Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

«Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero. Hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata» scrive il giornalista israeliano su Ha’Aretz.

di Gideon Levy*   HaAretz

Roma, 22 settembre 2016, Nena News – Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto d’impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre. Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica. Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica.

Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case. Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni. In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime. Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette. E la realtà è affilata come un rasoio.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose. Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi.

Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata. Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime.

Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai”she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente

* (Traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

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America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

The 83 U.S. senators who urged the president to increase military assistance to Israel are 83 ignoramuses and their letter is a disgrace. Israel of all countries? Military assistance of all needs?

Increasing military aid won’t add one iota of security to Israel, which is armed to the teeth. It will harm Israel. Those 83 out of 100 senators base their extraordinary demand on “Israel’s dramatically rising defense challenges.”

What are they talking about? What “rising challenges”? The rise in the use of kitchen knives as a deal-breaking weapon in the Middle East? The challenge for one of the world’s strongest armies to survive against young girls brandishing scissors? Hamas’ tunnels in the sand? Hezbollah, which is bleeding in Syria? Iran, which has taken a new path?

It’s time they expanded their narrow view and reduced the enormous aid they shower on Israel’s arms industry – one of the world’s largest weapons exporters – and its army.

The United States is allowed, of course, to waste its money as it sees fit. But one may ask, senators, if it makes sense to invest more fantastic sums to arm a military power when tens of millions of Americans still have no health insurance and your senate is tightening its purse strings despite the challenges of climate change.

A world power is arming a regional power as part of a corrupt, rotten deal. Your money, senators, is largely being spent on maintaining a brutal, illegal occupation that your country claims to oppose – but finances.

The weapons you provide are for a brazen state that dares defy America more than any of its allies does. It ignores America’s advice and even humiliates its president. It gets twice the aid you give Egypt, an ally that needs the money much more. It’s three times more than you give Afghanistan, which is devastated in part because of you.

It’s almost four times more than you give Jordan, which is in a precarious state due to refugees and the Islamic State. To Vietnam, which you destroyed, you gave $121 million, and to Laos, which you ruined, $15 million. Impoverished Liberia received $156 million and awakening, liberated South Africa $490 million.

But for Israel, even $3 billion a year isn’t enough. It gets more than any other country in the world yet insists on $4 billion, not a cent less, including an unconditional commitment for a decade.

If you’ve already decided to pour such huge sums on Israel, why on its army of all things? Have you seen what its hospitals look like? And if you’re financing weapons, why not condition it on the only democracy in the region’s appropriate behavior?

What do you have over there in the world’s most important legislature? An automatic signing machine for letters supporting Israel? An ATM for the Jewish lobby’s every whim? Only 17 of 100 senators were courageous enough, or bothered to think for a moment, before they signed another scandalous venture by AIPAC and the Israeli Embassy.

More money to arm Israel will end in blood. It must end in blood. There are old weapons that must be used and new weapons that must be tried (and then sold to Azerbaijan and Ivory Coast).

This destructive, murderous force will fall again on devastated houses in Gaza, and America will finance it all once again. The money will also corrupt Israel. If this is the prize for its refusal to make peace and its flouting of international law, why shouldn’t it behave this way? Uncle Sam will pay.

The senators who signed the letter didn’t act for either their country’s good or Israel’s. It’s doubtful whether they know what they signed. It’s doubtful whether they know what the real situation is.

Maybe among them are people of conscience or people familiar with their country’s national interests. But the blood money will serve neither those interests nor morality.

Sorgente: TLAXCALA: America’s 83 Ignoramuses Are Enabling Destruction by Israel

Spero che Israele sia sospesa dalla FIFA

di Gideon Levy

 


Fin dall’inizio va detta la verità: spero che Israele sia sospesa dalla FIFA . Il 29 maggio, potrebbero fare una mossa che cambierebbe il gioco. Potrebbe iniziare una reazione a catena di cui sarebbe difficile prevedere l’esito. Se la Federazione internazionale mostrasse a Israele il cartellino rosso, come chiedono i palestinesi, vorrebbe dire che il calcio metterebbe in moto il processo del cambiamento.

