Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Venezuela, il popolo scende in piazza a sostegno di Maduro e contro il golpe. Le immagini censurate in Italia

 

Discorso di Maduro in avenida Bolivar dopo la manifestazione di massa per commemorare il 20° anniversario della Rivoluzione Bolivariana e a sostegno della democrazia in Venezuela. In una fase molto delicata per il paese dove è in corso di svolgimento un golpe promosso dagli USA che tramite il burattino Guaidò vogliono spodestare il legittimo presidente…

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FB, Israele e la censura: un progetto sionista

Gentile Direttore,

Nell’arco di tre mesi, Facebook ha bloccato la mia pagina tre volte per un periodo di 30 giorni ciascuna: alla fine saranno 90 giorni di censura e di bavaglio durante i quali il cittadino Diego Siragusa non potrà esprimere le proprie opinioni e documentare i crimini dello stato razzista, terrorista e genocidario che si chiama ISRAELE. Il secondo blocco è stato motivato per aver io citato una frase dei rabbini antisionisti di NETUREI KARTA: “Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi”.

Ormai il progetto sionista è chiaro. Dopo l’accordo tra il governo israeliano e Facebook per censurare e bloccare tutte le critiche a Israele, non si contano più i casi in cui liberi cittadini che esprimono il loro sdegno per i crimini di Israele, sono bloccati e censurati dai burattinai di Facebook. I lettori potranno documentarsi sul giornale inglese THE INDEPENDENT che riporta la notizia dell’accordo tra Il governo israeliano e Facebook (https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html).

E’ necessario, quindi, denunciare a livello di massa e portare la questione nelle sedi politiche e governative. Si tratta di una violazione palese dell’art. 21 della nostra Costituzione. Voglio rammentare che al matematico Odifreddi, dopo una critica severa a Israele, fu tolta una rubrica che egli gestiva sulle pagine del quotidiano la Repubblica, proprietà di un ebreo sionista. Sorte analoga ha avuto il filosofo Gianni Vattimo che non ha più pubblicato una sola riga sul quotidiano sionista LA STAMPA dopo i suoi giudizi severi sulla politica coloniale e criminale di Israele. Questo episodio è stato raccontato a me dallo stesso Vattimo, venuto nella mia città per presentare un mio libro sul terrorismo israeliano. Due giorni fa, sul Corriere della Sera, la sionista Donatella di Cesare ha occupato mezza pagina per attaccare e diffamare il mio amico Diego Fusaro accusandolo di essere antisemita e accusando, contestualmente il filosofo Costanzo Preve, maestro di Fusaro, di essere “negazionista”!!! Una menzogna ignobile! Preve è morto, ma il figlio Roberto, avvocato, ha annunciato una querela nei confronti dell’ebrea sionista Donatella di Cesare. Recentemente, il mio amico Paolo Di Mizio, ex giornalista di Canale 5, ha lamentato un blocco di pochi giorni per un commento su Israele. Tanti altri semplici cittadini e militanti della causa palestinese mi hanno comunicato di essere stati vittime della censura di Facebook. E’ sufficiente una segnalazione di un ebreo sionista o di un’intera comunità ebraica, a far scattare la censura o, come nel mio caso, una vera persecuzione. Libertà totale è concessa, invece, ai sionisti che non lesinano attacchi isterici, volgari e razzisti senza incorrere in sanzioni o censure. Sto raccogliendo parecchi di questi documenti per un libro che sto scrivendo.

Lo scopo finale è quello di poter condurre a compimento quel crimine che si chiama “pulizia etnica della Palestina” e sradicamento della cristianità nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi occidentali, di tutto il sistema dell’informazione, e non solo.

