Françafrique.
Anche in altri Paesi si è tentata la strada dell’indipendenza economica ma è chiaro che la grandeur non può stare in piedi senza il pilastro della Françafrique: più della metà degli 87 colpi di stato che si sono susseguiti nel continente africano negli ultimi 50 anni si sono verificati nell’Africa francofona.
E proprio l’Africa, in particolare quella centro-occidentale, sembra essere diventata ultimamente il terreno di una ricomposizione di interessi a livello di alcuni Paesi dell’eurozona. Da quando il franco francese è scomparso, il CFA è stato infatti agganciato all’euro mantenendo il sistema bancario francese come centro drenante dei capitali provenienti dalla Françafrique.
La convertibilità CFA/euro ha portato con sé almeno due conseguenze importanti: la prima è che i Paesi sottoposti a questa sorta di vessazione finanziaria hanno sviluppato economie dipendenti dalle importazioni europee e con una capacità d’acquisto della popolazione strutturalmente depressa; la seconda è che la Francia non può più sostenere l’esclusiva.
Ecco spiegato come mai, dal 2015, la Germania ha inviato in Mali un suo contingente che conta oggi più di mille soldati mentre l’Italia ha tentato maldestramente d’inviare il suo in Niger nel quadro della così detta “Coalizione per il Sahel” lanciata dal governo Macron in un vertice a Parigi lo scorso 13 dicembre.

Il nuovo ruolo militare della Francia: verso il 2% del P.i.l
Macron eredita da Hollande il rilancio del protagonismo francese nel continente africano. Parigi intende infatti consolidare la presenza militare in Africa dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano, dal Senegal a Gibuti, passando per il Sahel e quindi ricongiungersi con altre basi e avamposti già presenti nei due oceani. Questa visione strategica espansionista, aggressiva e molto ambiziosa richiede un concorso negli “oneri per la sicurezza” che la Germania offre già da anni.

La capacità di proiezione globale (condivisa come piattaforma con gli alleati) offre all’industria bellica francese prospettive senza fine.
Il ruolo di capofila richiede però alla Francia (e a tutti i francesi) un forte aumento della spesa militare: con la nuova Legge di Programmazione Militare (LPM 2019-2025), Macron intende stanziare la somma di 295 miliardi di euro, ben 105 miliardi in più rispetto al quinquennio precedente.
L’8 febbraio scorso, nel presentare la LPM il ministro della difesa Parly ha giustificato questo forte aumento definendolo “…necessario per mantenere l’influenza globale della Francia ed intervenire in ogni luogo del globo in cui vengano minacciati gli interessi della Nazione e la stabilità internazionale…” (RID, aprile 2018, pag.68).
Il piano ha l’ambizione di garantire “l’autonomia strategica” nazionale ed europea. Oltre alle nuove acquisizioni (sommergibili nucleari, fregate, droni, satelliti, aerei ed elicotteri) la LPM prevede un corposo aumento del personale: 6.000 unità per le forze armate di cui 1.500 per i servizi segreti e 1.000 operatori per la cybersicurezza più 750 funzionari da impiegare nella “divisione vendite” nella Direction Générale de l’Armement.
In Francia infatti è lo stesso governo ad occuparsi dell’export dei prodotti dell’industria bellica nazionale, dalle pistole ai caccia.
Un servizio che secondo Alessandro Profumo (a.d Leonardo), anche lo Stato italiano dovrebbe fornire all’industria bellica nostrana per avere maggiore rappresentatività di fronte alla domanda internazionale.
La Francia intende inoltre aggiornare la sua capacità nucleare: la LPM stanzia 25 miliardi di euro in cinque anni per conferire ai caccia Rafale capacità di bombardamento, sviluppare un nuovo missile balistico intercontinentale e un nuovo sommergibile con capacità di lancio.
Non c’è dubbio che la grandeur stia attraversando una fase di poderoso slancio, favorita dalla Brexit e sostenuta dalla Pesco.
La nuova Legge di Programmazione Militare, che vorrebbe garantire l’”autonomia strategica” attraverso la difesa degli interessi della nazione, fa il paio con la dichiarata intenzione di raggiungere, entro il 2025, la soglia del 2% del p.i.l per le spese militari.
In questo modo il governo Macron persegue l’intenzione di dirigere lo scomposto neocolonialismo europeo con il ruolo di capofila militare-industriale e nucleare. Per il momento, sempre all’ombra della Nato.

