Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

via Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra — Infopal

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VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Hispan TV

In un video divulgato dai media palestinesi si può vedere come diversi soldati del regime di Israele colpiscano e puntino le loro armi contro i medici che cercavano di assistere coloro che erano risultati feriti in una manifestazione in una zona occupata della Cisgiordania.

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Secondo quanto riporta questo sabato il portale South Front, l’incidente è occorso nella città cisgiordana di Al-Bireh e i fatti risalgono a metà marzo, quando centinaia di palestinesi partecipavano al funerale di un ragazzo di 19 anni assassinato da colpi di arma da fuoco dalle forze d’occupazione israeliane.

Il regime di Tel Aviv ha ricevuto la condanna della comunità internazionale per aver ucciso lunedì scorso, il giorno dell’insediamento molto discusso dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, 61 palestinesi e ferito 2900 nella zona di confine con la Striscia di Gaza.

Sorgente: VIDEO. Soldati israeliani colpiscono i medici che aiutavano palestinesi feriti

Gaza, disabili per sempre

Le foto sono di Rosa Schiano

Le foto sono di Rosa Schiano

 

di Rosa Schiano

Gaza, 26 giugno 2013, Nena News – Nel corso delle frequenti operazioni militari condotte dall’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza molti civili palestinesi feriti hanno riportato amputazioni totali o parziali degli arti, e gli stessi palestinesi con disabilità non sono stati immuni ai crimini di guerra.

Secondo “L’ultimo Rapporto sull’Aggressione israeliana contro i cittadini della Striscia di Gaza iniziata il 14 novembre 2012”, redatto il 26 novembre 2012 dal Ministero della Salute dell’Autorità nazionale Palestinese e dal Palestinian Health Information Center (PHIC), il numero totale delle vittime è 1573, di cui 174 persone uccise (151 maschi e 23 femmine) e 1399 feriti (994 maschi e 410 femmine).

Secondo il report, la percentuale di disabilità nei feriti è del 7.5 % (106 feriti). Le disabilità includono amputazioni (8) ,paraplegia (3), fratture (30), ustioni (3), gravi ferite addominali (12), trauma cranici (22), gravi ferite al torace (5), gravi ferite multiple (18), gravi ferite vascolari (3), traumi da schiacciamento (2).

I numeri di questo report, redatto a soli 5 giorni dalla fine dell’offensiva, saranno destinati ad aumentare nei giorni successivi, quando si sono verificati decessi di feriti in gravi condizioni ed ulteriori disabilità. Inoltre, il Palestinian Centre for Human Rights riporta che dall’inizio del 2012, tre palestinesi con disabilità sono stati uccisi dall’esercito israeliano. A rendere difficile la condizione dei disabili palestinesi è innanzitutto l’assedio illegale che Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza, e che entra ora nel settimo anno, e che costituisce anche una violazione del diritto alla salute.

Come riportato dal Palestinian Center for Human Rights, vi è una costante mancanza di medicinali e di attrezzature mediche, mancanza che si è fatta particolarmente sentire durante i mesi di marzo, giugno e novembre 2012, ovvero in occasione delle escalation delle operazioni militari israeliane sulla Striscia di Gaza. Oltre alla mancanza di medicinali, è diminuito nel 2012 il numero di pazienti che hanno ottenuto il permesso per attraversare il valico di Erez per accedere agli ospedali in Israele, Gerusalemmme e la Cisgiordania.

L’ultimo report del Pchr sugli effetti dell’assedio infatti dichiara che sono 8596 i pazienti che hanno attraversato il valico di Erez nel 2012, mentre prima dell’imposizione dell’assedio, i pazienti a cui era permesso attraversare il valico erano circa 20,000. Israele continua ora a negare ai pazienti il diritto a ricevere cure negli ospedali in Cisgiordania, compreso in Gerusalemme, ed in Israele. Le autorità israeliane hanno negato l’accesso all’assistenza sanitaria a migliaia di pazienti, con differenti scuse, tra cui ragioni di sicurezza, attese per un altro appuntamento, o per una risposta israeliana dopo essere stati interrogati. I pazienti inoltre sono spesso ricattati dalla sicurezza interna israeliana che cerca di forzare I palestinesi a collaborare fornendo informazioni. Le autorità israeliane hanno iniziato anche a negare l’attraversamento del valico ad una nuova categoria di pazienti, sotto il pretesto che il loro caso non richiede un intervento salvavita ma costituisce un “lusso”. L’ultima categoria include pazienti che hanno perso vista ed arti.

