Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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J. Steppling: “Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E’ una sadica sociopatica”

J. Steppling: Hillary è più temibile di Trump perché ama la guerra. E' una sadica sociopatica

L’AntiDiplomatico intervista il noto drammaturgo statunitense. “La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood”.

di Alessandro Bianchi*

John Steppling è un grande drammaturgo e sceneggiatore statunitense. Uno dei fondatori del Padua Hills Playwrights Festival e Rockefeller Fellow, ha vinto nel corso della sua carriere numerosi riconoscimenti, tra cui il PEN-West come miglior sceneggiatore. L’influenza di Steppling, attraverso le sue prime opere Close, The Shaper, and The Dream Coast, è stata enorme per tutta una generazione di commediografi californiani, tra cui Jon Robin Baitz, Marlene Mayer, Kelly Stuart e Michael Sargent. Per una delle sue ultime opere Phantom Luck ha vinto nel 2010 il prestigioso LA Award.

Nel corso della sua carriera si è molto occupato di politica con libertà e coraggio. Doti che in occidente non sono molto comuni. Sono note, in particolare, le sue critiche contro le scelte sanguinarie in politica estera degli Stati Uniti.

Dopo il grande giornalista australiano John Pilger, come AntiDiplomatico abbiamo avuto il privilegio di rivolgere anche a Steppling alcune domande sulla politica internazionale attuale.

L’Intervista.

Partirei da una domanda brutale sulle campagne presidenziali statunitensi. Ma cosa è diventato il suo Paese se come migliore candidato, in quanto meno pericoloso per la sopravvivenza del mondo, offre Donald Trump?

“Beh, la domanda è veramente centrale. Ma io direi che razza di paese è quello che offre Donald Trump e Hillary Clinton, ma anche George Bush o Ronald Reagan o Spiro Agnew o Mitt Romney?  Per non parlare di Bill Clinton, colui che tra cent’anni, se esisterà ancora il genere umano, sarà ricordato come il peggior presidente della storia degli Stati Uniti per aver introdotto il Patriot act, il NAFTA, l’espansione della NATO e aver distrutto lo stato di diritto nel paese. Ha fatto tutto questo con la presunzione di portare avanti il volere di una democrazia liberale. Rispetto a queste scelte di estrema destra intraprese da questo Presidente, Nixon passa come un socialista. Non eleggiamo mai il migliore e più intelligente. Si tratta solo di teatro elettorale”.

In un recente sondaggio oltre il 53% dei cittadini statunitensi si sono dichiarati contrari sia a Hillary Clinton che a Donald Trump. Per quanto tempo nell’immaginario collettivo continueremo a considerare gli Stati Uniti una democrazia? 
“Non credo che negli Stati Uniti ci sia una democrazia funzionante dal 1963. L’anno dove un colpo di stato è intercorso nel paese. Certo, a qualche buon pensante può dar fastidio quest’ultima definizione, chiamatelo come volete, ma l’assassinio di Kennedy non è stato chiaramente opera di Lee Harvey Oswald, ma di una manovra interna allo Stato, probabilmente ordita dai fratelli Dulles e altri neo-colonialisti anti comunisti. Kennedy odiava la CIA. Ha iniziato come un prodotto tipico del suo background, è vero, ma aveva cambiato indirizzo… o perlomeno abbastanza da giustificare la sua fine. Quindi, non penso che gli Stati Uniti siano da allora una democrazia. Alcune elezioni locali contano in modo limitato, ma è tutto qui. In questo contesto, ritengo che fino a quando le masse di cittadini non si ribellino a questo spettacolo triste, nulla cambierà.
Continuare con questa farsa è una prospettiva altamente auto-lesionista. E questo è il motivo per cui lo Stato promuove, tramite i media mainstream, l’elezione come se fosse una corsa tra cavalli o qualunque altro sport. Le persone diventano ossessionate dalle tattiche e non dal senso più profondo della politica”.

Bernie Sanders era realmente il cambiamento che in molti in Europa hanno descritto?

“No”.

