La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni

Israele ha difficoltà a trovare aziende internazionali disposte ad espandere la ferrovia leggera di Gerusalemme, che collega i suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme. (OzinOH) English version di Ali Abunimah, 13 maggio 2019 Due compagnie israeliane hanno inviato domenica una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo una proroga urgente della scadenza per…

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Rapporto: Diplomazia cristiana palestinese nella lotta contro i sionisti cristiani

Il governo palestinese si sta rivolgendo alla propria comunità cristiana e persino ai suoi evangelici per lottare contro i corrotti sionisti cristiani. Negli ultimi mesi i funzionari del ministero degli Esteri palestinese si sono trovati in una situazione di incertezza. Nonostante il forte sostegno alla causa palestinese nel mondo, una manciata di piccoli paesi latinoamericani…

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Gli intellettuali israeliani

Haaretz 2008/07/27 Sul contratto tra gli intellettuali israeliani e il loro ministero degli esteri di Yitzhak Laor

Titolo originale: “Putting out a contract on art”
traduzione a cura di ISM-Italia

Alcuni anni fa fui invitato a un festival di poesia a Barcellona. Ero felice. Dopo aver tradotto i miei poemi in due lingue – in catalano e castigliano – li inviai con cura via fax e controllai tutto quello che potevo controllare.
Poi, durante il dialogo via-fax, l’accordo fu cancellato e l’invito ritirato – per ragioni di budget, mi dissero.

Fui turbato da tutto questo fino a che arrivò, dal Festival di Sydney, l’invito successivo. Allora io già conoscevo i trucchi e, dopo l’eccitazione all’altro estremo della linea, io dissi che non era sicuro che il ministero avrebbe “contribuito alle mie spese,” usando il linguaggio educato di quelli che gestiscono gli affari culturali dello stato, cioè del sistema internazionale di “schnorr” (scrocco) di cui Israele riesce a beneficiare, specialmente nei periodi di crisi dei budget delle istituzioni culturali. Gli organizzatori di Sydney mi dissero di stare tranquillo, perchè l’anno prima il mio amico Ronny Someck, che parla molto di pace e coesistenza, era stato lì e il suo biglietto era stato pagato dal ministero degli esteri israeliano, così dissi loro di fare un tentativo. Perchè no?
Dopotutto, il denaro sarebbe venuto fuori dalle mie tasse.

Così iniziammo le procedure, e alla fine, dopo numerose e-mail e conversazioni telefoniche, il dialogo con Sydney si andò esaurendo e poi, naturalmente, arrivò la cancellazione. So che possono sempre smentire; che il fondamento del potere di un governo è il fatto che è difficile metterlo con le spalle al muro.

Nessuna discussione seria sulla “accettazione”, anche in Israele nei decenni recenti, può limitarsi solo a ciò che accade nel triangolo senza significato “scrittore-recensione-lettore”, come se questa relazione mistica fosse valida ovunque. Anche l’Istituto per la Traduzione della Letteratura Ebraica, con la sua migliore traduttrice dall’ebraico in inglese, Dalya Bilu, e la sua staff dedicata, non può in pratica contribuire al successo delle sue traduzioni senza tournée all’estero degli scrittori che traduce. Gli editori all’estero sanno queste cose molto meglio dei festival artistici, che nella loro innocenza pensano che la Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici del ministero degli esteri sia l’equivalente del Goethe Institute, o dell’Istituto Dante Alighieri o dell’Alliance Francaise. Ma non è questo il caso.

Segue il testo del contratto che autori e artisti firmano con il ministero degli esteri in cambio dei fondi per la componente più importante nella loro carriera internazionale: i loro viaggi per eventi culturali e letterari, inclusi i festival di cinema, teatro e danza. Il contratto (che risale al 2007) mi è stato inviato via email da qualcuno che preferisce rimanere anonimo. Le abbreviazioni nel corpo del testo sono utilizzate per risparmiare
al lettore il verboso linguaggio legale.

“Contratto

Tra lo Stato di Israele, tramite il Ministero degli Esteri, Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici, a cura del direttore della divisione DCSA e del ragioniere del Ministero (in seguito, ‘il Ministero’), da una parte, e il Sig./Signora/Società/Organizzazione … (in seguito, ‘the service provider’), dall’altra.”

