La Germania chiudera’ tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera’ solo energia rinnovabile

It’s also an important signal for the world that Germany is again getting serious about climate change: a very big industrial nation that depends so much on coal is switching it off Claudia Kemfert, German Institute for Economic Research Berlin Neanche questa notizia arrivera’ sul fossilizzato Corriere della Sera o sara’ oggetto dei petrol-editoriali di…

via La Germania chiudera’ tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera’ solo energia rinnovabile — Notizie dal Mondo

Annunci

Cosa collega l’olio di palma agli aerei da combattimento

Il divieto di olio di palma nel biocarburante rischia di essere sospeso nonostante la decisione del Parlamento Europeo. Gli interessi economici non devono avere priorità su ambiente e diritti umani!

Lo scorso 17 gennaio 2018 il Parlamento Europeo ha votato con larga maggioranza per un temporaneo abbandono da parte dell’Europa dell’uso di olio di palma come biocarburante. Ciò nonostante il divieto rischia di non essere mai applicato a causa di diffusi interessi economici che potrebbero avere la meglio sulla tutela dei diritti umani e dell’ambiente. I governi di Francia e Gran Bretagna hanno criticato il divieto in vista di possibili esportazioni militari in Malesia e anche in Germania potrebbero presto arrivare critiche al divieto a causa della candidatura di Siemens per l’aggiudicazione della costruzione di una superstrada in Malesia.

La decisione del Parlamento Europeo aveva provocato le proteste della Malesia e dell’Indonesia, i due maggiori esportatori di olio di palma. La Malesia ha accusato l’Europa di discriminazione minacciando il boicottaggio dei prodotti europei. Entro la fine del 2018 il Parlamento Europeo, la Commissione Europea e il Consiglio Europeo intendono concordare una comune politica dell’Unione Europea sulla questione dell’olio di palma.

Lo scorso 29 gennaio durante una visita in Malesia la Ministra della difesa francese Florence Parly ha però annunciato che il suo paese voterà contro il temporaneo divieto deciso dal Parlamento Europeo sostenendo l’importanza dei questa materia prima per l’economia malese. Il vero motivo per la posizione francese sembra però essere il tentativo della Francia di vendere al paese asiatico 18 aerei da combattimento Rafale di produzione francese. L’affare è minacciato dallo sforzo del governo britannico di vendere a sua volta i propri aerei da caccia Typhoon al paese asiatico. Il ministri della difesa britannico Gavin Williamson sostiene che il mancato affare del valore di 5,6 miliardi di Euro minaccerebbe 20.000 posti di lavoro nel settore dell’industria bellica. Per contro, il ministro dell’ambiente britannico Michael Gove si è espresso a favore del divieto.

Gli ostacoli alla messa in atto del divieto temporaneo all’uso di olio di palma nel biocarburante sembrano crescere in seguito alla candidatura della tedesca Siemens che insieme alla sua consociata malese George Kent mira a ottenere l’incarico della costruzione della superstrada tra Kuala Lumpur e Singapore. L’Europa evidentemente è facilmente ricattabile e molto lontana dal riuscire a decidere una comune politica estera e dell’ambiente. A sopportarne le conseguenze sono in primo luogo le popolazioni indigene le cui terre con le loro foreste vengono progressivamente e irrimediabilmente distrutte per creare piantagioni di palma da olio. Le conseguenze della distruzione ambientale a lungo andare ricadono invece sull’intera umanità.

Sorgente: Cosa collega l’olio di palma agli aerei da combattimento – Pressenza

L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuto responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, stringe la mano ai delegati prima dell’apertura della trentaseiesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nella sede europea delle Nazioni Unite. Grazie a: Laurent Gillieron/AP

 

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

 

27 settembre 2017 — Informazioni pubblicate oggi dai media hanno rivelato che l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani due settimane fa ha iniziato a inviare lettere a 150 aziende in Israele e nel mondo, avvertendole che potrebbero essere aggiunte a una banca dati delle aziende complici che fanno affari nelle colonie illegali israeliane basate nella Cisgiordania palestinese occupata, compresa Gerusalemme Est.

Le lettere hanno ricordato a queste aziende che le loro attività nelle e con le colonie illegali israeliane sono in violazione di “diritto internazionale e contrarie alle risoluzioni dell’ONU”. Inoltre hanno chiesto che queste aziende rispondano con chiarimenti riguardo a tali attività.

Secondo funzionari israeliani di alto livello, alcune delle aziende hanno già risposto all’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani dicendo che non rinnoveranno i loro contratti o non ne firmeranno di nuovi in Israele. “Questo potrebbe trasformarsi in una valanga”, ha detto con preoccupazione un funzionario israeliano.