Cosa accadrebbe al mondo con una presidenza di Hillary Clinton?
“Beh Hillary mi spaventa molto di più di Trump. E penso di aver già risposto alla domanda. La paura all’interno degli Stati Uniti con Trump è che quest’ultimo seguirà e darà potere al pensiero dei suoi seguaci. Si temono, quindi, aumenti in crimini basati sull’odio e attacchi contro le comunità di immigrati. Non può Trump logicamente deportare 10 milioni di persone o costruire un muro ridicolo, ma dovrà comunque fare qualcosa per soddisfare la rabbia dei suoi seguaci. In politica estera Trump è completamente imprevedibile, probabilmente preferisce e predilige alcune tendenze isolazioniste. Detto questo, la verità è che Trump di politica estera conosce davvero poco e dovrà affidarsi a collaboratori e consiglieri che saranno gli stessi che utilizzerebbe Hillary, che sono gli stessi che ha utilizzato Bush, Bill Clinton… Nulla cambia. I joint chiefs, i ricchi donatori, i falchi intorno al Pentagono e i guerrieri di vecchia data come Kissinger, sono tutti loro che decidono la politica estera statunitense.
Ma io temo di più Hillary perché lei ama la guerra. E’ una sadica sociopatica. E’ così, non sto esagerando. Molto dipenderà poi da chi sceglierà per guidare il Dipartimento di Stato, io ho previsto qualcuno alla Wesley Clark. La Clinton provocherà la Russia e la Cina il più possibile. E, con il fedele alleato Israele, perseguirà con violenza i suoi obiettivi bellici in Medio Oriente”.
Cosa ha provato quando ha visto Obama parlare recentemente ad Hiroshima e non chiedere scusa per quanto fatto dal suo paese, dichiarando poi quasi sarcasticamente – in quanto alla guida della prima potenza atomica del mondo – di auspicare un pianeta senza armi nucleare?
“Nessuna sorpresa. Ma ho provato vergogna per il mio paese”.
L’espansionismo sempre maggiore degli Stati Uniti arriverà ad un punto di rottura e collisione con la Cina? 
“Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare che gli Stati Uniti sono una grande potenza militare ma sono anche un paese in una delicata fase economica. Riescono ad imporre il loro volere al resto del mondo dal punto di vista militare, ma sempre meno dal punto di vista economico. Come gli Usa si comportano con la Cina, è esattamente lo stesso che li ha portati a devastare l’Iraq e la Libia. Sono stupidi e provinciali in molti aspetti. E questo è il motivo per cui sin dai tempi di Dulles hanno pensato di inviare spie da infiltrare nel governo di Mao. Dal tempo del colpo di stato in Iran, gli Stati Uniti non hanno mai dato peso alla storia o alla cultura”.
Anche se è la Nato che sta portando le sue installazioni sempre più a est, in Europa la nostra informazione alimenta un pericolo di una Russia aggressiva. A chi giova alimentare questo sentimento di russofobia?
“La propaganda anti russa è davvero senza respiro. Ed è iniziata, in particolare per opera dei liberal a stella e strisce, grazie alla colonizzazione dei Clintons di Hollywood. Guardate, ad esempio, la serie TV House of Cards: è pura propaganda Clintoniana. Spacey conosce Bill, naturalmente, e lo show runner era un ex operaio nella “mafia” di Hillary. Poi guardate Madam Secretary … un altro esempio di intrattenimento ad uso promozionale dell’agenda Clinton. E Obama è, naturalmente, un boiardo di partito, un funzionario che è stato elevato a Presidente per ragioni di forza maggiore. E ‘stata una mossa brillante. Pensate che, anche dopo la sua misera presidenza, immorale e orribile, è molto amato da molti liberal. I professionisti bianchi adorano Obama e ora accoglieranno Hillary. Il baraccone di Bernie Sanders era, come ha scritto Bruce Dixon, il cane del pastore che doveva portare i liberal di sinistra (pecore) a bordo con Hillary. A quasi nessuno piace Hillary. E’ un terribile candidato”.
Dall’avvento delle cosiddette primavere arabe, iniziate con il noto discorso di Obama all’Università del Cairo del 2009, il Mediterraneo orientale è divenuto una polveriera. Si è trattato di un piano esterno di distruzione pianificata di stati sovrani ostili a Washington, Libia e Siria in particolare, o reale ricerca di democrazia e libertà?
“Penso che sia stato così. Voglio dire, questo è esattamente quello che la classe dominante negli Stati Uniti, stupida, culturalmente ignorante, ha voluto. Ma l’origine di questo metodo che ha portato alla distruzione di paesi sovrani in quell’aerea ha una data precisa: il bombardamento della ex Jugoslavia per l’espansione della Nato e la creazione di un sacco di piccoli stati dipendenti. Hanno distrutto l’ultimo paese nominalmente socialista in Europa con la demonizzazione di Milosevic e i serbi, sostenendo i croati fascisti e il KLA. E poi hanno creato questo feudo protettorato gangster in Kosovo. Perfetto.
La distruzione dell’Ex Jugoslavia è anche il momento in cui la nuova sinistra di marca e flaccida, la sinistra di carriera negli Stati Uniti e nel Regno Unito ha iniziato ad essere complice. Zizek è il peggiore, naturalmente. Mi spiegate perché qualcuno pensa ancora che sia di sinistra? E ‘un razzista dichiarato e cripto-fascista. Ma altri, come Richard Seymour e Zunes, ma, in generale, tutti i pseudo liberal hypster a vita bassa della stampa come VICE sono coloro che hanno servito in blocco il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e lo si può vedere anche in pubblicazioni come Jacobin. C’è da rabbrividire. La loro copertura culturale è imbarazzante. Questo populismo falso che ha infettato la sinistra liberal bianca è dannosa”.
E’ giusto definire oggi Aleppo come la “Stalingrado della Siria” e “il cimitero dei sogni del fascista Erdogan” come ha dichiarato il presidente siriano Assad?
“Beh, non è lontano dal dire il vero. Assad è certamente oggi il principale obiettivo occidentale”.
Che ruolo giocano, secondo lei, le ONG dei diritti umani nel contesto internazionale attuale? 
“Penso che Arundhati Roy abbia espresso la critica più efficace sulle ONG un decennio fa. Sono lì per impedire che movimenti di massa si formino. Ecco a cosa servono. Le “bande degli aiuti” servono a limitare il potenziale per la rivoluzione nei vari paesi. Guardate chi sono le persone che gestiscono Amnesty oggi, persone legate a doppio filo con i raccapriccianti think tank con sede a Washington e gruppi statali di facciata del Dipartimento come Freedom House e simili”.
14 anni fa, falliva il colpo di stato in Venezuela contro il presidente democraticamente eletto Hugo Chavez e iniziava l’uscita degli Stati Uniti dall’America Latina. Poco dopo, gli Usa invasero l’Iraq. Oggi che nel Mediterraneo orientale l’egemonia traballa, Washington utilizza tutte le sue armi note per tornare in America Latina. Ha ragione secondo Lei il Presidente Rafael Correa quando dice che siamo di fronte ad un nuovo Piano Condor nella regione? 
“Ha assolutamente ragione. Gli sforzi di destabilizzazione in Venezuela sono stati tremendi. Ma anche in Ecuador, come in Brasile. La mano di Hillary l’abbiamo vista in Honduras. E abbiamo visto i Clintons ad Haiti. Il disegno è chiaro”.
E se si, considerando anche quanto avvenuto in Brasile, Ecuador e Bolivia, quali tecniche vengono utilizzate oggi?
“Oscar Schemel ha scritto a proposito: “Una delle variabili su cui si basano queste campagne è l’aggravamento dei problemi, l’esagerazione degli stessi,  attraverso una campagna mediatica crescente per generare un clima di ansia. Dopo appena una settimana di code, le persone stavano comprando le candele, oltre al cibo, perché hanno sentito dell’avvicinarsi di un colpo di stato, di saccheggi e di esplosione sociale”.
Questa è la guerra psicologica totale. Il Dipartimento di Stato Usa si infiltra e mistifica la situazione reale. Propaganda al lavoro. E i famosi Op Ed (Editoriali) dei principali quotidiani, la maggior parte dei quali sono di proprietà dell’elite al potere, fanno il resto. Gli Stati Uniti sono i principali responsabili. Ma, secondo voi, come sono diventate ricche le famiglie del Sud America che vogliono un ritorno al feudalesimo? E, che tristezza, vedere servi del neo-colonialismo statunitense come Leopoldo Lopez presi a modello dalla finta sinistra negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa. E’ stupefacente. Ma vedete, è così profondo il timore di questi nuovi personaggi in cerca di carriera a sinistra di essere chiamati stalinisti, o essere legati al comunismo reale … che preferiscono essere associati a stridenti reazionari”.
Il futuro del mondo offre al momento due possibili binari: un unilateralismo statunitense, soprattutto in caso di presidenza Clinton, fatto di aree di “libero” scambio imposte in giro per il mondo sul Modello Nafta (il TTIP in Europa ad esempio), con milioni di poveri disperati prodotti e profitti per le multinazionali, e la distruzione pianificata con il caos di tutti i paesi che si ribellano a questa visione stile Libia e Siria; oppure un periodo di multilateralismo, rispetto della sovranità, autodeterminazione dei popoli e di pace se si dovesse rafforzare il progetto alternativo al Washington Consensus dei Brics e l’integrazione regionale dell’America Latina ideata e voluta da Chavez, Castro, Lula e Kirchner. Siamo lontani dalla realtà? E quale delle due visioni prevarrà?
“Non posso fare previsioni, chiaramente. Ma so che quello che l’elite degli Stati Uniti vuole è il dominio globale. Questa è l’idea di fondo che muove operazioni sotto falsa bandiera, la propaganda mediatica e la costante infiltrazione di movimenti di opposizione al fine di neutralizzare ogni possibile reazione. Utilizzano pura propaganda per abbattere chi si oppone. E la guerra economica, chiaramente. Se tutto fallisce, alla fine, bombardano”.

*Si ringrazia per la realizzazione dell’intervista Andre Vltchek

thanks to: l‘Antidiplomatico

The Legacy of the Obama Administration: An Interview With Noam Chomsky

President Barack Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)President Obama delivers remarks at Concord Community High School in Elkhart, Indiana, June 1, 2016. (Zach Gibson / The New York Times)

 

Anyone looking attentively at contemporary developments in the United States will surely notice that the country is undergoing a profound crisis of purpose and institutional legitimacy under a neoliberal regime in overdrive. And this is occurring less than eight years after the election of Barack Obama, whose political campaign raised hopes for a shift away from the neoconservative fallacies and imperial crimes that characterized the administration of George W. Bush.

Welcome to the future of the past. The United States is a nation in disarray whose economic and political elite are still trying to recapture and reproduce the Gilded Age at a time when the overwhelming majority of citizens are experiencing a sharp decline in their standard of living and an increase in large-scale economic insecurity, coupled with sharply diminishing social services, a collapsing infrastructure and loss of hope in the future. Hence the explanation for the rise of political charlatans like Donald Trump, a man who aspires to become president without even pretending to have what may be loosely described as a coherent ideology (which is why the popular version among certain segments of the US progressive movement that Donald Trump is a “fascist” is a crude joke). Hence, also, the appearance on the national political stage of Bernie Sanders, whose message about the need for a more democratic United States resonates extremely well with young people, many of whom fear that, given the current conditions, their future will involve massive unemployment and economic insecurity.

Be that as it may, it seems beyond reasonable doubt at this point that the November election will be between a Republican candidate who believes that the rich deserve to get richer off the brutal exploitation of the working class and a Democrat who has fully embraced neoconservatism on foreign policy issues and is in bed with the Wall Street wolves. In this respect, Hillary Clinton hardly offers a meaningful alternative to Donald Trump, whose incoherent mumblings have scared even the Republican establishment to the point that his opponent can count on measurable support, both in terms of money and votes, from traditional conservatives and many neoconservatives.

With the November election still several months away, it would be instructive to reflect on the state of the country and the world under the Obama administration as the past always shapes and conditions the present. Noam Chomsky, one of the US’ premier dissidents, social critics and intellectuals for more than half a century, was among a handful of souls who never “bought” the promotion of Barack Obama as a real reformer, let alone a sincere progressive. In this exclusive interview with Truthout, Chomsky lays bare the reasons why Obama’s election did not lead to any significant changes in the realms of foreign and economic policy making, although it did represent some kind of progress after eight grim years of neoconservative rule under a messianic administration.

CJ Polychroniou: Barack Obama was elected in 2008 as president of the United States in a wave of optimism, but at a time when the country was in the full grip of the financial crisis brought about, according to Obama himself, by “the reckless behavior of a lot of financial institutions around the world” and “the folks on Wall Street.” Obama’s rise to power has been well documented, including the funding of his Illinois political career by the well-known Chicago real estate developer and power peddler Tony Rezko, but the legacy of his presidency has yet to be written. First, in your view, did Obama rescue the US economy from a meltdown, and, second, did he initiate policies to ensure that “reckless financial behavior” would be kept at bay?

Noam Chomsky: On the first question, the matter is debated. Some economists argue that the bank rescues were not necessary to avoid a serious depression, and that the system would have recovered, probably with some of the big banks broken up. Dean Baker for one. I don’t trust my own judgment enough to take a strong position.

On the second question, Dodd-Frank takes some steps forward — making the system more transparent, greater reserve requirements, etc. — but congressional intervention has cut back some of the regulation, for example, of derivative transactions, leading to strong protests [of] Frank. Some commentators, Matt Taibbi for one, have argued that [the] Wall Street-Congress conniving undermined much of the force of the reform from the start.