Il dottor Ayman Al Halaby, Direttore dell’ Unità di Fisioterapia e Riabilitazione che agisce in cooperazione con il Ministero della Salute di Gaza, ha riferito che durante l’offensiva militare Pilastro di Difesa, sono stati forniti servizi sanitari di due tipi, servizi ambulatoriali per pazienti esterni e servizi per pazienti interni. Il Dottor Al Halaby ha sottolineato lo stato di emergenza che si è verificato durante l’offensiva Pilastro di Difesa, che ha costretto i medici a cambiare il programma di riabilitazione e non ha permesso ad alcuni pazienti di portarlo a termine. E’ stato possibile un coordinamento con Ong internazionali e locali capaci di muoversi in auto e d in grado di fornire materiali ed attrezzature. Una parte dei pazienti sono stati trasferiti all’ospedale riabilitativo Wafa. Il dottor Al Halaby ha aggiunto che uno dei punti principali su cui si sta lavorando è la raccolta di dati di pazienti da cui ci si aspetta possano soffrire di disabilità.

Al Halaby ha poi sottolineato la scarsa qualità delle attrezzature, in particolare di sedie per disabili. “L’assedio colpisce in maniera negativa il nostro settore. Non ci sono fondi per acquistare apparecchi acustici, macchine o veicoli per disabili. La maggior parte della nostra attrezzatura dipende dalle donazioni che vengono dall’esterno. Succede, infatti, che, dopo l’arrivo di una donazione di attrezzature, bisogna cercare il paziente che ha bisogno di questi supporti, e non il contrario”, ha aggiunto Al Halaby, che ha infine sottolineato le difficoltà di fornire ai pazienti una riabilitazione completa.

Ci sono in Gaza diverse associazioni che si occupano di disabili e che cercano di fornire loro supporto. Alcune associazioni ricevono fondi dall’estero attraverso progetti specifici per l’acquisto di attrezzature, medicine, dispositivi medici per disabili, e laddove possibile, riescono a coprire i costi del trasporto di eventuali feriti all’esterno. In altri casi tali supporti arrivano tramite convogli organizzati da associazioni internazionali. Ci sono però casi di pazienti che non riescono a sostenere le spese per ricevere un’adeguata fisioterapia, a causa delle enormi difficoltà economiche in cui si trova la maggior parte della popolazione di Gaza dovute alla mancanza di lavoro. Un’ eccezione nella Striscia di Gaza è rappresentata dall’ Artificial Limbs & Polio Center (ALPC), connesso alla Municipalità di Gaza, in grado di fornire servizi protesici ed ortopedici a molti pazienti, grazie al contributo del Comitato Internazionale della Croce Rossa Internazionale (ICRC) che fornisce supporti tecnici quali i materiali e le componenti necessarie per costruire e produrre protesi ed ortesi, e che forma il proprio staff all’estero.

Gli amputati ricevono inoltre una specifica fisioterapia per essere allenati e rieducati a camminare. Il progetto di fisioterapia post chirurgica, insieme al Ministero della Salute e all’Unita’ di riabialitazione fisica mira a ridurre il rischio di disabilità a seguito di interventi chirurgici ed è attualmente implementato negli ospedali Shifa, Nasser ed European. Purtroppo, ironia della sorte, la Croce Rossa Internazionale acquista tutti i materiali per il centro in Israele, che quindi guadagna dai bombardamenti sulla popolazione di Gaza.