Vorrebbe dire che è arrivato finalmente il momento per Israele di pagare per i crimini della sua occupazione. Che gli israeliani comincino ad essere penalizzati per quello che è stato fatto in loro nome, con il loro coinvolgimento, con la loro approvazione e con il loro appoggio finanziario. Che stracciare continuamente il diritto internazionale da parte di Israele – in modo arrogante e burlandosene volgarmente – ha un prezzo. Quale migliore prezzo se non impedire ad Israele di partecipare alle competizioni internazionali di calcio fino a quando non cambierà la sua condotta? Ha funzionato benissimo nel passato con il Sud Africa, il mentore di Israele in parecchi ambiti – il boicottaggio internazionale degli sport dell’apartheid è stato uno degli elementi decisivi che hanno portato alla caduta del regime – e può funzionare egualmente con Israele.
La prima risposta alla decisione di sospendere Israele sarà ovviamente da parte sua gridare allo scandalo, assumendo il ruolo della vittima, serrando le fila e lanciando il contrattacco: vedete cosa ci stanno facendo, quegli antisemiti, quella gente che odia Israele; siamo una nazione rimasta sola, tutto il mondo è contro di noi! Naturalmente useranno la memoria dell’olocausto. I politici e gli intrallazzatori proveranno a superarsi a vicenda con affermazioni indignate. Il capo dell’Unione Sionista on. Isaac Herzog proclamerà che in un simile caso, non vi sarà differenza tra l’opposizione e la coalizione [di governo] ma un solo popolo. Israele dichiarerà illegale con la forza il calcio palestinese con una direttiva generale dell’IDF [l’esercito israeliano n.d.t.]: ogni ragazzo con un pallone verrà arrestato; forse lo stadio di Gaza verrà bombardato in base al fatto di essere un deposito di armi; l’ufficio a Ramallah di Jibril Rajoub presidente della federazione calcio palestinese verrà devastato (non per la prima volta).
La Repubblica Ceca e il Canada proporranno partite amichevoli con Israele; Shimon Peres organizzerà una partita tra la Micronesia e la Palestina.
Ma pochi mesi dopo ciò, asciugate le lacrime e in preda allo scoraggiamento, privati di [partecipare ] alle gare internazionali di calcio e senza un prospettiva diplomatica internazionale, sorgeranno le domande e i dubbi. Cosa potrà fare Israele per finire di commettere ingiustizie? Perché ha fatto veramente tutto quello? E, soprattutto, ne valeva la pena? Vale la pena continuare l’occupazione e pagarne il prezzo, che continuerà solamente a crescere? Vale la pena essere messi al bando per le colonie di Itamar e Yitzhar?
Le sanzioni e i divieti non si fermeranno a Zurigo: la FIFA fischierà l’inizio del gioco che in qualche parte del mondo stanno proprio aspettando.
Allora,quando il prezzo sarà insopportabile, un numero sempre maggiore di israeliani si sveglierà dall’ indifferenza. Non c’è speranza che lo facciano prima: non hanno nessuna ragione per farlo – stanno bene, la società chiude gli occhi, [funziona] il lavaggio del cervello.
Una sanzione al calcio non uccide nessuno. Non si versa sangue con il boicottaggio. È un’arma legittima per realizzare la giustizia e applicare il diritto internazionale. Israele ha sostenuto e sostiene il boicottaggio e lo favorisce: contro Hamas, contro Gaza e naturalmente contro l’Iran. Ha perfino aderito al boicottaggio del Sud Africa sebbene [fosse] a dispetto di se stesso. Ora è arrivato il suo turno.
Qualcuno può confutare che il cartellino giallo è stato mostrato un numero infinito di volte e che [Israele] ha continuato come se nulla fosse accaduto? Non andrebbe mostrato il cartellino rosso per tenere imprigionati milioni di gazawi compresi i giocatori di calcio?
Si ricorda il presidente della FIFA Sepp Blatter a Ramallah di avere pronosticato al campo Al-Amari un futuro brillante al giocatore di calcio Mohammed al Qatari , studente dell’Accademia di calcio Blatter? Ha saputo che Qatari è stato ucciso da una pallottola dell’IDF dritto nel petto da una distanza di 70 metri mentre protestava contro l’ultima guerra a Gaza? Non è questo un crimine?
Israele sta assumendo un atteggiamento diplomatico di stupore e di offesa cercando senza posa di prevenire la nefasta decisione. Potrebbe perfino anche questa volta cavarsela. Ma non è arrivato il momento che ci domandiamo ancora per quanto?

Gideon Levy twitta a @levy_haaretz

Fonte: Haaretz
Traduzione di BDS Italia

“Grazie, Netanyahu, per aver detto la verità”

di Gideon Levy

Il premier riconfermato, scrive il giornalista di Haaretz in un editoriale, sarà ricordato per aver detto la verità su Israele: non ci sarà mai uno stato palestinese

Vorrei ringraziare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Grazie per aver detto la verità. Per almeno 25 anni statisti israeliani hanno mentito, ingannato il mondo, gli israeliani e se stessi. Ora Netanyahu ha detto la verità. Se solo questa verità fosse stata detta da un primo ministro israeliano 25 anni fa, o forse anche 50 anni fa, quando nacque l’occupazione. Tuttavia meglio tardi che mai. Il pubblico lo ha premiato per questa verità e Netanyahu è stato eletto per un quarto mandato.

Netanyahu ha annunciato la scorsa settimana che, se fosse stato rieletto, uno Stato palestinese non sarebbe mai sorto. Chiaro e semplice, forte e chiaro. Nessuno ha avuto il coraggio di rivelare la verità nel passato. L’ultimo di questi imbroglioni è stato Isaac Herzog: il suo audace piano comprendeva cinque anni di negoziati. Il pubblico lo ha ricompensato per questo.

Dopo tutto si dovevano ingannare gli americani, gli europei e i palestinesi. Bisognava anche giocare per tempo, costruire insediamenti e sbarazzarsi di ogni possibile partner palestinese: Yasser Arafat era troppo forte, il presidente Mahmoud Abbas è troppo debole; e Hamas è troppo estremo. Si deve giocare per tempo in modo che i palestinesi diventino più estremisti e tutti capiscano che non c’è nessuno con cui parlare.

Ora arriva l’uomo considerato un bluffer e solo lui racconta la fatidica verità storica: non ci sarà alcuno stato palestinese. Non durante il suo mandato, che ora sembra eterno e non dopo perché allora sarà troppo tardi. La fine dei negoziati è la fine dei giochi. Non ci sarà più spola diplomatica, quartetti, emissari, mediatori e piani.

Non c’era alcuna possibilità fin dall’inizio. In Israele non c’è mai stato un primo ministro – tra cui i due vincitori del Premio Nobel per la Pace – che intendesse anche per un secondo stabilire uno stato palestinese. Ora Netanyahu ha posto fine alla convenienza dell’inganno. Se Israele avesse giocato le sue carte apertamente fin dall’inizio, come Netanyahu ha fatto oggi, forse saremmo in un luogo diverso, in un posto migliore.

