OPINIONE. È il momento di porre fine alla hasbara

Ai giornalisti palestinesi spetta il compito di demolire anni e anni di disinformazione e ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno

hasbara

di Ramzy Baroud

(traduzione di Romana Rubeo)

Roma, 26 maggio 2016, Nena News – Conoscere personalmente centinaia di giornalisti e professionisti della comunicazione palestinesi, provenienti da ogni parte del mondo, è stata un’esperienza incredibile. Per molti anni, i media palestinesi sono stati sulla difensiva, incapaci di articolare un messaggio coerente, lacerati tra le diverse fazioni, nel tentativo disperato di respingere gli attacchi della campagna informativa israeliana, delle sue falsificazioni e della continua propaganda della “hasbara.”

È presto per parlare di un cambiamento significativo del paradigma comunicativo, ma la seconda Conferenza Tawasol, che si è tenuta a Istanbul il 18 e il 19 maggio, ha fornito l’occasione di analizzare il panorama mediatico in continua evoluzione e di porre alla luce le opportunità e le ardue sfide che i Palestinesi si trovano ad affrontare. 

A loro, non spetta solo il compito di demolire anni e anni di disinformazione israeliana, spacciata per verità storica e propinata al mondo come oggettiva, ma anche quello di ricostruire una propria, lucida narrazione, che sia scevra dai capricci delle diverse fazioni e dai tornaconti personali di ciascuno. Ovviamente, non sarà facile.

Il messaggio che ho voluto portare alla Conferenza “Palestine in the Media” , organizzata dal  Palestine International Forum for Media and Communication, è stato questo: se la classe dirigente palestinese non riesce a raggiungere l’unità politica, spetta almeno agli intellettuali insistere sull’unità della narrazione che vogliono proporre. Anche il meno obiettivo tra i Palestinesi riconosce la centralità della Nakba, la pulizia etnica della Palestina e la distruzione delle città e dei villaggi avvenuta tra il 1947 e il 1948. Allo stesso modo, tutti possono, e dovrebbero, convenire, sulle aberrazioni e sulla violenza dell’occupazione, sulla disumanizzazione dei checkpoint militari, sull’erosione di territorio in Cisgiordania ad opera degli insediamenti illegali e della colonizzazione, sulla morsa soffocante imposta su Gerusalemme Occupata (al Quds); sull’ingiustizia del blocco su Gaza e sulle guerre unilaterali condotte sulla Striscia, che hanno causato oltre 4.000 vittime, in massima parte civili, nel corso di 7 anni, oltre che su molte altre questioni.

Il Professor Nashaat Al-Aqtash dell’Università di Birzeit, forse con una maggiore dose di realismo, ha persino ridimensionato le aspettative. Ha infatti dichiarato: “Se solo riuscissimo a concordare sulla narrazione relativa ad Al-Quds e agli insediamenti illegali, sarebbe già un buon inizio”.

La verità è che i Palestinesi hanno più cose in comune di quanto non vogliano ammettere. Sono tutti vittime delle stesse atrocità, tutti combattono la stessa occupazione, subiscono le medesime violazioni dei diritti umani e affrontano un futuro incerto dettato dal medesimo conflitto. Eppure, molti non riescono a separarsi da affiliazioni a gruppi e fazioni, di natura quasi tribale. Non c’è niente di male ad avere delle convinzioni ideologiche o a sostenere un partito anziché un altro. Ma se questo legame diventa predominante rispetto alla lotta collettiva e nazionale per la libertà, si apre una crisi morale.  Purtroppo, non tutti ne sono esenti.

Tuttavia, come sempre accade, le cose stanno cambiando. A vent’anni dal fallimento del cosiddetto “processo di pace”, con l’aumento esponenziale degli insediamenti nei territori occupati e con l’esacerbarsi della violenza per il raggiungimento degli obiettivi politici, molti Palestinesi sono stati costretti ad affrontare la dolorosa realtà.  Non può esserci libertà per il popolo palestinese senza unità e senza resistenza.

La resistenza non è necessariamente sinonimo di armi e coltelli; può essere anche intesa come lo sfruttamento delle energie dei connazionali in patria e in “shatat” (Diaspora), e la mobilitazione delle comunità a favore della giustizia e della pace nel mondo.

È sconcertante constatare come una nazione umiliata così a lungo sia anche così incompresa e come spesso i carnefici vengano assolti e considerati vittime. Verso la fine degli anni ’50, il Primo Ministro Israeliano David Ben-Gurion si rese conto che era necessario unificare la narrazione sionista relativa alla conquista e alla pulizia etnica della Palestina. Secondo una rivelazione del quotidiano israeliano Haaretz, Ben-Gurion temeva che la crisi dei rifugiati palestinesi sarebbe diventata un vero problema se Israele non avesse dichiarato, a più riprese e in modo coerente, che i Palestinesi avevano lasciato volontariamente le loro terre, seguendo i dettami dei vari governi Arabi.

Si trattava di un’invenzione, ma molte presunte verità non sono altro che una bugia ripetuta nel tempo. Chiese a diversi accademici di presentare una versione falsificata ma coerente della storia dell’esodo dei Palestinesi e il risultato fu il GL-18/17028, del 1961, un documento che costituisce la pietra miliare della “hasbara” israeliana sulla pulizia etnica della Palestina. Il messaggio centrale che contiene è semplice: i Palestinesi fuggirono e non furono cacciati dalle loro case. Israele lo ripete da oltre 55 anni e molti hanno finito per credervi.

Solo di recente, grazie al lavoro di un fiorente gruppo di storici palestinesi, e di coraggiosi israeliani, che si oppongono a questa propaganda, si sta delineando anche una narrazione palestinese, e c’è ancora molto da fare per limitare i danni. La reale vittoria sarà vedere questa versione non come una “contro-narrazione”, ma come verità storica, libera dal peso di un racconto offuscato da bugie e mezze verità.

Credo vi sia solo un modo per concretizzare questo auspicio: gli intellettuali palestinesi dovrebbero investire tempo ed energie a studiare a raccontare la “storia del popolo Palestinese”, per riumanizzarlo e sfidare la percezione generalizzata, che li vede come terroristi o come eterne vittime. Solo quando l’individuo comune sarà posto al centro della storia, i risultati saranno davvero efficaci e  duraturi. La stessa logica andrebbe applicata al giornalismo.

Oltre a trovare una storia comune, i giornalisti palestinesi dovrebbero aprirsi al mondo, uscendo dalla tradizionale cerchia degli amici e sostenitori devoti e confrontandosi con la società nel senso più ampio del termine. Gli estimatori della verità, soprattutto quelli animati da una visione umanista, non potranno approvare il genocidio e la pulizia etnica.

