33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie

MEMO. Più di 30 gruppi ed organizzazioni internazionali e palestinesi per i diritti umani hanno sollecitato l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite a rendere pubblica una lista di società collegate alle colonie illegali israeliane.

In una lettera congiunta indirizzata all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, le organizzazioni hanno accolto con favore l’aggiornamento di gennaio da parte dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR), sul lavoro svolto per produrre un database di imprese collegate alle colonie.

I firmatari chiedono quindi all’OHCHR di “rilasciare ed elencare le compagnie che sono state debitamente vagliate e contattate, in particolare quelle che hanno respinto il mandato dell’OHCHR a tale riguardo e che non hanno risposto entro i 60 giorni previsti”.

I firmatari della lettera includono Addameer, Amnesty International, DCI-Palestina, la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH), gli Avvocati per i diritti umani palestinesi, il Centro palestinese per i diritti umani e Trocaire.

Secondo un comunicato stampa del firmatario al-Haq, “la lettera sottolinea ulteriormente la necessità di accettare il database come meccanismo vivente che deve essere continuamente sviluppato e fornito di risorse adeguate a tale scopo”.

La lettera sottolinea che il database sarebbe un importante precedente per garantire “responsabilità per le multinazionali coinvolte in violazioni dei diritti umani in tutto il mondo e come strumento per incoraggiare ed assistere gli Stati nel far sì che le compagnie all’interno della loro giurisdizione rispettino i principi guida delle Nazioni Unite sui diritti umani, diritti umani internazionali e diritto umanitario”.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

Sorgente: 33 gruppi per i diritti umani chiedono all’ONU di pubblicare la lista di società collegate alle colonie | Infopal

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PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

PLO Executive Committee Member Dr. Hanan Ashrawi on the Knesset’s extension of Israeli law to academic institutions in the illegal settlements

“We condemn the Israeli Knesset’s vote to extend Israeli law to academic institutions in the illegal settlements and place them under the authority of the Council for Higher Education in Israel. This decision represents another dangerous step in the annexation of the occupied West Bank. These academic institutions include Ariel University which is located in the Salfit Governorate (settlement of Ariel), Orot College which is located in the Salfit Governorate (settlement of Elkana), and Herzog College which is located near Bethlehem and Jerusalem (settlement of Alon Shvut).

Such legislation is part of the Israeli government’s plans to impose its sovereignty on all of the occupied West Bank, systematically wiping out the Palestinian presence and continuity on Palestinian soil and destroying the two-state solution.

All settlements are illegal and constitute a war crime under the Rome Statute of the International Criminal Court and a direct violation of international law and conventions, including UNSC resolution 2334. Israel is thereby demonstrating its intent to prolong and consolidate its military occupation by working to “legalize” the presence of extremist Jewish settlers, institutions and settlements in the occupied Palestinian territory.

The U.S. administration’s unilateral steps on Jerusalem and refugees, as well as its unquestioning support of Israel’s lawlessness and impunity have only emboldened Israel to persist in such unlawful policies of creeping annexation with the aim of superimposing “Greater Israel” on all of historic Palestine.

We call on global and regional partners who claim to support international law, international humanitarian law and the two-state solution to step in urgently and curb this latest Israeli outrage and to hold Israel to account by employing punitive measures and sanctions.

In particular, we urge the European Union to implement its own legislation which clearly states that it will not provide funding to Israeli organizations or institutions situated in the occupied West Bank. Instead of maintaining a relationship of exceptionalism and preferential treatment with Israel, it is time to send Israel a clear message that the EU will not tolerate such behavior that not only violates international law but also subverts any global effort at bring about the two-state solution and peace.”

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© Scoop Media

Sorgente: PLO on the Knesset’s extension of Israeli law

Professore dell’università ebraica: ogni “colono” è un terrorista

“Per definizione, ogni colono è un terrorista”, afferma il dottor Amiram Goldblum che in un post su Facebook attacca l’ex capo del Consiglio di Yesha.

 

 

David Rosenberg, 17/07/17 10:22

 

Un professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha dichiarato che tutti gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria sono terroristi e ha accusato Israele di essere uno stato di apartheid.

 

Amiram Goldblum, ricercatore e docente del dipartimento di chimica medicinale dell’università, ha sfidato gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria, scrivendo in un post di Facebook venerdì che proprio per la loro residenza nel cuore della storica isola ebraica, qualsiasi israeliano che vive oltre Il confine pre-1967 è un “terrorista”.

 

“Per definizione, ogni colone è un terrorista”, ha scritto Goldblum.

 

Il professore ha anche preso di mira un ex capo del Consiglio di Yesha (Judea e Samaria), Shlomo Filber, che precedentemente ha diretto il Ministero delle Comunicazioni, definendolo   “terrorista,   bugiardo e criminale”.

 

“Come qualcuno che è stato colonizzatore e direttore generale del Consiglio di Yesha, è stato responsabile di crimini contro l’umanità [e fatti collegati] direttamente ai reati contro il popolo palestinese e dovrebbe quindi essere sottoposto a processo da parte del tribunale internazionale dell’Aja “.

 

“Israele deve iniziare a purificarsi da personaggi sporchi come Shlomo Filber e il suo emblema”.