What do you think were the real factors behind the 2008 financial crisis?

The immediate cause of the crisis was the housing bubble, based substantially on very risky subprime mortgage loans along with exotic financial instruments devised to distribute risk, reaching such complexity that few understand who owes what to whom. The more fundamental reasons have to do with basic market inefficiencies. If you and I agree on some transaction (say, you sell me a car), we may make a good bargain for ourselves, but we do not take into account the effect on others (pollution, traffic congestion, increase in price of gas, etc.). These “externalities,” so called, can be very large. In the case of financial institutions, the effect is to underprice risk by ignoring “systemic risk.” Thus if Goldman Sachs lends money, it will, if well-managed, take into account the potential risk to itself if the borrower cannot pay, but not the risk to the financial system as a whole. The result is that risk is underpriced. There is too much risk for a sound economy. That can, in principle, be controlled by sound regulation, but financialization of the economy has been accompanied by deregulation mania, based on theological notions of “efficient markets” and “rational choice.” Interestingly enough, several of the people who had primary responsibility for these destructive policies were chosen as Obama’s leading economic policy advisers (Robert Rubin, Larry Summers, Tim Geithner and others) during his first term in the White House. Alan Greenspan, the great hero of a few years ago, eventually conceded quietly that he did not understand how markets work — which is quite remarkable.

There are also other devices that lead to underpricing risk. Government rules on corporate governance provide perverse incentives: CEOs are highly rewarded for taking short-term risks, and can leave the ruins to someone else, floating away on their “golden parachutes,” when collapse comes. And there is much more.

Didn’t the 2008 financial crisis reveal once again that capitalism is a parasitic system?

It is worth bearing in mind that “really existing capitalism” is remote from capitalism — at least in the rich and powerful countries. Thus in the US, the advanced economy relies crucially on the dynamic state sector to socialize cost and risk while privatizing eventual profit — and “eventual” can be a long time: In the case of the core of the modern high-tech economy, computers and the internet, it was decades. There is much more mythology that has to be dismantled if the questions are to be seriously posed.

Existing state-capitalist economies are indeed “parasitic” on the public, in the manner indicated, and others: bailouts (which are very common, in the industrial system as well), highly protectionist “trade” measures that guarantee monopoly pricing rights to state-subsidized corporations, and many other devices.

During his first term as president, you admitted that Obama faced an exceptionally hostile crowd in Capitol Hill, which of course remained hostile throughout his two terms. Be that as it may, was Obama ever a real reformer or was he more of a public manipulator who used popular political rhetoric to sideline the progressive mood of the country in an era of great inequality and mass discontent over the future of the USA?

Obama had congressional support for his first two years in office, the time when most presidential initiatives are introduced. I never saw any indication that he intended substantive progressive steps. I wrote about him before the 2008 primaries, relying on the webpage in which he presented himself as a candidate. I was singularly unimpressed, to put it very mildly. Actually, I was shocked, for the reasons I discussed.

Consider what Obama and his supporters regard as his signature achievement, the Affordable Care Act. At first, a public option (effectively, national health care) was dangled. It had almost two-thirds popular support. It was dropped without apparent consideration. The outlandish legislation barring the government from negotiating drug prices was opposed by some 85 percent of the population, but was kept with little discussion. The Act is an improvement on the existing international scandal, but not by much, and with fundamental flaws.

Consider nuclear weapons. Obama had some nice things to say — nice enough to win the Nobel Peace Prize. There has been some progress, but it has been slight and current moves are in the wrong direction.

In general: much smooth rhetoric, some positive steps, some regression, overall not a very impressive record. That seems to me a fair assessment, even putting aside the quite extraordinary stance of the Republican party, which made it clear right after Obama’s election that they were, substantially, a one-issue party: prevent the president from doing anything, no matter what happens to the country and the world. It is difficult to find analogues among industrial democracies. Small wonder that the most respected conservative political analysts (such as Thomas Mann or Norman Ornstein of the conservative American Enterprise Institute) refer to the party as a “radical insurgency” that has abandoned normal parliamentary politics.

In the foreign policy realm, Obama claimed to strive for a new era in the US, away from the militarism of his predecessor and towards respect for international law and active diplomacy. How would you judge US foreign and military strategy under the Obama administration?

He has been more reluctant to engage troops on the ground than some of his predecessors and advisers, and instead has rapidly escalated special operations and his global assassination (drone) campaign, a moral disaster and arguably illegal as well [on the latter matter, see Mary Ellen O’Connell, American Journal of International Law volume 109, 2015, 889f]. On other fronts, it is a mixed story. Obama has continued to bar a nuclear weapons-free (technically, WMD-free) zone in the Middle East, evidently motivated by the need to protect Israeli nuclear weapons from scrutiny. By so doing, he is endangering the Nonproliferation Treaty, the most important disarmament treaty, which is contingent on establishing such a zone. He is dangerously escalating tensions along the Russian border, extending earlier policies. His trillion-dollar program for modernizing the nuclear weapons system is the opposite of what should be done. The investor-rights agreements (called “free trade agreements”) are likely to be generally harmful to populations, [and] beneficial to the corporate sector. Sensibly, he bowed to strong hemispheric pressures and took steps towards normalization of relations with Cuba. These and other moves amount to a mixed story, ranging from criminal to moderate improvement.

Looking at the state of the US economy, one can easily argue that the effects of the financial crisis of 2007-08 are not only still around, but that we have in place a set of policies which continue to suppress the standard of living for the working population and produce immense economic insecurity. Is this because of neoliberalism and the peculiarities of the nature of the US economy, or are there global and systemic forces at play such as the free movement of capital, automation and the end of industrialization?

The neoliberal assault on the population remains intact, though less so in the US than in Europe. Automation is not a major factor, and industrialization isn’t ending, just being off-shored. Financialization has of course exploded during the neoliberal period, and the general policies, pretty much global in character, are designed to enhance private and corporate power. That sets off a vicious cycle in which concentration of wealth leads to concentration of political power, which in turn yields legislation and administrative practices that carry the process forward. There are countervailing forces, and they might become more powerful. The potential is there, as we can see from the Sanders campaign and even the Trump campaign, if the white working class to which Trump appeals can become organized to focus on their real interests instead of being in thrall to their class enemy.

To the extent that Trump’s programs are coherent, they fall into the same general category of those of Paul Ryan, who has granted us the kindness of spelling them out: increase spending on the military (already more than half of discretionary spending and almost as much as the rest of the world combined), and cut back taxes, mainly on the rich, with no new revenue sources. In brief, nothing much is left for any government program that might be of benefit to the general population and the world. Trump produces so many arbitrary and often self-contradictory pronouncements that it isn’t easy to attribute to him a program, but he regularly keeps within this range — which, incidentally, means that his claims about supporting Social Security and Medicare are worthless.

Since the white working class cannot be mobilized to support the class enemy on the basis of their actual programs, the “radical insurgency” called “the Republican Party” appeals to its constituency on what are called “social-cultural issues”: religion, fear, racism, nationalism. The appeals are facilitated by the abandonment of the white working class by the Democratic Party, which offers them very little but “more of the same”…. It is then facile for the liberal professional classes to accuse the white working class of racism and other such sins, though a closer look often reveals that the manifestations of [this] deep-rooted sickness of the society are simply taking different forms among various sectors.

Obama’s charisma and undoubtedly unique rhetorical skills were critical elements in his struggle to rise to power, while Donald Trump is an extrovert who seeks to project the image of a powerful personality who knows how to get things done even if he relies on the use of banalities to create the image he was to create about himself as a future leader of a country. Do personalities really matter in politics, especially in our own era?

I am very much down on charismatic leaders, and as for strong ones, [it] depends on what they are working for. The best, in our own kind of societies, I think, are the FDR types, who react to, are sympathetic to and encourage popular movements for significant reform. Sometimes, at least.

And politicians to be elected to a national office have to be pretty good actors, right?

Electoral campaigns, especially in the US, are being run by the advertising industry. The 2008 political campaign of Barack Obama was voted by the advertising industry as the best marketing campaign of the year.

Obama’s last State of the Union address had all the rhetoric of someone running for president, not someone who has been in office for more than seven years. What do you make of this — Obama’s vision of how the country should be and function eight to 10 years from now?

He spoke as if he had not been elected eight years ago. Obama had plenty of opportunities to change the course of the country. Even his “signature” achievement, the reform of the health care system, is a watered-down version, as I pointed out earlier. Despite the huge propaganda assault denouncing government involvement in health care, and the extremely limited articulate response, a majority of the population (and a huge majority of Democrats) still favor national health care, Obama didn’t even try, even when he had congressional support.

You have argued that nuclear weapons and climate change represent the two biggest threats facing humankind. In your view, is climate change a direct effect of capitalism, the view taken by someone like Naomi Klein, or related to humanity and progress in general, a view embraced by the British philosopher John Gray?

