I falsi ebrei

La mitologia del moderno Israele

La mitologia del moderno Israele
(Foto di Leopoldo Salmaso)

di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel

 

“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.

…“.

 

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).

 

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso


The Mythology of Modern Israel

The Mythology of Modern Israel
(Image by Flickr, modified)

by Tariq Ali1

This article is a transcription extracted from a conference at Rothko Chapel.

 

“…
In order to create a myth to justify the existence of the state (Israel), the Zionist leaders of Israel had two arguments:
– one, that these were biblical lands historically belonging to the Jewish people;
– and secondly, these lands were concentrated in what is now Palestine.

Therefore the occupation of Palestine and the creation of Israel in this particular territory was absolutely essential.

Now, you know, many of us argued against, and they would say they argue too, but… we don’t matter.
What is interesting now is that a very distinguished Jewish historian, or I should say an Israeli historian because that is: he prefers being referred to as an Israeli historian, Shlomo Sand at the University of Tel Aviv, wrote a very interesting book which created a storm. And his book, which was written initially in Hebrew, became a best-seller in Israel, just took the country by storm. It took some time before it was published in the West but it finally was, first in France and then in Britain and the United States. It created a big debate and what was very interesting was that Shlomo Sand essentially deconstructed all the myths of Zionism, quite calmly, and he said: “look, we shouldn’t use these myths to justify the existence of Israel”.
Israel is here to stay. I think all the citizens of Israel, whether they’re Jews or Palestinians, Arabs, Christians, Muslims, should have the same rights. And we should stop the right that, if you’re a Jew, you can come back to this land. It’s crazy, he said, why should we do this anymore? But in order to put this argument forward he really did a lot of historical and anthropological work, and he argued that, after the destruction of the temple in AD 70, contrary to mythology there were no expulsions of Jews from the region. He pointed out correctly that the Romans were not in the habit of expelling populations from lands that they conquered, because they were very intelligent and they needed cultivators and people working the areas, because the Roman legions didn’t do that.

And he (Shlomo) said not only were there no expulsions but, at the same time, there were Jewish communities numbering 4 million people, which is a huge amount for those times, in Persia, Egypt, Asia Minor and elsewhere, who stayed out.

And he then argued that the notion that the Jewish faith, after the separation of the reform movement known as Christianity from it, didn’t believe in proselytization is totally false: they did (proselitism), many people were converted; some converted themselves, and the Ashkenazi Jews in particular grew out of the mass conversions on the edge of the Caspian Sea, between the seventh and tenth centuries, off the khazars, who finally adopted Hebrew and converted to Judaism wholesale, and these are the Ashkenazi Jews who peopled Europe, and the ghettos of Europe, and who suffered under the Holocaust and all that.

These are those people descending from the khazars so he (Shlomo) said they in particular, who formed the bulk of the Zionist movement, had absolutely no connection with the Arab lands at all. Then he went even further so he said: if Palestine is not the unique ancestral homeland of the Jews, what happened to all the Jews in these countries? And here he comes up with a devastating explanation: he says by and large in their majority they converted to Islam, they converted to Islam, most of them not all of them, as many other people did in that region at the time.

And he says that the Palestinians whom we have been expelling and oppressing are the direct descendants of the Jews who used to live, actually live in this land. It’s a remarkable book, and it has created a huge debate, and the debate, he says, is not in Israel. And it’s interesting this: most Israeli historians accept that this is accurate, but they say their response to science is to say: well, you know, every nation creates its own mythology so what’s the big deal? But you know this is also true, by the way, but this mythology is very potent, and very powerful because this thing that is unleashed is still going on.

I mean, no one would mind the mythology if everything had been settled and some agreement had been reached, but because it hasn’t, it becomes a very disruptive force. And Shlomo Sand himself is by no means a radical figure. He says: I’m not a hardcore Zionist but I believe in Israel, except that I think all citizens should have equal rights and you can’t say to the Palestinians: “don’t come back to lands that were taken away from you”, as long as you keep saying to Jews, wherever they may be in whichever part of the world: “you can come back whenever you want”. And he said that’s why he wrote the book: to fight for equality. And the big attacks on the book have come from the Diaspora. I mean the New York Times ran a big, big review of it, which created a huge controversy. And in France and in Britain there was no controversy at all, by and large it was accepted that what he argued was true. I mean all the historians who reviewed the book said it’s accurate, you know, you can’t sort of catch him out of history, because we accept this. But the Diaspora was angry that this had even been said, to which Sand replied very very sharply: “well, if you’re so keen to say that I’m wrong and what I’m doing is harming Israel, why don’t you put your money where your mouth is, and leave the diaspora and come and settle in Israel?”.