 

Filber è stato accusato della scomparsa di documenti della società di telecomunicazioni Bezeq durante illuso incarico come Direttore Generale del Ministero delle Comunicazioni.

 

La scorsa settimana su internet non è stata la prima sfida di Goldblum in controversie politiche. All’inizio di quest’anno, Goldblum definì  Benzi Gopstein l’attivista anti-assimilazione  come “neo-nazista”.

 

Nella pagina Facebook di Goldblum è presente una mappa dello Stato d’Israele, con le parole ” West Bank Apartheid sotto il controllo israeliano”.

 

Nel 2015, Goldblum ha paragonato il creatore di un video virale che critica le ONG di sinistra con Julius Streicher, fondatore ed editore del settimanale violentemente antisemita Der Stürmer.

 

“Ma sembra che sia comunque un legame, naturalmente non genetico”, ha scritto Goldblum. “Sono entrambi delle mele particolarmente marce sull’albero umano, entrambi sono istigatori spregevoli, entrambi servono organizzazioni fasciste e private. C’è una piccola differenza: Streicher ha creato l’ideologia, Klughaft unisce ideologia e prostituzione”.

 

“Non so se Klughaft viaggiasse per studiare i metodi di Streicher nel quotidiano più spregevole mai pubblicato nella storia umana, ma non c’è dubbio che sta avanzando in questa direzione: forse Streicher appare nei sogni di Klughaft?”

 

In passato, Goldblum ha lavorato come portavoce dell’organizzazione radicale di Peace Now, membro del consiglio di amministrazione del Fondo New Israel. Nel 2013, Goldblum correva per la Knesset con il partito di sinistra Meretz.

 

Il mese scorso, un altro professore dell’università ebraica è stato criticato per  aver paragonato Israele alla Germania nazista.

 

Ofer Cassif, membro del dipartimento di scienze politiche dell’università ebraica, ha avvertito che Israele è “su un pendio scivoloso verso il fascismo”.

 

“Non c’è molto da argomentare”, ha aggiunto Cassif. ”

 

“Sono sicuro che se fossimo seduti … all’Università di Friburgo nel 1933, e ci fosse  un professore che osasse dire le cose che ho detto io, anche lì, alcuni  studenti  avrebbero detto “Beh, questo è un tuo pensiero”. Ragazzi, no, non lo è. Solo perché qualcosa è troppo forte da sentire  non è accettata come opinione.”

 

 

thanks to: trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/232574

UNSC passes resolution to end Israeli settlements

The United Nations Security Council (UNSC) has passed a resolution censuring Israel for its settlement activities in the occupied Palestinian territories after the US refused to veto it, reversing its longstanding policy of shielding the Israeli regime from condemnatory resolutions at the world body.

The Egyptian-drafted resolution was passed with 14 votes in favor and one abstention on Friday.

Egypt had withdrawn the measure after the Israeli regime asked US President-elect Donald Trump to pressure the North African country to delay voting on the draft resolution.

Israel, wary of indications that the US might veto the resolution, turned to Trump for support , who has defended Israel against condemnation for the settlement construction, and slammed the Obama administration for the “shameful move” against Tel Aviv.

It is the first resolution on Israel and the Palestinians that the 15-member body has passed in about eight years.

The Security Council was initially scheduled to vote on the resolution on Thursday.

However, on Friday, Malaysia, New Zealand, Senegal and Venezuela put forward the draft again, which called on Israel to “immediately and completely cease all settlement activities in the occupied Palestinian territory, including East Jerusalem” al-Quds.

It also said the construction of Israeli settlements has “no legal validity and constitutes a flagrant violation under international law.”

In this image released by the UN, US Ambassador to the UN Samantha Power (C) votes to abstain during the December 23, 2016 vote on Israeli settlements.

The vote possibly marks a short-lived turning point in US policy vis-à-vis the Israeli regime. Outgoing US President Barack Obama has said that the Israeli settlements pose an obstacle to the so-called Middle East peace process.

During the Friday session, US Ambassador to the UN Samantha Power told the council that the vote reflected the country’s complaints about Israel’s settlement construction.

“Our vote today is fully in line with the bipartisan history of how American presidents have approached both the issue and the role of this body,” she said, adding that settlement activity “harms the viability of a negotiated two-state outcome and erodes prospects for peace and stability in the region.”

‘Shameful resolution’

Infuriated at Washington’s abstention, Israel’s envoy lashed out at the Obama administration and expressed hope that both Trump and the incoming UN secretary general, António Guterres, would establish closer ties with Tel Aviv.

“It was to be expected that Israel’s greatest ally would act in accordance with the values that we share and that they would have vetoed this disgraceful resolution,” said Danny Danon.

“I have no doubt that the new US administration and the incoming UN secretary-general will usher in a new era in terms of the UN’s relationship with Israel,” Dannon added.

Meanwhile, the chief Palestinian negotiator and secretary general of the Palestine Liberation Organization, Saeb Erekat, hailed the UN vote as a “victory for the justice of the Palestinian cause,” while Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu voiced resentment.

Erekat said Trump now had to choose between “international legitimacy” or siding with “settlers and extremists.”

