Mille volte “Grazie” Presidente!

DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

La vita è buffa e talvolta ingiusta, ma se sei credente va sempre bene perché poi tutto “s’aggiusta”. Per questo, Presidente Mattarella, la ringrazio perché Lei ieri sera, nonostante le terribili pressioni e minacce ricevute negli ultimi giorni da quelli del M5S e della Lega, “ha aggiustato tutto” ed io, come milioni di Italiani che hanno votato il 4 Marzo scorso, ho ritrovato la fede che stavo per perdere.

E lo ha fatto dando ragioni sacrosante, citando lo spread, la cui impennata ha aumentato “il nostro debito pubblico  e riduce la possibilità dello Stato per nuovi interventi sociali” – proprio quelli che il programma di M5S e Lega voleva realizzare e che l’Italia non vede da decenni – per incoraggiare e salvaguardare quei risparmi dei cittadini che non ci sono più ormai da anni perché tutto quello che si percepisce va giustamente a pagare tasse per far quadrare conti imposti dall’EU, ma che sulla carta lei deve garantire.

Se difendendo il popolo Italiano poi Lei ha difeso anche gli amici, tanto meglio. Quegli amici che l’Italia ha in Europa, che volevano impedire un governo in cui la Germania avrebbe preso meno soldi nostri, che, da ingrati, volevamo intascarci come Der Spiegel ci ha ricordato pochi giorni fa con la vignetta “dell’Italia Scroccona”, quella che in Apecar si lancia a 200 km all’ora nel burrone mentre il guidatore fa il gesto dell’ombrello. Rimaniamo ridicoli come vuole lo stereotipo, altro che barbari che si tolgono di dosso il servaggio imposto da pavidi burocrati!

Anche, perché dopo aver tentato di cambiare le cose, per l’immaginario collettivo la Sua scelta ha confermato che noi siamo davvero sempre e comunque dentro l’Apecar, ma almeno Lei ci ha evitato lo schianto, quindi di nuovo “Grazie”. Ci ha anche risparmiato la tiritera di chi, se fosse andato al governo, avrebbe messo la parola stop ai conflitti di interesse del nano di Arcore, che per 18 anni ha fatto patti con la mafia, quella stessa che nel 1980 uccise suo fratello, Presidente Mattarella. Ora il nano, condannato da una sentenza della magistratura Italiana, quella stessa dello stato di cui Lei è garante Presidente, potrà continuare a tirare a campare per qualche anno sicuro dell’impunità, e magari riuscirà a fare rieleggere un suo clone.

Ma soprattutto “Grazie” per averci fatto capire in modo inequivocabile cosa sia realmente il popolo Italiano, per Lei e per gli amici suoi di cui sopra: una massa indistinta di MQM senza nemmeno il diritto di votare e scegliersi il proprio governo – a meno che non vada bene a Lorsignori amici suoi, s’intende – una massa dannata le cui vite e fatiche servono solo a versare soldi per far quadrare conti che il suo nuovo prescelto in pectore Cottarelli – ma chi l’ha mai visto e votato questo? – saprà rincarare. Si sa, i “milioni di profughi e rifugiati di guerra”, amici inconsapevoli del magnate e speculatore mondiale neoliberista George Soros che sbarcano a frotte in Italia e che il trattato di Dublino ci ha imposto, qualcuno li deve pur tenere e mantenere.

E chi se non il popolo di cui sopra può assolvere al meglio tale compito?! Quel popolo che può anche festeggiare i risultati sorprendenti di elezioni e nuovi eletti come i bifolchi festeggiavano il carnevale nei tempi bui del medioevo, ma poi, insegnava Eco ne Il Nome della Rosa, arriva la Quaresima al termine del carnevale, e il bifolco che credeva di poter mettere il mondo sottosopra tornava a spalare letame e a versare decime al clero, al giusto posto dove altri più saggi di lui avevano deciso che dovesse stare in sæcula sæculorum.

E Luigi di Maio chi si credeva di essere? Voleva forse fare la rivoluzione? Per quella dovrà aspettare e fare attenzione che se anche un domani dovesse cambiare legge elettorale e il M5S avere la maggioranza sbalorditiva del 70%, potrebbero esservi altri “legittimi” dubbi di incostituzionalità, oppure i Lorsignori neoliberisti ed euroinomani potrebbero mettere temporaneamente a disposizione aiuti speciali per il campo profughi su cui sventola il tricolore per far credere che la crisi è superata, o magari arrivare a tirare qualche petardo se dovesse servire a ristabilire l’ordine in piazza.

