Una lettera aperta al sindaco di Milano sui fatti del 25 aprile

di Ugo Giannangeli

 

Caro Giuliano, solo ora leggo il Corriere della sera del 29 Aprile perché sono stato impegnato a Venezia per il lancio della campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi.

Ci conosciamo da molti anni e non credo che tu mi ritenga un imbecille.

Sappi che quando ci siamo incontrati il 25 Aprile in piazza Duomo e mi hai calorosamente salutato io avevo da poco finito di contestare in piazza S. Babila, insieme agli altri compagni/e, la presenza delle bandiere israeliane nel corteo.

Sei stato più volte in Palestina, una volta tanti anni fa anche con me.

Sai bene che la forza di Israele non sta tanto nel suo armamento atomico quanto nella propaganda: dalla fine degli anni ’70 Israele porta avanti un progetto (“hasbara”) che consiste nella costruzione di una immagine positiva di Israele nella opinione pubblica occidentale (ricordi il nostrano ministero della propaganda?).

Nella realtà Israele è uno stato che si regge sulla menzogna e sulla mistificazione, dal famoso vecchio falso della “terra senza un popolo per un popolo senza terra” in poi.

Si regge anche sulla speculazione sull’olocausto (vedi: “L’industria dell’olocausto” di Norman Finkelstein, autore certamente non annoverabile tra gli antisemiti).

Ogni occasione è buona per i sionisti per fare propaganda, spacciandosi per l’unica democrazia del Medio Oriente quando è invece uno stato occupante, colonialista e razzista.

Da anni sfruttano anche la ricorrenza del 25 Aprile. Noi quel giorno festeggiamo la liberazione dal fascismo e dalla occupazione nazista. Loro, i sostenitori di un Paese occupante, che cosa c’entrano? Imbecilli sono coloro che consentono la loro presenza favorendo una bieca operazione propagandistica.

Ed infine: hai letto sul Corriere le dichiarazioni di Pacifici? Il prossimo anno salirà da Roma a Milano e porterà con sé quelle squadracce che a Roma hanno aggredito lo spezzone palestinese. Così festeggeremo il 25 Aprile 2015 con i fascisti nel corteo antifascista!

Un altro colpo alla nostra vacillante democrazia. La caparbia difesa dell’indifendibile Israele sta contribuendo alla dissoluzione dei principi democratici in Italia.

Un cordiale saluto

thanks to: forumpalestina

“Barghouti come Mandela, un pericolo per i carcerieri”

di Giovanni Vigna

Luisa Morgantini racconta la campagna per la liberazione del detenuto palestinese e il parallelo con Madiba

“Nelson Mandela e Marwan Barghouti sono uomini di pace e di unità. Entrambi hanno una grande forza morale e sono particolarmente amati dai loro popoli. Mandela ha combattuto, anche all’interno dell’African National Congress, per l’unità tra i bianchi e i neri. Barghouti, a sua volta, ha lottato per tenere insieme le varie anime dei palestinesi, le formazioni politiche di Hamas e Al Fatah, le componenti religiose, laiche e multiculturali della società”.

Luisa Morgantini, già vice presidente del Parlamento Europeo e componente dell’associazione ‘AssoPacePalestina’, ha lanciato, insieme ad altri illustri personaggi, una campagna per la liberazione di Barghouti, uno degli esponenti più famosi e carismatici del mondo politico palestinese. La notizia è stata annunciata lo scorso 27 ottobre, a Robben Island, in Sud Africa, dalla cella occupata in passato da Mandela dove si è recata anche Fadwa, moglie di Barghouti.

Parallelamente è nato un comitato internazionale di alto profilo al quale hanno aderito, tra gli altri, il Premio Nobel Desmond Tutu e Ahmed Kathrada, rinchiuso per 26 anni in carcere e compagno di cella di Mandela. “Chiediamo la liberazione di Barghouti e degli altri prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane – afferma la Morgantini – Marwan è stato definito ‘il Mandela palestinese’ perché, pur essendo ancora in prigione, continua a sostenere che l’unica strada per la liberazione del suo popolo dall’occupazione e dallo stato di apartheid è quella della pace e del rispetto della legalità internazionale. Quando è scoppiata la seconda Intifada, Barghouti si è schierato con la resistenza a fianco degli ‘shabab'”.

In sostanza, il più importante prigioniero politico palestinese, ricorda la Morgantini, ha appoggiato le azioni della resistenza armata dirette contro i soldati israeliani ma non gli attentati dei kamikaze e, in tutti i casi, non ha mai partecipato ad azioni militari in prima persona. “Del resto – osserva la ex vice presidente del Parlamento Europeo – anche l’African National Congress aveva un braccio armato e, per questo, i suoi membri erano definiti ‘terroristi’ dagli oppositori politici. Personalmente sono per la resistenza popolare nonviolenta praticata dai Comitati Popolari contro il Muro e l’occupazione, ma non dobbiamo dimenticare che secondo la Convenzione di Ginevra un popolo sottoposto ad occupazione militare ha il diritto di resistere militarmente per arrivare all’indipendenza”.

La liberazione di Barghouti e degli altri detenuti palestinesi è diventata una questione politica internazionale. Di recente la stessa Morgantini, in un articolo pubblicato sul Manifesto, ha annunciato: “In Francia 40 Comuni hanno già dato la cittadinanza onoraria a Marwan, adesso bisogna estenderla in ogni Paese a partire dall’Italia”.

Israele ha sempre usato i prigionieri come ostaggi: “Negli accordi di Oslo, la leadership palestinese non è stata capace di far diventare prioritaria la questione dei prigionieri e di prendere esempio da Mandela il quale sosteneva che ‘solo gli uomini liberi possono negoziare’. Lui ha negoziato da uomo libero”, ricorda la Morgantini. Quando gli è stato riferito che avrebbe avuto inizio la campagna per la sua liberazione, Barghouti ha preteso che l’iniziativa fosse rivolta a tutti i prigionieri politici.

Il 5 dicembre la Morgantini, Nurit Peled El Hanan, Leila Shahid, Gianni Tognoni e altri saranno a Roma per presentare i risultati del tribunale Russell sulla Palestina e promuovere la campagna lanciata a Robben Island: “Stiamo raccogliendo le firme al fine di formare un comitato che sostenga la campagna di liberazione di Barghouti”.