In a statement released on Friday, the Israel prime minister said it “rejects this shameful anti-Israel resolution at the UN and will not abide by its terms,” adding that Obama failed to “protect Israel”.

“Israel looks forward to working with President-elect Trump and with all our friends in [US] Congress, Republicans and Democrats alike, to negate the harmful effects of this absurd resolution,” the statement said.

Netanyahu’s office also announced in the early hours of Saturday that Tel Aviv had recalled its envoys to Senegal and New Zealand for consultations, and had tasked the Foreign Ministry with cancelling a scheduled visit to Israel by Senegalese Foreign Minister Mankeur Ndiaye and scrapping an aid program for the West African country.

Trump vows change at the UN

Shortly after the resolution was approved, Trump promised that Washington’s policies at the world body would “be different” during his administration.

“As to the UN, things will be different after Jan 20th,” he said in a tweet, referring to the date of his inauguration.

White House defends abstention

Dismissing Trump’s remarks, the White House on Friday defended its decision to allow the motion to pass at the UN, and reminded Trump that Obama was the US president until January 20.

“We could not in good conscience veto a resolution that expressed concerns about the very trends that are eroding the foundation for a two-state solution,” said Ben Rhodes, the White House deputy national security adviser.

In a statement released on Friday, US Secretary of State John Kerry said the UN resolution “rightly condemns violence and incitement and settlement activity and calls on both sides to take constructive steps to reverse current trends and advance the prospects for a two state solution.” He added, however, that Washington does not agree with every single aspect of the motion. 

The developments come more than a week after Trump announced his decision to nominate hardliner David Friedman as the US ambassador to Israel. Friedman is notorious for his fervent support of Israel’s illegal settlement expansion in the occupied territories, and has been characterized as an “obstacle to peace” by successive US administrations. He has said that he plans to work at “the US embassy in Israel’s eternal capital, Jerusalem.”

A picture taken on November 17, 2016 shows a general view of the illegal Israeli settlement of Ofra in the occupied West Bank, established in the vicinity of the Palestinian village of Beitin (background).

Earlier this month, Israeli lawmakers approved a hugely-controversial bill legalizing some 4,000 settler units built on private Palestinian land in the occupied West Bank, in the first of three readings needed to turn it into law.

The United States, Israel’s strongest ally, Germany, the country least critical of Tel Aviv in Europe, UN officials, and the European Union have strongly criticized the bill.

More than half a million Israelis live in over 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the West Bank and East Jerusalem al-Quds.

Built on occupied land, the settlements are internationally condemned as illegal and equal to land grab.

The Palestinian Authority wants the West Bank as part of a future independent Palestinians state, with East al-Quds as its capital.

thanks to: PressTV

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

«Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero. Hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata» scrive il giornalista israeliano su Ha’Aretz.

di Gideon Levy*   HaAretz

Roma, 22 settembre 2016, Nena News – Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto d’impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre. Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica. Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica.

Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case. Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni. In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime. Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette. E la realtà è affilata come un rasoio.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose. Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi.

Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata. Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime.

Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai”she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente

* (Traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

Israel ‘ethnically cleansing’ occupied West Bank: Israeli lawmaker

 

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.
Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since 1967.

An Israeli lawmaker has accused Tel Aviv of committing “ethnic cleansing” against Palestinians in the occupied West Bank amid a rise in the demolition of Palestinian houses and buildings in the area.

Dov Khenin told Sky News on Sunday that Israel’s demolition of Arab structures in the so-called Area C of the West Bank is an attempt to clear the area and prepare it for Israelis to settle there in the future.

Area C, which is under full Israeli control, covers 360,000 hectares (890,000 acres) of land, equal to 60 percent of the West Bank’s area.

The 1993 Oslo Accords between Israel and the Palestinians divides the West Bank into Area A under full Palestinian control, Area B under shared Israeli-Palestinian control and Area C.

Israel is committing an “ethnic cleansing in a very sophisticated way” in the occupied West Bank, Khenin said.

Israeli MP Dov Khenin (photo by AFP)

Israeli authorities rejected Khenin’s remarks and claimed that the demolitions are taking place because the structures being destroyed do not have building permits.

UN fieldworker Matthew Ryder has said, though, that getting approvals for buildings is “virtually impossible” for the Palestinians.

“Israel’s own figures show that, between 2010 and 2014, Palestinians in the area that Israel controls only managed to obtain 33 permits for building on their land — that’s something like 1.5% of the permits that are actually granted,” Ryder said.

Recent figures released by the United Nations show the Israeli military has more than tripled the pace of the demolitions of Palestinian structures in the occupied West Bank over the past three months.

The world body said the average demolitions have risen to 165 on the monthly basis since January.

The demolitions have raised alarm among world diplomats and human rights groups over what they regard as the Tel Aviv regime’s continued violation of international law.

Over half a million Israelis live in more than 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the Palestinian territories of the West Bank, including East al-Quds (Jerusalem).