Geologists divide planetary history into eras. The Pleistocene lasted millions of years, followed by the Holocene, which began at about the time of the agricultural revolution 10,000 years ago and recently the Anthropocene, corresponding to the era of industrialization. What we call “capitalism,” in practice various varieties of state-capitalism, tends in part to keep to market principles that ignore non-market factors in transactions: so-called externalities, the cost to Tom if Bill and Harry make a transaction. That is always a serious problem, like systemic risk in the financial system, in which case the taxpayer is called upon to patch up the “market failures.” Another externality is destruction of the environment — but in this case the taxpayer cannot step in to restore the system. It’s not a matter of “humanity and progress,” but rather of a particular form of social and economic development, which need not be specifically capitalist; the authoritarian Russian statist (not socialist) system was even worse. There are important steps that can be taken within existing systems (carbon tax, alternative energy, conservation, etc.), and they should be pursued as much as possible, along with efforts to reconstruct society and culture to serve human needs rather than power and profit.

What do you think of certain geoengineering undertakings to clean up the environment, such as the use of carbon negative technologies to suck carbon from the air?

These undertakings have to be evaluated with great care, paying attention to issues ranging from narrowly technical ones to large-scale societal and environmental impacts that could be quite complex and poorly understood. Sucking carbon from the air is done all the time — planting forests — and can presumably be carried considerably further to good effect, but I don’t have the special knowledge required to provide definite answers. Other more exotic proposals have to be considered on their own merits — and with due caution.

Some major oil-producing countries, such as Saudi Arabia, are in the process of diversifying their economies, apparently fully aware of the fact that the fossil fuel era will soon be over. In the light of this development, wouldn’t US foreign policy toward the Middle East take a radically new turn once oil has ceased being the previous commodity that it has been up to now?

Saudi Arabian leaders are talking about this much too late. These plans should have been undertaken seriously decades ago. Saudi Arabia and the Gulf states may become uninhabitable in the not-very-distant future if current tendencies persist. In the bitterest of ironies, they have been surviving on the poison they produce that will destroy them — a comment that holds for all of us, even if less directly. How serious the plans are is not very clear. There are many skeptics. One Twitter comment is that they split the electricity ministry and the water ministries for fear of electrocution. That captures much of the general sentiment. It would be good to be surprised.


thanks to: C.J. Polychroniou

truthout

US judge hands light sentences to 4 Americans for staging bloody but failed coup d’état in Gambia

Four US citizens stood trial for sending armed men to overthrow a government and received prison terms of only up to one year. Had they attempted to have a regime change at home they would most likely have got life behind bars.

Sorgente: US judge hands light sentences to 4 Americans for staging bloody but failed coup d’état in Gambia — RT America

SOMALIA: CONTINUITÀ DELL’IMPERIALISMO ITALIANO

 

di Antonio Moscato

Questo articolo è uscito sul n. 14, nuova serie, di “Marx centouno”, novembre 1993.

Nel nostro paese la spedizione in Somalia è stata presentata spudoratamente come il coronamento di una lunga tradizione italiana di solidarietà con i popoli. In realtà, l’imperialismo italiano ha approfittato dei lunghi rapporti stabiliti in passato con questo paese per candidarsi ad un ruolo di primo piano nelle operazioni di “ricolonizzazione” dell’ Africa.1 Il ministro Andò [ministro “socialista“ della Difesa, che rispondeva con querele e richiesta di risarcimenti danni per miliardi a ogni critica. NdA] aveva già fornito la giustificazione teorica: la sfera di sicurezza del nostro paese non si limita ai paesi limitrofi, ma investe tutta l’area in cui ci sono significativi interessi economici, a partire appunto dal Corno d’Africa.

Di fatto, l’imperialismo italiano segue linee di penetrazione che sono costanti da circa un secolo: Balcani e Corno d’Africa sono gli obiettivi principali, ma anche il Vicino e Medio Oriente sono da sempre oggetto di un’attenzione continua anche se sfortunata. Ma è un dato quasi sconosciuto alla maggioranza degli italiani: nei manuali di storia per le scuole si sorvola ad esempio sul fatto che tra i principali obiettivi dell’entrata dell’Italia nella prima Guerra mondiale, oltre alla Dalmazia, c’era la partecipazione alla spartizione dell’impero ottomano, che doveva estendere la precedente conquista del Dodecaneso alla fascia di Antalya.2 D’altra parte la maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante l’occupazione della Grecia e della Jugoslavia, per non parlare delle guerre coloniali.3 Praticamente sconosciuto il bilancio umano della lunga Guerra di Libia, che sulla maggior parte dei nostri manuali di storia si conclude nel 1911 anziché nel 1932!

Nel corso degli ultimi decenni alcuni storici hanno dedicato la loro attenzione al colonialismo italiano con studi preziosi ma che hanno circolato quasi esclusivamente tra gli specialisti, anche perché il colonialismo sembrava argomento di un passato storico ormai concluso. Tra essi vanno ricordati Rochat, Santarelli, Rainero, Valabrega, ma senza dubbio il lavoro più sistematico è stato svolto da Angelo Del Boca, autore di molti libri essenziali, tra cui i quattro volumi de Gli italiani in Africa Orientale e i due de Gli italiani in Libia, (tutti editi da Laterza), che hanno il pregio di giungere fino alle vicende dell’Italia repubblicana, cogliendo quindi meglio di altri quegli elementi di continuità – di interessi, di istituzioni e anche di uomini – che rappresentano le premesse dell’attuale ritorno in Africa.

Nel 1991 Del Boca ha curato la pubblicazione, sempre presso Laterza. di un volume collettivo su Le guerre coloniali del fascismo, a cui hanno contribuito studiosi dei paesi che erano stati vittime del colonialismo italiano, invitati per un convegno sullo stesso tema che non poté mai avere luogo per i numerosi ostacoli frapposti da varie parti: un testo prezioso per la documentazione di prima mano sui crimini compiuti dai “boni italiani”. Probabilmente sono state proprio le tante resistenze a quel convegno a spingere Del Boca verso la sua ultima opera, che in parte raccoglie – in genere rielaborandoli – scritti apparsi su riviste o concepiti come relazioni a seminari e convegni, e che è dedicata appunto alla «rimozione (conscia o inconscia) delle colpe coloniali».4 Del Boca ha scritto nell’Introduzione che quella rimozione e il «mancato dibattito sul periodo dell’espansionismo imperialista» hanno consentito «la permanenza nel paese di ampie sacche di ignoranza, di disinformazione o di puntigliosa malafede, faticosamente contrastate da una storiografia progressista, che sta compiendo, ma con troppo ritardo, una vasta opera di benefica controinformazione».5

Le conseguenze di questa distorsione dell’immagine dell’Africa coloniale si riflettono anche su quella dell’Africa indipendente, col risultato che agli italiani sfugge completamente la logica che ha portato a nuove forme distruttive di presenza nei paesi che furono sotto il loro dominio coloniale e che i governi post-fascisti tentarono sterilmente di recuperare, «dando un penoso spettacolo di incapacità e imprevidenza».

Proprio nel tentativo di contrastare direttamente queste mistificazioni il libro affronta dapprima la storia della partecipazione italiana alla spartizione dell’ Africa, ricostruendo i crimini spaventosi di quegli esploratori, come Giovanni Miani, Eugenio Ruspoli o Vittorio Bottego, presentati in genere come «eroi purissimi», a cui sono state dedicate vie e piazze o eretti «faraonici monumenti» (a Bottego a Parma, ad esempio), mentre essi non esitavano a descrivere nei loro diari le orrende stragi a cui si dedicavano i mercenari che avevano assoldato.

Bene ha fatto Del Boca a partire dalla ricostruzione di questa fase preparatoria, affidata prima ad avventurieri e poi a missionari che intrecciavano la diffusione del Verbo alla redazione di rapporti per il governo italiano, senza tacere il ruolo di quei sacerdoti che nel 1935 «si tolsero l’abito talare per indossare la divisa da ufficiali dell’esercito» partecipando alla campagna come cappellani militari. Esplorando una vastissima memorialistica, e soprattutto preziosi carteggi e diari inediti, viene ricostruita la nascita di una mentalità razzista («Alla vista di questi indigeni nasce in noi un orgoglio che prima non ci conoscevamo: quello di essere bianchi»), e la «banalità del male» coloniale fatto di piccole e grandi ruberie, di soprusi, di corruzione.

Il craxismo in Somalia

 

La parte dedicata ai rapporti tra Somalia e Italia nell’ultimo decennio è veramente sconvolgente. Del Boca aveva già ricostruito le complicità della sinistra nell’immediato dopoguerra (in particolare l’avallo dato ai tentativi di recuperare le colonie fino al 1947, e le critiche alle «debolezze» del governo negli anni successivi),6 ma quel che emerge sui rapporti con Siad Barre è ancora più penoso.