Più in generale, il governo israeliano si oppone alla liberazione di Barghouti perché vuole impedire che persone tanto stimate dai palestinesi come Marwan possano essere libere di intraprendere azioni politiche: “In pratica Barghouti è un pericolo per il governo di Netanyahu – sottolinea la Morgantini – Israele non vuole trovare una soluzione al conflitto ma, al contrario, intende proseguire la colonizzazione dei territori palestinesi sperando che non esplodano altri movimenti di rivolta. Lo Stato ebraico, insomma, vuole rimanere impunito”.

Qualche anno fa, quando era in carica un governo laburista, Israele aveva ventilato la possibilità di liberare Barghouti nell’ambito di precisi accordi politici: “Oggi, con il governo attuale, è estremamente difficile che ciò avvenga anche perché tra i ministri israeliani sono presenti conservatori religiosi e coloni. Questi ultimi costituiscono il 40% dei militari”.

L’unica soluzione sembrerebbe essere quella di un’azione internazionale volta a fare pressione sul governo israeliano: “Due settimane fa Netanyahu ha annunciato che proseguirà la costruzione del muro sul confine con la Giordania, nella Valle del Giordano. Così occuperanno nuove terre appartenenti ai palestinesi”, denuncia la Morgantini alla quale chiediamo su cosa poggia la speranza di liberare Barghouti e gli altri palestinesi: “Nessuna delle persone che erano a Robben Island lo scorso 27 ottobre avrebbe mai potuto immaginare che Mandela sarebbe stato liberato. Vedere la sua cella vuota, diventata adesso un museo, è un segno di speranza. Per liberare Marwan è necessario esercitare una forte pressione sui nostri governi affinché mettano in atto politiche sanzionatorie e di boicottaggio nei confronti di Israele, oltre che di applicazione degli accordi firmati in precedenza”.

Barghouti ha trascorso, complessivamente, più di diciotto anni in carcere, non ha visto crescere i suoi figli. “Marwan – spiega Morgantini – è stato sequestrato a Ramallah il 15 aprile del 2002 dall’esercito israeliano, subito dopo l’operazione di aggressione militare ‘Scudo difensivo’, lanciata in tutti i territori occupati, che ha causato la distruzione delle città e di tutte le infrastrutture, dei ministeri, delle scuole e delle strade, l’istituzione di centinaia e centinaia di checkpoint, misure di coprifuoco, assassinii extraterritoriali e demolizioni di case. Barghouti, che è stato condannato per azioni di resistenza militare a cinque ergastoli e 40 anni di prigione, non ha riconosciuto la legittimità della Corte che lo giudicava, analogamente a quanto aveva fatto Mandela per il suo popolo, e ha rivendicato il diritto dei palestinesi alla libertà, alla pace e alla democrazia’. È ormai passata alla storia la fotografia che lo ritrae con i polsi ammanettati e sollevati sopra la testa.

Concludendo il messaggio scritto dalla cella numero 28 della prigione di Hadarim ai promotori della campagna di liberazione, Barghouti ha pronunciato queste parole che non possono lasciare indifferenti: “Permettetemi infine di dire qualcosa a tutti voi: quando vi verrà chiesto da che parte state, scegliete sempre la parte della libertà e della dignità contro l’oppressione, dei diritti umani contro la negazione dei diritti, della pace e della convivenza contro l’occupazione e l’apartheid. Solo così si può servire la causa della pace e agire per il progresso dell’umanità”.

Fonte: Nena News

Intervista a Marwan Barghouti

Marwan Barghouthi in Tel Aviv on May 20, 2004 (photo by REUTERS)

Al-Monitor: Dopo undici anni di detenzione, cosa può dirci di questi lunghi anni da lei trascorsi, e che ancora trascorre, in isolamento?

Barghouti: Sono stato sequestrato il 15 aprile 2002, a Ramallah, nel centro della West Bank, dopo diversi tentativi falliti di assassinarmi attuati dalle forze di occupazione israeliane. Sono stato sottoposto a cento giorni di interrogatori in tre centri diversi, a al-Masqubia a Gerusalemme, a Petah Tikva e nella struttura segreta d’internamento No. 1391. Ho passato parecchi anni in isolamento, totalmente isolato dal mondo in una piccola cella dove cadeva sporcizia dal soffitto e c’erano scarafaggi, zanzare e ratti in abbondanza. La cella era priva di finestre, mancava di luce solare diretta e di aerazione. Uscivo ammanettato per un’ora al giorno in un piccolo cortile dove si infiltravano occasionalmente i raggi del sole, a seconda del tempo.

Mi erano concessi sei libri ogni sei mesi attraverso la Croce Rossa, in aggiunta ai giornali ebrei, poiché avevo appreso la lingua durante nel corso dei miei periodi precedenti nelle carceri israeliane.

Dopo un periodo di isolamento individuale sono stato trasferito all’isolamento di massa, dove mi trovo attualmente. Passo il tempo facendo esercizi al mattino, poi leggendo notizie locali, analisi e gli sviluppi in corso sul quotidiano Al-Quds, il solo giornale permesso. Ci sono consentiti dieci canali satellitari, selezionati dal servizio carcerario israeliano, tre dei quali sono in ebraico mentre gli altri sono in arabo. Usiamo questi canali per seguire gli sviluppi politici e gli eventi generali. Inoltre insegno e tengo conferenze a un certo numero di detenuti su politica, economia e storia.

Leggo dalle otto alle dieci ore al giorno e finisco otto libri al mese, poiché a ogni detenuto sono permessi due libri e ce li scambiamo. Ho letto romanzi arabi e internazionali.

Mi sono state inflitte cinque condanne all’ergastolo e una a quarant’anni di carcere. Ho rifiutato di appellarmi a un tribunale israeliano o di essere difeso da un avvocato, perché sono un membro palestinese del parlamento e godo dell’immunità parlamentare dal 1996. Sono stato anche rieletto nel 2006.

Al-Monitor: Come valuta l’attuale situazione politica palestinese e le prospettive di riconciliazione tra i movimenti di Fatah e di Hamas?

Barghouti: La situazione palestinese sta diventando sempre più impegnativa, perché Israele sta facendo deragliare il processo di pace e ne sta assicurando il fallimento, mantenendo nel contempo la politica di occupazione. Gli israeliani hanno eletto ancora una volta un governo che non desidera por fine all’occupazione e agli insediamenti, né raggiungere la pace con i palestinesi. La scena palestinese sta peggiorando a causa della divisione che ha avuto luogo anni fa. Abbiamo già proposto un’iniziativa chiamata “Documento di Riconciliazione Nazionale”, che è stato firmato da tutte le fazioni senza eccezioni, comprese Fatah e Hamas. Sfortunatamente i firmatari non hanno rispettato l’accordo.