Temo che la necessità di controbattere la “hasbara” israeliana in Occidente abbia comportato una profusione eccessiva di energie in alcuni luoghi specifici, tralasciando invece parti del mondo, il cui supporto ai movimenti di solidarietà internazionale è stato finora centrale. Nulla dovrebbe essere preso per scontato. La buona notizia è che i Palestinesi stanno facendo grandi progressi e stanno avanzando nella direzione giusta, pur senza il sostegno della loro classe dirigente.

thanks to: Nena News

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The everyday violence of Israelis on Facebook

Any social media user following Israel’s assault on the besieged Gaza Strip last summer may have encountered the slew of cartoons published on the Israeli army spokesperson’s Twitter account.

Intended to justify indiscriminate bombing by portraying Palestinian civilian buildings as legitimate targets, these slickly designed pictures were just one iteration of Israel’s online efforts to stem the PR backlash against its attack on Gaza.

It is well-established that the Israeli state is heavily invested in such social media propaganda. Less attention has been paid, however, to the intertwining of militarism and occupation with the social media practices of ordinary Israelis.

Militarized citizens

In Digital Militarism, Adi Kuntsman and Rebecca L. Stein seek to cover this ground, dealing with the militarization of social media in the hands not only of the state, but also its citizens.

Kuntsman and Stein frame their work as “an archive of Israeli occupation violence as rendered in social media forms.”

The reader is exposed to “selfies” taken by Israeli soldiers inside invaded Palestinian homes, YouTube videos of Palestinians being forced to perform songs exalting the Israeli Border Police and smiling teenage girls using the hashtag #IsraelDemandsRevenge to call for collective punishment.

Such disturbing phenomena candidly depict a society in which the pleasures of social networking have become enmeshed with extreme forms of violence. This development is referred to by the authors as “digital militarism.”

Israel’s public secrets

Kuntsman and Stein write from within academia, but their work is accessible to a general audience, if occasionally veering into postmodern territory.

A central theoretical concept of the book is the “public secret,” a term used to describe Israeli society’s relationship with state violence: while the brutality of Israeli militarism is known to the public, it is also hidden from sight through various means, allowing daily life to go on.

The authors apply this framework to the viral scandal in which bloggers discovered Facebook photos of Eden Abergil, a female Israeli soldier, posing flirtatiously in front of blindfolded, handcuffed Palestinian men.

The routine violence depicted in these photos – which Abergil posted on social media herself – would have been recognizable to any Israeli soldier or veteran.

Yet the images were declared to be aberrations: “I can assure you that the act in no way reflects the spirit of the IDF or the ethical code to which we aspire,” claimed an army spokesperson.

The notion that such incidents are exceptional was repeated by state and non-state actors following subsequent social media scandals.

“After each revelation,” the authors explain, “the Israeli public would again express surprise at the amorality, indecency, or stupidity of the young soldier in question, with the indiscretion explained as a matter of personal circumstance (age, familial context, or social background).”

All about Israel

Even supposedly critical Israeli voices, such as liberal Zionist group Peace Now, responded to such incidents by focusing on Israel.

Ignoring Palestinian victims of abuse, they described Abergil’s photos as “shocking evidence of the impact of the occupation on Israeli soldiers and Israeli society.”

Rather than opening up a conversation about military occupation and violence in the wake of these scandals, Kuntsman and Stein note that many Israeli commentators instead discussed information security, army social media rules, and online privacy issues.

Tellingly, the headline of one article asked, “Is Facebook to blame?”

As such, Kuntsman and Stein convincingly argue that social media itself serves as an alibi for the occupation. By blaming Facebook instead of Abergil, and talking about social media instead of state violence, Israel was able to keep its “public secret” under wraps.

Digital suspicion

In the wake of the recent viral video of a soldier choke-holding a child at gunpoint in the Palestinian village of Nabi Saleh, and subsequent efforts by pro-Israel commentators to discredit its authenticity, the chapter on “digital suspicion” seems especially relevant.

The authors use this term to refer to Israeli accusations that digital images and videos depicting Palestinian suffering have been manipulated.

Such charges first emerged during Israel’s 2006 bombing of Lebanon, and were largely made by journalists and experts. But during later attacks on Gaza, average citizens became more active in leveling claims of digital tampering.

As this shift occurred, the authors argue that technical evidence and meticulous image inspection declined in importance, with accusations of manipulation becoming an almost automatic Zionist response.

Moreover, some pro-Israeli social media users began to tie allegations of digital deceit to more essential claims of national fraudulence: “Of course the picture is fake, everything they have is fake, they are a fake People,” claimed one such online commentator on an image of a children’s funeral in Gaza, cited in the book.

Importantly, Kuntsman and Stein contextualize “digital suspicion” within a long history of Zionist rejections of Palestinian testimony. Even before the digital age, the authors note, some supporters of Israel argued that an infamous video of 12-year-old Mohammed al-Dura’s slaying by a sniper’s bullet in the first weeks of the second intifada was a hoax.

Viewed through a wide historical lens, accusations of image tampering are the latest articulation of a discourse of suspicion which dates back to denial of the 1948 ethnic cleansing of Palestine.

With many commentators focusing solely on the “newness” of social media technologies, Kuntsman and Stein deserve praise here for pointing out continuities between past and present.

Selfie militarism

Kuntsman and Stein also tackle “selfie militarism,” a concept used to describe smartphone-era forms of “military souvenir photography” by Israeli soldiers. The term is slightly vague, since it is not exclusively applied to self-portraits, but rather to a variety of soldier-produced media.

These include videos of Palestinians being forced to perform by the army, a sadistic Instagram photo of a young boy in a sniper’s crosshairs, and a Facebook solidarity campaign for a soldier caught on camera behaving violently toward Palestinian teens.

Each of these phenomena could have merited a chapter of its own. As it is, readers may find themselves craving a tighter focus. In particular, the disturbing trend of “photographer-perpetrators” – individuals who record their own violence for circulation online – demands further analysis.

Such themes emerge again in the afterword, where the authors note that the images and videos they compiled form “a perpetrators’ archive, a chronicle of self-documented Israeli racism and militarism on social media.”

They suggest that this archive, “with its potential longevity and retrievability, might yield political alternatives,” “wor[k] against Israeli legacies of forgetting and erasure,” or “ope[n] the possibility for Israeli accountability.”

Perhaps, in the long-term, this will prove correct. Yet despite all this evidence online, there is currently no credible mechanism to achieve justice for Palestinian victims of Israeli violence. One wonders, then, if the digital archive is merely a testament to Israeli impunity.

Even so, Digital Militarism is a fascinating and unsettling book – a laudable documentation of how state violence has seeped into everyday Israeli social media, and of the deep militarization of that society as it colonizes the Palestinian people.