E mentre ora su web e stampa spuntano le prime accuse su doppiogiochisti e traditori ed impazzano consigli su “cosa si doveva fare”, e come andavano applicate strategie “del salto della rana” di MacArthur per bypassare l’opposizione a Savona al ministero dell’Economia senza impuntarsi, come gli americani aggiravano le roccaforti nipponiche nel Pacifico nel ’43-‘44 per poi prenderle per fame, Lorsignori, in un contesto da tregenda, dicono che lei ci ha salvato dal chaos! Nel mentre Cottarelli è già arrivato al Quirinale, quatto-quatto e con precisione teutonica. Uno che opera in un sistema organizzato insomma, altro che bifolchi solo pronti a prendere le cose di petto, o buoni tutt’al più come carne da cannone da massacrare in trincea per poi scordarsene! Bifolchi, da dimenticare appunto.

La ringrazio quindi a nome di tutti gli Italiani onesti, per averci fatto capire tutto questo Presidente Mattarella, e non si preoccupi ora, che tanto nessuno la metterà in stato d’accusa. E non per paura degli impenetrabili quadrati che il PD innalzerebbe pronto ad immolarsi in sua difesa, come quelli Inglesi a Waterloo. No, non per  questo, perché in quei quadrati sterminatori qualche corazziere Francese riuscì comunque a far breccia e non si sa mai come potrebbe andare a finire con il coraggio e lealtà del PD.

Non si deve invece preoccupare perché è ovvio che chi non vuole il governo dei “Populisti”, ma in passato ha accettato che a governare fosse una costituzionalistica accozzaglia di mafiosi, soubrette, escort e venduti – i nomi li scelga Lei se vuole – preferisce per l’Italia un governo di “Frodisti”, ladri in doppiopetto e fabbricatori di frodi, appunto. Ora se questi galantuomini non hanno permesso al popolo Italiano di avere il proprio governo con maggioranza democraticamente eletta, chi può arrivare a credere che permetterebbero di condannare chi, come Lei, con sagge motivazioni di difesa costituzionale quel governo ha negato?

Infine un “Grazie” personale, molto sentito. Alcuni amici miei, con masters e dottorati che in Italia non trovavano lavoro neppure come parcheggiatori abusivi e che, per questo, da anni vivevano all’estero dove i loro titoli di studio ed esperienza valgono qualcosa indipendentemente dal cognome che portano o dagli amici che hanno, alla notizia dell’accordo di governo mi hanno chiamato nei giorni scorsi dicendomi che se era tutto vero sarebbero tornati subito, per dare il loro contributo a far ricrescere l’Italia.

Era tanto minacciosa ed incostituzionale la piattaforma stilata da M5S e Lega da spaziare dalla sicurezza alle pensioni,  dallo stop al business dell’immigrazione al lavoro, dalla legittima difesa alla flat tax, dal superamento della  legge Fornero, che ha danneggiato tutti, sia pensionati che giovani, al reddito di cittadinanza che doveva aiutare le persone in povertà assoluta e relativa ad arrivare a fine mese e a trovarsi un’occupazione… e poi ancora l’eliminazione delle pensioni d’oro, una tassazione più bassa per le imprese, il codice etico per i membri del governo, la tutela del territorio. Di fronte a tali minacce e idee strampalate che li avevano galvanizzati io, un po’ furbescamente lo confesso, ho scommesso con loro consigliandogli di lasciar perdere, che prima o poi sarebbe sfumato tutto. E avevo ragione perché alla fine Lei mi ha fatto vincere con rapidità imprevista la posta in gioco della scommessa: 1 euro! Mille volte “Grazie” Presidente per questo!!!

Sa io vivo in un piccolo centro alle porte di Parma ed una settimana fa, alla notizia che il Parma era tornato in serie A, il paese di sera è esploso in un urlo collettivo e in festeggiamenti durati ore; i festoni e le bandiere in certe case sono visibili ancora oggi. Ieri sera invece, quando a reti unificate Lei faceva una scelta incostituzionale garantendo costituzionalmente lo spread, a parte le urla di uno che da un giardino vicino bestemmiava e che per rispetto Suo non riferisco – sarà stato il solito esaltato del M5S o della Lega – dai balconi e dalle finestre aperte si spandeva nell’aria un silenzio assordante, rotto solo, oltre che dalle imprecazioni a cui accennavo, dal rumore di forchette sui piatti e di notizie sportive. E dire che anche qui il 4 Marzo scorso hanno votato in massa M5S e Lega, anche se in percentuale un po’ inferiore a quelle di altre regioni.

Che dire? Questa è l’Italia che lei ha difeso per impedire che un facinoroso come Savona diventasse Ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Conte. Il governo meglio farlo fare ad un ragioniere che rassicuri i mercati, in particolare quelli stranieri che affamano quel popolo che si è lasciato svendere dai suoi governanti e la cui costituzione Lei difende. Anche per questo Presidente a Lei va ancora il nostro “Grazie”, e a noi un “Grazie al ca…” per averci creduto. A ciascuno il suo.