He said: “if you’re that keen on the country, why don’t you come and live here, we live here and we know how we live”. And he said that: “how we live is not good, either for us or for the non-jews in that part of the world, and that is why I’ve written my book”.

Now, he’s a very courageous guy, by the way he’s not the only one: many Israeli historians have written books of this sort but do they have any impact on the rulers of the world or the rulers of Israel?
And here I think the answer is no.

And one of the interesting thing Shlomo Sand quotes in his book is a statement from David ben Gurion, one of the founding fathers of Israel, in 1918, where ben Gurion writes: “you know, people ask what happened to the Jews who lived in this region. They were loyal to the land and in order to stay in this land, he says, most of the Jews became Muslims”. So he knew it, and they knew it, the leaders of Israel, that this mythology that was being created on the basis of quotations from the Old Testament was largely mythology, not based on any historical reality at all.

So here you have an example of history being abused, but at the same time the abuse triggering off a huge and very creative debate, but of course debates alone and books, even as strong and powerful as the one written by this Israeli historian, do not sway the minds of politicians or rulers because ultimately they do not rule on the basis of the myths. The myths are to keep people in line, they rule for other reasons: to keep themselves in power, to keep control of the society as it is, and this doesn’t just apply to Israel, it applies to most of the rulers of different parts of the world, of the world today.
…”

Tariq Ali is a BritishPakistani writer, journalist, historian, filmmaker, political activist, and public intellectual. He is a member of the editorial committee of the New Left Review and Sin Permiso, and contributes to The Guardian, CounterPunch, and theLondon Review of Books. He reads PPE at Exeter College, Oxford.
He is the author of several books, including Pakistan: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) and The Extreme Centre: A Warning (2015).


La mitología de Israel moderno

La mitología de Israel moderno
(Imagen de Flickr, modificado)

Por Tariq Ali[1]

Este artículo es una transcripción extraída de una conferencia en la Capilla Rothko.

“…

Para crear un mito que justificara la existencia del Estado (Israel), los líderes sionistas de Israel tenían dos argumentos:

– uno, que estas eran tierras bíblicas que pertenecían históricamente al pueblo judío;

– y, en segundo lugar, estas tierras estaban concentradas en lo que ahora es Palestina.

Por lo tanto, la ocupación de Palestina y la creación de Israel en este territorio en particular eran absolutamente esenciales.

Ahora, ustedes saben, muchos de nosotros discutimos en contra, y ellos dirían que ellos también lo hacen, pero… no nos importa.

Lo que es interesante ahora es que un historiador judío muy distinguido, o debería decir un historiador israelí, porque eso es: prefiere que se le llame historiador israelí, Shlomo Sand, de la Universidad de Tel Aviv, escribió un libro muy interesante que creó una tormenta. Y su libro, que fue escrito inicialmente en hebreo, se convirtió en un best-seller en Israel, simplemente tomó el país por asalto. Pasó algún tiempo antes de que se publicara en Occidente, pero finalmente lo fue, primero en Francia y luego en Gran Bretaña y los Estados Unidos. Creó un gran debate y lo que fue muy interesante fue que Shlomo Sand esencialmente deconstruyó todos los mitos del sionismo, con bastante calma, y dijo: “Mira, no deberíamos usar estos mitos para justificar la existencia de Israel”.

Israel está aquí para quedarse. Creo que todos los ciudadanos de Israel, ya sean judíos o palestinos, árabes, cristianos, musulmanes, deberían tener los mismos derechos. Y debemos detener el derecho de que, si eres judío, puedes volver a esta tierra. Es una locura, dijo, ¿por qué deberíamos seguir haciendo esto? Pero para poder presentar este argumento, él realmente hizo mucho trabajo histórico y antropológico, y argumentó que, después de la destrucción del templo en el año 70 d.C., contrariamente a la mitología, no hubo expulsiones de judíos de la región. Señaló correctamente que los romanos no tenían la costumbre de expulsar a las poblaciones de las tierras que conquistaron, porque eran muy inteligentes y necesitaban cultivadores y gente que trabajara en las zonas, porque las legiones romanas no lo hacían.

Y él (Shlomo) dijo que no sólo no hubo expulsiones, sino que, al mismo tiempo, hubo comunidades judías de 4 millones de personas, lo cual es una cantidad enorme para aquellos tiempos, en Persia, Egipto, Asia Menor y otros lugares, que se quedaron fuera.