Penso che per assicurare la vittoria di tutti i movimenti di liberazione e di tutti i popoli perseguitati sia necessaria l’unità nazionale. Noi speriamo che gli sforzi che sono stati compiuti sfoceranno nella riconciliazione, perché essa è un prerequisito per l’unità del popolo e la creazione di uno stato. Tuttavia la riconciliazione richiede una volontà libera, fede e convinzione circa la collaborazione tra tutte le parti, al fine di gettare le fondamenta per uno stato indipendente, sovrano e democratico.

Sono sicuro che il popolo palestinese si batterà per l’unità e la riconciliazione e, presto o tardi, metterà fine a queste incitazioni alla divisione. Dovrebbe far nuovamente riferimento al “Documento dei Detenuti Palestinesi” e creare un governo basato sul consenso costituito da ministri indipendenti per tenere elezioni parlamentari e presidenziali, oltre a elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese, non oltre la fine di quest’anno.

I circoli politici palestinesi che hanno scommesso sui negoziati hanno fallito e sono finiti in una situazione di stallo a causa delle politiche israeliane, che sono contrarie alla pace. Perciò io sollecito una strategia che sia basata sul far riferimento alle Nazioni Unite per ottenere uno status di membri a pieno titolo dell’ONU e di tutte le altre agenzie internazionali, in modo da poter firmare patti e accordi, rivolgersi alla Corte Penale Internazionale, collaborare con la comunità internazionale per isolare e boicottare Israele, imporgli sanzioni perché si ritiri nei confini del 1967, oltre a imporre blocchi economici, di sicurezza, amministrativi, negoziali e politici.  Contemporaneamente dovremmo intensificare ed espandere la resistenza popolare in modo che impegni tutte le fazioni e dirigenze.

Al-Monitor: Come considera la mediazione statunitense nel far avanzare il processo di pace, compresa la ripresa dell’Iniziativa di Pace Araba?

Barghouti: La pacificazione statunitense in Medio Oriente è fallita a causa del totale schieramento degli Stati Uniti dalla parte di Israele. Se gli Stati Uniti vogliono produrre risultati e promuovere la pace nella regione, devono esplicitamente e chiaramente chiedere al loro alleato di cessare l’occupazione delle terre del 1967 per aprire la via alla creazione di uno stato palestinese, la cui capitale sia Gerusalemme Est e che coesista in pace con Israele. Inoltre deve attuare la Risoluzione 194 sul diritto al ritorno e la liberazione di tutti i detenuti.

L’amministrazione statunitense deve riflettere profondamente sui motivi per cui i suoi tentativi sono risultati futili per vent’anni. Scoprirà allora che tale fallimento è stato la conseguenza del suo allineamento con Israele e della sua totale accettazione della posizione di Israele. Oggi è ora che gli Stati Uniti prendano una decisione coraggiosa e attuino la pace in Medio Oriente al più presto possibile, perché è già tardi e se non faranno una mossa, il rischio che la lotta nazionale diventi un conflitto che non conosca vie di mezzo è imminente. L’Iniziativa di Pace Araba è il punto più basso toccato dagli arabi in termini di accordo storico con Israele. La dichiarazione della delegazione ministeriale araba a Washington a proposito della modifica dei confini del 1967 e l’accettazione degli scambi di terre ha inflitto un grave danno alla posizione araba e ai diritti dei palestinesi, e ha stimolato l’appetito di Israele per ulteriori concessioni. Nessuno ha titolo a modificare i confini o a fare scambi di terre; il popolo palestinese insiste sul completo ritiro di Israele nei confini del 1967, oltre alla rimozione degli insediamenti.

Al-Monitor: Poiché non si è ottenuto alcun progresso politico al livello della soluzione a due stati, sono stati avanzati molti suggerimenti tra cui una confederazione Palestina-Giordania o un unico stato binazionale con Israele. Qual è la sua opinione al riguardo?

Barghouti: Finora la sola soluzione possibile  – alla luce delle considerazioni internazionali, regionali e palestinesi – è la soluzione a due stati. Questa soluzione non deve essere abbandonata e dovrebbero essere compiuti sforzi per por fine all’occupazione e creare uno stato sovrano. Gli israeliani devono sapere che il giorno in cui la pace regnerà nella regione, l’occupazione cesserà di esistere. E’ per questo che la prima cosa che è richiesta a Israele è l’annuncio della sua disponibilità a por fine all’occupazione, a ritirarsi nei confini del 1967 e ad accettare il diritto palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto di creare uno stato indipendente e sovrano con Gerusalemme Est come propria capitale.

Tuttavia la soluzione dei due stati ha di fronte la minaccia di essere schiacciata dai blindati dell’occupazione e dai bulldozer degli insediamenti. Politici e intellettuali palestinesi, comprese figure del movimento Fatah, stanno esprimendo opinioni a favore della rinuncia alla soluzione a due stati, in considerazione dell’intransigenza e dell’opposizione israeliana a questo piano. Queste figure sono favorevoli alla concentrazione su una lotta per ottenere un unico stato binazionale, basato sulla cittadinanza, l’uguaglianza e l’eliminazione del regime discriminatorio israeliano basato sull’occupazione, gli insediamenti e la discriminazione.

Io credo ancora che ci sia una possibilità di ottenere la soluzione a due stati, se Israele accetta onestamente ed esplicitamente di ritirarsi nei confini del 1967 e si impegna a ciò e riconosce uno stato completamente sovrano. Se la soluzione a due stati fallisse, l’alternativa non sarà uno stato unico binazionale bensì un conflitto persistente che si estenderà sulla base di una crisi esistenziale, una crisi che non conosce vie di mezzo.

Al-Monitor: Alcuni affermano che la pace con i palestinesi non è più una priorità per Israele, perché si sta ora concentrando sulle minacce dell’Iran, di Hezbollah e della Siria. Cosa si potrebbe fare per convincere Israele dell’importanza di raggiungere una pace finale con i palestinesi?