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Israele prepara la guerra?

Alastair Crooke, SCF 07.05.2018Il generale Mattis dichiarava al Comitato delle forze armate del Senato degli Stati Uniti che crede che uno scontro militare tra Israele e Iran in Siria sia sempre più probabile: “Posso vedere come potrebbe iniziare, ma non sono sicuro quando o dove“. Questo non dovrebbe sorprendere. Chiunque sbirci attraverso la membrana della bolla occidentale, può vedere le principali dinamiche “colmarsi e rafforzarsi” in modo tale da chiudersi inesorabilmente su Israele. Diventa “inesorabile”: non tanto perché gli Stati del Medio Oriente desiderano la guerra (non la vogliono); ma perché Israele si sente culturalmente costretto a legarsi al presidente Trump e alla sua squadra di estremisti collocandosi a primo collaboratore nella “guerra” degli Stati Uniti per respingere Cina, Russia, Iran e farne del loro progetto commerciale un’entità inefficace ed indebolita. La retorica belluina di Pompeo e Bolton può sembrare un elisir inebriante per certi israeliani; ma semplicemente il Medio Oriente non è il posto in cui collaborare a tale nuova “guerra” ibrida statunitense contro le nuove dinamiche emergenti. Cina, Russia e Iran sono risoluti, “inesorabili”. Israele combatterà contro gli eventi e, infine, essendo completamente in disaccordo col Medio Oriente, cercherà di colpirlo ed indebolirlo (proprio come negli attacchi in Siria), e ne sarà colpito in risposta. E si potrebbe vedere una grande guerra. Sia che si guardi l’audace, rossa, fascia est-ovest della massiccia “Strada e Corridoio” cinese che si estende su tutta l’Eurasia (qui); che la verticale russa, mackinderesco cuore dei produttori di energia (qui), che si estende dall’Artico al Medio Oriente, rifornendo i consumatori ad est e ad ovest, una cosa si distingue chiaramente: Iran e fascia settentrionale del Medio Oriente sono al centro di entrambe le mappe. Ma, ad essere chiari, questi possono essere articolati come progetti commerciali ed energetici, ma sono anche primariamente politico-culturali. Queste due visioni, la mappa cinese e quella russa, sono complementari. Una evidenza l’influenza delle risorse e l’altra i flussi e la concomitante fecondità economica che potrebbe derivare dal flusso di energia e dei manufatti lungo questo corridoio. In questa fascia settentrionale del Medio Oriente, la Russia ha “peso” diplomatico e di sicurezza, e non gli USA; e la Cina vi ha influenza economica, e non gli USA. E ‘no’, questo non è fumo generato da qualche immaginario ‘vuoto’ creato dai fallimenti seriali degli USA in Medio Oriente. Queste sono autentiche dinamiche di mutamento all’opera.
Per certi occidentali (e israeliani) boriosi, nulla di significativo vi appare. Ci viene detto, da Politico ad esempio, che: “… la nuova Guerra Fredda non è come l’originale Guerra Fredda, perché manca della dimensione ideologica… l’attuale tensione tra Stati Uniti e Russia è una lotta seinfeldiana sul nulla: Putin non ha alcun obiettivo ideologico oltre l’elevazione dello Stato russo, governato da lui e dal suo clan; non cerca aderenti in occidente, e quindi non guida alcuna grande competizione tra due sistemi… Dopotutto, Putin non predica la rivoluzione mondiale, elemento dottrinale chiave del comunismo sovietico”. Come mai l’occidente è “culturalmente cieco” sui grandi cambiamenti in corso? È vero che ciò che accade in Medio Oriente e Russia non è “ideologia” nel senso utopico coercitivo, globale, volto a correggere i difetti umani, contrapponendo e riformando l’umanità in modo coercitivo. Ma ciò che esiste, non è il “nulla”: sembra, perché proprio negano e sono contrari alla nozione di unico ordine globale culturale basato su regole umane, che questi progetti siano invisibili all’occidente. Nel caso d’Israele, non sorprende. Theodor Herzl, padre del sionismo moderno, nel suo libro Der Judenstaat, documento fondatore del