Delle 150 aziende, circa 30 sono ditte americane e un certo numero sono di nazioni che includono la Germania, la Corea del sud e la Norvegia. La metà restante sono aziende israeliane, compreso il gigante farmaceutico Teva, l’azienda telefonica nazionale Bezeq, l’azienda di autobus Egged, l’azienda idrica nazionale Mekorot, le due maggiori banche del paese Hapoalim e Leumi, la grande azienda militare e tecnologica Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB e Netafim.

Le aziende americane che hanno ricevuto le lettere includono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb.

A quanto riferito, l’amministrazione Trump sta cercando di impedire la pubblicazione della lista.

 

Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha commentato:

Dopo decenni di deprivazione dei palestinesi e di occupazione militare e apartheid da parte di Israele, le Nazioni Unite hanno intrapreso un primo passo concreto e pratico per assicurare che Israele sia ritenuta responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi. I palestinesi accolgono calorosamente questo passo.

Speriamo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU sia inflessibile e pubblichi la sua lista completa delle aziende che operano illegalmente nelle, o con, le colonie israeliane sulla terra palestinese rubata, e che elaborerà questa lista come richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU nel marzo 2016.

Può essere troppo ambizioso aspettarsi che questa misura coraggiosa dell’ONU concernente la responsabilità possa “fare scendere dal piedistallo” Israele, come il leader anti-apartheid sudafricano, arcivescovo Desmond Tutu ha richiesto una volta. Ma se attuata correttamente, questa banca dati dell’ONU sulle aziende che sono complici in alcune delle violazioni di diritti umani da parte di Israele può presagire l’inizio della fine dell’impunità criminale di Israele.

 

Il Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC) è la più grande coalizione della società civile palestinese. Guida e sostiene il movimento globale di Boicottaggio, Divestimento e Sanzioni. Visitate il nostro sito Internet e seguiteci su Facebook e Twitter @BDSmovement.

 

thanks to:  Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC)  

Traduzione di BDS Italia

 

 

UN takes first concrete step to hold Israel accountable for violating Palestinian human rights

Zeid Ra’ad Al Hussein, UN High Commissioner for Human Rights, shakes hand with delegates before the opening of the 36th session of the Human Rights Council, at the European headquarters of the United Nations. Credit: Laurent Gillieron/AP

September 27, 2017  — Today’s media reports revealed that the UN High Commissioner for Human Rights began sending letters two weeks ago to 150 companies in Israel and around the globe, warning them that they could be added to a database of complicit companies doing business in illegal Israeli settlements based in the occupied Palestinian West Bank, including East Jerusalem.

The letters reminded these companies that their operations in and with illegal Israeli settlements are in violation of “international law and in opposition of UN resolutions.” They also requested that these companies respond with clarifications about such operations.

According to senior Israeli officials, some of the companies have already responded to the UN High Commissioner for Human Rights by saying they won’t renew their contracts or sign new ones in Israel. “This could turn into a snowball,” worried an Israeli official.

Of the 150 companies, some 30 are American firms, and a number are from nations including Germany, South Korea and Norway. The remaining half are Israeli companies, including pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, the county’s two biggest banks Hapoalim and Leumi, the large military and technology company Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB and Netafim.

American companies that received letters include Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor and Airbnb.

The Trump administration is reportedly trying to prevent the list’s publication.

Omar Barghouti, co-founder of the BDS movement, commented:

After decades of Palestinian dispossession and Israeli military occupation and apartheid, the United Nations has taken its first concrete, practical step to secure accountability for ongoing Israeli violations of Palestinian human rights. Palestinians warmly welcome this step.

We hope the UN Human Rights Council will stand firm and publish its full list of companies illegally operating in or with Israeli settlements on stolen Palestinian land, and will develop this list as called for by the UN Human Rights Council in March 2016.

It may be too ambitious to expect this courageous UN accountability measure to effectively take Israel “off the pedestal,” as South African anti-apartheid leader Archbishop Desmond Tutu once called for. But if implemented properly, this UN database of companies that are complicit in some of Israel’s human rights violations may augur the beginning of the end of Israel’s criminal impunity.

The Palestinian BDS National Committee (BNC) is the largest coalition in Palestinian civil society. It leads and supports the global Boycott, Divestment and Sanctions movement. Visit our website and follow us on  Facebook and Twitter @BDSmovement.

thanks to: BDSmovement

Yom HaShoah In “Israel” – The Art Of Fabrication

Holocaust Remembrance Day is a national holiday in “Israel”, one replete with official ceremonies which are, of course, sufficiently solemn. “Never again!” is liberally sprinkled like confetti at a parade. Officials stand by with folded hands at memorial sites looking, again, sufficiently solemn.

