“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh – ‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

“Morte a Ahed Tamimi”: coloni israeliani vandalizzano Nabi Saleh

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.


di Jaclynn Ashly, 4 febbraio 2018

FOTO – Graffito che dice “Morte a Ahed Tamimi” lasciato da coloni israeliani nel villaggio di Nabi Saleh (Foto: Jaclynn Ashly)

Betlemme, Cisgiordania occupata – Giovedì notte, quando i residenti di Nabi Saleh nella Cisgiordania occupata erano profondamente addormentati nelle loro case, coloni israeliani si sono aggirati furtivamente per le strade del villaggio sporcando muri con graffiti di minacce contro l’attivista adolescente incarcerata Ahed Tamimi e la sua famiglia.
Alcuni dei graffiti recitano: “Morte a Ahed Tamimi”, “Non c’è posto in questo mondo per Ahed Tamimi” e un altro chiede che la famiglia Tamimi sia “cacciata dal Paese”.

Graffito a Nabi Saleh in cui si legge “Non c’è posto per Ahed Tamimi in questo mondo”.

Bassem Tamimi, il padre di Ahed, ha detto a Mondoweiss che nessuno degli abitanti del villaggio ha visto i coloni entrare nel villaggio, ma che l’incidente è avvenuto ad un certo punto dopo l’una di notte. “I coloni hanno scritto che Ahed dovrebbe essere uccisa per spaventare gli abitanti di Nabi Saleh” ha detto.
Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana, ha detto a Mondoweiss che “le unità di polizia sono state chiamate a Nabi Saleh dopo che erano state riportate notizie di graffiti nel villaggio”. Ha aggiunto che la polizia ha aperto un’indagine sull’incidente.
Bassem ha detto a Mondoweiss che un gruppo di coloni ha dichiarato anche sui social media che avrebbero aspettato fuori dal carcere israeliano HaSharon il giorno in cui Ahed verrà rilasciata e che poi uccideranno l’adolescente.
“Ho paura per mia figlia”, ha detto Bassem. “Non solo è palestinese, ma il suo viso è diventato così riconoscibile che tutti sanno esattamente chi è e come è.”

‘Escalation ad un altro livello’

L’insediamento illegale israeliano Halamish si trova su una collina adiacente a Nabi Saleh. Dozzine di ettari delle terre del villaggio sono stati confiscati per permettere a Israele di costruire l’insediamento.
Dalla casa di Bassem, si può vedere una grande piscina sul tetto di una di queste unità abitative in stile americano che punteggiano la terra.
Questo è il luogo in cui Ahed ha dato il famoso schiaffo che ha trasformato l’adolescente in un’icona internazionale per quello che subiscono i bambini palestinesi sotto l’occupazione militare israeliana da oltre mezzo secolo.
Poco prima che Ahed affrontasse i soldati israeliani fuori di casa sua, il cugino di 15 anni era stato gravemente ferito, colpito a bruciapelo in faccia con un proiettile di gomma.

FOTO – Una vista dell’insediamento di Halamish da fuori casa di Bassem Tamimi.

Un video dell’incidente – dove si vede Ahed che schiaffeggia e colpisce due soldati israeliani – è diventato virale e gli israeliani hanno scatenato una tempesta sui social media chiedendo l’arresto di Ahed.
Ahed e sua madre Nariman sono state successivamente arrestate per l’incidente e ora affrontano numerose accuse, tra cui presunti attacchi e incitamenti. Sono detenute da quasi due mesi nella prigione israeliana di HaSharon.
Dall’incidente dello schiaffo almeno altri nove residenti del villaggio sono stati arrestati, soprattutto durante raid notturni dell’esercito israeliano. Il 3 gennaio Musab Tamimi, 17 anni, un lontano parente di Ahed, è stato ucciso dalle forze israeliane nel villaggio gemello di Nabi Saleh, Deir Nitham.
“Siamo abituati ad avere a che fare con l’esercito israeliano che attacca le nostre case e fa irruzione nel villaggio”, ha detto a Mondoweiss Manal Tamimi, parente di Ahed. “Ma c’è ora un’escalation ad un altro livello, a cui anche i coloni partecipano.”
Ha aggiunto che questo incidente ha creato una situazione “ancor più pericolosa” per il villaggio.

‘Dobbiamo stare più attenti’

Da quando il villaggio ha iniziato le sue proteste settimanali contro l’occupazione israeliana nel 2009, gli attacchi dei coloni residenti ad Halamish sono aumentati, con centinaia di ulivi di Nabi Saleh bruciati e distrutti dai coloni.
Dice Bassem che dopo un incidente in cui i coloni israeliani hanno tentato di dare fuoco alla moschea del villaggio, i residenti avevano messo a punto una strategia per impedire ai coloni di avvicinarsi al villaggio.
Avevano creato ronde di sorveglianza del villaggio, grazie alle quali residenti avrebbero percorso la periferia del villaggio e avvertito gli altri residenti dell’eventuale presenza di coloni o soldati.
Tuttavia, al momento, di solito i residenti del villaggio si informano a vicenda usando i social media o si chiamano quando avvistano coloni vicino al villaggio, suggerendo di lanciare sassi e far rotolare pneumatici in fiamme nella loro direzione nel tentativo di impedire che si avvicinino.
Il villaggio, che ospita circa 600 residenti, è abbastanza piccolo, tanto che in altre occasioni ai residenti è bastato andare sui tetti e gridare “coloni! coloni!”
Ma l’incursione dei coloni di giovedì sera ha lasciato il paese a disagio. “Nessuno sa come o quando sono entrati nel villaggio”, ha detto Manal.
“Dovremo stare molto più attenti”, ha osservato, aggiungendo che i residenti stanno prendendo in considerazione la possibilità di riprendere con le ronde di sorveglianza del villaggio dopo questo incidente.

‘Prendere la legge nelle loro mani’

Secondo il gruppo israeliano per i diritti Yesh Din, in Cisgiordania un palestinese che presenta un reclamo alla polizia contro un israeliano ha solo l’1,9% di possibilità di ottenere “un’indagine efficace e che un sospettato sia identificato, processato e condannato”.
Il gruppo ha notato che gli attacchi dei coloni coinvolgono “molti cittadini israeliani e includono atti di violenza, danni alla proprietà, acquisizione di terre palestinesi e altri reati”.
Questi attacchi fanno “parte di una strategia calcolata per espropriare i palestinesi della loro terra”, ha aggiunto il gruppo. Secondo l’Onu, nel 2017 sono stati segnalati almeno 150 attacchi di coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Dall’arresto di Ahed, i leader israeliani di destra hanno definito l’adolescente una “terrorista” e hanno chiesto misure estreme contro la minore.
Naftali Bennett, ministro israeliano dell’Istruzione dell’estrema destra, ha affermato che Ahed e le altre donne che sono apparse nel video dovrebbero “finire le loro vite in prigione”.
Oren Hazan, un parlamentare israeliano del partito Likud, ha detto alla BBC questa settimana: “Se fossi stato lì, sarebbe finita in ospedale. Di sicuro. Nessuno avrebbe potuto fermarmi. L’avrei presa a calci e calci in faccia, mi creda.”
Secondo Manal, questi richiami alla violenza e alla dura detenzione della famiglia Tamimi hanno incoraggiato i coloni. “Vogliono prendere la legge nelle loro mani e punire la famiglia Tamimi”, ha detto.
Tuttavia, Manal ha fatto in modo di esprimere la forza apparentemente incrollabile per cui gli abitanti di Nabi Saleh sono famosi. “Non abbiamo paura dei coloni o dell’esercito”, ha detto. “Ma faremo in modo che quello che è successo giovedì sera non accada più.”

traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
fonte: http://mondoweiss.net/2018/02/israeli-settlers-vandalize/


‘Death to Ahed Tamimi’: Israeli settlers vandalize Nabi Saleh

Bethlehem, occupied West Bank — On Thursday night, when residents of Nabi Saleh in the occupied West Bank were sound asleep in their homes, Israeli settlers crept through the village’s streets, vandalizing walls with graffiti threatening jailed teen activist Ahed Tamimi and her family.

Some of the graffiti reads: “Death to Ahed Tamimi,” “There’s no place in this world for Ahed Tamimi,” and another demanding that the Tamimi family be “kicked out of the country.”

Bassem Tamimi, Ahed’s father, told Mondoweiss that none of the village’s residents had seen the settlers enter the village, but that the incident occurred at some point after 1 a.m. “The settlers wrote that Ahed should be killed in order to scare the residents in Nabi Saleh,” he said.

Micky Rosenfeld, spokesperson for the Israeli police, told Mondoweiss that “police units were called into Nabi Saleh after reports of graffiti being sprayed in the village.” He added that the police had opened an investigation into the incident.

Bassem told Mondoweiss that a group of settlers also stated on social media that they would wait outside Israel’s HaSharon prison on the day Ahed gets released and then kill the teen.

“It makes me scared for my daughter,” Bassem said. “Not only is she Palestinian, but her face has become so recognizable that everyone knows exactly who she is and what she looks like.”

‘Escalating to another level ’

Israel’s illegal Halamish settlement sits on a hilltop adjacent to Nabi Saleh. Dozens of hectares of the village’s lands were confiscated in order for Israel to build the settlement.

From Bassem’s home, a large swimming pool can be seen on the roof of one of these American-esque housing units that dot the land.

This is the location where Ahed threw her now infamous slap, which transformed the teen into an international icon for the experiences of Palestinian children under Israel’s more than half-century military occupation.

Shortly before Ahed confronted the Israeli officials outside her home, her 15-year-old cousin had been severely wounded after being shot point-blank in the face with a rubber bullet.

A video of the incident — where Ahed is seen slapping and hitting two Israeli officials — went viral, and Israelis created a social media storm demanding the arrest of Ahed.

Ahed and her mother Nariman were subsequently arrested for the incident and now face numerous charges, including alleged assault and incitement. They have been held for nearly two months in Israel’s HaSharon prison.

Since the slap incident, at least nine other residents have been arrested from the village, mostly during overnight Israeli army raids. On January 3, Musab Tamimi, 17, a distant relative of Ahed, was killed by Israeli forces in Nabi Saleh’s sister village of Deir Nitham.

“We are used to dealing with the Israeli army attacking our homes and raiding the village,” Manal Tamimi, a relative of Ahed, told Mondoweiss. “But it’s escalating to another level, where even the settlers are participating now.”