Robin Jones is an intern at Mada al-Carmel, a Palestinian applied social research organization in Haifa.

thanks to: Electronic Intifada

La fabbrica del falso israeliana e la militarizzazione sionista della cultura

Indice

  • The Israeli Brand
  • Una immagine da capovolgere utilizzando gli “ambasciatori culturali”
  • Antisemitismo: una forma di esorcismo
  • Perchè a Gaza è in corso un genocidio
  • Il caso esemplare della Kibbutz Contemporary Dance Company
  • Un premio per l’arte ‘orientata al sionismo’
  • Il caso Noa
  • La vocazione genocidario di Israele
  • Haaretz 2008/07/27 Sul contratto tra gli intellettuali israeliani e il loro ministero degli
    esteri di Yitzhak Laor
  • Haaretz 2006/08/11 by Tom Segev Someone to fight with – Qualcuno contro cui combattere
  • Haaretz2007/08/06 L’immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni di Shiri Lev-Ari
  • Il manifesto 2008/02/07 Una intervista di Michelangelo Cocco al poeta israeliano Aharon
    Shabtai
  • Due poesie di Aharon Shabtai, Cultura e Se mi chiedete…
  • Come la fabbrica del falso israeliana trasforma una ignobile razzista in una infame
    pacifista Il caso Noa
  • NOA e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia per Expo 2015

Per ulteriori informazioni sulla fabbrica del falso israeliana vedi all’indirizzo
http://www.ism-italia.org/?p=4090:

Dossier ism italia 2008 02 la fabbrica del falso il caso israeliano la militarizzazione della
cultura edizione 2
ISM-Italia,
Torino, 24 settembre 2014
http://www.ism-italia.org, info@ism-italia.org

 

File in formato .PDF

L’operazione Protective Edge ha provocato tra la popolazione di Gaza:
2.168 morti
dei quali 1662 civili
tra i morti civili 519 bambini e 297 donne
e circa 11.000 feriti.

Nessuno degli artisti israeliani invitati a settembre musica e torino danza:
Avishai Cohen, Nitai Hershkovits, Daniel Dor
Omri Mor
Noa, Ilan Mochiach, Gil Dor
il coreografo Rami Be’er
i danzatori/trici della Kibbutz Contemporary Dance Company,

ha condannato i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità che i governi israeliani, con l’impunità assicurata dal mondo occidentale (e dai paesi arabi “moderati”), continuano a commettere.
Nessuno ha manifestato la minima indignazione durante l’operazione Margine di Protezione.
Anche le mani degli artisti israeliani che non si sono dissociati da questi crimini grondano sangue. Sono complici dei crimini di guerra del loro governo.

 

thanks to: ISM Italia

 

Intervista al poeta israeliano Aharon Shabtai

«È un’occasione di propaganda, per questo io, israeliano, non sarò al Salone di Parigi»
Il poeta Aharon Shabtai declina l’invito a partecipare all’evento culturale francese e accusa la deriva di destra del suo paese, che solo un intervento dell’Europa potrà arginare.

Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Qualche settimana fa invece il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi. Nato nel 1939 a Tel Aviv, autore di una ventina di raccolte di poesie e conosciuto all’estero soprattutto per «J’accuse» – in cui si scaglia contro il governo e la società del suo paese – è uno dei più radicali nella pattuglia di intellettuali «dissidenti». Secondo Shabtai, che ha risposto al telefono alle domande del manifesto, lo Stato ebraico sarebbe in preda a una deriva di destra che potrebbe essere arginata solo da un intervento dell’Europa, il Continente dei Lumi che dovrebbe aiutare «l’apartheid israeliana» a compiere una svolta come quella impressa al Sudafrica dall’ex presidente De Klerk.

Aharon Shabtai, perché ha rifiutato l’invito di Parigi a partecipare al Salone del libro?

Perché ritengo che si tratti di un’occasione di propaganda, in cui Israele si metterà in mostra come uno Stato con una cultura, dei poeti, ma nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità. Lo stesso presidente Shimon Peres, responsabile del massacro di dieci anni fa a Kfar Kana (in Libano), parteciperà. Per me sarebbe stato impossibile andare a leggere i miei testi a Parigi.

Qual è l’immagine dell’altro – del palestinese – riflessa dalla letteratura israeliana?

Nel sionismo – uno dei frutti del nazionalismo dell’800 – c’erano elementi positivi: l’idea che gli ebrei, reduci dalle persecuzioni in Europa, venissero qui in Israele acquistando libertà e indipendenza. Ma ora ci siamo trasformati in uno stato coloniale, con i giornali che fanno propaganda razzista contro gli arabi e i musulmani. Siamo un popolo avvelenato da questa propaganda. La maggior parte della letteratura «mainstream» è completamente egocentrica: non è interessata all’altro, rappresenta la vita della borghesia e si occupa di problemi psicologici. La nostra letteratura non ha a cuore i problemi morali cruciali di questo momento storico. Si configura soprattutto come intrattenimento borghese. In questo contesto la maggior parte degli scrittori si dichiara in termini generali «per la pace», ma quando c’è da prendere una decisione per fare qualcosa di «aggressivo» si schiera col governo, come durante l’ultima guerra in Libano, quando Yehoshua, Grossman e Oz hanno scritto sui giornali che si trattava di un conflitto giusto.
All’estero dipingono l’immagine di un Israele liberale, ma sono parte integrante del sistema.

Ma il governo israeliano è ufficialmente impegnato in colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese e ammette l’urgenza di dare ai palestinesi uno stato, anche se solo in una parte del 22% della Palestina storica.

Il problema non è lo Stato, ma la terra. Qui i giornali ne parlano apertamente, ogni giorno, molto più che in Italia e in Europa: gli insediamenti, la confisca di territorio, il controllo dell’acqua da parte delle autorità israeliane aumentano di giorno in giorno. Questi sono i fatti, molto diversi dalla propaganda utilizzata dal governo: i palestinesi non hanno più un territorio.

Che significato ha per lei il 60° anniversario della fondazione dello Stato ebraico?

Dopo sessanta anni ci troviamo di fronte a un bivio: o continuare a essere uno stato coloniale e proseguire con la guerra, mettendo seriamente in pericolo il futuro d’Israele perché – non dobbiamo dimenticarlo – viviamo in Medio Oriente, non in California. L’alternativa è fare come (l’ex presidente sudafricano) De Klerk: invertire la rotta e provare a dare ai palestinesi pieni diritti sulla loro terra, cercando di creare un uovo sistema di pace. Altrimenti non sopravvivremo né da un punto di vista morale, né come stato, perché la guerra si espanderà a tutto il Medio Oriente.

Alcuni gruppi della sinistra italiana sono pronti a boicottare la Fiera del libro di Torino, mentre la sinistra istituzionale si oppone perché, sostiene, il boicottaggio va contro i principi stessi della cultura, provoca reazioni negative e gli intellettuali non sono responsabili delle azioni dei loro governi.

Quello che affermano è assurdo: durante il periodo hitleriano o durante l’apartheid intellettuali come Brecht e tanti altri si univano per combattere il fascismo e il segregazionismo. Gli intellettuali, assieme alle organizzazioni di base, contribuirono alla fine dell’apartheid. Gli intellettuali – che devono essere liberi – dovrebbero partecipare al boicottaggio. Un aiuto dall’Europa, che boicotti Israele non in quanto tale, ma in quanto establishment politico militare che sostiene l’occupazione, è l’unica possibilità di salvare i palestinesi e noi, gli ebrei d’Israele.