Subito nella introduzione, il contratto stabilisce:

“The service provider si impegna a indicare il nome del Ministero e/o della rappresentanza israeliana, nei paesi successivamente indicati, in ogni publicazione relativa ai servizi da lui forniti, in Israele e all’estero. Egli deve anche impegnarsi a fornire al Ministero un rapporto dettagliato della fornitura di servizi da parte sua, inclusi esempi e prove, come stabilito nel sottoparagrafo C, (in seguito, ‘i servizi’).”

Ora che la relazione tra il governo israeliano e gli artisti che manda all’estero è stata definita, il contratto prosegue:

“Premesso che il Ministero è interessato ad acquisire dal service provider i seguenti servizi culturali/artistici/educativi/scientifici ….
“Il service provider con la presente dichiara di avere l’esperienza, la competenza, i titoli e le conoscenze per eseguire i servizi.”

Ora arriva la parte principale:

“Egli è interessato a fornire servizi al Ministero.” (Il service provider deve essere dotato, naturalmente, di tutti i documenti legali, in modo che lo stato non si troverà a pagare qualcuno che sta ingannando le autorità preposte alla tassazione dei redditi, per esempio, o il segretario delle Organizzazioni Nonprofit.)”

Paragrafo 5:
“In considerazione della fornitura di servizi da parte del service provider come definito nel contratto, e nel rispetto delle leggi, il Ministero pagherà al service provider la somma (in seguito – ‘il corrispettivo’) di …. [questa cifra varia, in funzione del contratto], per le voci seguenti. Il corrispettivo sarà pagato dal Ministero, in parte direttamente al service provider, e in parte direttamente a terze parti [queste includono le organizzazioni estere che hanno fatto gli inviti, come festival cinematografici e editori], come specificato di seguito:

“A. L’acquisto di biglietti aerei di classe turistica per il service provider, da parte del Ministero, tramite una agenzia viaggi scelta dal Ministero; in alternativa, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso delle spese per l’acquisto dei biglietti aerei da parte del service provider, a fronte della presentazione di ricevute adeguate.

“B. Il rimborso delle spese di vitto e alloggio, fino alla somma di …. NIS/$US/euro, secondo le procedure del Ministero e a fronte di ricevute.

“C. Il cachet dell’artista, nella misura di ….. NIS/$US/euro, IVA inclusa.

“D. Il rimborso per viaggi di terra, fino alla somma di ….. NIS/$US/euro, a fronte di ricevute conformi.

“E. L’imballaggio e la spedizione via aerea o mare (incluso/non incluso il trasporto a terra) del bagaglio del service provider, richiesto per la fornitura del servizio, tramite una compagnia di spedizioni scelta dal Ministero; alternativamente, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso di spese effettuate per quanto detto dal service provider, fino alla somma di ……NIS/$US/euro. (Questa clausola si applica agli artisti,
alle compagnie teatrali e alle squadre sportive sponsorizzate dal ministero degli esteri).

“F. Rimborso di spese, o pagamento a terze parti, per pubblicità, pubbliche relazioni e pubblicazioni relative alla fornitura dei servizio al Ministero da parte del service provider, a fronte di ricevute e fino alla somma di ….. NIS/$US/euro.”

E’ importante capire che questa procedura richiede una notevole flessibilità di budget. L’ambasciata e l’attachè culturale determinano il valore di ogni artista e la grandezza di un audience favorevole che possono attrarre con l’autore X o l’autore Y. Questo determina il valore dell’hotel, dei voli, e naturalmente del cachet pagato per la presentazione, un altro aspetto di quel budget.

Un contratto è una lettura noiosa, così io salto al paragrafo 12 e al nocciolo della questione:

“Il service provider si impegna ad agire lealmente, responsabilmente e con il massimo impegno per assicurare al Ministero servizi del più alto livello professionale. Il service provider è consapevole che l’obiettivo di affidargli servizi è di promuovere gli interessi politici dello Stato di Israele tramite la cultura e l’arte, incluso il contribuire a creare un’immagine positiva di Israele.”

Per nascondere quanto sopra – dopo tutto, cultura è “cultura”, senza interventi, senza meccanismi, senza macchine per la traduzione sponsorizzate dallo stato – il paragrafo 13 sottolinea:

“Il service provider non presenterà se stesso come agente, emissario e/o rappresentante del Ministero.”