Alessandro Guardamagna

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

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NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI.

A tutti quelli che nei prossimi giorni vi faranno paura con lo spread, il debito pubblico, i  ”ci faranno fare la fine della Grecia”, il “Ci riduciamo come l’Argentina”,  vorrei poter raccontare che abbiamo qualche freccia al nostro arco.

L’Italia è uno dei 5 Paesi nel mondo con un attivo manifatturiero (industriale) di più di 100 miliardi di dollari; è il numero 2 in Europa , e il quarto nel mondo.

Insomma è (ancora) un grande paese industriale, e l’84% del suo export sono prodotti industriali. L’Argentina,come hanno spiegato Bagnai e Borghi a un non-esperto giornalista del Corriere, è un paese agricolo; che  esporta granaglie, ossia  materia prime grezze, dove a  fare i prezzi sono i mercati internazionali. E “una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi. Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro. Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli. Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando”.

Risposta di Bagnai e Borghi a una fake news del Corriere

https://www.maurizioblondet.it/risposta-di-bagnai-e-borghi-a-una-fake-news-del-corriere/embed/#?secret=YAakyaqLxr

Un paese industriale, invece, hanno spiegato Borghi e Bagnai, è ben diversa: perché i  loro prodotti  diventano più appetibili se il loro prezzo scende, e dunque, “quale valuta si adotti” (se sopravvalutata come l’euro o no) diventa rilevante. Ad esempio, “ un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi”.

Per questo i famosi 150 economisti tedeschi che minacciano di buttarci fuori dall’euro, in pratica pretendendo che Draghi smetta di comprare i titoli del debito italiano, non hanno capito che si danno la zappa si piedi.

L’Italia infatti è “in avanzo primario” da quasi trent’anni. Ciò significa che, una volta pagati gli interessi sull’enorme debito, siamo in attivo. Se i 150 tedeschi ci obbligassero alla bancarotta, staremmo a galla, anzi non pagheremmo più i quasi 80 miliardi di euro ANNUI con cui serviamo annualmente il debito. Torneremmo immediatamente di nuovo solvibili e super-competitivi per la svalutazione monetaria, e quindi i mercati finanziari, pieni di liquidità e assetati come sono di rendimenti, farebbero la fila  per comprare i BoT –  e indebitarci di nuovo. Questi economisti non sanno quel che dicono. Fra l’altro, la BCE non è “indipendente” dalle pressioni politiche dei governi?

Per questo Evans Pritchard, il miglior giornalista economico europeo, ha scritto sul Telegraph: “Gli strumenti di tortura di Juncker  non servono contro la ben agguerrita insurrezione italiana”  (attenzione: Juncker ha detto : “Abbiamo degli strumenti di tortura in cantina”, contro i paesi ribelli.  Lo ha detto davvero.  E li abbiamo visti usare contro la Grecia)

https://www.telegraph.co.uk/business/2018/05/23/junckers-torture-tools-useless-against-italys-well-armed-uprising/

Se siete scettici, c’è Barrons, la più importante rivista finanziaria americana. Che pubblica un pezzo dal titolo:

“L’Italia senza euro non sarebbe l’Argentina, né la Turchia. Sarebbe la Gran Bretagna”.

L’autore, Mattew Klein, dimostra che la moneta unica obbliga  l’Italia ad una politica di bilancio troppo stretta e tirata, specie durante le recessioni (quando ci sarebbe bisogno di fare più spesa pubblica) e inoltre rende la sua politica monetaria più avara di quel che deve essere.

Il paragone con l’Inghilterra ha un senso. Non solo perché non siamo un paese emergente come il Brasile  o la Turchia, ma una antica e solida economia manifatturiera come il Regno Unito, il che fa una differenza.

Klein è andato a  vedersi la storia dei tassi d’interesse (pagati sul debito pubblico) di entrambi i paesi, ed ha viso che per 40 anni sono stati più o meno sovrapponibili. Con un paio di eccezioni.

Ricordate nel 1992, la speculazione sulla lira di George Soros? Che ci costrinse  ad uscire  dal “serpentone” europeo (ERM, European Exchange Rate Mechanism) dove  tenevamo agganciata la lira al marco? Ebbene: anche la sterlina subì lo stesso attacco speculativo. La differenza è che Londra abbandonò l’aggancio al marco (e perse la “fortuna” di entrare nell’euro), mentre da noi- governavano Ciampi e Amato –  abbiamo recuperato l’aggancio, per avere quella “fortuna” (tra l’altro, il periodo di dis-aggancio, con la svalutazione conseguente, migliorò la nostra economia).