She added that this incident has created an “even more dangerous” situation for the village.

‘We have to be more careful’

When the village began their weekly protests against Israel’s occupation in 2009, attacks from settlers residing in Halamish escalated, with hundreds of Nabi Saleh’s olive trees being burned and destroyed by settlers.

According to Bassem, after an incident where Israeli settlers attempted to light the village’s mosque on fire, residents developed a strategy to prevent settlers from approaching the village.

They created village watch patrols, in which residents would wander the outskirts of the village and warn other residents if settlers or soldiers were seen.

However, nowadays, village residents typically notify each other on social media or call one another when settlers are spotted near the village, prompting village residents to throw rocks and roll burning tires towards them in an effort to prevent them from approaching.

The village, home to some 600 residents, is small enough that other times residents need only to stand on their roofs and scream “settlers! Settlers!”

But the settler incursion Thursday night left the village feeling uneasy. “No one knows how or when they entered the village,” Manal said.

“We will have to be much more careful,” she noted, adding that residents are considering bringing back the village watch patrols following the incident.

‘Taking the law into their own hands’

According to Israeli rights group Yesh Din, a Palestinian in the West Bank who files a police complaint against an Israeli only has a 1.9 percent chance of it being “effectively investigated, and a suspect identified, prosecuted and convicted.”

The group has noted that settler attacks involve “many Israeli citizens and includes acts of violence, damage to property, takeover of Palestinian land, and other offenses.”

These attacks are “part of a calculated strategy for dispossessing Palestinians of their land,” the group added. According to the UN, at least 150 settler attacks were reported in 2017 in the West Bank, including East Jerusalem.

Since Ahed’s arrest, right-wing Israeli leaders have called the teenager a “terrorist” and have advocated extreme measures against the minor.

Naftali Bennett, Israel’s ultra-right education minister, said that Ahed and the other women who appeared in the video should “finish their lives in prison.”

Oren Hazan, an Israeli lawmaker from the Likud party, told the BBC this week: “If I was there, she would finish in the hospital. For sure. Nobody could stop me. I would kick, kick her face, believe me.”

According to Manal, these calls for violence and harsh imprisonment of the Tamimi family have emboldened the settlers. “They want to take the law into their own hands and punish the Tamimi family,” she said.

However, Manal made sure to express the seemingly unwavering strength that Nabi Saleh’s residents are famous for. “We are not afraid of the settlers or the army,” she said. “But we will make sure that what happened Thursday night will never happen again.”

thanks to: InvictaPalestina

Mondoweiss

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Come le colonie israeliane soffocano l’economia palestinese

di Al Shabaka e Ma’an News

Sintesi
Israele vede le linee giuda recentemente emanate dall’Unione Europea per l’etichettatura di alcuni prodotti delle sue colonie come la punta dell’iceberg. Teme che ciò aprirà la porta a misure più dure contro la sua colonizzazione illegale e sta mettendo in campo le forze filo-israeliane in Europa e negli Stati Uniti. Uno degli argomenti continuamente ripetuti è che l’etichettatura danneggia i lavoratori palestinesi.
In questo documento la responsabile politica di Al-Shabaka Nur Arafeh e le consulenti politiche Samia al-Botmeh e Leila Farsakh sfatano gli argomenti addotti da Israele contro la decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti delle colonie, dimostrando l’impatto devastante che il sistema delle colonie israeliane ha avuto sull’economia palestinese togliendo ai palestinesi la terra, l’acqua e altre risorse e creando una massiccia disoccupazione. Affrontano anche la condizione di quei lavoratori palestinesi – una minoranza della forza lavoro – che sono stati obbligati a guadagnarsi da vivere proprio nelle colonie che hanno danneggiato in modo così grave l’economia dei palestinesi e più in generale i loro diritti. Proseguono esaminando il passo dell’Unione Europea (UE) e suggeriscono le iniziative successive che l’UE dovrebbe prendere per rispettare pienamente le leggi internazionali ed europee1.

Il contesto
Ci sono voluti anni all’Unione Europea per sviluppare la sua posizione sull’etichettatura dei prodotti delle colonie che Israele ha costruito sui territori palestinesi e siriani [le Alture del Golan. Ndtr.] fin da quando li ha occupati nel 1967. La Commissione Europea ha emanato una decisione nel 1998 in cui si sospettava che Israele stesse violando l’accordo di associazione con l’UE, firmato nel 1995 e entrato in vigore nel 2000, che esentava i prodotti israeliani dal pagamento di dazi doganali. Nel 2010 la Corte Europea di Giustizia ha confermato che i prodotti provenienti dalla Cisgiordania non beneficiavano del trattamento doganale preferenziale in base all’accordo di associazione dell’UE con Israele e che le affermazioni delle autorità israeliane non erano vincolanti per le autorità doganali dell’UE.
Tuttavia è stato solo nel 2015 che l’UE ha preso la decisione a lungo attesa di adeguare le proprie azioni alle sue stesse regole, in parte come risposta alla crescente pressione da parte della società civile perché riconoscesse l’illegalità delle colonie. Il 10 settembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’etichettatura dei beni delle colonie israeliane in quanto prodotti negli “insediamenti israeliani” piuttosto che in “Israele” e che garantisce che non beneficino del trattamento preferenziale sugli scambi in base al Trattato di Associazione tra l’Ue ed Israele. Due mesi dopo, l’11 novembre, l’UE ha emanato le linee guida attese da molto tempo riguardo all’etichettatura, che ha definito in un linguaggio molto discreto come una “Comunicazione Interpretativa”. Tuttavia i prodotti delle colonie saranno ancora commerciati con l’Unione Europea (EU), lasciando ai consumatori la “decisione informata” se comprare o meno questi prodotti.
Israele sostiene che l’iniziativa dell’UE è “discriminatoria” e che è dannosa per l’economia palestinese in generale e per i lavoratori palestinesi in particolare. E’ chiaramente un tentativo da parte di Israele di distogliere l’attenzione internazionale dalla realtà dell’illegale colonizzazione israeliana, dei suoi effetti profondamente negativi per l’economia palestinese e degli obblighi morali e giuridici dell’UE. In effetti, l’intera colonizzazione da parte di Israele è illegale in base al diritto internazionale, come riconfermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo “Parere consultivo” del 2004 sul Muro di Separazione costruito da Israele. Il trasferimento da parte di Israele della sua popolazione nei territori occupati è una violazione della Convenzione dell’Aja del 1907 e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Lo sfruttamento economico dei Territori Palestinesi Occupati da parte delle colonie
Il presente rapporto riguarda i territori occupati da Israele nel 1967 – la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la Striscia di Gaza e le Alture del Golan, e più specificamente le colonie israeliane e gli avamposti costruiti nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)2. Non affronta tutte le violazioni delle leggi internazionali e dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.
Il fatto che la costruzione delle colonie israeliane si sia basata sullo sfruttamento economico dei TPO è stato ampiamente documentato. Ciò ha incluso la confisca di ampie zone di terra palestinese e la distruzione di proprietà palestinesi per utilizzarle a scopi edilizi ed agricoli; la confisca di risorse idriche, al punto che 599.901 coloni utilizzano sei volte più acqua che tutta la popolazione palestinese della Cisgiordania, composta da 2.86 milioni di abitanti; l’appropriazione di luoghi turistici e archeologici; lo sfruttamento di cave, miniere, risorse del Mar Morto e di altre risorse naturali non rinnovabili dei palestinesi, come sarà argomentato in seguito.
Le colonie sono anche state agevolate da un sistema infrastrutturale di strade, di checkpoint e dal Muro di Separazione, portando alla creazione di bantustan isolati in Cisgiordania e all’appropriazione di altra terra palestinese.
In conseguenza di ciò attualmente le colonie israeliane controllano circa il 42% della terra della Cisgiordania. Questo dato comprende aree edificate così come i confini municipali delle colonie israeliane. Questi confini attualmente comprendono un’area 9,4 volte più ampia di quelle edificate nelle colonie della Cisgiordania e sono proibiti ai palestinesi che non hanno un permesso per accedervi.
La maggioranza delle colonie della Cisgiordania sono costruite nell’Area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e che è molto ricca di risorse naturali3. Secondo uno studio della Banca Mondiale, il 68% dell’Area C è stato destinato alle colonie israeliane, mentre meno dell’1% è stato concesso all’utilizzo da parte dei palestinesi.
All’interno dell’Area C lo sfruttamento da parte delle colonie israeliane è concentrato nella Valle del Giordano e nella parte settentrionale del Mar Morto. Le colonie israeliane controllano l’85,2% di queste zone, che sono le terre più fertili della Cisgiordania. L’abbondante disponibilità di acqua e il clima favorevole forniscono le migliori condizioni per l’agricoltura. Di conseguenza producono il 40% delle esportazioni di datteri da Israele. Nel contempo i palestinesi hanno il divieto di vivere lì, costruire o persino pascolare il loro bestiame con il pretesto che si tratta di “terre statali”, di ” zona militare” oppure di “riserve naturali”.
Israele ricorre anche ad altri metodi per espellere i palestinesi dalle loro terre, distruggendo le case, proibendo la costruzione di scuole e ospedali e negando ai residenti l’accesso a servizi essenziali come l’elettricità, l’acqua e l’escavazione di pozzi. Al contrario, molte colonie sono definite “aree di priorità nazionale”, permettendo loro di ricevere incentivi finanziari dal governo israeliano nei settori dell’educazione, della salute, dell’edilizia, dello sviluppo industriale ed agricolo4.
I proventi israeliani derivanti dallo sfruttamento della terra palestinese e delle risorse della Valle del Giordano e dell’area settentrionale del Mar Morto sono stimati attorno ai 500 milioni di shekel all’anno (circa 118 milioni di euro). Per avere un’idea dell’impatto sull’economia palestinese, vale la pena di notare che i costi indiretti delle restrizioni imposte da Israele all’accesso palestinese all’acqua nella Valle del Giordano – e di conseguenza l’impossibilità di coltivare la loro terra – erano pari a 663 milioni di dollari [circa 616 milioni di euro. Ndtr.], l’equivalente dell’8,2% del prodotto interno lordo palestinese nel 2010.
Nel frattempo Israele continua a costruire nuove colonie. Netanyahu, durante il suo discorso all’US Center for American Progress [organizzazione liberal vicina ai Clinton e ad Obama. Ndtr.] in novembre, ha sostenuto che nessuna nuova colonia è stata edificata negli ultimi vent’anni. Di fatto 20 colonie israeliane sono state approvate durante i suoi mandati, tre delle quali erano avamposti illegali che sono state successivamente regolarizzate dal governo.
La manifestazione più recente della politica di colonizzazione israeliana è la ripresa della costruzione del Muro di Separazione nei pressi di Beit Jala in Cisgiordania, che di fatto separa gli abitanti del villaggio dalle terre coltivate di loro proprietà nella valle di Cremisan. Il percorso di questo tratto di Muro è stato disegnato per permettere l’annessione della colonia di Har Gilo, a sud di Gerusalemme, mettendola in collegamento con la colonia di Gilo, che si trova all’interno dei confini del Comune di Gerusalemme creati da Israele dopo l’inizio dell’occupazione, nel 1967.