Il paragrafo 15 contiene anche un avvertimento:

“Il Ministero è autorizzato a porre termine a questo contratto, o a parte di esso, immediatamente e a discrezione unica del Ministero, se il service provider non fornisce al Ministero i servizi e/o non adempie agli obblighi previsti in questo contratto e/o non adempie ai suoi obblighi con piena soddisfazione del Ministero, e/o fornisce i servizi in modo non adeguato e/o devia dal programma e/o se il Ministero non ha bisogno dei servizi del service provider per qualsiasi ragione e/o per ragioni di budget, organizzative o di sicurezza e/o politiche, e il service provider non farà reclami, domande o azioni legali basate sull’annullamento del contratto da parte del Ministero.”

Ne segue, non è necessario sottolinearlo, che gli artisti presenteranno la nostra democrazia in completa libertà.

Haaretz 2006/08/11 by Tom Segev Someone to fight with – Qualcuno contro cui combattere

Un mattino di Shabbat Amos Oz telefonò al suo amico Oron, membro della Knesset (Meretz), e lo informò che era venuto il tempo di mettere fine alla guerra. Egli e altri due eminenti autori Israeliani, A.B. Yehoshua e David Grossman, volevano firmare una dichiarazione pubblica a
questo scopo, e avevano il denaro per pagare l’annuncio pubblico sui giornali.

Oron ricevette il testo, disse che era d’accordo, e domandò se non sarebbe stata una buona idea raccogliere altre firme. Oz rispose negativamente: ciascuno avrebbe incominciato a cambiare la redazione esistente, ciascuno avrebbe voluto fare modifiche – non c’era tempo. La guerra doveva finire immediatamente. Oron tirò le fila e riuscì a far pubblicare l’annuncio nella edizione in ebraico di Ha’aretz della domenica. Tuttavia, come poi risultò, il leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah non lesse Ha’aretz quel giorno: i suoi Katyushas continuarono a bombardare il nord.

Fra una correzione di bozza e l’altra, i tre scrittori furono molto pignoli nel virgolettare. Le parole chiave apparvero due volte. La prima volta inserirono la domanda: “Noi facciamo appello al governo Israeliano perché acconsenta a un reciproco cessate il fuoco”. La seconda volta non
c’era accenno al governo, ma fu aggiunta una nota di urgenza: “Noi facciamo appello per un immediato accordo per un reciproco cessate il fuoco”. Sembrò quasi un compromesso suggerito da qualche commissione incaricata della redazione. Tutto il resto del testo era a favore della
guerra: Israele doveva muoversi per difendersi, le sue azioni erano moralmente giustificate.

I tre scrittori redassero il loro annuncio come se stessero lavorando nel dipartimento legale del Ministero degli Esteri: misero in evidenza che l’aggressione di Hezbollah “era stata portata all’interno del territorio Israeliano”; la reazione israeliana “era stata fatta in conformità con il
diritto internazionale di autodifesa di fronte alla aggressione da parte di un paese nemico”.
Inoltre, i morti libanesi furono presentati come un’entità legale – come “molti cittadini di un paese nemico”- e non come esseri umani, prima e innanzitutto.

Come si conviene ad un governo che si rispetta, i tre riconoscono solo il Libano, non il partito Hezbollah. Hezbollah opera “sotto l’egida delle autorità Libanesi”, essi scrissero, affermando: ”Il popolo libanese non ha diritto a chiedere che la sua sovranità sia riconosciuta se rifiuta di assumersi la piena responsabilità per tutti i suoi cittadini e tutto il suo territorio”.

Non è chiaro come il trio si fosse accorto che qualcuno aveva chiesto al “popolo Libanese “ se volesse “prendersi piena responsabilità” per Hezbollah e quando esattamente “aveva rifiutato” di farlo. Ma evidentemente gli scrittori conoscono tante cose: non solo che questa guerra aveva scopi ”ragionevoli e raggiungibili” – ma che questi ultimi “erano già stati raggiunti”. Perciò “non c’è giustificazione per provocare ulteriori sofferenze e spargimento di sangue da entrambe le parti per obiettivi che non sono raggiungibili e che non meritano queste sofferenze.

