Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu.

Nel 2018 la costruzione di nuovi insediamenti è stata del 9% al di sopra della media. 19.346 unità abitative sono state costruite nell’ultimo decennio sotto il PM Netanyahu Il 70% delle costruzione sono in “Insediamenti isolati” English version Peace Now – 14 maggio 2019 Immagine di copertina: Mappa della costruzione degli insediamenti durante il decennio di…

via Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu. — Notizie dal Mondo

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#PopeInPalestine Pope Francis prays at Israel’s separation fence, on his way to Bethlehem’s Manger Square

Pope Francis prays at Israel’s separation fence, on his way to Bethlehem’s Manger Square

 

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“Papa Francesco, non dimentichi i cristiani palestinesi”

Tra Gerusalemme e Betlemme sorge la verde collina di Cremisan, che colora Beit Jala (città in cui vivono 15 mila abitanti palestinesi, di cui il 60% di religione cristiana). Da oltre un secolo i salesiani di Don Bosco vivono nel monastero di Cremisan, e si dedicano all’educazione ed all’istruzione della gioventù. Palestinesi e salesiani traggono sostentamento dalla produzione di vino e olio grazie ai secolari vigneti e ulivi palestinesi, che ricoprono l’intera vallata. Il 24 aprile il verdetto di una commissione israeliana ha dato “via libera alla costruzione del Muro di Separazione, che lascerà il monastero dei salesiani in Cisgiordania ma annetterà le terre coltivate allo Stato di Israele”. In occasione della visita che Shimon Peres farà domani 30 aprile 2013 a Papa Francesco, la Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese ha inviato la seguente lettera al Pontefice, che noi pubblichiamo volentieri.

A Papa Francesco, Città del Vaticano

Ci rivolgiamo a lei, Papa Francesco, nel suo ruolo di Capo dello Stato della Città del Vaticano, essendo a questo titolo che lei riceverà il 30 di questo mese il Capo dello Stato di Israele, Shimon Peres.

Apprendiamo dalla stampa che nell’incontro saranno discussi  “alcuni punti molto spinosi in campo fiscale e giurisdizionale” di ”un delicato negoziato” in corso da quasi 15 anni, che  riguarda anche la  “restituzione alla Custodia francescana del Cenacolo”.

A quanto è dato di sapere, nell’agenda del colloquio  mancherebbe un   argomento che ai suoi occhi non può non apparire ancor più delicato   spinoso ed importante: la sofferenza causata direttamente e volutamente  a milioni di persone dallo Stato di  cui lei si prepara a ricevere il capo. Ci riferiamo come è  evidente   al  popolo palestinese, che Israele  tiene     nella West Bank sotto una pesante  occupazione e nella Striscia di Gaza sotto un ferreo assedio.

Che ciò avvenga in aperta e sistematica violazione del diritto internazionale ed in spregio alla  Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è noto a tutti ed è ampiamente  documentato, anche se l’Occidente finge di ignorarlo.

L’occupazione è stata dichiarata illegittima da ben 87 Risoluzioni dell’ ONU,  la prima delle quali è la 242 del ’67, che imporrebbero a Israele di ritirarsi dai territori occupati; altrettanto illegali ai sensi della IV Convenzione di Ginevra del 1949 sono i 140  insediamenti costruiti   su terreni arbitrariamente espropriati  ai legittimi proprietari palestinesi, nei quali abitano e lavorano   650.000 coloni israeliani; la costruzione del muro che taglia i territori palestinesi è stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia il 9 luglio  2004 e  dall’Assemblea Generale dell’ONU il 2 agosto 2004, ma il muro è ancora lì. Non meno illegittimo è il programma di costruzione in Gerusalemme Est di 15.000 appartamenti riservati a cittadini ebrei.

Dal 1967  ad oggi  oltre 800.000 palestinesi, di cui 15.000 donne, sono stati imprigionati e dal 2000 oltre 8.000 bambini. Ciò in applicazione per lo più di Ordinanze Militari che regolamentano minutamente la vita della popolazione occupata. I processi si svolgono presso tribunali militari e non offrono  alcuna garanzia  per gli imputati.

Al primo febbraio di quest’anno, secondo la denuncia di Addameer, erano ben 4.812 i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, di cui 219 minori, 31 dei quali sotto i 16 anni. Nell’intera filiera repressiva, dall’arresto alla detenzione, come è stato constatato da   osservatori dell’Onu e denunciato  dall’Assemblea Mondiale dei Medici e da Amnesty International,   sono  diffusamente praticate varie forme di tortura dalle quali non scampano neppure   donne  e minori.

Cos’altro dunque deve compiere lo Stato di Israele perché la sua politica venga fermamente  condannata dal consesso internazionale e lo si obblighi al rispetto della legalità?