sionismo, scrisse: “Per l’Europa noi Stato ebraico costituiremo parte del muro contro l’Asia: serviremo da avamposto della Cultura contro la Barbarie“. In breve, Israele fu specificamente fondato come “utopia” dell’Illuminismo europeo, e di conseguenza e comprensibilmente gli israeliani non riescono ad immaginare che altri possano sfidare culturalmente o tecnologicamente cultura e scienza dell’Illuminismo europeo. Ecco Ehud Barak caratterizzare Israele come “città nella giungla” deprecando gli abitanti della giungla. La Cina, tuttavia, con Xi e il Partito Comunista Cinese, si ritrae erede dell’impero cinese di 5000 anni, scacciando l’occidente predatore e definendo un’identità cinese fondamentalmente contraria alla modernità statunitense. Il mondo che Xi immagina è incompatibile con le priorità di Washington e quindi d’Israele (sull’attuale corso). Anche la Russia cerca di definire un “modo d’essere” culturalmente russo, a suo modo, senza imitare i modelli dell’Europa occidentale, ma piuttosto puntando all’opposto polo culturale e morale. Iran e Siria (e forse anche Iraq) non guardano più al modello occidentale politico o morale, emulandolo o stimandolo. Il punto è che nella zona settentrionale almeno del Medio Oriente (incluso l’Iraq), gli “sgozzatori wahhabiti” che i servizi segreti occidentali, israeliani e sauditi hanno armato contro Assad non sono solo screditati, ma sono detestati (dai sunniti quanto gli altri). Si delinea la lenta detonazione del “colpo di grazia” a tali politiche (ancora perseguite dagli Stati Uniti che proteggono lo SIIL al confine tra Siria e Iraq). Questa regione è sfuggita all’influenza occidentale. L’asse Russia-Cina-Iran è già la potenza decisiva nell’area, anche nel Golfo. E l’Iran sarà un attore importante. L’occidente ha avvicinato Russia ed Iran strategicamente e militarmente, e per Pechino l’Iran è assolutamente cruciale per la Vai e il Corridoio. Come osserva Pepe Escobar: “Fedeli alla mappa dell’integrazione dell’Eurasia in evoluzione, Russia e Cina sono in prima fila nel sostegno all’Iran. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, soprattutto per via delle importazioni energetiche. Da parte sua, l’Iran è un importante importatore di cibo. La Russia vuole coprire questo fronte… Le aziende cinesi sviluppano gli enormi giacimenti petroliferi di Yadavaran e Azadegan settentrionale. La China National Petroleum Corporation (CNPC) ha acquisito la partecipazione del 30% del progetto per lo sviluppo di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo. Un accordo da 3 miliardi di dollari migliora le raffinerie petrolifere iraniane, incluso un contratto tra Sinopec e National Iranian Oil Company (NIOC) per espandere la vecchia raffineria di Abadan“.
In breve, ci sono forze potenti che sorgono in Medio Oriente e non più in sintonia con le “priorità” occidentali (né particolarmente favorevoli all’egemonia israeliana, che considerano destabilizzante). Queste forze sono già potenti e sembrano destinate ad esserlo ancora più. Ma gli USA, sotto la visione del MAGA di Trump, hanno dichiarato queste forze emergenti “potenze revisioniste” o “Stati canaglia”, e la dirigenza statunitense li considera “minacce” nella sua “guerra eterna”. È questione aperta se gli USA troveranno i mezzi per avvicinare queste forze emergenti, o vi entreranno in conflitto. Questa è la “domanda” della nostra era. Nel caso degli Stati Uniti, se un conflitto ne risulterà, potrebbe rimanere ibrido; ma per Israele, tale opzione è improbabile: può solo passare ai conflitti “diretti”. Ma ciò che rende il conflitto israelo-iraniano forse imminente è un altro cambiamento importante, che potenzialmente muterebbe la posizione d’Israele in Medio Oriente. La regione non cambia solo in modo progressivamente incompatibile con le “priorità” di Washington, ma l’unica qualità che sembrava separare l’occidente, rendendolo “eccezionale”, era la tecnologia, che ora appare