All Israeli settlements are illegal under the international law. However, Tel Aviv has defied calls to stop the settlement expansions in the occupied territories.

thanks to: Presstv

Come le colonie israeliane soffocano l’economia palestinese

di Al Shabaka e Ma’an News

Sintesi
Israele vede le linee giuda recentemente emanate dall’Unione Europea per l’etichettatura di alcuni prodotti delle sue colonie come la punta dell’iceberg. Teme che ciò aprirà la porta a misure più dure contro la sua colonizzazione illegale e sta mettendo in campo le forze filo-israeliane in Europa e negli Stati Uniti. Uno degli argomenti continuamente ripetuti è che l’etichettatura danneggia i lavoratori palestinesi.
In questo documento la responsabile politica di Al-Shabaka Nur Arafeh e le consulenti politiche Samia al-Botmeh e Leila Farsakh sfatano gli argomenti addotti da Israele contro la decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti delle colonie, dimostrando l’impatto devastante che il sistema delle colonie israeliane ha avuto sull’economia palestinese togliendo ai palestinesi la terra, l’acqua e altre risorse e creando una massiccia disoccupazione. Affrontano anche la condizione di quei lavoratori palestinesi – una minoranza della forza lavoro – che sono stati obbligati a guadagnarsi da vivere proprio nelle colonie che hanno danneggiato in modo così grave l’economia dei palestinesi e più in generale i loro diritti. Proseguono esaminando il passo dell’Unione Europea (UE) e suggeriscono le iniziative successive che l’UE dovrebbe prendere per rispettare pienamente le leggi internazionali ed europee1.

Il contesto
Ci sono voluti anni all’Unione Europea per sviluppare la sua posizione sull’etichettatura dei prodotti delle colonie che Israele ha costruito sui territori palestinesi e siriani [le Alture del Golan. Ndtr.] fin da quando li ha occupati nel 1967. La Commissione Europea ha emanato una decisione nel 1998 in cui si sospettava che Israele stesse violando l’accordo di associazione con l’UE, firmato nel 1995 e entrato in vigore nel 2000, che esentava i prodotti israeliani dal pagamento di dazi doganali. Nel 2010 la Corte Europea di Giustizia ha confermato che i prodotti provenienti dalla Cisgiordania non beneficiavano del trattamento doganale preferenziale in base all’accordo di associazione dell’UE con Israele e che le affermazioni delle autorità israeliane non erano vincolanti per le autorità doganali dell’UE.
Tuttavia è stato solo nel 2015 che l’UE ha preso la decisione a lungo attesa di adeguare le proprie azioni alle sue stesse regole, in parte come risposta alla crescente pressione da parte della società civile perché riconoscesse l’illegalità delle colonie. Il 10 settembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’etichettatura dei beni delle colonie israeliane in quanto prodotti negli “insediamenti israeliani” piuttosto che in “Israele” e che garantisce che non beneficino del trattamento preferenziale sugli scambi in base al Trattato di Associazione tra l’Ue ed Israele. Due mesi dopo, l’11 novembre, l’UE ha emanato le linee guida attese da molto tempo riguardo all’etichettatura, che ha definito in un linguaggio molto discreto come una “Comunicazione Interpretativa”. Tuttavia i prodotti delle colonie saranno ancora commerciati con l’Unione Europea (EU), lasciando ai consumatori la “decisione informata” se comprare o meno questi prodotti.
Israele sostiene che l’iniziativa dell’UE è “discriminatoria” e che è dannosa per l’economia palestinese in generale e per i lavoratori palestinesi in particolare. E’ chiaramente un tentativo da parte di Israele di distogliere l’attenzione internazionale dalla realtà dell’illegale colonizzazione israeliana, dei suoi effetti profondamente negativi per l’economia palestinese e degli obblighi morali e giuridici dell’UE. In effetti, l’intera colonizzazione da parte di Israele è illegale in base al diritto internazionale, come riconfermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo “Parere consultivo” del 2004 sul Muro di Separazione costruito da Israele. Il trasferimento da parte di Israele della sua popolazione nei territori occupati è una violazione della Convenzione dell’Aja del 1907 e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Lo sfruttamento economico dei Territori Palestinesi Occupati da parte delle colonie
Il presente rapporto riguarda i territori occupati da Israele nel 1967 – la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la Striscia di Gaza e le Alture del Golan, e più specificamente le colonie israeliane e gli avamposti costruiti nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)2. Non affronta tutte le violazioni delle leggi internazionali e dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.
Il fatto che la costruzione delle colonie israeliane si sia basata sullo sfruttamento economico dei TPO è stato ampiamente documentato. Ciò ha incluso la confisca di ampie zone di terra palestinese e la distruzione di proprietà palestinesi per utilizzarle a scopi edilizi ed agricoli; la confisca di risorse idriche, al punto che 599.901 coloni utilizzano sei volte più acqua che tutta la popolazione palestinese della Cisgiordania, composta da 2.86 milioni di abitanti; l’appropriazione di luoghi turistici e archeologici; lo sfruttamento di cave, miniere, risorse del Mar Morto e di altre risorse naturali non rinnovabili dei palestinesi, come sarà argomentato in seguito.
Le colonie sono anche state agevolate da un sistema infrastrutturale di strade, di checkpoint e dal Muro di Separazione, portando alla creazione di bantustan isolati in Cisgiordania e all’appropriazione di altra terra palestinese.
In conseguenza di ciò attualmente le colonie israeliane controllano circa il 42% della terra della Cisgiordania. Questo dato comprende aree edificate così come i confini municipali delle colonie israeliane. Questi confini attualmente comprendono un’area 9,4 volte più ampia di quelle edificate nelle colonie della Cisgiordania e sono proibiti ai palestinesi che non hanno un permesso per accedervi.
La maggioranza delle colonie della Cisgiordania sono costruite nell’Area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e che è molto ricca di risorse naturali3. Secondo uno studio della Banca Mondiale, il 68% dell’Area C è stato destinato alle colonie israeliane, mentre meno dell’1% è stato concesso all’utilizzo da parte dei palestinesi.
All’interno dell’Area C lo sfruttamento da parte delle colonie israeliane è concentrato nella Valle del Giordano e nella parte settentrionale del Mar Morto. Le colonie israeliane controllano l’85,2% di queste zone, che sono le terre più fertili della Cisgiordania. L’abbondante disponibilità di acqua e il clima favorevole forniscono le migliori condizioni per l’agricoltura. Di conseguenza producono il 40% delle esportazioni di datteri da Israele. Nel contempo i palestinesi hanno il divieto di vivere lì, costruire o persino pascolare il loro bestiame con il pretesto che si tratta di “terre statali”, di ” zona militare” oppure di “riserve naturali”.
Israele ricorre anche ad altri metodi per espellere i palestinesi dalle loro terre, distruggendo le case, proibendo la costruzione di scuole e ospedali e negando ai residenti l’accesso a servizi essenziali come l’elettricità, l’acqua e l’escavazione di pozzi. Al contrario, molte colonie sono definite “aree di priorità nazionale”, permettendo loro di ricevere incentivi finanziari dal governo israeliano nei settori dell’educazione, della salute, dell’edilizia, dello sviluppo industriale ed agricolo4.
I proventi israeliani derivanti dallo sfruttamento della terra palestinese e delle risorse della Valle del Giordano e dell’area settentrionale del Mar Morto sono stimati attorno ai 500 milioni di shekel all’anno (circa 118 milioni di euro). Per avere un’idea dell’impatto sull’economia palestinese, vale la pena di notare che i costi indiretti delle restrizioni imposte da Israele all’accesso palestinese all’acqua nella Valle del Giordano – e di conseguenza l’impossibilità di coltivare la loro terra – erano pari a 663 milioni di dollari [circa 616 milioni di euro. Ndtr.], l’equivalente dell’8,2% del prodotto interno lordo palestinese nel 2010.
Nel frattempo Israele continua a costruire nuove colonie. Netanyahu, durante il suo discorso all’US Center for American Progress [organizzazione liberal vicina ai Clinton e ad Obama. Ndtr.] in novembre, ha sostenuto che nessuna nuova colonia è stata edificata negli ultimi vent’anni. Di fatto 20 colonie israeliane sono state approvate durante i suoi mandati, tre delle quali erano avamposti illegali che sono state successivamente regolarizzate dal governo.
La manifestazione più recente della politica di colonizzazione israeliana è la ripresa della costruzione del Muro di Separazione nei pressi di Beit Jala in Cisgiordania, che di fatto separa gli abitanti del villaggio dalle terre coltivate di loro proprietà nella valle di Cremisan. Il percorso di questo tratto di Muro è stato disegnato per permettere l’annessione della colonia di Har Gilo, a sud di Gerusalemme, mettendola in collegamento con la colonia di Gilo, che si trova all’interno dei confini del Comune di Gerusalemme creati da Israele dopo l’inizio dell’occupazione, nel 1967.