Naturalmente, al primo posto nelle responsabilità per la politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari ci sono i funzionari democristiani (spesso ex fascisti, almeno nei primi anni) della Farnesina, ma la stessa sinistra non è esente da colpe. E non solo il Partito socialista, che ha raggiunto poi livelli insuperabili: nei primi anni di un Siad Barre (che secondo i suoi più coerenti e tenaci oppositori aveva rivelato fin dall’inizio le sue caratteristiche essenziali, e che ricorreva sistematicamente ad arresti arbitrari, uccisioni e stava già attizzando gli odi tribali), è il PCI che rappresenta la sua sponda principale, con giornalisti e quadri politici che tessono le lodi del regime, e le cooperative emiliane che stabiliscono legami economici.

Il PSI si lancia in primo piano quando il PCI, di fronte allo scontro tra Somalia ed Etiopia, sceglie quest’ultima. Il candido Pertini riceve Siad Barre al Quirinale, l’11 settembre 1978, elogiando gli «ideali di indipendenza e di democrazia» a cui Siad avrebbe «votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza».7 Poche ore dopo la partenza da Roma, il “nobile” Barre annunciava l’esecuzione di 17 oppositori…

La svolta verso un maggior impegno del PSI comincia tuttavia un po’ più tardi, con una lunga intervista a Siad Barre di Paolo Pillitteri, raccolta poi con altri scritti in un volumetto con prefazione di Bettino Craxi.8

Il rapporto tra socialisti e Somalia è oggi abbastanza noto: complicità con Barre fino all’ultimo, silenzio sui massacri e sugli arresti, aiuti militari ed economici alla cricca al potere. Meno noto che questi aiuti provocarono anche risentimenti nello stesso beneficato. Ad esempio, durante la visita di Craxi a Mogadiscio nel 1985, organizzata con fasto regale (colpi di cannone, archi trionfali, ghirlande agitate da bambini, inni, fanfare, campanacci, bandiere, parate militari e perfino una pioggia di petali mandati in aereo dall’Italia), ci furono anche polemiche aperte sulla qualità delle forniture.

In quei giorni, conversando con i giornalisti italiani, Siad Barre si lamentò che «le armi fornite dall’Italia alla Somalia erano ferraglia, specie i carri armati». Lo stesso Craxi era costretto a una precisazione che tendeva a ridimensionare l’assistenza militare (i giornalisti erano italiani e spesso critici), ma ammetteva di aver «dato cento carri che erano in uso al nostro esercito», di una categoria superata (l’esercito italiano li aveva sostituiti con i Leopard), ma «quasi tutti funzionanti».9

Il viaggio di Craxi non è certo un caso unico: in Somalia sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, compreso Cossiga (che forse sentiva qualche affinità spirituale con l’ex mare-sciallo dei carabinieri divenuto uomo forte della Somalia) e che visita la Somalia, già in preda alla guerra civile, pochi mesi prima dell’assassinio del vescovo italiano Salvatore Pietro Colombo, che innescherà altri terribili eccidi.10

Aidid socio in affari di Craxi

 

I libri di Del Boca sono sempre una vera miniera di preziose notizie. Ad esempio, egli ha fornito una biografia del generale Mohamed Farah Hassan detto “Aidid” (cioè il vittorioso), assai prima che fosse attaccato volgarmente dalla stampa del nostro paese per aver espresso il suo scarso gradimento per la presenza del contingente italiano, e ovviamente prima di diventare il “nuovo Saddam”, il superbandito, il mostro.

Secondo Del Boca, Aidid ha qualche ragione per diffidare degli italiani: formato alla scuola di fanteria di Cesano, era colonnello al momento del golpe di Barre, che lo spedì ben presto in carcere per sette anni. Tirato fuori alla vigilia della sciagurata offensiva nell’Ogaden, aveva conquistato sul campo il grado di generale, che aveva consolidato successivamente studiando in un’accademia militare sovietica. Era poi stato allontanato dai comandi militari con vari incarichi onorifici: nell’ultimo periodo era stato mandato da Siad Barre come ambasciatore in India per allontanarlo dal paese. Dall’India era tornato nel giugno del 1989, prendendo la direzione delle forze che hanno rovesciato il dittatore.

La sua irritazione contro gli italiani si deve sia alla protezione accordata a Barre fino all’ultimo, sia a un episodio curioso e sintomatico: insieme al cognato Ali Hasci Dorre aveva intentato causa presso la magistratura italiana a Paolo Pillitteri (che dal 1978 al 1986 era stato presidente della Camera di commercio italo-somala), Pietro Bearzi e Bettino Craxi, accusandoli di non aver onorato un accordo che prevedeva la provvigione (o tangente) del 10% su ogni affare procurato in Somalia. Il 25 novembre 1991 la prima sezione del tribunale civile di Milano ha respinto l’istanza per «carenza probatoria», condannando i due somali troppo fiduciosi nella giustizia italiana alle spese processuali: 73.600.000 lire a Pillitteri, 72.600.000 a Craxi. I due somali rivendicavano un pagamento di circa 50 miliardi, che lascia capire l’entità degli affari passati per le mani dell’ex sindaco di Milano e del suo potente cognato.11 Non capiamo proprio da quale pulpito i giornali italiani possano rinfacciare qualcosa ad Aidid, che non inten­diamo certo nobilitare, ma il cui operato vorremmo inquadrare proprio all’interno della squallida realtà della cosiddetta “missione civilizzatrice dell’Italia”.

Le radici del conflitto attuale

 

Due libri di autori somali di diverso orientamento, Mohamed Aden Sheikh e Mohamed Yusuf Hassan, sono molto utili per ricostruire le premesse dell’attuale conflitto: quello di Mohamed Aden Sheikh chiarisce soprattutto le ragioni dell’involuzione del regime di Barre attraverso un discorso prevalentemente autobiografico dell’autore, un chirurgo laureato in Italia che è stato tra i primi collaboratori di Siad Barre, più volte ministro, e poi a lungo incarcerato dal dittatore.12

Mohamed Aden Sheikh è un moderato, partecipe del tentativo del gruppo noto come il Manifesto di assicurare una transizione graduale e pacifica anche a costo di lasciare Siad Barre alla testa della repubblica fino allo scadere del suo “mandato” (cioè fino alla fine del 1993). Tuttavia, egli spiega onestamente che quel tentativo è fallito perché il regime «è stato travolto da una rivolta popolare incontenibile, una versione mogadisciana dell’ intifada palestinese». Gli abitanti di Mogadiscio e della regione circostante erano «stufi del regime e dei suoi soprusi» e di «una crisi economica che aveva letteralmente ridotto la gente alla fame». È per questo che «lo scontro armato si è trasformato in insurrezione. Le testimonianze concordano nel dire che i protagonisti della rivolta sono stati gli adolescenti, ragazzini di 14 o 15 anni che erano riusciti ad arraffare un mitra. Questi ragazzi sono andati a migliaia incontro alla morte e hanno seminato la morte a loro volta».13 Quei ragazzi, appartenenti a molti clan diversi e in molti casi neppure più legati al clan di provenienza, hanno formato la base della forza di Aidid, che ha avuto un ruolo decisivo sia sul terreno militare che su quello politico nell’abbattimento del regime di Barre.

Il più recente libro di Mohamed Yusuf Hassan ricostruisce, invece, soprattutto la fase successiva alla caduta di Barre.14 Il ruolo di Aidid è cresciuto non solo per la sua innegabile capacità militare, ma anche perché si è opposto decisamente ai compromessi “continuisti” tentati da vari politici che hanno abbandonato Barre in extremis e di cui Ali Mahdi è divenuto il rappresentante o il fantoccio. Ali Mahdi non ha avuto nessun ruolo militare nella caduta del regime, ma è anche una figura politica di terzo piano: è un commerciante nonché proprietario di un grande albergo, che si è arricchito all’ombra di Barre e della “cooperazione” italiana; dietro di lui, ci sono gli interessi dei “proprietari di Mogadiscio”.

In un articolo sul numero 3 (maggio-giugno 1993) de «Il passaggio», Mohamed Aden Sheikh ha chiarito che colloca Aidid sullo stesso piano del rivale Ali Mahdi, considerandoli entrambi ugualmente responsabili dello sfacelo del paese, e rimprovera all’ONU e agli italiani in particolare di delegare tutto ai due. Tuttavia i fatti sembrano confermare che si tratta di un pregiudizio, dato che nei confronti dei due rivali vengono applicati due pesi e due misure. Ad esempio, i carabinieri italiani stanno recuperando e armando gli appartenenti alla feroce polizia del vecchio regime sotto la guida del generale Ahmed Gilehow, capo dei torturatori della polizia di Siad Barre, con l’appoggio del solo Ali Mahdi, mentre Aidid accusa proprio questi poliziotti di aver innescato gli scontri del 2 luglio al pastificio.