scivolargli via. La disputa degli USA con la Cina riguarda essenzialmente questo problema: Trump afferma che la Cina ha “rubato” tecnologia statunitense (insieme ai posti di lavoro). Alcune tecnologie potrebbero essere state “soffiate”, ma la realtà è che posti di lavoro e tecnologia furono volontariamente esportati in Cina per gonfiare i profitti delle aziende statunitensi. In ogni caso, Cina, Russia ed Iran hanno fatto propria la tecnologia, e ora superano la tecnologia della difesa occidentale, o già la sostituiscono. Gli Stati Uniti non riusciranno a contenere o reprimere l’innovazione tecnologica della Cina, o la rivoluzione tecnologica della difesa russa. Quindi, se Israele guarda al vicinato, percepisce gli Stati Uniti gradualmente disimpegnarsi dal Medio Oriente e le potenze “revisioniste” e “canaglia” sempre più presenti; “un grave fallimento strategico con implicazioni di ampia portata“, affermava il principale esperto della sicurezza israeliano Ehud Yaari, e sa che la “guida” tecnologica della difesa occidentale va via come sabbia tra le dita occidentali.
Non c’è da stupirsi che la destra israeliana affermi che la situazione d’Israele, la sua capacità di rispondere alla nuova situazione, peggiorerà col tempo: che non ci sarà mai una Casa Bianca più irriflessiva; né una superiorità aerea d’Israele come una volta, con sempre più diffuse e migliori difese aeree che negano ad Israele lo spazio aereo che dava per scontato; Carpe Diem, cogli l’attimo, sollecitano tali politici, per trovare un pretesto all’escalation e seguiti dagli Stati Uniti. Ma non è una questione diretta: ai vertici dell’intelligence e della sicurezza israeliana sono cauti: Israele non può sostenere un conflitto per più di sei giorni (stima del generale Golan), in particolare se coinvolge più fronti. Israele potrebbe ripetere oggi l’esperienza della guerra dei sei giorni (in cui distrusse l’aeronautica egiziana nelle prime quattro ore)? Non è affatto sicuro. Iran ed Hezbollah hanno sviluppato la risposta asimmetrica alla potenza aerea israeliana negli ultimi venti anni, che hanno sperimentato con successo in Libano nella guerra del 2006. Ed oggi ci sono nuovi missili a nord d’Israele; ed è certo che dominerà ancora i cieli? È dubbio.
Allora, dove siamo oggi? Il segretario Pompeo visitava Tel Aviv la settimana scorsa. Sembra che autorizzasse Israele ad usare le bombe di minore dimensione (GBU-39) contro gli iraniani il 30 aprile, quelle che Obama diede ad Israele. Sembra che abbia anche sostenuto Israele ad allargare unilateralmente la “guerra” a qualsiasi iraniano in Siria. Israele sfida Iran, Siria o Russia a rispondere a tali provocazioni, credendo che non lo faranno, almeno fino al 12 maggio (quando Trump decideva le sanzioni contro l’Iran, ancora una volta). Il Presidente Putin cerca di controllare la guerra, ma il via libero di Pompeo a Tel Aviv lo spazientiva. I consiglieri militari premono per attivare le batterie di S-300 contro aerei e missili israeliani. E dal 12 maggio, con la decisione di Trump… Beh, l’Iran ha già promesso ritorsioni all’attacco missilistico su T4 del 9 aprile, tempismo e metodo sono ancora da decidere. La prospettiva della guerra è in bilico: la destra israeliana vuole cogliere l’attimo (e probabilmente intende annettersi la Cisgiordania nella nebbia bellica). I militari israeliani (come le controparti statunitensi) sono cauti, sono quelli che rischiano. E Trump? Ah… le pressioni interne crescono. Deve dividere il Congresso (o, come dice, “i democratici lo metteranno sotto accusa“). Ci saranno poche concessioni elettorali nazionali ora, in attesa del convogliatore elettorale di novembre (quando la maggior parte di esse sarà dietro di lui). La politica estera è laddove il periodo medio può essere vinto (o perso). Molto viene bloccata dalla bilancia della politica interna USA.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: Israele prepara la guerra?