Diego Siragusa

Biella 23/10/2018

thanks to: Infopal

Un film censurato rivela la campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook

“The Israel Project” (Il Progetto Israele), un importante gruppo di pressione con base a Washington, sta conducendo una campagna segreta su Facebook per influenzare gli utenti. Copertina: i palestinesi si esibiscono durante uno spettacolo equestre presso la spiaggia di Gaza City, il 9 marzo. (Immagini di Ashraf Amra / APA)

Ali Abunimah e Asa Winstanley – 13 settembre 2018

Lo rivela “The Lobby – USA”, un documentario realizzato sotto copertura da Al Jazeera , mai stato trasmesso a causa della censura del Qatar, sottoposto a pressioni da parte delle organizzazioni filo-israeliane.

Il video qui sopra, in esclusiva per “The Electronic Intifada”, mostra gli ultimi stralci trapelati dal documentario.

I precedenti filmati pubblicati da “The Electronic Intifada” e “Grayzone Project” avevano già rivelato l’utilizzo di tattiche subdole da parte di gruppi anti-palestinesi, pianificate ed eseguite in collusione con il governo israeliano.

In quest’ultimo filmato, David Hazony, amministratore delegato di “The Israel Project”, viene sentito dire al reporter sotto copertura di Al Jazeera: “Alcune delle cose che facciamo sono completamente segrete. Lavoriamo insieme a molte altre organizzazioni. ”

“Produciamo contenuti che poi pubblicano con il loro nome”, aggiunge Hazony.

Una parte importante dell’operazione è la creazione di una rete di “comunità” di Facebook incentrate sulla storia, sull’ambiente, sulle notizie internazionali e sul femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con la causa pro-Israele, ma che sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi pro- Israele.

“La cosa segreta”

La pagina Facebook di “Cup of Jane” afferma di essere “Sugar, spice and everything nice”. È gestita da “The Israel Project” come parte di una campagna d’influenza “segreta”

In una conversazione presente anche negli estratti video trapelati, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per The Israel Project, racconta al giornalista sotto copertura di Al Jazeera della logica e dell’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, fingeva di essere uno stagista presso “The Israel Project”.

“Stiamo mettendo insieme molti media pro-Israele attraverso vari canali di social media che non sono i canali propri di “The Israel Project”, afferma Schachtel. “Quindi abbiamo molti progetti collaterali con i quali stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico”.

“Ecco perché è una cosa segreta”, aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che le persone sappiano che questi progetti collaterali sono associati a “The Israel Project.”

Tony chiede se l’idea nel “trattare tutto ciò che non è israeliano, sia quella di permettere alle cose che riguardano di Israele di “passare” meglio”.

“È solo che ci piace confonderci “, spiega Schachtel.

Una di queste pagine di Facebook, “Cup of Jane”, ha quasi mezzo milione di followers.

La pagina “Informazioni ” di “Cup of Jane” dice che si tratta di “Sugar, spice and everything nice.” (Zucchero, spezie e tutto ciò che è bello).

Non vi è alcuna dichiarazione sul fatto che sia una pagina per promuovere Israele.

La pagina identifica sì “Cup of Jane” come “una comunità lanciata da TIP’s Future Media Project in DC”. Tuttavia, non vi è alcuna menzione diretta ed esplicita di Israele o l’indicazione che “TIP” stia per “The Israel Project”.

“The Electronic Intifada” suppone che anche questo vago riconoscimento di chi c’è dietro la pagina, sia stato aggiunto solo dopo che “The Israel Project” ha appreso dell’esistenza del documentario sotto copertura di Al Jazeera e presumibilmente prevedendo di essere smascherato.

“The Israel Project” ha anche aggiunto sul proprio sito Web che è lui a gestire le pagine di Facebook. Tuttavia, il sito non è collegato alle pagine.

Prima del maggio 2017 non ci sono prove dell’esistenza della pagina nell’archivio Internet – mesi dopo che la cover di “Tony” era saltata.

Secondo Schachtel, “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

“Abbiamo una squadra di 13 persone. Stiamo lavorando su molti video informativi”, dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti di questi sono solo argomenti casuali e solo il 25 percento tratta di Israele e di temi che riguardano gi Ebrei”.