Un’economia palestinese strangolata dalle colonie
La colonizzazione illegale da parte di Israele ha avuto decisamente un effetto profondamente negativo sull’economia palestinese. Il controllo israeliano su acqua e terra ha contribuito a ridurre la produttività del lavoro del settore agricolo ed il suo contributo al PIL: l’apporto di agricoltura, settore forestale e della pesca è sceso dal 13,3% del 1994 al 4,7% nel 2012, ai prezzi attuali. Lo sversamento di rifiuti solidi e liquidi dalle zone industriali delle colonie nei TPO ha ulteriormente inquinato l’ambiente, la terra e l’acqua dei palestinesi.
L’accesso limitato alle cospicue risorse del Mar Morto ha impedito ai palestinesi di sviluppare il settore dei cosmetici e altre industrie, basate sull’estrazione di minerali. Uno studio della Banca Mondiale stima che se non ci fossero state restrizioni alla disponibilità di queste risorse, la produzione e la vendita di magnesio, potassio e bromo avrebbe comportato un valore annuo di 918 milioni di dollari [circa 844 milioni di euro. Ndtr.] per l’economia palestinese, l’equivalente del 9% del PIL nel 2011.
Le drastiche limitazioni nell’accesso alle miniere e alle cave nell’Area C ha anche ostacolato la possibilità per i palestinesi di estrarre ghiaia e pietre. Il valore lordo annuo stimato come perdita per l’economia palestinese per l’estrazione da cave e miniere è di 575 milioni di dollari [circa 529 milioni di euro. Ndtr.]. In totale, si stima che le limitazioni all’accesso ed alla produzione nell’Area C sono costate all’economia palestinese 3.4 miliardi di dollari [più di 3.1 miliardi di euro Ndtr.]. Come esaminato in un precedente documento di Al-Shabaka, Israele controlla persino l’accesso dei palestinesi al loro stesso campo elettromagnetico – una politica a cui contribuiscono le colonie – creando perdite tra gli 80 ed i 100 milioni di dollari annui [dai 73 ai 92 milioni di euro. Ndtr.] per gli operatori palestinesi delle telecomunicazioni.
Inoltre l’assenza di contiguità territoriale all’interno della Cisgiordania, unita ad altre restrizioni israeliane al movimento ed all’accesso, ha frammentato la sua economia in piccoli mercati non connessi tra loro. Ciò ha incrementato i tempi ed i costi di trasporto delle merci da una zona della Cisgiordania ad un’altra e dalla Cisgiordania al resto del mondo. In seguito a ciò, la competitività dei prodotti palestinesi sui mercati locali e internazionali è stata indebolita.
Oltretutto, poiché l’economia in Cisgiordania è stata viziata dall’imprevedibilità e dall’incertezza – il che non è sorprendente, in quanto l’area è sottoposta a un’occupazione militare – il costo ed i rischi di fare impresa sono aumentati. Ciò ha peggiorato il clima per gli investimenti, limitato lo sviluppo economico e aumentato la disoccupazione e la povertà. Nel complesso si stima che il costo diretto ed indiretto dell’occupazione sia stato di circa 7 miliardi di dollari [6,4 miliardi di euro. Ndtr] nel 2010 – circa l’85% del PIL palestinese stimato5.

Spossessati: i lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane
L’economia palestinese è stata quindi colpita da fragilità strutturali e settoriali che sono principalmente dovute all’occupazione israeliana e alla colonizzazione. L’espropriazione di terra, acqua e risorse naturali da parte delle colonie e il controllo restrittivo di Israele sui movimenti, l’accessibilità e altre libertà ha indebolito la base produttiva dell’economia, che non è più in grado di generare occupazione e investimenti sufficienti ed è sempre più dipendente dall’economia israeliana e dagli aiuti dall’estero.
Questa dura realtà economica è il fattore principale che porta alcuni palestinesi a lavorare nelle colonie israeliane – si stima che siano state solo il 3,2% del totale degli occupati della Cisgiordania nel terzo quadrimestre del 20156. Invece di essere auto-sufficienti proprietari dei mezzi di produzione, i palestinesi sono stati spossessati delle loro risorse economiche e dei loro diritti dall’occupazione militare e dalle colonie israeliane e sono stati trasformati in manodopera a basso costo.
Infatti la maggior parte dei lavoratori palestinesi nelle colonie è impiegata in lavoro di bassa qualifica e retribuzione: almeno la metà di loro è utilizzata nel settore edile. Ciò significa che meno del 2% del totale della popolazione palestinese occupata sarebbe colpita nel caso di chiusura delle industrie israeliane nelle colonie.
I lavoratori palestinesi nelle colonie sono sottoposti a condizioni di lavoro difficili e a volte pericolose, e si stima che il 93% di loro non abbia un sindacato che li rappresenti. Di conseguenza sono soggetti a licenziamenti arbitrari ed alla revoca del permesso di lavoro se rivendicano i propri diritti o cercano di sindacalizzarsi. Una ricerca del 2011 ha scoperto che la maggioranza dei lavoratori palestinesi avrebbe lasciato il proprio lavoro nelle colonie se avesse trovato un’alternativa nel mercato del lavoro palestinese.
Mentre si sostiene che i lavoratori palestinesi nelle colonie ricevono un salario superiore a quello del mercato del lavoro palestinese, è il caso di notare che sono pagati in media meno della metà del salario minimo israeliano. Ad esempio a Beqa’ot, una colonia israeliana nella Valle del Giordano, i palestinesi sono pagati il 35% del salario minimo legale. E’ da notare che gli impianti di impacchettamento della Mehadrin, il più grande esportatore israeliano di frutta e verdura nell’UE, si trovano in questa colonia.
In breve, è proprio il colonialismo di insediamento israeliano che nuoce ai palestinesi, molto più che l’etichettatura da parte dell’UE dei prodotti delle colonie. Quello di cui i palestinesi hanno bisogno non è più lavoro nelle colonie o più dipendenza dall’economia israeliana. Piuttosto quello di cui i palestinesi hanno bisogno è lo smantellamento delle colonie israeliane, la fine dell’occupazione e la piena realizzazione dei loro diritti in base alle leggi internazionali. Solo allora potranno realmente migliorare la base produttiva dell’economia palestinese, generare opportunità di lavoro, garantirsi autonomia e auto-sufficienza e smettere di essere dipendenti dagli aiuti internazionali.

La distanza tra la retorica dell’UE e le sue azioni
E’ contro questo contesto che il ruolo dell’UE nei riguardi delle colonie israeliane deve essere messo in discussione. L’UE riconosce che le colonie israeliane costruite nei TPO sono illegali. La sua “Comunicazione Interpretativa” stabilisce chiaramente che l’UE, “in linea con le leggi internazionali, non riconosce la sovranità di Israele sui territori occupati da Israele dal giugno 1967.” Tuttavia l’UE continua ad importare beni dalle colonie israeliane (soprattutto frutta e verdura fresche coltivate nella Valle del Giordano) per un valore annuo stimato in 300 milioni di dollari [276 milioni di euro. Ndtr.]. E’ più di 17 volte il valore medio annuale dei prodotti esportati dai TPO nell’UE tra il 2004 e il 2014.
Nonostante la “Comunicazione Interpretativa”, rimane una grande discrepanza tra i discorsi dell’UE e le sue azioni, e la “Comunicazione” è insufficiente per adempiere agli obblighi legali dell’UE per varie ragioni. In primo luogo, non tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane devono essere etichettati. Solo la frutta fresca e le verdure, il pollame, l’olio d’oliva, il miele, l’olio, le uova, il vino, i cosmetici e i prodotti organici sono soggetti all’indicazione obbligatoria dell’origine. Cibi pre-confezionati e prodotti industriali che non siano cosmetici sono soggetti solo all’indicazione volontaria dell’origine.
In più le imprese israeliane che operano nelle colonie possono facilmente aggirare l’etichettatura dei loro prodotti. Ad esempio, possono mettere insieme beni prodotti nelle colonie con altri prodotti in Israele per evitare che siano etichettati come “prodotti nelle colonie”. Possono utilizzare l’indirizzo di un ufficio all’interno dei confini di Israele internazionalmente riconosciuti come l’indirizzo ufficiale dell’impresa piuttosto che l’effettivo luogo di produzione. L’UE dovrebbe anche rilevare il fatto che le imprese che etichettano i propri prodotti come provenienti dalle colonie possono ricevere delle compensazioni dal governo israeliano per le eventuali perdite. Si stima che il bilancio dello Stato abbia destinato circa 2 milioni di dollari [1,8 milioni di euro. Ndtr.] ogni anno negli ultimi 10 anni per compensare le imprese israeliane delle colonie per le perdite cui devono far fronte a causa della fine del trattamento doganale di favore e di altre agevolazioni.
Nel contempo le stesse linee guida per l’etichettatura sono un’arma spuntata, in quanto “l’applicazione delle attuali disposizioni ricade sotto la responsabilità principale degli Stati membri”, come stabilisce la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE. Cosa ancora più importante, limitandosi ad etichettare i prodotti provenienti dalle colonie e mantenendo al contempo relazioni commerciali e investimenti con queste ultime, l’UE sta in realtà continuando a finanziare l’espansione degli insediamenti ed a perpetuare l’occupazione israeliana, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’appropriazione delle terre palestinesi – una situazione illegale che l’UE sostiene di non “riconoscere”.
Inoltre, in chiara opposizione con quanto sostiene, l’UE intraprende progetti con imprese israeliane che sono profondamente coinvolte nelle colonie e nell’occupazione. Per esempio, l’UE ha approvato 205 progetti con la partecipazione israeliana a “Horizon 2020”, il più vasto programma di ricerca e innovazione dell’UE. Le imprese israeliane che vi partecipano comprendono Elbit, che è direttamente coinvolta nella costruzione degli insediamenti e del Muro; le Israel Aerospace Industries [industrie aerospaziali israeliane], che forniscono i macchinari necessari per la costruzione del Muro; l’università Technion, che lavora con il complesso militare israeliano. Banche europee sono anche legate a banche israeliane che forniscono mutui ipotecari ai coloni, finanziano le autorità israeliane nelle colonie e nella costruzione di insediamenti che godono del sostegno da parte dello Stato e altre attività economiche che promuovono la colonizzazione.
Pertanto la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE sembra essere principalmente un atto simbolico, attraverso il quale [l’UE] risponde solo formalmente alla crescente richiesta della società civile europea, sempre più favorevole al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi, che vuole che essa rispetti i propri regolamenti e che Israele sia chiamato a rendere conto delle proprie azioni. In base alle leggi internazionali gli Stati terzi sono obbligati a non riconoscere come lecita una situazione illegale, a non fornire alcun tipo di assistenza per mantenere una situazione illegale e a collaborare per garantire che Israele rispetti le leggi umanitarie internazionali. In altre parole, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero fare quanto possibile per porre fine alla colonizzazione da parte di Israele.

