La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni

Israele ha difficoltà a trovare aziende internazionali disposte ad espandere la ferrovia leggera di Gerusalemme, che collega i suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme. (OzinOH) English version di Ali Abunimah, 13 maggio 2019 Due compagnie israeliane hanno inviato domenica una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo una proroga urgente della scadenza per…

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Latinoamerica oggi

Congreso de los Pueblos Le minacce contro il Venezuela da parte del governo di Trump, accompagnato dai suoi leccapiedi Duque e Bolsonaro, e dal “Cartello di Lima”, stanno aprendo nella regione un possibile scenario di guerra, che deve essere prevenuta dalle organizzazioni sociali e dai partiti politici di sinistra, progressisti e democratici della regione…

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ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS

Maurizio Blondet 5 Febbraio 2019 Volete sapere tutto sul mondo delle ONG, ossia le Organizzazioni Non Governative? Volete leggere quello che gli altri non scrivono sugli affari, le cifre, i protagonisti, le connection di quell’universo in gran parte sconosciuto e che macina milioni di euro e di dollari sulla pelle dei cittadini, soprattutto dei migranti? Di coloro…

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Nutrire il pianeta? Serve un altro modello

Non sono “No Expo”, come li classifica una parte della stampa. Anche se hanno scelto di stare fuori dall’esposizione universale che sta per aprire i battenti a Milano. Expo dei popoli è un coordinamento di 50 enti non profit che vede al suo interno organizzazioni ambientaliste come WWF Italia e Legambiente, di cooperazione internazionale come Action Aid e Mani Tese, associazioni come Arci, Acli, Ctm Altromercato e Slow Food. Dal 3 al 5 giugno il Forum dei popoli porterà a Milano 200 delegati di reti contadine da tutto il mondo: piccoli agricoltori e allevatori che si confronteranno per tre giorni per poi proporre il loro punto di vista su come “Nutrire il pianeta”.

«Il nostro è un percorso che dura da tre anni» spiega Giosuè De Salvo, portavoce di Expo dei popoli, «abbiamo elaborato un manifesto in cui indichiamo soluzioni ben precise per garantire il diritto al cibo e un accesso più equo alle risorse. A giugno faremo un altro decisivo pezzo di strada, per poi andare oltre, verso due appuntamenti cruciali: la ridefinizione degli obiettivi di sviluppo del millennio, a settembre a New York, e la Conferenza sul clima a dicembre a Parigi.

Qual sarà il messaggio di Expo dei popoli?

Sarà molto semplice: non ci può essere sicurezza alimentare senza sovranità alimentare. Finché si escludono comunità e interi popoli, basando il sistema di produzione sull’accaparramento delle terre, delle acque e delle foreste, non può esserci una risposta efficace alla fame.

Qual è la vostra posizione rispetto a Expo?

Si tratta di un’esposizione, e quindi non può che mostrare l’attuale modello alimentare guidato dai privati e dall’industria, in cui pochi marchi hanno il controllo del mercato. È illusorio però pensare di riuscire a sfamare il pianeta restando all’interno di un modello che tende a concentrare il controllo del cibo e delle risorse nelle mani di pochi. Oggi sette multinazionali controllano il 70% dei semi, quattro traders commercializzano il 75% dei cereali a livello globale e a una decina di marchi producono gli alimenti che troviamo al supermercato. È un modello che va superato nel suo complesso, dal campo al piatto.

In che modo?

Sciogliendo i monopoli lungo l’intera filiera agro-alimentare globale, delocalizzando i processi produttivi, garantendo ai piccoli agricoltori la partecipazione alle decisioni politiche che li riguardano a tutti i livelli. Perché la realtà, a ben vedere è un’altra: secondo le stime delle Nazioni Unite l’agricoltura famigliare, insieme ai piccoli agricoltori e produttori, fornisce il 70% di cibo a livello mondiale. A sfamare il pianeta, alla base di tutta la piramide, sono i piccoli agricoltori.

Quali le chiavi per il cambiamento?

I movimenti contadini hanno cominciato per primi a parlare di sovranità alimentare inaugurando un progetto politico di trasformazione che li vede protagonisti. Oggi mettono al centro l’agroecologia come via per realizzare la sovranità alimentare, ovvero la costruzione di un “agro-sistema” il meno possibile dipendente dai prodotti chimici, che riutilizza le risorse creando tra territorio, animali, piante ed esigenze alimentari delle comunità locali un ciclo virtuoso.

Basterà a sfamare il pianeta?

Oliver De Schutter, che per due mandati è stato rappresentante Onu per il diritto al cibo delle Nazioni Unite, ha scritto che i metodi agroecologici sono più efficaci dell’uso dei prodotti chimici nell’aumentare la produzione alimentare, che potrebbe raddoppiare in dieci anni utilizzando adeguatamente questo sistema. Una ricerca condotta dall’Onu in 57 Paesi in via di sviluppo ha mostrato come le esperienze di agroecologia abbiano portato a un aumento medio delle rese dell’80%. Serve a questo punto solo la volontà politica di percorrere con convinzione questa strada.

