Perché contro i Mapuche?

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Darío Aranda

È il bersaglio scelto dal governo nazionale e dai media governativi. Tutti i popoli indigeni dell’Argentina chiedono la stessa cosa: territorio.

Hanno diverse metodologie di lotta, ma nessuna provoca tanta diffidenza (politica, giudiziaria, mediatica, sociale) come il modo di agire del Popolo Mapuche. “Terroristi”, “cileni”, “hanno ucciso i tehuelche” (tribù non mapuche, ndt), sono alcune delle definizioni che la voce ufficiale ha stabilito in diversi momenti della storia e si ripetono fino ad ora. A due mesi dall’assassinio alle spalle di Rafael Nahuel e dopo la creazione di un “comando unificato”, merito della ministra Patricia Bullrich, si va avanti con la criminalizzazione. Razzismo, diritti lesi e in fondo: il territorio disputato. Un articolo di Darío Aranda per “lavaca”.

Gennaio, agosto e novembre 2017. Tre momenti: feroce repressione contro il Pu Lof In Resistenza di Cushamen (Chubut), scomparsa di Santiago Maldonado e assassinio di Rafael Nahuel (nella Villa Mascardi, Río Negro). Come mai prima, i mezzi di comunicazione hanno fatto fuoco sui “mapuche”. La situazione mapuche si è insediata, nel peggiore dei modi, nell’agenda nazionale.

Diana Lenton, dottoressa in antropologia e docente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA, dichiara che l’avanzata contro il Popolo Mapuche ha una base fondamentale nel razzismo. Spiega che le comunità mapuche fanno le medesime richieste del Popolo Qom, ma esprimono il loro messaggio in modo differente, “da uguale ad uguale” di fronte al non mapuche. “Il punto di vista razzista non tollera che un indigeno si posizioni da uguale ad uguale”, afferma.

La Lenton mette in evidenza che molte persone di solito dicono di non essere razziste perché “aiutano” un determinato gruppo, ma quando il destinatario esce da questa situazione tutto cambia. “Tollerano ‘l’altro’ quando sta sotto uno, ma non tollerano che quell’altro lo tratti da uguale ad uguale”.

Membro della Rete di Ricercatori sul Genocidio e la Politica Indigena, aggiunge che c’è una generazione di dirigenti mapuche molto preparata, con una formazione politica e universitaria, e questo aumenta la diffidenza razzista. E quei dirigenti mapuche fanno un buon uso dell’oratoria e dei mezzi di comunicazione, per cui il loro discorso è forse più efficace di altri popoli.

Territori e compagnie

C’è una coincidenza nella quale un elemento centrale è la lotta per il territorio, con attori che passano sopra i diritti indigeni (imprese petrolifere, minerarie, grandi tenute; sempre d’accordo con settori politici e giudiziari). “Bisogna tenere presente perché imprese e perché attività economiche vogliono svilupparsi nei territori dove vivono le comunità mapuche”, mette in allarme la Lenton.

Lefxaru Nawel, membro della zonale Xawvnko della Confederazione Mapuche di Neuquén, conferma il rifiuto del fracking (in particolare a Vaca Muerta), delle attività minerarie e delle dighe, che sgomberano e inondano i territori ancestrali. Ed evidenzia un altro fattore particolare del Popolo Mapuche, i “recuperi territoriali”, quando le comunità identificano un luogo ancestrale oggi nelle mani delle grandi imprese o dei proprietari terrieri, e decidono di ritornare. Sebbene esistano alcune esperienze di recuperi territoriali di altri popoli (comunità pilagá a Formosa), questo è soprattutto proprio del Popolo Mapuche. “Più di 25 anni fa noi comunità decidemmo di fare un uso effettivo dei nostri diritti e di tornare nei territori che ci appartengono”, dichiara Nawel.

Colonizzazione tardiva

Lefxaru Nawel non dubita che negli ultimi mesi ci sia stata una campagna politica e mediatica per criminalizzare le comunità originarie della Patagonia. “Solo da poco sono passati i 130 anni della fine della conquista, per mano dello stato argentino, mentre i popoli indigeni del nord argentino l’hanno subita 300 o 400 anni fa, per mano degli spagnoli”, ricorda. E, d’altra parte, puntualizza che il Popolo Mapuche ha la particolarità di proporre la necessità di una nazione, non in termini secessionisti, ma di sovranità sui territori, autonomie, con proprie autorità. “È un progetto che comporta un profondo dibattito sullo stato plurinazionale, forse altri popoli non lo propongono così apertamente e questo comporta che i settori reazionari prendano posizioni repressive”, afferma.

Indomiti e transfrontalieri

Eduardo Hualpa è un avvocato specializzato in diritto indigeno, con più di venti anni di lavoro insieme alle comunità mapuche-tehuelche di Chubut. Crede che la diffidenza contro il Popolo Mapuche abbia molteplici cause, tra le quali che si tratta di “uno dei popoli più agguerriti, più indomiti, con dirigenti con un alto profilo in spazi regionali, nazionali e internazionali”. Afferma che la politica del governo nazionale è “puntare alla testa dei dirigenti mapuche e silenziare le proteste”.

Segnala anche la particolarità della grande estensione territoriale che abbracciano le comunità mapuche, con una presenza in cinque province, fatto che “gli ha dato una grande dinamica, differente nella loro lotta” ed evidenzia che si tratta dell’unico popolo che alza la bandiera dei recuperi territoriali.

Evidenzia che è nota anche la presenza mapuche in ambiti giudiziari. Hualpa è autore del libro “Diritti Costituzionali dei Popoli Indigeni”, dove ha scoperto che la metà delle sentenze nelle cause indigene riguardano comunità mapuche. È il popolo indigeno che litiga di più nei tribunali.

“Un fattore che fa pensare è che si tratta di un popolo transfrontaliero (Argentina e Cile), al quale calzano molto bene le teorie sulla sicurezza continentale che sono promosse dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti”, mette in allarme Hualpa, membro dell’Associazione degli Avvocati di Diritto Indigeno (AADI).

Estrattivismo e classe sociale

Adrián Moyano è laureato in Scienze Politiche e giornalista, ha scritto tre libri sul Popolo Mapuche e da 27 anni vive a Bariloche. Afferma che “l’offensiva e le repressioni” contro il Popolo Mapuche sono in relazione con l’annunciata “pioggia di investimenti” che il governo nazionale promette per la Patagonia. E precisa che un attore di peso è l’Eximbank, organizzazione finanziaria pubblica degli Stati Uniti che finanzia investimenti di compagnie statunitensi all’estero. “Vari di quei progetti passano per Neuquén, Río Negro e Chubut, e sono relativi allo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali e a progetti idroelettrici”, spiega Moyano.