Se solo Israele avesse detto prima che brama il territorio occupato per sé e non potrà mai rinunciarci, che centinaia di migliaia di ebrei vivono lì e non ha alcuna intenzione di evacuarli, che non si preoccupa del diritto internazionale e non gli importa di quello che tutto il mondo pensa, che i palestinesi non hanno diritto di vivere lì, che Abramo, il nostro patriarca, è sepolto lì, che Rachel, la nostra matriarca, piange lì, che la sicurezza di Israele dipende da questo e che l’Olocausto è alle porte! Le ragioni sono molte e varie, ma tutti dicono una cosa: ora e per sempre da Hebron a Jenin. Sì all’autonomia di leghe di villaggio o di una Autorità palestinese, ma no a uno stato. Mai.

Se un leader onesto come Netanyahu avesse detto questo anni fa: gli israeliani, i palestinesi, tutto il mondo lo avrebbe saputo. Allora sarebbe stato possibile cercare altre soluzioni, invece di perdere tempo a barare, o di vedere l’odio crescere e il sangue versato per niente. Avremmo potuto pensare molto tempo fa ad alternative alla soluzione dei due Stati come la creazione di un unico uno stato e in tal caso le alternative sono due: democrazia o apartheid. Invece, siamo stati ingannati.

Ora Benjamin Netanyahu ha posto fine a tutto questo. Dobbiamo essere grati a lui per questo. La storia ricorderà che è stato il primo premier israeliano a dire la verità.

( Fonte: NenaNews )

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GIORNATA ONU: UNA VOCE NEL DESERTO: i VIDEO e gli interventi di LUCCA 2014

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1) SEMPLICEMENTE APARTHEID Quel giorno non potremo dire ‘non sapevamo’


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Una cosa va detta subito e senza esitazione: quello che Israele, il mio Paese, vuole fare è accaparrarsi più terra possibile. E questa non è una questione complessa, come spesso si dice. E’ molto semplice: dal ’48 gli ebrei colonizzano la terra palestinese e le loro politiche non sono cambiate. E questo ha un nome: colonialismo. Oggi, poi, dobbiamo parlare chiaramente di un vero regime di apartheid”. Già dalle prime parole che il grande giornalista israeliano GIDEON LEVY ha pronunciato di fronte ad una sala gremita, sabato 29 novembre a Lucca, si comprende la portata politica di ciò che ha rappresentato il suo contributo alla GIORNATA ONU 2014.

Con il mio lavoro voglio documentare tutto perchè un giorno, quando tutto sarà finito, gli israeliani non possano dire ‘non sapevamo’. Sono nato e vissuto a Tel Aviv sentendomi una vittima e non certo un occupante e ho pensato questo fino agli anni ’80, quando ho cominciato a lavorare per Haaretz, che mi ha inviato nei Territori Occupati. Solo lì ho cominciato a vedere e a capire. Come chiamereste un regime in cui uno dei due popoli gode di tutti i diritti mentre l’altro non ha nulla? Io lo chiamo apartheid”.

​La voce di questo coraggioso testimone ha fatto diventare, in questo Anno Internazionale per la Palestina, internazionalmente rilevante l’annuale Convegno con cui Pax Christi celebra nella Giornata Onu per i diritti del popolo palestinese.

Ma già incontrando gli studenti delle scuole, al mattino, aveva scosso l’uditorio: Da israeliano devo tragicamente ammettere che per gli israeliani un palestinese non sarà mai un essere umano uguale a loro. Sembra eccessivo ma è esattamente questo il primo grande confine tra i due popoli: un confine culturale, sociale, psicologico. Anche gli israeliani più aperti sotto sotto pensano ai palestinesi come ad esseri inferiori. L’israeliano vive in pace con se stesso perchè semplicemente non ritiene che i palestinesi abbiano i suoi stessi diritti”.

La Giornata ONU di Lucca ha registrato una grande partecipazione di persone da ogni parte d’Italia e dal Convegno si leverà nelle prossime settimane la precisa richiesta al Parlamento italiano di seguire i sempre più numerosi Paesi europei che stanno riconoscendo lo Stato di Palestina. D’altra parte Gideon Levy ha rilevato che “la comunità internazionale sa benissimo cosa dovrebbe fare. Con il Sudafrica dell’apartheid l’ha fatto. Ed ora le differenze in Palestina sono minime”.

Il problema -ha incalzato Levy- è che, pur non essendoci una censura vera e propria in Israele, sono i media stessi che si autocensurano. Il che è anche peggio, a pensarci. Fanno un lavaggio del cervello incredibile agli israeliani, demonizzando e disumanizzando i palestinesi. Cercano di nascondere sempre le atrocità commesse dall’esercito. Israele nega tutto, vivendo in una continua menzogna. Il linguaggio che usiamo stravolge la realtà. Così, per esempio, in Israele si parla distinguendo coloni moderati o estremisti, gli avamposti illegali e le colonie legali, ma secondo il diritto internazionale non esistono colonie legali. Tutte sono illegali.

Negli anni immediatamente successivi all’occupazione, gli stessi Territori Occupati non venivano definiti così e chi usava questa espressione era definito traditore. Li chiamavano piuttosto ‘liberati’. Insomma, dipende da come Israele interpreta ciò che accade: quando un blindato entra in un campo profughi spargendo terrore, per noi è solo il bambino che tira la pietra a violare la legge. Quando Abbas chiede aiuto all’Onu, è lui ad essere considerato violatore dello status quo. Israele invece può fare e fa sempre ciò che vuole. Quando dei palestinesi uccidono un colono con un coltello sono terroristi ma quando un aereo militare bombarda Gaza, è autodifesa. Chiunque è a favore dell’occupazione militare vuole il bene di Israele e chiunque si appella al diritto internazionale è antisemita. Quando un palestinese di 6 anni viene ucciso dai soldati israeliani è definito ‘un giovane’, ‘un adolescente’, o semplicemente ‘un palestinese’; quando viene ucciso un 18enne israeliano è ‘nostro figlio’”.