Un’economia palestinese strangolata dalle colonie
La colonizzazione illegale da parte di Israele ha avuto decisamente un effetto profondamente negativo sull’economia palestinese. Il controllo israeliano su acqua e terra ha contribuito a ridurre la produttività del lavoro del settore agricolo ed il suo contributo al PIL: l’apporto di agricoltura, settore forestale e della pesca è sceso dal 13,3% del 1994 al 4,7% nel 2012, ai prezzi attuali. Lo sversamento di rifiuti solidi e liquidi dalle zone industriali delle colonie nei TPO ha ulteriormente inquinato l’ambiente, la terra e l’acqua dei palestinesi.
L’accesso limitato alle cospicue risorse del Mar Morto ha impedito ai palestinesi di sviluppare il settore dei cosmetici e altre industrie, basate sull’estrazione di minerali. Uno studio della Banca Mondiale stima che se non ci fossero state restrizioni alla disponibilità di queste risorse, la produzione e la vendita di magnesio, potassio e bromo avrebbe comportato un valore annuo di 918 milioni di dollari [circa 844 milioni di euro. Ndtr.] per l’economia palestinese, l’equivalente del 9% del PIL nel 2011.
Le drastiche limitazioni nell’accesso alle miniere e alle cave nell’Area C ha anche ostacolato la possibilità per i palestinesi di estrarre ghiaia e pietre. Il valore lordo annuo stimato come perdita per l’economia palestinese per l’estrazione da cave e miniere è di 575 milioni di dollari [circa 529 milioni di euro. Ndtr.]. In totale, si stima che le limitazioni all’accesso ed alla produzione nell’Area C sono costate all’economia palestinese 3.4 miliardi di dollari [più di 3.1 miliardi di euro Ndtr.]. Come esaminato in un precedente documento di Al-Shabaka, Israele controlla persino l’accesso dei palestinesi al loro stesso campo elettromagnetico – una politica a cui contribuiscono le colonie – creando perdite tra gli 80 ed i 100 milioni di dollari annui [dai 73 ai 92 milioni di euro. Ndtr.] per gli operatori palestinesi delle telecomunicazioni.
Inoltre l’assenza di contiguità territoriale all’interno della Cisgiordania, unita ad altre restrizioni israeliane al movimento ed all’accesso, ha frammentato la sua economia in piccoli mercati non connessi tra loro. Ciò ha incrementato i tempi ed i costi di trasporto delle merci da una zona della Cisgiordania ad un’altra e dalla Cisgiordania al resto del mondo. In seguito a ciò, la competitività dei prodotti palestinesi sui mercati locali e internazionali è stata indebolita.
Oltretutto, poiché l’economia in Cisgiordania è stata viziata dall’imprevedibilità e dall’incertezza – il che non è sorprendente, in quanto l’area è sottoposta a un’occupazione militare – il costo ed i rischi di fare impresa sono aumentati. Ciò ha peggiorato il clima per gli investimenti, limitato lo sviluppo economico e aumentato la disoccupazione e la povertà. Nel complesso si stima che il costo diretto ed indiretto dell’occupazione sia stato di circa 7 miliardi di dollari [6,4 miliardi di euro. Ndtr] nel 2010 – circa l’85% del PIL palestinese stimato5.