Iran: “Gli USA sono un paese che non manterrà mai le proprie promesse”

Rohaní ha parlato alla tv iraniana dopo l’annuncio di Trump sul ritiro degli Stati Uniti dell’accordo nucleare.

Il presidente dell’Iran, Hasan Rohaní, ha dichiarato che a partire da questo momento il Piano di azione congiunta globale “è un accordo tra l’Iran e cinque paesi”, dopo che l’accordo ha perso uno dei suoi membri.”L’Iran è un paese che rimarrà sempre fedele ai suoi impegni e gli Stati Uniti sono un paese che non adempiranno mai alle loro promesse”, ha affermato il presidente iraniano.

Il presidente iraniano ha ordinato al ministro degli esteri di negoziare la questione con altri paesi.

“Il ministero degli Esteri iraniano continuerà i colloqui con gli altri paesi dell’accordo”, ha spiegato Rohaní, aggiungendo che la decisione di Trump sull’Iran fa parte della “guerra psicologica”.

L’accordo è stato firmato dall’Iran e dal gruppo 5 + 1 (Regno Unito, Cina, Francia, Russia, Stati Uniti e Germania) nel 2015 e ha stabilito l’annullamento di una serie di sanzioni contro la Repubblica islamica in cambio del suo impegno di non sviluppare o acquisire armi nucleari.

Fonte: RT

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Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

L’appello congiunto dei leader religiosi per l’abolizione delle armi nucleari

Michelle Tullo

WASHINGTON, 24 aprile, 2014 (IPS) – Alla vigilia dell’incontro sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) che si terrà la prossima settimana presso il quartier generale delle Nazioni Unite a New York, più di cento rappresentanti di undici gruppi religiosi da tutto il mondo si sono impegnati ad incrementare i loro sforzi per raggiungere l’abolizione globale delle armi nucleari.

Tra i partecipanti riunitisi questo giovedì al United States Peace Institute (Istituto per la Pace degli Stati Uniti) figure di spicco delle religioni buddista, cristiana, ebrea e musulmana hanno affermato che i loro princìpi insegnano che la minaccia posta dalle armi nucleari è “inaccettabile e dev’essere eliminata”.

A condurre l’evento la Soka Gakkai, un’organizzazione internazionale buddista con sede in Giappone formata da gente comune.

Secondo una dichiarazione emessa alla fine della giornata di convegno, “la costante presenza di armi nucleari obbliga l’umanità a vivere nell’ombra di una distruzione apocalittica”.