La Newsletter BoccheScucite e l’omonimo sito www.bocchescucite.org , pubblicheranno presto tutti gli interventi della Giornata di Lucca, proprio a partire dalla fortissima denuncia di questa “bocca scucita” israeliana che ha ammesso quanto il suo lavoro sia sempre più a rischio in Israele:

Durante l’operazione dell’esercito a Gaza, quest’estateha confidato Levy3000 lettori hanno disdetto l’abbonamento al quotidiano Haarez a causa di un mio articolo. Per fortuna il mio giornale non scende a compromessi, e va avanti. D’altra parte, se a Gaza quest’estate sono state uccise oltre 2000 persone palestinesi in nome della sicurezza israeliana io mi chiedo semplicemente: ma chi pensa alla sicurezza dei palestinesi, che si trovano molto più a rischio degli israeliani?

Grazie alle centinaia di presenti a Lucca e soprattutto a tutti coloro che hanno lavorato per la riuscita di questo evento sempre più atteso e partecipato. A proposito: ARRIVEDERCI A NAPOLI, SABATO 28 NOVEMBRE 2015!

Nandino Capovilla, Campagna Ponti e non muri,

nandino.capovilla@gmail.com

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http://www.bocchescucite.org/semplicemente-apartheid-quel-giorno-non-potremo-dire-non-sapevamo/

2) VIDEO: Gideon Levy: La politica israeliana tra occupazione e massacro. (LUCCA 29 nov 2014)

gideon levy

Anteprima assoluta:

Il linguaggio che legittima l’occupazione, le responsabilità dei giornalisti, il colonialismo raccontato da un israeliano.
Intervento di Gideon Levi a Lucca. Intervistato da Grazia Careccia, intervento integrale con le traduzioni di Vittoria.

“Una cosa va detta subito e senza esitazione: quello che Israele, il mio Paese, vuole fare è accaparrarsi più terra possibile. E questa non è una questione complessa, come spesso si dice. E’ molto semplice: dal ’48 gli ebrei colonizzano la terra palestinese e le loro politiche non sono cambiate. E questo ha un nome: colonialismo. Oggi, poi, dobbiamo parlare chiaramente di un vero regime di apartheid”

Pubblicato il 01 dic 2014

“Con il mio lavoro voglio documentare tutto perchè un giorno, quando tutto sarà finito, gli israeliani non possano dire ‘non sapevamo’. Sono nato e vissuto a Tel Aviv sentendomi una vittima e non certo un occupante e ho pensato questo fino agli anni ’80, quando ho cominciato a lavorare per Haarez, che mi ha inviato nei Territori Occupati. Solo lì ho cominciato a vedere e a capire. Come chiamereste un regime in cui uno dei due popoli gode di tutti i diritti mentre l’altro non ha nulla? Io lo chiamo apartheid”.

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3) VIDEO: Intervento di Moni Ovadia – Giornata ONU, Lucca 29 nov 2014

Moni Ovadia
invictapalestina

Pubblicato il 02 dic 2014

29 novembre 2014 – Intevervento di Moni Ovadia durante la giornata Onu per i diritti del popolo palestinese a Lucca. Uso ideologico della Shoah, Moni risponde alle accuse di antisemitismo, di essere nemico del popolo ebraico, di ebreo che odia se stesso.

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4) VIDEO: Com’è cambiata la resistenza palestinese, ne parlano Wasim e Mohammed – LUCCA 29 nov 2014

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invictapalestina

Pubblicato il 02 dic 2014

29 novembre 2014 –  durante la giornata Onu per i diritti del popolo palestinese a Lucca, organizzata da Pax Christi. Com’è cambiata la resistenza palestinese in 12 anni di muro di apartheid. Anna Clementi intervista Mohammed Khatib e Wasim Dahmash

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thanks to: Bocche Scucite

Gideon Levy: What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?

