Rapporto: Diplomazia cristiana palestinese nella lotta contro i sionisti cristiani

Il governo palestinese si sta rivolgendo alla propria comunità cristiana e persino ai suoi evangelici per lottare contro i corrotti sionisti cristiani. Negli ultimi mesi i funzionari del ministero degli Esteri palestinese si sono trovati in una situazione di incertezza. Nonostante il forte sostegno alla causa palestinese nel mondo, una manciata di piccoli paesi latinoamericani…

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Latinoamerica oggi

Congreso de los Pueblos Le minacce contro il Venezuela da parte del governo di Trump, accompagnato dai suoi leccapiedi Duque e Bolsonaro, e dal “Cartello di Lima”, stanno aprendo nella regione un possibile scenario di guerra, che deve essere prevenuta dalle organizzazioni sociali e dai partiti politici di sinistra, progressisti e democratici della regione…

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Honduras: arrestato il probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) saluta l’arresto di Castillo Mejia, ex-presidente dell’impresa edilizia Desarollos  Energeticos SA (Desa), ex-membro dei servizi segreti militari honduregni e probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres. Castillo Mejia è stato arrestato all’aeroporto di San Pedro Sula mentre cercava di fuggire all’estero.

A due anni dalla violenta morte dell’attivista per i diritti umani insignita anche del prestigioso premio Goldman, l’arresto del potente ex capo di DESA è un primo segnale che non vi può essere impunità per i crimini commessi contro gli attivisti per i diritti umani. La morte di Berta Cáceres purtroppo però rappresenta solo la punta di un iceberg di violenze commesse soprattutto contro donne indigene attiviste per i diritti umani. In Honduras, Brasile, Guatemala e in molti altri paesi le donne indigene che decidono di lottare per i propri diritti e per quelli dei loro popoli sono particolarmente minacciate e vittime di violenza.

Ora l’Honduras deve dimostrare di voler fare sul serio nel porre fine all’impunità e dimostrare la colpevolezza di Castillo Mejia in un processo giusto.

Berta Cáceres è stata barbaramente uccisa in casa sua da un commando di sicari nella notte del 2 marzo 2016. Tenace difensora dei diritti indigeni, con la sua organizzazione si era opposta alla costruzione da parte di DESA di una diga sul fiume Gualcarque che, oltre ad essere sacro per la popolazione indigena dei Lenca, ne costituisce anche la base vitale. Per il suo impegno era stata insignita del prestigioso Premio Goldman, ma le è valso anche numerose minacce di morte. Cáceres
aveva più volte espresso la sua preoccupazione di fronte agli ottimi contatti di Mejia con gli ambiti militari del paese.

La modalità in cui Berta Cáceres è stata uccisa ha fatto subito sospettare un coinvolgimento dell’impresa di costruzione DESA ma nonostante l’indignazione mondiale che il crimine aveva suscitato, le istituzioni honduregne hanno per molto tempo ritardato e rallentato le indagini. DESA di fatto gode di ottimi appoggi politici tant’è che il direttivo dell’impresa può contare tra i suoi membri un ex-ministro della giustizia e membri delle più influenti famiglie del paese. Chi in Honduras chiedeva giustizia per la morte di Berta Cáceres rischiava la vita e di fatto è grazie alla persistenza della famiglia di Berta e alla pressione internazionale se le indagini sono continuate.

Attualmente altre otto persone sono agli arresti per la morte di Berta Cáceres; il processo dovrebbe iniziare in giugno 2018.

Vedi anche in gfbv.it: http://www.gfbv.it/2c-stampa/2015/150807it.html
http://www.gfbv.it/2c-stampa/03-2/030808it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/caceres-it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/woman2011-it.html |
http://www.gfbv.it/3dossier/ind-voelker/sud2010-it.html
in www: copinhenglish.blogspot.it 

Honduras: arrestato il probabile mandante dell’assassinio di Berta Cáceres – Pressenza