Nel documentario Al Jazeera afferma che ” abbiamo contattato tutti coloro presenti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni pro-Israele o persone che lavorano per loro hanno risposto alle nostre accuse “.

Falsi progressi

“Cup of Jane” cerca di costruirsi una progressiva credibilità pubblicando foto e citazioni di icone femministe come Maya Angelou e Ida B. Wells, di cui la pagina ha celebrato il compleanno definendola “pensatrice rivoluzionaria, scrittrice e attivista”.

Ci sono anche post sulla pioniera dell’ecologismo Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro della scuola superiore a Parkland, in Florida, nel febbraio 2018

Intrecciati nel flusso di notizie dal sapore progressista, ci sono gli attacchi ai movimenti progressisti attuali, come la Dyke March di Chicago, i cui organizzatori hanno subito una campagna diffamatoria da parte di Israele dopo aver chiesto ai provocatori pro-Israele di lasciare la loro marcia nel 2017.

In mezzo a un flusso continuo di post innocui, la pagina Facebook “The Cup of Jane” di “The Israel Project” pubblicizza il militarismo israeliano come carino e femminista.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo il lancio della pagina “Cup of Jane”, ha tentato di ritrarre il militarismo israeliano come carino e fonte di potere per le donne.

“L’Aeronautica israeliana ha dipinto i caccia di rosa in sostegno al “Mese per la Prevenzione del Cancro al Seno”. Non è fantastico? ” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da combattimento israeliano. “Non è aggressivo?  A proposito: le donne avrebbero  bisogno di una forza aerea tutta loro “, continua “Cup of Jane”, aggiungendo una faccina sorridente.

Altre pagine che il documentario censurato di Al Jazeera ha identificato come gestite da “The Israel Project” includono “Soul Mama”, “History Bites”, “We Have Only One Earth” e “This Explains That”.

Alcune di queste pagine hanno centinaia di migliaia di seguaci.

“History Bites” non rivela la sua affiliazione a “The Israel Project”, nemmeno con la vaga formula usata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

“History Bites” si descrive semplicemente come una pagina che racconta “Il fantastico della Storia in piccoli pezzi facilmente masticabili!”

La pagina ha condiviso un post di “Cup of Jane” che presentava Golda Meir, il primo ministro israeliano che ha attuato politiche razziste e violente contro i Palestinesi e che considerava le donne palestinesi incinte una minaccia esistenziale, come un’eroina femminista.

Un video del 2016 di “This Explains That “ha diffuso false notizie su una presunta protesta di Israele contro l’agenzia culturale dell’UNESCO per aver “cancellato” la venerazione ebraica e cristiana per i luoghi santi di Gerusalemme.

“History Bites” ha ripubblicato il video lo scorso dicembre affermando che “sembra sostenere la dichiarazione del presidente Trump che Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele”.

Il video ha ricevuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video pubblicato da “History Bites” tenta di giustificare l’attacco a sorpresa d’Israele all’Egitto nel 1967, attacco che diede inizio alla guerra in cui Israele occupò la West Bank, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme Est come la “riunificazione” e la “liberazione” della città.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” al proverbiale cucchiaio di zucchero per cercare di far ingoiare più facilmente i messaggi pro-Israele, è un riconoscimento di quanto possa essere difficile vendere uno Stato di apartheid.

Come Ali Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio israeliano è sempre più tossico, quindi non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere altre cose trendy da proporre, argomenti innocui, divertenti, e di tanto in tanto farci scivolare in mezzo qualcosa su Israele “.

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare la sensibilità progressista al servizio di Israele, anche se le sue stesse politiche sono politiche di una destra estrema, si inseriscono in una più ampia strategia, che cerca di dividere la sinistra e indebolire la solidarietà nei confronti della Palestina.