Indica come esempio l’intenzione di una diga sul fiume Corcovado, contrastato dalla popolazione della città con il medesimo nome e dalla comunità mapuche Pillán Mahuiza. Sebbene il progetto abbia quasi due decenni, serve per approvvigionare di energia la compagnia Aluar, annunci ufficiali segnalano un tentativo di rilancio.

Moyano ricorda che il presidente Macri è solito riposare nel country club Cumelén di Villa la Angostura, e che poco tempo dopo essere stato eletto ha avuto un incontro con Joe Lewis, “signore feudale della zona e, come Benetton, con il controllo sulle fonti d’acqua e i progetti idroelettrici”.

Un fattore storico che evidenzia è che il Governo “è giunto al potere con lo speciale appoggio del settore sociale che ha beneficiato della Campagna del Deserto”. Il caso più emblematico è la nomina del presidente della Società Rurale Argentina, Luis Miguel Etchevehere, a capo del Ministero dell’Agroindustria. “L’appartenenza a quella classe sociale di funzionari importanti  è un fattore che spiega il particolare accanimento contro i mapuche, nell’ambito di un Governo che aumenta la stigmatizzazione dei popoli indigeni”, afferma Moyano.

Il Comando di Bullrich

“Comando unificato”, è stato il nome scelto dalla ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich, per battezzare uno spazio promosso dal governo nazionale e organizzato con i governi di Neuquén, Río Negro e Chubut.

“Dopo otto anni di un crescente aumento della violenza, la Ministra della Sicurezza insieme ai ministri di Governo di Chubut, Pablo Durán, della Sicurezza di Neuquén, Jorge Lara, e al ministro della Sicurezza di Río Neogro, Gastón Pérez Estevan, hanno creato un comando unificato per affrontare la problematica. Con 96 cause giudiziarie contro di loro, questo gruppo violento ha intensificato i propri attacchi, intimorendo tutti i cittadini”, annuncia il comunicato del governo nazionale, datato 27 dicembre 2017.

Secondo il Governo, si registra “un incremento delle azioni violente e delinquenziali dell’organizzazione Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), il braccio armato di un movimento di liberazione etnonazionalista chiamato Movimento Autonomo del Puel Mapu (MAP). La RAM e il MAP, e la loro organizzazione madre situata in Cile, il Coordinamento Arauco Malleco (CAM) promuovono una lotta insurrezionale contro gli stati argentino e cileno che persegue il fine ultimo di separare i cosiddetti ‘territori ancestrali’ di ambedue paesi, e confermare un nuovo stato retto da un proprio governo”.

Le chiama anche “organizzazioni estremiste” e le accusa di ricevere il sostegno di “gruppi anarchici e di sinistra radicale che utilizzano il loro nome e i loro simboli per commettere azioni violente nelle grandi città”.

RAM. Rapporto congiunto realizzato dal Ministero della Sicurezza della Nazione e dai governi di Río Negro, Neuquén e Chubut”, è il nome della “indagine” che ha presentato Patricia Bullrich. Si tratta di 180 pagine zeppe di imprecisioni, falsi dati, supposizioni e pone i mapuche come nemico interno, pericoloso, terrorista. “La RAM sarebbe legata a comunità aborigene radicalizzate nelle province di Río Negro, Chubut e Neuquén (…) Non riconosce lo Stato Argentino, la sua organizzazione, le sue leggi, e le istituzioni, cercando di imporre con la forza e il timore le proprie idee di non appartenenza alla Nazione Argentina (…) Agiscono nella clandestinità, con i visi coperti e portando armi da fuoco, pugnali, fionde, bombe molotov, bastoni e pietre. Incendiano proprietà, danneggiano installazioni, rubano bestiame, bloccano strade e la fornitura di elettricità, minacciano gli abitanti, intimidiscono e lanciano pietre contro i passanti, non permettono la libera circolazione, sparano, uccidono anche.

La seconda settimana di gennaio, il presidente Macri ha ricevuto i governatori di Chubut (Mariano Arcioni) e di Río Negro (Alberto Weretilneck), in vacanza nel country Cumelén di Villa la Angostura. “La questione mapuche” (come è chiamata da parte del potere) è stata nell’agenda politica.

“Una volta di più, assistiamo ad una misura del governo nazionale e dei governi di Neuquén, Río Negro e Chubut, che attenta contro leggi e principi democratici consacrati nella Costituzione Nazionale, configurando un altro passo nell’aumento della persecuzione dei popoli indigeni”, ha avvisato il Tavolo Nazionale per la Pace e il Dialogo Interculturale, formato da Adolfo Pérez Esquivel, Fernando Pino Solanas, Roberto Gargarella, Diana Lenton, Maristella Svampa e Alcira Argumedo, tra gli altri.

Allo spazio partecipano anche la Confederazione, il Parlamento Mapuche-Tehuelche di Río Negro e il Parlamento Plurinazionale. “La creazione di un comando con forze di sicurezza a carattere interprovinciale e nazionale il cui obiettivo è combattere questo ‘nemico mapuche’ ricorda la terribile storia del terrorismo di stato in Argentina”, hanno avvisato le organizzazioni indigene.

Anche il Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale (Correpi), insieme a mezzo centinaio di organizzazioni, ha ripudiato la creazione del comando unificato: “Lo Stato, nuovamente, cerca di demonizzare e dividere diversi movimenti popolari, con l’obiettivo di creare un nemico interno, un capro espiatorio per giustifichare il vertiginoso aumento della repressione della protesta sociale di fronte alle permanenti misure antipopolari che porta avanti.

Facendo il gioco

Il 10 gennaio, il Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu (MAP) ha emesso un comunicato con il quale ha denunciato la politica repressiva del governo nazionale. E ha anche rivendicato le modalità d’azione della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), giusto lo spazio che il Governo mette in discussione e tema della campagna mediatica dei grandi quotidiani.

“La Resistenza Ancestrale Mapuche è esistita, esiste ed esisterà fino a quando il Popolo Mapuche continuerà ad essere oppresso dallo stato argentino (…) Di fronte a queste minacce, alla violenza e all’assoggettamento esercitato dallo stato e dal capitalismo transnazionale, il fatto è che sono stati organizzati gruppi di resistenza nelle comunità e nelle zone rurali per difendere il territorio mediante azioni di sabotaggio”, spiega il comunicato.

Segnala che il MAP è “una proposta politica e filosofica” e sostiene che “le comunità allineate alla proposta politica del MAP riconoscono l’esistenza della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

Nessuna comunità mapuche firma il comunicato. Nessuna comunità mapuche si identifica in pubblico come parte della RAM.

Il comunicato del 10 gennaio è funzionale alla strategia repressiva del governo nazionale.

Lo scorso settembre, una decina di organizzazioni mapuche aveva emesso un inusuale e duro comunicato: “Di fronte al drammatico o grottesco appello della Resistenza Ancestrale Mapuche”.