Barghouti: La realtà è che il popolo palestinese esiste in questa regione e continuerà a esistere in futuro. La chiave per la pace e la stabilità in Medio Oriente è la fine dell’occupazione e la creazione di uno stato palestinese indipendente e totalmente sovrano. La pace con i paesi della regione non porterà a una stabilità totale.

Gli israeliani si sbagliano se pensano che lo status quo non cambierà. Devono rendersi conto che la sicurezza non si può raggiungere senza la pace. Il popolo arabo è cambiato e Israele non può sfidare la regione per sempre. Ha la possibilità di raggiungere la pace con l’attuale Autorità Palestinese (PA) e questa opportunità potrebbe non ripresentarsi.

Inoltre Israele ha evitato di raggiungere una soluzione con i palestinesi e ha ignorato il diritto del popolo palestinese alla libertà, al ritorno e all’indipendenza. Ciò riflette un comportamento coloniale tirannico che assomiglia a quello di un’ostrica che nasconde la testa nella sabbia. Israele ha perso un’occasione storica di raggiungere la pace negli ultimi otto anni, quando Mahmoud Abbas era presidente della PA. Abbas ha attuato tutto ciò che era richiesto dalla road map e c’è stata una certa condizione di pace e sicurezza che gli israeliani non avevano mai sognato negli anni dell’occupazione.

Abbas si è anche opposto a tutte le forme di resistenza armata e ha creato un coordinamento senza precedenti sulla sicurezza con Israele. Cosa ha offerto Israele in cambio ai palestinesi? Ha giudaizzato Gerusalemme, espulso i residenti nella città, preso il controllo delle sue terre, arrestato i suoi bambini e chiuso le sue organizzazioni. Contemporaneamente, nella West Bank, ha ampliato la costruzione di insediamenti e l’esproprio delle terre, distrutto più case e operato più arresti … alla fine questo ha distrutto la soluzione a due stati e le successive speranze di pace.

Al-Monitor: Sembra che ci sia una nuova ondata di proteste pacifiche contro l’occupazione israeliana. Lei appoggia la resistenza pacifica o quella armata?

Barghouti: Il popolo palestinese torturato e oppresso ha il diritto di difendersi con tutti i mezzi approvati dalla Carta dell’ONU e dalla legge internazionale. La resistenza totale è quella più efficace e deve essere attuata secondo una visione strategica che comprenda tutti i fattori del potere. Durante ogni fare è saggio scegliere i metodi di resistenza convenienti che possono differire da quelli usati in altre fasi, a seconda delle circostanze e dei dati specifici. Nessun metodo di resistenza dovrebbe essere abbandonato.

Nel “Documento dei Detenuti Palestinesi” (o “Documento sulla Riconciliazione Nazionale”) tutte le fazioni palestinesi hanno concordato all’unanimità di centrare la resistenza sulle terre occupate nel 1967. In questa fase c’è una concentrazione sulla resistenza popolare nella West Bank e a Gerusalemme. Da molti anni i palestinesi praticano la resistenza popolare pacifica, in mezzo a tentativi continui di calmare la situazione. E tuttavia quale è stata la risposta di Israele?

Al-Monitor: Molti parlano della possibile assenza del presidente Abbas. Lei si considera un potenziale suo sostituto, visto che gode dell’appoggio di larghi segmenti dei sostenitori di Fatah?

Barghouti: Soltanto il popolo palestinese sceglierà liberamente ed equamente, attraverso elezioni democratiche, il nuovo presidente. Quando sarà raggiunto il consenso e sarà fissata la data finale delle prossime elezioni prenderò la decisione giusta. Tuttavia sono davvero orgoglioso della lealtà e della fiducia del popolo palestinese nelle sue figure militanti. Ricambio la fedeltà con la fedeltà e continuerò a lottare perché il mio popolo ottenga i suoi diritti alla libertà, al ritorno, all’indipendenza e alla pace.

Innanzitutto e soprattutto la cosa importante per me è garantire uno stato al mio popolo, oltre alla libertà, al diritto al ritorno e all’indipendenza. Ho dedicato tutta la mia vita a raggiungere quest’obiettivo e ho partecipato ad azioni di militanza e resistenza restando ancorato alla mia assoluta convinzione circa la giustezza di questa causa. Sono sicuro che la libertà arriverà, presto o tardi. L’occupazione è destinata a scomparire e il suo destino non sarà in nessun modo migliore di quello del regime razzista del Sud Africa.

Al-Monitor: In quale misura lei pensa che Fatah sia riuscito a conseguire i suoi obiettivi politici, considerata la sua storia?

Barghouti: Fatah ha rappresentato la prima reazione collettiva alla catastrofe dei profughi e allo stato di dispersione e di costrizione. Ha restituito al popolo palestinese la sua identità nazionale dopo che era stata cancellata  dal peso della Nakba. Ha ricostruito il movimento nazionale, guidato dall’OLP, e fatto enormi sacrifici. Inoltre Fatah ha riportato la Palestina nella mappa politica del Medio Oriente, dopo tentativi di seppellirla e di rimuoverla definitivamente.

Tuttavia il fallimento del processo di pace ha inflitto gravi danni a Fatah, che ha fatto seri tentativi di spingere tale processo alla riuscita e di raggiungere uno stato indipendente e ripristinare la pace. Il movimento non ha ottenuto quest’obiettivo finale per il nostro popolo a causa delle politiche di una successione di governi israeliani e dell’assenza di un serio leader israeliano disposto a por fine all’occupazione. A Israele manca tuttora un “[Charles] de Gaulle” che pose fine al colonialismo in Algeria e un “[F.W.] de Klerk” che smantellò il regime dell’apartheid in Sud Africa.

Il movimento Fatah ha di fronte numerose sfide chiave, tra cui: por fine all’occupazione e creare uno stato indipendente, garantire il diritto al ritorno ai profughi, garantire la liberazione dei prigionieri, sradicare le divisioni, raggiungere la riconciliazione e l’unità nazionale, creare una collaborazione nazionale basata sulla democrazia, svilupparne l’operatività interna, promuovere la democrazia che ha stabilito il quadro e i leader e tenere il proprio settimo congresso l’anno prossimo.

Al-Monitor: Qual è la sua posizione sulla cosiddetta Primavera Araba? Cosa significa per lei e per i palestinesi?