If a man falls from a plane in the middle of the night
God alone can raise him …
God bends over him, lifts up his head
And gazes at him.
In God’s eyes the man is a small child.
– “The End of the Fall,” by Dahlia Ravikovitch (translation by Chana Bloch)
And if a boy falls out of a jeep in the middle of the night?
Mohammed Tamimi, 14 years old, was thrown out of an Israel Defense Forces jeep late one night about three weeks ago, some 15 kilometers from his home. He did not have a cell-phone or money or identifying papers. A few hours earlier he had been detained by soldiers on suspicion of throwing stones on the road near his village, Deir Nidham, by the settlement of Halamish, north of Ramallah.
The soldiers took him to the police station in Sha’ar Binyamin, an industrial park outside Jerusalem. After being interrogated and released, the teenager was taken in an IDF jeep and thrown out of it in the middle of nowhere, in the dark of night, to meet his fate.
Iron stairs lead to Tamimi’s house, which we visited this past Monday, a rundown structure whose construction was never completed; the walls are plastered but unpainted, and neglect is rampant. His father, Fadel, is the village imam.
On April 9, after school, Mohammed went out to the family’s small olive grove together with their flock of sheep. At around 2 P.M., three IDF jeeps showed up. The soldiers had come to take him into custody. What for? the boy asked. “For throwing stones,” the soldiers said.
Tamimi denied doing the accusation. The soldiers told him to show them his hands. They judged them to be “dirty.” But, Fadel wonders now, “he sat on the ground, so would his hands be clean? White? Would he have washed them with soap?”
The youth was taken to a nearby army base and then to the Sha’ar Binyamin police station, where he was questioned. His interrogators suspected he was the son of a different Fadel Tamimi, a relative from the nearby village of Nabi Saleh, which is known for its prolonged and determined struggle against the occupation.
They phoned Fadel from Nabi Saleh, who told them that Mohammed was not his son. In the meantime, the teenager’s worried father, together with Fadel’s brother Ahmed, went to the army base where he had first been taken, to find out what had happened. The soldiers at the entrance chased them off with threats and vulgar language, rifles at the ready.
“What do we care about your son? Get out of here!” they shouted at him, according to Fadel. He says he had never before been subjected to the kind of abuse he suffered at the entrance to the base. He returned home feeling humiliated, and with his concern mounting.
At about 9 P.M., a police officer who identified himself as Roni called Fadel and told him his son was in police custody and that he should come and get him. Fadel, who has no car, explained that he had no way to get there at such a late hour. The policeman promised that his son would be brought to the Nabi Saleh junction, not far from Deir Nidham.
Fadel then walked to the junction with Ahmed. They waited for about two hours, but in vain.
At around 11 P.M., a resident of a distant village, Abu Ayn, phoned Fadel and asked whether he was Mohammed’s father. “I was driving on the road and found your son,” the man said. How did you find him? “He was walking on the road, alone in the dark.”
It turned out that the soldiers had released Mohammed at Bir Zeit junction, some 15 kilometers from home.
“They threw him out like a bag of garbage,” Fadel says now. “A child without a phone, without money, without papers, who doesn’t know where he is. If you’re thrown out of a jeep in the middle of the night, you don’t know where you are. If that man hadn’t found him, he would have gone on walking on the road the whole night. But to where? What kind of soldiers are these? What kind of police?”
The passerby from Abu Ayn who picked the frightened teenager up later drove him home.
“He was scared,” Fadel explains. “Naturally, he was scared. I asked him whether he had been given anything to eat, and he said he was given a small cookie. Something to drink? No.”
Mohammed later revealed that his interrogators suggested that he swear on the Koran that he hadn’t thrown stones, and Tamimi agreed. They warned him about the consequences of swearing falsely on the Koran. “Do you know what happens to someone who lies in an oath?” But the youth was determined to swear on the holy book. The interrogators then dropped the idea and decided to release him.
A spokesman for the Shai (Samaria and Judea) police district said, in response to a query from Haaretz, that the police were not aware of such an incident having taken place.
No comment had been received from the IDF Spokesman by press time.
During our visit to Deir Nidham, we meet Mohammed in the village’s new school – a slim lad with a knapsack on his back. He is reluctant to talk about his experiences on that day and night.
Fadel: “Everywhere in the world, governments look after children until the age of 18. You arrest a kid and throw him onto the road in the middle of the night? If you’re a good person and you’ve arrested him, at least bring him back. At least take him to the nearest junction. If [the police officer] had at least told me that he couldn’t bring him back. They take our boy – and for what? For throwing a stone? The children think it’s a soccer game. And then the army enters every night and arrests children.
“The soldiers cause chaos in the village, entering every day and every night,” the father continues. “There are a lot of villages here, and I don’t know who throws stones. Kids. There’s a son-of-a-bitch soldier who gives them a bullet and there’s a good soldier who gives them a candy. But they’re children. What kind of country are you?”
Stirring a furor
The detention of Palestinian children has been stirring up a furor even in the countries friendliest to Israel, such as Australia and Holland. A report, issued in February 2013 by the United Nations children’s agency UNICEF, found that in the preceding decade Israel had taken no fewer than 7,000 Palestinian children into custody, about 700 every year. The report described the treatment of Palestinian children in the Israeli military detention system as “cruel, inhuman and degrading.”
About two weeks ago, a report written by a committee of Dutch experts who visited Israel recently and examined the subject was submitted to the country’s parliament in The Hague. The group was headed by Prof. Jaap Doek, a jurist who served as chairman of the United Nations Committee on the Rights of the Child; the members included legal figures, education experts and psychiatrists.
The government of Israel did not cooperate with the group: Foreign Ministry staff refused to meet with them, on the (rather strange) grounds that they should instead be in contact with UNICEF. Their report found that “the treatment of Palestinian children accused of committing crimes by the Israeli military authorities represents a serious, systemic and systematic violation and disregard of the rights of these children.”
Moreover, the delegation’s report calls on the government of the Netherlands to urge the Israeli authorities to adopt its recommendations and take the steps necessary to ensure the rights of Palestinian youngsters.
An even greater furor erupted a few weeks ago in Australia, a country that can be considered to be particularly friendly toward Israel, after broadcast of the excellent documentary “Stone Cold Justice,” about the detention of Palestinian children in the West Bank. The film was made by John Lyons, the Middle East correspondent of the newspaper The Australian, and was aired on February 10 as part of “Four Corners,” the investigative program of the ABC network in Australia.
A cautionary note appears at the outset of the show: “This program contains scenes that may concern some viewers.” I have watched the 45-minute film twice; it does indeed contain harsh and very disturbing scenes.
“A new generation of hatred in the making,” the program’s moderator says as he introduces “Stone Cold Justice.” He continues: “Imagine in a major Australian city or in any other civilized society, regular late-night raids on family homes by heavily armed soldiers to take away children in blindfolds and handcuffs for interrogation. Imagine a military prison where the inmates include children as young as 12, in shackles. Such is the distortion of life … after more than 40 years of military occupation.”
The film shows nighttime arrests; Israeli soldiers and police throwing tear-gas grenades at children who have done nothing, on the way home from school; youngsters of 5 and 6 years old being taken into custody; deliberations of less than a minute in military courts about remanding children in custody; and girls from settlements kicking Palestinian children without any provocation, as soldiers look on from the side.
There were millions of television viewers as well as over 70,000 YouTube views of a program broadcast in a country that is one Israel’s avowed friends. At the end of the show, the moderator announced: “Next week on ‘Four Corners’: Inside the secret state of North Korea.”