Da dieci anni, dal tramonto del movimento pacifista, siete fermi a un migliaio di «dissidenti» che manifestano contro la guerra. Perché non riuscite a raggiungere un’audience più ampia?

Perché in Israele tutte le televisioni e tutti i giornali educano la gente al nazionalismo, con un lavaggio del cervello quotidiano. Ora sono seduto, qui nel mio appartamento, e posso sentire distintamente il mio vicino che sta dicendo: «Gli arabi non sono un popolo, sono barbari, avremmo dovuto colpirli con la bomba atomica». Quello che afferma l’ha imparato dai mass media, che creano panico e rabbia mentre i politici collaborano con l’establishment militare.
Viviamo in una situazione orwelliana: ogni giorno la tv ripete quanto sia terribile vivere a Sderot, dove quasi nessuno viene ucciso. A due passi dalla cittadina israeliana c’è l’inferno di Gaza, che è diventata un ghetto.

Ma cosa possiamo augurarci in un futuro prossimo?

Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà «basta», perché Israele dipende dall’Europa e dagli Stati Uniti. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele. Io spero che in un anno o due l’Europa possa cambiare rotta.

Due poesie di Aharon Shabtai
Cultura
Il segno di Caino non apparirà
sul soldato che spara
alla testa di un bambino
da una collina sopra il recinto
intorno a un campo profughi
poiché sotto l’ elmetto
parlando in termini concettuali
la sua testa è fatta di cartone.
D’altra parte,
l’ufficiale ha letto L’uomo in rivolta,
la sua testa è illuminata,
per questo non crede
nel segno di Caino.
Ha passato il suo tempo nei musei
E quando punta
il fucile verso il bambino
come un ambasciatore di cultura,
lui aggiorna e ricicla
le acqueforti di Goya
e Guernica.
Se mi chiedete
Se mi chiedete
Di dare la caccia a un ragazzo
A 150 metri di distanza
Con un fucile a cannocchiale,
Se mi chiedete di sedermi in un tank e
Dalle altezze della moralita’ ebraica,
Fare penetrare un obice
Nella finestra di una casa,
Mi togliero’ gli occhiali
E borbottero’ cortesemente:
‘No, signori!
Rifiuto di spogliarmi
Per sguazzare con voi
In un bagno di sangue’.
Se mi chiedete
Di tendere le orecchie
Perche’ voi ci caghiate dentro,
Scusandomi, diro’:
‘no, grazie!
Le vostre parole puzzano,
Preferisco sedermi
Sull’asse del mio cesso!’
Meglio dunque che la smettiate,
Perche’ se vi ostinate,
Se continuate a insistere
Che io mi unisca alla vostra muta,
Per grugnire insieme,
Perche’ insieme ci rotoliamo
E ci facciamo tutti crescere addosso
Setole di porco,
E insieme affondiamo
Le nostre narici di lupi
Nella carne cruda,
Perdero’ la pazienza
E rispondero’ con fermezza:
‘Signor Primo Ministro,
Onorevole Generale,
Sua Eccellenza Deputato..
Sua Santita’ il Rabbino,
Baciatemi il culo!’

 

 

thanks to: Michelangelo Cocco

Il Manifesto 2008/02/05

ISM Italia

Gli intellettuali israeliani

Haaretz 2008/07/27 Sul contratto tra gli intellettuali israeliani e il loro ministero degli esteri di Yitzhak Laor

Titolo originale: “Putting out a contract on art”
traduzione a cura di ISM-Italia

Alcuni anni fa fui invitato a un festival di poesia a Barcellona. Ero felice. Dopo aver tradotto i miei poemi in due lingue – in catalano e castigliano – li inviai con cura via fax e controllai tutto quello che potevo controllare.
Poi, durante il dialogo via-fax, l’accordo fu cancellato e l’invito ritirato – per ragioni di budget, mi dissero.

Fui turbato da tutto questo fino a che arrivò, dal Festival di Sydney, l’invito successivo. Allora io già conoscevo i trucchi e, dopo l’eccitazione all’altro estremo della linea, io dissi che non era sicuro che il ministero avrebbe “contribuito alle mie spese,” usando il linguaggio educato di quelli che gestiscono gli affari culturali dello stato, cioè del sistema internazionale di “schnorr” (scrocco) di cui Israele riesce a beneficiare, specialmente nei periodi di crisi dei budget delle istituzioni culturali. Gli organizzatori di Sydney mi dissero di stare tranquillo, perchè l’anno prima il mio amico Ronny Someck, che parla molto di pace e coesistenza, era stato lì e il suo biglietto era stato pagato dal ministero degli esteri israeliano, così dissi loro di fare un tentativo. Perchè no?
Dopotutto, il denaro sarebbe venuto fuori dalle mie tasse.

Così iniziammo le procedure, e alla fine, dopo numerose e-mail e conversazioni telefoniche, il dialogo con Sydney si andò esaurendo e poi, naturalmente, arrivò la cancellazione. So che possono sempre smentire; che il fondamento del potere di un governo è il fatto che è difficile metterlo con le spalle al muro.

Nessuna discussione seria sulla “accettazione”, anche in Israele nei decenni recenti, può limitarsi solo a ciò che accade nel triangolo senza significato “scrittore-recensione-lettore”, come se questa relazione mistica fosse valida ovunque. Anche l’Istituto per la Traduzione della Letteratura Ebraica, con la sua migliore traduttrice dall’ebraico in inglese, Dalya Bilu, e la sua staff dedicata, non può in pratica contribuire al successo delle sue traduzioni senza tournée all’estero degli scrittori che traduce. Gli editori all’estero sanno queste cose molto meglio dei festival artistici, che nella loro innocenza pensano che la Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici del ministero degli esteri sia l’equivalente del Goethe Institute, o dell’Istituto Dante Alighieri o dell’Alliance Francaise. Ma non è questo il caso.

Segue il testo del contratto che autori e artisti firmano con il ministero degli esteri in cambio dei fondi per la componente più importante nella loro carriera internazionale: i loro viaggi per eventi culturali e letterari, inclusi i festival di cinema, teatro e danza. Il contratto (che risale al 2007) mi è stato inviato via email da qualcuno che preferisce rimanere anonimo. Le abbreviazioni nel corpo del testo sono utilizzate per risparmiare
al lettore il verboso linguaggio legale.

“Contratto

Tra lo Stato di Israele, tramite il Ministero degli Esteri, Divisione per gli Affari Culturali e Scientifici, a cura del direttore della divisione DCSA e del ragioniere del Ministero (in seguito, ‘il Ministero’), da una parte, e il Sig./Signora/Società/Organizzazione … (in seguito, ‘the service provider’), dall’altra.”