Barghouti: Le rivoluzioni democratiche arabe sono grandi eventi storici per la nazione araba, che si è dimostrata viva e vitale. Le giovani generazioni non accettano l’oppressione, la dittatura, la corruzione e la repressione delle libertà. Rifiutano di vivere sotto regimi arabi paralizzati, impotenti e sottomessi che sono privati della loro libera volontà e che rispondono al dominio e alla subordinazione politica, economica e legata alla sicurezza degli Stati Uniti.

Nei decenni passati le nazioni arabe non sono riuscite – singolarmente o collettivamente  – a costruire un regime politico democratico. Per questo motivo le rivoluzioni arabe hanno dimostrato l’autenticità del nostro popolo. Abbiamo assistito alla prima fase delle rivoluzioni che ha visto la caduta di numerosi regimi. Contemporaneamente altri regimi ne hanno tratto vantaggio muovendo passi notevoli in direzione delle riforme, promulgando nuove costituzioni che hanno posto fine ad anni di dittatura, oppressione e tirannia. In conseguenza, ciò ha posto le fondamenta per un regime arabo democratico che rispetti il pluralismo politico, religioso e intellettuale e per la creazione di uno stato indipendente.

Al-Monitor: Come vede il ruolo di Qatar, Iran ed Egitto in rapporto con la causa palestinese?

Barghouti: C’è un pericoloso rilassamento storico arabo e islamico quando si tratta della terra palestinese e del suo popolo, della sua causa e delle sue sacralità. Nonostante il sostegno che è stato offerto in un campo o nell’altro, non è ancora abbastanza. L’aiuto offerto non è all’altezza del livello del contrasto dei pericoli dell’aggressione, occupazione, degli insediamenti e della giudaizzazione di Gerusalemme, per non parlare delle aggressioni quotidiane a ciò che è sacro per i palestinesi.

Tutti i paesi arabi devono svolgere un ruolo chiave nel sostenere la lotta del popolo palestinese al fine di rafforzarla a ogni livello per por fine all’occupazione e creare uno stato palestinese indipendente e totalmente sovrano, con Gerusalemme come capitale. Dovrebbero svolgere un ruolo anche maggiore, caratterizzato dalla sua serietà e imparzialità, per raggiungere la riconciliazione e l’unità nazionale. Li sollecitiamo a usare le loro capacità e i loro poteri nell’interesse del popolo palestinese e della sua giusta lotta per la libertà, il diritto al ritorno e l’indipendenza.

Adnan Abu Amer è decano della Facoltà di Arti e capo della Sezione Informazione e Stampa, nonché docente di storia del problema palestinese, di sicurezza nazionale, scienze politiche e civiltà islamica presso l’Università Al Ummah per l’Istruzione Aperta. Ha un dottorato in storia politica dell’Università Demashq e ha pubblicato numerosi libri su temi legati alla storia contemporanea della causa palestinese e del conflitto arabo-israeliano. Su Twitter: @adnanabuamer1.

Barghouti: Arab Peace Plan Damages Palestinian Cause

Marwan Barghouti, who is one of the most prominent Fatah leaders in the West Bank and is currently detained in an Israeli prison, says the time is right for the US administration to take a bold decision and make peace in the Middle East as soon as possible.

Barghouti, who responded to written questions, warned that the alternative to a two-state solution is a “persistent conflict” that knows no middle ground. The jailed leader said Israel was not interested in peace, adding that “no methods of resistance should be abandoned” so long as it is in line with international law.

Barghouti also noted that the “peace process inflicted serious damage on Fatah,” while urging Palestinian factions to reconcile. He also criticized the recent Arab Peace Initiative headed by Qatar as “the lowest the Arabs have gone in terms of a historical settlement with Israel.” Below is the full interview transcript.

Al-Monitor:  After 11 years of detention, what can you tell us about these long years you have spent, and are still spending, in isolation?

Barghouti:  I was abducted on April 15, 2002, in Ramallah, in the central West Bank, after several failed assassination attempts conducted by the Israeli occupation forces. I underwent a 100-day interrogation in three different centers in al-Masqubia in Jerusalem, Petah Tikva, and the secret internment facility No. 1391. I spent several years in solitary confinement, completely isolated from the world in a small cell where soil was falling off the ceiling and where cockroaches, mosquitoes and rats were rife. The cell was windowless, lacking direct sunlight and aeration. I used to go out handcuffed for one hour a day to a small yard where sun rays occasionally infiltrated, depending on the weather.

I was allowed six books every six months through the Red Cross, in addition to Hebrew newspapers, since I mastered this language during my previous stints in Israeli prisons.

After a period in solitary confinement, I was moved to mass solitary confinement, where I currently am. I spend my time exercising in the morning, then reading local news, analyses and current developments in the daily Al-Quds — the only newspaper allowed in. We are allowed to watch 10 satellite channels, selected by the Israeli prison services, three of which are in Hebrew while the rest are in Arabic. We use these channels to follow up on political developments and general events. Additionally, I teach and lecture a number of detainees on politics, economics and history.

I read between eight to 10 hours per day and I finish eight books per month, since every detainee is entitled to two books and we swap them with one another. I have read Arab and international novels.

I was given five life sentences and sentenced to 40 years in prison. I refused to plead before the Israeli court or to be defended by a lawyer, because I’m a Palestinian member of parliament and I have enjoyed parliamentary immunity since 1996. Also, I was re-elected in 2006.

Al-Monitor:  How do you assess the current Palestinian political situation and the prospects for reconciliation between the Fatah and Hamas movements?

Barghouti:  The Palestinian situation is becoming more challenging because Israel is derailing the peace process and ensuring its failure, while maintaining the policy of occupation. The Israelis have once again elected a government that has no desire to put an end to the occupation and settlements, nor to achieve peace with the Palestinians. The Palestinian scene is worsening due to the split that took place years ago. We already put forth an initiative called the “National Reconciliation Document,” which was signed by all factions without exception, including Fatah and Hamas. Unfortunately, the signatories did not abide by the agreement.

I believe that national unity is necessary to ensure the victory of all liberation movements and persecuted peoples. We hope that the efforts that have been made will usher in reconciliation, because this is a prerequisite for the unity of the people and the establishment of a state. Yet, reconciliation requires free will, faith and a belief in partnership between all parties, in order to lay the foundation for an independent, sovereign and democratic state.

I am sure that the Palestinian people will stand up for unity and reconciliation, and, sooner or later, will oust those inciting division. They should refer again to the “Palestinian Prisoners’ Document” and form a consensus government made up of independent ministers to hold parliamentary and presidential elections, in addition to elections for the Palestinian National Council, no later than the end of this year.