Mohammed Tamimi.

What kind of country throws a teen out of an IDF jeep?
Without money, a phone or identity papers, Fadel Tamimi’s…

Gideon Levy: Che tipo di paese è quello che di notte getta un adolescente fuori da una jeep dell’IDF?

Mohammed Tamimi.

 
Sintesi personale
Mohammed Tamimi, 14 anni, è stato buttato fuori di una jeep  dall’ Israel Defense Forces a tarda notte circa tre settimane fa, a circa 15 chilometri da casa sua. Non aveva un telefono cellulare o soldi o carte di identificazione. Poche ore prima era stato arrestato dai soldati con l’accusa di lancio di pietre sulla strada vicino al suo villaggio, Deir Nidham, a nord di Ramallah.
I soldati lo hanno portato alla stazione di polizia di Sha’ar Benjamin    fuori Gerusalemme. Dopo essere stato interrogato e rilasciato, l’adolescente è stato portato su una jeep dell’IDF e buttato fuori  nel bel mezzo del nulla, nel buio della notte, per incontrare il suo destino.
Scale di ferro portano a casa di Tamim  che abbiamo visitato lo scorso Lunedi, una struttura fatiscente la cui costruzione non fu mai completata; le pareti sono intonacate ma non verniciate,  l’abbandono è dilagante. Suo padre, Fadel, è l’imam del villaggio.
Il 9 aprile, dopo la scuola, Maometto è andato al piccolo uliveto di famiglia insieme al gregge di pecore. Verso le 14:00 tre jeep dell’esercito israeliano si sono presentati . I soldati erano venuti a prenderlo in custodia. Per che cosa?ha chiesto il ragazzo. “Per aver lanciato pietre”, i soldati hanno detto.
Tamimi ha negato l’accusa . I soldati gli hanno detto di mostrare le mani  che risultavano “sporche .” Ma ero seduto per terra, come potevano le mie mani essere pulite?
Il giovane è stato portato in una base militare nelle vicinanze e poi alla stazione di polizia Sha’ar Binyamin, dove è stato interrogato. I suoi interrogatori  sospettavano che fosse figlio di Fadel Tamimi, noto per la sua lotta lunga e determinata contro l’occupazione.
Hanno telefonato a Fadel da Nabi Saleh  che ha detto loro che Maometto non era suo figlio. Nel frattempo, il padre del ragazzo  preoccupato  si è recato alla base militare  per scoprire cosa fosse successo. I soldati all’ingresso lo hanno cacciato via con minacce e con  linguaggio volgare, fucili alla mano.
«Fuori di qui! “Gridavano contro di lui . Umiliato è tornato a casa  con   crescente preoccupazione.
Verso le 21:00, un poliziotto che si è identificato come Roni, ha  chiamato Fadel e gli ha detto che suo figlio era in custodia della polizia e che doveva venire a prenderlo. Fadel, che non ha un’auto, ha spiegato che non aveva modo di arrivare a un’ora così tarda. Il poliziotto ha promesso che suo figlio sarebbe stato portato al bivio Nabi Saleh, non lontano da Deir Nidham.
Fadel poi si è diretto verso l’incrocio con Ahmed.  Ha aspettato per circa due ore, ma invano.
Verso le 11:00, un abitante di un villaggio lontano, Abu Ayn, ha telefonato a Fadel e gli ha chiesto se era il padre di Mohammed. “Stavo guidando sulla strada e  ho  trovato  vostro figlio  . Stava camminando per la  strada, solo al buio.”
Si è scoperto che i soldati avevano rilasciato Mohammed al  Bir Zeit bivio, a circa 15 chilometri da casa.
Loro lo hanno buttato fuori come un sacco di spazzatura”Fadel dice . “Un bambino senza un telefono, senza soldi, senza documenti, che non sa dove si trova. Se sei buttato fuori di una jeep nel bel mezzo della notte, non sai dove ti trovi. Se l’uomo non  l’avesse trovato, lui avrebbe continuato a camminare sulla strada tutta la notte. Ma dove? Che tipo di soldati sono? Che tipo di polizia? “
“Era spaventato. Naturalmente, era spaventato. Gli ho chiesto se gli era stato dato da mangiare, ha risposto che gli era stato dato un piccolo cookie. Qualcosa da bere? No. “
Mohammed ha poi rivelato  di aver giurato sul Corano che non aveva gettato pietre. Lo hanno messo in guardia sulle conseguenze di giurare falsamente sul Corano poi lo hanno lasciato libero
Un portavoce del distretto di polizia Shai (Samaria e Giudea) ha  risposto ad  Haaretz  che la polizia non era a conoscenza di un tale incidente.
Nessun commento è stato fatto dal portavoce dell’IDF .
Durante la nostra visita a Deir Nidham    incontriamo Mohammed , un ragazzo sottile con uno zaino sulle spalle. Egli è restio a parlare della vicenda vissuta
Fadel: “Ovunque nel mondo i governi  si prendono cura dei bambini fino all’età di 18 anni e qui si arresta un ragazzino e lo si  butta sulla strada nel bel mezzo della notte.? Se sei una brava persona almeno riportarlo indietro. Almeno portarlo al più vicino svincolo.Arrestano il nostro ragazzo – e per cosa? Per aver gettato un sasso? I bambini pensano che sia una partita di calcio. E poi l’esercito entra ogni sera e arresta bambini.
I soldati provocano il caos nel paese, entrando ogni giorno e ogni notte,” il padre continua. “Ci sono un sacco di paesini qui  e io non so chi  lancia pietre. Bambini. C’è un soldato figlio-di-un-cagna che dà loro un proiettile e c’è un buon soldato che dà loro una caramella. Ma sono i bambini. Che tipo di paese è ? “ La detenzione dei bambini palestinesi  ha creato scalpore anche nei paesi più favorevoli ad Israele, come l’Australia e l’Olanda. Un rapporto, pubblicato nel febbraio 2013 dall’UNICEF, ha rilevato che nel decennio precedente Israele aveva tenuto non meno di 7.000 bambini palestinesi in custodia, circa 700 ogni anno. La relazione ha descritto il trattamento dei bambini palestinesi nel sistema di detenzione militare israeliana come “crudele, inumano e degradante”.
Circa due settimane fa, una relazione scritta da un comitato di esperti olandesi ,che ha visitato Israele di recente e ha approfondito l’argomento, è stata presentata al parlamento olandese  Il gruppo era guidato dal Prof. Jaap Doek, un giurista che ha lavorato come presidente del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo  e comprendeva   figure giuridiche, esperti di educazione e psichiatri.
Il governo di Israele non ha collaborato con il gruppo: il personale del Ministero degli Esteri ha rifiutato di incontrarsi con loro. . La loro relazione ha rilevato che “il trattamento dei bambini palestinesi accusati di aver commesso crimini da parte delle autorità militari israeliane, costituisce una violazione grave, sistemica dei diritti di questi bambini.”
Inoltre, la relazione della delegazione chiede al governo dei Paesi Bassi di  sollecitare le autorità israeliane ad   adottare   misure necessarie per garantire i diritti dei giovani palestinesi.
Ancora più scalpore è scoppiata alcune settimane fa in Australia, un paese  considerato particolarmente amichevole nei confronti di Israele, dopo la trasmissione dell’ eccellente documentario “Stone Cold Justice” sulla detenzione di bambini palestinesi in Cisgiordania.
Una nota di cautela appare fin dall’inizio dello spettacolo: “Questo programma contiene scene che possono imbarazzare alcuni spettatori.” Ho visto il film di 45 minuti due volte; esso infatti contiene scene dure e molto inquietanti.
Una nuova generazione di odio  sta crescendo .Immaginate in una grande città australiana o in qualsiasi altra società civile, regolari incursioni notturne nelle case con soldati armati fino ai denti per portare via i bambini bendandoli e con le manette   per interrogarli . Immaginate una prigione militare dove i detenuti sono bambini di 12 anni , in catene. Tale è la distorsione della vita … dopo più di 40 anni di occupazione militare. “
Il film mostra arresti notturni; Soldati e poliziotti israeliani lanciano granate lacrimogene contro i bambini che non hanno fatto nulla  mentre tornano a casa da scuola;piccini di 5 e 6 anni di età presi in custodia; deliberazioni di meno di un minuto in tribunali militari sui bambini in custodia cautelare; calci ai  bambini palestinesi senza alcuna provocazione   da parte di ragazze delle colonie, mentre  soldati guardano
Ci sono stati milioni di telespettatori e oltre 70.000 visualizzazioni su YouTube  Alla fine della trasmissione , il moderatore ha annunciato: “La prossima settimana su” Four Corners “:. All’interno del segreto di Stato della Corea del Nord”