Subito nella introduzione, il contratto stabilisce:

“The service provider si impegna a indicare il nome del Ministero e/o della rappresentanza israeliana, nei paesi successivamente indicati, in ogni publicazione relativa ai servizi da lui forniti, in Israele e all’estero. Egli deve anche impegnarsi a fornire al Ministero un rapporto dettagliato della fornitura di servizi da parte sua, inclusi esempi e prove, come stabilito nel sottoparagrafo C, (in seguito, ‘i servizi’).”

Ora che la relazione tra il governo israeliano e gli artisti che manda all’estero è stata definita, il contratto prosegue:

“Premesso che il Ministero è interessato ad acquisire dal service provider i seguenti servizi culturali/artistici/educativi/scientifici ….
“Il service provider con la presente dichiara di avere l’esperienza, la competenza, i titoli e le conoscenze per eseguire i servizi.”

Ora arriva la parte principale:

“Egli è interessato a fornire servizi al Ministero.” (Il service provider deve essere dotato, naturalmente, di tutti i documenti legali, in modo che lo stato non si troverà a pagare qualcuno che sta ingannando le autorità preposte alla tassazione dei redditi, per esempio, o il segretario delle Organizzazioni Nonprofit.)”

Paragrafo 5:
“In considerazione della fornitura di servizi da parte del service provider come definito nel contratto, e nel rispetto delle leggi, il Ministero pagherà al service provider la somma (in seguito – ‘il corrispettivo’) di …. [questa cifra varia, in funzione del contratto], per le voci seguenti. Il corrispettivo sarà pagato dal Ministero, in parte direttamente al service provider, e in parte direttamente a terze parti [queste includono le organizzazioni estere che hanno fatto gli inviti, come festival cinematografici e editori], come specificato di seguito:

“A. L’acquisto di biglietti aerei di classe turistica per il service provider, da parte del Ministero, tramite una agenzia viaggi scelta dal Ministero; in alternativa, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso delle spese per l’acquisto dei biglietti aerei da parte del service provider, a fronte della presentazione di ricevute adeguate.

“B. Il rimborso delle spese di vitto e alloggio, fino alla somma di …. NIS/$US/euro, secondo le procedure del Ministero e a fronte di ricevute.

“C. Il cachet dell’artista, nella misura di ….. NIS/$US/euro, IVA inclusa.

“D. Il rimborso per viaggi di terra, fino alla somma di ….. NIS/$US/euro, a fronte di ricevute conformi.

“E. L’imballaggio e la spedizione via aerea o mare (incluso/non incluso il trasporto a terra) del bagaglio del service provider, richiesto per la fornitura del servizio, tramite una compagnia di spedizioni scelta dal Ministero; alternativamente, con l’approvazione preventiva del Ministero, il rimborso di spese effettuate per quanto detto dal service provider, fino alla somma di ……NIS/$US/euro. (Questa clausola si applica agli artisti,
alle compagnie teatrali e alle squadre sportive sponsorizzate dal ministero degli esteri).

“F. Rimborso di spese, o pagamento a terze parti, per pubblicità, pubbliche relazioni e pubblicazioni relative alla fornitura dei servizio al Ministero da parte del service provider, a fronte di ricevute e fino alla somma di ….. NIS/$US/euro.”

E’ importante capire che questa procedura richiede una notevole flessibilità di budget. L’ambasciata e l’attachè culturale determinano il valore di ogni artista e la grandezza di un audience favorevole che possono attrarre con l’autore X o l’autore Y. Questo determina il valore dell’hotel, dei voli, e naturalmente del cachet pagato per la presentazione, un altro aspetto di quel budget.

Un contratto è una lettura noiosa, così io salto al paragrafo 12 e al nocciolo della questione:

“Il service provider si impegna ad agire lealmente, responsabilmente e con il massimo impegno per assicurare al Ministero servizi del più alto livello professionale. Il service provider è consapevole che l’obiettivo di affidargli servizi è di promuovere gli interessi politici dello Stato di Israele tramite la cultura e l’arte, incluso il contribuire a creare un’immagine positiva di Israele.”

Per nascondere quanto sopra – dopo tutto, cultura è “cultura”, senza interventi, senza meccanismi, senza macchine per la traduzione sponsorizzate dallo stato – il paragrafo 13 sottolinea:

“Il service provider non presenterà se stesso come agente, emissario e/o rappresentante del Ministero.”

Il paragrafo 15 contiene anche un avvertimento:

“Il Ministero è autorizzato a porre termine a questo contratto, o a parte di esso, immediatamente e a discrezione unica del Ministero, se il service provider non fornisce al Ministero i servizi e/o non adempie agli obblighi previsti in questo contratto e/o non adempie ai suoi obblighi con piena soddisfazione del Ministero, e/o fornisce i servizi in modo non adeguato e/o devia dal programma e/o se il Ministero non ha bisogno dei servizi del service provider per qualsiasi ragione e/o per ragioni di budget, organizzative o di sicurezza e/o politiche, e il service provider non farà reclami, domande o azioni legali basate sull’annullamento del contratto da parte del Ministero.”

Ne segue, non è necessario sottolinearlo, che gli artisti presenteranno la nostra democrazia in completa libertà.

Haaretz 2006/08/11 by Tom Segev Someone to fight with – Qualcuno contro cui combattere

Un mattino di Shabbat Amos Oz telefonò al suo amico Oron, membro della Knesset (Meretz), e lo informò che era venuto il tempo di mettere fine alla guerra. Egli e altri due eminenti autori Israeliani, A.B. Yehoshua e David Grossman, volevano firmare una dichiarazione pubblica a
questo scopo, e avevano il denaro per pagare l’annuncio pubblico sui giornali.

Oron ricevette il testo, disse che era d’accordo, e domandò se non sarebbe stata una buona idea raccogliere altre firme. Oz rispose negativamente: ciascuno avrebbe incominciato a cambiare la redazione esistente, ciascuno avrebbe voluto fare modifiche – non c’era tempo. La guerra doveva finire immediatamente. Oron tirò le fila e riuscì a far pubblicare l’annuncio nella edizione in ebraico di Ha’aretz della domenica. Tuttavia, come poi risultò, il leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah non lesse Ha’aretz quel giorno: i suoi Katyushas continuarono a bombardare il nord.

Fra una correzione di bozza e l’altra, i tre scrittori furono molto pignoli nel virgolettare. Le parole chiave apparvero due volte. La prima volta inserirono la domanda: “Noi facciamo appello al governo Israeliano perché acconsenta a un reciproco cessate il fuoco”. La seconda volta non
c’era accenno al governo, ma fu aggiunta una nota di urgenza: “Noi facciamo appello per un immediato accordo per un reciproco cessate il fuoco”. Sembrò quasi un compromesso suggerito da qualche commissione incaricata della redazione. Tutto il resto del testo era a favore della
guerra: Israele doveva muoversi per difendersi, le sue azioni erano moralmente giustificate.