Come l’UE potrebbe rispettare meglio la legge
L’UE dovrebbe iniziare a trasformare le sue parole in misure concrete per rendere Israele responsabile, istituendo un blocco totale su ogni attività economica, finanziaria, commerciale e di investimenti diretta o indiretta con le colonie israeliane, seguendo le orme di Copenhagen, Reykjavik e recentemente Amsterdam. Come raccomandato poco tempo fa in un rapporto del Consiglio Europeo delle Relazioni Estere [centro studi paneuropeo, i cui membri sono ex-ministri degli esteri, imprenditori, intellettuali ed attivisti, il cui scopo è promuovere il dibattito e favorire una politica estera efficace fondata sui valori europei. Ndtr.], dovrebbe anche sospendere le relazioni finanziarie con le banche israeliane, soprattutto quelle che finanziano l’occupazione e la costruzione delle colonie. In più, da parte loro gli Stati membri dell’UE dovrebbero cessare ogni relazione con le colonie israeliane.
Va qui osservato che l’UE è il principale partner commerciale di Israele, con scambi totali attorno ai 30 miliardi di euro nel 2014, che rappresentano circa il 33% del totale delle esportazioni israeliane di beni e servizi nel 20147. Il commercio dell’UE con le colonie israeliane rappresenta meno dell’1% del commercio dell’UE con Israele. Una iniziativa seria da parte dell’UE avrebbe un impatto consistente sulla colonizzazione israeliana e sulla prolungata occupazione militare.
Oltre a passare dall’etichettatura dei prodotti delle colonie a porre fine ad ogni relazione con gli insediamenti israeliani, i Paesi europei dovrebbero prendere in considerazione un embargo di tutti i prodotti israeliani. Fin da quando l’UE ha riconosciuto che il controllo di Israele sui TPO è una situazione di occupazione – un’occupazione militare che dura da circa 50 anni – avrebbe dovuto affrontare le cause profonde dell’occupazione, cioè la politica del governo israeliano, piuttosto che solo il suo effetto, ossia le colonie.
Per esempio, nel caso dell’apartheid in Sud Africa, un boicottaggio concentrato solo sugli affari che riguardavano le township non avrebbe avuto un grande effetto sul sistema di apartheid. Allo stesso modo, boicottare solo i prodotti degli insediamenti israeliani avrebbe un impatto molto minore che boicottare il sistema concreto che sta organizzando la colonizzazione dei territori per fare pressione su Israele perché ponga fine all’occupazione. Per questo è importante vietare ogni prodotto israeliano e non solo quelli delle colonie. Un simile passo prenderebbe di mira, tra le altre cose, l’inganno israeliano riguardo all’origine dei prodotti e delle materie prime che provengono dagli insediamenti. E’ difficile controllare, a meno che siano realmente boicottate le imprese e non solo i loro beni e servizi. In effetti molte delle imprese che lavorano nelle colonie provengono da Israele piuttosto che dai territori del 1967.
Gli appelli per un boicottaggio totale stanno aumentando e trovando adesioni in luoghi imprevisti. Per esempio, due docenti universitari statunitensi hanno recentemente sostenuto in un editoriale sul ” Washington Post” che boicottare solo i prodotti delle colonie “non avrebbe un impatto sufficiente”. Hanno invece proposto “un ritiro dell’aiuto e del supporto diplomatico USA e il boicottaggio e il disinvestimento dall’economia israeliana” per modificare i piani strategici di Israele.
Per la Palestina, un simile divieto aiuterebbe a proteggere i prodotti palestinesi, aumenterebbe la loro competitività e aiuterebbe in futuro a rafforzare la capacità dell’economia palestinese di integrarsi con quella internazionale, una volta che la libertà sia garantita. Il boicottaggio di tutti i prodotti ed i servizi israeliani sarebbe un modo efficace per dare la possibilità ai palestinesi di sconfiggere il colonialismo israeliano. Ciò sarebbe molto più efficace che fornire assistenza per lo sviluppo a settori specifici e risponderebbe direttamente alla richiesta del popolo palestinese di libertà e diritti umani.

Note:
1. Le autrici ringraziano l’ufficio Palestina/Giordania della fondazione Heinrich-Böll per la cooperazione e la collaborazione con Al-Shabaka in Palestina. Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità delle autrici e non riflettono necessariamente l’opinione della fondazione Heinrich-Böll.

2. Gli avamposti delle colonie sono costruiti senza l’autorizzazione ufficiale del governo israeliano. Tuttavia ricevono supporto finanziario da ministeri, agenzie governative, fondazioni locali ed internazionali e da privati (soprattutto dagli USA). Spesso Israele dopo un certo lasso di tempo li “legalizza”.

3. In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa provvisoriamente in Area A, che dovrebbe essere sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese ma è sottoposta a frequenti incursioni militari israeliane, Area B, sotto controllo condiviso di israeliani e palestinesi, ed Area C, sotto controllo esclusivo di Israele. Questo periodo provvisorio è scaduto nel maggio 1999.

4. Per maggiori informazioni vedi “Trading Away Peace: How Europe helps sustain illegal Israeli settlements.” [“Vendere la pace: come l’Europa aiuta a sostenere le illegali colonie israeliane “]

5. I costi diretti sono i costi supplementari sostenuti dai palestinesi in conseguenza delle restrizioni imposte dagli israeliani all’accesso ed al movimento, compresi i maggiori costi dell’acqua e dell’elettricità. I costi indiretti sono le perdite di entrate provenienti dalla produzione che i palestinesi avrebbero potuto fare se non ci fossero state queste limitazioni da parte israeliana. Un esempio di costi indiretti è rappresentato dal valore aggiunto dell’estrazione delle risorse del Mar Morto.

6. In base all’inchiesta sulla forza lavoro realizzata nel novembre 2015 dal PCBS [Palestinian Central Bureau of Statistics, istituzione ufficiale del governo palestinese. Ndtr.], nel periodo luglio-settembre 2015 il numero di lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane in Cisgiordania era di 22.100, su un totale di 674.900 lavoratori in Cisgiordania.

7. Da confrontare con il commercio dell’UE con i TPO, che nel 2014 è stato di circa 154 milioni di euro.

thanks to: forumpalestina

Diversi paesi dell’Ue, tra cui l’Italia, sfidano Israele, “boicottate colonie”

Cinque paesi europei, tra cui l’Italia, sono decisi ad ‘avvertire’ i propri cittadini a non impegnarsi in “attività finanziarie o investimenti” nelle colonie israeliane in Cisgiordania e nelle Alture del Golan annesse dallo . Una mossa che può significare di fatto boicottaggio economico degli insediamenti nei Territori occupati e che appare una risposta al governo di Benyamin Netanyahu dopo il nuovo fallimento delle trattative di pace – promosse dagli Usa – tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp).

La Francia – ha riportato oggi Haaretz con grande evidenza – ha di recente pubblicato sul sito del proprio ministero degli esteri un ”avviso” con il quale si ricorda che le colonie israeliane sono considerate illegali in base al diritto internazionale e che di conseguenza le attività economiche in queste realtà comportano rischi legali. Il quotidiano – che cita una fonte diplomatica francese – ha sostenuto che la decisione di Parigi farebbe parte di ”un’azione congiunta” da parte dei cinque maggiori Paesi dell’Ue: oltre la Francia, anche la Germania, la Gran Bretagna,l’Italia e la Spagna.

La novità di questo processo – secondo il giornale – e’ costituita dall’attuale posizione francese (che segue analoghi ”avvisi” già diffusi da Germania e Gran Bretagna nei mesi corsi) e l’adesione, dopo lo stop dei negoziati, di Italia e Spagna. Per questi due ultimi paesi, Haaretz ipotizza che gli avvertimenti nei riguardi delle colonie d’Israele potrebbero essere formalizzati già ”nei prossimi giorni”. Dietro la mossa francese, e il coordinamento con le altre capitali europee (Roma compresa), c’é – secondo il giornale – il malcontento dei ‘5 grandi’ di fronte alla difficoltà di definire un’iniziativa unica a Bruxelles in questo senso in sede di Commissione Ue per le resistenze dei Paesi più sensibili alla prevedibile reazione del governo Netanyahu.

Uno sfondo su cui incide anche la contromossa israeliana di attivare gli ambasciatori dello stato ebraico in Ue per fare pressioni contro il ‘boicottaggio’ delle colonie nelle cancellerie più esitanti. Ai diplomatici – e un responsabile israeliano lo ha confermato all’ANSA – é stato affidato fra l’altro il compito di cercare di stabilire un contatto fra questo tema e altri dossier facendo in particolare presente ai vari ministeri degli esteri europei che, nell’attuale situazione segnata dal rapimento dei tre studenti israeliani in Cisgiordania, l’emissione di un avviso del genere ”potrebbe aumentare la tensione tra Israele e l’Ue e causare seri danni alle relazioni esistenti”. Tuttavia i diplomatici israeliani hanno riportato in patria la sensazione che questa volta non sarà facile fermare i Paesi europei, almeno i maggiori, e che ”un’ondata” di ”avvisi” contro le attivita’ finanziarie nei Territori da parte sembra ormai in arrivo.