Spossessati: i lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane
L’economia palestinese è stata quindi colpita da fragilità strutturali e settoriali che sono principalmente dovute all’occupazione israeliana e alla colonizzazione. L’espropriazione di terra, acqua e risorse naturali da parte delle colonie e il controllo restrittivo di Israele sui movimenti, l’accessibilità e altre libertà ha indebolito la base produttiva dell’economia, che non è più in grado di generare occupazione e investimenti sufficienti ed è sempre più dipendente dall’economia israeliana e dagli aiuti dall’estero.
Questa dura realtà economica è il fattore principale che porta alcuni palestinesi a lavorare nelle colonie israeliane – si stima che siano state solo il 3,2% del totale degli occupati della Cisgiordania nel terzo quadrimestre del 20156. Invece di essere auto-sufficienti proprietari dei mezzi di produzione, i palestinesi sono stati spossessati delle loro risorse economiche e dei loro diritti dall’occupazione militare e dalle colonie israeliane e sono stati trasformati in manodopera a basso costo.
Infatti la maggior parte dei lavoratori palestinesi nelle colonie è impiegata in lavoro di bassa qualifica e retribuzione: almeno la metà di loro è utilizzata nel settore edile. Ciò significa che meno del 2% del totale della popolazione palestinese occupata sarebbe colpita nel caso di chiusura delle industrie israeliane nelle colonie.
I lavoratori palestinesi nelle colonie sono sottoposti a condizioni di lavoro difficili e a volte pericolose, e si stima che il 93% di loro non abbia un sindacato che li rappresenti. Di conseguenza sono soggetti a licenziamenti arbitrari ed alla revoca del permesso di lavoro se rivendicano i propri diritti o cercano di sindacalizzarsi. Una ricerca del 2011 ha scoperto che la maggioranza dei lavoratori palestinesi avrebbe lasciato il proprio lavoro nelle colonie se avesse trovato un’alternativa nel mercato del lavoro palestinese.
Mentre si sostiene che i lavoratori palestinesi nelle colonie ricevono un salario superiore a quello del mercato del lavoro palestinese, è il caso di notare che sono pagati in media meno della metà del salario minimo israeliano. Ad esempio a Beqa’ot, una colonia israeliana nella Valle del Giordano, i palestinesi sono pagati il 35% del salario minimo legale. E’ da notare che gli impianti di impacchettamento della Mehadrin, il più grande esportatore israeliano di frutta e verdura nell’UE, si trovano in questa colonia.
In breve, è proprio il colonialismo di insediamento israeliano che nuoce ai palestinesi, molto più che l’etichettatura da parte dell’UE dei prodotti delle colonie. Quello di cui i palestinesi hanno bisogno non è più lavoro nelle colonie o più dipendenza dall’economia israeliana. Piuttosto quello di cui i palestinesi hanno bisogno è lo smantellamento delle colonie israeliane, la fine dell’occupazione e la piena realizzazione dei loro diritti in base alle leggi internazionali. Solo allora potranno realmente migliorare la base produttiva dell’economia palestinese, generare opportunità di lavoro, garantirsi autonomia e auto-sufficienza e smettere di essere dipendenti dagli aiuti internazionali.