Y luego argumentó que la idea de que la fe judía, después de la separación del movimiento de reforma conocido como cristianismo, no creía en el proselitismo es totalmente falsa: ellos lo hicieron (proselitismo), muchas personas se convirtieron; algunos se convirtieron a sí mismos, y los judíos ashkenazis en particular surgieron de las conversiones masivas al borde del Mar Caspio, entre los siglos VII y X, de los khazars, que finalmente adoptaron el hebreo y se convirtieron al judaísmo al por mayor, y estos son los judíos ashkenazis que poblaron Europa y los guetos de Europa, y que sufrieron a causa del Holocausto y de todo eso.

Estas son las personas que descienden de los kázaros, así que él (Shlomo) dijo que ellos en particular, que formaban el grueso del movimiento sionista, no tenían absolutamente ninguna conexión con las tierras árabes en absoluto. Luego fue aún más lejos y dijo: si Palestina no es la única patria ancestral de los judíos, ¿qué pasó con todos los judíos de estos países? Y aquí viene con una explicación devastadora: dice que en su mayoría se convirtieron al islam, se convirtieron al islam, la mayoría de ellos, no todos, como muchas otras personas lo hicieron en esa región en ese momento.

Y dice que los palestinos a los que hemos estado expulsando y oprimiendo son los descendientes directos de los judíos que solían vivir, en realidad, viven en esta tierra. Es un libro notable, y ha creado un gran debate, y el debate, dice, no está en Israel. Y es interesante esto: la mayoría de los historiadores israelíes aceptan que esto es correcto, pero dicen que su respuesta a la ciencia es la siguiente: bueno, ya sabes, cada nación crea su propia mitología, así que, ¿cuál es el gran problema? Pero ustedes saben que esto también es cierto, de hecho, pero esta mitología es muy potente, y muy poderosa porque esta cosa que se desata todavía está en marcha.

Quiero decir, a nadie le importaría la mitología si todo se hubiera resuelto y se hubiera llegado a algún acuerdo, pero como no se ha logrado, se convierte en una fuerza muy perturbadora. Y el propio Shlomo Sand no es en absoluto una figura radical. Dice: No soy un sionista duro, pero creo en Israel, excepto que creo que todos los ciudadanos deben tener los mismos derechos y no se puede decir a los palestinos: “No vuelvas a las tierras que te fueron arrebatadas”, mientras sigas diciéndole a los judíos, dondequiera que estén en cualquier parte del mundo: “puedes volver cuando quieras”. Y dijo que por eso escribió el libro: para luchar por la igualdad. Y los grandes ataques al libro han venido de la diáspora. Quiero decir que el New York Times hizo una gran, gran revisión de la misma, lo que creó una gran controversia. Y en Francia y en Gran Bretaña no hubo ninguna controversia en absoluto, en general se aceptó que lo que él argumentaba era cierto. Quiero decir que todos los historiadores que revisaron el libro dijeron que es exacto, ya sabes, no puedes sacarlo de la historia, porque aceptamos esto. Pero la diáspora se enfadó porque esto ya se había dicho, a lo que Sand respondió de forma muy contundente: “Bueno, si estás tan ansioso por decir que estoy equivocado y que lo que estoy haciendo es dañar a Israel, ¿por qué no pones tu dinero donde está tu boca, dejas la diáspora y vienes a instalarte en Israel?”.

Él dijo: “Si te gusta tanto el campo, ¿por qué no vienes a vivir aquí?, nosotros vivimos aquí y sabemos cómo vivimos”. Y él dijo que: “La forma en que vivimos no es buena, ni para nosotros ni para los no judíos de esa parte del mundo, y por eso he escrito mi libro”.

Ahora bien, es un tipo muy valiente, por cierto, no es el único: muchos historiadores israelíes han escrito libros de este tipo, pero ¿tienen algún impacto en los gobernantes del mundo o en los gobernantes de Israel?

Y aquí creo que la respuesta es no.

Y una de las cosas interesantes que Shlomo Sand cita en su libro es una declaración de David ben Gurion, uno de los padres fundadores de Israel, en 1918, donde Ben Gurion escribe: “Sabes, la gente pregunta qué pasó con los judíos que vivían en esta región. Eran leales a la tierra y para permanecer en ella, dice, la mayoría de los judíos se convirtieron en musulmanes”. Así que él lo sabía, y ellos lo sabían, los líderes de Israel, que esta mitología que se estaba creando sobre la base de citas del Antiguo Testamento era en gran parte mitología, no se basaba en ninguna realidad histórica en absoluto.