In realtà, Mohamed Farah Aidid non è un gigante, né una figura limpida: egli si rafforza soprattutto per gli attacchi che riceve dalle forze di occupazione, che hanno come interlocutori privilegiati i suoi ricchi nemici. Contrariamente a quanto si dice spesso, tuttavia, la forza di Mohamed Farah Aidid è la meno caratterizzata in senso tribale di quelle che operano in Somalia. Il libro di Mohamed Yusuf Hassan è assai dettagliato nella ricostruzione della rottura dell’accordo che aveva unito praticamente tutti i clan somali nella lotta contro Barre (con la sola eccezione dei marehan, degli ogaden e dei dulbahante a cui appartengono Barre, sua madre e il genero e che sono stati favoriti oltre misura negli ultimi anni della dittatura). Analogamente a quel che era avvenuto durante la lotta per l’indipendenza, l’appartenenza al clan era stata messa in sordina o negata nel movimento che ha abbattuto Siad Barre, in cui il ruolo di Aidid era stato essenziale.

I conflitti attuali sono stati innescati in primo luogo dall’eredità di contrapposizioni claniche lasciata dall’ultimo Barre, e poi dalle ciniche manovre di chi ha tentato di salvare il regime sacrificando il dittatore, e ha fatto leva su vecchi pregiudizi e recenti risentimenti per spezzare il fronte di lotta. Un ruolo particolare è stato assunto in tal senso dal genero di Siad Barre, Mohamed Said Hersi “Morgan”, ma anche dallo stesso Ali Mahdi. La forza di Aidid invece è basata soprattutto sui “giovani della boscaglia”, di origine clanica assai eterogenea, che hanno abbattuto il regime di Siad Barre e che odiano ovviamente il “continuismo” dei notabili appoggiati dagli occupanti italiani.

Mohamed Yusuf Hassan (che fa parte del gruppo dirigente dell’USC di Aidid, anche se mantiene un atteggiamento abbastanza critico nei suoi confronti) sottolinea poi il ruolo unitario e di opposizione alle contrapposizioni claniche rappresentato dalle organizzazioni delle donne, che teoricamente dovrebbero fornire un terzo dei membri del Consiglio nazionale di transizione deciso a marzo nell’incontro di Addis Abeba tra i capi delle quindici fazioni.

Molte donne, oltre a partecipare alla lotta contro Barre, hanno svolto in questi anni compiti preziosi per assicurare strutture sanitarie, alimentazione, assistenza agli orfani nelle regioni devastate dalla guerra civile. Tuttavia, esse sono minacciate dall’unica altra forza effettivamente interclanica che si delinea in Somalia, quella degli integralisti islamici. La forza dei Fratelli Musulmani, che pure non hanno svolto nessuna attività politica e sociale durante la guerra civile, sta aumentando nel quadro della distruzione dello Stato e di ogni principio associativo laico, presentandosi come unica alternativa al caos. Inoltre, godono di consistenti appoggi da parte dell’Iran e del Sudan. Inutile dire che un loro successo avrebbe effetti nefasti, e non solo per le donne emancipate, che rappresentano oggi il loro principale bersaglio.

Tutto questo non lo sanno i soldati italiani, che non hanno nessun elemento per capire la complessità dello scontro. Le interviste ai feriti dopo lo scontro del 2 luglio sono piene di odio contro il “mostro” Aidid, di cui è evidente che sanno solo quel poco che gli è stato presentato da ufficiali ignoranti e menzogneri. Non possiamo più sopportare le “provocazioni” dei somali, dobbiamo avere libertà di “reagire più duramente”, hanno detto. I toni sono vergognosamente razzisti, alla Rambo. Ad esempio, in un’intervista a «l’Unità», uno dei feriti, Pasquale La Rocca, si vanta apertamente di aver «cominciato a far fuoco a volontà» col fucile mitragliatore SCP 70: «Gli ho dato sotto con le raffiche… Sparavo contro ogni cosa nera che si muovesse».15

D’altra parte, ogni volta che sulla stampa italiana si fa riferimento alla morte dei 23 pakistani nello scontro del 5 giugno che ha iniziato la fase apertamente conflittuale tra Unosom e popolazione, si parla di «vile aggressione» somala, senza dire che il conflitto era stato iniziato dalle forze dell’ONU attaccando un edificio sotto il controllo di Aidid, e aveva provocato subito oltre 40 morti tra i somali, prima delle ritorsioni pakistane dei giorni successivi. Nessuno parla poi dei 200 morti provocati dai parà belgi in una sola settimana di “rastrellamenti” a Chisimaio! C’è voluto il massacro a freddo del 12 luglio da parte dei Cobra statunitensi (con la conseguente caccia al giornalista bianco da parte della popolazione esasperata) perché la stampa italiana scoprisse toni preoccupati e indignati. Rimane tuttavia il sospetto che a innescare tanta sensibilità sia stato soprattutto il contemporaneo attacco del «New York Times» al ruolo degli ufficiali italiani.

Le ragioni profonde della crisi somala

 

La crisi della Somalia non può essere spiegata solo con i crimini di Siad Barre e di chi lo ha sostenuto.

Certo, la scelta di risolvere i problemi interni del paese attaccando l’Etiopia “socialista” per “liberare” i somali dell’Ogaden (sperando di essere ricompensato dall’imperialismo statunitense e da quello italiano) ha innescato la crisi più acuta, provocando l’afflusso di oltre un milione di profughi, che hanno scardinato i già precari equilibri di un’economia debole e povera.

Certo, il sostegno militare accordato in primo luogo dall’Italia ha fatto incancrenire la crisi, rinviandone la soluzione e provocando lacerazioni e risentimenti non facilmente risanabili dopo la sua caduta.

Certo, gli interventi successivi, le pesanti ingerenze di Boutros Ghali [segretario generale dell’ONU, egiziano di religione cristiana-copta, molto legato agli Stati Uniti NdA] o dei diplomatici e militari italiani o americani, i riconoscimenti di fatto accordati ai vari signori della guerra e peggio ancora a “capi-clan” praticamente inventati (le vecchie strutture claniche, tranne per pochissimi casi, erano scomparse nei primi anni dopo l’indipendenza), per non parlare delle brusche svolte successive. con le taglie su Aidid e i bombardamenti di rappresaglia, hanno aggravato i conflitti anziché risolverli.

Tuttavia, non ci si può fermare a queste responsabilità politiche. A monte di tutto c’è il precipitare della situazione economica, aggravata certo dagli errori e dalle ruberie di Siad Barre “Bocca larga”, dei suoi familiari e dei suoi complici somali e italiani, ma che ha origini fuori della Somalia. Agli inizi degli anni Ottanta il FMI ha imposto alla Somalia, come a pressoché tutti gli altri paesi africani, una politica di feroce compressione della spesa pubblica, la distruzione della sanità e dell’istruzioe pubblica e soprattutto la privatizzazione dell’ assistenza veterinaria al bestiame dei nomadi, imponendo prezzi tali per essa da provocare la distruzione dell’allevamento tradizionale.16

Le spese per l’agricoltura si sono ridotte dell’85% rispetto agli anni Settanta, quelle per la sanità del 78% (1989 rispetto al 1975), le spese per l’educazione primaria sono passate da 82$ nel 1982 a 4$ annui nel 1989. I salari del pubblico impiego si sono ridotti a 3$ mensili, con una caduta del 90% rispetto agli anni Settanta, accelerando così la distruzione dell’amministrazione.

Al tempo stesso gli “aiuti” alimentari, quando ci sono veramente, hanno un ulteriore effetto dirompente, perché provocano la distruzione definitiva della vecchia economia agropastorale di sussistenza e facilitano la formazione di gruppi che controllano – in genere a mano armata – la distribuzione.

Non è solo la Somalia a conoscere questo destino: in realtà di “Somalie” ce ne sono tante, in Africa: secondo le stime della FAO, 235 milioni di persone, il 44% della popolazione del continente, soffrono di gravi carenze alimentari, e 170 milioni rischiano di non sopravvivere per la cronica malnutrizione.17 Il Mozambico ad esempio, altra meta privilegiata dell’Italia, ha un PIL pro capite annuo che è circa la metà di quello somalo: 80$ contro 172$!

La penuria assoluta che colpisce la maggior parte dei paesi dell’Africa a partire dalla metà degli anni Settanta per l’effetto combinato del crollo dei prezzi delle materie prime e dell’indebitamento (con la conseguente ingerenza del FMI e della BM), ha fatto a poco a poco perdere tutto quel che era stato conquistato nei confronti dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi o culturali subito dopo l’indipendenza. Il senso della collettività e della comunità di interessi arretra brutalmente di fronte alla paura che venga a mancare il minimo indispensabile per la sopravvivenza, senza speranza alcuna di soccorso.