In truth, “standing by with folded hands” is precisely what the nascent State of “Israel’s” first leaders did before, during and after the dark years of World War II. The only difference is that then they weren’t passively standing at memorials, they were accomplices at crime scenes.

Yom HaShoah is, at best, a limp attempt at salving the collective guilty conscious of the Zionist Establishment and, at worst, a blatant and cumbersome piece of propaganda. Someone must have forgotten to tell the “Israeli” government. Fiction needs to be plausible.

Though pontificating might somehow satisfy this writer’s outrage at “Israel’s” presumption to commemorate the suffering of European Jewry, their own words should be adequate condemnation.

American rabbi Abraham Jacobson once said,

“’How many times have we heard the impious wish uttered in despair over the apathy of American Jews to Zionism that a Hitler descend upon them? Then they would realize the need for Palestine.”
(New Palestine. Abraham Jacobson)

When the only way to convince someone of your political views is mass murder by proxy, you’re on very shaky ground indeed.

“Israel’s” first president, Chaim Weizmann, sympathized (so to speak),

“The only dignified and really effective reply to all that is being inflicted upon the Jews of Germany is the edifice erected by our great and beautiful work in the land of Israel.”
(Weizmann – Last of the Patriarchs, p. 182)

Considering saving the Jews of Germany and other European countries was apparently neither dignified nor effective.

Perhaps one of the most unabashed statements was made by Enzo Sereni, a World War II era, prominent Italian Zionist and co-founder of Kibbutz Givat Brenner.

“We have nothing to be ashamed of in the fact that we used persecution of the Jews in Germany for upbuilding of Palestine.”
(Zionism Today)

Rabbi Michoel Ber Weissmandel, of blessed memory, a Slovakian rabbi who almost single-handedly saved thousands of Jews during the Holocaust, wrote a letter in 1942(?) to the Jewish Agency in Switzerland pleading for money to stop transports of Czech Jewry to the gas chambers in Auschwitz. Nathan Schwalb, then serving as the Agency’s representative in Zurich, had this to say:

“As to the cry that comes from your country, we must be aware that all the nations of the Allies are spilling much blood and if we do not bring sacrifices, with what will we achieve the right to sit at the table when they make the distribution of nations and territories after the war? And so it would be foolish and impertinent on our side to ask the nations whose blood is being spilled for permission to send money into the land of their enemies in order to protect our own blood. Because only through blood will the land be ours. As to yourselves – members of the group – you will get out, and for this purpose we are providing you with funds by this courier.”

The Temple of Zionism requires “sacrifices” be brought to its altar.

In 1948, Rabbi Weissmandel published his “10 Questions to The Zionists”. Below are his questions.

1. IS IT TRUE that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that:
a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and
b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and
c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

2. IS IT TRUE that the Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

3. IS IT TRUE that the answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments:
a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees.
b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war.
c) No ransom will be paid.

4. IS IT TRUE that this response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

5. IS IT TRUE that in 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved.

6. IS IT TRUE that the same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

7. IS IT TRUE that during the height of the killings in the war, 270 Members of the British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany.

8. IS IT TRUE that this offer was rejected by the Zionist leaders with the observation “Only to Palestine!”

9. IS IT TRUE that the British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

10. IS IT TRUE that during the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizmann, the first “Jewish statesman” stated:

“The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important.”

Weizmann’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation,

“One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

thanks to: True Torah Jews

‘German, French special forces in Syria’

The Syrian government says French and German forces are present in northern Syria, condemning it as an act of “aggression.”

The Syrian Foreign Ministry said on Wednesday French and German forces are deployed to Ain al-Arab, also known as Kobani, and Manbij alongside US military personnel.

“Syria … considers it explicit and unjustified aggression towards its sovereignty and independence,” the official SANA news agency quoted the ministry as saying.

Foreign forces are aiding Syria Democratic Forces (SDF) near Manbij and Syrian Kurdish YPG militia, part of the SDF, in Ain al-Arab, characterizing the aid as part of an offensive against Daesh.

The ministry said any side “wishing to fight against terrorists must coordinate its moves with the legitimate Syrian government, whose army and people are fighting terrorism” across the country.

“Such presence under the pretext of fighting terrorism cannot elude any one,” it added.

The Britain-based Syrian Observatory for Human Rights said French special forces were building a base for themselves near Ain al-Arab.

France’s defense minister said last week that there were also special forces operating in Syria helping the SDF advance towards Manbij.