Así que aquí tenemos un ejemplo de cómo se abusa de la historia, pero al mismo tiempo el abuso desencadena un debate enorme y muy creativo, pero, por supuesto, los debates por sí solos y los libros, incluso los tan fuertes y poderosos como el escrito por este historiador israelí, no influencian las mentes de los políticos o gobernantes porque, en última instancia, no gobiernan sobre la base de los mitos. Los mitos son mantener a la gente en línea, ellos gobiernan por otras razones: para mantenerse en el poder, para mantener el control de la sociedad tal como es, y esto no sólo se aplica a Israel, se aplica a la mayoría de los gobernantes de diferentes partes del mundo, del mundo de hoy.

…”

[1] Tariq Ali es un escritor, periodista, historiador, cineasta, activista político e intelectual británico paquistaní. Es miembro del comité editorial de New Left Review y Sin Permiso, y contribuye con The Guardian, CounterPunch y London Review of Books. Es profesor de EPP en el Exeter College de Oxford.

Es autor de varios libros, entre ellos, Pakistán: Military Rule or People’s Power (1970), Can Pakistan Survive? The Death of a State (1983), Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and Modernity (2002), Bush in Babylon (2003), Conversations with Edward Said (2005), Pirates Of The Caribbean: Axis Of Hope (2006), A Banker for All Seasons (2007), The Duel (2008), The Obama Syndrome (2010) y The Extreme Centre: A Warning (2015).

thanks to: Redazione italiana di Pressenza

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I bambini palestinesi – soli e frastornati – nel carcere israeliano di Al Jarame

Rapporto speciale: il sistema giudiziario militare di Israele è accusato di aver maltrattato bambini palestinesi accusati per il lancio di pietre. 

di Harriet Sherwood

La stanza è appena un po’ più larga del sottile materasso sporco che copre il pavimento. Dietro un basso muro di cemento c’è un gabinetto alla turca, il puzzo del quale non ha modo di disperdersi nella stanza senza finestre. Le pareti di cemento ruvido scoraggiano lo starsene appoggiato in ozio, l’illuminazione ininterrotta dall’alto impedisce il sonno. La consegna del cibo attraverso una bassa fessura nella porta è l’unico modo per marcare il tempo, di separare il giorno dalla notte.

                   

 

Questa è la cella 36, profonda all’interno del carcere di Al Jalamenel nord di Israele. E’ una di una manciata di celle in cui i bambini palestinesi vengono rinchiusi in isolamento per giorni o addirittura settimane. Uno di 16 anni ha sostenuto di essere stato rinchiuso nella cella 36 per 65 giorni. 

L’unica via di fuga è il recarsi nella stanza degli interrogatori dove i bambini vengono incatenati, mani e piedi, a una sedia mentre vengono poste loro domande, talvolta per ore. 

La maggior parte sono accusati di aver tirato pietre contro soldati o coloni; alcuni del lancio di molotov; pochi, di reati più gravi come l’appartenere a organizzazioni militanti o l’uso di armi. Ad essi viene fatto pure il terzo grado per ottenere informazioni sulle attività e le simpatie dei loro compagni di classe, di parenti e vicini. 

All’inizio, quasi tutti negano le accuse. La maggior parte dice che sono stati minacciati; alcuni riferiscono di violenze fisiche. L’abuso verbale – “Sei un cane, figlio di puttana” – è abbastanza comune. Molti sono esauriti dalla privazione del sonno. Giorno dopo giorno vengono incatenati alla sedia, poi vengono riportati in cella di isolamento. Alla fine, molti firmano confessioni che in seguito dichiarano essere state loro estorte. 

Queste affermazioni e descrizioni provengono da dichiarazioni giurate scritte fornite dai minori a un’organizzazione internazionale per i diritti umani e da interviste effettuate da The Guardian. Pure altre celle delle prigioni di Al Salame e di Petah Tikva vengono utilizzate per l’isolamento, ma la cella 36 è quella che viene più spesso citata in queste testimonianze. 

Ogni anno, vengono arrestati dai soldati israeliani tra i 500 e i 700 bambini, per lo più accusati del lancio di pietre. Dal 2008, Defence for Children International (DCI) ha raccolto testimonianze giurate da 426 minori detenuti nel sistema giudiziario militare israeliano. 