“Non avalliamo, non giustifichiamo, non aderiamo a nessuna RAM. La RAM e la controfaccia, che è il piano di repressione dello stato, è il sintomo della mancanza di un dialogo politico istituzionale serio. Il Popolo Mapuche rivendica i diritti umani e la non violenza come metodo di rivendicazione dei diritti”, evidenzia lo scritto firmato dai referenti del Coordinamento del Parlamento Popolo Mapuche-Tehuelche di Río Negro, della Confederazione Mapuche Neuquina (Zonali Xavnko, Pewence, Willice e Lafkence) e delle comunità di Santa Fe, Chubut e Santa Cruz. Contestano duramente la RAM: “Oggi sorge una espressione che si autodefinisce mapuche, che attraverso comunicati e volantini si rende responsabile di azioni dirette, con attacchi fisici e distruzioni materiali di presunti ‘obiettivi nemici’ che in modo grottesco ed evidente sembra più l’agire di un gruppo di intelligence che la lucidità e capacità di resistenza culturale che ha avuto il popolo mapuche in decenni di repressione”.

Hanno ricordato che il popolo mapuche ha sempre rivendicato il dialogo come forma di risoluzione dei conflitti. “Come è possibile che assurdi volantini che rivendicano violenza, aggressioni fisiche, incendi di beni di lavoratori, di spazi pubblici, siano proprio di persone che si identificano con una storia come quella mapuche. Crediamo che sia opera di una montatura, dell’agire dei servizi di intelligence degli stati argentino e cileno, per approntare un piano per l’applicazione della legge antiterrorismo; costruendo così uno scenario che giustifichi una politica repressiva”.

Violenza e impunità

Il 17 gennaio la comunità mapuche Las Huaytekas ha denunciato un attacco incendiario nelle sue abitazioni. La polizia non ha perseguito gli attaccanti. E il Potere Giudiziario ha i suoi tempi (lunghi) per indagare i fatti di violenza contro i mapuche.

Giovedì 25 gennaio si compiono due mesi dall’assassinio alle spalle, per mano della Prefettura, di Rafael Nahuel, giovane mapuche. Nonostante che il proiettile mortale sia del medesimo calibro di quelli utilizzati dalle forze statali, nessun effettivo è stato processato dal giudice Gustavo Villanueva né allontanato dal suo incarico da Patricia Bullrich.

Ci saranno manifestazioni nella città di Buenos Aires, nella capitale neuquina e a Bariloche. “È stato lo Stato, è stata la prefettura. Nessun altro morto per la difesa del territorio”, invita la convocazione a Bariloche, promossa da organizzazioni sociali, comunità mapuche, familiari e amici di Rafael Nahuel.

Il manifesto di invito mostra una foto di Rafael Nahuel in un corteo, che suona un ñolkiñ (strumento mapuche). A lettere rosse, due parole riassumono ciò che chiede la famiglia Nahuel e anche un debito storico verso i popoli indigeni: “Giustizia ora”.

25/01/2018

lavaca

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Darío Aranda, ¿Por qué contra los Mapuches?” pubblicato il 25-01-2018 in lavacasu [http://www.lavaca.org/notas/por-que-contra-los-mapuches/] ultimo accesso 06-02-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

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Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton

Ripubblichiamo questo articolo da Earth RiotEarth Riot che fa un preciso quadro della situazione discriminatoria e repressiva nei territori Mapuche in Argentina.

Un’ondata repressiva che non riconosce la libertà di protesta e l’inalienabile diritto alla vita, ma, al contrario, condanna e criminalizza la resistenza dei popoli.

Il governo Macri attraverso il documento Comando unificato contro la violenza della RAM, redatto nel dicembre 2017 dal ministro della sicurezza nazionale Patricia Bullrich, ha ripristinato termini e metodologie di azione dei tempi bui, identificando come estremisti, guerriglieri e terroristi i/le Mapuche.
Un documento funzionale a legittimare (agli occhi dell’opinione pubblica) la protezione offerta alla multinazionale Benetton (puntualmente supportata dalle forze dell’ordine locali nell’opera di acaparramento delle terre ancestrali nella Patagonia argentina) e la detenzione di Facundo Jones Huala (guida della Resistenza Ancestrale Mapuche e, per questo, prigioniero politico dal giugno 2017), oltre a giustificare le uccisioni di Santiago Maldonado e Rafael Nahuel per mano del governo argentino.

Una repressione retro-attiva che in questi giorni si sta abbattendo su chi ha offerto supporto alla resistenza Mapuche fin dalle prime incursioni della polizia nella comunità Pu Lof di Cushamen: teatro di numerosi scontri tra cui quello che nell’agosto del 2017 costò la vita a Santiago.

Dopo esser stat* rapit* e torturat* dalla polizia e dagli impiegati Benetton nel gennaio 2017, le persone che all’epoca erano accorse nel Pu Lof per offrire supporto alla resistenza Mapuche si vedono ora (a causa del suddetto documento) criminalizzate e accusate di terrorismo dal ministro Bullrich, come racconta Ivana Huenelaf, una delle numerose persone ad aver subito la violenza delle forze dell’ordine:
gendarmi e dipendenti Benetton inseguivano i/le Mapuche e le persone solidali, colpite, picchiate, rapite, torturate e arrestate, ma ora il governo indaga sulle vittime di queste violenze, questo è l’ordine del ministero della sicurezza diretto da Patricia Bullrich.
Nel corso degli anni la presenza di dipendenti Benetton, spesso armati, durante le azioni di polizia si è fatta sempre più presente, non solo per l’accaparramento delle terre, ma anche per requisire i cavalli presenti nelle comunità Mapuche.

La multinazionale italiana, infatti, dal 1991 ha colonizzato le terre ancestrali della Patagonia argentina non solo per l’allevamento delle pecore schiavizzate per la produzione di lana (260.000), ma anche per quello di 9.700 bovini e 1.000 cavalli.
Nel gennaio 2017, oltre ai rapimenti e alle torture combinate ai danni di diversi Mapuche e solidali, vennero sequestrati numerosi cavalli, come nel corso dell’azione di polizia del 2 febbraio 2018, quando gli appartenenti alla comunità Pu Lof vennero accerchiati e isolati fin dalle prime ore dell’alba e numerosi animali caricati e portati via da camion appartenenti alla Compagnia Tierra del Sud (ex The Argentine Southern Land Co) di proprietà della famiglia Benetton.
L’operazione di polizia del 10 gennaio 2017 ha portato alla demolizione di case, violenze su donne e ragazze e l’arresto di tre uomini oltre a quello di Ivana e alle altre 7 persone accorse sul posto per offrire supporto e cibo ai/alle resistenti: Jorge Buchile, Javier Huenchupan, Daniela Gonzalez, Gustavo Jaime, Pablo e Gonzalo Seguí

Il governo Macri adesso le accusa di aver condotto sabotaggi, aggredito la polizia con armi e molotov mai apparse, e di aver rubato e tentato l’affogamento di 360 animali di proprietà della Benetton.

siamo andati a caccia di Mapuche
Questo è ciò che dichiarò un poliziotto davanti al pubblico ministero quando fu ascoltato nell’ambito degli scontri del gennaio 2017, racconta Ivana a cui quel giorno fu fratturata una mano, ricordando la presenza numerosa di dipendenti Benetton provenienti da Chubut (provincia argentina che si estende nella Patagonia) dove si registrano almeno 140 casi di Mapuche scomparsi nel nulla.