I feriti amputati durante l’operazione Pilastro di Difesa sono stati generalmente tutti trasferiti in ospedali in Egitto o Turchia, a seconda della gravità dei loro casi, per poi terminare la fisioterapia in Gaza. La situazione di emergenza che si era verificata durante quei giorni infatti non permetteva ricoveri di lunga durata a causa del sovraffollamento degli ospedali e dell’incessante arrivo di feriti minuto dopo minuto.

Oltre alle difficoltà per l’ottenimento di un impiego, questi disabili affrontano difficoltà di movimento anche per accedere alle proprie abitazioni, in quanto spesso gli edifici antichi sono privi di ascensori e in altri casi a seconda delle fasce orarie manca la corrente perché possano funzionare.

Le foto sono di Rosa Schiano

 

Di seguito alcuni casi dei feriti divenuti disabili durante l’operazione militare “Pilastro di Difesa”, iniziata il 14 novembre 2012 e terminata il 21 novembre 2012.

“C’è determinazione”: il caso di Khader Hader Al-Zahar
Khader Hader Al-Zahar, 25 anni, è uno dei cameramen feriti durante l’offensiva militare israeliana di novembre 2012. Durante la notte del 18 novembre 2012, verso le 2, gli aerei militari israeliani hanno lanciato 4 missili sull’ufficio della televisione al-Quds, all’undicesimo piano dell’edificio Shawa and Hussari in Gaza City. I missili sono entrati dal soffitto dell’edificio e sono esplosi all’interno. Sette fra giornalisti e tirocinanti sono rimasti feriti. Khader al-Zahar ha perso la gamba destra nell’attacco ed è rimasto ferito da frammenti di esplosivo su tutto il corpo.

Khader era andato a casa soltanto una volta in quei giorni. Era, come molti giornalisti e cameramen palestinesi in continuo movimento per riportare ciò che stava accadendo. Si trovava insieme ad i suoi colleghi all’interno dell’ufficio. “Quando Israele ha bombardato l’edificio ho pensato fosse un sogno, che non fosse reale”, ha detto Khader. Dopo il primo missile lanciato sull’edificio, tutti sono scappati, tranne Khader, che era rimasto ferito alle gambe. I quattro missili sono stati lanciati sull’edificio con un intervallo di tempo di 3-4 minuti. Dopo il primo missile, che l’aveva ferito alle gambe, Khader era inconscio. Uno dei suoi colleghi è tornato sul posto per trascinarlo all’esterno, ma ha potuto farlo solo per una breve distanza, perché poi un secondo missile ha colpito il palazzo. Successivamente la stessa persona l’ha poi trascinato sulle scale, pensando fosse morto perché era inconscio, poi il terzo missile. Il ragazzo è scappato nuovamente per poi tornare e trascinarlo all’ottavo piano, quando il quarto missile si è abbattuto sull’edificio. Nel frattempo Khader aveva ripreso i sensi.

Si era reso conto che non poteva muoversi. Un’ambulanza l’ha trasferito inconscio all’ospedale Shifa dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva dalle 3.30 alle 10.00 del mattino. Durante l’intervento chirurgico la sua gamba è stata amputata. Successivamente i dottori dello Shifa hanno avviato la procedure per il trasferimento di Khader in Egitto. Alle 14.00 del giorno successive Khader ha lasciato Gaza ed è arrivato al Cairo alle 11.30 di sera, dove è stato ricoverato nell’ospedale El Zaytoun per 3 mesi. Durante il primo mese ha ricevuto 12 operazioni alla gamba destra. La parte posteriore della gamba infatti era distrutta, per questo era stata amputata.

Khader è rimasto anche ferito da frammenti di esplosivo, che tuttora sono presenti all’interno del corpo e che gli provocano dolore quando il tempo è freddo. Khader è tornato a Gaza il 13 febbraio 2013, in condizioni stabili. E’ rimasto a Gaza tre mesi, per poi tornare in Egitto, dove i dottori gli hanno fornito una protesi ed ha effettuato fisioterapia. Khader è rientrato a Gaza il 15 giugno 2013. Ogni sei mesi dovrà tornare obbligatoriamente in Egitto per un controllo medico. Il Doha Centre for Media Freedom ha coperto tutte le spese mediche ed i suoi trasferimenti.