Ci auguriamo fortemente, Papa Francesco,  che nell’agenda del colloquio con Shimon Peres lei voglia fare  inserire  il tema della strisciante ed asimmetrica guerra che Israele conduce contro i palestinesi e  che  su questa tragedia lei voglia assumere una ferma posizione in difesa di un popolo oppresso. Accolga se non   il nostro appello – siamo poca cosa, lo sappiamo –   quello che lei certamente conoscerà  che fu lanciato nel dicembre del  2009 con il titolo  Kairòs Palestina –  Un Momento di Verità    dai  più autorevoli esponenti dei  cristiani palestinesi che non hanno denunciato le crescenti difficoltà della loro presenza in Palestina ma il martirio del popolo palestinese e l’appello dei numerosi prigionieri politici palestinesi che  per rivendicare il rispetto del diritto e della propria dignità sono da mesi in sciopero della fame. Qualcuno di essi ormai è in fin di vita.

Restiamo in fiduciosa attesa.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Roma 24 aprile 2013

thanks to:  ASSOPACE PALESTINA

 

Uccise 12enne, assolto poliziotto israeliano

Libero Omri Abu accusato dell’omicidio del 12enne Ahmed Mosa. Il mondo tace e lascia un bambino, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile.

Martedì un giudice israeliano ha assolto un poliziotto dall’accusa di omicidio colposo di un bambino palestinese di 12 anni. Di nuovo a brillare sono l’impunità e il silenzio che la comunità internazionale riconosce quotidianamente ad Israele.

Il 29 luglio 2008 Ahmed Houssan Mosa, del villaggio di Ni’lin, fu centrato alla testa da un proiettile durante la tradizionale manifestazione del venerdì contro il Muro di Separazione e le colonie, che soffocano la vita della comunità. A sparare un poliziotto di frontiera*, Omri Abu, che ammise di aver aperto il fuoco due volte contro il bambino per rispettare gli ordini ricevuti dall’alto: “Non rispondere al lancio di pietre è considerata una debolezza – disse il poliziotto – Per questo l’ho colpito alla testa”.

Ahmed morì all’istante. Ma, secondo il giudice, Omri Abu non è colpevole perché non è detto che a causare la morte di Ahmed sia stata la pallottola che gli è penetrata nel cranio: l’accusa, secondo il giudice Liora Frenkel, non è stata in grado di provare “oltre ogni ragionevole dubbio” che il proiettile partito dal fucile M-16 del poliziotto abbia ucciso il dodicenne palestinese. A “confondere” le idee della corte, anche delle testimonianze, dei rapporti balistici e patologici contraddittori: la Frenkel ha ripreso la polizia israeliana perché le avrebbe sottoposto delle prove senza accompagnarle con la testimonianza di esperti in grado di dimostrarle.

Una follia giuridica. Alla fine di un processo per l’uccisione di un bambino di soli 12 anni, colpevole di marciare pacificamente per la libertà del proprio villaggio e della propria terra, il responsabile di un omicidio si ritrova condannato solo per abuso dell’arma: secondo il giudice, infatti, le sole colpe imputabili ad Omri Abu sono l’utilizzo eccessivo del fucile, seppure non fosse in pericolo, e la falsa testimonianza.

Un’accusa che il poliziotto ha sempre respinto: “Anche se ti trovi in un’auto anti-proiettile, devi rispondere. Se vedono che non reagisci, percepiscono la tua debolezza. Ero in pericolo”. Per questo ha aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti, per lo più bambini, che lanciavano delle pietre. Secondo le prove raccolte all’epoca dall’associazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, Ahmed si era nascosto dietro un albero di ulivo quando il poliziotto lo ha visto, è sceso dal veicolo in cui si trovava, ha puntato la pistola e lo ha colpito da una distanza di 50 metri. Il fuoco è continuato a piovere su due manifestanti che tentavano di mettere in salvo il piccolo, ormai senza vita.

E pochi giorni dopo, al funerale di Ahmed, l’esercito israeliano ha di nuovo aperto il fuoco, uccidendo il 19enne Yousef Amira. Colpito alla testa, è morto poco dopo in ospedale.

L’impunità di cui godono le forze militari israeliane nella quotidiana occupazione della Palestina va portata sul tavolo della giustizia internazionale. Che però continua a voltare lo sguardo dall’altra parte: dal settembre 2000, anno di inizio della Seconda Intifada, al dicembre 2011, l’associazione israeliana B’Tselem ha contato 473 casi provati di violenze da parte delle forze di sicurezza contro palestinesi. Di questi solo undici hanno portato all’apertura di un’inchiesta.

Ahmed è morto mentre tentava di far sentire la propria voce, una voce flebile di fronte all’imponenza di un Muro che mangia la sua terra e strangola il lavoro, la storia e la dignità della Palestina. Un Muro che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ha definito nel 2004 “illegale”. Eppure il mondo lascia un dodicenne solo a combattere per un diritto riconosciutogli a livello globale. Lo si lascia solo, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile. Nena News

*La polizia di frontiera è uno dei corpi della polizia nazionale israeliana, per lo più impegnata in operazioni militari e di assistenza all’esercito in Cisgiordania e Gerusalemme Est. È considerata tra le forse di sicurezza più violente.

thanks to: Emma Mancini