Allora sopravvenne una specie di acme possibile soltanto nella grande letteratura: “La determinazione d’Israele a difendere aggressivamente i suoi confini e i suoi cittadini è stata resa, secondo noi, sufficientemente chiara al popolo del Libano, e perciò non c’è bisogno di aggiungere ulteriore sofferenza per noi e per loro.” Ciò che è sempre stato: dai primi giorni del Sionismo, era stato necessario rendere “chiara” la situazione agli Arabi, dal momento che, da nativi ignoranti quali sono, non lo capiscono senza che ciò sia spiegato loro. E questa volta noi abbiamo avuto
successo. E la situazione era senz’altro stata resa chiara. E ne valeva la pena. E questo giustifica assolutamente l’uso di un importante avverbio congiuntivo, come quello che conclude l’argomentazione di una parte della Dichiarazione d’Indipendenza: “perciò”.

Quattro settimane dopo che tutto ciò era iniziato, sembra che più a lungo dura questa guerra di logoramento, più essa sembra giustificarsi, portando alla conclusione che debba finire – e se non ora, allora in qualche altro momento. O forse è vero il contrario: più a lungo continua, più aumenta il senso di fallimento del governo nel prevenirla. Possiamo chiedere che essa continui finché il Libano sia spazzato via dalla faccia della terra, e possiamo chiedere che finisca, perché non c’era giustificazione nel coinvolgersi nella guerra già all’inizio, e perché non poteva essere vinta.

L’ordine del trio letterario di finirla perché ha raggiunto i suoi obiettivi è completamente strambo.
Traduzione a cura di ISM-Italia

Haaretz 2007/08/06 L’immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni di Shiri Lev-Ari

Negli ultimi tre anni la letteratura israeliana è fiorita all’estero e ha stretto buone relazioni pubbliche. Scrittori hanno viaggiato, sono rientrati in patria, hanno vinto premi e i loro lavori sono stati tradotti in molte lingue. Una delle persone maggiormente responsabili di tutto ciò è Dan Orian, che fino alla settimana scorsa lavorava come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (DCSA) del ministero degli esteri. Dopo aver completato il suo servizio in quella posizione, ha assunto il suo nuovo incarico di console presso l’ambasciata israeliana di Copenhagen.

La cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all’estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d’Israele.

“Qui ci sono scrittori magnifici che sanno anche come parlare e che hanno qualcosa da dire, e per me va benissimo che abbiano opinioni politiche differenti dalla posizione ufficiale d’Israele” dice Orian.

“Non c’è dubbio che David Grossman o Sami Michael siano molto a sinistra nella mappa politica. Il messaggio che viene trasmesso è che siamo un paese pluralistico nel quale a ognuno è data la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Amos Oz partecipa in Grecia a un evento per lanciare “A tale of love and darkness” e 1.500 persone vi partecipano”, cita come esempio Orian. “Yehudit Rotem, Aharon Appelfeld, Ronny Someck appaiono all’estero e ottengono una risonanza incredibile. Queste sono le cose che restano, alla fine”.

Orian vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. “ La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”. Orian sarà sostituito entro due mesi da Sylvia Berladski, e molte persone sperano che lei continui il successo del Dipartimento.

Orian, 41 anni, sposato e padre di tre figli, è nato e cresciuto a Gerusalemme. Nell’esercito ha fatto parte dell’intelligence e poi si è laureato in studi slavi all’Università ebraica. Per cinque anni è stato attacché culturale a Mosca e tre anni fa è approdato al DCSA, che considerava l’anello meno prestigioso del ministero degli esteri.

“All’inizio non volevo quell’incarico – racconta -. Volevo un posto da diplomatico, ma col senno di poi quella posizione si è dimostrata non solo importante, ma della massima influenza. Quando vai a parlare con qualcuno del futuro della Striscia di Gaza o del percorso della barriera di separazione, risulta molto importante ciò che questa persona ha nella mente riguardo a Israele. E alle volte, se ha letto l’ultima traduzione di Grossman o Appelfeld, o è stato a un concerto di una filarmonica israeliana presso il teatro Gesher, la conversazione prende una piega totalmente differente”.