Khader tornerà a lavoro tra una settimana. Probabilmente occuperà un ruolo diverso all’interno della televione Al Quds, si dedicherà di monitor ed editing. La sua determinazione a voler continuare il suo lavoro e la sua capacità di resistenza sono state alte. Khader vive con i suoi genitori, ha 4 sorelle e 2 fratelli. Suo padre aveva una fattoria, Khader era solito andare ad aiutarlo, ora non può camminare per lunghe distanze, o stare in piedi per molto tempo. “Molte cose sono cambiate” – ha detto Khader – ma Fi aziima, c’è determinazione”.

“La vita dei disabili è molto difficile”. Il caso di Mohammed Awad
Durante il sesto giorno di offensiva, il 20 novembre 2012, verso le 09.15 del mattino, un aereo militare israeliano ha lanciato un missile su un gruppo di cacciatori di uccelli nel terreno di Hamada in Beit Lahia, nel Nord della Striscia di Gaza, uccidendo Yahia Mohammed Awad, 17 anni, e ferendo suo padre Mohammed Awad, 43 anni.

“La guerra è iniziata durante la stagione della caccia. Ogni giorno andavo a cacciare nel Nord della Striscia di Gaza, dove c’erano anche alcuni figli di beduini. Yahia, mio figlio maggiore, mi chiedeva con insistenza di venire, ma ho sempre rifiutato. Quel giorno ho accettato. Un nuovo tipo di uccelli richiedeva l’uso di reti supportate da due alte stecche. Improvvisamente un missile ci ha colpiti”, ha detto Mohammed.

Privo di sensi, Mohammed è stato trasportato all’ospedale Al Awda, dove è stato operato e la gamba destra è stata amputata. Successivamente è stato trasportato all’ospedale Kamal Odwan dove è stato ricoverato nel Reparto di Terapia Intensiva. Il mattino successivo è stato trasportato in Egitto, ad Arish, dove è stato ricoverato 10 giorni, 3 dei quali in Terapia Intensiva. “Quando mi sono svegliato ho chiesto di mio figlio, mi hanno detto che era rimasto ferito, non che fosse morto. Quando ho chiamato mia moglie, lei non mi ha detto che Yahia era morto. Quando mia sorella è venuta in Egitto mi ha detto la verità”.

Successivamente Mohammed è stato trasferito all’ospedale Al Haram di Giza, dove è rimasto ricoverato 37 giorni. Qui non è stato sottoposto ad interventi né gli è stata fornita una protesi. Mohammed non ha chiesto nemmeno di poter avere una protesi perché consapevole dei costi elevati che essa richiede. Ha effettuato una fisioterapia nel centro ALPC di Gaza per rafforzare il muscolo della gamba così che in futuro possa usare una protesi. Forse la Unrwa potrebbe coprire parte delle spese insieme alla ICRC. E’ attualemente in attesa di una risposta.

Mohammed attualmente per muoversi usa un deambulatore. Esce solo per andare al centro di fisioterapia. Vive al quinto piano di un edificio senza ascensore. “Mi sento imbarazzato se devo camminare in strada ed incontro degli operai o dei lavoratori, perché ora ho bisogno di aiuto per muovermi, per lavorare. Ho bisogno di aiuto anche se sono in casa. La vita dei disabili è molto difficile, nessuno può capirlo. Se prima eri una persona attiva e dopo diventi disabile, ti senti inutile, senti di essere un ostacolo anche per la tua stessa famiglia. Non posso immaginare me stesso fra 10-15 anni in questa stessa situazione”.

Mohammed ha due figli maschi e due femmine, mentre il terzo figlio maschio è morto durante l’attacco. “Yahia era uno studente, mi aveva solo chiesto di potermi accompagnare”, ha detto Mohammed. Mohammed riceve uno stipendio dall’Autorità Palestinese, che però non è sufficiente a coprire tutte le spese che lui e la sua famiglia devono affrontare.