Avevo 5 anni quando ho subito il primo sgombero, mio nonno mi diceva: siamo tutti Mapuche, siamo persone della terra, siamo tutti popoli della terra e per questo dobbiamo resistere.

Sorgente: Da torturati a terroristi: repressione made in Benetton – Infoaut

Documentario della TV Aljazeera sulla resistenza Mapuche contro lo Stato Cileno e Argentino

Documentario: Desafío de los Mapuche (Sfida dei Mapuche)

Perché i Mapuche dell’Argentina e del Cile sono stati spinti al bordo dell’insurrezione in difesa delle loro antiche terre.

Per molto tempo il popolo mapuche del sud dell’Argentina e del Cile ha protestato per la perdita di terre ancestrali per mano dei colonizzatori dell’epoca coloniale. Nel XVI secolo i coloni seguirono i conquistatori spagnoli attraverso la spina dorsale dell’America del Sud, territorio che oggigiorno è dominato da vaste proprietà private ed enormi piantagioni di legname. Gli attivisti dicono che le piantagioni hanno lasciato la regione impoverita ambientalmente e gli abitanti indigeni sprofondati nella povertà.

Recentemente, questi risentimenti ribollendo stanno portando all’ebollizione.

Gli attivisti mapuche sempre più energici, decisi a stabilire i propri diritti attraverso l’azione diretta, si sono scontrati con le corrispondenti forze di sicurezza belligeranti, questi ultimi incitati in ambedue paesi, diciamo dai manifestanti, dai governi di destra e a favore degli affari. Dopo occupazioni, manifestazioni, retate di sicurezza, una serie di attacchi incendiari contro lo sfruttamento del legname, il presunto assassinio di attivisti da parte della polizia, alcuni temono che si stia cominciando a perdere il controllo della faccenda.

People & Power ha inviato i cineasti Glenn Ellis y Guido Bilbao a indagare.

17 gennaio 2018

Werken Noticias

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Documental de TV Aljazeera sobre la resistencia Mapuche contra el Estado Chileno y Argentino” pubblicato il 17-01-2018 in Werken Noticiassu [http://werken.cl/documental-de-tv-aljazeera-sobre-la-resistencia-mapuche-contra-el-estado-chileno-y-argentino/] ultimo accesso 26-01-2018.

thanks to: Comitato Carlos Fonseca

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

internet

1 settembre 2017 – Raúl Zecca Castel
Fonte: https://lamericalatina.net – 01 settembre 2017
Potrebbe essere questa che vedete l’immagine per il lancio della nuova campagna pubblicitaria Benetton: il volto un po’ arruffato di un giovane ragazzo argentino, capelli scompigliati, dreadlock in vista e sguardo penetrante su sfondo nero – monocromo -, proprio come quelli che piacciono tanto al bravo Oliviero Toscani, e poi, immancabile, il logo con il motto della celebre azienda italiana, United Colors of Benetton, divenuto, grazie ad abili strategie di marketing, sinonimo di apertura, multiculturalismo, integrazione tra i popoli e le culture.

 

Santiago Maldonado si è integrato talmente bene che non lo si trova più. Scomparso nel nulla, anzi, scomparso nei possedimenti patagonici del gruppo Benetton. D’altra parte come non perdersi in 900mila ettari di terra? Già, perché le dimensioni delle proprietà di una tra le maggiori imprese nel mercato dell’abbigliamento mondiale ammontano a tale spropositata cifra solo in America Latina. Un’acquisizione – o meglio, un accaparramento – del valore di 50 milioni di dollari che risale al 1991.

Ma quelle terre non appartenevano allo stato argentino e men che meno alla Argentine Southern Land Company Limited, l’impresa inglese che ne deteneva la proprietà legale già dai primi del ‘900.

Quelle terre appartenevano e appartengono al popolo Mapuche, gli indigeni araucani che vivono in Patagonia da tempi immemorabili, ben prima dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli. E, com’è noto, la terra è di chi l’abita. Nessuna legge potrà mai contraddire questo principio universale.

I Mapuche non possono esibire alcun titolo di proprietà riferito a quei terreni. Non ne hanno mai avuto bisogno, né si arrogherebbero mai la presunzione di poter considerare la natura un oggetto da negoziare. Sono il “Popolo (che) della Terra (mapu)”, e per questo rivendicano il diritto ad abitarla come hanno sempre fatto.

Quando il gruppo Benetton si è appropriato dei loro luoghi ancestrali, non ha esitato un momento nel procedere con gli sgomberi forzati di interi villaggi, sfollando le famiglie e sostituendole con quasi 300mila pecore da lana. Le greggi, è proverbiale, son mansuete, ma non i Mapuche, che da allora non hanno smesso di lottare, resistendo e reagendo alle violenze che periodicamente vengono portate avanti contro i loro membri più attivi, spesso arrestati e imprigionati dalle autorità nazionali con l’accusa di terrorismo. È questo il caso di Facundo Jones Huala, leader della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), che da oltre due mesi è detenuto nel carcere di Esquel, nella provincia di Chubut, per aver promosso e partecipato ad attività di boicottaggio e riappropriazione di terre che ora appartengono a Benetton.

Il 1 agosto 2017, la Gendarmeria Nacional, forza armata direttamente agli ordini del Ministero della Sicurezza del Governo – attualmente presieduto da Mauricio Macri – ha fatto irruzione nella comunità in resistenza Pu Lof, nella stessa provincia di Chubut, dove membri della RAM e vari sostenitori della causa mapuche, stavano manifestando il loro diritto alla terra. L’intervento repressivo dei militari ha disperso la folla indigena a suon di cariche, pallottole di gomma e roghi di abitazioni, senza risparmiare le violenze a donne e bambini.

Santiago Maldonado, un artigiano ventottenne di Buenos Aires, si trovava lì a sostenere la lotta del popolo mapuche. Alcuni testimoni raccontano di averlo visto per l’ultima volta nelle mani della Gendarmeria, ma la stessa arma e il governo smentiscono.