Certo, l’Italia ha una quantità di gravi problemi:  l’invecchiamento demografico spaventoso, la divisione Nord-Sud, una “cultura”anti-liberista, una istruzione bassa eccetera. Ma anche il Regno Unito ha problemi non dissimili: divisione Nord-Sud, cultura popolare anti-intellettuale, banche a  mal partito.  Chi va a Londra, ha una impressione di benessere e sofisticazione affascinante. Ma, dice giustamente Klein, “togli la Grande Londra, la cui prosperità dipende in grado sgradevole dalla volontà di dare servizi a ricconi del Medio Oriente o oligarchi ex-sovietici”, e  il Regno Unito è uno dei paesi più poveri dell’Occidente”.  La City di Londra, centro della finanza globale, “vale” il 25% del Pil inglese.

Inoltre, bene o male, il lavoratore italiano è più produttivo di quello britannico. La produttività di quello italiano è cresciuta poco dopo il 2007, ma è cresciuta poco anche quella del britannico. Inoltre, aggiunge Klein “il governo inglese  ha aumentato le tasse e tagliato la spesa dopo le elezioni del 2010, senza che i mercati lo chiedessero” (e aggiungiamoci i costi dell’affiancamento militare alle invasioni USA). Ebbene: nonostante ciò, i risultati economici sono stati diversi: perché il Regno Unito ha la sua sovranità economica, ha creato più posti di lavoro e più inflazione”.

Ciò è riflesso nella tabella, che indica il prodotto lordo pro-capite nei due Stati. La linea blu è l’Italia e scende. Quella arancio inglese, sale.

Osservate le linee punteggiate. Quella grigia dice  come sarebbe cresciuto il prodotto lordo a testa degli italiani se avessero avuto la  crescita di posti di lavoro e di ore lavorate che ha avuto l’Inghilterra; la linea punteggiata gialla mostra cosa sarebbe accaduto agli inglesi se avessero dovuto  vivere nelle nostre condizioni, quelle in cui ci ha messo la moneta unica.  “Se l’Italia avesse  avuto il basso costi di indebitamento di cui gode il REGNO Unito, e la stesa flessibilità dei tassi d’interesse,  la sua economia sarebbe il 10 % meglio. Per contro, se gli inglesi fossero aggravati dalla appartenenza all’euro come l’Italia,  starebbero il 10% peggio di quel che stanno”: S’intende, conclude il giornalista: l’Italia ha problemi gravi  inerenti  da risolvere. La sua economia non è sana. Ma se non fosse nell’euro, non diventerebbe come l’Argentina. Diventerebbe più o meno come l’Inghilterra.

Aggiungiamo che l’Italia ha, per la maggior parte del ventennio passato, avuto una bilancia dei pagamenti  in attivo – in ciò molto diversa da Spagna, Portogallo e Grecia.

Inoltre, l’Italia ha migliorato i  suoi “terms of trade” più della Germania, anche se la sua produttività ristagna. Cosa significa?

Significa che il  prezzo relativo delle esportazioni italiane,  in termini di importazioni, è più  alto.  Facciamo un esempio estremo. Un paese africano che esporta solo banane, se deve comprare un Boeing per la sua compagnia aerea, avrà difficoltà a raggranellare i  dollari per l’acquisto; prenderà quindi un aereo  più piccolo, di epoca sovietica, malandato di terza mano.  O non avrà nemmeno una compagnia aerea nazionale. Quel paese africano ha un cattivo “terms of trade”:  quante centinaia di tonnellate deve vendere per comprare un  mezzo tecnicamente moderno!  Migliorare i terms of trade, è una cosa buona. Migliorarli rispetto alla Germania vuol dire che abbiamo industrie, magari piccole, di eccellenza  globale, di “valore” pregiato sui mercati internazionali.

Un’altra conseguenza è questa: lo statale fancazzista pagato il 17% più del lavoratore privato,  e il ragazzotto  che “Non studia né lavora” e si compra la coca (MERCE D’IMPORTAZIONE) in discoteca, spendono alla fin fine i dollari che qualche altro italiano ha guadagnato lavorando sodo con le produzioni di eccellenza che, esportate, ci danno quel vantaggio di cambio: un vantaggio che il cocainomane  gira alla malavita per il suo piacere personale e criminale. In questo senso,  va ritenuto non solo un idiota, ma anche un nemico della patria. Come il  fancazzista pubblico (o privato). La patria è una cosa molto concreta.  Richiede una nuova austerità: quella  di liberarsi dei piaceri superflui, che oggi sono  sabotaggio, e mancanza di rispetto per il copmpatriota che lavora.

Ciò ci induce a parlare della “produttività” italiana, calata drammaticamente proprio mentre il paese pagava laboriosamente e con sacrifici gli interessi sul debito, migliorando persino la propria bilancia dei pagamenti e i terms of trade.