“I numeri o le statistiche non riescono a trasmettere pienamente le catastrofiche conseguenze di un qualsiasi utilizzo di armi nucleari; è una realtà che travalica sia il potere dell’analisi razionale sia quello della nostra immaginazione.”

Tra i firmatari della dichiarazione, i rappresentanti di associazioni come la Muslim American Citizens Coalition and Public Affairs Council (MACCPAC), il Friends Committee on National Legislation (FCNL) e Pax Christi International.

Alla base dell’organizzazione di questo convegno, ultimo di una serie di incontri sull’impatto umanitario delle armi nucleari, c’è il fatto che delegati da tutto il mondo sono in procinto di riunirsi a New York per l’NPT PrepCom (Comitato preliminare per l’NPT) che si terrà dal 28 aprile al 9 maggio. Questo incontro servirà a porre le basi per la Review Conference (Conferenza di Revisione) del 2015, anch’essa ospitata a New York, sulla realizzazione degli obiettivi di non proliferazione dell’NPT e la definitiva eliminazione delle armi nucleari.

“La teoria della deterrenza nucleare non funziona più come una volta. L’unica via per ridurre la minaccia delle armi nucleari è quella di creare un’era in cui non ci siano più armi nucleari”, ha detto all’IPS Hirotsugu Terasaki, vice presidente della Soka Gakkai e direttore esecutivo del Dipartimento di Pace della Soka Gakkai Internazionale.

“Il presidente della nostra organizzazione ha detto: ‘Le armi nucleari non sono un male necessario, sono un male assoluto’”.

Accelerare il processo

Uno degli scopi del meeting di giovedì era quello di analizzare gli effetti fatali delle armi nucleari, incluse quelle conseguenze che vanno oltre all’immediato fallout derivante da un attacco nucleare.

Ad esempio, nel suo discorso d’apertura, il Dott. Andrew Kanter (ex direttore di Physicians for Social Responsibility, Medici per la Responsabilità Sociale) ha esposto ai partecipanti le scoperte scientifiche circa il fatto che anche una piccola detonazione potrebbe causare una carestia letale molto ampia poiché provocherebbe una accelerazione dei cambiamenti climatici e il blocco globale dell’agricoltura.

Altri hanno discusso della necessità di coinvolgere i cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti in un più ampio confronto. Il primo passo sarà quello di presentare la dichiarazione di giovedì alla presidenza dell’NPT PrepCom la prossima settimana.

“Dobbiamo ripensare a ciò che intendiamo con sicurezza e a come viviamo la sicurezza”, ha detto Marie Dennis, co-presidentessa di Pax Christi International. “In quanto comunità fondate sulla fede, siamo nella posizione di porre questo tipo di domande”.

Dal 1970, anno in cui l’NPT è diventato effettivo, le regolari conferenze di revisione hanno prodotto pochi successi, escludendo il Trattato di bando complessivo dei test nucleari (CTBT), che proibisce qualsiasi esplosione nucleare – incluse quelle (come avvenuto nelle Isole Marshall) a scopo di test.

Inoltre, i cinque firmatari in possesso di armi nucleari si sono incontrati ogni anno a partire dal 2009; la scorsa settimana si sono incontrati a Pechino, dove hanno riaffermato gli impegni presi in passato e fissato un quadro di report per condividere i progressi nazionali sul rispetto dei trattati stipulati.

Tra i presenti all’incontro di giovedì c’era anche Anita Friedt, funzionaria di politica nucleare al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. La donna ha descritto alcune delle ragioni per cui l’abolizione del nucleare è stato un processo così lento e scoraggiante.

“Perché non possiamo semplicemente fermarci e abbandonare le armi nucleari? È davvero una questione molto difficile”, ha detto la Friedt.

“Se dicessimo soltanto che oggi abbiamo deciso di abbandonare le armi nucleari, per forza di cose non ci sarebbe nessun incentivo per gli altri Paesi a fare lo stesso. Purtroppo, è più complicato di quanto sembri all’apparenza”.