È trascorso un mese esatto dalla sua sparizione.

L’Argentina non ha bisogno di aggiungere un nuovo nome alla macabra lista dei desaparecidos.

Signor Presidente, donde està Santiago Maldonado?

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Vogliamo una risposta.

Vogliamo Santiago, vivo.

Riproduciamo qui di seguito in traduzione italiana una lettera che Facundo Jones Huala ha rivolto a Santiago Maldonado [Qui in lingua originale]:

Lettera di Facundo Jones Huala a Santiago Maldonado, 26 agosto 2017

GRAZIE, FRATELLO

Grazie. Tutto qui. Ti direi grazie, se potessi averti di fronte a me in questo momento. Grazie infinite, perché non trovo parole più potenti per esprimere la riconoscenza profonda che nutro per il tuo amore alla nostra comunità, per la tua dedizione così disinteressata, per il semplice desiderio e l’arduo lavoro che hai investito nel provare a conoscerci, ma a conoscerci per davvero. Uno sforzo immane, fratellino, che non resterà invano: la tua infinita solidarietà raccoglie in queste ore innumerevoli dimostrazioni di umanità che riaffermano i tuoi diritti insieme ai nostri, diventando un esempio che potrà essere coniugato in tutti i tempi.

La risposta non è su Facebook né in nessun’altro social network: la risposta è nelle mani della Gendarmeria Nazionale.

Sono stati loro a portarti via. Loro ti hanno picchiato. Loro ti hanno sequestrato. E al cospetto di tutto quel giornalismo che trova sempre il modo per guardare dall’altra parte, ancora una volta dico che è tornato il terrorismo di Stato. Perché è così, noi popoli delle origini stiamo urlando già da molto tempo, ma l’eco comincia a sentirsi solo ora e questo lo dobbiamo anche alla tua lotta.

Io sono stato arrestato per la prima volta quando avevo 11 anni. Vivevo a Bariloche e stavo andando a comprare delle cartine geografiche. “Per atteggiamento sospetto”, dissero con l’atteggiamento sospetto proprio di chi sospetta sempre e solo dell’atteggiamento altrui.

A loro non disturbano le nostre “armi”: a loro disturbano le nostre armi politiche.

Loro dispongono di tutto l’arsenale economico, mediatico e simbolico. E noi ci siamo trasformati in nemici quando abbiamo deciso di affrontarli. Ma tu, Santiago, anche senza essere un mapuche, ti sei unito alla nostra comunità abbracciando la nostra causa come se fosse la tua. E il giorno del tuo sequestro i gendarmi vennero con quell’idea fissa che tu già avevi scoperto diversi tempo fa: “Gli indigeni si uccidono”. Questa volta non si sono portati via un indigeno, ma si sono portati via te, che oggi conduci le nostre rivendicazioni dove noi non siamo mai riusciti, perché il nostro destino è sempre tanto silenzioso quanto la nostra storia. Lo dicono i tuoi compagni, lo dice la tua consapevolezza: se lo scomparso fosse un mapuche, quante grida si alzerebbero?

Noi indigeni possiamo scomparire senza che nessuno esca a protestare.

Tu sei venuto per gridare questa verità e nemmeno portandoti via sono riusciti a zittirti.

Non abbiamo avuto modo di condividere il nostro tempo, ma tutti i peñi (fratelli) e le lamien (sorelle) che ti conoscono parlano molto bene di te, rafforzando le parole di questa lettera che scrivo. E allora, anche senza esserci mai conosciuti, posso dire con certezza quanto apprezziamo la tua autenticità: dire quel che pensavi e fare quel che dicevi…

Ne restano pochi, molto pochi, con una simile qualità, quella che ti ha reso imprescindibile. Ma è sufficiente ripercorrere le tue azione per conoscere le tue convinzioni politiche che ora diventano esempio per migliaia, migliaia che potrebbero emularti nella lotta, migliaia che potrebbero diventare altri Santiago.

Quel 1 agosto forse avresti dovuto essere da qualche altra parte, ma le tue convinzioni ti hanno portato da noi, al di là delle regole così chiare della nostra comunità: “se non sei mapuche, non devi esporti mai”. Questo siamo soliti dire, ma tu hai scelto di restare e di appoggiarci fino alla fine, penetrando in profondità nella nostra cultura, un luogo spesso inaccessibile per chi viene da lontano. Le tue decisioni, le tue convinzioni, ci uniscono e ci rendono fratelli in un solo urlo rivolto a tutti gli esseri dotati di umanità nel mondo…

Io non so dove siano il Che, Severino Di Giovanni, Evita, Tupac Katari o Gandhi, ma sicuramente staranno urlando da qualche parte:

Dove cazzo è Santiago Maldonado?!

Sorgente: Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Patagonia. Il filo di lana e quello spinato

Da venticinque anni la famiglia Benetton è il più grande latifondista straniero della Patagonia e dell’Argentina. Ha comprato un territorio immenso, quasi alla fine del mondo, per soli cinquanta milioni di dollari. Non è mai riuscita a comprare, però, la gente che lo abita da secoli. I Mapuche hanno resistito ai conquistadores spagnoli all’esercito argentino deciso ad impadronirsi del “deserto” e oggi resistono al colonialismo di imprese multinazionali insaziabili e decise a impossessarsi della terra e dell’acqua con qualsiasi mezzo, dalla repressione di uno stato compiacente alla manovra “culturale” che tende a considerare gli indigeno gente da museo. Quello dei Mapuche, però, è un popolo che non si lascia imbrogliare né piegare, come dimostra la leggendaria resistenza diventata vittoriosa due anni fa della famiglia di Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco e quella opposta ancora nei primi giorni di luglio di quest’anno a uno sgombero inaspettato e di inaudita violenza. Un reportage racconta gli ultimi mesi di una lotta che dura da 130 anni

di Patrizia Larese

No es meno raro el hecho de que se hable siempre del territorio y no de los habitantes , como si la nieve y la arena fueran más reales que los seres humanos”. (Jorge Louis Borges, Clarin, 1982)
“Ė singolare il fatto che si parli sempre del territorio e non dei suoi abitanti, come se la neve e la sabbia fossero più reali degli esseri umani” (Jorge Louis Borges, Clarin, 1982)

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Arrivo verso le 20 al terminal dei pullman di Puerto Madryn, sono in anticipo per il bus che, dopo una notte di viaggio, mi porterà ad Esquel, ai piedi della Cordigliera delle Ande, nel cuore della Patagonia argentina, terra aspra, dura, affascinante e misteriosa. In queste zone è in atto da anni un conflitto legale tra la comunità Mapuche, una delle comunità native del Sud America, e la multinazionale Benetton per il recupero delle terre ancestrali. La multinazionale Benetton da più di venticinque anni possiede il 10% del territorio della Patagonia argentina, un’estensione paragonabile alla nostra Umbria.