Morire per una diga

Dal 2001, sono almeno 41 i “difensori dei fiumi” uccisi in Messico, Centro America e Colombia. Secondo i dati raccolti dal movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, il Paese con più vittime è il Guatemala, con 13. L’ultimo nome aggiunto all’elenco è quello dell’honduregna Berta Cacéres, Goldman Prize 2015, uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016

di Luca Martinelli – 18 marzo 2016

Tomás Cruz Zamora, Eduardo Maya Manrique e Benito Cruz Jacinto sono stati uccisi nel 2005, 2006 e 2007. Tutti e tre facevano parte del CECOP, il Consiglio di ejidos e comunità che si oppongono alla costruzione della diga La Parota, nello stato messicano del Guerrero. La lotta contro il progetto idroelettrico, sul fiume Papagayo, a 30 chilometri dalla famosa località di Acapulco, è iniziata nel 2003. L’invaso dell’impianto inonderebbe 13 comunità, dove vivono circa 20mila persone. Nell’estate del 2015, il portavoce del CECOP -Marco Antonio Suástegui Muñoz- è stato scarcerato dopo aver trascorso oltre un anno in prigione, con accuse inventate secondo alcune organizzazione per i diritti umani che seguono le attività del Consiglio.

I nomi delle 3 vittime del CECOP sono tra quelli riportati sulla mappa “Fiumi per la vita, non per la morte!”, che il MAPDER (il movimento messicano che riunisce le comunità che subiscono l’impatto negativo dei mega-progetti idroelettrici, www.mapder.lunasexta.org) ha pubblicato in occasione della Giornata internazionale di azione contro le dighe, che si celebra da 19 anni ogni 14 marzo. In tutto, sono elencati i nomi di 41 “difensori dei fiumi”, morti a partire dal 2001.

Secondo la ricerca, il Paese che ha visto il maggior numero di vittime nel periodo considerato è, con 13, il Guatemala. Lo stesso che è stato teatro, tra il 1980 e il 1982, del massacro di circa 450 indigeni della comunità di Rio Negro, Xococ, Cerro Pacoxom, Los Encuentros e Agua Fría, perpetrato per frenare l’opposizione alla costruzione della diga del Chixoy, finanziata dalla Banca mondiale (solo nell’ottobre del 2015 le vittime hanno subito un risarcimento). Sui cantieri era attiva Cogefar, poi Impregilo (e oggi Salini Impregilo, la stessa azienda italiana oggetto dell’Istanza di Survival International all’OCSE del marzo 2016). 
Dopo il Guatemala vengono l’Honduras (9 morti), il Messico (con 8), la Colombia (7) e infine Panama (4 morti).

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Spiega il MAPDER che “i progetti di dighe in America Latina rappresentano un mercato importante tanto nella fase di costruzione, quanto in quelle legate alla produzione e privatizzazione dell’energia”.
L’ultimo nome aggiunto all’elenco, quello della vittima numero 41, è quello di Berta Cacéres, la coordinatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene di Honduras (COPINH), uccisa a La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016.
Secondo il COPINH e la famiglia di Berta Cacéres, la causa della morte delle dirigente indigena di etnia lenca andrebbe ricercato nell’opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, le azioni che l’avevano portata nel 2015 al riconoscimento come ambientalista dell’anno, con l’assegnazione del prestigioso Goldman Prize (qui l’intervista rilasciata in quell’occasione ad Altreconomia).
La Cacéres è la 5 vittima legata al progetto Agua Zarca, dopo Tomás Garcia (nel 2014), Irene Meza William, Jacobo Rodriguez Maycol e Arial Rodriguez Garcia (nel 2015), tutti militanti di base del COPINH.

E meno di due settimane dopo l’omicidio della coordinatrice dell’organizzazione, il 15 marzo 2016 è stato assassinato un altro membro del COPINH, Nelson García. Ciò è avvenuto nonostante la richiesta della Commissione interamericana dei diritti umani, che il  5 marzo aveva emesso “medidas cautelares” chiedendo al governo honduregno di rafforzare le misure di sicurezza a protezione di tutti i membri dell’organizzazione indigena (oltre che dei familiari della Cacéres e del messicano Gustavo Castro, testimone oculare dell’omicidio).

