Il mito dello sterminio ebraico

Il mito dello sterminio ebraicoIntroduzione storico-bibliografica alla storiagrafia revisionistaCarlo MattognoParte prima

I — “NESSUN DOCUMENTO E’ RIMASTO, NE’ FORSE E’ MAI ESISTITO”.

Ciò che più colpisce nello studio della vastissima letteratura consacrata allo “sterminio” degli ebrei, è l’enorme sproporzione che esiste tra un’accusa così grave e la fragilità delle prove addotte a sostegno di essa.

In effetti l’elaborazione e la realizazzione di un “piano di sterminio” così gigantesco avrebbe richiesto una organizzazione tecnica, economica e amministrativa assai complessa, come rileva Enzo Collotti:

“Ma è facile comprendere che una così immane tragedia non poteva essere materialmente opera soltanto di poche centinaia o anche dì poche migliaia di uomini, non poteva realizzarsi senza un’organizzazione capillare che attingesse aiuti e collaborazione nei settori più disparati della vita nazionale, praticamente in tutti i rami dell’amministrazione, senza cioè la connivenza di milioni di persone, che sapevano, che vedevano, che acconsentivano o che comunque, anche se non erano d’accordo, tacevano e il più delle volte lavoravano senza reagire a dare il loro contributo all’ingranaggio della persecuzione e dello sterminio” (1).

Gerald Reitlinger sottolinea che “nella Germania di Hitler abbiamo uno Stato poliziesco al massimo grado, che lasciò documenti a centinaia di tonnellate e testimoni preziosi a migliaia di unità”, sicché, in conclusione, “non
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vi è stato nulla, in verità, che questo. avversario non abbia affidato alla carta” (2).

Alla fine della seconda guerra mondiale gli Alleati sequestrarono “tutti gli archivi segreti del governo tedesco, compresi i documenti del Ministero degli Esteri, dell’Esercito e della Marina, del Partito nazionalsocialista e della polizia segreta di Stato, di Heinrich Himmler” (3).

Tali “archivi furono vagliati dalle Potenze vincitrici in vista del processo di Norimberga:

“Centinaia di migliaia di documenti tedeschi sequestrati furono raccolti in gran fretta a Norimberga per essere usati come prove nel processo contro i principali criminali di guerra nazisti” (4).

Gli Americani da soli esaminarono 1.100 tonnellate di documenti (5), tra i quali ne selezionarono 2.500 (6).

Ci si aspetterebbe dunque di essere sommersi da una marea di documenti comprovanti la realtà dello “sterminio” ebraico, ma le cose stanno assai diversamente, come ammette Léon Poliakov:

“Gli archivi del Terzo Reich e le deposizioni e i racconti dei capi nazisti, ci permettono di ricostruire nei particolari la nascita e lo sviluppo dei piani di aggressione, delle campagne militari e di tutta la gamma di procedimenti con i quali i nazisti intendevano rifare a guisa loro il mondo.

Soltanto il piano di sterminio degli Ebrei, per quanto concerne la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane avvolto nella nebbia.
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Deduzioni e considerazionì psicologiche, racconti di terza o di quarta mano, ci permettono però di ricostruirne lo sviluppo con notevole approssimazione.

Molti particolari, tuttavia, resteranno per sempre sconosciuti. Per quanto riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale, i tre o quattro principali responsabili non sono più in vita.

Nessun documento è rimasto, né forse è mai esistito. Di tanta segretezza i capi del Terzo Reich, millantatori e cinici come in altre circostanze (7), circondarono il, loro cnmine maggiore” (8).

Dal tempo della prima stesura dell’opera di Léon Poliakov (9) la situazione non è mutata:

“Malgrado la grande messe di documenti nazisti catturati dagli Alleati alla fine della guerra, ci mancano proprio i documenti che riguardano il processo di formazione dell’idea della “soluzione finale della questione ebraica” al punto che, fino ad ora, è difficile dire come quando e chi esattamente dette l’ordine di sterminare gli ebrei” (10).

Il “piano di sterminio totale” resta avvolto nel mistero anche dal punto di vista tecnico, economico e amministrativo:

“Il genio tecnico dei Tedeschi permise loro di organizzare nel giro di pochi mesi una industria della morte razionale ed efficace. Come ogni altra industria, anch’essa comportava studi di ricerca e di perfezionamento, servizi amministrativi, ed anche una contabilità e degli archivi.
[6]
Diversi aspetti di queste attività ci restano ignoti, avvolti in un segreto senza confronto più, impenetrabile di quello di altre industrie di guerra tedesche.

I tecnici dei razzi e dei siluri tedeschi, i pianificatori dell’economia del Reich, sono sopravvissuti e hanno consegnato ai vincitori i loro piani e i loro procedimenti; i tecnici della morte sono scomparsi quasi tutti dopo aver distrutto i loro archivi.

Campi di sterminio erano sorti, con istallazioni dapprima rudimentali, poi via via più perfezionate: chi curò questa perfetta efficienza? Essa rivela una profonda e sicura conoscenza della psicologia della folle, utilizzata al fine di rendere perfettamente docili gli uomini votati alla morte; chi ne furono i promotori?

Tutte domande a cui non possiamo dare per il momento (11) che risposte frammentarie e talora ipotetiche” (12).
“Notizie frammentarie ci permettono di intravvedere la parte avuta dai tecnici dell’eutanasía nello sterminio degli Ebrei della Polonia. Ma molti punti restano ancora oscuri; in linea generale, della storia dei campi polacchi si ha una conoscenza molto imperfetta” (13).

Ma un “piano di sterminio” sistematico presuppone evidentemente un ordine specifico che, per forza di cose, non può non essere imputato al Führer. Inutile dire che questo fantomatico “Führerbefehl” (ordine del Führer) è immerso nella più impenetrabile oscurità:
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“Fino ad oggi non è stato trovato un ordine scritto dì Hitler di uccidere l’ebraismo europeo e con tutta probabilità non è mai esistito” (14).

“Non esiste cioè qualcosa come un ordine scritto, firmato da lui, per lo sterminio degli ebrei in Europa” (15).

“Il momento ) in cui Hitler ha dato l’ordine — senza dubbio mai redatto per iscritto — di sterminare gli ebrei, non si può datare esattamente” (6.)

“Non sappiamo il momento preciso in cui l’idea dello sterminio fisico degli ebrei sì concretizzò nel cervello di Hitler” (17).

L’assoluta mancanza di prove consente alla fantasia degli storici di regime di sbizzarrini a piacimento.

Dopo aver insinuato che “fu senza dubbio Adolf Hitler a firmare la sentenza di morte degli Ebrei d’Europa” (18) Léon Poliakov prosegue:

“Tutto quel che possiamo affermare con certezza è che la decisione del genocidio venne presa da Hitler in un momento situabile tra la conclusione della campagna dell’Ovest, nel giugno 1940, e l’aggressione contro la Russia dell’anno successivo. Contrariamente alla relazione del dottor Kersten, ci pare più verosimile situarla qualche mese più tardi, cioè al principio del 1941.

Entriamo qui nel gioco delle induzioni psicologiche, quelle cui siamo obbligati di fare appello per trovare risposta alla seconda e lancinante domanda: quali fattori pesarono sulla risoluzione hitleriana?” (19).

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Dunque Poliakov afferma “con certezza” che la decisione dello “sterminio” fu presa nell’arco di tempo di un anno (giugno 1940 — giugno 1941)! Che qui egli metta largamente in opera “il gioco delle induzioni psicologiche”, è dimostrato dal fatto che, in un’altra opera, egli anticipa tranquillamente di un anno e mezzo la data della fatidica “decisione” del Führer:

“Il programma del partito nazionalsocialista esigeva l’eliminazione degli ebrei dalla comunità tedesca; tra il 1933 e il 1939 essi furono metodicamente maltrattati, spogliati, costretti ad emigrare; la decisione di ucciderli fino all’ulti.mo risale anchessa all’inizio della guerra” (20).

Al riguardo, Arthur Eisenbach dichiara:

“Oggi è un fatto accertato che i piani dello “sterminio in massa della popolazione ebraica d’Europa erano stati preparati dal governo nazista prima-dello scoppio della seconda, guerra mondiale e furono poi attuati graduaImente secondo la situazione politica e militare europea” (21).

Secondo Helmut Krausnick, Hitler impartì l’ordine segreto di sterminare gli ebrei “al più tardi nel marzo del 1941” (22).

La motivazione 79 della sentenza del processo Eichmann di Gerusalemme asserisce invece che l’ordine di sterminio “fu dato da Hitler stesso poco prima del’invasione della Russia” (23), mentre la sentenza del processo di Norimberga sancisce:

“Il piano di sterminio degli ebrei fu elaborato subito dopo l’aggressione all’Unione Sovietica” (24).

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Pertanto, tutto ciò che gli storici di regime possono affermare “con certezza”, per riprendere l’espressione di Poliakov, è che la pretesa “decisione” del Führer fu presa — e il preteso “ordine di sterminio” fu impartito — nell’arco di tempo di quasi due anni!

Altrettanto fantomatico è il preteso ordine di Himmler che avrebbe posto fine allo “sterminio” ebraico.

Kurt Becher, ex SS-Standartenführer, asserì che Himmler decretò tale ordine “tra la metà di settembre e la metà di ottobre del 1944” (25), il che è in contraddizione con la testimonianza di Reszö Kastner, secondo il quale Kurt Becher gli aveva riferito che Himmler il 25 (26) o il 26 novembre (27) aveva ordinato di far distruggere i crematori e le “camere a gas” di Auschwitz e di sospendere lo “sterminio” ebraico.

Stranamente questo fantomatico ordine, che anche il “Kalendarium” di Auschwitz fa risalire al 26 novembre (28), giunse ai crematori di Auschwitz nove giorni prima che l’ordine stesso fosse impartito, cioè il 17 novembre! (29)

Secondo un’altra testimonianza riportata in Het doedenboek van Auschwitz, l’ordine in questione sarebbe giunto da Berlino ancora prima, il 2 novembre 1944 (30).

Dieter Wisliceny, ex SS-Hauptsturmführer, dichiarò a Norimberga che il contro-ordine di Himmler fu emanato nell’ottobre del 1944 (31).

In conclusione, non esiste alcun documento comprovante la realtà del “piano di sterminio” ebraico, sicché “è difficile dire come quando e chi esattamente dette l’ordine di sterminare gli ebrei”.
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II — LA POLITICA NAZIONALSOCIALISTA DI EMIGRAZIONE EBRAICA.

Il preteso “piano di sterminio” ebraico, oltre a non essere corroborato da alcun documento, è decisamente smentito dalla politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica, che in questa sede possiamo delineare soltanto nelle sue linee essenziali.

Nella lettera all’amico Gemlich del 16 settembre 1919, considerata “il primo documento scritto della carriera politica di HitIer” (1), egli riguardo alla questione ebraica dichiara:

“L’antisemitismo della ragione però deve condurre alla lotta e all’eliminazione legale dei privilegi dell’ebreo, che egli solo possiede a differenza degli altri stranieri che vivono tra di noi (legislazione relativa agli stranieri). Ma il suo scopo finale (letztes Ziel) dev’essere irremovibilmente soprattutto l’allontanamento degli ebrei (die Entfernung der Juden)” (2).

Il 13 agosto 1920 Hitler pronunciò a Monaco il discorso “Perché siamo antisemiti?” (Warum sind wir Antisemiten?) in cui ribadì che la conoscenza scientifica dell’antisemitismo doveva tradursi in azione per condurre all'”allontanantento degli ebrei dal nostro popolo” (Entfernung der Juden aus unserem Volke) (3).
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Tale soluzione della questione ebraica divenne il principio ispiratore del programma politico nazionalsocialista e della sua dottrina razziale. Infatti, come rileva Poliakov, “né dai dogmi, dei nazionalsocialisti né dai loro testi principali, conseguiva direttamente che vi dovesse essere una strage. “Mein Kampf’, che quasi a ogni pagina reca la parola “Ebrei”, tace sulla sorte loro riservata nello Stato nazionalsocialista”. Il programma ufficiale del Partito (4) dichiarava che “un Ebreo non può essere compatriota”, né, conseguentemente, cittadino, mentre i commenti al programma esigevano più esplicitamente “l’espulsione degli Ebrei e degli stranieri indesiderabili ” (5).

L’allontanamento degli ebrei dal Reich fu il cardine della politica ebraica di Hitler fin dalla sua ascesa al potere. Il 28 agosto 1933 il Ministero dell’Economia del Reich stipulò coll’Agenzia ebraica per la Palestina il cosiddetto Haavara-Abkommen, un accordo (Abkommen) economico per favorire il trasferimento (Haavara) (6) degli ebrei tedeschi in Palestina (7).

Una nota del Ministero degli Esteri del 19 marzo 1938 auspicava la liquidazione dell’accordo perché, come si legge al punto 3, la Germania non era interessata a promuovere l’emigrazione degli ebrei ricchi coi loro capitali, ma esisteva piuttosto un interesse tedesco “ad una emigrazione in massa degli ebrei” (an einer jüdischen Massenauswanderung) (8).

Le leggi di Norimberga del 15 settembre 1935 (9) riaffermarono dal punto di vista legislativo gli articoli 4 e 5

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del programma del Partito elaborato a Monaco il 24 febbraio 1920. Lo scopo della legge sulla cittadinanza del Reich e di quella per la difesa del sangue e dell’onore germanico era di separare ed isolare dall’organismo tedesco il corpo estraneo ebraico in vista della sua prossima espulsione, come sottolinea Reitlinger:

“Nel 1938, poco prima dell”agreement” di Monaco, quando il Quinto Decreto Integrativo aveva appunto finito di estromettere gli ebrei dall’ultima professione liberale, Wilhelm Stuckart, l’uomo che delle Leggi di Norimberga era stato non soltanto l’estensore, ma in gran parte il promotore, scriveva che ormai l’obiettivo della legislazione razziale era raggiunto. Molte delle decisioni realizzate attraverso le Leggi di Norimberga “vanno svuotandosi di importanza a mano a mano che ci si avvicina alla Soluzione finale del problema ebraico”. La frase, come appare ovvio, non era ancora un mascheramento del concetto di sterminio della razza, anzi alludeva chiaramente al fatto che le leggi non miravano a perpetuare il problema ebraico, bensì ad eliminarne i motivi. Gli ebrei dovevano lasciare il Reich per davvero e per sempre” (10).

In effetti alla fine del 1936 fu costituito un “Servizio per le questioni ebraiche” presso il Servizio di Sicurezza delle SS. “Scopo essenziale del nuovo servizio era l’esame di ogni problema preparatorio connesso a un’emigrazione in massa degli Ebrei” (11).

Nell’aprile 1938 fu istituita a Vienna la “Zentralstelle für jüdische Auswanderung” (Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica) la cui direzione fu affidata da Heydrich ad Adolf Eichmann (12).

Qualche giorno dopo la cosiddetta “notte dei cristalli”, il 12 novembre 1938, Göring riunì il Consiglio dei ministri
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per far fronte alla difficile situazione che si era creata. Dal verbale stenografico della riunione risulta inequivocabilmente l’atteggiamento dei capi nazionalsocialisti nei confronti degli ebrei tedeschi. Heydrich dichiarò che la estromissione degli ebrei dalla vita economica tedesca non aveva risolto “il problema fondamentale dello scopo finale” (das Grundproblem letzten Endes): l’allontanamento degli ebrei dalla Germania. A Vienna, per ordine del Reichskommissar, era stata istituita una centrale di emigrazione ebraica (Judenauswanderungszentrale) grazie alla quale almeno 50.000 ebrei avevano lasciato l’Austria, mentre nello stesso lasso di tempo solo 19.000 ebrei avevano abbandonato il Vecchio Reich. Egli propose perciò di istituire anche nel Reich una centrale simile a quella di Vienna e di organizzare un’operazione migratoria da attuare nell’arco di 8-10 anni. Il ministro delle finanze von Krosigk approvò la proposta di Heydrich: bisognava fare ogni tentativo per evacuare gli ebrei all’estero. Il ministro dell’interno Frick ribadì che l’obiettivo doveva essere quello di far emigrare il maggior numero possibile di ebrei (13).

Per superare le difficoltà economiche che comportava l’emigrazione. ebraica, nel dicembre 1938 Hítler approvò il piano Schacht.

“Là proposta discussa da Schacht a Londra nel mese di dicembre con Lord Bearsted, Lord Winterton e il signor Rublee fu, grosso modo, la seguente: il Governo tedesco avrebbe congelato i beni degli ebrei, facendo di essi il fondo di garanzia per un prestito internazionale, redimibile in 20-25 anni. Supponendo che i beni degli ebrei valessero un miliardo e mezzo di marchi, vi sarebbe stato un quantitativo di valuta estena sufficiente per finanziare l’ordinata emigrazione degli ebrei del Grande Reich nel corso di 3-5 anni. Dopodiché Schacht rientrò in Germania
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e il 2 gennaio 1939, a Berchtesgaden, ebbe un lungo colloquio con Hitler sull’accoglienza che le sue proposte avevano ricevuto a Londra. Hitler sembrò esserne impressionato, perché tre giorni dopo nominò Schacht delegato speciale per l’incremento dell’emigrazione degli ebrei” (14).

Reitlinger attribuisce il fallimento del piano Schacht alla reazione suscitata in Hitler dal rifiuto da parte di Schacht di accrescere la circolazione cartacea, in conseguenza del quale, il 20 gennaio 1939, Schacht fu dimesso dalla presidenza della Reichsbank. Tuttavia, in una intervista concessa a Rolf Vogel nel gennaio 1970, Schacht dichiarò che il fallimento del piano fu dovuto all’opposizione di Chaim Weizmann (15).

La politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica procedeva però alacremente.

Il 24 gennaio 1939 Göring promulgò un decreto che sanciva l’istituzione di una “Reichszentrale für jüdische Auswanderung” (Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica). Göring riassumeva anzitutto lapidariamente il principio ispiratore della politica nazionalsocialista:

“L’emigrazione degli ebrei dalla Germania deve essere promossa con ogni mezzo” (Die Auswanderung der Juden aus Deutschland ist mit allen Mitteln zu fördern).

Proprio in vista di ciò egli istituiva la suddetta “Reichszentrale für jüdishe Auswanderung”, che aveva il compito di “adottare tutti i provvedimenti per la preparazione di una emigrazione intensificata degli ebrei”, di provvedere all’emigrazione preferenziale degli ebrei poveri e infine di facilitare le pratiche burocratiche dì emigrazione per i singoli individui. La direzione della “Centrale del Reich
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per l’emigrazione ebraica” veniva affidata da Göring al capo della Polizia di Sicurezza Heydrich” (16).

Una relazione del Ministero degli Esteri del 25 genriaio 1939, intitolata Die Judenfrage als Faktor der Aussenpolitik im Jahre 1938 (La questione ebraica come fattore della politica estera nell’anno 1938) ribadiva inequivocabilmente il principio ispiratore della politica nazionalsocialista nei confronti degli ebrei:

“Lo scopo finale della politica ebraica tedesca è l’emigrazione di tutti gli ebrei che vivono nel territoriq del Reich” (Das letzte Ziel der deutschen Judenpolitik ist die Auswanderung aller im Reichsgebiet lebenden Juden) (17).

Tale relazione propugnava “una soluzione radicale della questione ebraica mediante emigrazione — come già da anni qui viene perseguita” (eine radikale Lösung der Judenfrage durch die Auswanderung — wie sie hier schon seit Jahren verfoIgt wird), secondo il commento dell’SS-Obersturmbannführer Ehrlinger dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (18).

Dopo la creazione del Protettorato di Boemia e Moravia, Eichmann ricevette da Heydrich l’ordine di istituire a Praga un “Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica” (Zentralstelle für jüdishe Auswanderung) (19). Nel documento relativo, firmato dal Reichsprotektor von Neurath il 15 luglio 1939, si legge:

“In conformità alla regolamentazione del Reich, per evitare disagi e ritardi, è necessario concentrare la trattazione di tutte le questioni relative all’emigrazione ebraica.

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Per l’incremento e la regolamentazione accelerata dell’emigrazione degli ebrei da Boemia e Moravia viene perciò istituito 1’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica di Praga” (20).

Pur tra crescenti difficoltà, la politica nazionalsocíalista di emigrazione ebraica fu perseguita anche durante la guerra.

La difficoltà maggiore fu indubbiamente il malcelato antisemitismo dei paesi democratici, i quali, se da un lato alzavano alte grida contro la persecuzione ebraica da parte nazionalsocialista, dall’altro si rifiutavano di accogliere gli ebrei perseguitati, come risultò chiaramente nel corso della conferenza di Evian, che si svolse dal 6 al 15 luglio 1938.

Questa conferenza fu organizzata per iniziativa del presidente Roosevelt al fine di facilitare l’emigrazione delle vittime delle persecuzioni nazionalsocialiste, in primo luogo, degli ebrei. Ma le buone intenzioni del ‘Presidente americano apparvero dubbie fin dall’inizio:

“Alla sua conferenza stampa di Warm Springs, il presidente Roosevelt limitò già le possibilità di Evian dicendo che come sua conseguenza non erano previste revisioni né aumenti delle quote di immigrazione negli Stati Uniti. Nel suo invito a questa Conferenza rivolto ai 33 paesi, Roosevelt sottolineava che non ci si attendeva da nessun paese che acconsentisse a ricevere un numero di immigrati superiore alle norme della sua legislazione in vigore”.

Con tali premesse, la conferenza di Evian era destinata al fallimento già in partenza. Infatti il suo risultato fu che “il mondo libero abbandonava gli ebrei di Germania e d’Austria alla loro sorte spietata” (21).

“Traendo le conseguenze dalla conferenza — scrive Rita Thalmann — il Danziger Vorposten constatava
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che “ci si impietosisce per gli ebrei quando si tratta di alimentare una agitazione ostile contro la Germania, ma nessuno Stato è disposto a lottare contro la tara culturale dell’Europa centrale accettando qualche migliaio di ebrei. La conferenza — concludeva il giornale — è dunque una giustificazione della politica tedesca contro gli ebrei”.

I dirigenti tedeschi ebbero in ogni caso la dimostrazione che i trentadue Stati che avevano partecipato alla conferenza di Evian (l’URSS e la Cecoslovacchia non erano rappresentate, l’Italia aveva declinato l’invito, Ungheria, Romania e Polonia avevano inviato osservatori al solo scopo di chiedere che li si liberasse dei loro ebrei) non avevano l’intenzione di occuparsi seriamente della sorte dei perseguitati, né di accoglierli” (22).

Ancora nel marzo 1943 Goebbels poteva rilevare sarcasticamente:

“Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? Lo si saprà a suo tempo. Ma è interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica, ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono loro le frontiere -e dicono che non sanno che farsene. E’ un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni” (23).

La rapida sconfitta della Polonia suggerì ai dirigenti nazionalsocialisti una soluzione provvisoria della questione ebraica.

Il 21 settembre 1939 Heydrich inviò una lettera espresso (Schnellbrief) a tutti i capi dei gruppi d’azione della Polizia di Sicurezza. In tale lettera, che aveva come ogget-
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to “La questione ebraica nel territorio occupato” (Judenfrage im besetzten Gebiet), egli esponeva le disposizioni che erano state concertate in una riunione tenutasi lo stesso giorna a Berlino e che si riassumevano in due punti: la mera finale (Endziel) e le fasi del raggiungimento di essa. In vìsta di questa meta finale, gli ebrei dovevano essere concentrati dalle campagne nelle città (24).

Poliakov commenta: “Si parla di una <meta finale>”. Quale poteva essere? Certo, non ancora l’eliminazione: siamo soltanto nel 1939. Un passo del documento ce ne dà la chiave: nella zona “situata a est di Cracovia” gli Ebrei non verranno disturbati; se nelle altre regioni vengono raggruppati in prossimità delle stazioni ferroviarie è senza dubbio perché si ha l’intenzione di evacuarli in un secondo tempo con maggiore facilità. E la destinazione molto probabilmente sarà proprio quella zona “situata a est di Cracovia” (25).

Si delineò così “il progetto di risolvere il problerna ebraico concentrando nella regione di Lublino, presso la frontiera con l’URSS, tutti gli Ebrei che si trovavano sotto la dominazione nazista. Al piano di istituire una “riserva ebraica” fu data una certa pubblicità nella stampa tedesca del tempo. Fu prescelto un territorio delimitato, a quanto pare (le notizie sono parziali e contraddittorie), dalla Vistola, dal San e dalla frontiera dell’URSS, nel quale gli Ebrei dovevano essere adibiti a lavori di colonizzazione sotto la sorveglianza delle SS” (26).

Ma per varie circostanze sfavorevoli, questo progetto non fu mai realizzato in pieno.

Nel contempo il Governo del Reich continuava la tradizionale politica di emigrazione. Infatti, come rileva Poliakov, “paraLlelamente a queste deportazioni verso oriente, il Centro per l’emigrazione ebraica tentava di dirigere
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gi Ebrei tedeschi verso altre destinazioni. L’emigrazione legale era divenuta quasi impossibile: tuttavia, soprattutto dall’Austria, un esile filo di emigranti continuava a defluire, i quali, attraverso l’Italia, si dirigevano verso i paesi d’oltremare. Qualche convoglio clandestino, formato coll’aiuto di Eichmann, tentò di discendere il Danubio su barche, mirando alla Palestina: ma il governo britannico rifiutò di lasciar entrare nel Focolare nazionale ebraico questi viaggiatori sprovvisti di visto.

Più oltre ci imbatteremo di nuovo in questo amaro paradosso: la Gestapo che spinge gli Ebrei verso il luogo della salvezza, mentre il governo democratico di Sua Maestà briannica ne preclude l’accesso alle futur’e vittime dei forni crematori” (27).

La sconfitta della Francia fornì l’occasione per una attuazione in grande stile della politica di emigrazione ebraica:

“Quando, con il crollo della Francia, agli occhi dei nazisti si aprirono prospettive smisurate, ritornò sul tappeto, in tutta attualità, un piano da alcuni di essi a lungo vagheggiato. E pensarono di avere finalmente tra le mani la chiave della “soluzione finale del problema ebraico”. Si è visto che nel corso della sorprendente seduta del 12 novembre 1938 Goering aveva fatto menzione della “questione del Madagascar”.

Un testimone assicura che Himmler pensava a questa soluzione sin dal 1934. L’idea di sistemare tutti gli Ebrei in una grande isola — e per di più in un’isola appartenente alla Francia — non poteva non soddisfare l’amore dei nazisti per il simbolismo. Comunque, subito dopo l’armistizio di Rethondes, l’idea viene lanciata dal Ministero degli Esteri, ripresa con entusiasmo dal RSHA, gradita da Himmler e, a quanto pare, dallo stesso Führer” (28).
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Nel corso della seduta del 12 novembre 1938 Göring aveva in effetti informato gli astanti che il Führer, secondo quanto gli aveva riferito personalmente tre giorni prima, si accingeva a compiere una mossa di politica estera presso le potenze che avevano sollevato la questione ebraica per giungere ad una soluzione della questione del Madagascar. “Egli dirà agli altri stati: “Perché parlate sempre degli ebrei? — Prendetevelli!” (29).

Anche Himmler era favorevole ad una emigrazione ebraica in massa, come risulta dalla nota “Einige Gedanken über die Behandlung der Fremdvölkischen im Osten” (Alcuni pensieri sul trattamento degli appartenenti a razze straniere in Oriente) del maggio 1940, nella quale scrisse:

“Io spero di veder scomparire completamente la parola ebrei mediante la possibilità di una grande emigrazione di tutti gli ebrei in Africa oppure in una colonia” (30).

Nella stessa nota egli respingeva “il metodo bolscevico dello sterminio fisico di un popolo per intima convinzione come non germanico e impossibile” (die bolschewistische Methode der physischen Ausrottung: eines Volkes aus innerer Überzeugung als ungermanisch und unmöglich) (31).

Il 24 giugno 1940 Heydrich comunicò al ministro degli Esteri Ribbentrop che oltre 200.000 ebrei erano emigrati dal territorio del Reich, ma il “problema generale”, costituito dai tre milioni e duecentocinquantamila ebrei che si erano venuti a trovare sotto il dominio tedesco, non poteva più essere risolto coll’emigrazione, per cui si. profilava la necessità di “una soluzione finale territoriale” (eine territoriale Endlösung) (32).
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In conseguenza di tale lettera, il Ministero degli Esteri elaborò il “progetto Madagascar”.

Il 3 luglio 1940 Franz Rademacher, capo della sezione “ebraica” del Ministero degli Esteri, redasse un rapporto che fu approvato da Ribbentrop e trasmesso all’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich che “elaborò un piano particolareggiato per l’evacuazione degli Ebrei al Madagascar e il loro insediamento sul posto, piano che fu approvato dal Reichsführer delle SS” (33).

Il 12 luglio, di ritorno da Berlino dove era stato,ricevuto da Hitler, il governatore della Polonia Hans Frank pronunciò un discorso in cui dichiarò:

“Dal punto di vista della politica generale, vorrei aggiungere che si è deciso di trasportare il più presto possibile dopo la conclusione della pace tutta la genia ebraica del Reich tedesco, del Governatorato generale e del Protettorato in una colonia africana o americana. Si pensa al Madagascar, che a tal fine deve essere ceduto dalla Francia” (34).

Il 25 luglio Frank ribadì che il Führer aveva stabilito che gli ebrei sarebbero stati evacuati completamente non appena i trasporti d’oltremare lo avessero consentito (35).

L’ex ambasciatore tedesco a Parigi Otto Abetz dichiarò invece che la destinazione dell’emigrazione ebraica doveva essere costituita dagli Stati Uniti:

“Ho parlato col Fíihrer della questione ebraica solo una volta, e precisamente il 3 agosto 1940. Egli mi disse che voleva risolvere la questione ebraica per l’Europa in modo generale, e precisamente mediante una clausola del trattato di pace, ponendo ai paesi vinti la condizione che essi trasferissero i loro cittadini ebrei fuori dell’Europa.
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Egli voleva agire nello stesso modo sugli stati a lui alleati. In tale contesto egli menzionò gli Stati Uniti d’America come un paese che da molto tempo non era sovrappopolato come l’Europa e perciò era in grado di accogliere ancora parecchi milioni di Ebrei” (36).