Si prospettano inoltre importanti sfide burocratiche per le negoziazioni NPT in corso. Il Congresso degli Stati Uniti, ad esempio, non ha ratificato il CTBT nel 1999 e ha ratificato a fatica il Trattato “New START” firmato dal Presidente Barack Obama nel 2010 (si tratta di un accordo strategico di riduzione delle armi tra Stati Uniti e Russia).

“Stiamo andando a un ritmo più lento di quello che vorrei; stiamo andando a un ritmo più lento di quello che il nostro Presidente vorrebbe”, ha detto la Friedt.

Ad ogni modo, secondo Terasaki della SGI, le comunità religiose internazionali si trovano proprio nella posizione di far ampiamente leva per cercare di influenzare e velocizzare questo processo. L’incontro di giovedì, ha evidenziato, ha rappresentato la prima volta in cui si è svolto questo tipo di confronto negli Stati Uniti.

“Vogliamo aiutare a ri-energizzare la voce delle comunità religiose”, ha detto, “ed esplorare nuove strade per far maturare una consapevolezza comune sulla natura disumana delle armi nucleari”.

L’obbligo di disarmo

Il convegno si è tenuto nello stesso giorno in cui le Isole Marshall hanno presentato una causa legale senza precedenti alla Corte di Giustizia Internazionale contro gli Stati Uniti e otto altri paesi in possesso di armi nucleari per non aver onorato il loro impegno nei confronti dell’NPT e delle leggi internazionali.

David Krieger, presidente della Nuclear Age Peace Foundation e consulente per la causa mossa dalle Isole Marshall, ha detto a IPS: “L’Articolo VI [dell’NPT] definisce il dovere di condurre i negoziati in buona fede allo scopo di porre fine alle armi nucleari e per il disarmo”.

“Questa causa legale prova che ciascuno degli stati in possesso di armi nucleari sta rinnovando il suo arsenale nucleare. Non si può rinnovare il proprio arsenale e dire che si sta negoziando in buona fede”.

Attualmente sono cinque i paesi che hanno preso parte all’NPT: Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Tuttavia, le Isole Marshall hanno accusato anche India, Israele, Corea del Nord e Pakistan, affermando che tali paesi sono tenuti a rispettare gli stessi provvedimenti sul disarmo nucleare poiché soggetti alle leggi internazionali.

La piccola nazione insulare, parte della Micronesia (nell’Oceano Pacifico), non ha avviato le cause per ottenere un compenso economico. Piuttosto, il suo governo vuole che la Corte Internazionale di Giustizia dichiari che i nove paesi stanno violando le condizioni siglate nei trattati e che emetta un’ingiunzione restrittiva ordinando loro di cominciare a negoziare in buona fede.

Secondo Krieger le Isole Marshall hanno “sofferto profondamente” a causa dei test nucleari effettuati dagli Stati Uniti tra il 1946 e il 1958.

“Non vogliono che nessun altro paese o popolo soffra le conseguenze che hanno sofferto loro”, ha riferito, sottolineando che dalla fine dei test nucleari gli abitanti delle Isole Marshall hanno patito effetti negativi sulla salute per generazioni, tra cui bambini nati morti e tassi di cancro incredibilmente alti.

Dei nove paesi in possesso di armi nucleari solo il Regno Unito, l’India e il Pakistan hanno accettato la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia. Gli altri sei paesi, Stati Uniti compresi, saranno chiamati dalla corte a dichiarare i motivi per cui non hanno rispettato gli obblighi espressi nell’NPT.

Inoltre, giusto per essere sicuri che gli Stati Uniti rispondano delle proprie responsabilità nei confronti dell’NPT, le Isole Marshall hanno avviato una causa anche presso la corte federale degli Stati Uniti di San Francisco.

Traduzione di Irene Terracina (Senzatomica) www.senzatomica.it (FINE/2014)