Come mai accade questo? Ci ha studiato Luigi Zingales per la Chicago University. La sua conclusione è che la produttività italiana ha smesso di migliorare da metà degli anni ’90 non tanto perché il lavoro fosse troppo regolato e protetto, e nemmeno, tutto sommato, a causa delle inefficienze del sistema pubblico. La vera causa starebbe nella incapacità degli imprenditori di  aver colto  la rivoluzione delle telecomunicazioni, per ristrettezza culturale; la mancanza di criteri meritocratici nella selezione dei migliori .”Familismo e clientelismo”  sono le due cause della nostra perdita, arretratezza culturale e intellettuale di un paese che, nel suo insieme, ha smesso lo sforzo di essere migliore nel mondo.

http://faculty.chicagobooth.edu/luigi.zingales/papers/research/Diagnosing.pdf

Siamo, a parte le valorose eccezioni, un popolo zombificato.

Zombificazione” è il termine che usa per l’Italia un economista che simpatizza con la rivolta italiana, Bruno Bertez. “La banche italiane, riempite di titoli di  debito pubblico (per volontà di Draghi), non fanno più il loro mestiere di aprire crediti. E siccome l’economia non produce  più salari per la  austerità imposta dai tedeschi, non c’è potere d’acquisto nel sistema italiano. Draghi ha aggravato il problema: i titoli di debito pubblico che lui ha incitato le banche italiane ad acquistare, sono titoli che (nel quantitative easing in corso) possono essere rifilati alla BCE: ciò ha permesso di mascherare la situazione detrimento del vero mestiere delle banche: finanziare le imprese, la crescita e l’occupazione.

Così, “il male italiano, a causa delle politiche imbecilli del suo establishment, dell’Europa, di Draghi, s’è installato nella zombificazione. In Italia, tutto ciò che è ufficiale, è zombi. Le stesse strutture del paese sono intaccate dalla zombificazione”.

E come non bastasse, “un patto vergognoso e infame hanno fatto le dirigenze italiane con Bruxelles, con la Merkel: noi prendiamo in carico e ci  teniamo, in Italia, parcheggiate, le orde di migranti, e voi in cambio chiudete gli occhi sui nostri problemi che non abbiamo risolto”.

E’ esattamente il patto che hanno stretto Renzi e il Pd e le sinistre con la UE.

Per Bertez il voto populista è “la reazione delle forze primarie, istintive, sotterranee – magari primarie e rettiliane, non intelligenti ma vitali – che si alzano e dicono: non vogliamo continuare ad essere zombi, vogliamo vivere.” Fornire intelligenza a queste forze primitive vitali, sarà il compito del governo nuovo. Non domandatevi se è il caso di  credergli. Bisogna domandasi invece chi sta remando contro, perché ci vuol mantenere zombi.

E quando i media  chiederanno, provocatori, dove il governo troverà i soldi per mantenere le sue  promesse, magari il governo risponderà: cominciamo da voi.

I giornali sono per il Sistema e contro il governo giallo-verde. Li pagate voi. Quanti ne leggete? Di molti io stesso non sapevo nemmeno che esistessero.

Sorgente: NELL’ITALIA ZOMBIFICATA, CERCANSI FORZE VITALI. – Blondet & Friends

GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio.

Da quel che ho capito io, Mattarella non vuole i ministri che gli propone l’alleanza di governo. Dicono che continua  telefonare a Draghi per avere, diciamo, istruzioni o pareri: “Conti ti va?”.  Draghi: Per carità, e chi lo conosce. E’  incompetente. E’ un tecnico (i media ripetono: incompetente, troppo tecnico, ha falsato il suo curriculum)

NON ABBASTANZA competente.

Mattarella:  “Mi propongono Paolo Savona lo accetti? Draghi: “Di male in peggio, quello è troppo competente. E’ anche uno del sistema, quindi non possiamo attaccarlo come un barbaro invasore.  Ex direttore generale di Confindustria e ministro dell’Industria del governo Ciampi, lunghi anni a fianco di Guido Carli, che da ministro del Tesoro firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. Sperimentato. La sa troppo lunga. Riuscirebbe a pilotare l’uscita concordata dall’euro. Sa come fare. Nelle trattative metterebbe in difficoltà Merkel e  Macron. No no, proprio no”.

TROPPO competente.

I media strombazzano:  Paolo Savona è anti-euro, non va bene.  Ci vuole un ministro non critico dell’euro, altrimenti l’Europa si sente offesa. Altri spiegano: Paolo Savona è interno al Sistema, dunque in contraddizione col populismo. Bocciato.

Mattarella mette il veto.

Il presidente Mattarella si prende tempo. Continua a ricevere messaggi dalla cosiddetta Europa: “L’Italia  rispetti gli impegni”; “Presidente, non permetta che i  barbari distruggano lo splendido lavoro che abbiamo fatto a Bruxelles”.