È in seguito alla morte violenta di García che FMO, la banca olandese per lo sviluppo, ha annunciato la sospensione del proprio finanziamento al progetto. La stessa decisione era stata presa pochi giorni prima anche dal fondo d’investimento finlandese FinnFund. Complessivamente le due istituzioni europee avevano garantito al progetto osteggiato dal COPINH un sostegno pari a 20 milioni di euro.

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Bertha Cáceres rinascerà nelle lotte dei popoli

Commovente saluto da parte di un intero popolo alla dirigente indigena vittima di assassinio politico.

La EsperanzaQuesto sabato nessuno è voluto rimanere a casa. Tra slogan e lacrime, migliaia di persone hanno dato un commovente addio alla dirigente indigena Bertha Cáceres, brutalmente assassinata lo scorso 3 marzo.

“Bisogna punire gli autori intellettuali e materiali”, “Basta impunità” hanno chiesto a gran voce.

C’è molta gente a La Esperanza. Molta. Le strade sono piene zeppe. Nessuno è voluto rimanere a casa. È stato troppo forte il richiamo per dare un ultimo saluto alla combattiva dirigente indigena Bertha Cáceres.

“Per la nostra Bertha, nostra mamma, nostra figlia, la nostra guida”, ripetono quasi all’unisono Olivia, Bertita, Laura e Salvador, figlie e figlio della coordinatrice nazionale del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, Copinh, durante un’improvvisata conferenza stampa. Austra Bertha, la madre della leader indigena e altri famigliari li accompagnano.

Venerdì, Bertha Cáceres, la compagna, la preziosa amica che lottava per la vita, per la difesa dei fiumi e delle montagne, la donna che insieme al Copinh, al popolo Lenca, al movimento sociale e popolare in resistenza, ha iniziato una lotta senza tregua contro un modello politico ed economico che definiva “neoliberista, razzista e patriarcale”, avrebbe compiuto gli anni.

Codardi assassini -autori intellettuali e materiali- hanno spezzato la sua vita.

La gente è venuta a rendere omaggio al suo sacrificio. A questo miracolo di essere umano che ha insegnato al mondo il significato più profondo di vivere con impegno e abnegazione, conoscendo i rischi e affrontandoli con coraggio, sognando che un mondo migliore è possibile.

Alcuni volti sono pieni di profonda tristezza, altri mostrano smorfie di rabbia impressionanti.

Bertha viaggiava molto per far conoscere l’esperienza del Copinh, lo sforzo per emanciparsi di un movimento sociale e popolare che non si arrende. Però voleva sempre tornare alla terra che l’ha vista nascere, che l’ha presa per mano, che ha sorretto i suoi piedi, che l’ha protetta e che si è inzuppata del suo sangue, che oggi la vede rinascere moltiplicata nelle lotte dei popoli.

La gente si avvicina al feretro sorretto da migliaia di mani. Molti piangono, altri stringono i pugni, urlano a gran voce “Bertha vive, la lotta continua”, “Bertha non è morta, si è moltiplicata”, “Giustizia, Giustizia”.

“La Nostra Bertha vive”

Olivia, Laura, Bertita e Salvador esigono investigazione indipendente

“Non si può distorcere la verità sul crimine che ha posto fine alla sua vita. Sappiamo per certo che i motivi del suo vile assassinio sono state la resistenza e la lotta contro lo sfruttamento dei beni comuni, delle risorse naturali e la difesa del popolo Lenca”, segnalano le figlie, il figlio e la madre di Bertha Cáceres in una lettera aperta.

“E’ un tentativo di porre fine alla lotta dei Lenca contro ogni forma di sfruttamento e saccheggio. Un tentativo di interrompere la costruzione di un nuovo mondo”, hanno aggiunto.

Hanno ricordato anche che le circostanze della sua morte si collocano nel mezzo della lotta contro l’istallazione del progetto idroelettrico Agua Zarca, sul fiume sacro Gualcarque.