Per la prima volta nella storia di Expo, all’esposizione parteciperà anche la società civile, nel padiglione della cascina Triulza e in altre aree del sito. Perché il Forum dei popoli si svolgerà fuori?

Ce lo hanno chiesto le reti contadine che parteciperanno. Non vogliamo prestarci al tentativo di dare una dimensione politica a quella che è un’esposizione guidata dai privati e dalla grande industria alimentare. L’Expo può essere un’occasione per riflettere sul diritto al cibo ma ci sono luoghi di confronto dove è garantita una presenza più ampia e paritaria di tutti gli attori, come il Comitato di sicurezza alimentare della Fao, dove i piccoli produttori siedono al tavolo alla pari con i governi e il settore privato. La risposta alla sfida della fame deve essere di tipo politico, non può essere delegata alla tecnologia e all’industria alimentare.

Expocrisia 2015

Francesco Gesualdi
Expocrisia 2015
(Foto di http://www.lucianomuhlbauer.it/)

 

“Nutrire il pianeta” recita lo slogan di Expo 2015 e la mente corre subito al miliardo di affamati che affollano il mondo. Ma di affamati all’expo non ce ne sarà neanche uno, perché del loro destino in realtà non importa niente a nessuno. Siamo solo di fronte all’ennesimo caso di ipocrisia, all’ennesimo caso di strumentalizzazione da parte dei potenti che usano le emergenze umanitarie per dare una connotazione buonista ai loro progetti di tutt’altro stampo. Basta scorrere la lista degli sponsor per rendersene conto. Ai primi posti spiccano nomi come Coca-Cola, Nestlè, Ferrero, Unilever, potenti multinazionali che le guide al consumo critico di tutto il mondo indicano come imprese che non brillano per responsabilità sociale e ambientale. Coca-Cola da anni è contestata per la politica antisindacale da parte dei suoi imbottigliatori che in Colombia comprende perfino l’assassinio dei delegati sindacali. Nestlé e Ferrero sono criticate perché acquistano cacao da zone dell’Africa dove le piantagioni giungono ad utilizzare lavoro minorile in schiavitù. Unilever è additata perchéottiene il tè da Kenya e India dove la legge consente di utilizzare lavoratori precari per salari indegni senza nessuna garanzia sociale. Tutte pratiche che contribuiscono a creare la fame, non a eliminarla, perché la fame non dipende dalla scarsità di cibo, ma dall’ingiustizia. Lo dimostra il fatto che il 75% degli affamati si trovano nelle campagne. Muoiono di fame perché non dispongono di terra o perché le terre migliori se le sono prese gli stranieri che stanno tornando nel sud del mondo per produrre cibo da esportare nei paesi ricchi o addirittura per fabbricarebioetanolo. Il fenomeno è stato battezzato landgrabbing (furto di terre) e coinvolge un’area grande come mezza Europa, principalmente in Africa.

Da uno studio che abbiamo realizzato e pubblicato on line, dal titolo “I padroni del nostro cibo”, emerge che il settore agricolo è dominato da poche multinazionali che presidiano i posti chiave della filiera, per fare del cibo nient’altro che un business secondo le più spietate logiche del profitto, dello spreco, del disprezzo umano e ambientale. Una manciata di multinazionali fra cui Monsanto, Syngenta, Dupont, Bayer, controllano il mercato di sementi e pesticidi, cercando di spingere sempre di più verso sementi ogm, modificate per indurre gli agricoltori a utilizzare erbicidi specifici e  utilizzare quote crescenti di fertilizzanti, pur sapendo che nel lungo periodo l’eccesso di sostanze chimiche conduce alla perdita di suolo agricolo. Secondo le Nazioni Unite si perdono ogni anno dai 5 ai 10 milioni di ettari di terra agricola a causa dell’erosione e dell’impoverimento dei suoli.

La parola d’ordine di un sistema che cerca di fare passare per  produttivo, ciò che in realtà è un problema distributivo, è produrre sempre di più. E siamo all’assurdo che la terra è sottoposta a stress per produrre una quantità crescente di cereali,non per sfamare chi ha fame, ma per ingrassare gli animali da carne che assorbono il 40% di tutti i cereali prodotti nel mondo. Insomma è la produzione fine a se stessa nella logica del Pilche deve crescere sempre e comunque con l’unico obiettivo di garantire sempre più profitti alle multinazionali commerciali, Cargill, prima fra tutte, che oltre ad essere un big del commercio di granaglie è anche un big del commercio di carne. Il risultato è che un miliardo di affamati convivono con  un miliardo di obesi con doppia soddisfazione per il sistema che può invocare la fame per imporre sempre più tecnologia finalizzata ad accrescere produzione dicibo mal orientato, e può invocare la malattia per accrescere il consumo di farmaci orientati a problematiche create ad hoc.

Se davvero vogliamo nutrire il pianeta non è di più tecnologia che abbiamo bisogno, ma di un altro modo di distribuire le terre, di gestire le sovvenzioni all’agricoltura, di regolare gli accordi commerciali, di orientarel’intervento pubblico. In altre parole è di un’altra politica che abbiamo bisogno, non più piegata agli interessi dei profittatori, ma alle esigenze delle persone nel rispetto della natura.

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