Il Dipartimento di letteratura presso il DCSA opera attraverso diversi canali: finanzia in parte o completamente i viaggi all’estero degli scrittori o dei poeti israeliani, abitualmente dopo la pubblicazione di uno dei loro libri; aiuta ad ospitare scrittori ospiti e fornisce assistenza finanziaria per tradurre lavori in altre lingue.

Pare che alcuni scrittori viaggino molto e altri meno. Come fa il ministero a scegliere quali aiutare?

“Generalmente mandiamo (all’estero) gli scrittori in prossimità dell’uscita di un loro libro tradotto in lingua straniera” dice Orian. “Spesso ci arrivano richieste da una casa editrice estera, da un festival o da una fiera del libro che vuole invitare certi scrittori. Sono sicuro che ci siamo dimenticati di qualcuno”.

“A volte ci sono progetti speciali” aggiunge Orian. “Per esempio, abbiamo mandato tre scrittrici alla Settimana del libro di Singapore: Savyon Liebrecht, Noga Algom e Alona Frankel. Due volte all’anno, in primavera e autunno, una delegazione di scrittori israeliani si reca negli Stati Uniti. Quest’autunno toccherà a Michal Govrin e Sami Michael. Michael sarà onorato da un grande evento a Stanford”.

In quale misura la letteratura esportata dal ministero degli esteri deve essere in linea col consenso politico israeliano?

“L’idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. Quando Zeruya Shalev va in Germania, c’è gente anche fuori all’auditorium per ascoltarla. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un’autrice che parla delle relazioni all’interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l’intera percezione della società israeliana”.

“Due mesi fa Sami Michael è andato in Romania, il giorno dopo ne è stata data notizia dalla stampa e 5.000 copie di “A trumpet in the Wadi” sono state vendute in pochi giorni. Agi Mishol è andato negli Stati Uniti e Raquel Chalfi è stata pubblicata sulla American Jewish Poetry. Abbiamo tra 50 e 100 scrittori e poeti che stanno dialogando col mondo”.

E, nonostante questo, il budget del Dipartimento per la letteratura presso il DCSA è piuttosto piccolo: poche centinaia di migliaia di shekels all’anno. “Mandiamo all’estero una media di 120 scrittori all’anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo” dice Orian. “Le spese di soggiorno sono sostenute dai loro editori all’estero. Con l’aggiunta di altri 200.000 dollari sarebbe possibile mandare all’estero altri 50 scrittori e tradurre altri 100 libri e questa sarebbe una differenza significativa”.

E aggiunge: “Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione. Per le traduzioni chiediamo anche aiuto a uomini d’affari che hanno interesse a contribuire a questo sforzo. Quest’anno, per esempio, siamo riusciti a raccogliere 13.000 dollari grazie ai quali sono stati tradotti in polacco sette libri israeliani. Abbiamo un progetto assieme alla casa editrice Abbasi di Haifa per tradurre i libri israeliani in arabo. Abbasi ha pubblicato Amos Oz, David Grossman e Ruth Almog in arabo”.

Uno dei progetti a cui Orian ha contribuito è “Gente del mondo scrive la Bibbia”, grazie al quale cittadini di diversi paesi scrivono un capitolo della Bibbia ebraica nella loro lingua e calligrafia. Il progetto, incominciato dalla ong Bible Valley, guidata da Amos Rolnik, opera in venti paesi, e i primi sei libri (inclusi due da Singapore e Taiwan) usciranno presto. Saranno esposti nella Bible House, da costruire nella regione di Adullam vicino a Gerusalemme.

Un’altra iniziativa è stata una mostra di illustrazioni da libri per bambini israeliani esposta nelle fiere del libro in giro per il mondo. Sedici grandi poster con illustrazioni colorate di Liora Grossman, Alona Frankel, Ora Eitan, Yossi Abolafia, Naama Benziman, David Polonsky, Rutu Modan, Batia Kolton e altri sono stati mostrati nei padiglioni israeliani. “La vista dei grandi poster ha attirato l’attenzione sui libri dei nostri bambini” dice Orian, che recentemente ha scritto un libro per bambini che sarà pubblicato dalla casa editrice Korim.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

“Non scarto la possibilità di tornare al DCSA” dice. “Ma voglio avere un posto diplomatico in futuro e forse guidare una legazione israeliana”.

Traduzione di Michelangelo Cocco

thanks to: ISM Italia