thanks to: Gideon Levy
Frammenti Vocali in MO: Israele e Palestina

Gideon Levy: Parental love, Israeli-style

 Independence Day

Child in army gear crawling soldier-style as officer encourages him during weapons display in Efrat, Independence Day 2014. Photo by AFP

Does a parent love his toddler when he sends him to crawl on Independence Day in the sand under a fence, a huge army backpack attached to his little body? Does a father love his son when he sends him to kindergarten to return with a memorial candle and Holocaust kit in hand? Does a mother love a daughter when she bakes a cake for a soldier who will come to kindergarten and tell the little one about his heroic acts in the territories? Do we love our children when we sign them up for the monstrous “Adopt-a-barricade” campaign?
Do we love them when we send them to high schools that compete with one another for the most graduates enlisting in combat units and even take pride in the number of fallen? Do we really love our children when we agree to their starting Holocaust studies practically from age zero? Do we really love them when we agree for the school to show them horrendous images from a terror attack? Do parents who remain quiet, or who may even get excited, when the brainwashing campaigns planting fear, jingoism and militarism begin here earlier and earlier really love their children and look out for them?
The day after the week of the nation, in which everything that is thrown at their minds throughout the year is squeezed into specially concentrated capsules, the suspicion awakens that Israeli parents don’t really love their children. If this weren’t the case, would it be reasonable that they send them to this educational inferno, that they would be quiet in the face of all the harm they are doing to their children?
It is standard to think that Israeli parents are among the most caring, involved, anxious and protective of parents. The politician who does not mix in “the future of our children” into every speech has yet to be born. The parent who does not get into every detail of a rhythmic movement course for their child has yet to be born.
Enrichment classes under every flowering tree, parents’ committees that are feared by schools, of which they are the directors in practice. They even reach the army, these dedicated parents, calling the squad commander in the dark of night when their child soldier can’t fall asleep, or when his shoes are too tight for his sensitive feet. And here they are, these same supportive parents, quiet and assenting, in an educational system that has no parallel in the world, save for perhaps North Korea.
Where else do they force a little child to crawl with a backpack on his back, as in the unbelievable AFP picture depicted on the front page of Wednesday’s Haaretz Hebrew edition, which must have been published worldwide? When Hamas treats its children like this, these same parents tut-tut with disgust: Look at these beasts, look what they’re doing to their children. But the settlement of Efrat, where the grotesque sight took place, is of course a source of pride.
If it weren’t so sad, it’d make you cry from laughter, the sight of the army major instructing the little tyke in front of the melting parents. This picture should have been used as evidence for a complaint (which no one will file) to the National Council for the Child.
Moreover, why does a little child need to go back from second grade holding a memorial candle with operating instructions: Scan the barcode and get a Holocaust victim? In the case of the child I know, the victim was Dora Gershon, a Jewish singer who perished in 1943 in Auschwitz. “Connecting to the Holocaust” is the name of this pedagogic exercise, for 8-year-old children.
“On Thursday we will host Nahshon soldiers,” a Tel Aviv preschool teacher wrote parents. “Please send necessities, and we will gather them into one package. You can send snacks, nuts, coffee, hard soap and anything you deem appropriate. … It’d be a shame for the children to miss it.” The preschool children are three years old. Nahshon is a battalion in the Kfir division, and its main work is in the occupied territories. Need I add anything?
Are parents who expose their children to all this really parents who love their children?