Nell’ottobre 1940 Alfred Rosenberg scrisse un articolo intitolato “Juden auf Madagascar” (Gli ebrei nel Madagascar) in cui auspicava la creazione di una riserva ebraica nell’isola.

Secondo una comunicazione di Bormann a Rosenberg in data 3 novembre 1940, Hitler per il momento si opponeva alla pubblicazione dell’articolo in questione, pur non escludendo che potesse essere pubblicato nel giro di qualche mese ” (37).

Ciò era dovuto al fatto che i tedeschi in quel periodo erano in con-tatto col governo di Vichy in relazione al progetto Madagascar. “Era dunque’ naturale che Hitler rinviasse a più tardi l’informazione pubblica sul progetto in questione. Nel suo discorso del 30 gennaio 1941 (anniversario della presa del potere) egli si accontentò di proclamare che “il giudaismo avrà cessato di svolgere il suo ruolo in Europa”, il che concorda parimenti col piano Madagascar” (38).

A quanto pare, HitIer non autorizzò neppure in seguito Rosenberg a rendere pubblico il progetto Madagascar, perché alla conferenza “La questione ebraica in quanto problema mondiale”, tenuta da Rosenberg il 28 marzo 1941, questi dichiarò che il problema ebraico sarebbe stato risolto quando l’ultimo ebreo fosse stato allontanato dall’Europa in una riserva la cui localizzazione restava ancora da stabilire” (39).
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Goebbels invece, secondo la testimonianza di Morítz von Schinneister, ex funzionario del Ministero della Propaganda, parlò più volte pubblicamente del progetto Madagascar:

“Dott. Fritz — Dove erano evacuati gli ebrei secondo le dichiarazioni del dott. Goebbels?

Von Schinneister — Fino a tutto il primo anno della campagna di Russia il dott. Goebbels ha menzionato ripetutamente il piano Madagascar nelle conferenze da lui presiedute. Successivamente mutò avviso e disse che bisognava istituire all’Est un nuovo stato ebraico nel quale poi sarebbero andati gli ebrei” (40).

A Norimberga, interrogato su un documento datato 24 settembre 1942, Ribbentrop testimoniò:

“Il Führer allora aveva in progetto di evacuare gli ebrei daIl’Europa nel Nordafrica — ma si parlava anche del Madagascar. Egli mi aveva dato l’ordine di prendere contatto con vari governi provvedendo secondo il possibile all’emigrazione degli ebrei, e di allontanare gli ebrei dagli organi governativi importanti. Tale disposizione è stata da me diramata al Ministero degli Esteri e, per quanto mi ricordo, un paio di volte si prese contatto con vari governi, si trattava dell’emigrazione degli ebrei in una parte del Nordafrica, che era prevista” (41).

Nella nota “Progetto Madagascar” del 30 agosto 1940, Rademacher dichiarava che l’istituzione del Governatorato generale di Polonia e l’annessione dei nuovi distretti orientali avevano portato grandi masse di ebrei sotto il dominio tedesco. Questa ed altre difficoltà, come l’inasprimento della legislazione relativa all’immigrazione da parte dei paesi d’oltremare, rendevano difficile condurre a termine, in un tempo non troppo lontano, “la soluzione del problema ebraico nel terütorio del Reich, compreso il Pro-
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tettorato di Boemia e Moravia, per mezzo dell’emigrazione” (42), donde, appunto, il progetto Madagascar.

Eìchmann si mise alacremente al lavoro. “Si circondò di esperti marittimi per elaborare un piano di trasporti, che dovevano essere assicurati da un “pool” delle grandi compagnie tedesche di navigazione: le operazioni di imbarco dovevano aver luogo nei principali porti del Mare del Nord e del Mediterraneo.

Nello stesso tempo si dava da fare per fare assegnare al “Fondo centrale” i beni confiscati agli Ebrei. Inviò incaricati nei paesi occupati o controllati per raccogliere dati statistici circa il numero degli Ebrei, la loro età e distribuzione professionale, ecc. Queste statistiche parti colareggiate serviranno poi, come si vedrà, ad altro scopo… Tutto era pronto per mettere in moto la macchina appena si fosse conclusa la pace” (42).

Infatti, nella nota summenzionata, Rademacher, calcolando che il trasferimento di quattro milioni di ebrei nel Madagascar avrebbe richiesto circa quattro anni, rilevava:

“Dopo la conclusione della pace, la flotta mercantile tedesca sarà indubbiamente molto occupata in altro modo. t perciò necessario includere nel trattato di pace che, al fini della soluzione del problema ebraico, sia la Francia sia l’Inghilterra mettano a disposizione il tonnellaggio necessario” (44).

Il paragrafo “Finanziamento” della nota “Progetto Madagascar” si apre con le seguenti parole:

“L’attuazione della soluzicne finale (Endlösung) proposta richiede rilevanti mezzi” (45).

La famigerata “soluzione finale della questione ebraica” si riferiva dunque semplicemente al trasferimento degli ebrei europei nel Madagascar, come riconosce Poliakov:
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“Fino al suo abbandono, il “Piano Madagascar” fu talvolta desìgnato dai dirigenti tedeschi col nome di <soluzione finale della questione ebraica> “. (46)

Come è noto, secondo gli storici di regime, questa espressione sarebbe successivamente divenuta sinonimo dì “sterminio” ebraico:

“<Soluzione finale del problema ebraico> fu una delle frasi convenzionali per indicare il piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa. Se ne servirono i funzionari tedeschi dall’estate del 1941 in ped, per evitare di dover reciprocamente ammettere l’esistenza del piano; anche prima, però, in varie occasioni, la frase era stata usata per indicare, in sostanza, l’emigrazione degli ebrei” (47).

In realtà tale affermazione è assolutamente infondata ed arbitraria, in quanto non solo non è suffragata da alcuna prova, ma esistono documentí che la smentiscono categoricamente.

In questa sede dobbiamo limitarci a qualche breve accenno.

Gli inquisitori di Norimberga si rendevano perfettamente conto, che un “piano di sterimnio” che aveva provocato — secondo l’accusa — la morte di quattro milioni e mezzo (48) o di sei milioni di ebrei (49), non poteva essere stato attuato senza lasciare la minima traccia negli archivi nazisti, né, in sede giuridica, potevano ricorrere alla ridicola scappatoia degli storici di regime secondo cui tutti i documenti compromettenti sono stati distrutti.

Essi elaborarono allora quel metodo esegetico aberrante che consente di far dire a qualsiasi documento ciò che si vuole. Il fondamento di questo metodo esegetico è il presupposto — infondato quanto arbitrario — che le supreme autorità nazionalísocialiste adoperassero persino nei documenti più riservati una sorta di linguaggio cifrato la
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cui chiave gli inquisitori di Norimberga pretendevano naturalmente di avere scoperto. Donde il travisamento sistematico — in funzione dello c sterTninio” — di documenti affatto innocui.

L’esempio più noto di tale travisamento sistematico si riferisce appunto all’interpretazione della parola “Endlösung”, che fu fatta divenire sinonimo di “sterminio degli Ebrei” (50).

Come vedremo tra breve, alla “soluzione finale” mediante trasferimento degli ebrei europei nel Madagascar subentrò la “soluzione finale territoriale” mediante deportazione degli ebrei europei nei territori orientali occupati dai tedeschi.

Col decreto del 31 luglio 1941, Göring affidò a Heydrich il compito di fare tutti i preparativi necessari per la “soluzione finale”, cioè di organizzare l’emigrazione totale e definitiva degli ebrei che erano sotto il dominio tedesco. Tale decreto sanciva infatti:

“A integrazione del compito già assegnatole con decreto del 24-1-39, di portare la questione ebraica ad una opportuna soluzione in forma di emigrazione o evacuazione (in Form der Auswanderung oder Evakuirung) il più possibile adeguata alle circostanze attuali, La incarico con la presente di fare tutti i preparativi necessari dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale per una soluzione totale (GesamtIösung) della questione ebraica nei territori europei sotto l’influenza tedesca. Nella misura in cui vengono toccate le competenze di altre autorità centrali, queste devono essere cointeressate.

La incarico inoltre di presentarmi quanto prima un progetto complessivo dei provvedimenti preliminari organizzativi, pratici e materiali per l’attuazione dell’auspicata soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage)” (51).

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In base al metodo esegetico summenzionato, questo decreto costituirebbe “uno dei documenti fondamentali della storia dello sterminio” (53): in esso compare infatti l’espressione “soluzione finale”, che designerebbe, come asserisce Reitlinger, “il piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa”.

In realtà, come risulta chiaramente dal testo, l’auspicata “soluzione finale della questione ebraica” è una “soluzione in forma di emigrazione o evacuazione”.

Quanto sia tendenziosa l’interpretazione degli storici di regime appare evidente dal fatto che Reitlinger e Shirer, citando il decreto in questione, espungono la parte del documento che parla appunto di emigrazione e evacuazione! (53).

Che il decreto di Göring del 31 luglio 1941 si riferisca esclusivamente aIl’emigrazione ebraica, è confermato da un importantissimo documento, il promemoria di Martin Luther del 21 agosto 1942.

In questo documento, Martin Luther, capo del Dipartimento Germania del Ministero degli Esteri, ricapitola i
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punti essenziali della politica nazionalsocialista nei con, fronti degli ebrei:

“Il principio della politica ebraica tedesca dopo la presa del potere consistette nel promuovere con ogni mezzo l’emigrazione ebraica. A tal fine nel 1939 fu istituita dal Generalfeldmarschall Göring, nella sua qualità di incaricato del piano quadriennale, una Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica, la cui direzione fu affidata al Gruppenführer Heydrich come Capo della Polizia di Sicurezza”.

Dopo aver accennato al progetto Madagascar, che ormai era stato superato dagli avvenimenti, Luther prosegue rilevando che il decreto di Göring del 31 luglio 1941 fece seguito ad una lettera di Heydrich con la quale questi lo informava che

“il problema complessivo dei circa tre milioni e duecentocinquantamila ebrei dei territori che si trovano sotto il controllo tedesco non può essere più risolto coll’emigrazione; sarebbe necessaria una soluzione finale territoriale (eine territoriale Endlösung). Riconoscendo ciò, il Reichsmarschall Göring il 31 luglio 1941 incaricò il Grupperiffilirer Heydrich di fare, in collaborazione con le autorità centrali tedesche interessate, tutti ì preparativi necessari per una soluzione totale della questione ebraica nella sfera d’influenza tedesca in Europa.

In base a quest’ordine il Gruppenführer Heydrich il 20 gennaio 1942 convocò in seduta tutti gli organi tedeschi interessati, alla quale parteciparono per gli altri ministeri i sottosegretari, per il Ministero degli Esteri io stesso.

Alla conferenza il Gruppenführer Heydrich spiegò che l’incarico del ReíchsmarschaIL Göring gli era stato affidato per ordine del Ffilirer e che il Führer ormai invece dell’emigrazione aveva autorizzato l’evacuazione degli ebrei all’Est come soluzione. In base a quest’ordine del Führer — continua Luther — fu intrapresa l’evacuazione degli ebrei dalla Germania”.

La destinazione era costituíta dai territori orientali via governatorato generale:
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“L’evacuazione del Governatorato generale è un provvedimento provvisorio. Gli ebrei saranrio trasferiti ulteriormente nei territori orientali occupati non appena ce ne saranno i presupposti tecnici” (54).

In una nota datata 14 dicembre 1942 e intitolata “Finanzimento delle misure in vista della soluzione della questione ebraica”, il consigliere ministeriale Maedel confermava:

“Già qualche tempo fa il Maresciallo del Reich ha incaricato il Reichsführer SS e Capo della Polizia tedesca di preparare le misure atte ad assicurare la soluzione finale della questione ebraica in Europa. Il Reichsführer SS ha incaricato il Capo della Polizia di Sicurezza e del S.D. dell’esecuzione di questo compito. Questi ha innanzitutto accelerato per mezzo di misure speciali l’emigrazione legale degli ebrei verso i paesi d’oltremare. Quando la guerra rese impossibile l’emigrazione oltremare, egli ha preparato lo sgombero progressivo del territorio del Reich dai suoi ebrei mediante la loro evacuzione verso l’Est” (55).

Le difficoltà belliche e le prospettive aperte dalla campagna di Russia avevano imposto provvisoriamente l’abbandono della politica di emigrazione totale.

In conseguenza di ciò, il 23 ottobre 1941 fu proibita per la durata della guerra l’emigrazione degli ebrei dalla Germania (56), ma, a quanto pare, l’ordine non fu eseguito, perché esso fu diramato nuovamente il 3 gennaio 1942 (57) e promulgato infine da Himmler il 4 febbraio 1942. In tale data, infatti, il “Militärbefehlshaber” in Francia emanò la seguente ordinanza:

“Il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca al RMdJ ha ordinato che cessi in generale qualsiasi emigrazione ebraica dalla Germania e dai paesi occupati”.

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Himmler sì riservava di autorizzare singole emigrazioni quando gli interessi della Gerniania lo richiedessero” (58).

La conferenza di Heydrich menzionata da Luther si tenne il 20 gennaio 1942 a Berlino, am Grossen Wannsee 56/58. Il relativo “protocollo” si apre con un riassunto della politica nazionalsocialista nei confronti degli ebrei:

“Il capo della Polizia di Sicurezza e del SI), SSObergruppenführer Heydrich, comunicò all’inizio la sua nomina a incaricato per la preparazione della soluzione finale della questione ebraica europea (Endlösung der europáischen Judenfr-age) da parte del Maresciallo del Reich e sottolineò che era stato invitato a convocare. questa conferenza per chiarire questioni di principio.

Il desiderio del Maresciallo del Reich che gli fosse trasmesso un progetto relativo alle questioni organizzative, pratiche e materiali relative alla soluzione finale della questione ebraica europea, esige una trattativa preliminare comune di tutte le autorità centrali direttamente interessate a tali questioni per coordinare le direttive di azione.

La direzione della preparazione della soluzione finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage), senza riguardo a confini geografici, spetta centralmente al Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca (al Capo della Polizia di Sicurezza e del SD).

Il Capo della Polizia di Sicurezza e del SD diede poi un rapido sguardo retrospettivo alla lotta sino ad allora condotta contro questo nemico. I momenti essenziali sono:

a) l’espulsione degli ebrei dalle singole sfere vitali del popolo tedesco;

b) l’espulsione degli ebrei dallo spazio vitale del popolo tedesco.

Per attuare questi obiettivi fu iniziata sistematicamente e intensificata, come unica possibilità provvisoria di soluzione, l’accelerazione dell’emigrazione degli ebrei dal territorio del Reich.
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Per ordine del Maresciallo del Reich nel gennaio 1939 fu istituita una Centrale del Reich per l’emigrazione ebraica la cui direzione fu affidata al Capo della Polizia di Sicurezza e del SD. Essa aveva in particolare il compito di: a) prendere tutti i provvedimenti per la preparazione di

a) prendere tutti i provvedimenti per la preparazione di una emigrazione ebraica intensificata;

b) dirigere l’ondata di emigrazione;

c) accelerare la realizzazione dell’emigrazione nei casi singoli.

Lo scopo di questo incarico era quello di ripulire in modo legale degli ebrei lo spazio vitale tedesco”.

In conseguenza di tale politica, fino al 31 ottobre 1941, nonostante varie difficoltà, circa 537.000 ebrei erano emigrati dal Vecchio Reich, dall’Austria e dal Protettorato di Boemia e Moravia.

“Frattanto — continua il “protocollo” — il Reichsführer-SS e Capo della Polizia tedesca, in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est, ha proibito l’emigrazione degli ebrei.

Al posto dell’emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione con previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l’evacuazione degli ebrei all’Est.

Tuttavia queste azioni devono essere considerate unicamente delle possibilità di ripiego e qui vengono raccolte quelle esperienze pratiche”che sono di grande importanza in relazione alla futura soluzione finale del problema ebraico” (59).

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Per ordine del Führer, dunque, la soluzione finale, cioè l’emigrazione totale degli ebrei europei, era sostituita dall’evacuazione nei territori orientali occupati, ma soltanto come possibilità di ripiego, in attesa di riprendere la questione dopo la conclusione della guerra. Infatti, secondo una nota della Cancelleria del Reich del marzo-aprile 1942, Hitler intendeva rimandare a dopo la fine della guerra la soluzione della questione ebraica (60) e il 24 luglio 1942 egli stesso asserì che, dopo la fine della guerra, “avrebbe distrutto città dopo città se gli ebrei non ne fossero usciti e non fossero emigrati nel Madagascar o in un altro stato nazionale ebraico” (61).

Alcuni mesi prima, il 7 marzo 1942, Goebbels aveva annotato sul suo diario:

“La questione ebraica dev’essere risolta su scala europea. In Europa ci sono ancora 11.000.000 di ebrei. Tanto, per cominciare, dovranno essere tutti confinati in Oriente; è possibile che dopo la guerra venga assegnata loro una isol a, per esempio Madagascar (Eventuell kann man ihnen nach dem Kriege eine Insel, etwa Madagaskar, zuweisen). Certo non vi sarà pace per l’Europa finché tutti gli ebrei, sino all’ultimo, non ne siano stati eliminati (ausgeschaItet)” (62).

Conformemente alle direttive di Hitler, il progetto Madagascar fu dunque provvisoriamente abbandonato. Una lettera informativa di Rademacher del 10 febbraio 1942 ne spiega la ragione:

“Nell’agosto del 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica (zur Endlösung der Judenfrage) elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, nel trattato di pace, si doveva esigere dal-
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la Francia l’isola di Madagascar, ma l’esecuzione pratica del compito doveva essere assegnata all’Ufficio centrale di Sicurezza del Reich.

Conformemente a questo piano, il Gruppernführer Heydrich è stato incaricato dal Führer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa.

La guerra contro l’Unione Sovietica ha frattanto dato la possibilità di mettere a disposizione altri territori per la soluzione finale (für die Endlösung). Di conseguenza il Führer ha deciso che gli ebrei non devono più essere espulsi nel Madagascar, ma all’Est.

Perciò il piano Madagascar non deve più essere previsto per la soluzione finale (Madagaskar braucht mithin nicht mehr für die Endlösung vorgesehen zu werden)” (63).

Qualche settimana prima, il 27 gennaio, il Führer aveva dichiarato:

“L’ebreo deve andarsene fuori dall’Europa. La cosa migliore è che se ne vadano in Russia” (64).

La “soluzione finale della questione ebraica” non si è dunque mai riferita al preteso “piano hitleriano di sterminio degli ebrei d’Europa”.

Al processo di Norimberga Hans Lammers, ex capo della Cancelleria del Führer, interrogato dal dott. Thoma, asserì di sapere molte cose riguardo alla “soluzione finale”.

Nel 1942 egli apprese che il Führer aveva affidato a Heydrich — tramite Göring — l’incarico di risolvere la questione ebraica. Per saperne di più, egli si mise in contatto con Himmler e gli chiese “che cosa significasse propriamente soluzione finale della questione ebraica”. Himmler gli rispose che aveva ricevuto dal Führer l’incarico di attuare la soluzione finale della questione ebraica e che questo incarico consisteva essenzialmente nel fatto che
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gli ebrei dovevano essere evacuati dalla Germania”. Successivamente questa spiegazione gli fu confermata dal Führer in persona.

Nel 1943 sorsero voci secondo le quali gli ebrei venivano uccisi. Lammers cercò di risalire alla fonte di tali voci, ma senza esito, perché esse risultavano sempre fondate su altre voci, per cui egli giunse alla conclusione che si trattasse di propaganda radiofonica nemica.

Tuttavia, per chiarire la faccenda, Lammers si rivolse di nuovo a HimmIer, il quale negò che gli ebrei venissero uccisi legalmente: essi — venivano semplicemente evacuati all’Est e questo era l’incarico affidatogli dal Führer. Durante tali evacuazioni potevano certo accadere casi di morte tra persone vecchie o ammalate, potevano verificarSi disgrazie attacchi aerei e rivolte che HimmIer era costretto a reprimere nel sangue a mo’ d’esempio, ma questo era tutto.

Allora Lammers andò di nuovo dal Führer, che gli diede la stessa risposta di HimmIer: “Egli mi disse: <Deciderò successivamente. dove andranno gli ebrei; per il momento sono sistemati là>”.

Il dott. Thoma chiese poi a Lammers:

“HimmIer Le ha mai detto che la soluzione finale degli ebrei dovesse aver luogo con il loro sterminio?

Lammers — Di ciò non si è mai fatto parola. Egli ha parlato soltanto di evacuazioni.

Dott. Toma — Ha parlato soltanto di evacuazioni?

Lammers — Soltanto di evacuazioni.

Dott. Thoma — Quando ha sentito che questi cinque milioni di ebrei sono stati sterminati?

Lammers — L’ho sentito qualche tempo fa qui” (65).

Dunque il Capo della Cancelleria del Führer aveva saputo solo a Norimberga del preteso “sterminio” ebraico!

Il rapporto statistico “Die Endlösung der europäischen Judenfrage” (La soluzione finale della questione
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ebraica europea) di Richard Korherr riassume numericamente i risultati della politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica: fino al 31 dicembre 1942 dal vecchio Reich, dal territorio dei Sudeti, dal Protettorato di Boemia e Moravia e dall’Austria erano emigrati 557.357 ebrei. Almeno altrettanti erano emigrati dai territori orientali e dal Governatorato Generale, perché la cifra riportata da Korherr — 762.593 ebrei — assomma le emigrazioni e l’eccedenza della mortalità naturale (66).

In conclusione, Adolf Hitler, dal 1933 al 1942, ha, consentito l’emigrazione di almeno un milione di ebrei che si trovavano in suo potere.

Quanto agli altri, a che scopo sterminarli? Poliakov stesso rileva al riguardo:

“E, da un punto di vista più terra terra, quale poteva essere l’utilità dello sterminio? Era totalmente più vantaggioso, in senso economico, destinarli ai lavori più duri: chiudendoli in una riserva, ad esempio” (67).

Appunto ciò fece Hitler.

Col progredire della guerra i campi di concentramento e i ghetti divennero infatti importanti centri dell’economia bellica tedesca, per cui “lo sfruttamento della mano d’opera ebraica fu per il Terzo Reich e per i suoi uomini un’altra fonte di redditi di prima importanza” (68).

Il campo di concentramento, di Auschwitz, ad esempio, il cui comprensorio includeva una “sfera di interesse” di circa 40 km2, era il centro di gravità di una vasta zona industriale. Esso riforniva di mano d’opera molte industrie tedesche, tra cui: IG-Farbenindustrie, Berghütte, Vereinigte OberschIesische Hüttenwerke A.G., Hermann Göringwerke, Siemens-Schuckert-Werke A.G., Energie-Versorgung-Oberschlesien A.G., Oberschlesische Hydrierwerke,
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Oberschlesische Gerätebau G.m.b.H., Deutsche Gas- und Russgesellschaft, Deutsche Reichsbahn, Heeresbauverwaltung, Schlesische Feinweberei, Union-Werke, Golleschauer Portland-Zement A.G.

Negli anni 1942-1944 il campo centrale di Auschwitz aveva 39 campi esterni, di cui 31 per detenuti usati come mano d’opera; 19 di essi impiegavano in maggior parte detenuti ebrei (69).

A Monowitz gli stabilimenti della IG-Farbenindustrie impiegavano 25.000 detenuti di Auschwitz, circa 100.000 operai civili e circa 1.000 prigionieri di guerra inglesi (70).

Anche i ghetti si trasformarono in centri economici di grande importanza. Con la rivolta del ghetto di Varsavia “l’industria di guerra tedesca perdeva, nell’Est, uno dei suoi importanti centri di forniture militari” (71). Il secondo ghetto per importanza economica, dopo quello di Varsavia, era il ghetto di Lodz: “Le sue fabbriche di ogni genere, e in particolare le sue industrie tessili, costituivano per l’economia tedesca un apporto di grande valore (72)

Il 19 gennaio 1942 fu istituito l’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS Wirtschafts-Verwaltungshauptamt: SS-W. V. Hauptamt)”, il cui scopo era appunto quello di “utilizzare su grande scala la mano d’opera dei detenuti” “. Veniva così sancito un importante cambiamento nelle finalità dell’internamento nei campi di concentramento, come sottolineò il capo dell’SS-W.V. Hauptamt SS-Obergruppenführer Pohl in una lettera al Reichsführer-SS datata 3 aprile 1942:
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“La guerra ha reso necessario un evidente cambìamento di struttura dei campi di concentramento e ha cambiato radicalmente i loro compiti riguardo all’impiego dei detenuti. L’aumento dei detenuti soltanto per motivi di sicurezza o di rieducazione o di prevenzione non è più in primo piano. La mobilitazione di tutte le capacità lavorative anzitutto per i compiti di guerra (aocrescimento dell’armamento) e in secondo luogo per le costruzioni in tempo di pace si pone sempre di più in primo piano” (75).

Tali disposizioni valevano anche per gli ebrei. Già il 25 gennaio Himmler aveva inviato il seguente ordine all’ispettore generale dei campi di concentramento SS-Brigadeführer Glücks:

“Poiché prossimamente non si può contare su prigionieri di guerra russi, invierò nei campi un gr-an numero di ebrei e di ebree che vengono espatriati dalla Germania.

Nelle prossime settimane si prepari ad accogliere nei campi 100.000 ebrei e 50.000 ebree.

Nelle prossime settimane i campi di concentramento assumeranno grandi incarichi e compiti economici.

L’SS-Gruppenführer Pohl La informerà dettagliatamente” (76).

All’inizio del 1943 nel territorio del Reich erano impiegati nell’industria bellica circa 185.000 ebrei (77)

Nel maggio 1944 Hitler ordinò di impiegare 200.000 ebrei come mano d’opera nel programma di costruzioni Jäger (Jäger-Bauprogram) del direttorie ministeriale Dorsch. L’ordine concernente il personale di sorveglianza fu impartito da Himmler l’11 maggio:

“Il Führer ha ordinato che per la sorveglianza dei 200.000 ebrei che il Reichsführer-SS invia nei campi di concentramento del Reich per impiegarli nelle grandi costruzioni dell’organizzazione Todt e in altri compiti di
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importanza militare siano assegnati alle Waffen-SS 10.000 uomini con ufficiali e sottufficiali” (78).

L’ex ministro degli Interni ungherese Gabor Wajna riferì una dichiarazione di HimmIer secondo cui “da quando gli ebrei erano impiegati nel programma Jäger, la capacità era aumentata del 40%” (79).

Da una lettera dell’SS-W. V. Hauptamt datata “Oranìenburg, 15 agosto 1944″ risulta che era imminente l’internamento di 612.000 persone — tra cui 90.000 ebrei del programma Ungheria — nei campi di concentramento” (80).

L’importanza del potenziale lavorativo ebraico appare ancor più chiaramente se si considera l’impellente esigenza di mano d’opera dell’economia di guerra tedesca.

Il 21 marzo 1942 Hitler nominò Fritz SauckeI plenipotenziario generale per l’impiego della mano d’opera, col compito di sopperire a tale esigenza (81). Secondo un rapporto inviato da SauckeI a Hitler e a Göring il 27 luglio 1942, nel Reich erano impiegati 5.124.000 lavoratori stranieri. Malgrado ciò il bisogno di mano d’opera era tale che, nel gennaio 1943, SauckeI ordinò la mobilitazione totale di tutti i tedeschi per l’economia di guerra. Il 5 febbraio 1943, al congresso dei Gauleiter che si tenne a Posen, SauckeI dichiarò: “La durezza inaudita della guerra mi ha costretto a mobilitare, in nome del Führer, molti milioni di stranieri per impiegarli in tutta l’economia di guerra tedesca e tenerli al massimo del rendimento”. Ma all’inizio del 1944 Hitler chiese altri 4 milioni di lavoratori (82).

Lo “sterminio” degli ebrei era dunque un’assurdità economica, come riconosce lo stesso Poliakov (83), tanto più
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che, secondo Collotti, “fu tra l’altro la necessità economica di servirsi del loro lavoro che impedì lo sterminio in massa dei prigionieri sovietici voluto da Hitler” (84).

Ma se la necessità economica dei tedeschi era tanto impellente riguardo ai russi, perché non lo era anche riguardo agli ebrei?

Gli storici di regime replicano asserendo che lo “sterminio” ebraico, corrispondendo all’obiettivo fondamentale del Führer, eccedeva qualunque esigenza economica, anche a rischio di assumere un carattere nettamente antieconomico. Hannah Arendt espone mirabilmente questa tesi:

“L’incredibilità degli orrori è strettamente legata alla loro inutilità economica. I nazisti portarono questa inutilità all’estremo, fino all’aperta anti-utilità quando nel bel mezzo della guerra, malgrado la scarsezza di materiale edilizio e rotabile, costruirono enormi e costose fabbriche di sterminio trasportando milioni di persone avanti e indietro. Agli occhi dì un mondo rigorosamente utilitarista l’evidente contrasto fra queste azioni e le necessità militari dava all’intera impresa un’aria di folle irrealtà” (85).

E’ fin troppo facile obiettare che, se per Hitler lo “sterminio” degli ebrei era tanto importante da far passare in secondo piano le inipellenti necessità dell’economia di guerra tedesca fino all’anti- utilità, non avrebbe certamente permesso — fino ai primi due anni di guerra — l’emigrazione di almeno un milione di ebrei!

In realtà, fino a che punto i nazisti fossero utilitaristi riguardo agli ebrei, è dimostrato dalI'”Europa-Plan”, le cui trattative cominciarono in forma ufficiale nella primavera del 1944. HimmIer proponeva Io scambio di un milione di ebrei (bambini, donne, vecchi) “per 10.000
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autocarri pesanti, mille tonnellate di caffè e un po’ di sapone” (86).

Joel Brand, che conduceva le trattative da parte ebraica, si recò ad Istambul e di lì al Cairo.

“In pratica gli ostacoli sorsero da parte degli alleati. Joel Brand fu internato dalle autorità britanniche, senza aver avuto la possibilità di portare a termine il suo incarico; e il Dipartimento di Stato americano proibì al dottor Schwartz, direttore dell’American Jewish Joint, di trattare con sudditi nemici” (87).