Contemporaneamente hanno preteso che si faccia chiarezza sulle responsabilità dell’impresa di capitale honduregno Desarrollo Energéticos S.A. de C.V (DESA), e hanno accusato sia DESA che le istituzioni finanziarie nazionali (Ficohsa) e internazionali (FMO, Finn Fund, Bcie), “della persecuzione, criminalizzazione, stigmatizzazione e delle costanti minacce di morte” rivolte a Bertha, i suoi figli e i membri del Copinh.

“La responsabilità dello Stato honduregno è di avere in gran misura ostacolato la protezione della nostra Bertha, e di avere propiziato la sua persecuzione, criminalizzazione e morte”, avendo scelto di tutelare “gli interessi delle imprese rispetto alle decisioni e ai mandati delle comunità”, hanno denunciato commossi ma con grande fermezza e dignità.

I poteri forti e il governo sono i responsabili

Un modello assassino e predatore

Un’emozionante celebrazione ecumenica dei sacerdoti Ismael “Melo” Moreno e Fausto Milla, ha coinvolto la folla, che si è avvicinata alla bara, immersa in un silenzio irreale, interrotto solamente da grida, applausi e i tamburi e i canti del popolo garifuna.

“Melo” ha chiesto ai presenti di unirsi in un gran movimento nazionale per fermare un sistema che agisce contro gli interessi del popolo. Li ha poi invitati a lottare affinché si blocchi definitivamente il progetto Agua Zarca e quasiasi altra modalità di saccheggio del territorio e delle sue risorse naturali.

Dopo gli applausi e le lacrime che scandivano i nomi, gridati con forza, dei martiri della storia recente dell’Honduras, un mare di persone si è nuovamente riversata nelle strade di La Esperanza, per accompagnare Bertha verso l’ultima dimora.

“I responsabili del suo omicidio sono i gruppi di affari in combutta con il governo nazionale, i governi locali e le istituzioni repressive dello Stato, che stanno dietro ai progetti estrattivi sviluppati nella regione.

I finanziatori di questi progetti di morte sono anche responsabili per la morte di tante altre persone che lottano contro lo sfruttamento dei territori”, hanno denunciato Olivia, Laura, Bertita e Salvador.

“Non permetteremo che la sua immagine diventi un logo insignificante, rivendichiamo la nostra Bertha nella lotta permanente ed energica per la difesa della vita, dei territori e contro un sistema di sfruttamento e di saccheggio”, hanno ribadito i famigliari della leader indigena.

Hanno anche chiesto che si istituisca una commissione internazionale imparziale per l’investigazione di questo crimine, tra cui la Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh, organizzazioni internazionali per i diritti umani e gli organi governativi competenti.

Hanno domandato rispetto per l’integrità della sua persona.

“E’ stata una combattente eterna contro il razzismo, il patriarcato e il sistema capitalista oppressore e assassino. La sua lotta si è caratterizzata per un forte antimperialismo, costantemente corroborato dalle sue pratiche internazionali e dal suo totale rifiuto del colpo di Stato (2009), finanziato e sostenuto dagli Stati uniti”, hanno indicato.

Per ultimo hanno preteso la cancellazione immediata e definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca e “di tutte le concessioni minerarie, di dighe, per lo sfruttamento dei boschi e di tutti quei progetti che minacciano la sovranità nazionale”.

La CIDH concede misure cautelari

Minacce al Copinh

La grave situazione d’insicurezza in cui stanno vivendo i membri del Copinh, i famigliari di Bertha Cáceres e Gustavo Castro Soto, sociologo messicano e testimone oculare dell’omicidio della leader indigena, ha spinto la Cidh a concedere loro misure cautelari.

Il Copinh ha intanto emesso un comunicato nel quale accusa il governo di Juan Orlando Hernández di manipolare l’investigazione dell’omicidio di Bertha, insinuando che si tratti di un omicidio passionale e che esista un coinvolgimento diretto di alcuni membri dello stesso Copinh.

La solidarietà nazionale e internazionale non ha cessato un solo istante di fare sentire la propria voce. Mai prima d’ora si era vista tanta partecipazione.

“Non hanno solamente ucciso nostra madre, hanno ucciso la madre di un intero popolo. Facciamo un appello affinché si intensifichino le mobilitazioni, le denunce e le dimostrazioni di solidarietà per chiedere vera giustizia. BERTHA VIVE!”, si conclude il comunicato dei figli e della madre di Bertha Cáceres.