I tre scrittori redassero il loro annuncio come se stessero lavorando nel dipartimento legale del Ministero degli Esteri: misero in evidenza che l’aggressione di Hezbollah “era stata portata all’interno del territorio Israeliano”; la reazione israeliana “era stata fatta in conformità con il
diritto internazionale di autodifesa di fronte alla aggressione da parte di un paese nemico”.
Inoltre, i morti libanesi furono presentati come un’entità legale – come “molti cittadini di un paese nemico”- e non come esseri umani, prima e innanzitutto.

Come si conviene ad un governo che si rispetta, i tre riconoscono solo il Libano, non il partito Hezbollah. Hezbollah opera “sotto l’egida delle autorità Libanesi”, essi scrissero, affermando: ”Il popolo libanese non ha diritto a chiedere che la sua sovranità sia riconosciuta se rifiuta di assumersi la piena responsabilità per tutti i suoi cittadini e tutto il suo territorio”.

Non è chiaro come il trio si fosse accorto che qualcuno aveva chiesto al “popolo Libanese “ se volesse “prendersi piena responsabilità” per Hezbollah e quando esattamente “aveva rifiutato” di farlo. Ma evidentemente gli scrittori conoscono tante cose: non solo che questa guerra aveva scopi ”ragionevoli e raggiungibili” – ma che questi ultimi “erano già stati raggiunti”. Perciò “non c’è giustificazione per provocare ulteriori sofferenze e spargimento di sangue da entrambe le parti per obiettivi che non sono raggiungibili e che non meritano queste sofferenze.

Allora sopravvenne una specie di acme possibile soltanto nella grande letteratura: “La determinazione d’Israele a difendere aggressivamente i suoi confini e i suoi cittadini è stata resa, secondo noi, sufficientemente chiara al popolo del Libano, e perciò non c’è bisogno di aggiungere ulteriore sofferenza per noi e per loro.” Ciò che è sempre stato: dai primi giorni del Sionismo, era stato necessario rendere “chiara” la situazione agli Arabi, dal momento che, da nativi ignoranti quali sono, non lo capiscono senza che ciò sia spiegato loro. E questa volta noi abbiamo avuto
successo. E la situazione era senz’altro stata resa chiara. E ne valeva la pena. E questo giustifica assolutamente l’uso di un importante avverbio congiuntivo, come quello che conclude l’argomentazione di una parte della Dichiarazione d’Indipendenza: “perciò”.

Quattro settimane dopo che tutto ciò era iniziato, sembra che più a lungo dura questa guerra di logoramento, più essa sembra giustificarsi, portando alla conclusione che debba finire – e se non ora, allora in qualche altro momento. O forse è vero il contrario: più a lungo continua, più aumenta il senso di fallimento del governo nel prevenirla. Possiamo chiedere che essa continui finché il Libano sia spazzato via dalla faccia della terra, e possiamo chiedere che finisca, perché non c’era giustificazione nel coinvolgersi nella guerra già all’inizio, e perché non poteva essere vinta.

L’ordine del trio letterario di finirla perché ha raggiunto i suoi obiettivi è completamente strambo.
Traduzione a cura di ISM-Italia

Haaretz 2007/08/06 L’immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni di Shiri Lev-Ari

Negli ultimi tre anni la letteratura israeliana è fiorita all’estero e ha stretto buone relazioni pubbliche. Scrittori hanno viaggiato, sono rientrati in patria, hanno vinto premi e i loro lavori sono stati tradotti in molte lingue. Una delle persone maggiormente responsabili di tutto ciò è Dan Orian, che fino alla settimana scorsa lavorava come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (DCSA) del ministero degli esteri. Dopo aver completato il suo servizio in quella posizione, ha assunto il suo nuovo incarico di console presso l’ambasciata israeliana di Copenhagen.

La cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all’estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d’Israele.

“Qui ci sono scrittori magnifici che sanno anche come parlare e che hanno qualcosa da dire, e per me va benissimo che abbiano opinioni politiche differenti dalla posizione ufficiale d’Israele” dice Orian.

“Non c’è dubbio che David Grossman o Sami Michael siano molto a sinistra nella mappa politica. Il messaggio che viene trasmesso è che siamo un paese pluralistico nel quale a ognuno è data la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Amos Oz partecipa in Grecia a un evento per lanciare “A tale of love and darkness” e 1.500 persone vi partecipano”, cita come esempio Orian. “Yehudit Rotem, Aharon Appelfeld, Ronny Someck appaiono all’estero e ottengono una risonanza incredibile. Queste sono le cose che restano, alla fine”.

Orian vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. “ La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”. Orian sarà sostituito entro due mesi da Sylvia Berladski, e molte persone sperano che lei continui il successo del Dipartimento.

Orian, 41 anni, sposato e padre di tre figli, è nato e cresciuto a Gerusalemme. Nell’esercito ha fatto parte dell’intelligence e poi si è laureato in studi slavi all’Università ebraica. Per cinque anni è stato attacché culturale a Mosca e tre anni fa è approdato al DCSA, che considerava l’anello meno prestigioso del ministero degli esteri.

“All’inizio non volevo quell’incarico – racconta -. Volevo un posto da diplomatico, ma col senno di poi quella posizione si è dimostrata non solo importante, ma della massima influenza. Quando vai a parlare con qualcuno del futuro della Striscia di Gaza o del percorso della barriera di separazione, risulta molto importante ciò che questa persona ha nella mente riguardo a Israele. E alle volte, se ha letto l’ultima traduzione di Grossman o Appelfeld, o è stato a un concerto di una filarmonica israeliana presso il teatro Gesher, la conversazione prende una piega totalmente differente”.

Il Dipartimento di letteratura presso il DCSA opera attraverso diversi canali: finanzia in parte o completamente i viaggi all’estero degli scrittori o dei poeti israeliani, abitualmente dopo la pubblicazione di uno dei loro libri; aiuta ad ospitare scrittori ospiti e fornisce assistenza finanziaria per tradurre lavori in altre lingue.

Pare che alcuni scrittori viaggino molto e altri meno. Come fa il ministero a scegliere quali aiutare?

“Generalmente mandiamo (all’estero) gli scrittori in prossimità dell’uscita di un loro libro tradotto in lingua straniera” dice Orian. “Spesso ci arrivano richieste da una casa editrice estera, da un festival o da una fiera del libro che vuole invitare certi scrittori. Sono sicuro che ci siamo dimenticati di qualcuno”.

“A volte ci sono progetti speciali” aggiunge Orian. “Per esempio, abbiamo mandato tre scrittrici alla Settimana del libro di Singapore: Savyon Liebrecht, Noga Algom e Alona Frankel. Due volte all’anno, in primavera e autunno, una delegazione di scrittori israeliani si reca negli Stati Uniti. Quest’autunno toccherà a Michal Govrin e Sami Michael. Michael sarà onorato da un grande evento a Stanford”.

In quale misura la letteratura esportata dal ministero degli esteri deve essere in linea col consenso politico israeliano?