Diretto da Josh Block, ex funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex stratega senior della potente lobby israeliana AIPAC, uno degli obiettivi principali di “The Israel Project” era quello di far naufragare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran.

La campagna segreta di Facebook di “The Israel Project” è evidentemente manipolativa, ma è ancora più cinica se si considera che la sua mente è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha pubblicato un account Twitter violentemente islamofobico chiamato @ArikSharon – il soprannome del compianto primo ministro israeliano Ariel Sharon, responsabile dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila nello stesso anno .

Nella trascrizione di una registrazione fatta dal giornalista sotto copertura di Al Jazeera vista da “The Electronic Intifada”, Rosen riconosce che l’operazione @ArikSharon è un “account segreto”.

Rosen fu assunto dalla società di pubblicità globale Saatchi & Saatchi, ma nel novembre 2013 entrò a far parte di “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Rosen ha cancellato molti dei tweet più offensivi dal feed Twitter @ArikSharon dopo che nel 2013 uno degli autori di questo articolo lo indicò come la persona che curava l’account.

Ma mentre gestisce le pagine segrete di Facebook tentando di normalizzare il sostegno a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua a utilizzare l’account Twitter di @ArikSharon per diffondere messaggi di destra e filo-israeliani.

Annunci anonimi svelati

Questo non è l’unico sforzo segreto della lobby israeliana nell’usare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un rapporto congiunto di “The Forward” e “ProPublica” rivela che “Israel on Campus Coalition” ha pubblicatp annunci Facebook anonimi che diffamavano Remi Kanazi, un poeta americano palestinese, prima delle sue apparizioni nei campus degli Stati Uniti.

“The Electronic Intifada” è stata la prima a pubblicare le rivelazioni del video di Al Jazeera su come gli sforzi di “ Israel on Campus Coalition” per diffamare e molestare gli attivisti in solidarietà con la Palestina, siano segretamente coordinati dal governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Forward” e “ProPublica” che i post di “Israel on Campus Coalition” indirizzati a Kanazi “violano le nostre politiche sulle false dichiarazioni e sono stati rimossi”.

Nel 2012, “The Electronic Intifada” rivelò un piano del sindacato nazionale studentesco, sostenuto dal governo israeliano, per pagare gli studenti che avessero diffuso su Facebook propaganda filo-israeliana. Tuttavia l’attuale sforzo segreto gestito da “The Israel Project” sembra essere molto più sofisticato.

A partire dalle elezioni presidenziali americane del 2016, Facebook è stato accusato di aver utilizzato la sua piattaforma per una propaganda manipolativa sponsorizzata dalla Russia volta a influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il clamore, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o infondate.

Tuttavia, Facebook ha stretto una partnership con il Consiglio Atlantico nel tentativo apparente di reprimere i “falsi profili” e la “disinformazione”.

Il Consiglio Atlantico è un gruppo di esperti con sede a Washington finanziato dalla NATO, dalle forze armate statunitensi, dai governi brutalmente repressivi dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain, dai governi dell’Unione Europea, e dal “chi è chi” delle ditte di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri profittatori di guerra.

Come risultato apparente di questa partnership, un certo numero di account di social media completamente innocui, con pochi o nessun follower, è stato recentemente eliminato.

Più preoccupante, le pagine gestite da notiziari di sinistra incentrati sui Paesi presi di mira dal governo degli Stati Uniti, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se successivamente ripristinate.

Ora, con solide prove della campagna di manipolazione di “The Israel Project”, ben finanziata e di ampio impatto su Facebook, resta da vedere se il gigante dei social media agirà per garantire che gli utenti inconsapevoli siano resi consapevoli che ciò cui sono esposti è la propaganda progettata per sostenere e mascherare lo Stato d’Israele.