Il responsabile israeliano interpellato dall’ANSA ha in ogni modo cercato di minimizzare l’iniziativa promossa da Parigi: ”Non bisogna esagerare, in realta’ – ha detto – sembra piu’ un segnale politico che altro”. ”Nell’avviso pubblicato dalla Francia – ha notato – e’ stata aggiunta solo qualche frase rispetto agli altri. Nel complesso pero’ manca il quadro giuridico, mancano i precedenti, il sostrato normativo e un quadro dei rischi reali che si corrono per queste attività”.”Da questo punto di vista – è la sua conclusione – (la sfida) appare debole”. O, almeno, cosi’ spera la destra di governo israeliana.

thanks to: ANSAmed

Pace è guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Convegni di studio su “Gli accordi di Oslo – 20 anni dopo”

Roma 3 ottobre, Milano 4 ottobre, Torino 5 ottobre 2013

Relazione di Joseph Massad* a Milano e Torino

Pace è Guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Fin dall’inizio del suo progetto coloniale, il sionismo ha insistito nel sostenere che avrebbe cercato di colonizzare la Palestina “pacificamente”, che la colonizzazione del paese non avrebbe danneggiato la popolazione autoctona, che invece ne avrebbe tratto beneficio. Lo stesso fondatore del movimento, Theodor Herzl, ha fornito due visioni di questo futuro, una visione pubblica romanzata, pubblicizzata nel suo romanzo utopico Altneuland, secondo la quale la Palestina sarebbe diventata uno stato ebraico che avrebbe favorito la coesistenza con gli arabi, arabi che sarebbero stati felici e grati di essere colonizzati e civilizzati dagli ebrei europei, e una strategia segreta, logistica e pratica, per espellere la popolazione araba fuori dal paese, espressa con dovizia di particolari nei suoi Diaries. Il doppio approccio di Herzl, di dichiarare intenzioni pacifiche a uso e consumo pubblico, dietro le quali cercava di nascondere la violenta strategia sionista di conquista della terra dei palestinesi sarebbe stata adottata in seguito completamente dalla politica israeliana e continua ancora oggi a esserne una pietra miliare.

In effetti, molto prima che George Orwell rendesse popolare l’espressione “guerra è pace”, nel suo romanzo del 1949, il sionismo aveva già chiaro che la sua strategia coloniale dipendeva da una deliberata e insistente confusione dei termini binari “guerra” e “pace”, in modo che ciascuno di essi si nascondesse dietro l’altro, all’interno di una stessa strategia: “pace” sarà sempre il termine usato in pubblico per indicare una guerra coloniale e “guerra”, quando diventasse necessaria e pubblica nella forma di invasioni, verrebbe definita come il mezzo principale per raggiungere l’anelata “pace.” Condurre guerra come pace è così centrale per la propaganda sionista e israeliana che l’invasione del Libano del 1982, nella quale furono uccisi 20.000 civili, fu denominata operazione “Pace in Galilea”. Guerra e pace, quindi, sono gli strumenti di un unico obiettivo strategico finale, la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei europei e la sottomissione e l’espulsione della popolazione nativa della Palestina.

Per portare a compimento l’espulsione dei palestinesi e la costituzione di una colonia di insediamento ebraica, Herzl cercò l’appoggio delle potenze che controllavano il destino della Palestina. Mentre i suoi assidui sforzi di corteggiare gli ottomani e di persuaderli di concedergli una possibilità sono falliti, la leadership sionista dopo di lui ha adottato la sua strategia e con successo si è assicurata l’appoggio della Gran Bretagna che si impadronì della Palestina dopo la prima guerra mondiale, come pure della clientela hashemita che la Gran Bretagna mise a capo dell’Iraq e della Transgiordania. Gli inglesi stessi si impegnarono nella loro famigerata Dichiarazione Balfour a far sì che la colonizzazione da parte degli ebrei europei della Palestina avvenisse pacificamente, sotto la loro egida, in modo che “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. Dopo la seconda guerra mondiale, i sionisti si sono assicurati con successo l’appoggio statunitense al loro progetto coloniale.

Il leader sionista Vladimir Jabotinsky, seguendo la strategia di Herzl volta a garantirsi la protezione delle maggiori potenze mondiali, ha formulato come segue la posizione sionista:

La colonizzazione sionista deve o fermarsi, oppure procedere senza riguardo alla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solamente sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può abbattere. Questa è la nostra politica verso gli arabi; non quella che dovrebbe essere, ma quelle che realmente è, che lo si ammetta o no. Che bisogno c’è, altrimenti, della Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese condizioni di amministrazione e di sicurezza tali che se la popolazione nativa volesse contrastare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile.

Questo non significa che i sionisti avevano abbandonato le loro assicurazioni pubbliche che la colonizzazione “pacifica” del paese non avrebbe danneggiato i palestinesi, mentre contemporaneamente impiegavano i mezzi più violenti per espellerli dalla loro terra È stato questo impegno pubblico sionista per la “pace” con i palestinesi la cui terra cercavano di conquistare che provocò l’ira di Jabotinski. L’assunto dei leader sionisti che i palestinesi erano corruttibili, che potevano essere comprati e che avrebbero accettato la dominazione degli ebrei in cambio di benefici economici nominali, fu decostruito da Jabotinsky punto per punto. Già nel 1923, dichiarò che:

I nostri mercanti di pace stanno cercando di persuaderci che gli arabi sono o stupidi al punto che possiamo ingannarli mascherando i nostri propositi reali, o corrotti al punto da poter essere indotti con il denaro a lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina, in cambio di vantaggi economici e culturali. Respingo questa concezione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni dietro di noi, non hanno né la nostra resistenza, né la nostra determinazione; ma sono buoni psicologi come noi…Noi possiamo raccontargli qualsiasi cosa ci piaccia sulla innocenza dei nostri obiettivi, attenuandoli e addolcendoli con  parole melliflue per renderli graditi, ma loro sanno ciò che vogliamo, come noi sappiamo ciò che loro non vogliono. Essi sentono almeno lo stesso amore istintivo e geloso della Palestina, come i vecchi aztechi lo sentivano per il vecchio Messico, e i Sioux per le loro praterie ondulate.

Per Jabotinsky, il razzismo della leadership sionista la stava accecando fino a minare la sua strategia. A suo avviso nessuna quantità di denaro e nessun profluvio di parole melliflue ha mai convinto un popolo a consegnare il suo paese a conquistatori stranieri ed era, quindi, convinto che i palestinesi dovevano essere sconfitti militarmente come precondizione per la loro acquiescenza al progetto sionista di rubare il loro paese. A questo proposito ha aggiunto:

Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che [i palestinesi] permetteranno
volontariamente la realizzazione del sionismo, in cambio di convenienze morali e materiali che il colono ebraico porta con sé, è una nozione puerile, che ha al fondo una sorta di disprezzo per il popolo arabo; significa che disprezzano la razza araba, che la considerano una plebaglia corrotta che può essere comprata o venduta, pronta a rinunciare alla sua patria per un buon sistema ferroviario…Non c’è nessuna ragionevolezza in queste opinioni. Può succedere che qualche arabo prenda una tangente. Ma questo non significa che il popolo arabo della Palestina, nel suo complesso, venderà quel fervente patriottismo che difendono così gelosamente e che nemmeno gli abitanti della Papuasia venderebbero mai. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonialisti fino a quando ha la più piccola speranza di sbarazzarsi del pericolo di esserecolonizzata.

Quindi per Jabotinsky il modo appropriato e corretto di assicurarsi l’acquiescenza palestinese è quello di rimuovere qualsiasi possibilità che essi possano mai fermare la colonizzazione del loro paese o rovesciarla una volta che sia stata ottenuta. Tutto questo sarà portato avanti, innanzitutto, assicurandosi uno sponsor imperiale per la costituzione di una colonia di insediamento ebraica e creando quello che ha chiamato un “muro di ferro”, difeso da un esercito sionista che i palestinesi non siano in grado di sconfiggere. Solo allora, ha concluso, i palestinesi saranno pronti per un accordo pacifico con i loro conquistatori coloniali:

Questo non significa che non ci può essere nessun accordo con gli arabi palestinesi. Quello che è impossibile è un accordo volontario. Fino a quando gli arabi sentiranno che c’è la minima speranza di liberarsi di noi, rifiuteranno di rinunciare a questa speranza in cambio di parole gentili o di pane e burro, perché non sono una feccia, ma un popolo vivo. E quando un popolo vivo cede su questioni di carattere così vitale, questo avviene solo quando non c’è più alcuna speranza di sbarazzarsi di noi, perché non possono fare alcuna breccia nel muro di ferro. Non abbandoneranno, fino a quel momento, i loro leader estremisti il cui slogan è: “Mai”! Poi la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…E quando questo accadrà, sono convinto che noi ebrei saremo pronti a dare loro garanzie soddisfacenti, affinché entrambi i popoli possano vivere insieme in pace come buoni vicini.

Le tesi di Jabotinsky avrebbero guidato tutti i settori del movimento sionista dopo di lui, compreso il Labor Sionista dominante, guidato da Ben Gurion. Come Herzl, Ben Gurion avrebbe sostenuto la pace con i palestinesi pubblicamente, affermando che gli interessi dei colonialisti e dei nativi non erano in contraddizione, ma nello stesso tempo pianificava, in modo strategico, la guerra contro i palestinesi negli incontri con la leadership sionista. Ma a guidarlo sarebbe stata la logica degli argomenti di Jabotinsky. Nel 1936, durante la grande rivolta palestinese contro la colonizzazione sionista e l’occupazione britannica, Ben Gurion dichiara:

”Non è per stabilire la pace che noi abbiamo bisogno di un accordo. Senz’altro la pace è un problema vitale per noi. È impossibile costruire un paese in uno stato di guerra permanente, ma pace è per noi un mezzo. Lo scopo finale è la completa e piena realizzazione del sionismo. Noi abbiamo bisogno di un accordo solo per questo”.