The Palestinian political circles that placed their bets on negotiations have failed and hit a deadlock due to Israel’s policies, which are opposed to peace. Therefore, I call for a strategy that is based on referring to the United Nations to achieve full membership in the UN and all other international agencies, so as to be able to sign pacts and agreements, refer to the International Criminal Court, cooperate with the international community to isolate and boycott Israel, impose sanctions on it to withdraw to the 1967 borders, in addition to imposing economic, security, administrative, negotiating and political blockades. Meanwhile, we should intensify and expand the popular resistance in a way that engages all factions and leaderships.

Al-Monitor:  How do you view the US mediation to push the peace process forward, including the revival of the Arab Peace Initiative?

Barghouti:  US peacemaking in the Middle East has failed due to the United States’ full alignment with Israel. If the US wants to yield results and promote peace in the region, it has to explicitly and plainly ask its ally to cease the occupation of the 1967 lands to pave the road for establishing a Palestinian state, whose capital is East Jerusalem, and which coexists in peace with Israel. Additionally, it has to implement Resolution 194 on the right of return and release all detainees.

The US administration must deeply reflect on the reasons why its efforts have been futile for 20 years. It will then discover that this failure was the result of its alignment with Israel and its total acceptance of the Israeli stance. Now the time is right for the US to take a bold decision and make peace in the Middle East as soon as possible, because it is already late and if it does not make a move, the risk of the national struggle becoming a conflict that knows no middle ground is imminent. The Arab Peace Initiative is the lowest the Arabs have gone in terms of a historical settlement with Israel. The statements of the Arab ministerial delegation to Washington in regards to amending the 1967 borders and accepting the land-swap inflict great damage on the Arab stance and Palestinian rights, and stimulate the appetite of Israel for more concessions. No one is entitled to amend borders or swap land; the Palestinian people insist on Israel’s full withdrawal to the 1967 borders, in addition to removing the settlements.

Al-Monitor:  Since no political progress was achieved on the level of the two-state solution, many suggestions were set forth including a Palestine-Jordan confederation or a single, binational state with Israel. What is your opinion on this?

Barghouti:  Until now, the only possible solution — in light of international, regional and Palestinian considerations — is the two-state solution. This solution must not be abandoned, and efforts should be exerted to put an end to the occupation and establish an independent, sovereign state. The Israelis must know that the day peace reigns in the region, the occupation will cease to exist. That’s why, what is first required from Israel is to announce its readiness to end the occupation, withdraw to the 1967 borders and accept the Palestinian right of self-determination — including their rights to establish an independent, sovereign state, with East Jerusalem as its capital.

Yet, the two-state solution is facing the threat of being crushed by the occupation’s tanks and the settlements’ bulldozers. Palestinian politicians and intellectuals, including figures from the Fatah movement, are voicing their opinions in favor of giving up on the two-state solution, given Israel’s intransigence and opposition to this plan. These figures favor focusing the struggle on achieving a single, binational state, based on citizenship, equality and eliminating the discriminatory Israeli regime that is based on occupation, settlement and discrimination.

I still believe that there is a chance to achieve the two-state solution, if Israel honestly and explicitly agrees to withdraw to the 1967 borders and commits to it and recognizes a fully sovereign state. If the two-state solution fails, the substitute will not be a binational one-state solution, but a persistent conflict that extends based on an existential crisis — one that does not know any middle ground.

Al-Monitor:  Some say that peace with the Palestinians is no longer a priority for Israel, because they are now focusing on dealing with the threats of Iran, Hezbollah and Syria. What could be done to convince Israel of the importance of reaching a final peace with the Palestinians?

Barghouti:  The reality is the Palestinian people exist in this region, and will continue to do so in the future. The key to peace and stability in the Middle East is by ending the occupation and establishing an independent and fully sovereign Palestinian state. Peace with regional countries will not lead to total stability.

Israelis are mistaken if they think that the status quo will not change. They must realize that security cannot be achieved without peace. The Arab people have changed, and Israel cannot defy the region forever. It has the chance to reach peace with the current Palestinian Authority (PA), and this opportunity might not come again.

Moreover, Israel has avoided reaching a solution with the Palestinians and has neglected the Palestinian people’s rights to freedom, return and independence. This reflects tyrannical colonial behavior resembling that of an ostrich that buries its head in the sand. Israel has lost a historic chance to reach peace in the past eight years, when Mahmoud Abbas was the president of the PA. Abbas implemented everything that the road map for peace necessitated, and there was a certain state of peace and security that Israelis never dreamt of during the occupation years.

Abbas also opposed all forms of armed resistance, and he established unprecedented security coordination with Israel. What did Israel offer Palestinians in return? They Judaized Jerusalem, expelled the city’s residents, took control of its lands, arrested its children and shut down its organizations. Meanwhile, in the West Bank, they increased settlement building and land expropriation, destroyed more houses and made more arrests … in the end, this destroyed the two-state solution and the subsequent hopes for peace.

Al-Monitor:  It seems that there is a new wave of peaceful protests against the Israeli occupation. Do you support armed or peaceful resistance?

Barghouti:  The tortured and oppressed Palestinian people have the right to defend themselves by all means approved by the UN charter and international law. Total resistance is the most effective, and must be implemented according to a strategic vision that includes all factors of power. During every stage, it is wise to choose the convenient methods of resistance that may differ from those used in other stages, according to the given circumstances and data. No methods of resistance should be abandoned.

In the “Palestinian Prisoners’ Document” (or the “National Reconciliation Document”), all the Palestinian factions unanimously agreed on centering the resistance in the 1967 occupied lands. During this stage, there is a focus on popular resistance in the West Bank and in Jerusalem. For several years, Palestinians have been practicing peaceful popular resistance, amid ongoing efforts to calm the situation. Yet, what was the Israeli response?

Al-Monitor:  Many people are talking about the possible absence of President Abbas. Do you see yourself as a potential substitute for him, since you enjoy the support of large segments of Fatah supporters?

Barghouti: The Palestinian people alone get to choose freely and fairly, through democratic elections, the next president. When consensus is reached and a final date for the upcoming elections is set, I will take the right decision. I do feel proud, though, of the Palestinian people’s loyalty and trust in their militant figures. I return loyalty with loyalty, and I will keep fighting for my people to get their rights to freedom, return, independence and peace.