In risposta a una richiesta di commento, un portavoce di Facebook ha dichiarato a “The Electronic Intifada” che l’azienda avrebbe esaminato la questione.

thanks to:

Traduzione: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/censored-film-reveals-israel-projects-secret-facebook-campaign/25486

Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Dopo mesi di campagna degli attivisti del BDS (sistema di boicotaggio e disinvestimento) contro il regime di Israele e la sua occupazione illegale contro il popolo palestinese, la star colombiana Shakira non si esibirà nella data prevista di luglio a Tel Aviv. Lo ha annunciato martedì l’azienda Live Nation.

 

“Esibirsi in uno stato di apartheid, che sia il Sud Africa del passato o Israele di oggi, sfidando apertamente le voci degli oppressi mina sempre la battaglia popolare degli oppressi contro gli oppressori”, hanno scritto dozzine di associazioni e organizzazioni culturali palestinesi in una lettera inviata alla cantante colombiana con l’intento di convincerla a non esibirsi a Tel Aviv.

“Nel suo tentativo di sopprimere le grandi dimostrazioni di massa e pacifiche di decine di migliaia di Palestinesi a Gaza, in lotta per la libertà e per i loro diritti sanciti dalle Nazioni Unite, Israele ha attuato una feroce repressione.

Come risultato, oltre 100 palestinesi civili sono stati uccisi dal 30 marzo e altri 10 mila sono stati i feriti. Ti chiediamo di non “la la la” al sistema di ingiustizia che nega ai palestinesi i diritti umani più elementari”, conclude la lettera indirizzata a Shakira.

Il risultato è stato raggiunto. La vittoria è stata enorme. Avrà avuto il riscontro mediatico che meritava? Pochi pochissimi a dare notizia dell’annuncio che Shakira non si esibirà a Tel Aviv nel “libero” occidente. Nella “libera stampa italiana” ancora nessuno al momento. E per chi lo ha fatto nel mondo come TeleSur ci pensa l’incredibile censura di Facebook cui ci siamo imbattuti oggi.

Qui per vedere il video che Facebook considera da censurare. Il livello dell’informazione è questo. Lasciamo a voi trarre tutte le conclusioni del caso.

Notizia del:

Sorgente: Shakira non si esibirà a Tel Aviv. Vittoria BDS ignorata dai grandi media e censurata da Facebook

Facebook And Israel Officially Announce Collaboration To Censor Social Media Content

By Whitney Webb

Following Facebook’s censorship controversy over a world famous photograph of the Vietnam War, Facebook has agreed to “work together” with Israel’s government to censor content Israeli officials deem to be improper. Facebook officially announced the “cooperative” arrangement after a meeting took place between Israeli government ministers and top Facebook officials on September 11th. The Israeli government’s frenzied push to monitor and censor Facebook content it deems inappropriate follows the viral success of BDS, or Boycott, Divest, Sanctions, a global non-violent movement that works to expose Israeli human rights violations.

The success of BDS has struck a nerve with Israel, leading its government to pass legislation allowing it to spy on and deport foreign activists operating within Israel and Palestine. Israel has also threatened the lives of BDS supporters and has lobbied for legislative measures against BDS around the world. They are now seeking to curtail any further BDS success by directly controlling the content of Facebook users.

However, Facebook’s formal acknowledgement of its relationship with Israel’s government is only the latest step in an accord that has been in the works for months. In June of this year, Facebook’s Israel office hired Jordana Cutler as head of policy and communications. Cutler is a longtime adviser to Netanyahu and, before her recent hire at Facebook, was Chief of Staff at the Israeli embassy in Washington, DC. Facebook may have been intimidated into the arrangement by Gilad Erdan, Israeli Minister of Public Security, Strategic Affairs, and Information, who threatened to enact legislation, in Israel and abroad, that would place responsibility on Facebook for attacks “incited” by its social media content. Erdan has previously said that Facebook “has a responsibility to monitor is platform and remove content.”