Joel Brand riusci a trasmettere la proposta tedesca a Lord Moyne, allora ministro di stato britannico per il Medio Oriente, che gli rispose: “E che dovrei farmene di un milione di ebrei? Dove dovrei metterli?” (88).

La debolezza della suddetta tesi è strettamente connessa alla debolezza della presunta motivazione dello “sterminio” ebraico.

Per quasi tutti gli storici di regime è un fatto scontato che tale motivazione sia da rintracciare nella pretesa concezione nazionalsocialista secondo la quale gli ebrei, in quanto “razza inferiore”, erano da sterminare “per il solo fatto di essere ebrei”.

Questa ridicola tesi è smentita categoricamente dal fatto della politica di emigrazione ebraica — addirittura forzata! — propugnata dal governo del Reich persino nei primi due anni di guerra.

Poliakov stesso riconosce senza mezzi termini l’infondatezza di questa tesi. Dopo essersi posta la “lancinante domanda” della ragione per cui fu presa la decisione dello “sterminio”, egli prosegue:

“<Odio per gli ebrei>, <follia di HitIer>, sono termini troppo generali, e che, per ciò stesso, non significano nulla: e Hitler — almeno fino a quando la sorte del Terzo
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Reich non fu segnata — sapeva essere un politico calcolatore ed accorto. Abbiamo visto, del resto, che lo sterminio degli ebrei non faceva affatto parte dei progetti nazisti. E allora, perché questa decisione, di cui abbiamo visto quanto di irrazionale comportasse, fu presa, e perché proprio in quel certo momento?

Sarà opportuno quindi approfondire, pur essendo pienamente consapevoli che, in mancanza di ogni testímonianza, di ogni verbale, di ogni documento irrefutabile, deduzioni di questo genere rasentano l’astrattezza e la gratuità” (89).

In altre parole si ignora non solo quando e da chi, ma addirittura perchè sarebbe stata presa la decisione dello “sterminio”.

Riguardo alla motivazione della pretesa decisione, infatti, la storiografia di regime non è in grado di fornire se non “deduzioni” che “rasentano l’astrattezza e la gratuità” e che sono per di più in aperta contraddizione col fatto della politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica.

Fino a che punto ciò sia vero alla lettera, è dimostrato dal seguente giudizio di Robert Cecil, “vicepreside della scuola di specializzazíone in studi europei contemporanei dell’università di Reading e, dal 1968, professore di storia contemporanea tedesca presso la stessa università”:

“Il massacro degli slavi, come quello degli ebrei, fu un omicidio rituale, che non solo non contribui affatto alla vittoria militare ma, come vedremo fra poco, ostacolò gravemente la Wehrmacht nel suo compito” (90).

NOTE

PARTE PRIMA

I — “NESSUN DOCUMENTO E’ RIMASTO, NE’ FORSE E’ MAI ESISTITO”.

1) Enzo Collotti, La Germania nazista, Torino 1973, p. 146.

2) GeraId Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano 1965, p. 593.

3) William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino 1971, p. XIII.

4) Idem, p. XV.

5) Werner Maser, Nuremberg. A Nation on Trial, New York 1979, p. 305.

6) Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof. Nürnberg 14. November 1945 — 1. Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland 1947 (d’ora in avanti: IMG), vol. II, p. 169.

7) Traduzione poco felice. Il testo or:iginale dice: “aussi vantards et cyniques qu’ils aient été à d’autres occasions.”, cioè: “sebbene in altre occasioni siano stati millantatori e cinici” (Léon PoIiakov, Bréviaire de la haine. Le IIIe Reich et les Juifs, Paris 1979, p. 124).

8) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino 1977, p. 153.

9) Vedi nota 11.

10) Liliana Picciotto Fargion, La congiura del silenzio, La Rassegna mensile d’Israel, maggio-agosto 1984, p. 226.

11) La prima edizione del libro di Poliakov è dei 1951. Nell’edizione del 1979 citata nella nota 7 egli dichiara:

“Questa edizione integrale del “Bréviaire de la haine” è conforme all’edizione originale del 1951-1960. Non è il caso di introdurvi importanti cambiamenti o complementi. In effetti, le conoscenze di cui si dispone sulla politica cosiddetta “razziale” del Terzo Reich mirante a sterminare gli ebrei e a ridurre il numero degli slavi per mezzo di procedimenti talvolta simili, non si sono sensibilmente arricchite dal 1951″ (p. XIII).

12) Léon PoIiakov, Il nazismo e to sterminio degli ebrei, op. cit., p. 248.

13) Idem, p. 260.

14) Walter Laqueur, Was niemand wissen wollte: Die Unterdrückung der Nachrichten über Hitlers Endlösung”, Frankfurt/M.-Berlin-Wien 1981, p. 190.

15) Colin Cross, Adoft Hitler, Milano, 1977, p. 313.

16) Adolf Hitlers Mein Kampf. Eine kommentierte AuswahI von Christian Zentner, München, 1974, p. 168.

17) Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, Milano 1967, p. 75.

18) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 153.

19) Idem, p. 155.

20) Léon Poliakov, Auschwitz, Paris 1973, p. 12.

21) Arthur Eisenbach, Operation Reinhard, Mass extermination of Jewish population in Poland, in: Polish Western Affairs, 1962, vol. III, n. 1, p. 80.

22) Broszat/Jacobsen/Krausnick, Anatomie des SS-Staates, München 1982, vol. 2, p. 297.

23) Bernd, NeIlessen, Der Prozesi von Jerusalem, Düsseldorf/Wien 1964, p. 201.

24) IMG, vol. I, p. 280.

25) PS-3762.

26) PS-2605.

27) Der Kästner-Bericht über Eichmanns Menschenhandel in Ungarn. Mit einem Vorwort von Professor Carlo Schmidt. München, 1961, p. 242.

28) Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 8, 1964. p. 89. Cfr. p. 90, nota 130.

29) Miklos Nyiszli, Medico ad Auschwitz, Milano, 1977, p. 166.

30) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit. p. 275.

31) IMG, vol. IV, p. 398.

II — LA POLITICA NAZIONALSOCIALISTA DI EMIGRAZIONE EBRAICA.

1) Eberhard Jäckel, La concezione del mondo in Hitler, Milano 1972, p. 66.

2) Ernst Deuerlein, “Hitlers Eintritt in die Politik und die Reichswehr”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1959, p. 204.

3 ReginaId H. Phelps, “Hitlers “grundlengende” Rede über den Antisemitismus”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1968, p. 417.

4) PS-1708.

5) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, 1977, p. 20.

6) Termine ebraico (ha’abhârâh) che significa appunto “trasferimento”.

7) Broszat-Jacobsen-Krausnick, Anatomie des SS-Staates, München, 1982, vol. 2, p. 265. Joseph Walk (Hrsg.), Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat, Heidelberg-Karlsruhe, 1981, p. 48.

8) NG-1889.

9) PS-1417.

10) Gerald Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano 1965, p. 23.

11) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 36.

12) Idem, pp. 49-50. IMG, vol. XXI, p. 586.

13) PS-1816, p. 47, 55 e 56.

14) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 36. A Norimberga Schacht dichiarò che, se il suo piano fosse stato realizzato, “non sarebbe perito neppure un ebreo tedesco”, (IMG, vol. XX, p. 442).

15) Erich Kern, Die Tragödie der Juden, Verlag K.W. Schütz KG-Preussisch Oldendorf, 1979, p. 73.

16) NG-2586-A.

17) PS-3358.

18) Reichsführer-SS. An den SD-Führer des SS-O.A. Betr.: “Die Judenfrage als Faktor der Aussenpolitik im Jahre 1938“. 13. März 1939. In: Livre Brun. Les criminels de guerre et nazis en Allemagne occidentale. Verlag Zeit im Bild, Dresden, s.d. Documento 35 (fotocopia fuori testo; traduzione a p. 383).

19) Ich, Adolf Eichmann. Ein historischer Zeugenbericht. Herausgegeben von Dr. Rudolf Aschenauer, Druffel Verlag, Leoni am Starnberger See, 1980, p. 99.

20) H. G. AdIer, Der Kampf gegen die “Endlösung der Judenfrage”, Herausgegeben von der Bundeszentrale für Heimatdienst, Bonn 1958, p. 8.

21) M. Mazor, “Il y a trente ans: La Conférence d’Evian”, in: Le Monde Juif, Avril-juin 1968, N. 50, p. 23 e 25.

22) Dieci lezioni sul nazismo, a cura di Alfred Grosser, Afilano 1977, p. 243.

23) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., pp. 351-352.

24) PS-3363.

25) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 61.

26 Idem, pp. 61-62.

27) Idem, pp. 64-65.

28) Idem, p. 72.

29) PS-1816, p. 56.

30) “Denkschrift Himmlers über die Behandlung der Fremdvölkischen im Osten (Mai 1940)”, in: Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 1957, p. 197.

31) Ibidem.

32) Gerald Fleming, Hitler und die Endlösung, Wiesbaden und München, 1982, p. 56.

33) Léon PoIiakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 74.

34) PS-2233, IMG, vol. XXIX, p. 378. H. Monneray, La persécution des Juifs dans les pays de l’Est présentée à Nuremberg, Paris 1949, pp. 201-202.

35) PS-2233, IMG, vol. XXIX, p. 405.

36) NG-1838, p. 5.

37) CXLVI-51 e CXLIII-229. Cfr. J. Billig, Alfred Rosenberg dans l’action idéo1ogique, politique et administrative du Reich hitlérien, Paris 1963, p. 196, n. 632 e 633.

38) Idem, p. 193.

39) CXLVI-23. Idem, p. 197, n. 635.

40) IMG, vol. XVII, pp. 275-276.

41) IMG, vol. X, p. 449.

42) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit. p. 95. 43) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit, p. 76. 44) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit., p. 101.

45) NG-2586-C. Cfr. Erich Kern, Die Tragödie der Juden, op. cit, p. 103.

46) Léon Poliakov, Le procès de Jérusalem, Paris 1963, p. 152.

47) GeraId Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 19.

48) IMG, vol. II, p. 140.

49) IMG, vol. I, p. 283; vol. III, p. 635; vol. XXII, p. 289.

50) IMG, vol. I, p. 280.

51) NG-2586-E/PS-710.

52) Léon Poliakov, Le procès de Jérusalern, op cit., p. 158.

53) William. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino 1971, p. 1464; Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 108.

Ecco le rispettive traduzioni:

“Con la presente vi incarico di fare tutti i preparativi… necessari per una SOLUZIONE TOTALE del problema ebraico in tutti i territori d’Europa che si trovano sotto l’influenza tedesca…

Inoltre vogliate trasmettermi al più presto un prospetto da cui risultino le… misure già prese per l’attuazione della progettata SOLUZIONE FINALE del problema ebraico”.

Shirer espunge senza indicazione la parte iniziale del decreto e inventa l’espressione “le… misure già prese”.

“Con la presente vi delego ad attuare tutti i preparativi per l’organizzazione, materiale e finanziaria, di una soluzione totale della questione ebraica nei territori europei sotto controllo tedesco. Ogni qualvolta ciò coinvolga la competenza di altre organizzazioni centrali, tali organizzazioni dovranno essere chiamate a partecipare.

Vi incarico inoltre di sottopormi non appena possibile uno schema dei provvedimenti organizzativi, materiali e finanziari, per l’esecuzione della desiderata Soluzione finale del problema ebraico”.

Anche Reitlinger espunge senza indicazione la parte iniziale del decreto. Solo in nota (a) egli fa precedere il testo tedesco da tre puntini di sospensione.

(a) Nota 44 a p. 121.

54) NG-2586-J.

55) NG-4583. Cfr.: Le Monde Juif, Janvier 1952, p. 9.

56) Das Sonderrecht für die Juden im NS-Staat, op. cit., p. 353.

57) Idem, p. 361.

58) NG-1970 (XXVI-10).

59) NG-2586-G. Come è noto, anche il cosiddetto “protocollo di Wannsee” viene interpretato dagli storici di regime in funzione dello “sterminio” ebraico. In questa sede ci limitiamo a rilevare che, se le evacuazioni alI’Est significassero realmente la deportazione degli ebrei nei “campi di sterminio” orientali, esse non potrebbero certo essere definite delle “possibilità di ripiego”.

Per un esame approfondito della questione vedi: Wilhelm Stäglich, Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit, Tübingen, 1979, pp. 38-65 (Das “Wannsee-Protokoll”).

60) PS-4025.

61) Henry Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier, Wilhelm Goldmann Verlag, 1981, p. 456.

62) R. Manvell-H. Fraenkel, Vita e morte del dottor Goebbels, Milano 1961, p. 240. Testo tedesco in: Wilhelm Stäglich, Der Auschwitz Mythos, op. cit., p. 116.

63) NG-5570.

64) Adolf Hitler, Monologe im Führerhauptquartier 1941-1944, Hamburg, 1980, p. 241.

65) IMG, vol. XI, pp. 61-63.

66) NO-5193.

67) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit, p. 21.

68) Idem, p. 109.

69) Contribution à l’histoire du KL Auschwitz, Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, s.d., pp. 44-57.

70) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, Warsaw 1946, vol. I, p. 37.

71) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 316.

72) Idem, p. 148.

73) NO-495; NO-719.

74) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 110.

75) R-129.

76) NO-500.

77) NO-5195.

78) NO-5689.

79) NO-1874.

80) NO-1990.

81) Enzo Collotti, La Germania nazista, Torino, 1973, p. 266.

82) Idem, p. 267.

83) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 115.

84) Enzo ColIotti, La Germania nazista, op. cit., p. 267.

85) Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano, 1967, p. 609.

86) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 544.

87) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 345.

88) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 545.

89) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p. 155.

90) Robert Cecil, Il mito della razza nella Germania nazista, Vita di Alfred Rosenberg, MiIano 1973, p. 199.



[42]

PARTE SECONDA

1 –NASCITA E SVILUPPO DEL REVISIONISMO

La politica nazionalsocialista di emigrazione ebraica, perseguita ufficialmente fino all’inizio di febbraio del 1942, pone dunque una domanda realmente “lancinante”, secondo la definizione di Poliakov.

Infatti, se fosse vero che il processo dello “sterminio” ebraico “corrispondeva all’obiettivo fondamentale del nazionalsocialismo” (1); se fosse vero che esso non fu “il risultato di una imprevedibile esplosione di violenza, o della prevaricazione di subordinati, ma il frutto di una ideologia di morte e di un disegno organico” (2); se fosse vero che “tra gli scopi che, secondo Hitler, dovevano essere raggiunti per mezzo della guerra, aveva parte importantissima lo sterminio generale degli ebrei, e al raggiungimento di esso dedicò il governo tedesco gran parte delle sue forze” (3), per quale misteriosa ragione Adolf Hitler si sarebbe privato di almeno un milione di vittime predestinate permettendo loro di emigrare?

Era dunque inevitabile che un’accusa così atroce, basata essenzialmente su “deduzioni e considerazioni psicologiche”, su “racconti di terza o di quarta mano”, sul “gioco delle induzioni psicologiche”, su “deduzioni” che “rasentano l’astrattezza e la gratuità” e su ‘”risposte frammentarie e talora ipotetiche” fosse messa in dubbio.

Già nell’immediato dopoguerra e negli anni successivi erano state espresse severe critiche ai processi contro i cosiddetti “criminali di guerra” nazisti — in particolare
[43]

al processo di Norimberga (4) — e alla condotta di guerra degli Alleati (5).
[44]

Ma colui che per primo mise in dubbio la realtà dello “sterminio” ebraico fu il francese Paul Rassinier (6), che è considerato a giusto titolo il precursore dell’attuale revisionismo storico. La sua opera fu ripresa e continuata da altri ricercatori che hanno creato una ricca letteratura revisionista, di cui menzioniamo i titoli più importanti.

Nel 1967 fu pubblicato a Vienna Geschichte der Verfehmung Deutschlands (Wien, Selbstverlag des Verfassers) di Franz Scheidl. Due anni dopo apparve anonimo negli Stati Uniti The Myth of the Six Million (The Noontide Press, Torrance, California), seguito, nel 1970, da The Big Lie: Six Million Murdered Jews (Fyshwick A.C.T. Unity Printers and Publishers), a cura di The History Research Unity, e “Auschwitz ou le Grand Alibi”, a cura di La Vieille Taupe (Paris).

Nel 1973 videro la luce Die Auschwitz-Lüge (Kritik Verlag, Mohrkirch) di Thies Christophersen (trad it.: La Fandonia di Auschwitz, Edizioni La Sfinge, Parma 1984), The Six Million Swindle (Boniface Press, Takoma Park, Maryland) di Augustin App e Hexen-Einmal-Eins einer Lüge (Verlag Hohe Warte — Franz von Bebenburg) di Emil Aretz.

L’anno dopo fu pubblicato in Inghilterra Did Six Million Really Die? (Historical Review Press,
[45]

di Richard Harwood (trad. it.: Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda, Le Rune, Milano 1978), seguito nel 1976, presso la stessa casa editrice, dall’eccellente opera The Hoax of the Twentieth Century di Arthur Butz.

Nel 1978 Robert Faurisson scrisse il noto articolo “Le <problème des chambres à gaz>” (Défense de l’Occídent, N 158, Juin 1978, pp. 32-40) e l’anno dopo apparvero l’eccellente studio Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit? (Grabert-Verlag, Tübingen) di Wilhelm Stäglich, The Six Million Reconsidered (Historical Review Press) a cura del Committe for Truth in History, gli importanti articoli di Robert Faurisson “Le camere a gas non sono mai esistite” (Storia illustrata, N. 261, agosto 1979, pp. 15-35) e “The <Problem of the “Gas Chambers”> or <The Rumor of Auschwitz>” (Revisionist Press), El mito de los 6 millones. El fraude de les Judios asesinados por Hitler (Ediciones BAU. S.P., Badalona) di J. Bochacha, “Anne Frank’s Diary — A Hoax” (Institute for Historical Review) di Ditlieb Felderer e Holocaust, hoe lang nog? (Haro Boekdienst, Antwerpen) (7).
[46]

Nel settembre 1979 presso la Northrop University di Los Angeles si è tenuta la prima “Revisionist Convention”, organizzata dall’Institute for Historical Review, che dalla primavera del 1980 pubblica l’importante rivista trimestrale The Journal of Historical Review, alla quale collaborano ì più importanti storici revisionisti di ogni paese.

Ciò ha contribuito ulteriormente a rendere il revisíonismo storico una realtà inconfutabile e un movimento di pensiero inarrestabile. Infatti la tesi revisionista guadagna sempre più sostenitori.

Dal 1980 ad oggi sono state pubblicate parecchie opere, soprattutto in Francia, sulla scia dell’ “Affare Faurisson”.
[47]

Oltre ai numerosi articoli apparsi nella rivista “The Journal of Historical Review”, segnaliamo:

“Auschwitz Exit” (Vol. I, Täby, Svezia, 1980), di Ditlieb Felderer,

“1981 Revisionis’t Bibliography. A Select Bibliography of Revisionist Books Dealing with the Two World Wars and their Aftermaths. Compiled and Annoted by Keith Stimely” (Institute for Historical Review, 1980), che comprende anche le opere revisioniste sullo “sterminio” ebraico in lingua inglese;

“Vor dem Tribunal der Sieger: Gesetzlose Justiz in Nümberg” (Verlag K.W. Schütz KG — Preuss. Oldendorf, 1981), di Hildegard Fritzsche;

“Auschwitz im IG-Farben Prozess. Holocaustdokumente?” (Herausgegeben von Udo Walendy, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho/Weser, 1981);

“Holocaust nun unterirdisch?” (Historische Tatsachen Nr. 9, Vlotho/Weser, 1981), “Kenntnismängel der Alliierten” (Historische Tatsachen Nr. 15, VIotho/Weser. 1982),”Adolf Eichmann und die “Skelettsammlung des Ahnenerbe e.V.”” (Historische Tatsachen Nr. 18, Vlotho/Weser,1983), “Einsatzgruppen im Verbande des Heeres” (Historische Tatsachen Nr. 16 e 17, Vlotho/Weser, 1983), “Alliierte Kriegspropaganda 1914-1919” (Historische Tatsachen Nr. 22, Vlotho/Weser, 1985), “Macht + Prozesse = “Wahrheit? (Historische Tatsachen Nr. 25, Vlotho/Weser, 1985) ,tutti di Udo Walendy;

“<Massentötungen> oder Desinformation?” (Historische Tatsachen Nr. 24, Vlotho/Weser 1985), di Ingrid Weckert;

“Ich suchte — und fand die Wahrheit” (Kritík Nr. 58, Mohrkirch, 1982), di Robert Faurisson;

“The “Holocaust””: 120 Questions and Answers (Institute for Historical Review, 1983), di C. E. Weber;
[48]

“Nazi Gassing a Myth?” (IHR Special Report. Institute for Historical Review, 1983);

“The Dissolution of the Eastern European Jewry” (Institute for Historical Review, 1983), di Walter Sanning;

“Les grands truquages de l’histoire” (Jacques Grancher éd., Paris, 1983), di Hervé Le Goff (opera in cui compare uno studio sull’impostura del diario di Anna Frank: pp. 13-40) (8);

“The man who invented “genocide”” (Institute for Historical Review, 1984) di James J. Martin;

“Dachau… Buchenwald… Belsen… etc…” (Antwerpen, Vrij Historisch Onderzoek, 1984), di Z. L. Smith;

“Het Dagboek van Anne Frank: een vervalsing” (Antwerpen, Vrij Historisch Onderzoek, 1985), di Robert Faurisson;

“Worldwide Growth and Impact of “Holocaust” Revisionism” (Institute for Historical Review, 1985), IHR Special Report.

Aggiungiamo le opere più significative sull'”Affare Faurisson”:

“Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz” (La Vieille Taupe, Paris, 1980) di Serge Thion;

“Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz” (La Vieille Taupe, Paris, 1980) di Robert Faurisson, opere di valore eccezionale;

“L’Affaire Faurisson” (Le lutteur de classe, novembre 1981);

“Intolérable intolérance” (Editions de la Différence, 1981) di autori vari;
[49]

“Les petits suppléments au Guide des droits des victimes. N. 1. L’incroyable Affaire Faurisson” (La Vieille Taupe, Paris, 1982) a firma “Le Citoyen”;

“Réponse à Pierre Vidal-Naquet” (Edité par l’Auteur, 1982) di Robert Faurisson;

“L’Affaire Faurisson” (Université de Bordeaux III. Option Journalisme 1982-1983) di Marie- Paule Mémy;

“Epilogue judiciaire de l'”Affaire Faurisson” (La Vieille Taupe, Paris, 1983) di J. Aitken;

“Il caso Faurisson” (edito dall’Autore) di Andrea Chersi (Castenedolo 1983) (9).

Nel gennaio 1985 è apparso il primo numero della rivista revisionista spagnola “Revisión” (Alicante, Spagna).

Segnaliamo inoltre la rivista revisionista “Taboe. Revisionístisch tijdschrift voor kritisch en wetenschappelijk onderzoek” (Tabù. Rivista revisionista di ricerca critica e scientifica) (Antwerpen, Belgio).

Ci sia infine consentito di menzionare tre nostri studi:

“Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso” (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985);

“La Risiera di San Sabba” (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985);

“<Medico ad Auschwitz>. Anatomia di un falso. La falsa testimonianza di Miklos Nyiszli” (10) (di prossima pubblicazione).
[50]

Questa vasta letteratura è di valore disparato e va dalla divulgazione superficiale e spesso inesatta — giustamente criticata dagli storici sterminazionisti, come vengono chiamati dai revisionisti i sostenitori della realtà dello “sterminio” ebraico — alla ricerca scientifica metodica e approfondita.

Essa ha suscitato reazioni di varia natura (11).

Sul piano letterario alcuni scritti, fortemente passionali, tendono essenzialmente a screditare i revisionisti sia mediante la diffamazione personale, sia deformandone le tesi per poi facilmente volgerle al ridicolo, sia tentando di far passare il revisionismo per una “parte costitutiva di un movimento neonazista internazionale”, come insinua espressamente Robert Kempner (12), cioè per un rigurgito di antisemitismo nazista.

Questo tentativo appare chiaramente già dai titoli più ricorrenti di tale letteratura:

“Sulla critica della pubblicistica dell’estremismo di destra antisemita” (13) ; “Sguardo sulla letteratura neona-
[51]

zista” (14); — La Soluzione Finale e la Mitomania Neonazista” (15);

“La <soluzione finale> della questione ebraica nella recente letteratura neo-nazista” (16).

Tra gli articoli più virulenti segnaliamo:

“La politica dello struzzo”, di Augusto Segre, in: La Rassegna mensile di Israel, gennaio- marzo 1979, pp. 109-110;

“La distruzione della ragione”, di Giuseppe Laras, in: La Rassegna mensile di Israel, agosto- settembre 1979, pp. 285-288;

“Le camere a gas sono esistite!” (risposta di Enzo Collotti a Robert Faurisson), in: Storia illustrata, n. 262, settembre 1979, pp. 19-29 (vedi al riguardo: “Paurisson replica a Collotti”, in: Storia illustrata. n. 263, ottobre 1979, pp. 30-37).

Stefano Levi della Torre dedica al revisionismo un paragrafo dell’articolo “Nuove forme della giudeofobia” che è compreso nella sezione “Antisemitismo oggi” (17).

In realtà tale accusa è completamente infondata ed ha una finalità chiaramente propagandistica. Infatti le credenziali di colui che è considerato il fondatore del revisionismo, Paul Rassinier, non lasciano dubbi in proposito: socialista, resistente, arrestato dalla Gestapo nell’ottobre del 1943, torturato per 11 giorni, deportato a Buchenwald e poi a Dora per 19 mesi, invalido al 95% in conseguenza della deportazione, detentore della medaglia “vermeil de la Reconnaissance Francaise” e della “Rosette de la Résistance”.
[52]

In Francia l’eredità di Rassinier è stata raccolta da ambienti di sinistra, a cominciare dal gruppo che fa capo alla casa editrice “La Vieille Taupe” (18).

Altri scritti sterminazionisti, pur risentendo del pathos che suscita inevitabilmente la negazione dello “sterminio” ebraico, tentano di porsi sul piano della critica obiettiva. Tra i più significativi ricordiamo:

“Lies About the Holocaust”, di Lucy Dawidowicz, in: Commentary, December 1980, pp. 31- 37;

“Les redresseurs de morts. Chambres à gaz: la bonne nouvelle. Comment on révise l’histoire”, di Nadine Fresco, in: Les Temps Modernes, n, 407, Juin 1980, pp. 2150-2211. L’Autrice si propone di mostrare i metodi storiografici dei revisionisti.

“Les chambres à gaz ont existé” (Editions Gallimard, 1981), di Georges Wellers. Opera diretta contro Robert Faurisson.

“La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie” (Edité par Beate et Serge Klarsfeld, 1979), di Georges Wellers. Opera diretta contro Paul Rassinier.

“Six Million Did Die” (Johannesburg, 1978), di Arthur Suzman e Denis Diamond. Opera diretta contro Richard Harwood e Arthur Butz.

“Un Eichmann de papier. Anatomie d’un mensonge”, di Pierre Vidal-Naquet, in: Les Juifs, la mémoire et le présent, Paris 1981, pp. 195-272. Studio diretto contro Robert Faurisson.
[53]

“Tesi sul revisionismo”, di Pierre Vidal-Naquet, in: Rivista di storia contemporanea (Loescher Editore, Torino), I, gennaio 1983, pp. 3-24. Articolo di carattere generale contro il revisionismo.

“Nationalsozialistischen Massentötungen durch Giftgas” (Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl u.a., Frankfurt am Main, 1983), opera collettiva di 24 storici mirante a confutare l’intera storiografia revisionista “.

Alcuni tentativi di riaffermare la “verità” sterminazionista hanno sortito l’effetto contrario. Particolarmente importanti a questo riguardo sono:

“The Holocaust Revisited: A Retrospective Analysis of the Auschwitz-Birkenau Extermination Complex (Central Intelligence Agency, Washington, D.C. U.S. Department of Commerce. NationaI Technical Informatíon Service, February 1979), di Dino A. Brugioni e Robert G. Poirier (trad. francese in: “Le Monde Juif”, n. 97, Janvier-Mars 1980, “Auschwitz à vol d’oiseau”, pp. 1- 22), opera in cui sono pubblicate delle fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau scattate nel 1944 dall’aviazione americana le quali demoliscono il mito degli immensi stermini che sarebbero stati perpetrati in tale campo nel 1944;

“Les “Krématorien” IV et V de Birkenau et leurs chambres à gaz”, di Jean-Claude Pressac, in: “Le Monde Juif”, N. 107, Juillet-Septembre 1982, pp. 91-131 (vedi il resoconto di Robert Faurisson “Le mythe des “chambres à gaz” entre en agonie”, in: Réponse à Pierre Vidal-
[54]

Naquet, Deuxième édition augmentée, La Vieille Taupe. Paris, 1982, pp. 67-87).

L’Album d’Auschwitz. D’après un album découvert par Lili Meier survivante du camp de concentration. Texte de Peter Hellman traduit de l’americain par Guy Casaril. Editions du Seuil, 1983 (vedi l’analisi di Robert Faurisson “Les tricheries de l’Album d’Auschwitz”, dattiloscritto inedito, 1983).

Ma le reazioni degli oppositori del revisionismo non si sono limitate al piano letterario. I processi intentati contro i revisionisti — onde ottenere da parte dei tribunali la condanna ufficiale delle tesi degli avversari — testimoniano dell’incapacità degli storici di regime di confutare seriamente ed efficacemente le argomentazioni revisioniste.

Alcuni casi, come quelli di Christophersen, di Faurisson e di Felderer, sono diventati tristemente noti (20).

Tristemente nota è anche l’esistenza nella Repubblica Federale Tedesca di un organo preposto al controllo degli scritti “pericolosi per la gioventù” (Bundesprüfstelle für jugendgefährdende Schriften), mero espediente per poter esercitare una censura legale sulla letteratura revisionista, le cui opere vengono regolarmente messe all'”Indice”! (Index für jugendgefährdende Schriften) “.