Lo Stato, costruito riproducendo il peggio del modello occidentale e di quello del “socialismo reale”, si disgrega quasi ovunque, e non rappresenta più, neppure in modo distorto, l’espressione della nazione e dello Stato ereditato dal colonialismo. La coscienza sociale arretra contemporaneamente a quella nazionale. Anche le reti tradizionali di redistribuzione dei redditi attraverso prebende e corruzione sono entrate in crisi per le drastiche restrizioni imposte da tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Le basi sociali dello Stato così si indeboliscono o si estinguono e, anche quando non si arriva all’esplosione in mille pezzi che caratterizza oggi la Somalia (paradossalmente il meno artificiale degli Stati africani, perché monoetnico), si lascia spazio a un ritorno al clan o alla tribù o all’ etnia o alla religione, secondo le specificità storiche del paese. (1993)


Note

1 In realtà, la conoscenza della Somalia da parte degli uomini che vi hanno soggiornato a lungo nel periodo coloniale e poi in quello della “cooperazione” è assai relativa, e rivela un misto di ignoranza e arroganza da parvenus del colonialismo. Ad esempio i quadri coloniali inglesi studiavano seriamente il somalo (e in genere le lingue e le culture dei paesi che dominavano), mentre gli italiani non lo hanno fatto in cento anni di presenza coloniale e neocoloniale, affidandosi costantemente a “interpreti” e mediatori di cui non potevano valutare a fondo la politica.

2 Se l’Italia non è riuscita ad ottenere la fascia di Antalya che le era stata promessa nelle trattative segrete lo si deve solo alla straordinaria reazione del nazionalismo turco – sotto la guida di Kemal Ataturk – nei confronti dell’invasione greca ugualmente istigata e appoggiata dall’Inte- sa. Negli anni Trenta, d’altra parte, la pubblicistica fascista risollevava periodicamente la questione del mandato sulla Palestina, per cui l’Italia avrebbe avuto maggiori diritti dell’Inghilterra non solo in quanto potenza cattolica. ma per una presunta discendenza di Vittorio Emanuele III da un re crociato di Gerusalemme!

3 Pochissimi giovani in Italia sanno ad esempio che i conflitti tra i popoli della Jugoslavia non sono stati eterni, ma sono stati attizzati dall’occupazione italiana del “Regno di Croazia”, assegnato a un Aymone di Savoia che si guardò bene dal prenderne possesso, ed affidato in gestione al capo del gruppuscolo criminale degli Ustascia, Ante Pavelic, già da anni al soldo del fascismo italiano ed esecutore di diversi crimini per suo conto. I risentimenti che hanno innescato l’attuale guerra non risalgono a un passato remotissimo, ma agli spaventosi massacri di serbi e musulmani compiuti tra il 1941 e il 1945 dagli ustascia sotto protezione italiana (con la complicità del clero cattolico, a cui erano affidati alcuni campi di sterminio da cui si poteva uscire solo convertendosi al cattolicesimo).

4 Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Laterza, Bari-Roma 1992 (pp. XVI-486, £.55.000). L’inizio della spedizione in Somalia ha spinto l’autore a curare una rapida riedizione della parte dedicata a quel paese, integrata con alcuni articoli di quotidiani e aggiornata fino all’inizio di “Restore Hope”, e apparsa in edizione veramente economica (14.000 lire) presso lo stesso editore (dal titolo Somalia. Una sconfitta dell’intelligenza).

5 Sul «vasta», forse, si può dissentire: ad esempio il prezzo del volume non lo rendeva certo accessibile a un pubblico veramente amplio, e lo stesso si può dire per i due preziosi volumi sulla Libia.

6 D’altra parte Del Boca sottolinea come l’ignoranza sul passato coloniale sia stata facilitata dalla delega ai funzionari del vecchio regime coloniale del compito di tracciare la storia de L’Italia in Africa e, peggio ancora, di custodirne la documentazione, impedendo l’accesso agli studiosi indipendenti.

7 Pertini fu forse ingenuo, ma non fu solo: anche “quel galantuomo di Scalfaro” si recò nel 1984 in Somalia in qualità di ministro dell’Interno per consigliare gli uomini del regime «ad organizzare la sicurezza pubblica e l’amministrazione civile». Che consigli poteva dare a una «sicurezza pubblica» che funzionava anche troppo? Proprio nei giorni in cui Luigi Scalfaro era in visita in Somalia, ad esempio, centinaia di oppositori venivano uccisi nella sola città di Hargheisa. A. Del Boca, L’Africa nella coscienza, cit., p. 304.

8 Paolo Pillitteri, Somalia ’81, Sugarco, Milano 1981.

9 A. Del Boca. L’Africa nella coscienza, cit., p. 307. La dichiarazione era stata riportata dal «Corriere della sera» del 22-9-1985.

10 Dell’uccisione del vescovo – quasi sicuramente opera dei servizi segreti – furono accusati a torto gli integralisti islamici. Alcuni dignitari religiosi e membri influenti della comunità islamica vennero arrestati con questo pretesto, e la polizia sparò sulla folla che protestava, il 14 luglio 1989, uccidendo 450 persone e ferendone 1.000.

11 Ivi, p. 335. Cfr. anche «Corriere della sera», 26-11-1991 e «l’Espresso», 1 dicembre 1991.

12 Mohamed Aden Sheikh. Arrivederci a Mogadiscio, Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Edizioni Associale, Roma 1991.

13 Ivi, p. 167.

1414 Mohamed Yusuf Hassan, Somalia. Le radici del futuro, Il passaggio, Roma 1993.

15 «l’Unità», 5 luglio 1993. Secondo le sue stesse dichiarazioni La Rocca sa­rebbe stato ferito a un occhio da una scheggia mentre si chinava per prendere altri caricatori per continuare a sparare contro la folla. Il giornale ex comunista ha riportato questa ed altre simili dichiarazioni senza una parola di dissociazione o di commento. D’altra parte, sul piano più strettamente politico, sono sempre più esplicite le difese della logica interventista dell’imperialismo italiano da parte del PDS (ma il termine “imperialismo è ovviamente al bando da moltissimi anni).

16 Si veda di Michel Chossudovsky. Dépendence alimentaire, “ingérence humanitaire en Somalie˝, in «Le monde diplomatique», juillet 1993.

17 La parte dell’Africa nel commercio mondiale è caduta dall’8% del 1970 all’1% del 1989. Ciò si deve soprattutto al crollo dei prezzi delle materie prime (dal 1985 ad esempio il prezzo del caffè si è ridotto a un sesto. Quello del cacao a un quarto di quello precedente, provocando la rovina totale di paesi come la Costa d’Avorio, che avevano puntato sulle esportazioni di quei prodotto per finanziare ambiziosi e reclamizzatissimi piani di sviluppo). Il debito estero è così cresciuto in modo spaventoso, fino ad eguagliare, per molti paesi africani, l’intero prodotto interno lordo. Il 20% delle esportazioni servono solo a pagare gli interessi sul debito!

 

Zionism: A Root Cause for Ongoing Population Transfer of Palestinians

In 1973, The United Nations rightfully condemned ‘the unholy alliance between Portuguese colonialism, South African racism, Zionism and Israeli imperialism.’1 And only two years later the same international organization determined ‘that Zionism is a form of racism and racial discrimination.’2 Although this resolution was revoked in 1991, at the behest of the U.S. administration, in order to pave the way for the Madrid Peace Conference that same year, the equation of Zionism with racism is still valid. Apartheid is based on the principle of the establishment and maintenance of a regime of institutionalized discrimination in which one group dominates others. In the case of Israel, the driving-force behind the Palestinian reality of apartheid is Zionist ideology; its manifestation is population transfer and ethnic cleansing.

Zionism

The Zionist Movement was formed in the late Nineteenth century with the aim of creating a Jewish homeland through the formation of a ‘national movement for the return of the Jewish people to their homeland and the resumption of Jewish sovereignty in the Land of Israel.’3 As such, the Zionist enterprise combined the Jewish nationalism which it aimed to create and foster, with the colonialism of transplanting people, mostly from Europe, into Palestine with the support of European imperial powers. Jewish history was interpreted towards constructing a specific Jewish national identity in order to justify the colonization of Palestine. As Ilan Pappe rightly concludes, however, “Zionism was not… the only case in history in which a colonialist project was pursued in the name of national or otherwise non-colonialist ideals. Zionists relocated to Palestine at the end of a century in which Europeans controlled much of Africa, the Caribbean, and other places in the name of ‘progress’ or idealism…”4 What is unique to Israel, however, is the effect of Zionism on the people it has claimed to represent. By basing itself on the idea of Judaism as a national identity, adherents of the Jewish faith around the world would become, as per Israeli law, Jewish “nationals,” whether or not they accepted said classification. To date, Israel continues to be the only country in the world that defines its citizenry extra-territorially.