Facendo eco alle parole di Jabotinsky, Ben Gurion capiva che un accordo complessivo di pace con i palestinesi era inconcepibile negli anni ’30, quando i coloni ebraici erano ancora una minoranza armata e bellicosa nella terra dei palestinesi. E concludeva:

”soltanto dopo una totale perdita di speranza da parte degli arabi, perdita che avverrà non solo per il fallimento dei disordini e dei tentativi di rivolta, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, gli arabi accetteranno di consentire a un Israele ebraico”.

Elaborando il concetto che pace è guerra Ben Gurion spiegava in modo molto chiaro ai suoi seguaci sionisti che qualsiasi accordo con gli arabi doveva essere definito formalizzando la loro capitolazione alla colonizzazione sionista. Questo dichiarò nei primi mesi del 1949, dopo il trionfo militare dei sionisti e la costituzione di una colonia di insediamento. “L’Egitto…è un grande Stato. Se potessimo arrivare a concludere con lui la pace, sarebbe per noi una notevole conquista”. Questa “conquista” doveva aspettare 30 anni, ma quando fu realizzata con gli accordi di Camp David con Anwar Sadat nel 1978, avrebbe sancito il riconoscimento da parte dell’Egitto della legittimità della colonia d’insediamento ebraica e il rifiuto della sovranità e dei diritti dei palestinesi, a eccezione di qualche piano “autonomo” differito e il consenso dell’Egitto a non ristabilire mai la sovranità sul Sinai, che Israele avrebbe restituito a un controllo egiziano parziale senza sovranità. La “conquista” dell’Egitto, della quale Ben Gurion parlò nel 1949, fu completata
a Camp David. In quel momento i palestinesi, rappresentati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), non avevano ancora accettato formalmente il fatto che la colonizzazione del loro paese fosse irreversibile e continuarono a tentare la sua liberazione dal colonialismo ebraico europeo.Il concetto di pace come mezzo per ottenere maggiori conquiste coloniali ha continuato a essere radicato nelle considerazioni sioniste e sarebbe stato perseguito insieme alla guerra convenzionale, anche dopo Camp David, come è dimostrato dalle numerose invasioni del Libano negli anni ’70, ’80, ’90 e nel nuovo secolo. Anche se queste guerre sono state condotte esplicitamente come parte della ricerca israeliana di “pace” per conseguire i suoi obiettivi coloniali. La convocazione statunitense della “conferenza di pace” del 1991 a Madrid, alla quale furono invitati Israele e tutti i protagonisti arabi, escludendo l’OLP, non avrebbe inaugurato una nuova fase nella strategia israeliana, formalizzata nel suo nuovo approccio a partire dal 1977 – in particolare concludendo accordi di “pace” con leader arabi e palestinesi che, nelle parole di Jabotinsky, avevano “rinunciato alla speranza”, si erano arresi completamente al colonialismo ebraico, e avevano promesso non solo di non resistere a Israele, ma di aiutarlo mentre continuava la guerra contro gli arabi e contro i palestinesi che continuavano a resistere alla logica coloniale del sionismo.

Anche per il cosiddetto “processo di pace” a guida statunitense, che era stato inaugurato dopo la guerra del 1973, il governo degli Stati Uniti, rappresentato dal Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbe completamente adottato il modello di Jabotinsky. Il piano di Kissinger, che avrebbe condotto in pochi anni alla resa dell’Egitto a Camp David, era quello di coinvolgere eventualmente l’OLP nei negoziati di “pace” alla fine, in modo che l’organizzazione sarebbe stata invitata solo dopo che Egitto, Giordania e Siria avessero riconosciuto e accettato l’irreversibilità della colonia d’insediamento ebraica. Kissinger dichiarò: ”Noi abbiamo bisogno di tenerli (l’OLP) sotto controllo e di coinvolgerli solo alla fine del processo”. Riconoscendo che l’OLP degli anni ’70, che già allora voleva cedere su molti dei diritti del popolo palestinese, non era ancora pronto a rassegnarsi completamente alla irreversibilità della colonizzazione di insediamento ebraica, Kissinger aggiunse: ”Noi (ora) non possiamo accettare la minima richiesta dell’OLP, allora perché parlare con loro?” Kissinger spiegò che “il riconoscimento avverrà solo dopo che i governi arabi saranno soddisfatti.” Mentre gli Stati Uniti non potevano concedere il minimo all’OLP negli anni ’70, Israele ne sarebbe stato capace negli anni ’90.

È in questo scenario che venti anni fa l’OLP si arrese completamente a Israele e accettò la colonizzazione della Palestina, in quelli che sono noti come gli Accordi di Oslo. L’abbandono della lotta anti-coloniale sarebbe stata prima formalizzata con la dissoluzione ufficiosa dell’OLP, in particolare nella parte del suo nome “Liberazione”, e il suo riemergere come Autorità Nazionale Palestinese, una autorità che non cercava più di liberare nulla, ancor meno di offrire una qualche resistenza al colonialismo. Invece l’ANP avrebbe offerto i suoi servizi a Israele collaborando con le sue forze nel sopprimere qualsiasi resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica, cercando da Israele garanzie per un minimo di privilegi che potessero mantenerli al potere.

L’ANP, in verità, ha dimostrato di essere un collaboratore di Israele molto più di quanto Jabotinsky avesse pensato fosse possibile. Jabotinsky aveva proposto che dopo essersi rassegnati alla loro sconfitta, i leader palestinesi che chiedevano la liberazione completa sarebbero stati cacciati e “la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…”. L’ANP, come tutti sanno, non ha mai fatto queste richieste, ha abbandonato completamente i cittadini palestinesi di Israele, che non sono stati mai menzionati a Oslo e ha anche fatto la sua parte nello spostare i palestinesi in Cisgiordania a vantaggio dei progetti di costruzione sponsorizzati da uomini d’affari palestinesi, mentre acconsentiva a nuovi spostamenti di palestinesi dalla loro terra, nuovi, come ad esempio nella Valle del Giordano. Per quanto riguarda l’“integrità nazionale”, l’ANP non ha mai rivendicato di averne una, ancor meno di chiedere a Israele che la garantisse. Le aspettative di Jabotinsky sono state pessimistiche rispetto alla resa dei palestinesi, in particolare sul fatto che “noi non possiamo offrire adeguate compensazioni agli arabi palestinesi per il ritorno in Palestina. E quindi non c’è nessuna probabilità che un accordo volontario possa essere raggiunto. Così tutti coloro che vedono tale accordo come una condizione sine qua non per il sionismo, possono dire “no” e ritirarsi dal sionismo”. Contrariamente al pessimismo di Jabotinsky, tuttavia, e come parte degli accordi di Oslo, una somma consistente di compensazione finanziaria fu offerta e senz’altro accettata dall’ANP in cambio della Palestina. La somma ammonta finora a 23 miliardi di dollari, ma molto di più sta per arrivare.

Come ho affermato al tempo della firma di Oslo, la formula di Israele per un accordo di pace, in particolare “terra per pace” che l’OLP aveva accettato,

pregiudica l’intero processo di pace presupponendo che Israele abbia “terra” che vorrebbe concedere agli “arabi”, e che gli “arabi”, visti come responsabili dello stato di guerra con Israele, possano garantire a Israele la pace per la quale da lungo tempo si è aspettato…questa formula è in effetti un riflesso dei punti di vista razziali che caratterizzano gli israeliani (ebrei europei), i palestinesi e gli altri arabi. Mentre gli israeliani sono stati richiesti e sono ostentatamente presentati come desiderosi di negoziare sulla proprietà, il diritto borghese occidentale per eccellenza, i palestinesi e gli altri arabi sono stati invitati a rinunciare alla violenza – o più precisamente ai “loro” mezzi violenti – che è un diritto illegittimo e non riconosciuto, attribuibile solo a barbari incivili.

Spiegai allora che gli Accordi di Oslo consistevano in quel che segue:

Israele continuerà a controllare la terra, le acque, i confini, l’economia, gli insediamenti ebraici, in breve, tutto quello che ha cercato di controllare, senza la resistenza palestinese e con la sua necessaria soppressione, che potrebbe causare la possibile morte di ragazzi ebrei durante il processo. L’OLP si è impegnata a non permettere questa resistenza. I ragazzi palestinesi dovrebbero uccidere loro i ragazzi e le ragazze palestinesi che i ragazzi ebrei di Israele dovrebbero uccidere, rischiando anche loro nel processo. Nel frattempo, gli israeliani ricorderanno al mondo che le loro precedenti campagne di assassinio contro i palestinesi devono essere giustificate, visto che, ora, i palestinesi stessi riconoscono la necessità di controllare una popolazione selvaggia e recalcitrante.

In linea con Jabotinsky e Ben-Gurion, il ministro degli esteri israeliano in quel periodo, ora presidente di Israele, Shimon Peres hanno riconosciuto che quando Israele alla fine ha riconosciuto l’OLP come il rappresentante dei palestinesi, lo fece perché l’OLP non cercò più di rovesciare il colonialismo ebraico. Ha correttamente dichiarato: “Noi non siamo cambiati, è l’OLP che è cambiata”.

A partire da Oslo, la colonizzazione ebraica della West Bank e di Gerusalemme Est è raddoppiata, ma se escludiamo Gerusalemme Est, che fu annessa a Israele formalmente nel 1980, la colonizzazione ebraica della West Bank, da Oslo, si è nei fatti triplicata. Questo triplicarsi della colonizzazione è avvenuto pacificamente, sotto l’ombrello di Oslo. Ogni tentativo palestinese di impedirla, sia durante la seconda intifada, o attraverso il successo elettorale di Hamas, o atti giornalieri di resistenza contro l’esercito israeliano, sarebbe stato impedito da Israele e dalla ANP. Nel caso di Hamas, la sua repressione sarebbe stata molto intensificata con la collaborazione del regime di Mubarak in Egitto, e più recentemente con il colpo di stato quasi-fascista del generale Sisi.

Con la strategia “pace è guerra” Israele ha pure cercato di cambiare il vocabolario usato per descrivere il suo progetto coloniale, insistendo che i palestinesi devono sottomettersi alla sua terminologia, che i media USA e europei usano per descrivere il colonialismo sionista.