La distanza tra la retorica dell’UE e le sue azioni
E’ contro questo contesto che il ruolo dell’UE nei riguardi delle colonie israeliane deve essere messo in discussione. L’UE riconosce che le colonie israeliane costruite nei TPO sono illegali. La sua “Comunicazione Interpretativa” stabilisce chiaramente che l’UE, “in linea con le leggi internazionali, non riconosce la sovranità di Israele sui territori occupati da Israele dal giugno 1967.” Tuttavia l’UE continua ad importare beni dalle colonie israeliane (soprattutto frutta e verdura fresche coltivate nella Valle del Giordano) per un valore annuo stimato in 300 milioni di dollari [276 milioni di euro. Ndtr.]. E’ più di 17 volte il valore medio annuale dei prodotti esportati dai TPO nell’UE tra il 2004 e il 2014.
Nonostante la “Comunicazione Interpretativa”, rimane una grande discrepanza tra i discorsi dell’UE e le sue azioni, e la “Comunicazione” è insufficiente per adempiere agli obblighi legali dell’UE per varie ragioni. In primo luogo, non tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane devono essere etichettati. Solo la frutta fresca e le verdure, il pollame, l’olio d’oliva, il miele, l’olio, le uova, il vino, i cosmetici e i prodotti organici sono soggetti all’indicazione obbligatoria dell’origine. Cibi pre-confezionati e prodotti industriali che non siano cosmetici sono soggetti solo all’indicazione volontaria dell’origine.
In più le imprese israeliane che operano nelle colonie possono facilmente aggirare l’etichettatura dei loro prodotti. Ad esempio, possono mettere insieme beni prodotti nelle colonie con altri prodotti in Israele per evitare che siano etichettati come “prodotti nelle colonie”. Possono utilizzare l’indirizzo di un ufficio all’interno dei confini di Israele internazionalmente riconosciuti come l’indirizzo ufficiale dell’impresa piuttosto che l’effettivo luogo di produzione. L’UE dovrebbe anche rilevare il fatto che le imprese che etichettano i propri prodotti come provenienti dalle colonie possono ricevere delle compensazioni dal governo israeliano per le eventuali perdite. Si stima che il bilancio dello Stato abbia destinato circa 2 milioni di dollari [1,8 milioni di euro. Ndtr.] ogni anno negli ultimi 10 anni per compensare le imprese israeliane delle colonie per le perdite cui devono far fronte a causa della fine del trattamento doganale di favore e di altre agevolazioni.
Nel contempo le stesse linee guida per l’etichettatura sono un’arma spuntata, in quanto “l’applicazione delle attuali disposizioni ricade sotto la responsabilità principale degli Stati membri”, come stabilisce la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE. Cosa ancora più importante, limitandosi ad etichettare i prodotti provenienti dalle colonie e mantenendo al contempo relazioni commerciali e investimenti con queste ultime, l’UE sta in realtà continuando a finanziare l’espansione degli insediamenti ed a perpetuare l’occupazione israeliana, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’appropriazione delle terre palestinesi – una situazione illegale che l’UE sostiene di non “riconoscere”.
Inoltre, in chiara opposizione con quanto sostiene, l’UE intraprende progetti con imprese israeliane che sono profondamente coinvolte nelle colonie e nell’occupazione. Per esempio, l’UE ha approvato 205 progetti con la partecipazione israeliana a “Horizon 2020”, il più vasto programma di ricerca e innovazione dell’UE. Le imprese israeliane che vi partecipano comprendono Elbit, che è direttamente coinvolta nella costruzione degli insediamenti e del Muro; le Israel Aerospace Industries [industrie aerospaziali israeliane], che forniscono i macchinari necessari per la costruzione del Muro; l’università Technion, che lavora con il complesso militare israeliano. Banche europee sono anche legate a banche israeliane che forniscono mutui ipotecari ai coloni, finanziano le autorità israeliane nelle colonie e nella costruzione di insediamenti che godono del sostegno da parte dello Stato e altre attività economiche che promuovono la colonizzazione.
Pertanto la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE sembra essere principalmente un atto simbolico, attraverso il quale [l’UE] risponde solo formalmente alla crescente richiesta della società civile europea, sempre più favorevole al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi, che vuole che essa rispetti i propri regolamenti e che Israele sia chiamato a rendere conto delle proprie azioni. In base alle leggi internazionali gli Stati terzi sono obbligati a non riconoscere come lecita una situazione illegale, a non fornire alcun tipo di assistenza per mantenere una situazione illegale e a collaborare per garantire che Israele rispetti le leggi umanitarie internazionali. In altre parole, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero fare quanto possibile per porre fine alla colonizzazione da parte di Israele.