First and foremost, the important thing for me is to ensure a state for my people, in addition to freedom, the right of return and independence. I have dedicated my whole life to fulfilling this goal, and I have participated in acts of militancy and resistance while clinging to my absolute conviction in the justice of this cause. I am certain that freedom will come, sooner or later. The occupation is bound to disappear, and its fate will not be any better than that of the racist regime in South Africa.

Al-Monitor:  To what extent do you think Fatah has succeeded in achieving its political goals, given its history?

Barghouti:  Fatah constituted the first collective Palestinian response to the refugee catastrophe and to the state of dispersion and compulsion. It gave the Palestinian people their national identity back, after it was washed away by the weight of the Nakba. It re-established the national movement, led by the PLO, and made huge sacrifices. Moreover, Fatah brought Palestine back to the political map of the Middle East, after attempts to bury it and remove it for good.

However, the failure of the peace process inflicted serious damage on Fatah, which made serious attempts to push this process to succeed and to reach an independent state and restore peace. The movement did not achieve this ultimate goal for our people because of the policies of successive Israeli governments and the absence of a serious Israeli leader willing to end the occupation. Israel still lacks the “[Charles] de Gaulle” who ended French colonialism in Algeria, and the “[F. W.] de Klerk” who destroyed the apartheid regime in South Africa.

The Fatah movement is facing a number of key challenges, including: ending the occupation and establishing an independent state, guaranteeing the right of return for refugees, securing the release of prisoners, eradicating the division, reaching reconciliation and national unity, establishing a national partnership based on democracy, developing its internal performance, promoting democracy that has set frames and leaders, and holding its seventh conference next year.

Al-Monitor:  What is your take on the so-called Arab Spring? What does it mean to you and the Palestinians?

Barghouti:  The democratic Arab revolutions are huge historical events for the Arab nation, which has proven itself to be alive and beating with life. The young generations do not accept oppression, dictatorship, corruption and the repression of freedoms. They refuse to live under crippled, helpless and subservient Arab regimes that are deprived of their free will and that answer to the political, economic and security-related American domination and subservience.

Throughout the past decades, the Arab nations have failed — whether single-handedly or collectively — to build a democratic political regime. For this reason, the Arab revolutions have shown the authenticity of our people. We have witnessed the first phase of the revolutions that saw the fall of several regimes. Meanwhile, other regimes benefited and took remarkable steps toward reform, through promulgating new constitutions that ended years of dictatorship, oppression and tyranny. Consequently, this laid the foundation for a democratic Arab regime that respects political, religious and intellectual pluralism and for the establishment of an independent state.

Al-Monitor:  How do you see the roles of Qatar, Iran and Egypt vis-à-vis the Palestinian cause?

Barghouti:  There is a dangerous historical Arabic and Islamic slackening when it comes to the Palestinian land and its people, cause and sanctities. Despite support that has been offered in one field or another, it is still not enough. The aid provided is not up to the level of facing the dangers of the aggression, occupation, settlement and the Judaization of Jerusalem, not to mention the daily attacks on sanctities.

All Arab countries must play a key role in supporting the struggle of the Palestinian people in order to enhance it on all levels to end the occupation and establish a fully sovereign and independent Palestinian state, with Jerusalem as capital. They should also play an even bigger role characterized by its seriousness and impartiality to reach national reconciliation and unity. We call on them to use their capacities and powers for the sake of the Palestinian people and their just struggle for freedom, the right of return and independence.

Adnan Abu Amer is dean of the Faculty of Arts and head of the Press and Information Section as well as a lecturer in the history of the Palestinian issue, national security, political science and Islamic civilization at Al Ummah University Open Education. He holds a doctorate in political history from the Demashq University and has published a number of books on issues related to the contemporary history of the Palestinian cause and the Arab-Israeli conflict. On Twitter: @adnanabuamer1

May 28, 2013

thanks to: Adnan Abu Amer

Z Net Italy

LIBERARE TUTTI E SUBITO!!! Libertà per i prigionieri politici palestinesi Libertà per tutti i rivoluzionari anticapitalisti e antimperialisti Mercoledì 17 Aprile ore 17 Sit in davanti al Colosseo Appello in Italiano e English

LIBERARE TUTTI E SUBITO!!!

Libertà per i prigionieri politici palestinesi.

Libertà per tutti i rivoluzionari anticapitalisti e antimperialisti

 