Fino a che punto possa giungere la cieca intolleranza nei confronti di coloro che negano mediante una seria
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documentazione la realtà dello “sterminio” ebraico, è testimoniato dal casa del dottor WilheIm Stäglich. Nel novembre 1982 il Consiglio dei Decani della Georg-August-Universität di Gottinga, presso la quale egli aveva conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1951, ha intrapreso una procedura per ritirargli il titolo di dottore per aver scritto l’eccellente opera “Der Auschwitz Mythos” (Il Mito di Auschwitz), che, a giudizio non propriamente spassionato di tale Consiglio, ha reso Wilhelm Stäglich “indegno di portare il titolo di dottore”.

La cosa più singolare è che il fondamento giuridico di tale procedura è costituito da due leggi naziste del 1939! (22).

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II– LA CRITICA REVISIONISTA

Sarebbe arduo riassumere in poche pagine i risultati della critica revisionista. Del resto, a noi preme di più esporre la ragion d’essere e i metodi di lavoro del revisionismo, per cui dedichiamo questo capitolo al chiarimento delle ragioni per le quali, a nostro avviso, è necessario dubitare della realtà dello “sterminio” ebraico.

Al processo di Norimberga il Pubblico Ministero inglese Sir Hartley Shawcross nella sua requisitoria del 26 luglio 1946 accusò i tedeschi dì aver ucciso più di sei milioni di ebrei “nelle camere a gas e nei forni di Auschwitz, Dachau, Treblinka, Buchenwald. Mauthausen, Maidanek e Oranienburg” (1).

Ciascuna di queste “camere a gas” ha avuto naturalmente i suoi “testimoni oculari”.

L’abate Georges Hénocque descrive così quella di Buchenwald: “Mi sentii rassicurato e, aprendo subito la porta di ferro, mi trovai nella famosa camera a gas. Il locale poteva avere venticinque metri quadrati di superficie e un’altezza di tre metri — tre metri e mezzo. Sul soffitto, diciassette cipolle di annaffiatoìo, sigillate e poste a intervalli regolari. A guardarle, nulla rivelava la loro funzione omicida. Esse assomigliavano a inoffensivi sfiatatoi d’acqua.

I deportati che prestavano servizio al crematorio mi avevano informato: per una specie di ironia, ogni vittima, entrando in questa camera, riceveva un asciugamano e un pezzetto di sapone. Questi sventurati potevano credere di andare alle docce. Dietro di loro veniva chiusa la pesante
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porta di ferro, bordata di una specie di guarnitura di gomma di mezzo centimetro di spessore, destinata ad impedire la penetrazione dell’aria.

All’interno i muri erano lisci, senza fessure, e come verniciati. All’esterno, accanto all’architrave della porta, si vedevano quattro boaoni ‘ posti l’uno sotto l’altro: uno rosso, uno giallo, uno verde e uno bianco.

Un dettaglio tuttavia mi preoccupava: non capivo in che modo il gas potesse venire giù dalle bocche degli annaffiatoi. Il locale in cui mi trovavo era situato accanto a un corridoio. Vi penetrai e dentro vidi un enorme’tubo che le mie braccia non riuscivano a cingere completamente e che era ricoperto di uno spessore di gomma di circa un centimetro. Accanta, una manovella che si poteva girare da sinistra a destra provocava l’arrivo del gas. Esso discendeva così fino al suolo con una forte pressione, sicché nessuna delle vittime poteva sfuggire a ciò che i tedeschi chiamavano “la morte lenta e dolce”.

Al di sopra del punto in cui il tubo formava un gomito per entrare nel locale di asfissia c’erano gli stessi bottoni che si trovavano sulla porta esterna: rosso, verde, giallo e bianco, che servivano evidentemente a controllare la discesa del gas.

Tutto era davvero predisposto e organizzato scientificamente. Il Genio del male non avrebbe potuto trovare di meglio. Rientrai nella camera a gas per cercare di scoprire quella del crematorio” (2).

L’SS-Obersturmbannführer Kaindl, ex comandante del campo di concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen, dichiarò dinanzi a un Tribunale Militare sovietico:

“Alla metà di marzo del 1943 ho introdotto le camere a gas come luogo di sterminio in massa.

Pubblico Ministero — Di Sua iniziativa?
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Kaindl — In parte, sì. Poiché le installazioni esistenti non erano sufficienti per lo sterminio previsto, convocai una riunione alla quale partecipò anche il medico capo Baumkötter, il quale mi disse che l’avvelenamento di uomini mediante acido cianidricc in camere speciali aveva come effetto la morte istantanea. Allora considerai la costruzione di camere a gas per lo sterminio di uomini opportuna e anche più umana” (3).

Riguardo al campo di Dachau, il dott. Franz Blaha asserì in una dichiarazione giurata:

“Nel campo ci furono molte esecuzioni mediante gas, fucilazioni e iniezioni. La camera a gas fu terminata nel 1944 ed io fui chiamato dal dott. Rascher per esaminare le prime vittime. Delle otto o nove persone che si trovavano nella camera, tre erano ancora vive e le altre sembravano morte. I loro occhi erano rossi e i loro volti gonfi. Molti detenuti furono uccisi successivamente in questo modo” (4).

Il 19 agosto 1960 il giornale tedesco Die Zeit pubblicò — sotto il titolo “Keine Vergasung in Dachau” (Nessuna gasazione a Dachau) — una lettera del dott. Martin Broszat dell’Istituto di Storia contemporanea di Monaco nella quale dichiarava:

“Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati ebrei o altri detenuti. La camera a gas di Dachau non fu mai ultimata del tutto e non entrò mai <in funzione>”.

E ancora:

“Lo sterminio in massa degli ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate istallazioni tecniche, soprattutto (vor allem) nel territorio polacco occupato (ma in nessun luogo nel
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Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, sul Bug, a Treblinka, a Chelmo e a Belzec” (5).

Le riserve espresse in questa lettera furono chiarite dal dott. Broszat nella “Nota preliminare” all’articolo di Ino Arndt e Wolfang Scheffler “Organisierter Massenmord an Juden in nationalsozialistischen Vernichtungslagern”:

“Come abbiamo già rilevato, gli stermini di ebrei in senso istituzionale (esecuzione del programma della “soluzione finale”) mediante impianti di gasazione ebbero luogo esclusivamente nei campi summenzionati (6) dei territori polacchi occupati. Al contrario nei campi di concentramento generalmente c’erano sì crematori (per la cremazione dei detenuti morti in massa oppure uccisi durante la guerra), ma non impianti di gasazione. Dove però in particolare ciò accadde (Ravensbrück, Natzweiler, Mauthausen), essi non servivano allo sterminio ebraico nel senso del programma della “soluzione finale”. Essi dovevano piuttosto facilitare psichicamente ai Kommandos di esecuzione il loro “lavoro”, che fino ad allora veniva effettuato mediante fucilazioni, iniezioni di fenolo e altri sistemi” (7).

Simon Wiesenthal conferma che “non ci furono campi di sterminio in terra tedesca” (8).

In conclusione, né a Buchenwald, né a Oranienburg-Sachsenhausen sono mai esistite “camere a gas”, mentre la pretesa “camera a gas” di Dachau (9) non è mai stata utilizzata, come si può leggere anche nella pubblicazione ufficiale su tale campo:
[60]

“La <camera a gas> di Dachau non fu mai messa in funzione. Nel crematorio entrarono solo morti per la <cremazione>, nessun vivente per la <gasazione>” (10).

“Come abbiamo già detto, l’ultimo anno Dachau ebbe una camera di gasazione propria. Ma le sue “docce” non furono mai utilizzate” (11).

Di conseguenza, le “testimonianze oculari” di coloro che pretendono di aver visto in questi campi “camere a gas” o di avervi assistito a “gasazioni” sono false.

Tale circostanza avrebbe indotto qualunque storico serio ad effettuare una revisione critica di tutte le fonti dello “sterminio” ebraico, ma ciò naturalmente non è accaduto (12).

In effetti, la domanda che pone Robert Faurisson è più che legittima:

“Perché le <prove>, le <certezze>, le <testirnonianze> raccolte sui campi che geograficamente ci sono vicini non hanno improvvisamente più valore, mentre le <prove>, le <certezze>, le <testimonianze> raccolte sui campi della Polonia restano vere?” (13).

La domanda appare ancora più legittima se si considera ciò che Gerald Reitlinger scrive sulle prove relative ai “campi dì sterminio” polacchi:

“La più gran parte delle documentazioni sui campi di morte in Polonia, ad esempio, è stata raccolta dalle Commissioni d’inchiesta del Governo polacco e dalla Com-
[61]
missione Centrale di Storia ebraica della Polonia interrogando i superstiti fisicamente validi, ~ quali erano ben di rado uomini di qualche cultura. Inoltre l’ebreo dell’Europa orientale è retorico per natura, ama esprimersi con similitudini fiorite. Quando un testimone diceva che le vittime provenienti dal lontano Occidente arrivavano al campo di morte in vagoneletto, intendeva probabilmente dire che arrivavano in vetture passeggeri e non in carri bestiame. Talvolta la fantasia superava ogni credibilità, come quando i contrabbandieri di viveri del ghetto erano descritti come uomini giganteschi, con tasche che andavano dal collo alle caviglie. Anche i lettori che non soffrono di pregiudizi razziali possono trovare un poto troppo pesanti, per poterli digerire, i particolari di questi assassinü mostruosi, ed essere indotti a gridare Credat Judaeus Apella e a relegare questi racconti tra le favole. In fondo i lettori hanno diritto di pensare che si tratta di testimoni “orientali”, per i quali i numeri non sono che elementi retorici. Perfino i loro nomi — Sunschein, Zylberdukaten, Rothbalsam, Salamander: Raggio di Sole, Ducati d’argento, Balsamo Rosso, Salamandra — sembrano parti di fantasia” (14).

Riguardo ai metodi di lavoro di tali commissioni di inchiesta e alle “testimonianze” da esse raccolte, Reitlinger dichiara esplicitamente:

“Non si può non essere d’accordo con R. T. Paget, K. C., membro della Camera dei Comuni, quando dice che le ricerche eseguite dopo la guerra dalle commissioni d’inchiesta polacche sono di scarso valore probativo. Esse consistono, infatti, essenzialmente di descrizioni staccate di persone singole, ben raramente confermate da altre fonti” (15).

[62]
Le “prove” dell’esistenza di “camere a gas” nei pretesi “campi di sterminio” orientali sono dunque costituite pressoché esclusivamente da “testimonianze oculari” oltremodo sospette la cui veridicità viene ammessa a priori dagli storici che propugnano la realtà dello “sterminio” ebraico, e questa acriticità intenzionale è la caratteristica essenziale del loro metodo di lavoro storiografico.

Eppure l’analisi di queste “prove” e il loro confronto reciproco dovrebbe indurre tali storici a maggiore cautela.

Lo studio della genesi del mito dello “sterminio” ebraico a Treblinka, a Sobibor e a Belzec, ad esempio, è abbastanza rivelatore al riguardo.

Una delle prime “testimonianze oculari” su Treblinka — il rapporto inviato il 15 novembre 1942 dall’organizzazione clandestina del ghetto di Varsavia al governo polacco in esilio a Londra — descrive lo “sterminio” di ebrei in tale campo mediante vapore acqueo!

Nel marzo 1942 — si legge in tale rapporto — i tedeschi iniziarono la costruzione del nuovo campo di Treblinka B — nei pressi del campo di Treblinka A — che fu terminato alla fine di aprile del 1942. Verso la prima metà di settembre esso comprendeva due “case della morte”.

La “casa della morte n. 2” (dom smierci Nr 2) era una costruzione in muratura lunga circa 40 metri e larga 15. Secondo la relazione di un testimone oculare (wg relacji naocznego swiadka) essa conteneva dieci locali disposti ai due lati di un corridoio che attraversava tutto l’edificio. Nei locali erano installati dei tubi attraverso i quali passava il vapore acqueo (para wodna).

La “casa della morte n. 1” (dom smierci Nr 1) si componeva di tre locali e di una sala caldaie.

“Dentro la sala caldaie — prosegue il rapporto — c’è una grande caldaia per la produzione del vapore acqueo, e, mediante tubi che corrono attraverso le camere della morte e che sono forniti di un adeguato numero di fori,
[63]
il vapore surriscaldato si sprigiona all’intemo delle camere”.

Le “vittime” venivano rinchiuse nei locali suddetti e uccise col vapore acqueo!

“In questo modo le camere di esecuzione si riempiono completamente, poi le porte si chiudono ermeticamente e comincia la lunga asfissia (duszenie) delle vittime. mediante il vapore acqueo (para wodna) che viene fuori dai numerosi fori dei tubi. All’inizio dall’intemo giungono urla strozzate che si acquietano lentamente e dopo 15 minuti l’esecuzione è effettuata” (16).

Questa storia è stata ripresa ed elevata a verità ufficiale dalla Commissione suprema di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia, la quale ha accusato l’ex governatore Hans Frank di aver ordinato l’installazione di un “campo di sterminio” a Treblinka per l’eliminazione in massa degli ebrei “in camere riempite di vapore” (in Dampf gefüIlten Kammern)! (17).

Successivamente si è imposto il mito delle “camere a gas” a monossido di carbonio (18) che vale tuttora come verità ufficiale sui tre “campi di sterminio” orientali.
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La cosa è stata semplice: è bastato trasformare in “camere a gas” le “camere a vapore” del rapporto del 15 novembre 1942!

Così il “testimone oculare” Yankel Wiernik scrisse già nel 1944 che a Treblinka gli ebrei venivano uccisi in due costruzioni, una grande, con dieci “camere a gas”, l’altra piccola, con tre “camere a gas” (19), esattamente come le due “case della morte” del rapporto summenzionato avevano dieci e tre “camere a vapore”. Anche la disposizione dei locali della nuova costruzione è tratta di sana pianta dal rapporto del 15 novembre 1942: dieci camere disposte ai due lati di un corridoio che attraversava tutta la costruzione (20).

Quanto sia attendibile questo “testimone oculare”, si può arguire già da questa sua affermazione: in ogni “camera a gas” che misurava “circa 150 piedi quadrati” (about 150 square feet), cioè meno di 14 metri quadrati, potevano essere stipate 1.000-1.200 personne (21), con una densità di 71-85 personne per metro quadrato!

Eccoci dunque in presenza di uno di quei “testimoni oculari” par i quali, come asserisce Gerald Reitlinger, “i numeri non solo che elementi retorici”!

Nel 1946, le “camere a gas” di Sobibor venivano descritte cosi:

“A prima vista si ha tutta l’impressione di entrare in un bagno come gli altri: rubinetti per l’acqua calda e fredda, vasche per lavarsi… appena tutti sono entrati le porte vengono chiuse pesantemente. Una sostanza nera,
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pesante, esce in volute da fori praticati nel soffitto. Si sentono urla raccapriccianti che però non durano a lungo perché si tramutano presto in respiri affannosi e soffocati e in attacchi di convulsioni. Si dice che le madri coprano i figli con il loro corpo.

Il guardiano del “bagno” osserva l’intero procedimento attraverso una finestrella nel soffitto. In un quarto d’ora tutto è finito. Il pavimento si apre e i cadaveri piombano in vagoncini che aspettano sotto, nelle cantine del “bagno” e che, appena riempiti, partono velocemente. Tutto è organizzato secondo la più moderna tecnica te esca. Fuori, i corpi vengono deposti secondo un certo ordine e cosparsi di benzina, quindi viene loro dato fuoco” (22).

La “testimone oculare” Zelda Metz fornì la seguente descrizione:

“Poi entravano nelle baracche. dove alle donne venivano tagliati i capelli, indi nel “bagne”, cioè nella camera gas. Erano asfissiati col cloro (dusili chlorem). Dopo 15 minuti arano tutti asfissiati. Attraverso una finestrella si verificava se erano morti. Poi il pavimento si apriva automaticamente. I cadaveri cadevano in una vagone di une ferrovia che passava attraverso la camera a gas e portava i cadaveri al forno” (23)

Ma già nel 1947 la “Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia” optava per l’uccisione “mediante gas di combustione prodotto da un motore situato nella stessa costruzione e collegato alle camere per mezzo di tubi” (24), riconoscendo così false le “testimonianze” summenzionate. Ma ciò non impedì a Zelda Metz di presentarsi come teste d’accusa il 23 agosto 1950 al
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processo contro gli ex guardiani di Sobibor Hubert Gomerski e Johan Klier (5), nel quale il Pubblico Ministero sostenne appunto che in tale campo “le uccisioni avevano luogo mediante gas di scarico di un motore” ! (26).

Le “testirnonianze oculari” relative a Belzec sono ancora più istruttive.

Il primo mito dello “sterminio” ebraico nacque l’8 aprile 1942, solo tre settimane dopo l’apertura del campo: “le vittime venivano radunate in una casupola che aveva per pavimento una lastra di metallo attraverso la quale veniva fatta passare la corrente elettrica che folgorava gli ebrei” (27).

Una storia simile appare nella Kronika oswiecimska nieznanego autora (Cronaca di Oswiecim di autore ignoto) che sarebbe stata dissotterrata nel novembre 1953 nel terreno dell’ex campo di Auschwitz: a Belzec gli ebrei venvano folgorati (elektryzowano) (28).

Un rapporto datato 10 luglio 1942, giunto a Londra nel novembre dello stesso anno (29) e pubblicato il 1o dicembre sulla Polish Fortnightly Review descrive cosi lo “sterminio” degli ebrei a Belzec:

“Dopo essere stati scaricati, gli uomini vanno in una baracca a destra, le donne in una baracca situata a sinistra, dove si spogliano, apparentemente per prepararsi a fare il bagno. Dopo che si sono spogliati, entrambi i gruppi vanno in una terza baracca dove c’è una lastra elettrificata in cui vengono effettuate le esecuzioni” (30).

[67]
Una variante del mito menziona l’acqua al posto della lastra metallica: gli ebrei venivano uccisi facendo passare attraverso l’acqua in cui erano stati immersi la corrente elettrica (31).

La versione della folgorazione su lastra metallica riappare in un rapporto del novembre 1942:

“Si ordina alle vittime di spogliarsi nude — apparentemente per un bagno — ed esse sono poi condotte in una baracca con una lastra di metallo per pavimento. Poi la porta viene chiusa, la corrente elettrica passa attraverso le vittime e la loro morte è quasi istantanea” (32).

Nel rapporto del governo polacco in esilio a Londra del 10 dicembre 1942 si legge tra l’altro:

“All’inizio le esecuzioni venivano effettuate mediante fucilazione; tuttavia, viene riferito che in seguito i tedeschi applicarono nuovi metodi, quali il gas tossico, mediante cui la popolazione ebraica fu sterminata a Chelm, o la folgorazione, per la quale fu organizzato un campo a Belzec, dove, nel corso di marzo e aprile 1942, gli ebrei delle province di Lublino, Lwow e Kielce furono sterminati a decine di migliaia” (33).

Tale staoria fu ripetuta il 19 dicembre in una dichiarazione dell’ “Inter-Allied Information Committee”:

“Non si dispone di dati reali riguardo al destino dei deportati, ma sono disponibili notizie — notizie irrefutabli — secondo le quali sono stati organizzati deil luoghi di esecuzione a Chelm e a Belzec, dove, coloro che sopravvi-
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vono alle fucilazioni, sono uccisi in massa mediante folgorazione e gas letali” (34).

Un rapporto del 1o novembre 1943 descrive così l’ “inferno di Belzec” (Die Hölle von Belzec):

“Agli ebrei che venivano inviati a Belzec si ordinava di spogliarsi come per fare un bagno. Effettivamente venivano condotti in uno stabilimento di bagni che aveva una capienza di diverse centinaia di persone. Ma lì venivano uccisi a schiere mediante corrente elettrica” (35).

Nel 1944 il mito si arricchisce: ne viene elaborata una nuova versione che fonde i temi dell’acqua e della lastra metallica.

Il 12 febbraio 1944 il New York Times pubblicò il seguente racconto di “un giovane ebreo polacco” relativo alla “fabbrica delle esecuzioni” di “Beljec:”:

“Gli ebrei erano spinti nudi su una piattaforma metallica che funzionava come un elevatore idraulico che li calava in una enorme vasca piena d’acqua fino al collo delle vittime, disse egli. Essi venivano folgorati con la corrente per mezzo dell’acqua. L’elevatore poi sollevava i corpi ad un crematorio che si trovava di sopra, disse il giovane”. La fonte del racconto era costituita da “individui che erano fuggiti dopo essere stati realmente dentro la “fabbrica” (36), dunque da “testimoni oculari”.

Questa nuova forma del mito fu ripresa nel 1945 da Stefan Szende. I trasporti ebraici “entravano attraverso un tunnel nei locali sotterranei del luogo di esecuzione”. La tecnica dello “sterminio” descritta da Szende è a dir poco fantascientifica:

“Gli ebrei nudi venivano condotti in sale gigantesche. Queste sale potevano contenere parecchie migliaia di uomini alla volta. Esse non avevano finestre, erano di metallo, col pavimento che si poteva abbassare.
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Il pavimento di queste sale con migliaia di ebrei veniva calato in una cisterna piena d’acqua che si trovava sotto — però soltanto in modo tale che gli uomini sulla lastra metallica non fossero immersi completamente. Quando tutti gli ebrei sulla lastra metallica stavano già nell’acqua fino ai fianchi, si faceva passare nell’acqua la corrente ad alta tensione. Dopo pochi istanti tutti gli ebrei, migliaia alla volta, erano morti.

Poi il pavimento di metallo si sollevava fuori dall’acqua. Su di esso giacevano i cadaveri dei giustiziati. Si inseriva un altra linea elettrica e la lastra metallica si trasformava in una cassa da morto crematoria (Krematoriumssarg) incandescente, finché tutti i cadaveri enano inceneriti.

Potenti gru sollevavano allora la gigantesca cassa da morto crematoria ed evacuavano le ceneri. Grosse ciminiere da fabbrica evacuavano il fumo. La procedura era compiuta” (37).

Un’altra variante del mito menziona un “forno elettrico” (!) come strumento di “sterminio”.

“Poi essi entrano in una terza baracca che contiene un forno elettrico (einen elektrischen Ofen). In questa baracca hanno luogo le esecuzioni” ‘.

Nel 1945 la prima versione del mito assurse a verità ufficiale sul “campo di sterminio” di Belzec. Essa fu accolta nel rapporto del governo polacco e letta dal rappresentante sovietico dell’accusa L. N. Smirnow all’udienza dei 19 febbraio 1946 del processo di Norimberga:

“Nello stesso rapporto, nell’ultimo capitolo, a pagina 136 del libro dei documenti, troviamo una dichiarazione sul fatto che il campo di Beldjitze (39) fu costruito nel 1940;
[70]
però gli impianti elettrici speciali per lo sterminio in massa di uomini furono installati nel 1942. Col pretesto di portarle a fare il bagno, le persone venivano costrette a spogliarsi completamente e spinte nella casa il cui pavimento era elettrificato (mit elektrischem Strom geladen); lì venivano uccise” (40).

Il mito dello “sterminio” ebraico a Belzec mediante corrente elettrica non è stato il solo a circolare nel corso della seconda guerra mondiale.

Il “testimone oculare” Jan Karski, che pretende di aver visitato tale campo in divisa da guardia estone, descrive un procedimento di “sterminio” alquanto singolare: gli ebrei venivano caricati su vagoni cosparsi di calce viva.

Quando il carico era completo, il treno partiva e raggiungeva una zona deserta a 80 miglia da Belzec, dove restava fenno fino a quando tutti gli ebrei erano morti per l’azione corrosiva della calce e per soffocamento (41).

Nonostante le dettagliate “testimonianze oculari” che abbiamo riferito, anche per Belzec si è imposto definitivamente come verità ufficiale il mito delle “camere a gas” a monossido di carbonio. Tale mito, che ha ricevuto la sanzione ufficiale della Commissione di inchiesta sui crimini
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tedeschi in Polonia (42), appare improvvisamente nel 1946 nella raccolta “Dokumenty i materialy” (43).

La nuova versione si fonda sulla “testimonianza oculare” di Rudolf Reder (44), che è in gran parte un volgare plagio del famoso rapporto Gerstein (45).

La “testimonianza oculare” di Kurt Gerstein, SS-Obersturmführer, sul “campo di sterminio” di Belzec, è un caso tipico di acriticità e di malafede nell’assunzione delle “prove” da parte degli storici di regime.

Nel nostro studio Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso abbiamo segnalato 103 assurdità, contraddizioni interne ed esterne, falsificazioni storiche, contraddizioni rispetto alla storiografia ufficiale, esagerazioni iperboliche e inverosimiglianze che rendono questa “testimonianza oculare” assolutamente inattendibile.

Ma ciò non tange minimamente gli storici di regime, che dichiarano pressoché unanimamente:

“Non si nutre oggi alcun dubbio sulla veridicità del rapporto Gerstein” (46).

“Anche l’attendibilità obiettiva di tutti i particolari essenziali del rapporto è fuori questione” (47).

Gli storici di regime giustificano le false testimonianze — da essi stessi riconosciute tali — su Treblinka, Sobibor
[72]

e Belzec, sostenendo che durante la guerra si aveva una conoscenza precisa solo del fatto, dello “sterminio”, ma non delle sue modalità pratiche e tecniche. Pierre Vidal-Naquet scrive al riguardo:

“Nel flusso di informazioni che proveniva dai territori occupati c’era del vero, del meno vero e del falso. Sul senso generale di quanto stava accadendo non esisteva alcun dubbio, circa le modalità vi era spesso motivo di esitare tra l’una e l’altra’versione”. Egli ammette che ci furono anche “le fantasie e i miti”, ma dichiara che essi non sono esistiti per se stessi, bensì “come un’ombra proiettata dalla realtà, come un prolungamento della realtà” (48).

Questa argomentazione è una eccellente applicazione del principio metodologico “la conclusione precede le prove” che Pierre Vidal-Naquet attribuisce alla storiografia revisionista (49).

In effetti, riprendendo mutatis mutandis la domanda di Robert Faurisson, perché le “testimonianze oculari” relative alle “camere a vapore” di Treblinka, al “cloro” e alle “cantine” di Sobibor e allo “sterminio” ebraico a Belzec mediante corrente elettrica o treni della morte sono improvvisamente riconosciute false, mentre le “testimonianze oculari” relative alle “camere a gas” sono considerate vere?

E’ importante sottolineare che qui si ha a che fare con “testimonianze oculari” rigorosamente equivalenti riguardo all’attendibilità (o, più esattamente, all’inattendibilità) e completamente contradditorie riguardo al contenuto, sicché solo in quanto si ammette a priori l’esistenza delle “camere a gas” — la conclusione precede le prove! — si può parlare di “fantasie e miti” che sono “come una ombra proiettata dalla realtà”.
[73]

Del resto, quanto poco questa “realtà” sia tale, risulta chiaramente anche dallo studio della genesi del mito delle “camere a gas” di Auschwitz.

Tale mito si è imposto molto tardi, perché, sorprendentemente, “il più grande di tutti i luoghi di supplizio, la cosiddetta <fabbrica della morte> di Auschwitz-Birkenau, riuscì a serbare il suo segreto fino all’estate del 1944” (50).

Infatti nel luglio 1944 si diffusero i rapporti di due ebrei slovacchi evasi da Auschwitz (51) che furono pubblicati negli Stati Uniti dal War Refugee Board nel novembre dello stesso anno insieme ad altri due rapporti (52). Il più importante di essi, quello di Alfred Wetzler, è palesemente falso: costui presenta infatti una pianta e una descrizione dei crematori I e II (= Il e III secondo la numerazione ufficiale) di Birkenau completamente inventate, come risulta già dal semplice confronto con la pianta originale (53). Ma ciò non impedisce agli’storici di regime di proporlo subdolamente come vero!

Tipico è il caso di Georges Wellers, il quale utilizza goffamente la suddetta descrizione di Alfred Wetzler in due opere in cui appare riprodotta la pianta originale del crematorio II di Birkenau ! (54).

Ma prima di ricevere la sua codificazione ufficiale nelle “confessioni” di Rudolf Höss, il mito delle “camere a gas” di Auschwitz ha subìto altre vicissitudini sia riguar-
[74]

do al luogo, sia riguardo alla tecnica, sia riguardo al período dello “sterminio”.

Al processo di Norimberga, nel corso dell’udienza dell’8 agosto 1946, lo Sturmbannführer delle SS Georg Konrad Morgen descrisse con dovizia di particolari gli impianti del “campo di sterminio di Monowitz” (Vernichtungslager Monowitz):

“Poi questi autocarri partivano. Essi non andavano al campo di concentramento di Auschwitz, ma in un’altra direzione, al campo di- sterminio di Monowitz, che distava alcuni chilometri. Questo campo di sterminio era costituito da una serie di crematori. Questi crematori dall’esterno non erano riconoscibili come tali. Potevano essere scambiati per grandi impianti di bagni. Ciò era noto anche ai detenuti. Questi crematori erano circondati da una recinzione di filo spinato e all’intemo erano sorvegliati dai summenzionati gruppi di lavoro ebraici”.

E ancora:

“Il campo di sterminio di Monowitz era molto lontano dal campo di concentramento. Si trovava in una vasta zona industriale e non era riconoscibile come tale. Dappertutto all’orizzonte c’erano ciminiere ed esso fumava. Il campo stesso era sorvegliato all’esterno da un reparto speciale di uomini del Baltico, estoni, lituani e ucraini. L’intero procedimento tecnico era esclusivamente nelle mani dei detenuti stessi incaricati di ciò, i quali solo di volta in volta eranò sorvegliati da un Unterführer. L’uccisione vera e propria veniva eseguita da un altro Unterfúhrer che faceva sprigionare dei gas in questo locale” (55).