Le loro dichiarazioni rivelano un sistema di arresti notturni, di mani legate con fascette di plastica. di bende agli occhi, di abusi fisici e verbali, e minacce. Circa il 9% di tutti coloro che hanno fornito una deposizione scritta giurata affermano di essere stati tenuti in isolamento, anche se negli ultimi sei mesi c’è stato un marcato incremento al 22%. 

A pochi genitori viene detto dove sono stati portati i loro figli. Raramente i minori vengono interrogati alla presenza di un genitore e poche volte incontrano un avvocato prima o durante la fase iniziale dell’interrogatorio. La maggior parte viene incarcerata all’interno di Israele, rendendo così molto difficili le visite dei familiari. 

Organizzazioni per i diritti umani affermano che queste modalità di trattamento – che sono confermate da uno studio a parte, No Minor Matter [Non importa se è un minore], eseguito dal gruppo israeliano B’Tselem – violano la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, che Israele ha ratificato, e la IV Convenzione di Ginevra. 

La maggioranza dei bambini sostiene di essere innocente dei crimini di cui sono accusati, nonostante le confessioni e le ammissioni di colpevolezza, ha dichiarato Gerard Horton di DCI. Ma, ha aggiunto, la colpevolezza o l’innocenza non costituiva un problema per quanto riguarda il loro trattamento. 

“Non diciamo che i reati non sono stati commessi – sosteniamo che i bambini hanno diritto a una tutela legale. Indipendentemente da ciò di cui sono accusati, non dovrebbero essere arrestati nel cuore della notte durante irruzioni terrificanti; non dovrebbero essere ammanettati in modo doloroso e bendati, a volte per ore; dovrebbero essere informati del diritto al silenzio e che avrebbero il diritto di avere la presenza di un genitore durante l’interrogatorio.” 

Il 16enne Mohammad Shabrawi, di Tulkarem nella West Bank, lo scorso gennaio è stato arrestato verso le 02:30. “Quattro soldati hanno fatto irruzione nella mia camera da letto e hanno detto tu devi venire con noi. Non hanno saputo dirmi il perché, non hanno detto nulla né a me né ai miei genitori,” ha raccontato a The Guardian. 

Ammanettato con stringhe di plastica e bendato, egli pensa di essere stato portato dapprima in una colonia israeliana, dove è stato fatto inginocchiare – ancora ammanettato e bendato – su una strada asfaltata per un’ora nel gelo mortale della notte. Un secondo viaggio si è concluso alle 08:00 circa al centro di detenzione di Al Jarame, noto anche come carcere Kishon, in mezzo ai campi vicino alla strada per Nazareth e Haifa. 

Dopo un controllo medico di routine, Shabrawi è stato portato nella cella 36. Ha raccontato di avervi trascorso 17 giorni in isolamento, a parte gli interrogatori, come pure in una cella simile, la 37. “Mi sentivo solo, sempre spaventato e avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. Ero soffocato dalla solitudine. Morivo dalla voglia di incontrare qualcuno, di parlare con qualcuno…Ero tanto annoiato che quando sono uscito [dalla cella] e ho visto la polizia, loro parlavano in ebraico e io non parlavo in ebraico, facevo cenno di assenso come se capissi. Morivo dalla voglia di parlare.” 

Durante l’interrogatorio era ammanettato. “Mi hanno maledetto e hanno minacciato di arrestare la mia famiglia se non confessavo,” ha riferito. Ha detto di aver visto per la prima volta un avvocato 20 giorni dopo il suo arresto, e di essere stato messo sotto accusa dopo 25 giorni. “Mi hanno accusato di molte cose,” ha detto, aggiungendo che nessuna era vera. 

Alla fine Shabrawi ha confessato di appartenere a un’organizzazione illegale ed è stato condannato a 45 giorni. Dal suo rilascio, ha raccontato, “ora aveva paura dell’esercito, paura di essere arrestato.“ Sua madre ha detto che era diventato introverso. 

Ezz ad-Deen Ali Qadi, di Ramallah, che aveva 17 anni quando lo scorso gennaio è stato arrestato, ha descritto un trattamento simile durante l’arresto e la detenzione. Dice di essere stato tenuto in isolamento ad Al Jalame per 17 giorni nelle celle 36, 37 e 38. 

“Vorrei cominciare ripetendo a me stesso le domande fatte da quelli che mi interrogavano, chiedendomi è vero ciò di cui mi accusano,” ha raccontato a The Guardian. “Senti la pressione della cella. Poi pensi alla tua famiglia e senti che andrà perduto il tuo futuro. Sei sottoposto a un enorme stress.” 