Nella storia delle guerre coloniali e della resistenza anti-coloniale, specialmente nel contesto delle colonie di insediamento, le lotte dei nativi contro i colonizzatori europei sono sempre state denominate lotte di “liberazione”. Esempi: la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo e i colonialisti francesi, la lotta di liberazione del popolo dello Zimbabue contro il colonialismo e i colonialisti britannici, e la lotta anti-apartheid per la liberazione nel Sudafrica contro i privilegi razziali dei colonizzatori bianchi. In nessuno di questi casi la lotta di liberazione dal colonialismo è stata indicata, in un modo o nell’altro, come un “conflitto”. Di certo non c’è mai stata una cosa come il “conflitto” franco-algerino, o un “conflitto” bianchi-neri in Rhodesia o in Sudafrica, nemmeno per gli stessi colonizzatori. In questi casi, sia i colonizzatori di insediamento sia coloro che resistevano non si vergognavano chiamando la loro lotta come una lotta per il privilegio razziale e coloniale o rispettivamente per la liberazione dal razzismo e dal colonialismo di insediamento. Questa terminologia dovrebbe applicarsi al colonialismo di insediamento sionista in Palestina e alla resistenza palestinese. Il progetto della colonizzazione ebraica europea della Palestina, che iniziò negli anni 1880, e che da allora è continuato, resta il fatto più spettacolare dell’incontro palestinese con il sionismo, ma allo stesso tempo è il segreto più strenuamente conservato. Al punto che riferirsi a Israele come il “colonizzatore di insediamento ebraico”, in Israele o in Europa o negli USA, pro-israeliane (che è come i palestinesi e gli arabi lo hanno sempre descritto), è un tabù che non si può rompere e che suscita un’ampia condanna in quei rari casi in cui viene rotto. Infatti, non solo la colonizzazione europea e ebraica della Palestina è stata ridenominata dal sionismo e dai suoi alleati europei e americani come il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese, ma il sionismo ha insistito affinché i palestinesi e gli arabi adottassero questa terminologia come una precondizione per qualsiasi tipo di “dialogo”, e una minima accettazione come partner per un “dialogo” o per negoziati di “pace”.

Il sionismo comprende che vive in un mondo dove il colonialismo, e certamente il colonialismo di insediamento, non sono più molto di moda, e allora questa ridenominazione è centrale per la sua propaganda. I palestinesi hanno capito bene la strategia di Israele e hanno continuato apertamente a insistere nella loro terminologia di liberazione. L’organizzazione palestinese che ha rappresentato la resistenza palestinese fino al 1993 si è chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi gruppi di guerriglia costituenti si sono chiamati Movimento per la Liberazione della Palestina (conosciuto con il suo acronimo Fateh), Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, tutti hanno compreso che il loro incontro con il sionismo era quello con un colonialismo di insediamento, e con le sue strutture razziste, contro il quale insistono nel resistere per rovesciarlo. Dopo il 1993, l’OLP si è trasformata nell’Autorità Nazionale Palestinese, che non solo ha stabilito come nuovo obiettivo della leadership palestinese la creazione di una “autorità nazionale” al posto della liberazione della Palestina e dei palestinesi dal colonialismo di insediamento; la stessa parola colonialismo è anche scomparsa dal suo vocabolario. La nuova definizione del colonialismo ebraico europeo come un conflitto israelo-palestinese che dovrebbe essere “risolto” con un “accordo di pace” tramite negoziati, divenne operativa attraverso l’offensiva di “pace”, che Israele ha condotto contro il popolo palestinese nel 1991.Venti anni di negoziati di “pace” hanno portato più colonialismo, più furto di terre palestinesi, più morti di palestinesi, più povertà palestinese, più restrizioni nei movimenti dei palestinesi, più disoccupazione, in breve più oppressione su ogni fronte. Ancora, la ANP continua a dichiarare senza equivoco che riconosce il diritto degli ebrei di colonizzare la Palestina e di stabilire una colonia di insediamento ebraica sulle terre che i sionisti hanno conquistato nel 1948, così come i diritti di quegli stessi ebrei come coloni di insediamento nella West Bank e a Gerusalemme Est conquistate nel 1967. Quello che chiede, tuttavia, è che gli israeliani non aumentino il numero esistente di coloni ebraici nella West Bank (ma non a Gerusalemme Est) e che uno stato tipo Bantustan si formi per consentire alla ANP di governare i palestinesi senza sovranità. Gli israeliani sono sgomenti per queste condizioni e continuano a spingere affinché la ANP dichiari apertamente e senza equivoci che qualsiasi accordo Israele concederà ai leader dell’ANP, nella forma di uno “stato” Bantustan, le
condizioni di Israele sono comunque che i palestinesi devono accettare non solo il diritto dei coloni ebrei esistenti di continuare a colonizzare tutte le parti della Palestina, ma anche i loro diritti futuri di colonizzare più terra, altrimenti, insistono gli israeliani, non ci sarà alcun accordo.

Naturalmente, Israele insiste che continuerà, nel frattempo, a perseguire la “pace” per convincere la leadership della ANP dell’importanza della loro piena acquiescenza al suo progetto coloniale complessivo. Gli attuali negoziati segreti tra Israele e la ANP mirano a escogitare un piano nel quale la ANP e Israele trovino la giusta formula per arrivare a questa acquiescenza, in modo che la colonizzazione ebraica dell’intera terra dei palestinesi sarà finalmente sostenuta e celebrata dagli stessi palestinesi e la centenaria guerra del sionismo contro il popolo palestinese sarà finalmente vinta sotto lo striscione della “pace”.L’unico problema è che il popolo palestinese si rifiuta di essere acquiescente con il progetto coloniale sionista, in quanto non ha rinunciato alla speranza, ma rimane fiducioso che la colonizzazione della sua terra è reversibile e che la sua resistenza condurrà a una sua fine, a dispetto degli accordi conclusi dalla loro leadership collaborazionista e della conduzione, da parte di Israele, della pace come guerra.

* Joseph Massad insegna alla Columbia University e scrive sulla politica araba moderna e sulla storia intellettuale. Ha un interesse speciale nelle teorie dell’identità e della cultura – incluse le teorie del nazionalismo, sessualità, razza e religione. Ha ricevuto il suo Ph.D. dalla Columbia University nel 1998. È autore di Desiring Arabs (2007), di The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinian Question (2006) e di Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (2001). Il suo libro Daymumat al-Mas’alah al-Filastiniyyah è stato pubblicato da Dar Al-Adab nel 2009, e La persistence de la question palestinienne da La Fabrique nel 2009. I suoi articoli sono apparsi in Public Culture, Interventions, Middle East Journal, Psychoanalysis and History, Critique e nel Journal of Palestine Studies; scrive spesso per Al-Ahram Weekly. Tiene corsi sulla cultura araba moderna, di psicoanalisi in relazione alla civilizzazione e alla identità, su genere e sessualità nel mondo arabo e sulla società e la politica israelo-palestinesi, con seminari sul nazionalismo in Medio Oriente come idea e pratica e anche su Orientalismo e Islam.

Per altri interventi di Joseph Massad vedi il dossier all’indirizzo www.ism-italia.org/?p=3658: L’(Anti-) Autorità Palestinese, Al-Ahram Weekly, giugno 2006

Pinochet in Palestina, Al-Ahram Weekly, novembre 2006
Un’immacolata-concezione?, The Electronic Intifada, 14 aprile 2010
I diritti di Israele, Aljazeera, 6 maggio 2011
L’ultimo dei semiti, Aljazeera, 14 maggio 2013

(traduzione a cura di ISM-Italia)

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Scrivi agli Europarlamentari italiani: Sostenere le nuove Linee Guida per escludere le colonie israeliane dai Programmi UE

Nel luglio del 2013, la Commissione Europea ha annunciato nuove linee guida che mirano a impedire ai progetti israeliani negli insediamenti illegali di ricevere finanziamenti europei per la ricerca e a evitare che aziende e istituzioni israeliane che operano all’interno degli insediamenti illegali possano partecipare a strumenti finanziari come i prestiti europei. Le nuove linee guida sono state largamente accolte da organizzazioni della società civile palestinesi ed europee.

Ma ora Israele e i suoi sostenitori stanno facendo pressione sull’Unione Europea affinché essa abbandoni le nuove linee guida. Vi è un rischio reale che la Commissione ceda alle pressioni israeliane e decida di continuare a finanziare e sostenere i progetti e le organizzazioni israeliane che si trovano nel territorio palestinese occupato. Questo invierebbe il messaggio pericoloso che l’Unione Europea non ha la volontà politica di far pressione su Israele per porre fine i suoi crimini di guerra e per sì che rispetti il diritto internazionale.

Utilizza il nostro semplice e-tool per inviare un messaggio ai deputati italiani del Parlamento Europeo e chiedi loro di intervenire a sostegno delle nuove linee guida e di fare in modo che l’Unione Europea smetta di finanziare i crimini di guerra israeliani.

Agisci! Invia questo messaggio ai Deputati Italiani del Parlamento Europeo!

firma

Testo della lettera che verrà inviata agli europarlamentari 

Onorevole Membro del Parlamento Europeo,

Come uno dei vostri costituenti, Le scrivo per esortarla a prendere misure urgenti per sostenere un’importante decisione recentemente assunta dall’Unione Europea (UE) per quanto riguarda l’illegale occupazione israeliana del Territorio Palestinese.

A seguito delle preoccupazioni manifestate da numerosi parlamentari europei, dalla società civile e da migliaia di cittadini europei, la Commissione Europea ha recentemente annunciato nuove linee guida volte a dare attuazione alla posizione dell’UE di non riconoscere la sovranità di Israele sul Territorio Palestinese Occupato.

Quando entreranno in vigore nel mese di gennaio 2014, le nuove linee guida avranno lo scopo di porre fine alla situazione non etica e illegale nella quale aziende e istituzioni israeliane ricevono sovvenzioni e prestiti europei per finanziare attività negli insediamenti israeliani.

Il trasferimento della popolazione di una potenza occupante nel territorio che occupa e lo sfruttamento delle sue risorse naturali per fini di lucro sono illegali secondo il diritto internazionale e considerati come crimini di guerra ai sensi della quarta convenzione di Ginevra.

Negoziazioni sono attualmente in corso tra Israele e l’UE per quanto riguarda la modalità di applicazione delle nuove linee guida in riferimento alla proposta d’Israele di partecipazione al prossimo programma di ricerca Horizon 2020.