In realtà il campo di Monowitz, al pari dei trentanove campi esterni di Auschwitz, non ha mai posseduto né “camere a gas” né forni crematori (56).
[75]

Per quanto concerne la tecnica di “sterminio”, un rapporto del 18 aprile 1943 menzionava i seguenti metodi di uccisione, oltre alle “camere a gas” e alle fucilazioni:

“b) Camere elettriche; queste camere avevano pareti metalliche; le vittime vi venivano spinte dentro e poi si inseriva l’alta tensione.

c) Il sistema del cosiddetto martello pneumatico. Si trattava di camere speciali nelle quali dal tetto discendeva un “martello pneumatico” e le vittime venivano uccise per mezzo di un congegno speciale sotto un’alta pressione d’aria” (57).

Come commenta Martin Gilbert, questi due metodi erano “pure fantasie” (58).

Nel 1945, presso i falsi testimoni più sprovveduti, si affermò la versione della “gasazione” tramite docce finte.

Al processo Belsen la dottoressa Ada Bimko descrisse gli spruzzatori (sprays), i due “tubi” (pipes) e i due “enormi contenitori metallici che contenevano il gas” (huge metal containers containing gas) della “camera a gas” di Birkenau, che questa “testimone oculare” aveva visitato personalmente! (59)

In che modo questi falsi testimoni immaginavano che avvenissero le “gasazioni” risulta chiaramente dalla seguente narrazione di Sofia Schafranov, alla quale un detenuto del Sonderkommando avrebbe raccontato quanto segue:

“Veniva simulata una doccia e alle vittime, per quanto queste sapessero, ormai, di che genere di doccia si trattasse, si fornivano perfino asciugamani e un pezzo di sapone; dopo di che, er-&no fatte denudare e venivano cacciate in basse camere di cemento, ermeticamente chiuse. Al
[76]
soffitto erano applicati dei rubinetti, da dove, invece che acqua, era irrorato del gas tossico” (60).

Questa storia fu ripetuta al processo Degesch del 1949un testimone aveva sentito che “a Birkenau il gas veniva immesso nei locali attraverso docce finte”. Ma sia il dottor Heli, inventore dello Zyklon B, sia il dottor Ra., fisico, dichiararono che la tecnica di “gasazione” descritta era impossibile, sicché il Tribunale respinse come falsa la storia in questione:

“Il Tribunale non dubita del fatto che l’ipotesi che il gas sia tratto fuori dal barattolo di ZykIon B mediante una cannula e portato nelle camere a gas, sia errata, sicché non è più necessario fare l’esperimento richiesto da uno degli accusati” (61).

Ma ciò non impedisce a Vincenzo e Luigi Pappalettena di fornire il seguente commento — evidentemente ispirato a quanto era già stato asserito a Norimberga (62) — alla fotografia della “camera a gas” di Mauthausen:

“Avviati alla doccia, i prigianieri venivano investiti, anziché dall’acqua, dal micidiale gas che usciva dai forellini” (63).

Infine, riguardo al periodo dello “sterminio”, il dott. Reszö Kastner riferì una comunicazione da Bratislava secondo la quale “le SS erano in procinto di restaurare e riparare le camere a gas e i crematori di Auschwitz che erano fuori uso dall’autunno dei 1943” (die seit dem Herbst 1943 ausser Gebrauch waren) (64). In una dichiarazione giurata del 1945, egli precisò:
[77]

“Una comunicazione diceva che a Oswiecim si lavorava febbrilmente alla risistemazione delle camere a gas e dei crematori, che non erano in funzione da molti mesi” (die monatelang nicht in Betrieb waren) “,

mentre la storiografia ufficiale non registra — per il periodo in questione — alcuna sosta dell’attivítà delle “camere a gas” e dei forni crematori (66), per cui, nell’edizione del rapporto Kastner del 1961 il passo summenzionato è stato soppresso! (67).

La prima “perizia tecnica” sul “campo di sterminio” di Auschwitz è stata effettuata dai sovietici. La Commissione straordinaria di inchiesta sui crimini tedeschi ad Auschwitz ha “accertato” che in tale’campo furono assassinate più di quattro milioni di persone (68), cifra che per Reitlinger “fa ridere” (69). In che modo la Commissione sovietica sia giunta a tale conclusione fa ridere ancora di più.

“Nel crematorio n. 1, che esistette per 24 mesi, si potevano cremare 9.000 cadaveri al mese, il che dà un totale di 216.000 per tutto il tempo della sua esistenza. Le cifre corrispondenti (degli altri crematori) sono:

— crematorio n. 2, 19 mesi, 90.000 cadaveri al mese, totale 1.710.000;

— crematorio n. 3, 18 mesi, 90.000 cadaveri al mese, totale 1.620.000;

— crematorio n. 4, 17 mesi, 45.000 cadaveri al mese, totale 765.000;

— crematorio n. 5, 18 mesi, 45.000 cadaveri al mese, totale 810.000.
[78]
La capacità totale dei cinque crematori era di 279.000 cadaveri, per un totale di 5.121.000 per tutto il tempo della loro esistenza”.

Siccome da un lato i tedeschi bruciarono un gran numero di cadaveri su roghi, dall’altro i crematori non funzionarono sempre a pieno regime, la “Commissione tecnica” sovietica ha “accertato” appunto la cifra di quattro milioni di morti! ” (70).

Questo calcolo è assolutamente ridicolo già per il semplice fatto che la capacità massima di cremazione di 270.000 cadaveri al mese per i quattro crematori di Birkenau (= 9.000 al giorno) è nove volte superiore a quella reale! (71).

La “Commissione tecnica” sovietica ha inoltre “accertato” che nelle “camere a gas” di Auschwitz era stato impiegato il gas “Zyklon A”, che però non era più in uso dagli anni venti! (72).

Quale valore sia da attribuire alle conclusioni delle varie “commissioni d’inchiesta” sovietiche risulta chiaramente dal caso Katyn: la Commissione speciale che ha indagato sul massacro di Katyn — notoriamente perpetrato dai russi –, ha “accertato”, sulla base di “più di cento testimoni”, di “perizie medico-legaIi” e di “documenti e
[79]

elementi di prova”, che i responsabili dell’eccidio furono i tedeschil (73).

La Cominissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia, in un primo tempo, come abbiamo dimostrato, ha “accertato” che gli ebrei venivano uccisi a Treblinka in “camere a vapore” e a Belzec mediante corrente elettrica, indi ha “accertato” che essi venivano avvelenati in “camere a gas” ad ossido di carbonio, il che è già più che sufficiente per valutare la serietà della suddetta Commissione.

Riguardo al campo di Auschwitz, essa ha “accertato” che la capacità di incinerazione dei quattro crematori di Birkenau era di 12.000 cadaveri in 24 ore (74), il che è assurdo.

Jan Sehn, giudice e membro della “Commissione generale di inchiesta sui crimini hitleriani in Polonia”, la riduce a 8.000 (75). Questa ridicola cifra è stata ripresa da una pubblicazione del Museo di Auschwitz del 1979 (76), nonostante che un’altra pubblicazione del 1961 dello stesso Museo menzioni un documento tedesco da cui risulterebbe una capa cità massima di 4.416 cadaveri! (77).

Evidentemente sprovvisto del senso del ridicolo, Jan Sehn osa dichiarare:

“I dettagliatissimi documenti raccolti dalla Commissione Straordinaria di Stato sovietica come pure dalla Commissione Generale di Inchiesta sui Crimini Hitleriani in Polonia provano che il “rendimento” delle “camere
[80]
a gas” di Brzezinka (Birkenau) era”di circa 60.000 (sessantamila) persone in 24 ore”! (78).

La fonte più importante della “verità” ufficiale su Auschwitz è notoriamente costituita dalle “confessioni” di Rudolf Höss, la cui veridicità viene accettata acriticamente e dogmaticamente da tutti gli storici di regime.

Nell’Autobiografia egli scrive a proposito del suo primo interrogatorio da parte degli inglesi:

“Il mio primo interrogatorio si concluse con una confessione, dati gli argomenti più che persuasivi usati contro di me. Non so che cosa contenga la deposizione, sebbene l’abbia firmata. Ma l’alcool e la frusta furono troppo, anche per me” (79).

Martin Broszat avverte in nota:

“Si tratta di un protocollo dattiloscritto di 8 pagine che Höss firmò il 14-3-1946 alle 2,30 (=documento di Norimberga NO-1210). Riguardo al’contenuto, esso non differisce sensibilmente in nessun punto da ciò che Höss dichiarò o scrisse a Norimberga o a Cracovia” (80).

Dunque la prima “confessione” di Rudolf Höss, quella che ha costituito il modello di tutte le altre, è stata inventata dagli inquirenti inglesi!

Per convicersene senza ombra di dubbio è sufficiente un rapido sguardo al documento in questione.

Höss “confessa” di essere stato convocato a Berlino nel giugno 1941 da Himmler, il quale gli comunicò che il Führer aveva ordinato “la soluzione finale della questione ebraica in Europa”, cioè “lo sterminio totale di tutti gli ebrei d’Europa”, come gli viene fatto “con
[81]

fessare” nella dichiarazione giurata del 5 aprile 1945 (81) — il che non solo è falso, perché. la “soluzione. finale”, come si è visto, designava l’emigrazione degli ebrei europei nel Madagascar, ma contraddice anche cronologicamente i cardini della storiografia ufficiale, come rileva con grande imbarazzo Gerald Reitlinger, il quale elimina la contraddizione posticipando d’autorità di un anno la data della pretesa convocazione di Höss e del preteso ordine del Führer! (82).

Nel giugno 1941, continua la “confessione” dt Höss, nel Governatorato generale esistevano tre “campi di sterminio”: Wolzek, Belzec e Tublinka (sic). Ma il primo non è mai esistito, mentre il secondo e il terzo (Treblinka) entrarono rispettivamente in funzione — secondo — la storiografia ufficiale — nel marzo e nel luglio 1942. (83).

Höss “confessa” anche di aver visitato il campo dì Treblinka nella primavera del 1942 e di avervi assistito ad un processo di “gasazione”, il che è comunque impossibile, perché la costruzione del campo iniziò il 1o giugno, mentre la prima “gasazione” vi sarebbe stata effettuata il 23 luglio 1942 (84).

Nella dichiarazione giurata del 5 aprile 1946 questa pretesa visita ha luogo nel 1941, quando il campo di Treblinka ancora non esisteva!

Ma non è tutto. Il comandante del campo riferì a Höss che nel corso del semestre precedente aveva “gasato” 80.000 persone, il che significa che le “gasazioni” erano iniziate nell’autunno del 1941, cioè parecchi mesi prima che il campo fosse costruito!

Secondo il PS-3868, il comandante di Treblinka “aveva a che fare principalmente con la liquidazione di. tutti gli
[82]

ebrei del ghetto di Varsavia”, il che è assurdo, perché la deportazione a Treblinka di questi ebrei iniziò il 22 luglio 1942.

Gli inquirenti inglesi, che avevano conoscenze molto approssimative anche riguardo ad Auschwitz, hanno fatto “confessare” a Höss che i primi due crematori di Birkenau furono completati nel 1942, il che è falso (85), avevano ciascuno cinque forni doppi, il che è parimenti falso (86), e potevano cremare 2.000 cadaveri in 12 ore, il che è ugualmente falso (87); gli altri due crematori furono completati sei mesi dopo, il che è falso (88) e possedevano ciascuno quattro forni, il che è parimenti falso (89).

Ad Auschwitz furono uccise tre milioni di persone, di cui due milioni e mezzo nelle “camere a gas”. Ma nelle “Aufzeichnungen” di Cracovia Rudolf Höss “confessa”:

“Ritengo, ad ogni modo, che la cifra di due milioni e mezzo sia eccessiva. Anche ad Auschwitz le possibilità di sterminio erano limitate” (90). Successivamente, dinanzi al Tribunale Supremo Polacco, egli ridusse la cifra a 1.135.000 (91).

Nelle dichiarazioni giurate del 5 aprile e del 20 maggio 1946 (92) Höss ripete la “confessione” del documento NO-
[83]

1210, precisando che mezzo milione di persone morirono di fame e di malattie, cifra che supera abbondantemente il totale dei detenuti immatricolati! (93)

Gli inquirenti inglesi hanno infine spostato al marzo 1945 il fantomatico ordine di Himmler che avrebbe decretato la fine delle “gasazioni”, il che è in contraddizione con le date a loro volta contraddittorie della storiografia ufficiale.

Estradato in Polonia, Rudolf Höss ha continuato a fare lo stesso genere di “confessioni”.

I polacchi hanno riveduto e corretto (in base ai documenti sequestrati al campo di Auschwitz) la “confessione” del 14 marzo 1946 redatta dagli inquirenti inglesi, sviluppandola nell’Autobiografia e nelle “Annotazioni”, che costituiscono la fonte essenziale della “verità” ufficiale su Auschwitz.

E’ fin troppo facile immaginare in che modo tali “confessioni” siano state estorte a Rudolf Höss: basta pensare ai metodi dei grandi processi di Mosca per costringere gli imputati a fare la “confessione” desiderata.

Istauratosi il clima della “guerra fredda”, i polacchi hanno consentito a Höss di descrivere il trattamento subito da parte della giustizia “borghese”:

“Dopo qualche giorno venni trasferito a Minden sul Weser, il centro principale d’inchiesta per la zona inglese. Qui dovetti subire altri maltrattamenti per opera di un maggiore inglese, Pubblico Ministero. Le condizioni della prigione furono in tutto degne del suo comportamento. Dopo tre settimane, con mia sorpresa, mi rasarono, mi tagliarono i capelli e mi consentirono anche di lavarmi. Era la prima volta, dal momento dell’arresto. che mi toglievano le manette”.

[84]
Da Minden, Höss fu portato a Norimberga:

“Le condizioni generali in prigione erano buone (potevo anche leggere a volontà durante il tempo libero, perché avevamo a disposizione una nutrita biblioteca), ma gli interrogatori erano davvero molto spiacevoli, non dal punto di vista fisico, ma psichico, cosa anche peggiore. Ma non posso certo prendermela con quelli che mi interrogavano: erano tutti ebrei. Spiritualmente fui come. vivisezionato: i miei inquisitori volevano conoscere tutti i particolari: perfino gli ebrei. Non mi lasciarono alcun dubbio sulla sorte che mi attendeva” (94).

E’ facile immaginare in che cosa consistessero le pressioni psicologiche esercitate su Rudolf Höss. Un solo esempio tratto dal vasto repertorio dei grandi processi di Mosca:

“Gli ostaggi servono ad alimentare l’essenza delle torture morali. Eccone una, per esempio, semplicissima e che sarà sempre ignorata dai giornalisti esteri ammessi ad assistere al processo: si proietta davanti al prevenuto un film di torture raffinate e gli si sussurra che tale sarà la sorte di sua moglie, o della sua bambina se…” (95).

Non si creda che il “civile” Occidente rifuggisse da tali metodi. La commissione d’inchiesta costituita dai giudici van Roden e Simpson, che fu inviata in Germania nel 1948 per indagare sulle irregolarità commesse dal Tribunale Militare americano di Dachau — che aveva processato 1.500 tedeschi condannandone a morte 420 (96) — accertò che gli imputati erano stati sottoposti a torture fisiche e psichiche di ogni genere per costringerli a fare le “confessioni” desiderate. Ad esempio, in 137 dei 139 casi esaminati, gli imputati tedeschi avevano subìto danni irre-
[85]

parabili ai testicoli a causa dei calci che erano stati loro inferti durante gli interrogatori (97).

Ma ciò non deve stupire, perché rientra nella logica dei processi contro i cosiddetti “criminali di guerra” nazisti, il cui principio ispiratore fu esposto candidamente dal procuratore generale degli Stati Uniti Justice Robert H. Jackson nel corso dell’udienza del 26 luglio 1946 del processo di Norimberga:

“Gli Alleati si trovano tecnicamente ancora in stato di guerra con la Germania, sebbene le istituzioni Politiche e militari del nemico siano infrante. In quanto Corte di Giustizia Militare, questa Corte di Giustizia costituisce una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Alleate” (98).

In conclusione, dubitare della realtà storica dello “sterminio” ebraico è non solo lecito, ma doveroso, perché è doveroso ricercare la verità storica “sottoponendo sistematicamente testimonianze, documenti e reperti al vaglio di quei metodi critici il cui impiego nessuno si sognerebbe mai di contestare quando si tratta di applicarli a qualsiasi altro problema storico, perché è su di essi, è su nient’altro, che la ricerca storica fonda la sua scientificità” (99), non già accettando aprioristicamente e acriticamente qualunque documento e “testimonianza oculare”, come fanno regolarmente gli storici di regime.

NOTE

PARTE SECONDA

1 –NASCITA E SVILUPPO DEL REVISIONISMO

1) Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Milano 1971, p. 559.

2) Vittorio E. Giuntella, Il Nazismo e i Lager, Roma 1980; p. 46.

3) Elia S. Artom, Storia d’Israele, Roma 1965, vol. III, p. 227.

4) Tra le opere più significative sui processi contro i “criminali di guerra” nazisti segnaliamo:

Anonimo, The Nuremberg “Trial”, 1946.

Montgomery Belgion, Epitaph on Nuremberg, London, 1946.

Maurice Bardèche, Nuremberg ou la terre promise, Paris, 1948.

Maurice Bardèche, Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs, Paris, 1950.

F. J. P. Veale, Advance to Barbarism, London 1948.

F. J. P. Veale, Crimes Discreetly Veiled, London 1958 (ambedue ristampate dall’Institute for Historical Review, Torrance, California, USA, 1979).

G. A. Amaudruz, Ubu justicier au premier procès de Nuremberg, Paris 1949.

ReginaId T. Paget, Manstein. His Campaigns and his Trial, London 1951.

Utley, Freda. The High Cost of Vengeance, Regnery, 1949.

August von Knieriem, The Nuremberg Trials, Regnery, 1959.

Gerhard Brennecke, Die Nürnberger Geschichtsentstellung, Tübingen, 1970.

José A. Llorens Borràs, Crìmenes de guerra, Barcelona, 1973.

La vérité sur l’affaire de Malmédy et sur le colonel SS Jochen Peiper, Editions du Baucens, 1976.

Werner Maser, Nuremberg. A Nation on Trial, New York, 1979.

David Irving, Der Nürnberger Prozess, München, 1980.

Dietrich Ziemssen, The Malmédy Trial, Institute for Historical Review, 1981.

Léon de Poncins, Le procès de Nuremberg, in: Top Secret, Chiré-en-MontreuiI, 1972, pp. 91-126

Piero SeIla, “Occupazione della Germania e repressione politico-giudiziaria: Norimberga”, in: L’Occidente contro l’Europa, Milano, 1984, pp. 155-184.

5) Tra le opere più importanti sui crimini di guerra degli Alleati ricordiamo:

Erich Kern, Verbrechen am deutschen Volk. Dokumente alliierten Grausamkeiten 1939-1949, Verlag K.M. Schütz KG Pr. Oldendorf, 1964.

Erich Kern-Karl Balzer, Alliierten Verbrechen an Deutschen, Verlag K.W. Schütz KG Pr. Oldendorf, 1980.

Wilhelm Anders, Verbrechen der Sieger, DruffeI-Verlag, Leoni am Starnberger See, 1975.

“Crimes de guerre des alliés?” Défense de l’Occident, Numéro spécial 39-40, 1965.

Alliierten Kriegsverbrechen und Verbrechen gegen die Menschlichkeit, Samisdat Publishers LTD., Toronto, 1977.

J. Bochaca, Los crìmeres de los “buenos”, Barcelona, 1952.

Rudolf Trenkel, “Polens Kriegsschuld. Der Bromberger Blutsonntag”, Kritik, April 1981 (Nordland-Verlag).

David Irving, The Destruction of Dresden, London, 1963.

The Crime of Moscow in Vynnytsia, New York 1951 (ristampato dall’Institute for Historical Review, s.d.).

Louis FitzGibbon, Katyn, Institute for Historical Review, 1979.

Friedwald Kumpf, Die Verbrechen an Deutschen, Mannheirn, 1954.

Rudolf Aschenauer, Krieg ohne Grenzen. Der Partisanenkampf gegen Deutschland 1939-1945, Druffel-Verlag, Leoni am. Stamberger See, 1982.

6) Opere principali di Paul Rassinier:

La menzogna di Ulisse, Le Rune, Milano 1966 (edizione originale: Le mensonge d’Ulysse, Ed. Bressanes, 1950).

Ulysse trahi par les siens, La Vieille Taupe, Paris 1980 (edizione originale: Librairie Francaise, 1961).

Le véritable procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, Paris, 1983 (edizione originale: Les Sept Couleurs, 1962).

Il dramma degli ebrei, Roma 1967 (edizione originale: Le drame des Juifs européens, Les Sept Couleurs, 1964).

L’Opération “Vicaire”. Le rö1e de Pie XII devant l’histoire, La TabIe Ronde, 1965.

Les responsables de la seconde guerre mondiale, Nouvelles Editions Latines, 1967 (cap. IV: La question juive).

7) Altri scritti fino al 1979:

Heinrich Härtle, Freispruch für Deutschland. Unsere Soldaten vor dem Nürnberger Tribunal, Verlag KX Schütz, Göttingen, 1965.

J.-P. Bermont (Paul Rassinier), La verità sul processo di Auschwitz, Quaderni di Ordine Nuovo, Roma 1965.

Léon de Poncins, “Six million innocent victims”, in: Judaism and the Vatican, Liberty Bell Publications, 1967, pp. 178-190.

Francois Duprat, “Le mystère des chambres à gaz”, in: Défense de l’Occident, N. 63, juin 1967, pp. 30-33.

Heinz Roth, Was hätten wir Väter wissen müssen? 1970.

Heinz Roth, Was geschah nach 1945? 1972.

Heinz Roth, … der makaberste Betrug aller Zeiten… 1974 (opere edite in proprio dall’Autore, Odenhausen/Lumda).

Heinz Roth, Warum werden wir Deutschen belogen? Refo Druck + VerIag H.F. Kathagen, 1973.

James J. Martin, Revisionist Viewpoints, Colorado Springs, 1971.

Erich Kern, Die Tragôdie der Juden. Schicksal zwischen Wahrheit und Propaganda. Verlag K.W. Schütz KG, Preuss. Oldendorf, 1979.

Udo Walendy, Europa in Flammen 1939-1945, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho/Weser, 1966, Band I.

Udo Walendy, Bild “Dokumente” für Geschichtsschreibung? VIotho/ Weser 1973.

Udo Walendy, “Die Methoden der Umerziehung”, Historische Tatsachen Nr. 2, VIotho/Weser 1976.

W.D. Rothe, Die Endlösung der Judenfrage, Frankfurt/Main 1974.

Richard Harwood, Der Nürnberg Prozess. Methoden und Bedeutung. Historical Review Press, 1977.

Richard Harwood, Nuremberg and other war crimes trials, Historical Review Press, 1978.

Alexander Scronn, General Psychologus, Kritik Nr. 42, Februar 1978 (Kritik-Verlag, Mohrkirch).

Horst Mattern, Jesus, die Bíbel und die 6.000.000 Lüge, Samisdat Publishers, Toronto, 1979.

Friedrich Schlegel, Das Unrecht am deutschen Volk, W. P. Publications, Liverpool, W. Va. USA, 1978.

Friedrich SchIegel, Die Befreiung nach 1945, W. P. Publications, Liverpool, 1978.

Friedrich SchIegel, Wir werden niernals schweigen, W. P. Publications, Liverpool, 1978.

Friedrich Schlegel, Versehwiegene Wahrheiten, Samisdat Publishers, Toronto, s.d.

W. StägIich – U. Walendy, NS-Bewältigung, Historical Review Press, 1979.

Thies Christophersen, Der Auschwitz-Betrug, Kritik Nr. 27, Kritik-Verlag, Mohrkirch, s.d.

J. G. Burg, Schuld und Schicksal, München, 1962.

J. G. Burg, Sündenböcke, München, 1967.

J. G. Burg, NS-Verbrechen. Prozesse des schlechten Gewissens, München,1963.

J. G. Burg, Das Tagebuch (der Anne Frank), München, 1978.

J.G. Burg, Maidanek in alle Ewigkeit? München, 1979.

Wilhelm Stäglich, Das Institut für Zeitgeschichte eine Schwinddelfirma? Kritik Nr. 38, Kritik-VerIag, Mohrkirch 1977.

Wilhelm Stäglich, Die westdeutsche Justiz und die sogenannten NS Gewaltverbrechen, Kritik-Verlag, Mohrkirch, 1978.

Heinrich Härtle, Was Holocaust verschweigt, Leoni am Starnberger Sce, 1979.

8) Vedi al riguardo:

“Le journal d’Anne Frank pourrait étre un faux!” in: Le Courrier des Yvelines, 9 Fé:vrier 1984, p. 4;

“On sait aujourd’hui que le journal d’Anne Frank était un faux. Le beau mensonge” in: Spécial dernière, 1er Mars 1984, p. 11.

9) Altri scritti sull'”Affare Faurisson”:

Vérité et solidarité, in: La Guerra sociale, N. 7, pp. 33-39.

Robert Poulet, La vérité au compte-gouttes, in: Rivarol, 25 Février 1983, p. 11.

Note rassineriane con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson, in: Alla Bottega, Marzo-Aprile 1983, pp. 33-41.

Robert Faurisson, El caso Faurisson (o la represión en Francia), in: Cedade, n. 104, Febrero 1982. pp. 9-12.

Robert Faurisson, Revisionism on Trial in France, in: The Journal of historical Review, Summer 1985, pp. 133-181.

10) Altri scritti:

Ich, Adolf Eichrnann. Ein historischer Zeugenbericht. Herausgegeben von Dr. Rudolph Aschenauer, Druffel-Verlag, Leoni am Stamberger See, 1980.

L. Degrelle, Lettera al Papa sulIa truffa di Auschwitz, Sentinella d’Italia, Monfalcone 1980.

Die grosse Holocaust-Debatte. Übersetzung aus der US-Zeitschrift “Spotlight”. Sonderdruck l. Dezember 1980.

H. Fikentscher, Sechs Millionen Juden vergast — verbrannt. Kritik. Nr. 51. Kritik-Verlag, Arhus, Danimarca.

J. Bochaca, El mito de Anna Frank, in: Cedade, n. 104, Febrero 1982, pp. 18-20.

“Holocaust” News. “Holocaust” Story An Evil Hoax, Revisionists’ Reprints, Manhattan Beach, 1982.

Mohamed Levy-Cohen, Zur geschichtlichen Analyse der nationalsozialistischen Konzentrationslager als Gegenstand des heutigen Kampfes, in: Die Aktion, Nummer 19-20, August-September 1983, pp. 267-276; Nummer 21-22, November-Dezember 1983, pp. 293- 303.

Sulla genesi e lo sviluppo del revisionismo vedi anche:

A. R. Butz, The International “Holocaust” Controversy, in: The Journal of Historical Review, Spring 1980, pp. 5-22.

Robert Fautrisson, El verdadero motivo de angustia del Estade de Israele. El revisionismo historico, in: Cedade, N. 134, Julio-Agosto 1985, pp. 12-13.

11) Sulle reazioni negli Stati Uniti vedi: Revisionists’ Reprints, Manhattan Beach, January 1985.

12) Nürnberg und “Auschwitz-Lüge”, in: Freiheit und Recht, Nr. 7-8, Juli-August 1975, p. 15.

13) Martin Broszat, Zur Kritik der Publizistik des antisemitischen Rechtsextremismus, in: Aus Politik und Zeitgeschichte. Beilage zur Wochenzeitung “Das Parlament”, 8 Maggio 1976, pp. 3-7.

14) Hermann Langbein, Coup d’oeil sur la littérature néo-nazie, in: Le Monde Juif, n. 78, Avril-Juin 1975, pp. 8-20.

15) Georges WeIlers, La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie, Edité par Beate et Serge Klarsfeld, 1979.

16) Articolo di E. Kulka in: Quaderni del Centro di studi sulla deportazione e l’internamento, n. 9 (1976-1977), pp. 112-124.

17) Stefano Levi della Torre, Nuove forme della giudeofobia (3. Revisionismo), in: La Rassegna mensile di Israel, maggio-agosto 1984, pp. 249-280.

18) Oltre al già citato “Le lutteur de classe”, segnaliamo al riguardo: La Guerre sociale: De l’exploitation dans les camps à l’exploitation des camps, N. 3, Juin 1979, pp. 9-31; De l’exploitation dans les camps à l’exploitation des camps (suite et fin). Une mise au point de “La Guerre sociale”, Paris, Mai 1981.

Le Frondeur: Le mythe concentrationnaire, Printemps 1981; N. 7, pp. 9-17; Hiver 1982, N. 8, pp. 7-13;

Du judaisme à la judaité, Juillet-Septembre 1982, N. 9, pp. 3-6.

Il caso Rassinier, in: Alla Bottega, Luglio-Agosto 1981.

19) Altri scritti di rilievo:

P. Viansson-Ponté, Le mensonge, in: Le Monde, 17-18 Juillet 1977, p. 13.

G. WeIlers, Le cas Darquier de Pellepoix, in: Le Monde Juif, N. 92, Octobre-Decembre 1978, pp. 162-167.

G. Wellers, La Négation des crimes nazis. Le cas des documents photographiques accablants, in: Le Monde Juif, N. 103, Juillet-Septembre 1981, pp. 96-107.

Vincenzo e Luigi Pappalettera, Un intervento di Pappalettera, in: Storia illustrata, N. 263, Ottobre 1979, pp. 38-44.

Primo Levi, Il difficile cammino della verità, in: La Rassegna mensile di Israel, n. 7-12, Luglio-Dicembre 1982, pp. 5- 11.

20) Inquisitionsprozesse heute — Hexenprozess der Neuzeit, Kritilk Nr. 55, Kritik-Verlag, 1981 (processo Christophersen).

Per il caso Faurisson vedi le opere già citate.

Ditlieb Felderer fu arrestato il 26 novembre 1982 e condannato nel maggio 1983 a dieci mesi di prigione per aver diffuso “materiale che incita all’odio”, cioè per aver negato la realtà dello “sterminio” ebraico (IHR Newsletter, The IHR 1982 Annual Report; IHR Newsletter, May 1983, Number 19; Revisionists’ Reprints, n. 6, Manhattan Beach, Fall 1983).

21) Udo WaIendy, Der moderne Index, Historische Tatsachen Nr. 7. Vlotho/Weser 1980.