Il cimitero non è sufficiente grande per contenere l’enorme folla che ha voluto accompagnare Bertha. Sulla bara cadono i primi fiori e la pioggia. Anche il cielo sembra aver voluto mostrare il proprio dolore.

Sabato è stato un giorno di ricordi, tristezza e pianto. Ciò che viene dopo è lotta.

Bertha Cáceres, indubbiamente, ne farà parte.

6 marzo 2016

Rel-UITA | LINyM

Traduzione Giampaolo Rocchi

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tratto da Associazione Italia-Nicaragua

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Berta Cáceres, indigena, coraggiosa, attivista

Berta Cáceres era giovane, vitale, attiva. Il suo ruolo nei movimenti era molteplice, ma includeva la denuncia della violenza con la quale convivevano (e convivono) gli attivisti indigeni, particolarmente del Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras (COPINH).

Appena a febbraio, aveva denunciato i soprusi a cui sono stati sottoposti i partecipanti alla camminata pacifica in difesa del fiume Gualcarque, che fa parte della lotta in difesa dei fiumi della zona occidentale del paese.

Sempre mettendo il corpo e la voce per i movimenti e le loro lotte, è stata la faccia visibile di molte resistenze territoriali ai progetti minerari, delle imprese idroelettriche, denunciando repressioni e soprusi.

Il suo assassinio, avvento all’alba di questo giovedì 3 marzo, è un episodio complesso. Secondo informazioni ufficiali divulgate nella mattina dello stesso giorno, c’è una persona arrestata per il crimine, oltre a una terza persona che era sul luogo dove è avvenuto tutto.

Berta godeva di misure di sicurezza sollecitate dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umanu (CIDH), che dovevano essere realizzate dalla Segreteria per la Sicurezza honduregna.

La risposta ufficiale di fronte alla sua morte, che ha scosso non solo l’Honduras, ma il resto dei paesi vicini, incluso il Messico, è stato che Berta non si trovava a casa sua quando l’hanno uccisa e che l’attenzione che le fornivano le misure di sicurezza governative arrivava fino al permanente pattugliamento della sua casa.

La sua morte è stata condannata da un ampio spettro di organizzazioni sociali impegnate, oltre che da organizzazioni internazionali come il Segretariato Generale dell’OEA. In queste terre, l’Iniziativa Mesoamericana delle donne che difendono i diritti umani ha messo in allarme sullo stesso fatto che si diceva all’inizio: “Una settimana prima Berta Cáceres aveva denunciato in una conferenza stampa che quattro dirigenti della sua comunità, la lenca, erano stati assassinati e altri erano stati fatti oggetto di minacce. Tutto questo in un contesto nel quale si erano aggravati gli attacchi e la persecuzione contro il COPINH e le comunità in resistenza di fronte al progetto idroelettrico dell’Impresa DESA-Agua Zarca”.

Da parte di Desinfomémonos, ci uniamo alla condanna dell’assassinio di Berta, alla generalizzata richiesta di giustizia e all’esigenza che si conosca la verità sulla causa e i fatti che riguardano la sua morte.

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Mondi Diversi. Honduras: Comunità indigene in lotta per la sopravvivenza