Nel 2002 la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir intentò una causa legale contro i Benetton per “recuperare” 535 ettari a Santa Rosa di Leleque, località che si trova a circa 100km da Esquel e, dopo anni di sgomberi forzati, lotte legali, durante le quali è intervenuto a difesa dei nativi Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace 1980, la famiglia è riuscita a ritornare a vivere nelle terre degli antenati, rivendicando un diritto riconosciuto ai popoli nativi.

L’agenzia “El Bolsonil 12 novembre 2014 pubblicò il verdetto della sentenza:

“…l’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (INAI) consegnerà i documenti ufficiali del rilevamento territoriale dove si riconoscono i diritti della comunità Santa Rosa/Leleque. Secondo la notizia di ieri, l’INAI – nell’ambito della legge di rilevamento territoriale- “ ha riconosciuto la comunità Mapuche possessore del territorio reclamato da più di dieci anni nei confronti dell’azienda multinazionale Benetton”.

Rosa Nahuelquir e Atilio Curiñanco affermarono: ”Oggi lo Stato argentino ammette che siamo una comunità pre-esistente, riconoscendo il possesso di questo territorio nell’ambito della legge n° 26.160 applicata in diversi punti del paese. Questi anni di residenza e resistenza sul territorio non sono stati vani

La storia dei coniugi Curiñanco ha portato all’attenzione della cronaca mondiale la condizione in cui versano i popoli nativi in Centro e Sud America. Le organizzazioni internazionali e locali che si occupano della difesa dei diritti umani, i mezzi di comunicazione, i partiti politici hanno iniziato ad interessarsi delle problematiche che coinvolgono le popolazioni indigene: dai conflitti per il recupero delle terre ancestrali al razzismo, alla richiesta di riconoscimento di uguali diritti.

Da anni è in atto “il risveglio indigeno”, un fenomeno che riguarda il ritorno di molte comunità all’affrancamento della propria identità, alla rivendicazione della propria cultura tradizionale e delle terre avite. Gli indigeni reclamano il proprio diritto come abitanti originari e sollevano il velo delle violenze che hanno subìto.

La storia della conquista da parte degli Europei è disseminata di stragi, deportazioni, stermini delle tribù Mapuche, Tewelche, Seikman, Yamana, Ona e molte altre e purtroppo è tuttora in atto una colonizzazione da parte di multinazionali straniere e ricchi latifondisti.

La storia di queste terre risale alla fine del 1800 quando, durante la Campañia del Desierto (1878-1895), furono sottratte ai popoli nativi. La Campaña del Desierto fu una campagna militare sanguinosa guidata dal generale Julio Argentino Roca (1847-1914) che conquistò i territori a sud della provincia di Buenos Aires, uccidendo e deportando come schiavi le popolazioni che vivevano in pace nelle regioni patagoniche. Roca è celebrato ancora oggi sulle banconote da 100 pesos, nei testi scolastici e con monumenti, a lui sono state dedicate piazze e strade in tutto il Paese.

Per comprendere la complessità della lotta dei popoli indigeni occorre ricordare il trattamento che le tribù native hanno sofferto a partire dalla fine del 1800 e rivedere la storia dell’Argentina. Dopo la Conquista del Deserto, l’Argentina diventò una grande potenza agricola a scapito delle popolazioni indigene. Le terre in questione furono donate dal Presidente Uriburu a proprietari inglesi, come forma di pagamento per le armi che avevano fornito per la Campaña del Desierto. Gli Inglesi, in seguito, trasferirono questi territori alla società ‘The Argentine Southern Land Company Ltd’, conosciuta anche con la sigla TASLCo, fondata nel 1889 e creata per realizzare attività commerciali in Patagonia. La Company aveva sede a Londra ed uffici a Buenos Aires per poter amministrare le proprietà dei latifondisti inglesi nel Paese sudamericano.

La TASLCo ottenne così quasi un milione di ettari nel nord della Patagonia, 10 estancias (fattorie) di quasi 90.000 ettari ciascuna per lo sviluppo della ferrovia che servì per esportare la produzione del bestiame. La Company sfruttò queste terre per quasi un secolo producendo, importando ed esportando bestiame senza pagare dazi o altri tipi di tasse.

Nel 1975, la “Great Western”, società con sede in Lussemburgo, acquista il pacchetto azionario della TASLCo che in quel tempo era passata nelle mani di impresari argentini. In questi passaggi è contenuta una doppia violazione della Costituzione argentina, la quale vieta donazioni per più di 400 mila ettari e, al contempo proibisce la vendita degli stessi terreni a fini di lucro da parte di chi ha precedentemente goduto delle donazioni. Nel 1982, al tempo della Guerra delle Malvinas, gli azionisti durante una riunione decidono di cambiare la ragione sociale in “Compañia de Tierras del Sur Argentino” e integrano la classe dirigente con un 60% di direttori argentini.

Dopo la Guerra delle Malvinas, la legislazione argentina esige la nazionalizzazione delle imprese straniere.

Nel 1991, tramite la “Edizioni Holding International N.V.”, la famiglia di Luciano Benetton acquista il pacchetto azionario della Compañia per soli 50 milioni di dollari diventando il maggior azionista ed il più grande latifondista straniero in Argentina. Un affare perfetto: oggi un ettaro è valutato intorno ai 2 milioni di pesos.

In questa corsa al “land grabbing”(arraffa terra) i popoli nativi subiscono continuamente l’espropriazione dei territori ancestrali, impedimenti e divieti per il libero accesso alle sorgenti di acqua dolce.

La lista dei latifondisti stranieri è molto lunga ma la famiglia Benetton occupa il primo posto con 900.000 ettari, pari a 4.500 volte la superfice di Buenos Aires, seguita dai miliardari Douglas Tompkins (morto nel dicembre 2015) che fece la sua fortuna con il marchio sportivo ‘The North Face’ ed ‘Esprit’, proprietario di circa 500.000 ettari; Ward Lay, il re delle patatine fritte, proprietario dell’omonima compagnia, l’inglese Charles Lewis, magnate della catena Hard Rock Café possiede 8.000 ettari nella zona del Lago Escondido, tra San Carlos de Bariloche ed El Bolsón, ma proibisce agli indigeni l’accesso al lago; Ted Turner, il fondatore del network multimediale CNN, parte della sue terre circa 45.000 ettari si trovano all’interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi, dove scorre uno dei fiumi incontaminati della Patagonia. Da quando questi territori sono di sua proprietà, l’accesso al fiume è stato limitato.