Il suo trattamento durante l’interrogatorio dipendeva dall’umore di chi lo interrogava, ha riportato. “Se è di umore buono, a volte ti permette di state seduto sulla sedia senza manette. Oppure può costringerti a sedere su una sedia piccola con un cerchio di ferro dietro. Poi ti attacca le mani all’anello e le tue gambe a quelle della sedia. Talvolta stai così per quattro ore. E’ doloroso 

“A volte si prendono gioco di te. Chiedono se vuoi dell’acqua, e se dici di sì, la portano ma poi la beve chi interroga.” 

Al Qadi ha detto di non aver visto i suoi genitori nel corso dei 51 giorni in cui è stato incarcerato prima del processo e gli è stato permesso di vedere un avvocato solo dopo 10 giorni. Egli è stato accusato di aver lanciato pietre e di progettare operazioni militari, e , dopo aver confessato, è stato condannato a sei mesi di prigione. The Guardian ha le testimonianze scritte giurate di altri cinque giovani che hanno detto di essere stati detenuti in isolamento ad Al Jalame e a Petah Tikva. Dopo l’interrogatorio tutti hanno confessato. 

“L’isolamento distrugge l’animo di un bambino,” ha dichiarato Horton. I bambini sostengono che dopo una settimana o giù di lì di questo trattamento confessano, semplicemente per uscire dalla cella.” 

L’Agenzia Israeliana per la Sicurezza (ISA) – nota anche come Shin Bet – ha dichiarato a The Guardian “Nessuno sotto interrogatorio, inclusi i minori, viene tenuto solo in cella come misura punitiva o al fine di ottenere una confessione.” 

Il Servizio Carcerario Israeliano non ha risposto a una domanda specifica sull’isolamento carcerario, sostenendo solo “l’incarcerazione di prigionieri….è soggetta a un esame giudiziario. 

Pure giovani detenuti riferiscono di metodi di interrogatorio duri. The Guardian ha intervistato il padre di un minore che sconta una pena di 23 mesi per aver lanciato pietre contro i veicoli. Ali Odwan, di Azzun, ha raccontato che a suo figlio Yahir, che aveva 14 anni quando è stato arrestato, sono state date delle scosse elettriche con un Taser mentre era sotto interrogatorio. 

“Ho visitato mio figlio in prigione. Ho visto i segni selle scosse elettriche su entrambe le braccia, erano visibili da dietro il vetro. Gli ho chiesto se erano dovuti alle scariche elettriche, lui si è limitato ad annuire. Aveva paura che qualcuno stesse ascoltando,” ha raccontato Odwan. 

Il DCI ha le dichiarazioni scritte giurate di tre minorenni, accusati del lancio di pietre, che affermano che sotto interrogatorio, nel 2010, sono state inflitte loro delle scariche elettriche. 

Un altro di Azzun, più giovane, Sameer Saher, aveva 13 anni quando è stato arrestato alle 2 di notte. “Un soldato mi ha tenuto la testa in giù, mi ha portato a una finestra e ha detto: ‘Voglio buttarti dalla finestra.’ Mi hanno dato botte alle gambe, allo stomaco e in faccia,” ha raccontato. 

Quelli che lo interrogavano lo hanno accusato del lancio di pietre e gli hanno chiesto i nomi degli amici che ugualmente avevano lanciato pietre. Egli è stato rilasciato senz’accusa dopo circa 17 ore dal suo arresto. Ora, dice, gli è difficile dormire per paura che “verranno di notte e mi arresteranno.” 

In risposta alle domande sui presunti maltrattamenti, tra cui le scariche elettriche, l’ISA ha dichiarato: “Le affermazioni che i minori palestinesi sono stati oggetto di metodi di interrogatorio che includono percosse, periodi prolungati in manette, minacce, calci, insulti, umiliazioni, l’isolamento e la prevenzione del sonno sono del tutto prive di fondamento….Gli investigatori agiscono in conformità con la legge e le inequivocabili linee guida che vietano tali azioni.” 

The Guardian ha visto pure rare registrazioni audiovisive degli interrogatori di due ragazzi, di 14 e 15 anni, del villaggio di Nabi Saleh, teatro delle proteste settimanali contro i coloni dei dintorni. Entrambi sono visibilmente esausti dopo essere stati arrestati nel bel mezzo della notte. I loro interrogatori, che hanno inizio alle 9:00 del mattino, durano quattro e cinque ore. 