articolo a cura di Emilia Giorgetti, tratto da il manifesto sardo

16 ottobre 2013

Rio Blanco - Esercito segue il corteo
Emilia Giorgetti

Sabino Gualinga è il leader spirituale del popolo Sarayaku – i discendenti del Giaguaro -, il cui territorio è incastonato in una zona remota dell’Amazzonia ecuadoriana. “Fin da bambino ho saputo tutto della foresta…conosco la sua vita, fino alla sua più piccola pietra” ha dichiarato nel suo idioma ancestrale di fronte alla Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) riunita a San José di Costa Rica nel dicembre del 2012, durante l’udienza che ha visto i Sarayaku vittoriosi contro l’Ecuador. Nessuno li avvisò quando, nel 2002, l’Ecuador concesse i diritti per la esplorazione petrolifera nel loro territorio. Per mesi gli uomini della compagnia, scaricati dagli elicotteri e protetti dall’esercito e dalla polizia, abbatterono alberi, trivellarono e minarono senza curarsi delle proteste pacifiche dei Sarayaku. Per anni i Sarayaku, decisi a far valere i propri diritti, lottarono e scalarono tutte le gerarchie fino ad arrivare alla CIDH e a vincere, ottenendo una sentenza storica: l’Ecuador è stato riconosciuto colpevole di violazione del diritto delle comunità indigene al consenso libero, previo e informato sull’utilizzo delle loro terre ancestrali – sancito dal trattato 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro e dalle Nazioni Unite -, è stato obbligato a risarcire i danni subiti dai Sarayaku e a bonificare il loro territorio dalle tonnellate di dinamite abbandonate dalla compagnia. “Chiediamo alla corte che ci protegga” queste le parole della portavoce dei Sarayaku a San José. “Chiediamo che ci lascino continuare in pace con la nostra vita. Sono ormai pochi i popoli indigeni. Anche l’Amazzonia sta scomparendo. Chiediamo di essere consultati quando si programmano attività dannose nei nostri territori. E, se diciamo ‘No’, chiediamo che si rispetti la nostra decisione.”
Río Blanco - esercito protegge i cancelli di SinohydroLe sentenze della Corte, però, non fermano gli interessi economici che, poco a poco, consumano gli ultimi spazi di autonomia dei popoli nativi del continente americano. In Honduras, per esempio, il colpo di stato del 2009 e l’amministrazione che da questo è scaturita, hanno scatenato una vera e propria corsa all’accaparramento di terre ricche di risorse o che rivestono un interesse strategico per il controllo delle rotte del narcotraffico.
La Mosquitia honduregna è una regione inaccessibile di foresta tropicale. Con il pretesto della lotta ai cartelli della droga, gli USA vi hanno già stabilito 3 basi militari dalle quali possono controllare un territorio che galleggia su un immenso lago di petrolio e i cui abitanti rappresentano solo un ostacolo ai progetti di sfruttamento o, nella migliore delle ipotesi, una fonte di mano d’opera docile e a buon mercato. Nelle prime ore del mattino dell’11 maggio del 2012, la popolazione di Ahuas udì gli elicotteri della DEA (agenzia statunitense per la lotta alla droga) volare basso sul fiume Patuca e poi gli spari. Secondo la versione ufficiale, due narcotrafficanti erano stati uccisi nel corso di una operazione antidroga. Ma non ci volle molto perché emergesse la realtà dei fatti: le vittime erano quattro indigeni misquitos – due donne incinta, un giovane e un ragazzo di 14 anni -, colpiti a morte mentre viaggiavano su una imbarcazione tradizionale lungo il fiume. Insieme a loro quattro feriti gravi, tra cui Wilmer, allora quattordicenne, dopo più di un anno ancora ricoverato in un ospedale di Tegucigalpa. E’ assistito dalla madre che, per stargli vicino, ha dovuto lasciare il lavoro e la famiglia e trasferirsi nella capitale. Per gli assassini, invece, nessuna conseguenza: il crimine è impunito come migliaia di altri nel paese.
Río Blanco - in marcia verso i cancelli di Sinohydro - foto di Giorgio BrambillaNel nord dell’Honduras, invece, l’intero dipartimento di Yoro è stato destinato a terreno di rapina del grande capitale. Qui vivono i Tolupanes, l’etnia più martirizzata dell’intero universo honduregno di popoli originari. Le ultime vittime della lotta per la difesa del territorio e della sua biodiversità sono Armando Fúnez Medina, Ricardo Soto Medina e María Enriqueta Matute, uccisi a sangue freddo il 25 agosto scorso da Selvin e Carlos Matute, due sicari che, come altri membri della banda nota come Los Matutes, scorrazzano in moto nei territori della tribù di San Francisco, sparando in aria a scopo intimidatorio e scortando i pickup carichi di legname pregiato e antimonio sottratti illegalmente ai Tolupanes da impresari collusi con le autorità nazionali e con la polizia.