Il 17 aprile è la giornata internazionale del prigioniero politico palestinese, sono 4812 i detenuti nelle carceri israeliane tra loro ci sono oltre 219 minorenni, dal 1967 in oltre 750.000 sono passati per le prigioni israeliane, una cifra equivalente al 20% del popolo della Palestina occupata.
Crediamo sia giusto ed importante rispondere all’appello lanciato dalle organizzazioni palestinesi organizzando manifestazioni e presidi in tutta Italia , dando forza e sostegno alla lotta che da oltre due anni portano avanti i prigionieri palestinesi contro un impianto di detenzione brutale, per il rispetto dei diritti umani e la fine del sistema di detenzione amministrativa e della tortura. Il 23 febbraio scorso, un giovane palestinese Arafat Jaradat è morto nel carcere di Megiddo in seguito alle sevizie inflittegli dall’esercito israeliano. Il diritto di resistenza, questo è ciò che il sionismo e l’imperialismo vogliono seppellire nelle carceri, israeliane di Megiddo, Nafha, Ofer, colpendo uomini e donne del popolo, militanti insieme a figure storiche e dirigenti politici come Ahmed Saa’dat Segretario Generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina o Marwan Barghouti Segretario Generale di Al Fatah in Cisgiordania. A questi prigionieri si aggiungono i detenuti di diverse nazionalità arabe fatti prigionieri, nel corso dei conflitti scatenati da Israele poi scomparsi nelle prigioni militari di massima sicurezza.
La lotta del popolo palestinese non è diversa e non può essere separata dalla lotta di quanti in tutto il mondo si battono per il progresso, l’indipendenza e l’autodeterminazione del proprio popolo; è lo stesso sistema di interessi economici e politici imperialisti che, in forme diverse da paese a paese, impone il suo brutale dominio a danno dei popoli.
All’interno dell’Europa e dell’ intera area mediterranea la repressione colpisce duramente i movimenti sociali e politici, che si oppongono alle poltiche antipopolari e reazionarie della Troika, mentre ancora più duramente vengono attaccate le organizzazioni della sinistra di classe che guidano i processi di autodeterminazione e di indipendenza. L’UE non accetta di essere messa in discussione e per questa ragione offre il pieno sostegno al governo spagnolo nella repressione della sinistra patriottica basca, e sostiene la Turchia nella repressione del movimento di liberazione curdo che vede il suo leader da oltre 15 anni sepolto vivo nel carcere di Imrali, grazie alla complicità del governo D’Alema.
La lotta antimperialista in America Latina sta vivendo il suo momento più alto, ma l’imperialismo non accetta di veder crescere il processo rivoluzionario e socialista messo in campo dai paesi dell’ALBA, a cui si affianca l’azione dei governi progressisti e antimperialisti. E’ un continente che sta costruendo la sua indipendenza su basi avanzate di democrazia reale partecipativa economica e politica ma contro il quale le oligarchie reazionarie attuano ogni forma di guerra economica, sociale e militare , uccidendo e imprigionando i dirigenti politici e sindacali (è ad esempio il caso, del Perù, del Cile o della martoriata Colombia).
L’imperialismo non accetta chi si ribella al suo dominio, chi resiste e costruisce processi socialisti consolidati, e per questa ragione si accanisce contro il percorso di indipendenza della rivoluzione socialista cubana. Non solo l’infame blocco economico-finanziario da oltre 50 anni, ma l’attività anticomunista a guida imperialista ha colpito Cuba con continui attacchi terroristici,che hanno provocato migliaia di morti ; è in tale violento contesto controrivoluzionario a guida USA-CIA che va collocata e interpretata politicamente l’ingiusta e assurda detenzione da 14 anni di 5 agenti antiterroristi cubani che sono ostaggi di Washington,con l’unica accusa di aver scoperto e denunciato e ostacolato la violenta attività eversiva di formazioni terroristiche anticubane molto attive , promosse e sostenute dai diversi governi statunitensi, repubblicani e democratici.
Invitiamo a partecipare e a costruire iniziative unitarie per il 17 Aprile rafforzando la giornata del prigioniero politico palestinese e rivendicando la libertà per tutti i combattenti anticapitalisti e antimperialisti detenuti .
L ’accusa contro questi uomini e donne, contro questi compagni rivoluzionari, è di resistere combattendo contro la violenza dell’occupazione imperialista e contro l’ingiustizia sociale. LIBERARE TUTTI E SUBITO!!!

Mercoledì 17 Aprile ore 17 Sit in davanti al Colosseo

organizzano
Forum Palestina, Rete dei comunisti, Collettivo Militant ,Capitolo italiano della Rete delle Reti in Difesa dell’Umanità

www.forumpalestina.org
www.retedeicomunisti.orgwww.militantblog.orgwww.nuestra-america.it

per adesioni inviare una email a :
freedomforrevolutionaries@gmail.com


FREE ALL NOW!!!
Freedom for Palestinian political prisoners
Freedom for all anti-capitalists and anti- imperialist prisoners
Freedom for the five Cuban heroes

April 17th will be the international Day of Palestinian Political Prisoners. 4812 people are jailed in Israeli jails; among them more than 219 under 18, from 1967 on, more than 750.000 Palestinians have been jailed, about 20% of occupied Palestine’s population.
We feel we must answer the call of the Palestinian organizations by organizing demonstration in Italy, to strengthen and support the struggle that Palestinian prisoners have been fighting since two years against a brutal detention, to respect their human rights, against administrative detention and torture. On February 23th a young Palestinian, Arafat Jaradat, died in Megiddo jail after being tortured by Israeli Army. Zionism and imperialism are trying to bury the right to resist in Megiddo, Nafha, Ofer prisons, where people’s men and women, militants and leaders such as Ahmed Saa’dat, General Secretary of the Palestinian People’s Liberation Front, and Marwan Barghouti, Cisgiordania’s General Secretary of Al Fatah, are jailed. There also are several militants from different Arab nations, captured during the Israeli-launched wars and disappeared in the military jails.
The struggle of the Palestinian people is not different and cannot be separated from the struggles by those who fight for progress, independence and self-determination of their peoples worldwide; the same imperialist political and economic interests system, although by different means, imposes its brutal dominance against the peoples.
Inside Europe and in the whole Mediterranean area repression is hardly hitting the social and political movements against the Troika’s reactionary and anti-people policies, while attacking harder still the class-oriented left-wing organizations leading self determination and independence processes. EU does not tolerate to be questioned, so it supports the Spanish government’s repression of the Basque patriotic left, and it supports Turkey against Kurdish liberation movement. The Kurdish leader is buried alive in Imrali jail since fifteen years, thanks to the accomplice D’Alema Italian government.
Anti-imperialist struggle has its peak in Latin America, but imperialism does not accept te growth of the socialist revolutionary process of the ALBA countries, and the action of progressive and anti-imperialist governments. A whole continent is building its independence in an advanced participative real democracy, both economic and political. Against that reactionary oligarchies are waging economic, social and military war, by killing and jailing political and trade-union leader ( it happens in Chile, Peru, and Colombia).
Imperialism cannot tolerate rebellion against its dominance, or resistance and construction of consolidated socialist processes, and this is why it attacks the independence path of the Cuban revolution. Besides the infamous 50-years economic and financial blockade, imperialist-led anti-communist activity have been attacking Cuba by continued terrorist actions, causing victims by the thousand. In this USA-CIA violent counter-revolutionary framework the absurd and unjust detention since more than 14 years of 5 Cuban counter-terrorist agents must be put and politically analyzed. Their only guilt is discovering and denouncing the violent terrorist activity of anti-Cuban terrorist formations, supported by both Democratic and republican US administrations.
We thus call to organize and join initiatives on April 17th, supporting the Day of the Palestinian Political Prisoner and demanding freedom for all anti-imperialist and anti-capitalist prisoners worldwide.
These men and women, these revolutionary comrades, are accused of fighting against the violence of imperialist occupation and social injustice.
FREE ALL NOW!!!

Wednesday. April 17th sit-in in front of the Coliseum, Rome

Organized by:
Forum Palestina, Rete dei Comunisti, Collettivo Militant, Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità

www.forumpalestina.orgwww.retedeicomunisti.orgwww.militantblog.orgwww.nuestra-america.it

to join send an email to:
freedomforrevolutionaries@gmail.com