Henry Kissinger, l’ex-segretario di Stato, rimase stregato dalle incantevoli distese patagoniche che acquistò a prezzi favorevoli. Ed ancora gli attori Christopher Lambert , Silvester Stallone, Jeremy Irons, Tommy Lee Jones, Bruce Willis, John Travolta. Altri divi di Hollywood: Richard Gere, Robert Duvall, Matt Damon che hanno acquistato terre nelle province nord di Tucuman, Salta e Jujuy. Alcuni Paperoni nazionali, dal noto presentatore tv Marcelo Tinelli all’uomo più amato dopo Maradona, il calciatore Gabriel Batistuta, detto Batigol, posseggono immensi territori in questa regione leggendaria alla fine del mondo diventata un paradiso per miliardari. Grandi gruppi vinicoli francesi, spagnoli e italiani si sono stabiliti a Mendoza, ai piedi della Cordigliera delle Ande, dove la terra ed il clima sono favorevoli per la cultura della vite. Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, è proprietario di miniere di oro e argento.

Da alcuni anni anche la Cina ha iniziato a espandere la sua presenza in Sud America investendo non solo nelle miniere e nel petrolio ma anche nei prodotti agroalimentari soprattutto colture di soia diventando uno dei più grandi investitori in Argentina. Ha fatto molto discutere il caso dei 200 mila ettari di terra nella regione di Río Negro acquistati dall’impresa cinese di alimenti Beida Yuang per coltivare soia, grano e colza.

In un articolo di BBC Mundo del 2011 si legge che da un’indagine eseguita dalla FAO (Food and Agriculture Foundation), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della povertà nel mondo, e da più di 40 associazioni raggruppate nella Coalizione Internazionale delle Terre (CIT Coalición Internacional de Tierras), si evince la grande preoccupazione per il fenomeno di land grabbing che coinvolge non solo l’Argentina ma ben 17 Paesi dal Centro al Sud America. Un responsabile tecnico della Commissione delle Relazioni Politiche della Società Rurale Argentina ha confermato in un’intervista sempre a BBC Mundo che non esistono dati precisi sulle terre vendute o in vendita a stranieri.

Mapuches

La volentissima repressione a Cushamen dello scorso 4 luglio. Foto Marcha

Il referente della comunità mapuche di Esquel, Martiniano, mi racconta che l’anno scorso è stato costruito un piccolo presidio (Lof) per il recupero delle terre ancestrali mapuche. Mi propone di andare a incontrare i ragazzi che vivono al Lof, impegnati nella lotta per la “recuperación de la tierra”, così amano definirla i Mapuche, per riappropriarsi di 150 ettari che si trovano nell’estancia di Leleque, all’interno della proprietà Benetton.

Mi reco al Lof in compagnia di Chele e Daniela, una coppia di coniugi di origini mapuche-tewelche che fanno parte della Rete di Appoggio al Lof (“Red de apoyo a las Lof en resistencia Departamento Cushamen”). Il presidio mapuche si trova a circa 100 chilometri da Esquel nel Dipartimento di Cushamen. Resto impressionata dal fatto che da Esquel al Lof la strada è delimitata da ambo i lati dai recinti delle proprietà Benetton e durante il percorso attraverso ben dieci corsi d’acqua, di proprietà della multinazionale italiana.

La “recuperación” di questa parte dei territori ancestrali mapuche è iniziata il 13 marzo 2015, per recuperare territori che si trovano vicino al fiume Chubut. La comunità non può accedere alla fonte d’acqua dal momento che i Benetton non lo permettono, adducendo come pretesto il fatto che non esistono documenti che attestino l’autenticità della proprietà alla comunità mapuche. 

Il Lof si trova all’incrocio della Ruta 40 con la Ruta provinciale per El Maitén. Sul recinto che corre all’infinito ci sono degli striscioni che annunciano “Recuperación Mapuche, Fuori i Latifondisti, i Petrolieri, i Winka (i Bianchi).”
Con Chele e Daniela mi metto in attesa e, dopo alcuni minuti, arriva un giovane incappucciato che, nascosto, sta di vedetta in una specie di garitta, nel caso in cui si presentino visite inaspettate e soprattutto indesiderate. Ci accoglie con un “Mari, mari”, il tipico saluto in lingua mapudungún (la lingua mapuche) e, dopo aver abbracciato Chele e Daniela, mi stringe vigorosamente la mano. Passa un po’ di tempo ed arriva un altro ragazzo anche lui a volto coperto che ci fa strada addentrandosi nel terreno ricoperto di arbusti bassi, duri e spinosi, tipici delle distese patagoniche. Giunti in mezzo alla pampa ci troviamo di fronte ad una abitazione, un po’ più di una baracca, costruita sulla nuda terra con tronchi e lamiere di latta, la loro dimora.

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Ci sistemiamo fuori sotto un pergolato, ricavato con un grande telo a difesa del sole implacabile di questa terra, mentre sul focolare sta cuocendo in un grosso pentolone una zuppa di verdura che emana un profumo intenso ed appetitoso. Ci sediamo su panche e pezzi di legno, o su piccoli barili, nel gruppo anche una bimba di otto-nove anni, membro orgoglioso del gruppo.

Come prima cosa i giovani mapuche si scusano di presentarsi a volto coperto, non possono neppure dirmi i loro nomi perché costretti a nascondersi per una persecuzione politica, sono stati giudicati terroristi da tre procuratori ed un giudice. Mi spiegano che si sono insediati qui per difendere il loro territorio, la terra dei loro avi da cui traggono la loro energia e la loro cultura. Vivere qui in mezzo al nulla è molto duro, non esiste elettricità e nei mesi invernali la temperatura può raggiungere i 20 gradi sotto zero. L’abitazione è dotata soltanto di un enorme focolare ed è arduo difendersi dal vento patagonico che la fa da padrone. Poco lontano scorre il ruscello che consente loro di poter vivere e persistere nella lotta per la loro terra. Mi dicono che anche se la situazione è dura e difficile tuttavia sono felici perché sanno che stanno portando avanti una lotta giusta per se stessi e per il futuro del loro popolo, in nome dei diritti violati di tutte le popolazioni native. Mi ringraziano per essere andata a trovarli da così lontano e si meravigliano che qualcuno conosca la loro storia anche a migliaia di chilometri.
Dopo un excursus su Gramsci, Marx , Cuba e Syriza, per nulla casuale, ma con il preciso intento di comprendere quali siano i miei orientamenti al riguardo, mi spiegano che la soluzione di questo conflitto è una questione politica la cui origine risale a molto lontano, alla fine del XIX secolo fin da quando i loro nonni e bisnonni patirono sulla loro carne le atrocità della Campaña del Desierto. Sono fieri di essere i loro discendenti, non hanno paura di continuare una lotta che il loro popolo porta avanti da più di 130 anni perché sanno che agiscono in nome della loro tradizione e della cultura del loro popolo da sempre legato alla terre ancestrali della Madre Terra (la Pacha Mama).