“L’idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. Quando Zeruya Shalev va in Germania, c’è gente anche fuori all’auditorium per ascoltarla. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un’autrice che parla delle relazioni all’interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l’intera percezione della società israeliana”.

“Due mesi fa Sami Michael è andato in Romania, il giorno dopo ne è stata data notizia dalla stampa e 5.000 copie di “A trumpet in the Wadi” sono state vendute in pochi giorni. Agi Mishol è andato negli Stati Uniti e Raquel Chalfi è stata pubblicata sulla American Jewish Poetry. Abbiamo tra 50 e 100 scrittori e poeti che stanno dialogando col mondo”.

E, nonostante questo, il budget del Dipartimento per la letteratura presso il DCSA è piuttosto piccolo: poche centinaia di migliaia di shekels all’anno. “Mandiamo all’estero una media di 120 scrittori all’anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo” dice Orian. “Le spese di soggiorno sono sostenute dai loro editori all’estero. Con l’aggiunta di altri 200.000 dollari sarebbe possibile mandare all’estero altri 50 scrittori e tradurre altri 100 libri e questa sarebbe una differenza significativa”.

E aggiunge: “Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione. Per le traduzioni chiediamo anche aiuto a uomini d’affari che hanno interesse a contribuire a questo sforzo. Quest’anno, per esempio, siamo riusciti a raccogliere 13.000 dollari grazie ai quali sono stati tradotti in polacco sette libri israeliani. Abbiamo un progetto assieme alla casa editrice Abbasi di Haifa per tradurre i libri israeliani in arabo. Abbasi ha pubblicato Amos Oz, David Grossman e Ruth Almog in arabo”.

Uno dei progetti a cui Orian ha contribuito è “Gente del mondo scrive la Bibbia”, grazie al quale cittadini di diversi paesi scrivono un capitolo della Bibbia ebraica nella loro lingua e calligrafia. Il progetto, incominciato dalla ong Bible Valley, guidata da Amos Rolnik, opera in venti paesi, e i primi sei libri (inclusi due da Singapore e Taiwan) usciranno presto. Saranno esposti nella Bible House, da costruire nella regione di Adullam vicino a Gerusalemme.

Un’altra iniziativa è stata una mostra di illustrazioni da libri per bambini israeliani esposta nelle fiere del libro in giro per il mondo. Sedici grandi poster con illustrazioni colorate di Liora Grossman, Alona Frankel, Ora Eitan, Yossi Abolafia, Naama Benziman, David Polonsky, Rutu Modan, Batia Kolton e altri sono stati mostrati nei padiglioni israeliani. “La vista dei grandi poster ha attirato l’attenzione sui libri dei nostri bambini” dice Orian, che recentemente ha scritto un libro per bambini che sarà pubblicato dalla casa editrice Korim.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

“Non scarto la possibilità di tornare al DCSA” dice. “Ma voglio avere un posto diplomatico in futuro e forse guidare una legazione israeliana”.

Traduzione di Michelangelo Cocco

thanks to: ISM Italia

La propaganda israeloamericana non si smentisce: folli, sempre folli, fortissimamente folli.

Dopo le lettere propagandistiche inviate alla rivista medica internazionale The Lancet da parte di fantomatici accademici ebrei sionisti, israeliani, statunitensi e canadesi, farneticando false accuse di mancata imparzialità tra morti palestinesi e carnefici israeliani da parte della stessa, gli “eletti” ci riprovano.

L’illustre rivista, rea di aver pubblicato una lettera aperta a firma della prof.ssa Paola Manduca ed altri che condanna i massacri e gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, il personale e le strutture sanitarie della Striscia di Gaza da parte di Israele e condanna la mancanza di solidarietà da parte della stragrande maggioranza degli accademici israeliani è stata bersagliata da innumerevoli critiche, minacce e addirittura attacchi personali all’editore Richard Horton.

Non soddisfatti gli “hasbariti” hanno cominciato ad usare il tipo di propaganda più odioso, quello della falsa empatia.

In quest’articolo di Daphna Canetti, Brian J Hall, Talya Greene, Jeremy C Kane e Stevan E Hobfoll, gli autori denunciano gli effetti “dell’escalation tra Hamas ed Israele” come causa di disturbi psichici tra “gli israeliani e i palestinesi”, in particolar modo il PTSD. Cercando di addossare le cause del conflitto in corso alla fragile stabilità psichica dei contendenti e tentando di attribuire la mancanza di accordo tra i negoziatori a distress psicologico.

Sono dunque pazzi questi ebrei?

Anche i nazisti vengono definiti “pazzi” in questi giorni.

Sarà forse un modo per stigmatizzare la folle e disumana crudeltà mostrata durante massacri di uguale gravità come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine e Striscia di Gaza? E’ difficile credere che degli esseri umani siano capaci di colpire a morte delle creature innocenti come quelle che in queste ore vengono ammazzate a migliaia nella martoriata Gaza.

Ma se pensiamo al moto martellante con il quale i soldati israeliani e i loro sostenitori vengono bersagliati dalla propaganda sionista non riesce difficile credere che c’è chi gioisca alla morte dei bambini palestinesi.

Ed ogni strumento è utile alla causa sionista pur di affermare il falso. Anche la mielosa compassione mostrata nei confronti dei palestinesi dagli autori dell’articolo su citato. “I civili palestinesi ed israeliani, esposti a violenza politica, nell’attuale conflitto, sono ad elevato rischio di sviluppare disordine post traumatico da stress e depressione maggiore, due disordini mentali che occorrono comunemente in seguito all’esposizione a violenza politica” sostengono. Ma si tratta solo di un trucco per paragonare le vittime palestinesi alle presunte vittime israeliane.

Goebbels diceva che una bugia ripetuta cento, mille, un milione di volte diventa una verità.

Quali vittime israeliane?

Sono proprio “pazzi” questi ebrei.

 

 

 

Israel pay youth to make propaganda online

In this Thursday, Nov. 15, 2012 file photograph, an Israeli soldier looks at the Facebook page of the Israel Defense Force (IDF) at the IDF spokesperson’s office in Jerusalem. Israel is looking to hire university students as shadow spokespeople posting pro-Israel messages on social media networks, without needing to identify themselves as government-linked, officials said Wednesday, Aug. 14, 2013. (AP Photo/Sebastian Scheiner, File)

 

JERUSALEM (AP) — Israel is looking to hire university students to post pro-Israel messages on social media networks — without needing to identify themselves as government-linked, officials said Wednesday.

The Israeli prime minister’s office said in a statement Wednesday that students on Israeli university campuses would receive full or partial scholarships to combat anti-Semitism and calls to boycott Israel online. It said students’ messages would parallel statements by government officials.

“This is a groundbreaking project aimed at strengthening Israeli national diplomacy and adapting it to changes in information consumption,” the statement said.

An Israeli official said Wednesday that scholarship recipients would be free to decide whether or not to identify themselves as part of the program, which would begin within months.