Udo Walendy, Strafsache wissenschaftliche Forschung, Historische Tatsachen Nr. 21, Vlotho/Weser 1984.

Bescblagnahmt! Eingezogen! Verboten! Bücher, die wir nicht lesen dürfen! Kritik Nr. 52, Kritik-Verlag, Mohrkirch 1981.

22) Wilhelm Stäglich, “Der Auschwitz-Mythos”: A Book and its Fate, in: The Journal of Historical Review, Spring 1984, pp. 47-68.

Bollettino del “Comité contre l’application en 1983 des lois nazies de 1939 par l’Université Georg-August de Göttingen”, s.d.

II– LA CRITICA REVISIONISTA

1) IMG, vol. XIX, p. 483.

2) Abbé G. Hénocque, Les Antres de la Bête, Paris, 1947, pp. 115-116. Da: Robert Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, La Veille Taupe, Paris, 1980, riproduzione in facsimile alle pp. 191- 192.

3) Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Herausgegeben von Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert RückerI u.a., Frankfurt am Main ,1983, p. 255.

4) IMG, vol. V, p. 198 (PS-3249).

5) Die Zeit, Nr. 34, Freitag, den 19. August 1960, p. 16.

6) Si tratta dei campi di Chelmno, Belzec, Treblinka, Majdanek, Sobibor e Auschwitz-Birkenau menzionati a p. 105 (vedi nota seguente).

7) Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, 24. Jahrgang, 1976, Heft 2, P. 109.

8) London Books and Bookmen, April 1955, p. 5.

9) In realtà non esiste la minima prova che il locale in questione sia mai stato o fosse destinato ad essere una “camera a gas”. Vedi al riguardo: Robert Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, op. cit., pp. 197-220.

10) Wie war das im KZ Dachau? Kuratorium für Sühnemal KZ Dachau, 1981, p. 16.

11) Idem, p. 30.

12) Unica eccezione — ma limitatamente ai campi del Vecchio Reich — Olga Wormser-Migot, la quale, dall’analisi delle “testimonianze oculari” relative, è giunta alla conclusione che né a Ravensbrück né a Mauthausen sono mai esistite “camere a gas” (a), suscitando in tal modo le ire dei suoi colleghi (b).

(a) Olga Wormser-Migot, Le Système concentrationnaire nazi, Presses Universitaires de France, 1968, pp. 541- 544.
(b) Germaine Tillon, Ravensbrück, Paris, 1973, pp. 235-248.

13) Serge Thion, Vérité historique ou vérité politique? Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz. La Vieifle Taupe, Paris, 1980, p. 87.

14) Gerald Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945, Milano, 1965, p. 651.

15) Idem, p. 71.

16) Likwidacja zydowskiej Warszawy. Treblinka, in: Biuletyn Zydowskiego Instytutu Historycznego, Warszawa, Styczen-Czerwiec, 1951, Nr. I, pp. 93-100. Citazioni: p. 95 e 99.

17) PS-3311. Accusa n. 6 contro Hans Frank. Norimberga, 5 dicembre 1945. Un estratto del documento fu letto al processo di Norimberga: IMG, vol. III, pp. 632-633.

18) L’ingegnere americano F. P. Berg ha dimostrato nell’eccellente studio tecnico “The Diesel Gas Chambers: Myth Within a Myth” (The Journal of Historical Review, Spring 1984, pp. 15-46) che una “gasazione” mediante ossido di carbonio prodotto da un motore Diesel (a) è quanto mai irrazionale e inefficiente. Infatti, mentre un motore Diesel produce una concentrazione media di ossido di carbonio inferiore allo 0,4%, un motore a benzina emette normalmente il 7% di ossido di carbonio e l’1% di ossigeno. Modificando il carburatore, si può arrivare ad una concentrazione di ossido di carbonio del 12% (trenta volte superiore a quella di un motore Diesel), per cui “la storia della camera a gas Diesel è incredibile già per questi motivi” (p. 38).

(a) Secondo la storiografia ufficiale l’ossido di carbonio per le “camere a gas” era prodotto da motori Diesel.

19) Yankel Wiernik, A Year in Treblinka, New York 1944, p. 13 e 18. Wiernik dichiara di essere stato deportato a Treblinka il 24 agosto 1942 (p. 8), epoca in cui già esisteva la piccola costruzione con tre “camere a gas” (p. 13). La nuova costruzione con dieci “camere a gas” fu realizzata in cinque settimane a partire dalla fine di agosto (p. 18). Il rapporto polacco sulle “camere a vapore” fu ricevuto “nella prima metà di settembre” del 1942 (op. cit., p. 95), per cui le due “testimonianze oculari” si riferiscono allo stesso periodo.

20) Idem, p. 18.

21) Ibidem.

22) Alexander Pechersky, La rivolta di Sobibor, traduzione jiddish di N. Lurie, Mosca, Editrice statale Der Emes, 1946. In: Yuri Suhl, Ed essi si ribellarono. Storia della resistenza ebraica contro il nazismo. Milano, 1969, p. 31.

23) Dokumenty i materialy, opracowal Mgr Blumental, Lodz 1946, Tom I, p. 211.

24) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. II, p. 100.

25) Frankfurter Rundschau, 24 agosto 1950, p. 5.

26) Frankfurter Rundschau, 22 agosto 1950, p. 4.

Secondo la stariografia ufficiale, le “camere a gas” di Sobibor erano prive di cantine (Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. op. cit., p. 158; NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, Herausgegeben von Adalbert RückerI, München, 1979, p. 163).

27) Michael Tregenza, “Belzec Death Camp”, in: The Wiener Library Bulletin, n. 41/42, 1977, pp. 16-17.

28) Biuletyn Zydowskiego Instytutu Historycznego, Warszawa, Styczen-Czerwiec, 1954, Nr. 9-10, p. 307.

29) “Who knew of the extermination? Kurt Gerstein’s Story”. In: The Wiener Library Bulletin, n. 9, 1955, p. 22.

30) Polish Fortnightly Review, 1o Dicembre 1942, p. 4.

31) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit, p. 172.

32) “News is reaching the Polish Govemment in London about the liquidation of the Jewish ghetto in Warsaw”: Documenti del Foreign Office, FO 371/30917 5365, p. 79 (vedi anche: The Black Book of PoIish Jewry, New York 1943, p. 131: Report of Dr. I. Schwarzbart).

Secondo Martin Gilbert, il rapporto in questione fu redatto dal “testimone oculare” Jan Karski e da questi consegnato al governo Polacco in esilio a Londra il 25 n’ovembre 1942 (M. Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, München, 1982, pp. 107-109).

Sulla “testimonianza oculare” di Jan Karski vedi p. 70.

33) Documenti del Foreign Office, FO 37113M4 5365, p. 12.

34) The New York Times, 20 dicembre 1942, p. 23.

35) A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen, Genf, 1944, V, pp. 21-22.

36) The New York Times, 12 febbraio 1944, p. 6.

37) Stefan Szende, Der letzte Jude aus Poland, Zürich, 1945, pp. 291-292.

38) A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen, Genf, 1944. III, pp. 42-43.

39) Deformazione del nome di “Belzec”, come risulta dal contesto, in cui sono menzionati gli altri due “campi di sterminio” di Treblinka e di “Sobibur” (trascrizione fonetica di “Sobibór”). Tale deformazione può essere dovuta alla confusione con la cittadina polacca di Belzyce (foneticamente molto simile a Beldjitze), situata a circa 25 km da Lublino, oppure a un errore di traslitterazione dal polacco in russo o dal russo in tedesco.

40) IMG, vol. VII, pp. 633-634.

41) Jan Karski, Story of a Secret State, Boston 1944, pp. 339-354. Una storia simile appare già — senza specifico riferimento a Belzec — nel rapporto del 25 novembre 1942 (a) e, con riferimento a Belzec, nel rapporto del governo polacco in esilio a Londra del 10 dicembre 1942 (b) e in un rapporto ricevuto a Londra nel dicembre 1942 (c).

(a) Documenti del Foreign Office, FO 371/30917 5365, p. 78.
(b) Documenti del Foreign Office, FO 371/30924 5365, p. 123. Cfr. The Black Book of Polish Jewry, op. cit., p. 122.
(c) The Black Bcok of Polish Jewry, op. cit., pp. 13-5-138.

42) Biuletyn GIownej Komisji Badania Zbrodni Niemieckich w Polsce, Warsawa, 1946, III, Obóz zaglady w Belzcu, pp. 31-45 (trad. inglese: Central Commission for the Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, Warsaw 1947, vol. II, Belzec extermination camp, pp. 89-96).

M. Muszkat, Polish Charges against German War Criminals, Warsaw, 1948, Case No. 1372 (The Camp in Belzec), pp. 223-232.

43) Dokumenty i materiaJy, op. cit., vol. I, pp. 217-224.

44) RudoIf Reder, Belzec, Krakow, 1946; Dokumenty i materialy, op. cit., vol. I, pp. 221-224 (testimonianza di Rudolf Reder).

45) Fin qui abbiamo riassunto e integrato i capitoli XI e XII della nostra opera Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso (Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985). La “testimonianza” di Rudolf Reder è analizzata nel cap. VIII.

46) Saul Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene, Milano, 1967, p. 85.

47) Helmut Krausnick, Dokumentation zur Massen-Vergasung, Bonn, 1956, p. 3.

48) Pierre Vidal-Naquet, “Tesi sul revisionismo”, in: Rivista di storia contemporanea, Torino, 1983, p. 7 e 8.

49) Idem, p. 6.

50) Martin Gilbert, Auschwitz und die Alliierten, op. cit., p. 9.

51) The New York Times, 3 luglio 1944, p. 3 (Inquiry confirms nazi death camps); 6 luglio 1944, p. 6 (Two death camps places of horror).

52) Executive Office of the President. War Refugee Board. Washington, D.C. German Extermination Camps — Auschwitz and Birkenau. November, 1944.

53) Vedi: WilheIm Stäglich, Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit? Tübingen, 1979, pp. 234-237 e “Bildteil”.

54) Georges Wellers, Les chambres à gaz ont existé. Des documents, des témoignages, des chiffres, Gallimard, 1981, pp. 114-115 (pianta del crematorio II fuori testa).

Georges WeIlers, “Auschwitz”, in: Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., pp. 228-229 (pianta del crematorio Il alle pp. 344-345).

55) IMG, vol. XX, p. 550 e 551.

56) Georges Wellers, La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie, Paris, 1979, p. 8.

57) Martin Gfibert, Auschwitz und die Alliierten, op. ct., p. 153.

58) Ibidem.

59) Trial of Joseph Kramer and Forty-Four Others (The BeIsen Trial), William Hodge and Company, London Edinburgh Glasgow, pp. 67-68. Per un esame approfondito della falsa testimonianza di Ada Bimko rimandiamo al nostro studio di prossima pubblicazione Come si falsifica la storia. Auschwilz: due false testimonianze.

60) Alberto Cavaliere, I campi della morte in Germania nel racconto di una sopravvissuta, Milano, 1945, p. 40.

61) Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28. März 1949. in: C.F. Rilter, Justiz und NS-Verbrechen, Sammlung deutscher Strafurteile wegen nationalsoziaIistischer Tötungsverbrechen 1945-1966, Amsterdam, 1968-1981, vol. XIII, p. 134.

62) IMG, vol. IV, p. 292.

63) Storia illustrata. Numero speciale. Il processo di Norimberga. N. 156, Novembre 1970, p. 78.

64) Rezsò Kastner, Der Bericht des jüdishen Rettungskomitee aus Budapest, Genf ,1946, p. 30.

65) PS-2605.

66) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland, German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, pp. 83-90. Più dettagliatamente: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum W 0swiecirmu, 6, 1962; 7, 1964.

67) Der Kästner-Bericht über Eichmanns Menschenhandel in Ungarn, Mit einern Vorwort von Professor Carlo Schmidt. München, 1961, p. 82. E’ omessa la frase “die seit dem Herbst 1943 ausser Gebrauch waren”.

68) URSS-8.

69) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 559.

70) URSS-8.

71) Il crematorio del cimitere di Hamburg-Öjendorf, uno dei piú moderni d’Europa, è fornito di quattro forni a gas Volkmann-Ludwig ciascuno dei quali, in 24 ore, può cremare fino a 21 cadaveri (“Holocaust nun unterirdisch?” Historische Tatsachen Nr. 9. Vlotho/Weser 1981, p. 36).

Se fossero stati altrettanto efficienti, i 46 forni di Birkenau avrebbero cremato solo 966 cadaveri al giorno.

72) Schwurgericht des Landgerichts Frankfurt am Main, Sitzung vom 27. Mai 1955, in: C. F. Rüter, op. cit., vol. XIII, p. 108.

Dal 1923 l’acido cianidrico in Germania fu usato a scopo di disinfestazione soltanto in forma di ZykIon B (Schwurgericht in Frankfurt am Main, Sitzung vom 28. Mán 1949, in: C. F. Rüter, op. cit., vol. XIII, p. 138).

Lo ZykIon B era acido cianidrico liquido fatto assorbire da un coibente poroso come la farina fossile e confezionato in barattoli ermeticamente chiusi (NI-9098, p. 35 e 38).

73) IMG, vol. VII, p. 470.

74) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, op. cit., vol. I, p. 98.

75) Jan Sehn, Le Camp de Concentration d’Oswiecim-Brzezinka, Warszawa, 1957, pp. 147-148.

76) Problèmes choisis de l’histoire du KL Auschwitz, Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, 1979, p. 45.

77) Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110.

78) Jan Sehn, Le Camp de Concentration d’Oswiecim-Brzezinka, op. cit, p. 132.

79) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, Torino 1985, pp. 158-159.

80) Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. Herausgegeben von Martin Broszat, München, 1981, p. 149, nota 1. Citiamo dáll’originale tedesco perché la traduzione italiana della nota è incompleta.

81) PS-3868.

82) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., pp. 131-132.

83) Adalbert RückerI, NS-Vernichtungslager im Spiegel deutscher Strafprozesse, op. cit., p. 133 e 200.

84) Central Commission for Investigation of German Crimes in Poland. German Crimes in Poland, op. cit., Vvol. I, p. 96.

85) I crematori IV e Il di Birkenau furono completati rispettivamente il 22 e il 31 marzo 1943 (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecirmiu, 4, 1961, p. 85 e 87).

86) I crematori Il e III avevano ciascuno 5 forni tripli (a tre muffole) (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110).

87) Se fossero stafi efficienti come quelli del crematorio del cimitero di Hamburg-Öjendorf (vedi nota 71), i forni dei crematori Il e III di Birkenau avrebbero potuto cremare solo 630 cadaveri in 24 ore.

88) I crematori V e III furono completati rispettivamente il 4 aprile e il 25 giugno 1943 (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 88 e 109.

89) I crematori IV e V possedevano ciascuno un forno a 8 muffole (Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu, 4, 1961, p. 110. Vedi anche: Problèmes choisis de l’histoire du KL Auschwitz, op. cit., p. 44).

90) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit, p. 183.

91) William L. Shirer, Storia dei Terzo Reich, Torino, 1969, p. 1476.

92) PS-3868 e NI-034.

93) In totale ad Auschwitz furono immatricolati 405.222 detenuti (Problèmes choisis de l’histoire du KL. Auschwitz, op. cit., p. 17). Secondo la storiografia ufficiale, gli ebrei destinati allo “sterminio” non venivano immatricolati nei ruolini del campo.

94) Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss, op. cit., pp. 159-160.

95) S. Labin, Stalin il Terribile, Garzanti 1950, p. 126.

96) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op. cit., p. 617.

97) Freda Utley, Kostspielige Rache, Hamburg, 1951, p. 215 e seguenti. Sulle torture cui furono sottoposti gli imputati del processo di Malmédy vedi anche:

La vérité sur l’affaire de Malmédy et sur le colonel SS Jochen Peiper, Editions du Baucens, 1976;
The Malmédy Trial, by Dietrich Ziemssen, Institute for Historical Review, 1981. .

98) IMG, vol. XIX, p. 440.

99) “Note rassineriane con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson”, in: Alla Bottega, marzo-aprile 1983, p. 41.

Vedi la prima parte

+++++++++++++++++++++++++++++++
Prima pubblicazzione: Sentinella d’Italia, Via Buonarroti, 4, Monfalcone, Italia, 1985.
Traduzione francese, Annales d’histoire révsionniste, n. 1, printemps, 1987, p. 15-107. Traduttore: Jean Plantin.


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Perché i palestinesi sono trattati oggi come gli ebrei nel 1940.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Guillermo Saavedra, 31 agosto 2018

Quando i nazisti derubarono il popolo ebraico, confiscarono tutte le loro proprietà e ricchezze. Appropriazione ed espropriazione di opere d’arte, conti bancari, abbigliamento … Prigione, tortura, persecuzione.

Il saccheggio dei nazisti non ebbe  limiti.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Questa può essere allo stesso tempo una domanda filosofica e un grido d’angoscia. La prima è una richiesta di chiarezza ed esige una risposta intellettuale. Ma se le parole sono un’espressione di angoscia, qualsiasi spiegazione razionale non solo sarebbe irrilevante,, ma anche assolutamente insensibile. Un’espressione di dolore richiede empatia e non risposte; silenzio, non parole

Nota del grande filosofo Darío Sztajnszrajber –  Sztajnszrajber fa una fantastica descrizione della sensazione di angoscia. Ma che si fa dopo aver compreso questo sentimento?

L’Ufficio Centrale di Statistiche Palestinese ha rivelato che nel 2017 Israele si è appropriato di 2.100 dunam di terra palestinese (un dunam equivale a 1.000 metri quadrati) in diverse parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme.

Secondo un rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata della Terra, che ha avuto luogo il 30 Marzo 2018 nei Territori Occupati, le terre sono state espropriate principalmente per stabilirvi controlli militari israeliani, punti di osservazione vicino a insediamenti ebraici o per annetterle  a insediamenti ebraici,

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, Israele controlla attualmente più del 90% della superficie della Valle del Giordano, il che rappresenta il 29% della superficie totale della Cisgiordania. Rileva inoltre che alla fine del 2016 il numero di insediamenti, enclave selvagge e basi militari israeliane in Cisgiordania hanno  raggiunto il  numero di 425, incluse 150 colonie e 107 enclave selvagge. Il rapporto stima che ci siano 636.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme, il che significa che ci sono 21,4 coloni per 100 palestinesi.

Nel 2017, Israele ha demolito 433 edifici palestinesi nei Territori Occupati,  il 46% dei quali a Gerusalemme.

Il 21 novembre 2016  il relatore delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, Michael Lynk, accusò il Parlamento israeliano di voler “rubare” la proprietà privata dei Palestinesi con l’approvazione di una legge che legalizzava gli insediamenti ebraici nei Territori.

Il 16 novembre 2017 erano stati legalizzati più di 100 insediamenti ebraici temporanei stabiliti illegalmente su terra palestinese privata in Cisgiordania, nonostante  gli ordini contrari della Corte Suprema israeliana.

Ciò era stato possibile grazie alla nuova legge dello Stato di Israele che legalizzava l’appropriazione  delle terre private palestinesi e la loro  regolarizzazione,  destinandole all’uso dei coloni ebrei.  Argomentazione vietata dal diritto internazionale.

Michael Lynk denunciò che questi insediamenti minano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi, violando il loro diritto di proprietà, di  libertà di movimento e di sviluppo. Così come lo Stato di Israele continua a confinare i Palestinesi  in porzioni  di terra  sempre più piccole e non contigue tra di loro .

Ma la comunità internazionale ha paura di sfidare il governo israeliano. Sebbene l’annessione dei Territori Occupati costituisca una profonda violazione del diritto internazionale. I Palestinesi dal canto loro sono molto pacifici di fronte alla rapina organizzata.

Se Israele continua con le annessioni, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta non solo a condannare queste azioni, ma anche ad adottare  misure appropriate per porre rimedio a queste violazioni.

La Storia ha dimostrato che il solo responsabile della situazione in Palestina è il “Sionismo”.

Il pantheon dei personaggi biblici e coranici in Palestina  nasce da credenze e tradizioni del folclore nativo locale. Sono i Palestinesi musulmani che l’hanno creato e conservato come valore sacro della Palestina.

I luoghi sacri della Palestina  situati nel sottosuolo e dedicati alla memoria dei profeti e dei santi della tradizione ebraica, cristiana e islamica, sono stati conservati dalla popolazione araba palestinese locale come santuari per il pellegrinaggio che a sua volta generava atti di culto religioso e popolare nei villaggi ove sono ubicati..

Dal 1948, sin dall’inizio della politica di pulizia etnica, della distruzione dei villaggi e dell’espulsione dei loro abitanti,  tutti questi siti sono stati sottratti al popolo palestinese. Ci sono casi specifici che stupiscono per come il Sionismo, attraverso lo stato di Israele, si sia appropriato del culto  di quelli  che mai aveva considerato come luoghi di pellegrinaggio e devozione di sacri personaggi delle religioni abramitiche.

Storia di alcuni Regni europei, in cui gli Ebrei sono stati privati dei loro beni, delle loro ricchezze ed espulsi: Regno di Francia, anno 1182, espulsione e confisca dei beni ordinati dal re Filippo Augusto; Regno d’Inghilterra, anno 1290, ordinata dal re Edoardo I, l’espulsione degli Ebrei fu la prima grande espulsione del Medioevo; Spagna dei re cattolici di Castiglia e Aragona, confisca di beni ed espulsione degli Ebrei nel 1492.

In  Francia, paese dei Lumi, il governo di Vichy consegnò  ai nazisti 75.000 Ebrei perché fossero uccisi nelle camere a gas.

Oggi i Palestinesi hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e non possono essere considerati dei “terroristi”,  parola molto di moda all’interno di una comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti.

thanks to:

Traduzione: Simonetta lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://blogs.mediapart.fr/guillermo-saavedra/blog/310818/pourquoi-les-palestiniens-sont-traites-aujourdhui-comme-les-juifs-en-1940?utm_source=facebook

UE: Un Nazismo Senza Militarismo

DI PAOLO SAVONA

sollevazione.blogspot.it

«L’Italia è in una nuova condizione coloniale…. siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
(Paolo Savona)

Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona “Come un incubo come un sogno” (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

Risultati immagini per "Come un incubo come un sogno"

COME CI FICCAMMO NEI GUAI…

«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all’interno dell’Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L’esprit d’Europe si attenua e vengono meno le componenti sociali della pace, la vera forza che ha
trainato all’inizio l’idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l’unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un’élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell’articolo 3 riportato. Per l’euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all’eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all’indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l’assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un’inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».

ITALIA COLONIA (TEDESCA)…

«Al di là dei difetti in materia “economica”, i modi in cui l’Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l’affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti “illuminati” che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l’Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave
limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l’Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l’assetto istituzionale dell’Ue avesse condotto a un’unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati…Poiché l’unione commerciale e monetaria non ha condotto all’unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un’eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l’Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».

FASCISMO SENZA DITTATURA…

«L’Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l’Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l’Italia era fuori dall’euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come “eurotassa” per rientrare nei parametri fiscali concordati. L’Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l’avvio dell’euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l’Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell’anno; forse ha contato l’impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d’Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un’unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell’euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L’uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell’Ue non è l’autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l’assenza di un’unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l’ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».

SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA…

I gruppi dirigenti apprezzano l’inversione dei rapporti di forza favorevole che l’Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente “le magnifiche e progressive sorti” dell’Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L’enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l’aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l’Italia, che fin dall’inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L’ingiustizia è innata negli accordi (…) Non c’è verso di convincere i leader dell’Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell’Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell’interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».

IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA…

«Non ho mai chiesto di uscire dall’euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall’euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell’Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla “triade” (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell’Ue e nell’euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l’euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell’eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell’Ue e dell’euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».

Paolo Savona
Fonte: http://sollevazione.blogspot.it
Link: http://sollevazione.blogspot.it/2018/05/un-nazismo-senza-militarismo-di-paolo.html
26.05.2018

Sorgente: UE: Un Nazismo Senza Militarismo – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

American writer Ralph Schoenman says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented.

An American writer and political activist says the historical relationship between Zionism and Nazism is well-documented and that those who accuse the British Labour Party of anti-Semitism are trying to prevent  party members from criticizing Zionism and its crimes against the Palestinian people.

Ralph Schoenman, former personal secretary of British philosopher Bertrand Russell, made the remarks in an interview with Press TV on Friday while commenting on former mayor of London Ken Livingstone’s recent remarks in which he linked Zionism to Nazism.

Britain’s opposition Labour Party suspended Livingstone on Thursday after he denounced Israel’s crimes against the Palestinian people and argued that Adolf Hitler was a supporter of Zionism.

“When Hitler won his election in 1932 his policy then was that Jews should be moved to Israel. He was supporting Zionism before he went mad and ended up killing six million Jews,” Livingstone said.

Schoenman said, “The issue of the relationship of Zionism to the Nazis and to the fate of the Jews, and the extermination plans, is well-documented.”

“It’s documented in my book; it’s documented in many of the studies about the nature of Zionism, and the history with respect to the subjugation of Palestinian people,” added the author of the Hidden History of Zionism.

“And it’s that which Livingstone and others in the British Labour Party have been pointing to, because they are defending those who oppose the Zionist state, and those who oppose the Zionist state include many prominent Jews themselves who have long been anti-Zionist, and this is who defend the Palestinian people. And that’s what this expulsion of Ken Livingstone attempted to prevent, and attempted to suppress,” he concluded.

Former mayor of London Ken Livingstone speaking on radio station LBC on Saturday.

In an interview with radio station LBC on Saturday, Livingstone refused to apologize to Jews for his comments linking Zionism to Nazism, saying “I can’t bring myself to deny the truth.”

He said he regretted bringing Hitler into the debate, but what he said was nothing but the truth. “I’m sorry that I said that because it’s wasted all this time; but I can’t bring myself to deny the truth, and I’m not going to do that. I’m sorry it’s caused disruption.”

“I never regret saying something that is true,” said Livingstone, who last week put forward a fiery defense of Naz Shah, a member of the British Parliament who recently resigned as an aide to the party’s shadow chancellor last week after being forced to apologize for backing calls for Israel to “relocate” to the United States.

Bradford MP Naz Shah

Both Livingstone and Shah have been accused of anti-Semitism by the mainstream British media for criticizing Israel’s policies against Palestinians.

Sorgente: PressTV-‘Zionist-Nazi relation is historical fact’

Giornata della Memoria – La verità dietro i cancelli di Auschwitz

David Cole è uno storico revisionista ebreo, e in quanto tale più difficilmente attaccabile dalla critica e agevolato nello studiare l’olocausto senza il timore di essere bollato come antisemita.

 

 

OLOCAUSTO: ASCOLTIAMO ENTRAMBE LE PARTI
di Mark Weber

HolocaustCartoon.jpg

(La vignetta tradotta:

1° commento: “Non penso siano ebrei”

2° commento: noi DOBBIAMO arrivare a 6.000.000, in OGNI caso)

Tutti noi abbiamo sentito dire che il regime nazista uccise sistematicamente circa sei milioni di ebrei durante la II Guerra Mondiale, in gran parte attraverso le camere a gas. Lo sentiamo dire in continuazione dalla televisione, dai film, dai libri e dagli articoli che compaiono su giornali e riviste. I corsi di informazione sull’Olocausto sono obbligatori in molte scuole. In tutto il paese si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione dell’Olocausto. Ogni grande città americana possiede almeno un museo dedicato all’Olocausto. A Washington, DC, il Museo Memoriale dell’Olocausto attira centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.

Gli studiosi contestano la storia dell’Olocausto

Ma non tutti accettano la versione ufficiale dell’Olocausto. Fra gli scettici possiamo citare il Dr. Arthur Butz della Northwestern University, Roger Garaudy e il Prof. Robert Faurisson in Francia, e lo storico britannico David Irving, autore di vari bestseller.

Questi autori revisionisti non “negano l’Olocausto”. Essi riconoscono la catastrofe subita dagli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale. Non discutono il fatto che un gran numero di ebrei sia stato crudelmente strappato alle proprie case, rinchiuso in ghetti sovraffollati o deportato verso i campi di concentramento. Riconoscono che molte centinaia di migliaia di ebrei europei sono morti o sono stati uccisi, spesso in circostanze orribili.

Ma allo stesso tempo gli storici revisionisti presentano una quantità imponente, sebbene spesso ignorata, di prove a sostegno del proprio punto di vista, secondo il quale non vi sarebbe stato alcun progetto di sterminare gli ebrei d’Europa da parte dei tedeschi, le testimonianze relative agli omicidi di massa nelle “camere a gas” sarebbero spesso fasulle e la cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra sarebbe un’esagerazione.

Molte affermazioni sull’Olocausto sono state abbandonate

Dalla II Guerra Mondiale la storia dell’Olocausto è cambiata un bel po’. Molte affermazioni relative allo sterminio, che un tempo erano largamente accettate, sono state lasciate cadere nel dimenticatoio.

Dachau_gas-chamber-never-used-mai-usata.jpgAd esempio, si è affermato per anni con sicurezza che gli ebrei venivano uccisi in camere a gas a Dachau, Buchenwald e in altri campi di concentramento sul territorio tedesco.

(nella foto la targa UFFICIALE posta dentro la ex “camera a gas” di Dachau)

Questa parte del racconto dello sterminio si è rivelata così insostenibile che è stata abbandonata ormai da molti anni. Nessuno storico serio dà oggi credito all’esistenza, che un tempo si riteneva provata, di “campi di sterminio” nel Reich germanico pre-1938. Perfino il celebre “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ha dovuto riconoscere che “non ci furono campi di sterminio in territorio tedesco” (1)

I principali storici dell’Olocausto affermano oggi che un gran numero di ebrei fu gasato in soli sei campi, situati in quella che è oggi la Polonia: Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Sobibor, Chelmno e Belzec.

Tuttavia, le prove relative alle gasazioni in questi sei campi non sono qualitativamente diverse da quelle, oggi ritenute senza fondamento, presentate a suo tempo per le presunte “gasazioni” in territorio tedesco.

Durante il grande processo di Norimberga del 1945-46 e nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, Auschwitz (soprattutto Auschwitz-Birkenau) e Majdanek (Lublino) furono considerati i due più importanti “campi della morte”.