Centocinquanta economisti tedeschi  firmano un documento  di fuoco in cui esigono che l’Italia esca dall’euro. Cosa che dimostra lo stato di confusione mentale in cui li abbiamo sprofondati: prima, quando l’opzione di uscita dall’euro era comparsa nella bozza Lega-M5S, tutti a strillare che è uno scandalo! E obbligano a cancellare quella opzione. Poi la stessa opzione compare con la firma di 150 economisti germanici, e va bene.

E Mattarella che fa? Aspetta. Aspetta che Salvini e Di Maio gli propongano i ministri giusti. Giusti  secondo gli europeisti e i media. Si capisce che sarebbe contento se Salvini e Di Maio gli proponessero: come presidente del  consiglio, vogliamo assolutamente Gentiloni. Come ministro dell’economia, scegliamo di nostra iniziativa, Padoan. Agli Esteri, Alfano. La Fedeli all’Istruzione…

Quello sarebbe il governo giallo-verde ideale, per Mattarella. Il quale continua a far ripetere ai media che è sua prerogativa presidenziale scegliere i ministri.

C’è addirittura qualche media che sostiene: la pretesa dei vincitori alle elezioni di volersi scegliere i ministri è contraria alla Costituzione.  Corrado Augias comincia a scrivere che al punto in cui siamo, per salvare la democrazia, bisogna vietare le elezioni: è il pensiero ricorrente della cultura di sinistra. Su Il Foglio, il direttore neocon Claudio Cerasa lancia un appello disperato a Berlusconi e a Renzi: sciolgano PD e Forza Italia e  li fondino in una sola “opposizione propositiva pro Occidente, pro mercato, pro Europa” contro il governo giallo-verde votato dal popolo.

Insomma non sanno più cosa inventarsi. Hanno una gran voglia di golpe. Sperano moltissimo in un aumento dello spread. Invocano l’aiuto dei “mercati”: non vedete l’immane debito pubblico italiano?  Chiedete di più di interessi! Rovinate gli italiani che hanno votato  male!

Al che un operatore finanziario domanda: se – come credono i media – c’è una correlazione fra debito grosso  e spread, come mai il Giappone che ha un rapporto debito/Pil del 235 per cento, ha uno spread nullo, anzi “NEGATIVO rispetto ai bund tedeschi, e non è sotto la minaccia dei mercati?

Il Giappone: rapporto  debito/Pil è  al 235%, ma i “mercati” non si allarmano. Perché ha la moneta sovrana.

Cosa volete, rispondere  a questa domanda sarebbe imbarazzante: il Giappone non allarma i mercati perché non è nell’euro, ha una moneta sovrana  e una banca centrale sua, che garantisce di pagare tutti li yen che servono per servire gli interessi sul debito.

Si potrebbe dedurre che i nostri problemi di spread dipendano dalla UE  e dall’euro.  Un’idea malsana e barbara. Omofoba e antisemita.

Quindi, gli sguardi si volgono di nuovo a Mattarella. Gli danno suggerimenti. Come nota Massimo D’Antoni, professore di scienza delle finanze a Siena:  “I giornali continuano a scrivere che al Quirinale il problema sarebbe la proposta di un ministro [Paolo Savona]  che ha dei dubbi sull’euro. Non so se sia vero. Mi rifiuto di crederci, perché se così fosse sarebbe una motivazione a dir poco sconcertante”:

Già. Avremmo un presidente della repubblica che censura preventivamente le idee politiche di un economista  assolutamente rispettato,  che è stato ministro, banchiere, boiardo di Stato, persino Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica….

Mattarella come presidente che mette il veto – non motivandolo –  su un tale nome, concordato dalle forze che rappresentano la maggioranza in parlamento, “introdurrebbe un precedente pesantissimo” (D’Antoni).  Il precedente si chiama golpe. Qui, diciamolo chiaro, c’è una grande tentazione di golpe. Lo chiede il PD. Lo chiede Forza Italia. Lo chiedono i media. Ce lo chiede l’Europa.

Forse Draghi ha trovato una via d’uscita. Telefona a Mattarella: “Dì che scelgano Di Maio. Quello è un novizio, non capisce niente di finanza monetaria, non sa le lingue, riusciamo a intimidirlo nei vertici UE …e lo facciamo su”. (non cito letteralmente: Fare su, è un mio milanesismo per imbrogliare).

I media cominciano a scrivere: si torna a pensare a un politico come presidente del consiglio. Di Maio, perché no?