“Everyone who believes in the cause, and wants to join, can join,” he told The Associated Press. He said the office was looking to budget $778,000 for the project, and that the national Israeli student association would select participants from a pool of applicants.

The official spoke on condition of anonymity as the project is still under development and he wasn’t authorized to speak publicly about it.

The Israeli daily newspaper Haaretz identified the official heading the project as Danny Seaman, a public diplomacy official who has written posts on his personal Facebook page which Haaretz described as being incendiary and anti-Muslim.

Haaretz posted what it said were four screen shots of his recent posts. In one of them, Seaman wrote: “Does the commencement of the fast of the Ramadan mean that Muslims will stop eating each other during the daytime?” In another, he uses profanity in a comment about the chief Palestinian peace negotiator.

The Israeli official said Seaman’s posts were “unacceptable and do not reflect the position of the Israeli government.” He said the national communications directorate in the Prime Minister’s Office had instructed Seaman to “immediately cease from making such pronouncements.”

Seaman declined comment, and the posts could no longer be seen on his Facebook profile on Wednesday.

The official from the prime minister’s office would not say whether Seaman, a former director of the Government Press Office who had a contentious relationship with the international media during his tenure, would be the project’s director.

Israel isn’t the only country to set up such a system. In China, members of the so-caled “fifty cent army” sprinkle positive, pro-government messages across the web and social media.

Public image is also a paramount concern to Israeli officials. The prime minister’s office oversees a national initiative for “hasbara” — a Hebrew term that officials translate as public diplomacy and critics call propaganda. This initiative is intended to combat what officials see as popular discourse that goes beyond legitimate criticism of Israeli policies and constitutes hate speech that threatens the very legitimacy of Israel’s existence.

The Israeli army has set up an “Interactive Media” division of a few dozen soldiers tasked with spreading the army’s message on social media sites.

When Israel’s army launched an offensive on Gaza militants late last year, the Israeli government set up a “media bunker” with hundreds of young volunteers posting updates reflecting Israel’s point of view. Many Israelis believe the international news media are anti-Israel and pro-Palestinian.

At the time, Prime Minister Benjamin Netanyahu praised the volunteer media recruits in a video conference.

“We are (operating) on four fronts: The military front, the home front, the diplomatic front and the public diplomacy front,” Netanyahu said. “We must fight for the truth, for the facts, and your help is worth more than gold … refuting the industry of lies.”

thanks to: AP

Gli Ebrei, i bambini e l’antisemitismo.

“Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.” Mat 2,16

 
L’odio che gli israeliani nutrono nei confronti dei bambini è leggendario soprattutto se si tratta di bambini palestinesi.
 
Come denuncia l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem un altro caso di abuso nei confronti di minori si è verificato in Palestina ad opera di israeliani.
Il giorno 29 giugno ad Hebron un bambino palestinese di nome Abdel è stato aggredito e picchiato da due soldati dello IOF.
Non è la prima volta che bambini palestinesi subiscono soprusi, quando non sono uccisi dal fosforo bianco o dalle bombe a grappolo, sono i soldati o i coloni ebrei occupanti a colpirli direttamente.
 
Ma come mai odiano così tanto i bambini?
 
Tutta colpa del fanatismo religioso.
 

I bambini gentili (non ebrei) sono animali.Yebamoth 98a (Talmud).
Quando un ebreo uccide un gentile (non ebreo) non ci sarà pena di morte, quello che un ebreo prende da un gentile (non ebreo) può tenere. Sanhedrin 57a(Talmud).
Se un gentile (non ebreo) picchia un ebreo, il gentile (non ebreo) deve essere ucciso. Sanhedrin 58b(Talmud).
Se un ebreo è tentato di fare il male, egli dovrebbe andare in una città dove non è conosciuto e fare il male lì.Moed Kattan 17a(Talmud).

Sono queste le frasi che molti fanatici ebrei ultra ortodossi insegnano ai loro figli fin da piccoli. Sono le idee razziste ed antisemite che le varie sette ebraiche promulgano da migliaia di anni trovando l’humus ideale del loro proselitismo nell’ignoranza dell’insegnamento religioso coatto che i moderni figli di Israele sono costretti ad apprendere.

“I non ebrei sono nostri nemici, i non ebrei sono nostri nemici” ripetono loro continuamente. Fin quando non li costringono a frequentare il servizio militare obbligatorio, e ad imbracciare un fucile. In quel caso il tono delle loro parole diventa più minaccioso: «I non ebrei (palestinesi) sono nostri nemici e nemici della patria, difendi la patria, difendi la nostra patria, uccidi i palestinesi, uccidili tutti, uccidi i grandi e uccidi i piccoli, meglio ammazzarli da piccoli».

Proprio quei palestinesi, semiti come gli ebrei, come tutti coloro che parlano lingue semitiche, arabi, ebrei, etiopi, ecc.

Quegli arabi che secondo lo storico israeliano Shlomo Sand sarebbero discendenti degli antichi Israeliti, la maggior parte dei quali convertitasi all’Islam quando questa religione si diffuse in Palestina.

Se ciò non bastasse lo “Stato d’Israele” favorisce la discriminazione razziale antisemita fuori e dentro i confini utilizzando le stesse fonti religiose come sistema giuridico nazionale (halakah). Infatti Israele non ha e non ha mai avuto una Costituzione, per il semplice motivo che se l’avesse dovrebbe riconoscere a tutti i cittadini gli stessi diritti e gli stessi doveri, ovvero anche ai cittadini non ebrei.

Ma è con la propaganda (hasbara) che si raggiunge il picco dell’assurdità: i palestinesi da vittime dell’odio e della violenza diventano carnefici, pericolosi terroristi che si aggirano sulle colonne dei principali quotidiani locali ed occidentali. I media sionisti occidentali soprattutto, offrono il meglio di sé quando si tratta di nascondere le atroci conseguenze dell’occupazione ebraica del territorio palestinese, moderna riproposizione dei sempre citati, giammai dimenticati campi di sterminio nazista.

Proprio spostando l’attenzione della comunità internazionale dalla verità sul “campo” costoro riescono a far scomparire le violazioni dei diritti umani fondamentali che sistematicamente si ripetono da ormai più di 64 anni in quella che una volta veniva chiamata Terra Santa. E le discriminazioni nei confronti dei bambini ne sono un esempio lampante, uccisi, arrestati, seviziati, torturati, i crimini che tutte le organizzazioni internazionali per i diritti umani condannano continuano ad essere la regola in Palestina. Mentre il mondo dalle radici giudaico cristiane guarda altrove, alla minaccia nucleare iraniana, al terrorismo islamico delle varie Al Qaeda nel Maghreb, Al Qaeda nel Sahel, Al Qaeda nel Texas…

 
«Lasciate che i piccoli vengano a me
e non glielo impedite,
perché a chi è come loro
appartiene il regno di Dio», dice il Signore.      Mc 10,14

Spiegateglielo che si tratta di una allegoria, prendono sempre tutto alla lettera questi ebrei.