Auschwitz_plaque_4mil.jpgA Norimberga le vittoriose forze alleate accusarono i tedeschi di aver ucciso quattro milioni di ebrei ad Auschwitz e un altro milione e mezzo a Majdanek. Oggi nessuno storico serio accetta queste cifre assurde. (2)

Inoltre, negli anni recenti, sono state raccolte prove incontrovertibili che non si conciliano con le testimonianze di attività di sterminio di massa in questi campi. Per esempio, alcune dettagliate fotografie aeree di Auschwitz-Birkenau, scattate in diversi giorni del 1944 – all’apice delle presunte attività di sterminio – non mostrano tracce di mucchi di cadaveri, ciminiere fumanti o masse di ebrei in attesa della morte, tutte cose che sarebbero chiaramente visibili se le voci che parlano di sterminio all’interno del campo fossero vere.

La “confessione” postbellica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, citata spesso come prova fondamentale nella storia dell’Olocausto, si è rivelata essere una falsa testimonianza ottenuta con la tortura. (3)(Sulla tale “confessione” si legga QUI l’analisi di Carlo Mattogno)

Altre affermazioni assurde sull’Olocausto

Per un certo periodo si è seriamente sostenuto che i tedeschi ricavavano sapone dai cadaveri degli ebrei (4) e che sterminavano metodicamente gli ebrei col vapore e l’elettricità.

A Norimberga gli ufficiali americani accusarono i tedeschi di aver ucciso gli ebrei a Treblinka non nelle camere a gas, come si afferma oggi, ma facendoli bollire fino alla morte in “camere a vapore. (5)

Boris Polevoi- Russian Jewish writer Boris Polevoi-1945-elettroesecuzione-articolo-pravda.jpg(In foto, Boris Polevoi ,giornalista propagandista ebreobolscevico della Pravda che,il 2 Febbraio 1945 ,5 giorni dopo l’occupazione russa dell’ abbandonato lager di Auschwitz, inventò, in un articolo l’elettro esecuzione nel KL di Auschwitz, evidentemente DOPO aver ascoltato i SOPRAVVISSUTI lì rimasti, che EVIDENTEMENTE non sapevano di CAMERE a GAS e della carneficina di “4.000.000” di ebrei appena conclusasi ! )

Qui sotto quello che dovrebbe essere stato il sistema di sterminio nella fantasia giudeobolscevica

 auschwitz-elettroesecuzione-maggio-1945-pravda-pavlov-ebreo.jpg

 Il 2 febbraio1945 la Pravda pubblicò un articolo del suo corrispondente Boris Poljevoi intitolato «Il complesso della morte ad Auschwitz», nel quale, tra l’altro, si legge quanto segue:

«Essi [i Tedeschi] spianarono la collina delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale, fecero saltare e distrussero le tracce del nastro trasportatore elettrico (eljektrokonvjeijera) dove erano stati uccisi centinaia di detenuti alla volta con la corrente elettrica (eljektriceskim tokom); i cadaveri venivano messi su un nastro trasportatore che si muoveva lentamente e scorreva fino a un forno a pozzo (sciachtnuju pje­), dove i cadaveri bruciavano completamente»(consulta la fonte coi riferimenti, cliccando QUI)

I giornali americani, citando il rapporto di un testimone sovietico dall’appena liberato campo di Auschwitz, raccontarono nel 1945 ai lettori che i metodici tedeschi avevano ucciso gli ebrei utilizzando una grata elettrificata su cui centinaia di persone potevano essere fulminate simultaneamente [e] poi spostate verso i forni. Esse venivano cremate quasi immediatamente, ricavando dai loro corpi fertilizzante per i vicini campi di cavoli”. (6)

Queste e molte altre bizzarrie riguardanti l’Olocausto sono state silenziosamente abbandonate col passare degli anni.

Le malattie uccisero molti detenuti

Tutti conoscono le terribili fotografie dei detenuti morti o moribondi trovati in campi di concentramento come Bergen-Belsen e Nordhausen, liberati dalle truppe americane e britanniche nelle ultime settimane della guerra in Europa. Molte persone accettano queste fotografie come prova dell’”Olocausto”.

In realtà, questi detenuti morti o moribondi furono le sfortunate vittime delle malattie e della malnutrizione provocate dal totale collasso della Germania negli ultimi mesi della guerra. Se davvero ci fosse stato un sistematico programma di sterminio, gli ebrei trovati vivi dagli alleati alla fine della guerra sarebbero stati molti di meno. (7)

Di fronte all’avanzare delle truppe sovietiche, una gran quantità di ebrei, negli ultimi mesi di guerra, venne evacuata dai campi e dai ghetti orientali verso i restanti campi della Germania occidentale. Questi campi divennero ben presto tremendamente sovraffollati, il che vanificò gli sforzi di prevenire la diffusione delle malattie. Inoltre, il collasso del sistema dei trasporti tedesco rese impossibile rifornire i campi del cibo e delle medicine necessarie.

Testimonianze inattendibili

vrba_wetzler1.jpgGli storici dell’Olocausto si affidano soprattutto ai cosiddetti “testimoni sopravvissuti” per sostenere la versione ufficiale. Ma simili “prove” sono notoriamente inattendibili e sono ben pochi i sopravvissuti che affermano di aver assistito a omicidi di massa.

Il direttore degli archivi dello Yad Vashem, il Museo israeliano dell’Olocausto, ha confermato che buona parte delle 20.000 testimonianze di sopravvissuti conservate nel museo sono “inattendibili.

Molti sopravvissuti, desiderando “sentirsi parte della storia”, hanno dato sfogo alla propria immaginazione, afferma il direttore Shmuel Krakowski. (8) (Cliccando QUI si leggerà di 2 falsari olocaustici,ebrei,per eccellenza,foto sopra!)

Il prof. Arno Mayer dell’Università di Princeton, ha scritto:

Le fonti per lo studio delle camere a gas sono, al contempo, rare e inattendibiliNon è possibile negare le molte contraddizioni, ambiguità ed errori delle fonti esistenti”. (9)

Documenti tedeschi confiscati

Haavara_in_inglese.jpg(A sin un documento originale INCONTESTABILE: il PATTO di COLLABORAZIONE tra ebrei sionisti tedeschi e III° Reich sulla EMIGRAZIONE ebraica dalla Germania,firmato il 25 Agosto 1933!)

Alla fine della II Guerra Mondiale gli alleati confiscarono un’enorme quantità di documenti tedeschi relativi alla politica della Germania verso gli ebrei durante il periodo di guerra, che viene spesso definita “soluzione finale”. Ma non è mai stato trovato un solo documento che si riferisca a un programma di sterminio. Al contrario, i documenti trovati mostrano che la “soluzione finale” era un programma di emigrazione e deportazione, non di sterminio.

Uno dei documenti più importanti è un memorandum del Ministero degli esteri tedesco, datato 21 agosto 1942. (10) “L’attuale guerra offre alla Germania l’opportunità e anche il dovere di risolvere la questione ebraica in Europa”, si legge nel documento. La politica “di promuovere l’evacuazione degli ebrei in stretta cooperazione con il Reichsführer SS [Heinrich Himmler] è ancora in vigore”. Il memorandum nota che il numero di ebrei così deportati verso Est non basta a soddisfare le locali richieste di manodopera”.

Il memorandum cita il Ministro degli Esteri von Ribbentrop, affermando che “alla fine di questa guerra tutti gli ebrei dovranno aver lasciato l’Europa. Questa è stata un’irremovibile decisione del Führer [Hitler] ed è anche l’unico modo di affrontare questo problema, poiché l’unica soluzione possibile è quella globale e generale, mentre le misure individuali non sarebbero di gran giovamento”.

Il memorandum si conclude con l’affermazione che “le deportazioni [degli ebrei dell’Est] sono un passo ulteriore sulla strada di una soluzione definitiva… La deportazione verso il Governo Generale [polacco] è una misura provvisoria. Gli ebrei saranno in seguito trasferiti verso i territori occupati dell’Est [sovietico], non appena le condizioni tecniche lo permetteranno”.

Hitler e la “soluzione finale”

[Sul “problema” (per gli olosterminazionisti in S.P.E.) dell’ORDINE (mancante!) di sterminio di Adof Hitler, si legga il CAPITOLO V dello studio “Hilberg e le conoscenze della storiografia olocausticasul Führerbefehl all’inizio degli anni Ottanta. Bilancio di due convegni storici” di Carlo Mattogno, cliccando QUI]

Non c’è nessuna prova documentale che Hitler abbia mai dato l’ordine di sterminare gli ebrei. Al contrario, i documenti evidenziano che il leader tedesco voleva che gli ebrei lasciassero l’Europa, con l’emigrazione, se possibile, o con la deportazione, se necessario.

Schlegelberger document marzo-aprile1942.JPGUn documento (foto, German Federal Archives (BA) file R.22/52) confidenziale trovato dopo la guerra nei registri del Ministero della Giustizia del Reich rivela il suo pensiero. Nella primavera 1942, il Segretario di Stato Schlegelberger annotava in un memorandum che il capo della Cancelleria di Hitler, Hans Lammers, lo aveva informato che il Führer [Hitler] gli ha detto ripetutamente [a Lammers] che vuole che la soluzione del problema ebraico venga rinviata a dopo la fine della guerra”. (11)

E il 24 luglio 1942, Hitler confermò a persone a lui vicine la propria determinazione a rimuovere dall’Europa tutti gli ebrei dopo la fine della guerra:

Gli ebrei sono interessati all’Europa per ragioni economiche, ma l’Europa deve respingerli, non fosse altro che nel proprio interesse, visto che gli ebrei sono razzialmente più forti. Dopo che la guerra sarà finita, mi atterrò rigorosamente a questo progetto… Gli ebrei dovranno andarsene ed emigrare verso il Madagascar o in qualche altro stato nazionale ebraico”. (12)

Le SS di Himmler e i campi

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn tempo di guerra gli ebrei rappresentavano una porzione rilevante della forza lavoro tedesca ed era quindi nell’interesse della Germania tenerli vivi.

(Nella foto alcuni internati del lager di Campo di concentramento di Mittelbau-Dora ,addetti alla produzione di componenti per missili V2, CliccandoQUI maggiori informazioni su tale attività)

Il 28 dicembre 1942 la direzione amministrativa dei campi SS inviò una direttiva a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, criticando con durezza l’alta incidenza della morte per malattia fra i detenuti e ordinando che

“i medici dei campi utilizzino tutti i mezzi a loro disposizione per ridurre in modo significativo il tasso di mortalità nei vari campi.

Veniva inoltre ordinato:

I dottori dei campi dovranno controllare più frequentemente che in passato la nutrizione dei prigionieri e, coordinandosi con l’amministrazione, proporre soluzioni migliorative ai comandanti di campo… I dottori di campo dovranno vigilare affinché le condizioni operative nei diversi luoghi di lavoro siano le migliori possibili.

Infine, la direttiva sottolineava che il Reichsführer SS [Himmler] ha ordinato che il tasso di mortalità venga ridotto ad ogni costo. (13)

Sei milioni

La cifra di sei milioni di morti ebrei durante la guerra, che ci viene incessantemente ripetuta, è un’esagerazione. Uno tra i principali giornali della neutrale Svizzera, il quotidiano Baseler Nachrichten, stimava nel giugno 1946 che non più di 1,5 milioni di ebrei europei potevano essere morti sotto il dominio tedesco durante la guerra. (14) In effetti, milioni di ebrei sopravvissero al dominio tedesco durante la II Guerra Mondiale, compresi molti di coloro che erano stati internati ad Auschwitz e in altri “campi di sterminio”.

“Olocaustomania” a senso unico

holokauszt.holocash.jpgBenché la II Guerra Mondiale sia finita più di 60 anni fa, non c’è stata tregua nel flusso costante di film aventi per tema l’Olocausto, di cerimonie di “commemorazione dell’Olocausto” e di corsi d’informazione sull’Olocausto.

Il rabbino capo d’Inghilterra, Immanuel Jakobovits, ha appropriatamente descritto la propaganda sull’Olocausto come una vera e propria industria, con profitti notevoli per scrittori, ricercatori, registi, costruttori di monumenti, progettisti di musei e perfino politici”. Ha anche aggiunto che diversi rabbini e teologi sono “partner di questo lucroso affare”. (16)

holocaustianità-auschwitziana-delirio-pazzia-demenza-paranoia-ebraica-ebrei-juden-jews.jpgPer molti ebrei, l’Olocausto è praticamente una nuova religione. Il rabbino Michael Goldberg parla di “culto dell’Olocausto” con “i suoi articoli di fede, i suoi riti, i suoi santuari”. (17) In questa campagna propagandistica – che lo storico ebreo-americano Alfred Lilienthal chiama “olocaustomania” – gli ebrei vengono ritratti come vittime assolutamente incolpevoli e i non ebrei come esseri moralmente retrogradi che possono trasformarsi da un momento all’altro in nazisti assassini.

Per molti ebrei, la principale lezione che deriva dall’Olocausto è che i non ebrei, in un certo senso, sono tutti da guardare con sospetto. Se un popolo così istruito ed evoluto come quello tedesco può rivoltarsi contro gli ebrei, allora nessuna nazione non ebraica può essere del tutto degna di fiducia.

Alle vittime non ebree non viene riservato lo stesso trattamento. Ad esempio, in America non vi sono memoriali, centri di studi o cerimonie annuali per le vittime del dittatore sovietico Stalin, che fece di gran lunga più vittime di Hitler, o per le decine di milioni di vittime del dittatore cinese Mao Zedong.

L’Olocausto che semina odio

La storia dell’Olocausto viene utilizzata spesso per fomentare odio e ostilità, soprattutto contro il popolo tedesco, gli europei dell’est e la Chiesa Cattolica.

Elie Wiesel Holocaust -hoaxer.jpgIl noto scrittore ebreo Elie Wiesel (nel fotomontaggio) è un ex detenuto di Auschwitz che ha ricoperto l’incarico di direttore dell’Holocaust Memorial Council americano. Nel 1986 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Questo sionista fervente ha scritto nel suo libro Legends of Our Time:

Ogni ebreo, da qualche parte del proprio essere, dovrebbe riservare una zona all’odio – un odio forte, virileper ciò che il tedesco rappresenta e per ciò che continua ad esistere in ogni tedesco. (18)

(Su tale wiesel elie ,sulle sue  storie si sedicente sopravvissuto, la demolizione sistematica di un VERO ex internato ,nello studio dedicato di Carlo Mattogno,cliccare QUI)

Cui prodest?

La campagna di commemorazione dell’Olocausto è di vitale importanza per gli interessi di Israele, che deve la propria esistenza agli enormi finanziamenti annuali pagati dai contribuenti americani. Serve a giustificare il massiccio sostegno offerto dagli USA a Israele e a giustificare le altrimenti ingiustificabili politiche israeliane.

Paula E. Hyman, insegnante di storia ebraica moderna all’Università di Yale, ha osservato:

arbeit-macht-frei-palestinian-holocaust.jpgPer ciò che riguarda Israele, l’Olocausto può essere usato per mettere a tacere le critiche politiche e sopprimere il dibattito; esso rafforza il sentimento degli ebrei di essere un popolo eternamente perseguitato che può confidare unicamente in se stesso per la propria difesa. L’evocazione della sofferenza patita dagli ebrei sotto il nazismo sostituisce spesso gli argomenti razionali e serve a convincere i dubbiosi della legittimità dell’attuale politica del governo israeliano”. (19)

(nella foto un esempio della scellerata e genocida attività criminale dell’entità sionista di Palestina che si VUOLE e DEVE  giustificare e coprire)

Norman Finkelstein, professore ebreo che insegna alla DePaul University di Chicago [insegnava, purtroppo, ora è stato fatto licenziare, NdT], scrive nel suo libro L’industria dell’Olocausto che

“invocare l’Olocausto” è “un espediente per delegittimare ogni critica verso gli ebrei”. Aggiunge:

“Attribuendo agli ebrei la totale esenzione da ogni colpa, il dogma dell’Olocausto immunizza Israele e la comunità ebraica americana dalle legittime critiche… L’Organizzazione Ebraica Americana ha sfruttato l’Olocausto nazista per sviare le critiche verso Israele e le sue politiche moralmente indifendibili”.

germany-pays.gifFinkelstein parla anche dello sfacciato “ladrocinio” ai danni della Germania, della Svizzera e di altri paesi da parte di Israele e della comunità ebraica internazionale

allo scopo di estorcere miliardi di dollari (20)

Un altro motivo per cui la leggenda dell’Olocausto si è rivelata così durevole sta nel fatto che i governi delle principali potenze hanno un forte interesse a tenerla viva. Le potenze uscite vincitrici dalla II Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia e Inghilterra – hanno tutto da guadagnare nel dipingere lo sconfitto regime hitleriano il più negativamente possibile. Più si fa apparire quel regime come malvagio e satanico, più facilmente la causa alleata – e i mezzi che furono usati per perseguirla – potrà essere presentata come giustificata e perfino nobile.

Conclusione

$apone ebraico,$hoah must go on,6.000.000 ... $ei milioni ?,aaa-cerca$i camere a ga$,accordo trasferimento,haavara agreement,adolf hitler,ansia,paranoia,delirio,prozac,articoli di g.l. freda,articoli di mark weber,au$chwitz fotografie aeree,au$chwitz olocau$to idolatria,au$schwitz : assistenza sanitaria,bla$femia olocau$tiane$imo,disordine da stress pre traumatico (dpts),endlösung: nisko plan,führerbefehl-ordine $terminio,gianluca freda,holoca$h,holocash,truffa,indu$tria dell'olocau$to,lager au$chwitz,lager buchenwald - dora,lager dachau,lager für holocaust revisionisten,madagascar,wannsee,deportazioni all'est,martin luther memorandum,repre$$ione revisionismo,schlegelberger documento,soluzione finale - endlösung,ss-obersturmbannführer r. höss,testimoni falsi e falsari,verità politicamente scorrette,wiesel elie (il sedicente),wiesenthal simonIn molti paesi, lo scetticismo sull’Olocausto è messo a tacere o perfino espressamente vietato.(“REATO” che si vuole perseguire anche in Italia ,cliccare QUI,da parte di tale pacifici riccardo,ebreo di Roma)(nella foto : pacifici riccardo)

Negli Stati Uniti, molti insegnanti sono stati licenziati per avere espresso punti di vista eretici su questo argomento. In Canada, negli Stati Uniti e in Francia, accade spesso che energumeni aggrediscano gli scettici dell’Olocausto.

Uno di questi ultimi è stato perfino ucciso per le sue opinioni. (21)

In alcuni paesi, tra cui Francia e Germania, la “negazione dell’Olocausto” è un reato. Molte persone sono state incarcerate, pesantemente multate o costrette all’esilio per avere espresso dubbi su certi aspetti della versione ufficiale dell’Olocausto.

Nonostante le leggi contro la “negazione dell’Olocausto”, la pubblica censura, le intimidazioni, le incessanti campagne di “commemorazione dell’Olocausto” e perfino le aggressioni fisiche, un documentato scetticismo riguardo la versione ufficiale dell’Olocausto sta rapidamente espandendosi in tutto il mondo.

Questa tendenza è salutare. Ogni capitolo della storia, compreso quello del trattamento riservato agli ebrei d’Europa durante la II Guerra Mondiale, dovrebbe essere oggetto di studi critici obbiettivi. Un dibattito senza vincoli e uno scetticismo documentato sulle vicende storiche – perfino su quelle “ufficiali” – è essenziale in una società libera, aperta e matura.

 Note

1. Books & Bookmen (Londra), Aprile 1975, p. 5; “Gassings in ,” Stars and Stripes (edizione europea), 24 gennaio 1993, p. 14; “Wiesenthal Re-Confirms: ‘No Extermination Camps on German Soil’”, in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1993, pp. 9-11.
( http://www.ihr.org/jhr/v13/v13n3p-9_Staff.html )

2. Allied indictment at Nuremberg Tribunal. International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 1, p. 47; Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews (Holmes & Meier [3 voll.], 1985), p. 1219; Peter Steinfels, “Auschwitz Revisionism,” The New York Times, Nov. 12, 1989.

3. Rupert Butler, Legions of Death ( Inghilterra: 1983), pp. 235-237; R. Faurisson, “How the British Obtained the Confessions of Rudolf Höss,” in The Journal of Historical Review, Winter 1986-87
( http://www.ihr.org/jhr/v07/v07p389_Faurisson.html ).

4. Mark Weber, “Jewish Soap”, in The Journal of Historical Review, Estate 1991, pp. 217-227.
( http://www.ihr.org/jhr/v11/v11p217_Weber.html )

5. Documento di Norimberga PS-3311 (USA-293). International Military Tribunal (IMT) “blue series,” Vol. 32, pp. 153-158; IMT, Vol. 3, pp. 566-568; Vedi anche: M. Weber, Treblinka,” in The Journal of Historical Review, Estate 1992, pp. 133-158
( http://www.ihr.org/jhr/v12/v12p133_Allen.html )

6. Washington (DC) Daily News, 2 febbraio 1945, pp. 2, 35. (dispaccio della United Press da Mosca).

7. Vedi: M. Weber, “Bergen-Belsen Camp: The Suppressed Story,” in The Journal of Historical Review, maggio-giugno 1995, pp. 23-30.
( http://www.ihr.org/jhr/v15/v15n3p23_Weber.html)

8. B. Amouyal, “Doubts Over Evidence of Camp Survivors”, in The Jerusalem Post (Israele), 17 agosto 1986, p. 1.

9. Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? (Pantheon, 1989), pp. 362-363.

10. Documento di Norimberga NG-2586-J. Tribunale Militare di Norimberga (NMT) “green series,” Vol. 13, pp. 243-249.

11. Documento di Norimberga PS-4025. Citato in: D. Irving, Hitler’s War (Focal Point, 2002), p. 497. Facsimile alle pagine 606 e 607.
(Pubblicato anche sul sito http://www.fpp.co.uk/Himmler/Schlegelberger/DocItself0342…)

12. H. Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier (Stoccarda, 1976), p. 456.

13. Documento di Norimberga PS-2171, Annex 2; A. de Cocatrix, Die Zahl der Opfer der nationalsozialistischen Verfolgung (Arolsen: International Tracing Service/ICRC, 1977), pp. 4-5; Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) “red series,” Vol. 4, pp. 833-834.

14. Baseler Nachrichten, 13 giugno 1946, p. 2.

15. Vedi: M. Weber, “Wilhelm Höttl and the Elusive ‘Six Million’” in The Journal of Historical Review, sett.-dic. 2001
( http://www.ihr.org/jhr/v20/v20n5p25_Weber.html)

16. H. Shapiro, “Jakobovits”, in The Jerusalem Post (Israele), 26 novembre 1987, p. 1.

17. M. Goldberg, Why Should Jews Survive? (Oxford Univ. Press, 1995), p. 41.

18. Legends of Our Time (New York: Schocken Books, 1982), Cap. 12, p. 142.

19. P. E. Hyman, “New Debate on the Holocaust”, su New York Times Magazine, 14 settembre1980, p. 79.

20. Norman G. Finkelstein, The Holocaust Industry (Verso, 2003), pp. 37, 52, 130, 149.

21. Vedi: R. Faurisson, “Jewish Militants: Fifteen Years, and More, of Terrorism in ”, in The Journal of Historical Review, Marzo-Aprile 1996, pp. 2-12
( http://www.ihr.org/jhr/v16/v16n2p-2_Faurisson.html) ;
M. Weber, The Zionist Terror Network ( http://www.ihr.org/books/ztn.html)

 N.B.Colore,foto,evidenziatura, grassetto, sottolineatura, NON sono parte del testo originale
http://olo-truffa.myblog.it/adolf-hitler/

Il ventesimo anniversario del rapporto Leuchter

INTERVISTA CON FRED LEUCHTER

Di Richard A. Widmann

Forse il più importante di tutti gli studi revisionisti, Il Rapporto Leuchter: Un rapporto tecnico sulle presunte camere a gas di esecuzione di Auschwitz, Birkenau e Majdanek, in Polonia, celebra quest’anno il ventesimo anniversario della sua pubblicazione. Sebbene la maggior parte dei revisionisti conoscano bene la gestazione di questo lavoro pionieristico, è bene fare un breve riassunto.

Nel 1988 Ernst Zündel si trovò sotto processo per aver violato in Canada una legge contro la diffusione di “false notizie”. Il “crimine” di Zündel era quello di aver pubblicato un opuscolo che contestava la versione ortodossa dell’Olocausto, Did Six Million Really Die? [Ne sono morti davvero sei milioni?], di Richard Harwood. In seguito alla raccomandazione del professor Robert Faurisson, il team di legali di Zündel cercò un esperto delle camere a gas che potesse fornire una valutazione sulle presunte camere a gas in Polonia e riferire sulla loro capacità omicida.

Bill Armontrout, il direttore del penitenziario di stato del Missouri disse che Fred Leuchter era il solo esperto degli Stati Uniti nella progettazione, nel funzionamento e nella manutenzione delle camere a gas. Dal 1979 al 1988, Leuchter lavorò con la maggior parte degli stati americani che effettuavano esecuzioni capitali. Si specializzò nella progettazione e nella fabbricazione di attrezzature di esecuzione, inclusi sistemi di elettrocuzione, di iniezione di sostanze letali, di impiccagione, e di attrezzature per camere a gas. Leuchter era la scelta giusta: era infatti il solo esperto di camere a gas negli Stati Uniti, e credeva nel genocidio nazista degli ebrei.

A Leuchter venne chiesto dal team di Zündel di andare in Polonia e di intraprendere un’ispezione e un’analisi forense delle presunte camere a gas. Il 25 Febbraio del 1988, Leuchter si recò in Polonia per esaminare le presunte camere a gas di Auschwitz, Birkenau e Majdanek. Leuchter esaminò gli edifici descritti nella letteratura specializzata come camere a gas omicide. Condusse anche un’ispezione forense, per la quale vennero presi dei campioni di mattoni e di malta, che vennero portati negli Stati Uniti per essere sottoposti ad analisi chimica.

Il risultato delle scoperte di Leuchter venne sottoposto al Tribunale canadese. Leuchter scrisse nel suo rapporto che “il sottoscritto non ha trovato prove che nessuna delle strutture normalmente ritenute camere a gas omicide siano mai state utilizzate come tali e, inoltre, ritiene che a causa della progettazione e della costruzione di tali strutture, queste non possano essere state utilizzate come camere a gas omicide”.

Il giudice, Ron Thomas, decise che Leuchter era qualificato come esperto nella progettazione, costruzione, manutenzione e funzionamento della camere a gas. A Leuchter venne permesso di fornire il suo parere sul funzionamento e l’idoneità delle dette strutture ad operare come camere a gas omicide. Il suo Rapporto, però, non venne ammesso come prova. Sebbene il Rapporto non venne accettato dalla Corte, ebbe però un effetto sbalorditivo. A causa delle sue scoperte molte persone diventarono scettiche della versione comunemente accettata dell’Olocausto.

Forse l’impatto più importante del lavoro di Leuchter fu quello che ebbe sullo storico inglese David Irving. Poco dopo aver visto il Rapporto per la prima volta, Irving scrisse: “Mi sono state mostrate queste prove per la prima volta quando sono stato chiamato come perito al processo Zündel a Toronto nell’Aprile del 1988, i rapporti di laboratorio erano sconvolgenti”. Prosegue Irving: “Nessuna traccia significativa [di composti di cianuro] venne trovata negli edifici…definiti come le famigerate camere a gas del campo. Né, come l’autore spaventosamente ferrato del rapporto mette in chiaro, la progettazione e la costruzione di questi edifici rendevano fattibile il loro utilizzo come camere a gas omicide” (Leuchter Report: Focal Point Edition p.6).

Nonostante sia stato universalmente riconosciuto quale esperto nel campo delle attrezzature di esecuzione, Leuchter ora si ritrova sotto attacco per la sua testimonianza. Si può dire che è stata la forza del Rapporto Leuchter, l’analisi scientifica irrefutabile e la credibilità del suo autore a spingere coloro che difendono la versione ortodossa dell’Olocausto ad attaccarlo nel modo maligno con cui hanno agito. Vennero fatte minacce ai funzionari delle carceri che avevano scelto di lavorare con Leuchter. Venne calunniato sui giornali e in televisione. Vennero utilizzati cavilli legali per impedirgli di lavorare. Contro di lui venne impiegata anche la repressione giudiziaria.

Non c’è dubbio che Fred Leuchter ha pagato un prezzo estremamente alto per difendere la libertà di Ernst Zündel. Fred, tuttavia, è uno di quei rari soggetti che capiscono che quando è in pericolo la libertà di una persona, è in pericolo la libertà di tutti. Fred conosce anche l’importanza della verità storica. Il suo Rapporto non era motivato dall’interesse personale. Non era ispirato dall’inimicizia contro qualcuno e non era il frutto di un’agenda nascosta, nonostante quello che i suoi detrattori vorrebbero far credere. Allora, come adesso, Fred Leuchter è un vero personaggio. Germar Rudolf l’ha definito “un pioniere”. Io direi che è un eroe.

Il 30 Giugno di quest’anno, Fred Leuchter mi ha permesso di fargli la seguente intervista:

Widmann: Signor Leuchter, il suo lavoro, il “Rapporto Leuchter” ha vent’anni. In esso lei ha espresso la sua opinione di tecnico, basata su anni di esperienza come tecnico in attrezzature di esecuzione, che “le presunte camere a gas nei siti ispezionati non potevano essere, allora come adesso, utilizzate come camere a gas di esecuzione”. Lei è ancora di quest’opinione e, in caso affermativo, perché?

Leuchter: Quella era e rimane la mia opinione di tecnico. Il tempo ha solo cementato quell’opinione. Il laboratorio della Polizia di Stato polacca, Germar Rudolf, Walter Lüftl, e molti altri hanno proseguito le mie indagini e hanno confermato le mie scoperte. Se qualcuno contestava all’epoca le mie risultanze e la mia opinione, ora non può. Io certamente non lo faccio. Non presi le mie indagini alla leggera. Ho fatto lo stesso lavoro diverse altre volte negli Stati Uniti relativamente ad attrezzature di esecuzione difettose e a condanne a morte eseguite malamente. Prendo il mio lavoro e la mia reputazione molto seriamente. Le presunte camere a gas non furono né allora né mai della camere a gas di esecuzione.