Se con la nuova Ley de Minerìa si prevedono 3-400 nuove concessioni, corrispondenti a circa il 15% del territorio nazionale, la guerra dell’acqua è appena agli inizi. All’indomani del colpo di stato contro Manuel Zelaya, il parlamento honduregno, guidato da Roberto Micheletti, approvò la Ley General de Aguas, dalla quale sono poi scaturite le concessioni che, poco a poco, stanno trasferendo in mani private decine di fiumi destinati alla generazione di energia idroelettrica. I circa 300 progetti di dighe previsti fanno parte di un gigantesco piano che spazia dal Messico fino alla Colombia, volto a fornire energia elettrica sia al sud est degli Stati Uniti che all’attività estrattiva locale delle imprese multinazionali. Di questi fa parte il progetto ‘Agua Zarca’, nel nord ovest dell’Honduras, una joint venture tra l’impresa nazionale DESA e la cinese Sinohydro per la realizzazione di una centrale da 23 MW. Le comunità locali non ci stanno e, dagli inizi dell’aprile 2013, gli indigeni lenca di Río Blanco stanno impedendo all’impresa l’accesso al fiume Gualcarque, la loro fonte di vita e di spiritualità. Nonostante i ripetuti sgomberi forzati, da mesi, ogni giorno, uomini, donne e bambini, marciano pacificamente fino ai cancelli dell’impresa per manifestare il proprio rifiuto del progetto.
Berta Cáceres, coordinatrice del COPINHMa il governo è inamovibile: Agua Zarca rappresenta la porta di ingresso della Cina nel paese e si prospettano affari milionari per l’oligarchia al potere. Per questo DESA e le stesse forze armate sono incaricate non solo di reprimere l’opposizione indigena, ma anche di corrompere le autorità locali e le comunità interessate con un capillare lavoro porta a porta: un voto a favore del progetto nelle assemblee comunitarie viene pagato 1000 lempiras (40 euro).
Quando la corruzione non funziona si usa ogni altro mezzo per costringere al silenzio chi chiede solo il rispetto del proprio diritto di dire ‘No’ ad un progetto che sconvolgerà la sua vita. Il 15 luglio, a Río Blanco, l’esercito ha sparato per la prima volta, uccidendo Tomás García e ferendo gravemente suo figlio di 17 anni. Berta Cáceres, la coordinatrice del COPINH (Consiglio Nazionale dei Popoli Indigeni di Honduras), è stata sottoposta a un’ondata di vessazioni senza precedenti per l’appoggio fornito alla comunità lenca. Prima le minacce, i pedinamenti, i sabotaggi dell’auto e i tentativi di omicidio; poi, in seguito alla ispezione della sua auto da parte di un gruppo di militari, la denuncia per porto illegale di armi, con l’accusa di attività terroristica ai danni dello stato. Il processo farsa che si è svolto lo scorso 13 giugno presso la corte penale di santa Barbara, Intibucá, assediata da manifestanti giunti da ogni angolo del paese e blindata da polizia ed esercito, non è riuscito a concludersi con una sentenza di condanna, tante e tali erano le irregolarità compiute dall’accusa. Ma il potere non demorde pur di difendere gli interessi di due imprese che stanno vedendo lentamente sfumare il loro affare a causa della legittima protesta indigena. Il passato venerdì 20 settembre il pubblico ministero del Tribunale de La Esperanza, Intibucá, ha ordinato l’arresto preventivo per Berta e misure sostitutive per i suoi compagni di lotta e membri del COPINH Tomás Gómez e Aureliano Molina, nell’ambito di un nuovo processo istruito a seguito alla denuncia delle imprese DESA e Sinohydro, che li accusano di usurpazione e di danni per più di 3 milioni di dollari. Anche se ogni giorno per lei può essere l’ultimo e i due figli ventenni vivono all’estero per motivi di sicurezza, Berta non si lascia intimidire. Niente può soffocare i grandi sorrisi che illuminano il suo volto solare e la determinazione che ha solo chi è sicuro di combattere una lotta giusta.

thanks to: CICA.