Berlin, however, was quick to deny the presence of German special forces in Syria.

“There are no German special forces in Syria. The accusation is false,” a spokesman at the Germany’s Defense Ministry said.

The Observatory, however, said German, French and American military advisers, and French and American special forces, were assisting the SDF.

Their presence has raised growing suspicion that the US and Europe are assisting a Kurdish campaign to establish a separate state in Syria.     

On Tuesday, Prime Minister Binali Yildirim said Turkey would not allow cooperation with terrorist organizations in Syria, referring to Kurdish groups which the US supports. 

Ankara and Washington have long been at loggerheads over the role of the US-backed Syrian Kurdish militia.

Turkey says the fighters are a terrorist organization affiliated with the outlawed Kurdistan Workers Party (PKK) but the US sees them as a partner in Syria operations.

In a speech to his ruling AK Party in parliament, Yildirim said Turkey won’t allow formation of new states in Syria.

Syrian men look at damage on June 13, 2016, following airstrikes the previous night on the al-Mashhad in northern Aleppo. © AFP

Syria is currently fighting foreign-backed militants such as Daesh and al-Qaeda-linked Nusra Front on several fronts, including in Aleppo which borders Turkey.

On Wednesday, the Syrian Observatory for Human Rights said fierce battles between government forces and Takfiri terrorists in Aleppo had left 70 fatalities in less than 24 hours.

The monitor said Syrian forces retook the villages of Zaytan and Khalasa to the southwest of the Aleppo city after losing control of them hours earlier.

The area overlooks the government supply road around the south of Aleppo, linking government-held Nayrab airport to the city’s southeast and areas controlled by government forces to its west.

The Syrian daily al-Watan said Russian fighter jets resumed their missions in Aleppo, targeting positions of al-Nusra Front and allied forces on Wednesday.

Moscow launched airstrikes against Daesh and other terrorist groups in Syria on September 30 upon a request from the Damascus government.

Sorgente: PressTV-‘German, French special forces in Syria’

‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

The country’s ex-Chancellor Gerhard Schroeder blasted the Merkel administration for the threatening provocation that risks sparking a new Cold War or worse.

On Saturday, former German Chancellor Gerhard Schroeder called the build-up along the Russian border during the summer of hostilities a “serious mistake” only days after the country’s forces took the lead in NATO’s Anaconda-2016 war games on the 75th anniversary of the German invasion of the Soviet Union in June 1941.

The Anaconda War Games, billed as a response to “Russian aggression” by the United States and Allied Forces involves over 30,000 NATO troops in Poland and follows several rounds of war games along Russia’s border in recent months. The provocative wargames also constitute the single largest movement of foreign troops within Poland’s borders since World War II.

Last year, when American think-tanks first started to beat the drums of a new Cold War saying Russia may have designs on invading NATO countries, President Vladimir Putin attempted to dispel these concerns saying, “I think that only an insane person and only in a dream can imagine that Russia would suddenly attack NATO.”

The Obama administration appears to have indulged in the fantasy by increasing US defense appropriations along Russia’s border by fourfold to repel a prospective attack from Russian forces. More concerning, they have brought the rest of NATO’s membership along for the ride with Poland expected to call for permanent troops to be situated along their border and with a missile defense shield established in Romania and a new one under construction in Poland.

The former German Chancellor remains concerned to see that the beleaguered Merkel government, which recent polling shows carries less than a 25 percent approval rating, also fancies itself part of the new Cold War fantasy.

“Overall, the EU needs Russia and Turkey in terms of security policy,” said Schroeder blasting the government for outlandishly taking part of it the massive military buildup along Russia’s border on the anniversary of the Nazi invasion.

The Russian government has responded by developing the Yu-74 ultra-maneuverable hypersonic glide vehicle which military analysts confirm has the capacity to penetrate any missile defense system and has also looked to beat back US and NATO threats from the Baltic region with a series of “buzzing” incidents — flying fighter jets next to American battleships.

The Kremlin remains steadfastly opposed to being baited into massively increasing defense appropriations to ward off a threat that should not exist and continues to responsibly explore international avenues of diplomacy against the American and German-led provocations.

Sorgente: ‘Big Mistake’: Germany Leads NATO Games Near Russia 75 Years After Nazis

Thousands of Germans Participate in Anti-Drone Protest Near US Air Base

About 5,000 Germans protested against drone strikes near the US military air base located Germany, local media reported.

BERLIN (Sputnik) — Some 5,000 Germans protested on Saturday near the US military air base located in Ramstein, Germany against drone strikes, local media reported.

Sorgente: Thousands of Germans Participate in Anti-Drone Protest Near US Air Base