Widmann: Lei ha pagato un prezzo molto alto per il suo coinvolgimento nel revisionismo dell’Olocausto. Se lei potesse rifare tutto daccapo, rifarebbe adesso quel suo viaggio, diventato famoso, nei campi di concentramento in Polonia?

Leuchter: Non mi piace quello che mi è accaduto! Non potrei in buona coscienza prendere le distanze da Zündel, non lo,potevo allora e neppure adesso. Aveva diritto alla migliore difesa possibile e quella difesa era imperniata su di me. Inoltre, credo che chiunque abbia diritto alla libertà di parola e di pensiero. Sì, lo farei di nuovo.

Widmann: Si tiene al corrente degli studi e delle opinioni dei revisionisti? In particolare, ha letto il rapporto di Germar Rudolf, che sostanzialmente conferma la maggior parte delle conclusioni del suo rapporto? In tal caso, qual è la sua opinione del lavoro di Rudolf?

Leuchter: Sì, mi tengo al corrente. E sì, ho letto il suo rapporto. Credo che il rapporto di Germar sia un lavoro eccellente. Germar è un chimico e come tale il suo approccio alla questione è differente dal mio. Quello che ci differenzia è secondario e deriva da questioni disciplinari. Sono onorato che Germar Rudolf sia d’accordo con il mio lavoro e che lo abbia confermato!

Widmann: Qual è la sua opinione sulla legislazione anti-revisionista di gran parte dell’Europa, che ha messo fuori legge i punti di vista alternativi sull’Olocausto?

Leuchter: Credo che questa legislazione sia esiziale per il libero pensiero e per la libertà di parola e quei paesi e quei politici che la sostengono dovrebbero vergognarsi. Gli elettori di quei paesi dovrebbero vergognarsi che una tale legislazione sia stata approvata e rafforzata in loro nome e dovrebbero rimuovere i politici che ne sono responsabili. Stanno creando un Gulag nei loro stessi paesi.

Widmann: Che consiglio darebbe per quei giovani che possono trovarsi a fronteggiare una forma tremenda di ostilità contro idee e ideali che essi sentono, e sanno, essere giusti? Dovrebbero prendere posizione anche alla luce di una forte ostilità?

Leuchter: Non sono sicuro che questa sia una domanda da fare a me, a Zündel, a Faurisson, a Germar o a chiunque altro che è stato preso dalla lotta, e che è stato punito così duramente per aver detto la verità. Tutti noi, diremmo, in modo inequivocabile, “Prendete posizione, e combattete”. Più duro è il combattimento, più tosti dobbiamo essere.

Widmann: Sicuramente la sua è stata una vita interessante e qualcuno direbbe anche sorprendente. Ha pensato di scrivere le sue memorie?

Leuchter: Forse. Veda se riesce a trovare qualcuno che faccia un’offerta!

 

http://www.codoh.com/author/portraits/port2leu.htmlhttp://www.nizkor.org/hweb/people/l/leuchter-fred/ihr-v12n4.html

hitbush.jpgPrescott Sheldon Bush (bisnonno di George W. Bush), Come i suoi discendenti, fu membro della Skull & Bones, società che gli permise di entrare in contatto con le famiglie Harriman e Walker, formatesi anch’esse all’universita di Yale. L’unione con Dorothy Walker, figlia del ricco industriale George Herbert Walker, era destinata anche a generare grandi affari tra il clan dei Bush e quello dei Walker (sempre sotto l’ala protettrice degli Harriman, Rotshilds e dei Rockefeller, famiglie di origine ebrea).

Il 20 ottobre 1942, dieci mesi dopo la dichiarazione di guerra al Giappone e alla Germania da parte degli Stati Uniti, il presidente Roosevelt ordinò la confisca delle azioni della UBC in quanto accusata di finanziare Hitler e di avere ceduto quote azionarie a importanti gerarchi nazisti.

Prescott Bush era allora azionista e direttore dell’UBC. Una questione del massimo interesse, considerato che, dopo essere salito al potere nel 1933, Hitler aveva decretato l’abolizione del debito estero tedesco, contratto in larga parte in seguito al Trattato di Versailles.

Il 28 ottobre 1942, Roosevelt ordinò la confisca delle azioni di due compagnie statunitensi che contribuivano ad armare Hitler, la Holland American Trading Corporation e la Seamless Equipment Corporation, entrambe amministrate dalla banca di proprietà della famiglia Harriman, di cui era allora direttore Bush.Tanto per fare un esempio, per Hitler e Stalin sarebbe stato molto più complicato sostenere una guerra aperta se la banda Harriman-Bush-Walker non avesse allo stesso tempo armato Hitler fino ai denti e rifornito di carburante le truppe russe. Era dagli anni Venti che la famiglia Walker estraeva petrolio da Baku (Azerbaigian) per poi rivenderlo all’Armata Rossa.Prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale, e ancora durante il conflitto, una joint venture legava la Standard 0il, di proprietà della famiglia Rockefeller, alla I.G. Farben, un’imponente industria chimica tedesca. Molti degli stabilimenti comuni alla Standard Oil e alla I.G. Farben situati nelle immediate vicinanze dei campi di concentramento nazisti – tra cui Auschwitz, per esempio – sfruttavano il lavoro dei prigionieri per produrre un’ampia gamma di prodotti chimici, tra cui il Cyclon-B, gas letale molto diffuso nei lager per sterminare le stesse persone che erano costrette a produrlo.

E nonostante il bombardamento sistematico con cui rasero al suolo moltissime città tedesche durante la guerra, le truppe statunitensi agirono sempre con estrema cautela quando si trattava di colpire zone in prossimità di questi stabilimenti chimici. Nel 1945 la Germania era sotto un cumulo di macerie, ma gli stabilimenti erano tutti intatti. Quando fu eletto vicepresidente nel 1980, George Bush senior incaricò un personaggio misterioso, tale William Farish III, di amministrare e gestire tutti i suoi beni. Il sodalizio tra i Bush e i Farish si colloca molto indietro nel tempo, addirittura prima dello scoppio della seconda guerra mondiale: William Farish dirigeva negli Stati Uniti il cartello formato dalla Standard Oil of New Jersey (l’attuale Exxon) e la I.G. Farben di Hítler. Fu precisamente questo consorzio a determinare l’apertura del campo di concentramento di Auschwitz nel 1940 allo scopo di produrre gomma sintetica e nafta dal carbone. All’epoca, quando questa notizia cominciò a diffondersi agli organi di stampa, il Congresso statunitense apri un’inchiesta. Se si fosse davvero spinta fino alle ultime conseguenze, avrebbe irrimediabilmente compromesso il clan Rockefeller. Ma non avvenne nulla di tutto ciò: ci si limitò a silurare il direttore esecutivo della Standard Oil, William Farish I. In occasione di quel congresso, W. Averell Harriman si occupò personalmente di far arrivare a New York i maggiori ideologi del nazismo, prendendo accordi con la Hamburg-Amerika Line , di proprietà dei Walker e dei Bush. Tra quegli “scienziati” vi era anche il principale fautore delle teorie razziste durante il regime di Hitler, lo psichiatra Ernst Rüdin, che conduceva a Berlino studi sulle razze finanziati dalla famiglia Rockefeller.
La Shoah da ricorrenza storica è diventata negli anni “retorica e dogma”. Intorno ad essa girano molti interessi ed anche tanti soldi, senza che vi sia un vero avanzamento nella ricerca storica e, soprattutto, nella valutazione obiettiva delle nuove forme di negazione dei diritti umani e di persecuzione etnica e razziale.
La mera possibilità di esprimere liberamente un proprio punto di vista critico, anche dentro un contesto “non-negazionista”, viene impedita dal timore di essere tacciati di antisemitismo.

Col tempo si è imposta in Italia, come in altri paesi europei, una forma di tacita e diffusa autocensura.

Nei campi di concentramento é innegabile che la maggior parte dei morti furono ebrei, ma nella lista ci sono zingari polacchi, italiani e cattolici. Dunque non é lecito impossessarsi di quella tragedia per fare della propaganda. La Shoah come tale é una “invenzione ebraica”. Si potrebbe allora parlare con la stessa forza e fissare una giornata della memoria, anche per le tante vittime del comunismo, dei cattolici e cristiani perseguitati e così via. Ma loro, gli ebrei, godono di buona stampa perché hanno potenti mezzi finanziari alle spalle, un enorme potere e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti.«La Shoah viene usata come arma di propaganda e per ottenere vantaggi spesso ingiustificati. Lo ribadisco, non é storicamente vero che nei lager siano morti solo ebrei, molti furono polacchi, ma queste verità oggi vengono quasi ignorate e si continua con questa barzelletta.

Perchè famiglie Ebree finanziarono i loro maggiori persecutori? Perchè esiste una legge che impedisce di ricostruire i fatti storici in merito all’olocausto?

A voi la sentenza. Pace alle vittime di ogni guerra, contro ogni male e ed ogni ingiustizia.

 

Sul 25 Aprile

La questione che si pone dagli ebrei Italiani sulla presenza della bandiera dello stato Israeliano e dei suoi alfieri e di quella del popolo Palestinese e dei Palestinesi è davvero di poca onestà intellettuale ed è “malizioso” fare finta che le obbiezioni che si alzano da molte parti siano una questione di antisemitismo o di mancanza di “gratitudine”.

10-4-15_25Aprile-Lettera-Firmata.

Antisemitismo, fascismo, nazismo e sionismo: facce della stessa medaglia

L’antisemitismo è cresciuto e
continua a crescere, ed io con esso.
Theodor Herzl1

L’Europa serve da terra natale a una parte
significativa del popolo ebraico da duemila anni […].
Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,
e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti
ad accettare il sofismo dei nostri nemici e
giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,
di lasciare l’Europa.
Shimen Dubnov2

Nel lontano 1994, ancora all’alba dell’era berlusconiana che oggi parrebbe volgere al tramonto lasciando dietro di sé un fardello di macerie materiali, morali e ideologiche, l’ascesa al potere del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, partito di esplicita ispirazione fascista, destò viva preoccupazione sia in Italia che all’estero. Negli anni seguenti quindi il MSI-DN, ribattezzatosi Alleanza Nazionale, compì una serie di passi volti a rassicurare i benpensanti in Italia e all’estero sulla propria genuina accettazione delle regole delle liberaldemocrazie, sostanzialmente riuscendo nel proprio intento. Fra queste ‘svolte’, particolare rilevanza ebbe la
visita in Israele compiuta nel 2003 dal suo allora segretario Gianfranco Fini, visita che di questo percorso di ‘democratizzazione’ fu considerato il punto d’approdo. Al di là della questione della genuinità o meno della scelta di Fini, questo episodio è significativo perché in esso emergono alcuni nessi impliciti sui rapporti tra sionismo e mondo ebraico, e tra sionismo e antisemitismo che sono diventati senso comune, e che proprio per questo vanno esplicitati e demistificati, mostrandone la natura ideologica.
Il fine politico del segretario di AN era quello di rendere visibile l’aver portato a pieno compimento la presunta abiura dell’eredità fascista, condannando tout court il nazifascismo per il suo crimine più mostruoso, la Shoah. Ora, poiché le vittime della Shoah sono state gli ebrei europei, e poiché la maggior parte dei sopravvissuti hanno trovato poi rifugio negli Stati Uniti o nell’URSS, logica avrebbe voluto che Fini visitasse i sopravvissuti stessi o i luoghi-simbolo del massacro come Auschwitz.
Fini si era effettivamente recato ad Auschwitz nel 1999, ma in occasione di quella visita aveva minimizzato la portata politica dell’evento, affermando che “Non si può mescolare un sentimento con la politica” e che il suo era stato “un atto doveroso. Null’altro”: l’aspetto politico, l’abiura ufficiale dell’eredità fascista, venne riservata alla visita al Museo Yad Vashem di Gerusalemme, quattro anni dopo. Perché? Che Fini ne fosse cosciente o meno, il suo gesto più che un’abiura del fascismo fu un riconoscimento politico offerto al nazionalismo sionista, di cui egli confermava l’assioma fondamentale, ossia che lo Stato di Israele è lo stato di tutti gli ebrei del mondo, di cui sarebbe allo stesso tempo portavoce ufficiale e difensore d’ufficio (de facto riconosciuto come tale da diversi stati). Il presupposto che lo Stato di Israele sia l’erede morale e politico (nonché ‘esecutore testamentario’) dei sei milioni di ebrei sterminati dal nazifascismo e quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vittime della Shoah è da tempo talmente parte del senso comune che nessuno mise in discussione il senso politico della visita, al massimo si discusse della sua maggiore o minore sincerità. Ma l’aver scelto di fare il suo atto di contrizione lì anziché ad Auschwitz fu significativo in quanto al tempo stesso confermava ed era la logica conseguenza di tale senso comune: Fini in sostanza riconobbe lo Stato di Israele come il “settimo milione”, per citare il titolo del libro di Tom Segev.
In realtà, tra sionismo ed ebraismo non vi è una relazione di identità, bensì di reciproca irriducibilità: il sionismo è una specifica ideologia politica emersa in tempi relativamente recenti, legata al variegato e spesso contraddittorio movimento nazionalista e colonialista che ha dato vita allo Stato d’Israele, laddove l’ebraismo è una religione dalla storia ben più lunga e a cui molti si sentono legati anche quando non sono veri e propri credenti e la considerano piuttosto un’eredità culturale. E la
storia dei rapporti tra ebraismo e sionismo, sebbene non lunga, è certamente frastagliata e lungi dall’essere univoca. Nel senso comune, però, i due coincidono: il sionismo è visto come l’incarnazione politica ‘naturale’ dell’ebraismo, e quindi, ça va sans dire, contrapposto all’antisemitismo; da questa deduzione implicita segue l’equazione secondo la quale l’antisionismo sarebbe automaticamente antisemitismo.
Allo stesso modo è un mito – ideologico quindi per definizione – l’idea che il sionismo sia, come movimento e come ideologia politica, intrinsecamente antitetico all’antisemitismo. È su questo mito che si basa la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il mondo anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, rivendicazione da cui esso trae la propria legittimazione morale e politica. Si tratta però di una costruzione ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio. Gli argomenti concreti a sostegno di questa rivendicazione si riducono in sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e
che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini.

Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943 scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica (il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran
Bretagna (l’1,9%) (4). In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina.
A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi (5) , nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la cittadinanza israeliana ai morti della Shoah (6). Nei primi anni ’60 David Ben Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla per conto di tutti gli ebrei assassinati”(7), ma, come chiarisce Tom Segev, le cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”(8); considerato
però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne aveva accolti di più, la tesi di Ben Gurion era del tutto infondata. La ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica delle vittime è solo in parte economica, essa mirava e mira soprattutto a conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.
Contrariamente a quanto il senso comune suggerirebbe, l’imbarazzante storia dei rapporti di collusione del sionismo con l’antisemitismo in generale e con il nazismo e il fascismo in particolare presenta diversi capitoli. Quando nel 1933 Adolf Hitler salì al potere in Germania, l’avvenimento suscitò grande apprensione nella comunità ebraica palestinese,
timorosa di ciò che sarebbe potuto accadere agli ebrei tedeschi. Ben diverse furono invece le reazioni dei vertici sionisti, cui la vittoria dei nazisti appariva come un’opportunità per incrementare l’immigrazione: “le strade sono lastricate di soldi […] si presenta un’occasione irripetibile per costruire e prosperare”, scrisse Moshe Beilinson del Mapai (i sionisti laburisti) (9) o, per dirla con Ben Gurion, “una forza fertile” (10) per l’avanzamento dell’impresa sionista. La ragione di questa valutazione
apparentemente schizofrenica era che poiché i nazisti intendevano espellere gli ebrei tedeschi, l’Agenzia Ebraica avrebbe potuto accoglierli in Palestina e incrementare il peso demografico della locale comunità ebraica a fronte degli arabi palestinesi. Questa logica aberrante non deve stupire: le priorità dell’Agenzia erano sviluppare la colonizzazione ed edificare lo Stato ebraico, quindi gli ebrei tedeschi potevano interessarla solo nella misura in cui erano funzionali a questi progetti. L’Agenzia Ebraica concluse quindi con il governo nazista un accordo che fu detto della haavarah («trasferimento»): un certo numero di ebrei tedeschi avrebbero potuto trasferirsi in Palestina, portando con sé merci e capitali fino ad un valore di 9000 dollari. Ad occuparsi delle operazioni finanziarie relative al trasferimento sarebbero state delle società miste tedesco-sioniste alla cui gestione presero parte il Mapai, il sindacato Histadrut, il Fondo Nazionale Ebraico, l’Agenzia Ebraica e un finanziere polacco legato ai revisionisti (11).
Quanti si trasferivano perdevano intorno al 35% del capitale iniziale, che finiva nelle casse dei succitati enti, per cui se è vero che per mezzo di questo complicato meccanismo l’Agenzia Ebraica salvò circa 20.000 ebrei tedeschi (selezionandoli in base al censo), è altrettanto vero che essa allo stesso tempo lucrò sulle loro disgrazie, ottenendone congrui profitti che furono investiti nell’acquisto di terreni da colonizzare. Il paradosso era che grazie a questo sistema i tedeschi trovavano fra gli ebrei di Palestina un mercato per le proprie merci nello stesso periodo in cui diversi paesi, insieme alle associazioni ebraiche americane, promuovevano un boicottaggio dei prodotti made in Germany. Né peraltro i buoni rapporti fra i sionisti laburisti che guidavano l’Agenzia Ebraica, i centristi dell’Organizzazione Sionista Mondiale e il governo hitleriano si esaurirono con la haavarah: sempre nel 1933, al fine di migliorare le relazioni reciproche fu invitato a visitare la Palestina il barone von Mildenstein, nazista della prima ora, membro delle SS e predecessore di Adolf Eichmann alla direzione dell’Ufficio per gli Affari Ebraici di Berlino. Von Mildenstein fu accompagnato nel suo tour da Kurt Tuchler, delegato dell’Organizzazione Sionista per i rapporti col Partito Nazista, e raccontò le sue favorevoli impressioni sul giornale di Joseph Goebbels Angriff. Nel 1938 un altro delegato sionista, Teddy Kollek (futuro sindaco di Gerusalemme), incontrò a Vienna per questioni burocratiche Adolf Eichmann, di lì a qualche anno principale esecutore della “soluzione finale”. Incontri simili ebbero luogo fino al 1939, e coinvolsero persino i vertici della Gestapo.
La destra sionista, i cosiddetti revisionisti guidati da Vladimir (Zeev) Žabotinskij, contestò il patto e annunciò il boicottaggio della Germania, accusando i laburisti di essersi alleati ai nazisti. Ma in realtà anche la destra sionista non era del tutto estranea all’operazione haavarah, e la sua vicinanza ideologica all’estrema destra europea fece sì che l’accusa le si ritorcesse contro: la corrente revisionista più estremista era infatti guidata da Abba Ahimeir, fervido ammiratore di Mussolini, il quale affermava pubblicamente che la politica di Hitler era in tutto e per tutto condivisibile, a parte ovviamente l’antisemitismo12. Addirittura, nel 1940-41 la fazione Stern dell’Irgun, l’organizzazione armata della destra sionista, arrivò a proporre alla Germania un’alleanza militare contro la Gran Bretagna (13).
Non meno spregiudicati furono i rapporti che i sionisti ebbero con il fascismo italiano. A differenza del nazismo, quest’ultimo non fu antisemita fin dall’inizio, tanto che alcuni ebrei italiani ne furono addirittura sostenitori: fu il caso ad esempio dello squadrista torinese Ettore Ovazza, che nel 1935 fondò un gruppo ebraico fascista chiamato “La nostra bandiera”.
La vera svolta antisemita ebbe luogo soltanto nel 1938, con la pubblicazione del “manifesto della razza” e la promulgazione delle leggi razziali. Nei confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà” nazionale, verso il movimento sionista internazionale egli ebbe fino alla fine del 1936 un atteggiamento benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a proporsi come loro protettore, sostenendo che i sionisti in Palestina dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del “focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna (14). In una delle sue pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono (12) Si noti che la sezione tedesca del Beitar, l’organizzazione giovanile revisionista, continuò la sua attività in Germania sotto la protezione della Gestapo, con cui aveva regolari rapporti e dalla quale anni dopo ottenne persino l’apertura di un ufficio per l’emigrazione nell’Austria occupata, con gran disappunto di Žabotinskij. Il fondatore del sionismo revisionista stigmatizzò questo filohitlerismo dei suoi seguaci, ma il suo essere bandito dalla Palestina dai britannici nel 1930 e la sua precoce morte rafforzarono sempre più queste tendenze all’interno del movimento sionista, io”(15). La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune singole personalità fra i sionisti generali (centristi) fecero intravedere
alle alte sfere del Ministero degli Esteri addirittura la possibilità di un mandato italiano sulla Palestina. Fu però con i revisionisti che Mussolini trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti questi ultimi avviarono con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni esponenti del loro movimento giovanile Beitar alla Scuola Marittima di Civitavecchia. Alla base di questa disponibilità di Roma c’era l’intento di sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione
dell’influenza italiana in Medio Oriente. A tale scopo nel febbraio 1936 fu inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il terreno. L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole intesa ideologica con i militanti del movimento di Žabotinskij (16), e nel suo rapporto riferì entusiasticamente che secondo il suo accompagnatore Ben-Avi “molti fra i nativi ed i revisionisti […] sono assolutamente tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la
pratica del fascismo”(17). La collaborazione con i revisionisti continuò fino al 1937-38, quando i rapporti con Žabotinskij si guastarono. Alla base di questa rottura vi furono diversi eventi: dapprima il fallimento di una trattativa con Londra (condotta da una delegazione di ebrei italiani) per un ritiro delle sanzioni contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia (1935)(18), poi il riavvicinamento alla Germania e infine la decisione di Mussolini di autoproclamarsi nel marzo 1937 “protettore dell’Islam” per accattivarsi le simpatie degli arabi in funzione antibritannica, il tutto coronato nel 1938 dalla promulgazione delle famigerate leggi razziali. Si badi tuttavia che alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato ebraico”(19).
Beninteso, come è noto i sionisti non furono certo gli unici a fare patti con nazisti e fascisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al Patto Molotov-Ribbentrop; ciò che stupisce però è il carattere continuativo, non episodico, di questa collaborazione. Si tratta di un argomento su cui è estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in
discussione il sionismo (20), ma che non può assolutamente essere taciuto e merita un approfondimento. Come si spiega ad esempio la collaborazione prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, dall’Accordo della haavarah del 1933 agli accordi sull’emigrazione del 1938, fino alla tragica vicenda dell’offerta “camion contro sangue” del 1944 (21)? Come si è già accennato, tali accordi erano “il frutto della complementarità tra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina” (22): in tal modo, molti ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali
avrebbe preferito restare nel proprio paese” (23) , furono costretti a ‘sionistizzarsi’. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste” (24). Nel caso della destra alla convergenza di interessi si aggiungeva anche la prossimità ideologica (25)e certuni suoi dirigenti non facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler: se Abba Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata “Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che “se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania” (26).
Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle relazioni tra l’antisemitismo nazista e movimento sionista è necessario quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento 20 A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento politico attraverso uno stigma insopportabile, […] un dispositivo per il quale, a livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F. De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153- 4).

Caposaldo del sionismo è l’idea, emersa nella seconda metà del XIX secolo, che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si differenzia molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia), nato pressappoco nel medesimo periodo27; a marcare la peculiarità del sionismo è però il fatto che per esso l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, intesa come oggettivazione della nazione in Stato, può aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che per ragioni storiche, religiose ed emozionali è stata identificata con la Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente dal primo – è bene sottolinearlo (28) – il nazionalismo ebraico si trasformò alla fine del XIX secolo in un movimento di colonizzazione inserito appieno nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che sia la corrente di appartenenza, il punto fondamentale è l’esistenza di un legame (di evidente derivazione romantica) tra suolo e popolo: l’esistenza degli ebrei della diaspora è vista in qualche modo come incompiuta, donde la necessità di ‘metter radici’ in un paese che sia esclusivamente degli ebrei. Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di
una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei una volta usciti dal ghetto (29). L’emergere del sionismo come movimento politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80 dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1897), è però legato ad una causa esterna : l’ondata di antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881 violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime. L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.
In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere l’antisemitismo” (30), e analizzando il cosiddetto “problema ebraico” argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti quanti antisemiti” (31), una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei, premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una
questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione – garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato, profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito” (32). Per spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i
paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo” (33 ).
Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità religiosa, linguistica e/o culturale, ma come una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido” (34) , scriveva) o che egli non si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock, Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi.(35) Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e
poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni latitudine.
Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei, sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica” (37). Lo storico del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma di odio di sé” (37), che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti: riducendo una presa di posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia psichica, si evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche (38) ; Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del 1878 (39) . Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi “l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di «Ebrei, andatevene!». I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”(40).
La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e politica tra sionismo e antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve al sostegno di Arthur Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna
oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti polacchi e con l’Italia fascista (41), dagli accordi del 1933 e del 1938 con la Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità ebraica irachena (una serie di attentati compiuti da una rete clandestina sionista ma attribuiti a fanatici locali, i quali ebbero la funzione di convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro per loro e che dovevano emigrare in Israele) (42) : non si trattava né di malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.

Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova la sua massima incarnazione nella Legge del Ritorno del 1950 (cui sono stati aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970) (43) , autentica pietra miliare dello Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione” (44) , estende il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione” (45). È in questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo, giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo” che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – ha appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non voglio che sia Hitler a definire la mia identità” (46).
Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di
Israele […] l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.(47)

Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai cessato di voler ‘tornare’ in Palestina: se il popolo ebraico è sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza (48). Inoltre se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza, non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda” (49) .
Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché esso mira alla ‘pulizia etnica’ nei confronti degli ebrei e alla loro espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista (c’è l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia, è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta di negare o svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti; emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro

sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata dall’establishment israeliano (50). Parallelamente, invece, si tende a tacere il ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham Gancwajch) (51): un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski
e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella corrente sionista.
È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini, tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra
Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti armeni era “insignificante” (52). Inoltre, presentandosi come erede delle vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith Zertal, La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato, salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale israeliana. (53)
In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al- Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro sostenitori si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus
agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara

pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia (54 ): vale la pena ricordare a questo proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano (55).
Analizzare criticamente questo passato di collusione tra sionismo e antisemitismo diventa quindi una necessità non solo di chiarezza storica, ma anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani […] dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno
stato nazionale ‘eletto’ ” (56).

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NOTE

1 Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956, p. 7 (traduzione mia).

2 Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.

3 Riportato in Francesco Verderami, “Fini ad Auschwitz: ‘L’ orrore più grande’ ”, Corriere della sera, 20 febbraio 1999, <http://archiviostorico.corriere.it/1999/febbraio/20/Fini_Auschwitz_orrore_piu_grande_ co_0_9902203335.shtml>.

4 Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll. trad. it. di N. De Vito e P. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.

5 Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.

6 Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.

7 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.

8 Ibidem.

9 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.

10 Riportato in Tom Segev, ibidem.

11 Ibidem. Sull’accordo della haavarah si vedano anche Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 [1963], p. 68, e Faris Yahia, Relazioni pericolose: il movimento sionista e la Germania nazista, trad. it. di F. De Leonardis, Napoli, La Città del Sole, 2008 [1978], pp. 45-52.

13 Faris Yahia, op. cit., pp. 111-15.

14 I verbali degli incontri si trovano in appendice a Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24.

15 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.

16 Il testo completo delle relazioni di Corrado Tedeschi sulla sua missione in Palestina si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-31.

17 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.

18 La colpa dell’insuccesso venne infatti attribuita al solito “complotto giudaico” (tradizionale topos antisemita), generando le prime frizioni con i sionisti revisionisti.

19 Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 187.

21 Cfr. Tom Segev, op. cit., pp. 237-67 e Faris Yahia, op. cit., pp. 53-64 e 91-9.

22 Tom Segev, op. cit., p. 19.

23 Ibidem.

24 Hannah Arendt, op. cit., p. 48.

25 Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale
critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.

26 Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.

( 27 ) In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005], pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di un nuovo homo Hebraicus.

( 28) Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941) che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit., pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali in loco.

( 29) Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan, op. cit., pp. 3-126.

30 Theodor Herzl, op. cit., p. 23.
31 Theodor Herzl, op. cit., p. 34.
32 Theodor Herzl, op. cit., p. 100.
33 Theodor Herzl, op. cit., p. 39.
34 Theodor Herzl, op. cit., p. 69.

35 Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).

36 Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.

37 Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a,
prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua
interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul presunto “odio di sé”.

38 Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo” del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm, 1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che […] comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”:
la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario
del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in
seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi
di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di
antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra
i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner, in realtà, nel suo libro non nega affatto l’Olocausto.

39 Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.

40 Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è indicativo un parallelo con quanto avvenuto di recente in Italia: uno dei più esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della
Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.

41 Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.

42 Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 [1977], pp. 204-11.

43 Il testo completo della Legge del Ritorno è reperibile in inglese sul sito della Knesset all’URL <www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm>.

44 The Law of Return 5710 (1950), Section 4B < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

45 The Law of Return 5710 (1950), Section 4A < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

46 In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.

47 Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.

48 Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Risulta invece assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino e storico del pensiero sionista David J. Goldberg, secondo la quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J. Goldberg, op. cit., p. 305).

49 Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel 1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei del mondo.

50 Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.

51 Cfr. Faris Yahia, op. cit., pp. 65-90

52 Riportato in Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002 [2000], p. 114.

53 Idith Zertal, op. cit., p. 185.

54 Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.

55 Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).

56 Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.

thanks to: Fabio De Leonardis (Antisemitismo, fascismo e sionismo: triangolazioni inattese) intervenuto al convegno di Arezzo “I falsi amici” (7 dicembre 2013)

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