 

Resta da mettere qualche puntino sulle i. Il professor Conti,che prima non andava bene  perché “un  perfetto sconosciuto”, poi non va bene perché ha difeso una famiglia che voleva far curare sua figlia malata con la Stamina:  occorre precisar che un avvocato difende anche un omicida, senza essere necessariamente un promotore dell’assassinio? Ma la cosa più  incredibile è che i media e il PD continuino a dire che”ha taroccato” il curriculum.. Che ha millantato una laurea presa a New York, come un qualunque Oscar Giannino, e che l’Università di New York dice che non è mai stato iscritto. In realtà, ecco cosa Conti ha scritto nel suo curriculum:

Vuol  dire che il professore è stato ad ascoltare lezioni all’università – ciascuno può farlo, l’ingresso è libero – per   ascoltare oratorie in un bell’inglese,  migliorare la propria comprensione della lingua, impratichirsi della terminologia giuridica. Io stesso l’ho fatto ormai decenni fa alla Tulane University di New Orleans.  Certo, andare in una università straniera per migliorare la propria competenza linguistica, è un tipo di problematica che non ha mai interessato la Fedeli, con la sua terza elementare, messa dal PD a fare la ministra dell’Istruzione: e  in quel caso, Mattarella ha trovato  che le competenza della vecchia rossa bastano e avanzano. Non ha trovato nulla da ridire sulla competenza scientifica della Lorenzin, una liceale, messa alla Sanità, con potere vacinale dittatoriale. Nè ha avuto dubbi sulle competenze di Alfano, che non sa alcuna lingua, come  ministro degli Esteri. Se si obbedisce all’Europa, non c’è bisogno di essere cervelli, di sapere qualcosa, di imparare: basta eseguire gli ordini.

 

Il debito pubblico: “Il governo giallo-verde lo farà aumentare! Bisogna impedirglielo!”: così  esclamano le sinistre  che in dieci anni di governo hanno aumentato  il debito pubblico così:

 

 

(Guardate come cresce dal 2011, ossia dal “competente” Mario Monti)

Stefano Fassina, nel  PD uno dei più a sinistra ma oggi cane sciolto e spirito libero, approva Paolo Savona:

Stefano Fassina (@StefanoFassina) ha twittato alle 10:16 AM on mar, mag 22, 2018:
Paolo #Savona come ministro economia e finanze @MEF_GOV è competente e equilibrata coerenza con voto @M5S_Camera @M5S_Senato e @LegaSalvini il 4 Marzo. Savona da tempo fa analisi fondate su mercato unico e €-zona e ne rileva insostenibili effetti di svalutazione del lavoro.
(https://twitter.com/StefanoFassina/status/998840059033014277?s=03)

BERLINO:  non sapeva come rifutare i programmi  di Macron  sulla messa in comune di profitti e perdite come in una vera area monetaria.  Adesso ha colto la palla al balzo  per stoppare tutto. “Finché l’Italia non finisce di fare le sue riforme. E siccome non le fa più…”,.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-05-21/governo-m5s-lega-timori-tedeschi-ora-stop-riforme-dell-area-euro–124559.shtml?uuid=AEKSmwrE&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

“La Germania, da sempre contraria alla condivisione dei rischi in Eurozona, coglie la palla al balzo per dire che… non vuole la condivisione dei rischi” (Luciano Barra Caraccio)

Per i più esperti, propongo l’articolo seguente:

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L’EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA’ MAI

https://orizzonte48.blogspot.it/2018/05/cosa-pone-veramente-in-pericolo.html

E’ la comune spoliazione dell’Italia il vero collante della “unità” franco-tedesca, che altrimenti sarebbe divergente.

“La verità sta proprio nel fatto che l’Italia “allarma” non per la sua debolezza ma per la sua forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell’euro.”

Sorgente: GLI EUROPEISTI INVOCANO IL GOLPE- per salvare la Democrazia, ovvio. – Blondet & Friends

Cosa collega l’olio di palma agli aerei da combattimento

Il divieto di olio di palma nel biocarburante rischia di essere sospeso nonostante la decisione del Parlamento Europeo. Gli interessi economici non devono avere priorità su ambiente e diritti umani!

Lo scorso 17 gennaio 2018 il Parlamento Europeo ha votato con larga maggioranza per un temporaneo abbandono da parte dell’Europa dell’uso di olio di palma come biocarburante. Ciò nonostante il divieto rischia di non essere mai applicato a causa di diffusi interessi economici che potrebbero avere la meglio sulla tutela dei diritti umani e dell’ambiente. I governi di Francia e Gran Bretagna hanno criticato il divieto in vista di possibili esportazioni militari in Malesia e anche in Germania potrebbero presto arrivare critiche al divieto a causa della candidatura di Siemens per l’aggiudicazione della costruzione di una superstrada in Malesia.