Israele e i suoi sostenitori, tra cui il governo degli Stati Uniti, stanno esercitando una forte pressione sulla Commissione Europea per annacquare le linee guida – linee guida che non fanno altro che mettere in pratica la posizione dell’UE di lunga data circa il fatto che la continua espansione degli insediamenti in territorio occupato costituisce un ostacolo alla pace.

Organizzazioni della società civile sono anche profondamente preoccupate del fatto che Israele stia lavorando per convincere l’Unione Europea a escludere Gerusalemme Est dall’attuazione delle linee guida, nonostante Gerusalemme Est sia internazionalmente riconosciuta come territorio occupato. Questo fatto creerebbe un precedente politico e giuridico molto pericoloso.

Vi è un rischio reale che la Commissione ceda alle pressioni israeliane e decida di proseguire con il finanziamento e il sostegno alle organizzazioni e ai progetti israeliani nel Territorio Palestinese Occupato.

Ciò manderebbe un messaggio pericoloso che l’UE non ha la volontà politica di fare pressione su Israele per porre fine ai suoi crimini di guerra e di rispettare il diritto internazionale. Questo non solo servirebbe a incoraggiare Israele nel continuare le sue pratiche illegali impunemente, ma renderebbe la stessa UE complice di violazioni israeliane del diritto internazionale!

L’attuazione delle linee guida sarà discussa in una sessione plenaria del Parlamento europeo il 21-22 ottobre. L’Unione Europea ha l’obbligo legale di non fornire assistenza o riconoscimento alle violazioni israeliane del diritto internazionale. La esorto pertanto a prendere misure urgenti per sostenere il diritto internazionale e ad opporsi a violazioni dei diritti umani della popolazione palestinese da parte di Israele:

Ponendo domande nel corso della sessione plenaria del 21 e 22 ottobre e oltre, se le nuove linee guida saranno pienamente attuate, soprattutto per quanto riguarda Gerusalemme Est;

Scrivendo all’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Catherine Ashton, esortandola a garantire che le linee guida siano pienamente attuate, in particolare per quanto riguarda Gerusalemme Est;

Proponendo che il proprio gruppo politico mandi un messaggio collettivo a Catherine Ashton esortandola a garantire che le linee guida siano pienamente attuate.

Per informazioni più dettagliate sulle linee guida, si prega di consultare i seguenti link:

http://www.eccpalestine.org/european-union-must-not-bow-to-us-pressure-to-disregard-human-rights/

http://www.eccpalestine.org/eccp-letter-to-the-ministers-of-foreign-affairs-of-the-27-member-states-of-the-eu-on-implementing-guidelines/

http://www.eccpalestine.org/51-meps-call-ashton-to-implement-guidelines/

 

thanks to: ECCP

BDS Italia

 

Israel admits: Just 0.7% of West Bank allocated to Palestinians

In documents released on Thursday to the High Court of Justice, the Israeli government has admitted what Palestinians have been saying for decades: that the Israeli government has taken over 99.3% of the West Bank, allocating most of the land to illegal Israeli ‘Jewish only’ settlements.

The Israeli designation of 1.3 million acres of Palestinian land in the West Bank as ‘Israeli state land’ flies in the face of past Israeli claims that they are willing to negotiate in good faith with the Palestinians on the status of land in the West Bank.

The documents were released as part of a lawsuit filed by Israeli human rights group Yesh Din that challenged the construction of the illegal settlement of Hayovel on stolen Palestinian land. The Israeli government argues that the settlement and the road leading to it are on ‘uncultivated land’, and have declared that such lands are subject to takeover by the Israeli government.

After 1979, the Israeli government began widescale takeovers of Palestinian land using a law that passed in the Israeli Knesset authorizing the Israeli government to take over any Palestinian land that had not been cultivated in ten years.

A study by Israeli researcher Dror Etkes found that the Israeli government has used land surveys that are meant to determine which land is cultivated and which is not as a political tool to take over nearly all of the land in the West Bank.

His report stated that his findings “prove the claims that Palestinian landowners have been consistently presenting over the past few decades: Under the aegis of the broad declaration of lands as state lands, which includes almost a million dunams, Israel has taken over extensive cultivated areas, which were stolen from their owners through administrative decisions over which public and legal oversight is minimal, because they were supposedly not cultivated.”

In the recent case of the outpost of Derech Ha’avot, the largest Israeli outpost colony in the West Bank, the Israeli High Court ruled that the takeover of private Palestinian land by the Israeli settlers was acceptable, leading the lawyers for Yesh Din (the Israeli human rights group representing the Palestinian landowners) to declare;

“Not only is the state reconciling itself to the breaking of the law, but it is also ultimately granting the usurped land to the lawbreakers. It is particularly outrageous that all the state authorities joined forces to accept the breaking of the law and are now attempting to provide an umbrella of state support, rather than combating organized ideological crime that violates human rights on a daily and hourly basis.”

thanks to: Saed Bannoura

IMEMC News

New report by European groups highlights growing consensus for ban on Israeli settlement goods

A coalition of 22 European NGOs along with Richard Falk, the UN special rapporteur for human rights in the occupied Palestinian territories have in the last week released significant reports on financial links with illegal Israeli settlements.

Running into 35 pages, the report from European NGOs, titled Trading Away Peace, is the most wide-ranging report yet into the various forms of economic support for illegal Israeli settlements provided by European states and corporations.

Opening with an overview of the reality for Palestinians in the West Bank, the report highlights the inconsistency between the EU’s stated opposition to settlements and its failure to take action to halt economic activity that encourages their continued existence and expansion.

The report uses Israeli government estimates of the volume of settlement trade to estimate that the EU imports fifteen times more from the illegal settlements than from the Palestinians living in the occupied territories.

Complicit companies

Profiling Israeli companies exporting consumer goods from settlements such as Ahava, SodaStream and Mehadrin, the report recommends that European governments “ensure correct consumer labeling of all settlement products as a minimum measure” and “as a more comprehensive option, ban imports of settlement products, as called for by Ireland.”

The report also calls for action to prevent European corporations like Veolia and G4S from providing infrastructure to illegal Israeli settlements, the inclusion of illegal Israeli settlements in EU agreements and the purchase of property in settlements by European citizens. In all, its 12 recommendations cover many of the main forms of financial support for illegal Israeli settlements.

What’s especially significant and heartening about the report is how widely it has been endorsed. The 22 signatories from 11 European countries include the APRODEV network of Christian development organizations, the International Federation for Human rights (FIdH) and national churches in Sweden and the UK.

Call for boycott

In a report presented to the UN General Assembly on 25 October, the UN special rapporteur on human rights in the occupied Palestinian territories, Richard Falk, went even further, calling for a “boycott [of] businesses that profit from Israeli settlements.”

Advocates of the position that governments should tackle companies complicit in settlements and not just produce made in illegal settlements, including the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), point out that any business with companies exporting from or operating in settlements supports their continued growth and expansion.

“In short, businesses should not breach international humanitarian law provisions. Nor should they be complicit in any breaches. If they do, they may be subject to criminal or civil liability. And this liability can be extended to individual employees of such businesses,” Falk explained when presenting his report (download the report in full here) (extract).

The report examines 13 companies, many of which are already targeted by the BDS movement over their complicity with Israeli violations, including G4S, Mehadrin, Veolia and Caterpillar, and details their infringements of the new UN Guiding Principles on Business and Human Rights.

Falk recommends BDS

The implementation of the guidelines by states and businesses is one of Falk’s main recommendations. The report also states that the special rapporteur is committed to following up with the corporations listed in the report and “may continue to gather information and report on the involvement of corporations in Israel’s settlement activities.”

Making specific mention of the Palestinian-initiated boycott, divestment and sanctions (BDS) movement, Falk urges civil society to “vigorously pursue initiatives to boycott, divest and sanction” the businesses highlighted in his report and calls on governments to “investigate the business activities of companies registered in their own respective countries… that profit from Israel’s settlements, and take appropriate action to end such practices and ensure appropriate reparation for affected Palestinians.”

UN Secretary-General Ban Ki-moon has faced demands from the Anti-Defamation League to distance himself from the report, while the US, Canada and Israel have all called for Falk’s resignation.

Popular pressure needed

The Irish foreign minister has declared himself supportive of an EU-wide ban on settlement trade and the Norwegian foreign minister has also spoken of the need to take concrete action.

However, in a recent meeting with campaigners, a senior EU official denied reports that the EU was considering a EU-wide settlement trade ban and said that countries like France and the UK instead supported a proposal that the EU should issue new guidance ensuring the correct labeling of settlement products.

Alistair Burt, the UK government minister responsible for Middle East policy echoed that view when he said the following in response to to a question in parliament about this new Trading Away Peace report and whether the UK government would implement a ban on settlement trade:

I have seen the report and I note that one of its main recommendations is to commend the United Kingdom on its policy of voluntary labelling and to encourage other European Union countries to do the same. There is active consideration in the EU about doing just that, and we are taking part in that. So far, however, I have not seen anything that would lead us to change our policy in relation to boycotts…

Official guidance requiring the correct labeling of products from illegal settlements, as implemented by the UK, Danish and South African governments, should be seen as a welcome step towards more restrictive measures. But as Palestinian human rights organization al-Haq has argued, states are legally obliged not to provide recognition or assistance to Israeli settlements, including by ending settlement trade. Labelling alone is not sufficient – turning economic support for the colonization of Palestine into an issue of consumer choice is not an acceptable long-term proposition.

While an EU-wide ban on settlement trade may not be a realistic short term goal, it does seem possible that an individual state or group of states – Ireland, Norway or South Africa, for example – could be successfully pressured to implement such a ban.

There is also potential for more retailers to be pressured into adopting the position of the UK Co-operative supermarket, which this year announced that it would no longer deal with companies operating in illegal settlements.

Years of determined grassroots campaigning and Israel’s continued violations of international law mean that demands to end financial support for settlements are now winning unprecedented levels of support, as these two new reports demonstrate.

The challenge now for all campaigners, including supporters of a full boycott of Israel, is to build campaigns capable of pressuring governments and more retailers to take effective action against companies operating in settlements, or at least products from illegal settlements. Further victories in this area would be hugely damaging not only to Israel’s settlement regime but the entirety of its apartheid system.

thanks to: Michael Deas

The Electronic Intifada