Il bombardamento inaspettato. Il caso di Abdel Malek Jawad Oqail
Abdel ha 26 anni. Il 17 novembre 2012, verso le 8 del mattino, stava camminando sulla corsia di Al Amal, in Khan Younis, per dirigersi verso la casa di suo fratello. Un caccia F-16 ha improvvisamente bombardato un’abitazione precedentemente evacuata. Abdel stava camminando accanto all’abitazione quando è avvenuto il bombardamento ed è rimasto ferito. Non ha perso i sensi, ha cercato di rialzarsi ma si è reso conto che non poteva camminare. Un’ambulanza è arrivata sul posto dopo circa 15 minuti e l’ha trasportato al Nasser Hospital.

Il giorno seguente Abdel è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Nasser del Cairo, dove la sua gamba destra è stata amputata e dove è stato operato al braccio sinistro in quanto fratturato. I dottori hanno posto un fissaggio esterno e successivamente un fissaggio interno al braccio che sarà rimosso dopo un anno. Abdel ha passato 7 giorni al Cairo, per poi tornare a Gaza. E’ rimasto ferito anche da frammenti di esplosivo sotto il polmone, ma tali frammenti, che gli causano dolore, non possono essere rimossi a causa della pericolosità dell’intervento.

Abdel è rimasto 5 mesi a Gaza e nel mese di aprile 2013 è stato trasportato in Turchia, attraverso l’associazione Assalama. In Turchia i dottori gli hanno fornito una protesi ed hanno operato il suo braccio sinistro, aggiungendo una parte di fissaggio interno. Dopo circa 2 mesi in Turchia, Abdel è tornato a Gaza una settimana fa.

Abdel non lavora. Si è laureato in scienze della formazione e potrebbe insegnare in una scuola elementare, ma non vi sono posti disponibili in questo momento. Ha fatto richiesta di lavoro a diverse scuole prima dell’offensiva militare e sta ancora aspettando risposta. Abdel vive in un campo di rifugiati ad Ovest di Khan Younis. La madre di Abdel trema, si è ammalata di diabete a causa del troppo stress. La sua famiglia è originaria del villaggio di Beit Darras, sottoposto nel 1948 ad un sanguinoso massacro da parte delle truppe israeliane contro gli abitanti del villaggio, che l’hanno circondato e bombardato.

A Gaza, in alcuni casi i civili possono rimanere feriti non da diretti bombardamenti ma da missili o oggetti inesplosi rimasti sulle strade delle città. Di seguito il caso di un bambino divenuto disabile circa 15 giorni prima dello scoppio dell’offensiva militare di novembre 2012.

Il caso di Feras Mohammed M. Al Tahrawi
Era il 29 ottobre 2012. “Stavamo tornando da scuola quando l’incidente è avvenuto. Un missile non esploso. Ho iniziato a giocare con questo oggetto di metallo come con un giocattolo, è esploso immediatamente”. L’esplosione ha causato a Feras la cecità ad entrambi gli occhi, la perdita di quattro dita della mano sinistra, ed alcuni frammenti di esplosivo l’hanno colpito alla testa. Feras è stato trasportato all’ospedale Shifa, dove è stato ricoverato per 15 giorni nel reparto di Terapia Intensiva. Successivamente è stato trasferito all’ospedale Saint Joseph di Gerusalemme, dove è rimasto per più di 40 giorni. Lì non è stato sottoposto a nessun intervento chirurgico, ma ha effettuato solo delle analisi del sangue e radiografie.

La madre di Feras racconta che non è stato facile raggiungere Gerusalemme. Al primo tentativo, le autorità israeliane le avevano detto che non c’era nessuna possibilità di raggiungere Gerusalemme attraverso il confine di Erez. La famiglia di Feras ha inviato la richiesta attraverso l’ospedale Shifa, ma l’intelligence israeliana ha chiamato suo padre comunicando: “Non accetteremo Feras qui”. Il padre di Feras, disperato, aveva risposto che se non avessero accettato suo figlio, l’avrebbe portato in altri Paesi, in Giordania per esempio, e che non avrebbe permesso che l’umiliassero.