Nulla viene detto loro del diritto legale di rimanere in silenzio e ad entrambi vengono poste ripetutamente domande allusive compreso anche se determinate persone li hanno incitati a tirare le pietre. A un certo punto, dato che un ragazzo poggia la testa sul tavolo, l’investigatore lo scuote gridando: “Alza la testa.Tu.” Durante l’interrogatorio dell’altro ragazzo, un investigatore sbatte ripetutamente il pugno sul palmo della propria mano con fare minaccioso. Il ragazzo scoppia in lacrime dicendo che quella mattina avrebbe dovuto sostenere un esame a scuola. “Mi faranno bocciare, perderò un anno,” dice singhiozzando. 

Per nessuno dei due era presente un avvocato durante il loro interrogatorio. 

La legge militare israeliana è stata applicata nella West Bank fin da quando Israele ha occupato il territorio, più di 44 anni fa. Da allora, sono stati arrestati a seguito di ordini militari più di 700.000 palestinesi, uomini, donne e bambini. 

In base all’Ordine Militare 1651, l’età della responsabilità penale è di 12 anni, e i bambini al di sotto dei 14 anni sono esposti a un massimo di sei mesi di prigione. Tuttavia, in teoria, i bambini di età compresa tra i 14 e i 15 anni potrebbero essere condannati fino a 20 anni per il lancio di un oggetto a un veicolo in movimento con l’intento di nuocere. In pratica, secondo il DCI, la maggior parte delle condanne sono comprese tra le due settimane e i dieci mesi. 

Nel settembre 2009, si è costituito un tribunale militare minorile speciale. Esso svolge le sedute due volte la settimana a Ofer, una prigione militare fuori Gerusalemme. I minori vengono condotti in tribunale in manette e con i ceppi alle gambe, con indosso la divisa marrone della prigione. Il procedimento si svolge in ebraico alternato dalla traduzione fornita da soldati che parlano l’arabo. 

Il Servizio Carcerario Israeliano ha detto a The Guardian che l’uso delle reclusioni in luoghi pubblici è stato consentito nei casi in cui “non vi è una ragionevole preoccupazione che il prigioniero scapperà, causerà danni a cose o persone, danneggerà le prove o tenterà di eliminare elementi di prova.” 

Questo mese, The Guardian è stato testimone di un caso in cui due ragazzi, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, hanno ammesso di essere entrati illegalmente in Israele, di aver lanciato bombe Molotov e pietre, di aver dato inizio a un incendio che ha prodotto ingenti danni e compiuto atti vandalici contro la proprietà. L’accusa ha chiesto una condanna che rifletta le “motivazioni nazionalistiche “ degli imputati e che agisca come deterrente. 

Il ragazzo più grande è stato condannato a 33 mesi di carcere, il più giovane a 26 mesi. Entrambi sono stati condannati a ulteriori 24 mesi con la sospensione della pena e multati di 10.000 shekel. Il mancato pagamento della stessa comporterebbe l’aggiunta di altri 10 mesi di prigione. 

Lo scorso anno, varie delegazioni parlamentari britanniche hanno assistito a udienze di bambini a Ofer. Lo scorso maggio, Alf Dubs ha fatto un resoconto alla Camera dei Lord, dicendo: “Abbiamo visto un 14 enne e un 15 enne, di cui uno in lacrime, entrambi all’apparenza del tutto frastornati…..Non credo che questo processo di umiliazione rappresenti la giustizia. Ritengo che il modo in cui questi giovani vengono trattati sia di per sé stesso un ostacolo alla realizzazione da parte di Israele di relazioni pacifiche con il popolo palestinese.” 

Lisa Nandy, membro del Parlamento per Wigam, che il mese scorso a Ofer ha assistito al processo di un 14 enne incatenato, ha trovato l’esperienza angosciante. “In cinque minuti è stato considerato colpevole del lancio di pietre ed è stato condannato a nove mesi. E’ stato scoccante vedere un bambino che viene sottoposto a questo processo. E’ difficile vedere come possa essere trovata una soluzione [politica] quando i giovani vengono trattati in questo modo. Finiscono per avere poche speranze per il loro futuro e per essere molto arrabbiati per il trattamento da loro subito.” 

Horton ha riferito che una dichiarazione di colpevolezza rappresentava il “modo più rapido per uscire dal sistema”. Se i bambini dicono che la loro confessione è stata estorta, “ciò fornirebbe loro una difesa legale, ma dato che verrebbe negata loro la cauzione, rimarrebbero in carcere più a lungo che se si fossero semplicemente dichiarati colpevoli”. 