 

thanks to: Gideon Levi

Gideon Levy: i genitori israeliani amano davvero i loro figli?

Independence Day
Sintesi personale
Un genitore ama il suo bambino quando lo manda a strisciare nel Giorno dell’Indipendenza nella sabbia sotto un recinto, con un enorme zaino dell’ esercito attaccato al suo piccolo corpo? Un padre ama suo figlio quando lo manda alla scuola materna e lui ritorna con una candela memoriale e il kit dell’Olocausto in mano?Una madre ama una figlia quando cuoce una torta per un soldato che verrà nella scuola materna a raccontare dei suoi atti eroici nei territori? Non amiamo i nostri figli quando firmiamo per la mostruosa campagna “Adopt-a-barricata”?
Non li amiamo quando li mandiamo alle scuole superiori che competono tra loro per il maggior numero di laureati arruolati in unità di combattimento e sono anche orgogliosi del numero dei caduti? Amiamo i nostri figli quando siamo d’accordo che affrontino l ‘Olocausto praticamente da zero età?Amiamo i nostri figli quando siamo d’accordo che la scuola mostri loro le immagini orrende di un attacco terroristico?Amiamo i nostri figli quando accettiamo in silenzio la campagna di lavaggio del cervello che semina paura, sciovismo e militarismo ?
I genitori israeliani in realtà non amano i loro figli. visto che li mandano in questo inferno educativom e restano tranquilli di fronte a tutto il male che stanno facendo ai loro figli?
E ‘normale pensare che i genitori israeliani sono tra i più attenti, interessati, ansiosi e protettiv tra tutti i genitori. Il politico che non mescola il “il futuro dei nostri figli” in ogni discorso deve ancora nascere. Il genitore che non desideri un corso di movimento ritmico per il proprio bambino deve ancora nascere.
I genitori chiamano il comandante di squadra nel buio della notte, quando il loro bambino soldato non può addormentarsi, oppure quando le scarpe sono troppo strette per i suoi piedi sensibili. Ed eccoli qui, questi stessi genitori tranquilli e assenti in un sistema educativo che non ha paralleli nel mondo, salvo forse per la Corea del Nord.
In quale altro luogo fanno strisciare un bambino con uno zaino sulla schiena, come nella foto incredibile riportata sulla prima pagina dell’edizione Haaretz pubblicata in tutto il mondo? Quando Hamas tratta i suoi bambini i questo modo , questi stessi genitori sono disgustati : Guardate queste bestie, guardate cosa stanno facendo ai loro figli,ma l’insediamento di Efrat, dove la visita grottesca ha avuto luogo, è naturalmente una fonte di orgoglio.
Questa immagine avrebbe dovuto essere usata come prova per una denuncia (che nessuno archivierà) al Consiglio Nazionale per il Bambino.
Inoltre perché un bambino di seconda elementare deve tornare a casa in possesso di una candela commemorativa con istruzioni per l’uso: Effettua la scansione del codice a barre e otterrai una vittima dell’Olocausto? Nel caso del bambino che so, la vittima era Dora Gershon, una cantante ebrea che morì nel 1943 ad Auschwitz. “Connessione all’ Olocausto” è il nome di questo esercizio pedagogico, per bambini. di 8 anni
“Giovedi ‘ ospiteremo i soldati di Nahshon“, un insegnante di scuola materna di Tel Aviv ha scritto ai genitori. “Si prega di inviare : snack, frutta secca, caffè, sapone duro e tutto ciò che si ritiene più opportuno” I bambini in età prescolare hanno tre anni. Naasson è un battaglione della divisione Kfir, e il suo lavoro principale è nei territori occupati. C’è bisogno di aggiungere qualcosa?
I genitori che espongono i loro figli a tutto questo amano davvero i loro figli?
allegati
Giochi di guerra negli insediamenti israeliani : all’interno di un tour di propaganda pro-Israele per studenti americani
Israele e il turismo negli insediamenti : esercitazione di tiro contro sagome dei palestinesi

Gaza e Israele stessi giochi di guerra per i bambini

http://www.repubblica.it/esteri/2014/05/06/foto/festa_indipendenza_israele-85377290/1/?ref=HRESS-38#15


thanks to: Gideon Levy

Frammenti Vocali in MO:Israele e Palestina