Uno dei giovani incappucciati mi spiega che la riforma della Costituzione include l’articolo 75 dove al punto 17 si riconosce la pre-esistenza etnica delle popolazioni native ed il rispetto della tradizione delle terre che i Mapuche e i popoli indigeni occupavano precedentemente.

La Costituzione però non viene rispettata ed essi non hanno altra scelta che far sentire la loro voce con la recuperación. La Terra, più precisamente il territorio, è la base dello sviluppo della loro cultura, è la continuità storica della loro gente e della conoscenza è il bene più grande da cui ricevono non solo sostentamento ma forza ed energia per la vita perché la Terra è tutto per i Mapuche (Mapu=Terra e Che=Uomo): il Popolo della Terra.

Affermano che non possono permettersi il lusso di aspettare altri 20 anni di trattative burocratiche per trovare una soluzione per la loro gente ridotta in miseria ed alla fame con conseguente deterioramento della qualità della vita. Coloro che non riescono a sopravvivere in campagna, perché impiegati nei grandi latifondi con miseri salari, emigrano in città ma finiscono per andare a vivere nei quartieri più poveri dove la qualità della vita è ancora peggiore, se possibile, che in campagna. Le conseguenze dell’inurbamento indigeno sono evidenti in termini di degrado e abuso di alcool. Questi ragazzi sentono di essere un’etnia che rischia di estinguersi e per questo si battono con forza, per sopravvivere. Rivendicano la rivisitazione dei fatti storici che provocarono la deportazione e la morte dei loro antenati ed il riconoscimento che la Campaña del Desierto fu un enorme massacro, che il generale Roca non sia più celebrato come un eroe ma che passi alla storia come un atroce etnocida.

I giovani continuano il racconto dicendo che l’intervento dello Stato fino ad ora è stato soltanto repressivo. La polizia è intervenuta con molti militari che hanno sparato a bruciapelo ad altezza uomo pallottole di piombo, con un assedio impressionante. Pensavano che sparassero pallottole di gomma invece hanno le prove, erano pallottole vere ed è stata solo una casualità se fino ad ora non ci sono state vittime.

Il governo teme che possano verificarsi altre forme di protesta in altre parti del Paese, con ripercussioni anche in Cile dove i Mapuche subiscono incarcerazioni e torture solo per rivendicare ciò che è giusto.

Chele e Daniela mi raccontano che durante la notte del 18 agosto dell’anno scorso la popolazione di Esquel, dopo aver compreso che la polizia, con camionette ed in assetto antisommossa, stava per intraprendere un’incursione violenta al Lof di Cushamen, si è mobilitata in massa ed è riuscita ad evitare un vero e proprio massacro.

Un altro ragazzo continua la storia affermando che dopo l’inizio della “recuperación” del 13 marzo 2015 Benetton presentò una denuncia per “usurpazione”. Si aprì un’altra causa giudiziale dove i cinque portavoce della comunità, fra cui tre donne, furono imputati secondo la legge di antiterrorismo. Era la prima volta che la Giustizia Provinciale applicava la Legge Antiterrorismo in Chubut. Mi raccontano che non possono circolare da soli per le vie di Esquel altrimenti rischiano di essere catturati dalla polizia e sottoposti a violenti interrogatori, come già successo ad alcuni di loro. Da Chele e Daniela vengo a sapere che quando i ragazzi hanno qualche problema di salute sono costretti ad evitare le cure mediche ufficiali e l’ospedale, esiste sempre il rischio che possano essere riconosciuti ed arrestati. Così quando si ammalano ricorrono all’assistenza di due medici che, di nascosto e di notte, si recano al Lof per prestare le cure di cui hanno bisogno, mettendo a rischio la propria carriera nel caso in cui venissero scoperti.

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Quella del popolo della terra non è gente da museo

Il 27 maggio scorso alle 7.30 del mattino, la polizia ed i GEOP (Groupo Especial de Operaciones Provinciales), le forze speciali di operazioni della provincia, sono intervenute con violenza al Lof di Cushamen per uno sgombero forzato. Secondo la radio comunitaria FM Kalewche l’azione violenta della polizia è stata motivata dall’ordine di cattura internazionale che pende nei confronti di Facundo Jones Huala, uno dei ragazzi mapuche, accusato di terrorismo.

A causa di ciò l’intervento delle forze dell’ordine si è svolto con brutalità con gas lacrimogeni e grosse armi: dall’anno scorso i giovani per la giustizia sono terroristi. Sono state incarcerate sette persone, dopo alcuni giorni sei di esse sono state rilasciate, mentre per Facundo Jones Huala, è stata richiesta l’estradizione in Cile. Se ciò avvenisse la situazione si aggraverebbe enormemente dal momento che la legge antiterrorismo in Cile, quella voluta da Pinochet negli anni ’70 ed ancora in vigore, è ancora più dura e repressiva di quella argentina. “Al Lof sono rimaste due donne con quattro bambini circondate dalla polizia- dice Martiniano, il referente della Comunità – per questo motivo abbiamo bisogno che questi fatti vengano diffusi il più possibile”.

I Mapuche sono un popolo fiero e guerriero. Nel 1641 furono gli unici nativi che costrinsero i soldati della Corona di Spagna alla firma del trattato di Quillin e imposero all’invasore il riconoscimento dell’autonomia territoriale della Nazione Mapuche, la Wall Mapu, a sud del fiume Bìo-Bìo. Leggendo le ultime notizie che giungono da Esquel mi vengono in mente le parole del giovane del Lof che mi disse con forte determinazione quel giorno del novembre scorso: “Abbiamo forza sufficiente per proseguire questa lotta. Siamo convinti che queste terre, usurpate dalla famiglia Benetton, un giorno torneranno ad essere nostre.”

thanks to: Comune-info

Sei camion delle imprese forestali distrutti per commemorare i weichafe Mapuche assassinati

Collipulli/ Dopo la commemorazione dei codardi omicidi dei weichafe (guerrieri, ndt) Mapuche Rodrigo Melinao e Jaime Mendoza Collio, oggi nel territorio Wenteche sono stati compiuti degli atti di sabotaggio contro i principali nemici delle comunità mapuche in resistenza, 6 camion appartenenti all’impresa forestale Arauco sono stati completamente distrutti all’interno del Fondo Santa Cruz.

Sei camion delle imprese forestali distrutti per commemorare i weichafe Mapuche assassinati «.

Consulta obligatoria: fallo de la Corte Suprema a favor de las comunidades indígenas

Consulta obligatoria: fallo de la Corte Suprema a favor de las comunidades indígenas : El máximo tribunal del país sostuvo que los gobiernos deben consultar a los pueblos indígenas cuando tomen medidas que los afecten. Reafirmación del derecho a la autoidentificación. Argentina Indymedia (( i )).