La decisione del Parlamento Europeo aveva provocato le proteste della Malesia e dell’Indonesia, i due maggiori esportatori di olio di palma. La Malesia ha accusato l’Europa di discriminazione minacciando il boicottaggio dei prodotti europei. Entro la fine del 2018 il Parlamento Europeo, la Commissione Europea e il Consiglio Europeo intendono concordare una comune politica dell’Unione Europea sulla questione dell’olio di palma.

Lo scorso 29 gennaio durante una visita in Malesia la Ministra della difesa francese Florence Parly ha però annunciato che il suo paese voterà contro il temporaneo divieto deciso dal Parlamento Europeo sostenendo l’importanza dei questa materia prima per l’economia malese. Il vero motivo per la posizione francese sembra però essere il tentativo della Francia di vendere al paese asiatico 18 aerei da combattimento Rafale di produzione francese. L’affare è minacciato dallo sforzo del governo britannico di vendere a sua volta i propri aerei da caccia Typhoon al paese asiatico. Il ministri della difesa britannico Gavin Williamson sostiene che il mancato affare del valore di 5,6 miliardi di Euro minaccerebbe 20.000 posti di lavoro nel settore dell’industria bellica. Per contro, il ministro dell’ambiente britannico Michael Gove si è espresso a favore del divieto.

Gli ostacoli alla messa in atto del divieto temporaneo all’uso di olio di palma nel biocarburante sembrano crescere in seguito alla candidatura della tedesca Siemens che insieme alla sua consociata malese George Kent mira a ottenere l’incarico della costruzione della superstrada tra Kuala Lumpur e Singapore. L’Europa evidentemente è facilmente ricattabile e molto lontana dal riuscire a decidere una comune politica estera e dell’ambiente. A sopportarne le conseguenze sono in primo luogo le popolazioni indigene le cui terre con le loro foreste vengono progressivamente e irrimediabilmente distrutte per creare piantagioni di palma da olio. Le conseguenze della distruzione ambientale a lungo andare ricadono invece sull’intera umanità.

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L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

 

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

Questo mio documentario non è un lavoro circostanziale. Continuerà ad avere un senso finché gli Stati Uniti persisteranno nell’idea di abbattere la Rivoluzione Bolivariana in atto in Venezuela, nell’obbiettivo di impadronirsi del petrolio e delle altre risorse naturali.

Nel 1902, l’Inghilterra, la Germania ed altre nazioni europee vollero conquistare il Venezuela. Gli argomenti e le pratiche di destabilizzazione di quell’epoca lontana sono quasi le stesse di quelle di oggi.

Questo documentario è basato su interviste a studiosi venezuelani che, con un linguaggio semplice e didattico, ci raccontano una storia che i grandi media insistono a nascondere o tergiversare.

Versione con sottotitoli in italiano:

 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

thanks to: Hernando Calvo Ospina

Pressenza

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

Günter Grass: Le armi nucleari di Israele stanno mettendo a rischio la pace nel mondo già fragile?

Günter Grass, scrittore tedesco, premio Nobel per la Letteratura nel 1999, con la sua ultima poesia “Quello che bisogna dire” pubblicata sul quotidiano Süddeutschen Zeitung, denuncia la complicità occidentale nel fornire ad Israele armi di distruzione di massa come il trasferimento già annunciato dalla Germania di un’altro sottomarino in grado di lanciare missili a testata nucleare (che si aggiunge agli altri 3 super sottomarini di nuova generazione simili al Type 212, prodotti dalla ThyssenKrupp, che la Germania venderà ad Israele tra il 2012 e il 2014** NdT).

“Poichè va detto” scrive Grass, potremmo diventare “fornitori” di un “crimine prevedibile” e “nessuna delle solite scuse potrebbe giustificare la nostra complicità”.

Inoltre, l’intenzione israeliana di bombardare gli impianti nucleri iraniani potrebbe “spazzare via” il popolo iraniano, semplicemente perchè l’Iran è sospettato di voler produrre un’arma atomica senza alcuna prova di ciò. Ci vorrebbe invece un agenzia internazionale, accettata da entrambi gli stati, che controllasse l’arsenale atomico di Israele e gli impianti nucleari iraniani (peccato che Israele non ha mai permesso a nessuna agenzia internazionale da più di 60 anni di controllare alcunchè NdT).

“Ma perché ho taciuto fino ad ora? ” si chiede il maestro.

Forse la paura di essere accusati di antisemitismo ci ha inibito dal criticare apertamente lo Stato di Israele? “E di certo” conclude “Non tacerò più, perchè sono stanco dell’ipocrisia dell’Occidente”.

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Was gesagt werden muss
Author(s): Das Gedicht von Günter Grass
Source: sueddeutsche.de 04.04.2012, 12:03
Published by: Süddeutschen Zeitung
URL: http://www.sueddeutsche.de/kultur/gedicht-zum-konflikt-zwischen-israel-und-iran-was-gesagt-werden-muss-1.1325809