The creation of a Jewish nation state in a land with a very small Jewish minority could only be conceivable through the forced displacement of the existing indigenous population alongside the implanting of the new Jewish settlers. For the indigenous Palestinians who managed to remain within the boundaries of what became Israel, their own national identity was relegated to inferior status. Article 2 of the State Education Law, for example, states that “the objective of State education is… to educate each child to love… his nation and his land,… [to] respect his… heritage, his cultural identity… to impart the history of the Land of Israel… [and] to teach… the history of the Jewish People, Jewish heritage and tradition…”5 Beyond being subject to institutionalized discrimination, these Palestinians who managed to remain within the part of Palestine usurped in 1948—of whom today there are over 1.2 million—are forced to be citizens of a state in which they are ineligible for nationality.

As mentioned above, however, the main manifestation of Zionist apartheid has been population transfer. The task of establishing and maintaining a Jewish state on a predominantly non-Jewish territory has been carried out by forcibly displacing the non-Jewish majority population. Today, nearly 70 percent of the Palestinian people worldwide are themselves, or the descendents of, Palestinians who have been forcibly displaced by the Israeli regime.6 The idea of “transfer” in Zionist thought has been rigorously traced by Nur Masalha in his seminal text Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948, and is encapsulated in the words of Israel Zangwill, one of the early Zionist thinkers who, in 1905, stated that “if we wish to give a country to a people without a country, it is utter foolishness to allow it to be the country of two peoples.”7 Yosef Weitz, former director of the Jewish National Fund’s Lands Department, was even more explicit when, in 1940, he wrote that “it must be clear that there is no room in the country for both people (…) the only solution is a Land of Israel, at least a western Land of Israel without Arabs. There is no room here for compromise. (…) There is no way but to transfer the Arabs from here to the neighboring countries (…) Not one village must be left, not one (Bedouin) tribe.”8 Rights and ethics were not to stand in the way, or as David Ben-Gurion argued in 1948, “the war will give us the land. The concepts of ‘ours’ and ‘not ours’ are peace concepts, only, and in war they lose their meaning.”9

The essence of Zionism, therefore, is aptly summarized as the creation and fortification of a specific Jewish national identity, the takeover of the maximum amount of Palestinian land, ensuring that the minimum number of non-Jewish persons remain on that land and the maximum number of Jewish nationals are implanted upon it. In other words, Zionism from its inception has necessitated population transfer notwithstanding its brutal requisites and consequences.

Population Transfer

Based on one of the ultimate aims of Zionism—the forcible transfer of the indigenous Palestinian population beyond the boundaries of Mandate Palestine—many Israeli laws, policies and state practices as well as specific actions of para-state and other private actors have been developed and applied. This forcible transfer or ethnic cleansing started even prior to 1948 and is still ongoing today.

The idea of transfer did not end with the establishment of Israel in 1948. Between 1948 and 1966, various official and unofficial transfer plans were put forward to resolve the “Palestinian problem”. These included plans to resettle Palestinian refugees… [and the] establishment [of] several transfer committees during this period. The notion of population transfer was raised again during the 1967 war… and similar proposals for population transfer also emerged during and after the second intifada [in 2000].10

According to the Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities of the former Commission on Human Rights,The essence of population transfer remains a systematic coercive and deliberate… movement of population into or out of an area… with the effect or purpose of altering the demographic composition of a territory, particularly when that ideology or policy asserts the dominance of a certain group over another.11

This ethnic cleansing, today, is carried out by Israel in the form of the overall policy of “silent” transfer and not by mass deportations like in 1948 or 1967. This displacement is silent in the sense that Israel carries it out while trying to avoid international attention by displacing small numbers of people on a weekly basis. It is to be distinguished from more overt transfer achieved under the veneer of warfare in 1948. Here it is important to note that Israel’s transfer policy is neither limited by Israel’s geographical boundaries nor those of the occupied Palestinian territory (OPT). Israel is in essence treating the territory of Israel and the OPT as one legal entity.

The Israeli policy of silent transfer is evident in the State’s laws, policies and practices. The most significant of these include: governance and enforcement of residency rights; land rights; regulation of natural resources; the application of justice; law enforcement; and the status of Zionist para-state actors. Israel uses its power in such areas to discriminate, expropriate and ultimately to forcibly displace the indigenous non-Jewish population from the area of Mandate Palestine. So for instance the Israeli land-planning and zoning system has forced 93,000 Palestinians in East-Jerusalem to build without proper construction permits because 87 percent of that area is off-limits to Palestinian use, and most of the remaining 13 percent is already built up.12 Since the Palestinian population of Jerusalem is growing steadily, it has had to expand into areas not zoned for Palestinian residence by the state of Israel. All those homes are now under the constant threat of being demolished by the Israeli army or police, which will leave their inhabitants homeless and displaced.

Another example is the government-approved Prawer Plan, which calls for the forcible displacement of 30,000 Palestinian citizen of Israel due to an Israeli allocation policy which has not recognized over thirty-five Palestinian villages, located in the Naqab (Negev).13 Israel deems the inhabitants of those villages as illegal trespassers and squatters, and are therefore, facing the imminent threat of displacement, This despite the fact that in many cases, these communities predate the state of Israel itself.

The Israeli Supreme Court bolstered the Zionist objective of clearing Palestine of its indigenous population in its 2012 decision prohibiting family unification between Palestinian-Israelis and their counterparts across and beyond the Green Line. The effect of this ruling has been that Palestinians with different residency statuses (such as Israeli citizen, Jerusalem ID, West Bank ID or Gaza ID—all issued by Israel) cannot legally live together on either side of the Green Line. They are thus faced with a choice of living abroad, living apart from one another, or taking the risk of living together illegally.14 Such a system is used as a further means of displacing Palestinians and thereby changing the demography of Israel and the OPT in favor of an exclusive Jewish population. This demographic intention is reflected in the Court’s reasoning for its decision, where it stated that “human rights are not a prescription for national suicide.”15 This reasoning was further emphasized by Knesset-member Otniel Schneller who stated that “the decision articulates the rationale of separation between the [two] peoples and the need to maintain a Jewish majority… and character…”16 This illustrates once more the Israeli state’s self-image as an exclusively Jewish state with a different set of rights for its Jewish and non-Jewish, mainly Palestinian, inhabitants.

Jewish Nationality

All the different means with which Israel triggers the displacement of Palestinians are linked to the central concept of Jewish nationality as it is the legal mechanism that enables and guarantees the constant discrimination against the non-Jewish population. This same concept is the link between Zionism and the constructed “right” of the Jewish nation to settle and occupy the territory of Mandate Palestine. In other words, the concept of Jewish nationality is the lynchpin of the Israel’s regime of apartheid as it addresses both aims of Zionism: the creation and maintenance of a specific Jewish national identity, and the colonization of Mandate Palestine through the combination of Jewish settler implantation and the forcible transfer of all non-Jewish inhabitants.

The way this concept is embodied in law is through the separation, unique to Israel, of citizenship (Israeli) from nationality (Jewish), a separation confirmed by the Israeli Supreme Court in 1972.17 This separation has allowed Israel to discriminate against its Palestinian citizens and, even more severely, against Palestinian refugees by ensuring that certain rights and privileges are conditional upon Jewish nationality. The main source of discrimination against Palestinian refugees originate from the Israeli Law of Return 1950 and the Israeli Citizenship Law 1952 which grants automatic citizenship to all Jewish nationals, wherever they reside, while simultaneously preventing Palestinian refugees from returning to, and legally residing in, that territory. The Israeli regime has basically divided the Palestinian people into several distinct political-legal statuses as shown in the figure below. Despite their differing categorizations under Israeli law, Palestinians across the board maintain an inferior status to that of Jewish nationals living within the same territory or beyond:

The international community judged the South African apartheid regime based on its racist ideology elements and its violations of international norms and standards. It is time to judge Israel similarly. The first significant step in that direction would be reinstating United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975 declaring Zionism as a form of racism, and paving the way for the end of Israeli impunity and apartheid.

Endnotes:
1. United Nations General Assembly Resolution 3151 G (XXVIII) of 14 December 1973.
2. United Nations General Assembly Resolution 3379 of 10 November 1975.
3. Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know about Israel (Rowman & Littlefield, 2005), p. 1.
4. Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 2008), pp. 611-633, p. 612.
5. Article 2 of the Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000).
6. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
7. Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer”in Zionist Political Thought, 1882-1948 (Institute for Palestine Studies 1992), p. 10.
8. Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p. 121.
9. Masalha, p. 180.
10. BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009).
11. See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano. Commission on Human Rights Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, Forty-fifth Session, 2-27 August 1993, E/CN.4/Sub.2/1993/17, 6 July 1993, paras. 15 and 17, pp. 27-32.
12. OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012).
13. See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf.
14. See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012).
15. Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html.
16. Ibid.
17. George Raphael Tamarin v State of Israel 1972.
18. Ambica Jobanputra, “Israel’s Discriminatory Laws” (March 2012) at file with author.

thanks to: Amjad Alqasis.
BADIL.