Successivamente l’ospedale Shifa è riuscito ad ottenere il coordinamento e Feras ha potuto attraversare il valico di Erez dopo 4-5 giorni insieme ad una sua zia. L’Autorità Palestinese ha coperto le spese del viaggio. Quando è rientrato a Gaza Feras era in condizioni molto gravi. È stato trasferito nuovamente all’ospedale Shifa e da lì all’ospedale Wafa. Qui ha effettuato un periodo di fisioterapia. Successivamente Feras è stato trasportato in Egitto, nell’ospedale Al Qahera Al Fatimia del Cairo, dove ha subito un intervento chirurgico all’occhio perché vi era una possibilità di recuperarlo. Ha passato in ospedale 3 mesi. L’operazione è riuscita ed attualmente Feras può vedere attraverso il suo occhio destro, anche se la vista è offuscata. Ogni 3 mesi Feras dovrebbe tornare in Egitto per un controllo alla vista.

Forse con il tempo la sua vista potrebbe migliorare. La madre di Feras spera che suo figlio possa in futuro ricevere un’intervento chirurgico anche all’occhio sinistro. Le cure in Egitto sono state e saranno a carico della sua famiglia. Uno dei dottori ha consigliato a Feras di non praticare sport né esercizi per almeno due anni.

Feras non può andare a scuola. Ogni il suo viso esprime smorfie di dolore, Feras soffre ogni giorno di dolori alla testa, ed ha un raffreddore causato dall’operazione all’occhio. Feras ha frammenti di esplosivo nella testa ed alcuni anche all’interno del corpo. Il dottore ha detto che necessiterebbe di un intervento chirurgico, ma che è molto rischioso. Il dolore alla testa è causato dalla pressione dei frammenti. Quando il dolore si presenta, è talmente forte che Feras potrebbe cadere a terra, non ha l’equilibrio per restare in piedi.

Per quanto riguarda la mano sinistra, quando era ricoverato all’ospedale Shifa i dottori avevano concentrato l’attenzione solo sugli occhi. Successivamente, una delegazione francese di dottori è arrivata in ospedale ed ha eseguito un intervento chirurgico alla sua mano. Feras ha perso quattro dita.

“Mi sento sempre annoiato, soffro per mia disabilità perché non posso vedere i miei amici, non posso giocare, non posso andare a scuola, ed a causa del dolore improvviso ho bisogno di un letto”, ha detto Feras. Sua madre ha aggiunto che Feras è diventato molto nervoso anche con i suoi fratelli e sorelle. Feras sognava di diventare un dottore, e questo è ancora oggi il suo sogno. La madre spera che Feras possa avere una mano alternativa, lo aiuterebbe molto. Fares è all’ultimo anno necessario di scuola prima di poter accedere al liceo. Ha bisogno di corsi privati per poter continuare la formazione, ma sono molto costosi. “Gli insegnanti non gli hanno reso nemmeno visita, e questo lo ha amareggiato molto”, ha detto sua madre. Feras frequentava una scuola dell’Unrwa, la Al Falah school, nel quartiere di Tuffah. Sua madre ha chiesto al direttore della scuola assistenti sociali o una persona che possa andare a casa per aiutare Feras, ma la richiesta è stata rifiutata. Il direttore della scuola si è limitato a dire che non avrebbero cacciato Feras dalla scuola a causa delle assenze, ed ha rifiutato di inviare insegnanti. Nena News

thanks to: Rosa Schiano

I feriti degli ultimi attacchi israeliani su Gaza. Visita allo Shifa Hospital

Riporto l’articolo di Rosa Schiano dail blog di Oliva” riguardo la sua visita ai feriti vittime dell’ultimo bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, ricoverati all’ospedale Shifa di Gaza City.

Thanks to Rosa Schiano