Una perizia scritta nel maggio 2011 da Graciela Carmon, una psichiatra infantile e membro dei Medici per i Diritti Umani ha riportato che i bambini sono particolarmente soggetti a fornire una falsa testimonianza sotto coercizione. 

Anche se alcuni detenuti si rendono conto che fornire una confessione, nonostante la loro innocenza, avrà ripercussioni negative in futuro, ciononostante essi confessano in quanto l’angoscia fisica e/o mentale che essi provano prevale sulle implicazioni future, di qualsiasi tipo possano essere. 

Quasi tutti i casi documentati dal DCI si sono conclusi con una dichiarazione di colpevolezza e circa tre quarti dei minori condannati sono stati trasferiti in carceri all’interno di Israele. Ciò viola l’articolo 76 della IV Convenzione di Ginevra che esige che i bambini e gli adulti dei territori occupati siano detenuti all’interno degli stessi. 

Il mese scorso, le Forze di Difesa Israeliane (IDF), responsabili degli arresti nella West Bank, e il sistema giudiziario militare hanno dichiarato che il sistema giudiziario militare “è incentrato sull’impegno di salvaguardare i diritti dell’accusato, l’imparzialità giudiziaria e sul dare risalto all’implementazione delle norme del diritto internazionale in situazioni estremamente pericolose e complesse.” 

L’ISA ha dichiarato che i suoi dipendenti hanno agito in conformità con la legge, e ai detenuti sono stati concessi i pieni diritti loro spettanti, tra cui il diritto all’assistenza legale e la visita da parte della Croce Rossa. “L’ISA smentisce categoricamente tutte le asserzioni per quanto riguarda gli interrogatori di minori. Infatti, è vero l’esatto contrario – le linee guida dell’ISA garantiscono ai minori una speciale protezione della quale necessitano a causa della loro età”. 

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato al The Guardian : “Se i detenuti ritengono di essere stati maltrattati, specialmente nel caso dei minori, ….è molto importante che tali persone, o chi le rappresenta, si facciano avanti e sollevino questi problemi. La prova di una democrazia sta nel come si trattano le persone incarcerate, la gente in prigione, e in modo particolare i minori.” 

Il lancio di pietre, ha aggiunto, è un’attività pericolosa che, lo scorso anno, aveva provocato la morte di un padre israeliano e del suo figlio neonato. 

Il lancio di pietre, quello di bottiglie Molotov e altre forme di violenza sono inaccettabili e le autorità di sicurezza devono porre loro fine quando si verificano. 

Gruppi per i diritti umani sono preoccupati per l’impatto che a lungo termine avrà la detenzione sui minori palestinesi. Inizialmente, alcuni bambini mostrano una certa spavalderia, credendo che ciò rappresenti un rito di passaggio, ha affermato Horton. “ ma quando te ne stai seduto con loro un’ora o giù di lì, sotto questa patina di spavalderia si rivelano dei bambini che sono alquanto traumatizzati.” Molti di loro, ha detto, non vogliono più vedere altri soldati, o andare nei pressi di un checkpoint. Pensa che il sistema agisca da deterrente? “Sì, credo di sì”. 

Secondo Nader Abu Amsha, direttore dell’YMCA, a Beit Sahour vicino a Betlemme, che gestisce un programma di riabilitazione per i minori, “le famiglie pensano che quando un bambino viene rilasciato, sia la fine del problema. Noi diciamo loro che questo è solo l’inizio.” 

A seguito della detenzione molti bambini presentano sintomi di traumi, incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza e di inutilità, comportamento ossessivo compulsivo, enuresi, aggressività, astinenza e mancanza di motivazione. 

Le autorità israeliane dovrebbero prendere in considerazione gli effetti a lungo termine, sostiene Abu Amsha. “Non prestano attenzione a come questo potrebbe prorogare il circolo vizioso della violenza, di come tutto ciò potrebbe aumentare l’odio. Questi bambini se ne escono da questo processo con una gran rabbia. Alcuni provano il bisogno di vendetta. 

“Vedi bambini che sono spezzati del tutto. E’ doloroso vedere la sofferenza di questi bambini, vedere quanto sono stati tartassati dal sistema israeliano.” 

Link to video: Cell 36: Palestinian children locked in solitary confinement in Israel

thanks to: tradotto da mariano mingarelli