Come l’UE potrebbe rispettare meglio la legge
L’UE dovrebbe iniziare a trasformare le sue parole in misure concrete per rendere Israele responsabile, istituendo un blocco totale su ogni attività economica, finanziaria, commerciale e di investimenti diretta o indiretta con le colonie israeliane, seguendo le orme di Copenhagen, Reykjavik e recentemente Amsterdam. Come raccomandato poco tempo fa in un rapporto del Consiglio Europeo delle Relazioni Estere [centro studi paneuropeo, i cui membri sono ex-ministri degli esteri, imprenditori, intellettuali ed attivisti, il cui scopo è promuovere il dibattito e favorire una politica estera efficace fondata sui valori europei. Ndtr.], dovrebbe anche sospendere le relazioni finanziarie con le banche israeliane, soprattutto quelle che finanziano l’occupazione e la costruzione delle colonie. In più, da parte loro gli Stati membri dell’UE dovrebbero cessare ogni relazione con le colonie israeliane.
Va qui osservato che l’UE è il principale partner commerciale di Israele, con scambi totali attorno ai 30 miliardi di euro nel 2014, che rappresentano circa il 33% del totale delle esportazioni israeliane di beni e servizi nel 20147. Il commercio dell’UE con le colonie israeliane rappresenta meno dell’1% del commercio dell’UE con Israele. Una iniziativa seria da parte dell’UE avrebbe un impatto consistente sulla colonizzazione israeliana e sulla prolungata occupazione militare.
Oltre a passare dall’etichettatura dei prodotti delle colonie a porre fine ad ogni relazione con gli insediamenti israeliani, i Paesi europei dovrebbero prendere in considerazione un embargo di tutti i prodotti israeliani. Fin da quando l’UE ha riconosciuto che il controllo di Israele sui TPO è una situazione di occupazione – un’occupazione militare che dura da circa 50 anni – avrebbe dovuto affrontare le cause profonde dell’occupazione, cioè la politica del governo israeliano, piuttosto che solo il suo effetto, ossia le colonie.
Per esempio, nel caso dell’apartheid in Sud Africa, un boicottaggio concentrato solo sugli affari che riguardavano le township non avrebbe avuto un grande effetto sul sistema di apartheid. Allo stesso modo, boicottare solo i prodotti degli insediamenti israeliani avrebbe un impatto molto minore che boicottare il sistema concreto che sta organizzando la colonizzazione dei territori per fare pressione su Israele perché ponga fine all’occupazione. Per questo è importante vietare ogni prodotto israeliano e non solo quelli delle colonie. Un simile passo prenderebbe di mira, tra le altre cose, l’inganno israeliano riguardo all’origine dei prodotti e delle materie prime che provengono dagli insediamenti. E’ difficile controllare, a meno che siano realmente boicottate le imprese e non solo i loro beni e servizi. In effetti molte delle imprese che lavorano nelle colonie provengono da Israele piuttosto che dai territori del 1967.
Gli appelli per un boicottaggio totale stanno aumentando e trovando adesioni in luoghi imprevisti. Per esempio, due docenti universitari statunitensi hanno recentemente sostenuto in un editoriale sul ” Washington Post” che boicottare solo i prodotti delle colonie “non avrebbe un impatto sufficiente”. Hanno invece proposto “un ritiro dell’aiuto e del supporto diplomatico USA e il boicottaggio e il disinvestimento dall’economia israeliana” per modificare i piani strategici di Israele.
Per la Palestina, un simile divieto aiuterebbe a proteggere i prodotti palestinesi, aumenterebbe la loro competitività e aiuterebbe in futuro a rafforzare la capacità dell’economia palestinese di integrarsi con quella internazionale, una volta che la libertà sia garantita. Il boicottaggio di tutti i prodotti ed i servizi israeliani sarebbe un modo efficace per dare la possibilità ai palestinesi di sconfiggere il colonialismo israeliano. Ciò sarebbe molto più efficace che fornire assistenza per lo sviluppo a settori specifici e risponderebbe direttamente alla richiesta del popolo palestinese di libertà e diritti umani.

Note:
1. Le autrici ringraziano l’ufficio Palestina/Giordania della fondazione Heinrich-Böll per la cooperazione e la collaborazione con Al-Shabaka in Palestina. Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità delle autrici e non riflettono necessariamente l’opinione della fondazione Heinrich-Böll.

2. Gli avamposti delle colonie sono costruiti senza l’autorizzazione ufficiale del governo israeliano. Tuttavia ricevono supporto finanziario da ministeri, agenzie governative, fondazioni locali ed internazionali e da privati (soprattutto dagli USA). Spesso Israele dopo un certo lasso di tempo li “legalizza”.

3. In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa provvisoriamente in Area A, che dovrebbe essere sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese ma è sottoposta a frequenti incursioni militari israeliane, Area B, sotto controllo condiviso di israeliani e palestinesi, ed Area C, sotto controllo esclusivo di Israele. Questo periodo provvisorio è scaduto nel maggio 1999.

4. Per maggiori informazioni vedi “Trading Away Peace: How Europe helps sustain illegal Israeli settlements.” [“Vendere la pace: come l’Europa aiuta a sostenere le illegali colonie israeliane “]

5. I costi diretti sono i costi supplementari sostenuti dai palestinesi in conseguenza delle restrizioni imposte dagli israeliani all’accesso ed al movimento, compresi i maggiori costi dell’acqua e dell’elettricità. I costi indiretti sono le perdite di entrate provenienti dalla produzione che i palestinesi avrebbero potuto fare se non ci fossero state queste limitazioni da parte israeliana. Un esempio di costi indiretti è rappresentato dal valore aggiunto dell’estrazione delle risorse del Mar Morto.

6. In base all’inchiesta sulla forza lavoro realizzata nel novembre 2015 dal PCBS [Palestinian Central Bureau of Statistics, istituzione ufficiale del governo palestinese. Ndtr.], nel periodo luglio-settembre 2015 il numero di lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane in Cisgiordania era di 22.100, su un totale di 674.900 lavoratori in Cisgiordania.

7. Da confrontare con il commercio dell’UE con i TPO, che nel 2014 è stato di circa 154 milioni di euro.

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