In addition, as the Intercept reported in June, Israel actively reviews the content of Palestinian Facebook posts and has even arrested some Palestinians for posts on the social media site. They then forward the requests for censorship to Facebook, who accepts the requests 95% of the time.

How to Disappear Off the Grid Completely (Ad)

idfrevengefbphotoAn Israeli Soldier with “Revenge” written across his chest took to Facebook to incite retaliation against Palestinians after 3 Israeli teenagers were killed. His post was not censored by Facebook and was praised by the Times of Israel.

In what is an obvious and troubling disparity, Facebook posts inciting violence against Palestinians are surprisingly common and Facebook rarely censors these posts. According to Pulitzer Prize-winning journalist, Glenn Greenwald, this disparity underscores “the severe dangers of having our public discourse overtaken, regulated, and controlled by a tiny number of unaccountable teach giants.”

With Facebook arguably functioning as the most dominant force in journalism, its control over the flow of information is significant. The fact that a private company with such enormous influence has partnered with a government to censor its opponents is an undeniable step towards social media fascism. Though social media was once heralded as a revolutionary opportunity to allow regular people to share information globally and to politically organize for grassroots change, allowing governments to censor their opposition threatens to transform it into something else entirely.

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Top Image Credit – http://www.wb7.hk

Sorgente: Facebook And Israel Officially Announce Collaboration To Censor Social Media Content

Facebook chiude diversi pagine e account pro-Palestina

InfoPal. Nelle ultime ore, l’amministrazione di Facebook ha chiuso numerose pagine e account pro-Palestinesi, comprese quelle affiliate a Hamas. Alcune pagine sono state chiuse per la 10ª volta.

Come riportato dal sito PIC, diversi attivisti online hanno accusato il servizio di social network Facebook di aver sospeso i loro account per zittire le pagine pro-Palestina. Essi sottolineano che non sono stati violati i regolamenti di Fb, ma che si tratta di una politica di repressione dell’informazione sulla Palestina, per compiacere Israele.

Tra le tante, la pagina Fb Filastin al-Hiwar, per esempio, aveva oltre 145 mila “follower” ed è stata sospesa.

Nei giorni scorsi, due ministri del governo israeliano hanno incontrato alti dirigenti di Fb per discutere di una collaborazione tra le parti e si sono accordati di lavorare insieme contro gli “incitamenti via media network”.

Si tratta della presunta “libertà di espressione” occidentale, invocata sempre ad hoc…
Sarebbe interessante, ora, vedere che chi modifica i propri profili con i colori e le foto delle campagne promosse da Fb e dalle corporation, dimostri di essere veramente libero ammantandosi con la bandiera palestinese e i suoi colori.

In questo link, articoli correlati della nostra redazione su Fb e la Palestina: http://www.infopal.it/?s=Fb

Sorgente: Facebook chiude diversi pagine e account pro-Palestina | Infopal

The everyday violence of Israelis on Facebook

Any social media user following Israel’s assault on the besieged Gaza Strip last summer may have encountered the slew of cartoons published on the Israeli army spokesperson’s Twitter account.

Intended to justify indiscriminate bombing by portraying Palestinian civilian buildings as legitimate targets, these slickly designed pictures were just one iteration of Israel’s online efforts to stem the PR backlash against its attack on Gaza.

It is well-established that the Israeli state is heavily invested in such social media propaganda. Less attention has been paid, however, to the intertwining of militarism and occupation with the social media practices of ordinary Israelis.

Militarized citizens

In Digital Militarism, Adi Kuntsman and Rebecca L. Stein seek to cover this ground, dealing with the militarization of social media in the hands not only of the state, but also its citizens.

Kuntsman and Stein frame their work as “an archive of Israeli occupation violence as rendered in social media forms.”

The reader is exposed to “selfies” taken by Israeli soldiers inside invaded Palestinian homes, YouTube videos of Palestinians being forced to perform songs exalting the Israeli Border Police and smiling teenage girls using the hashtag #IsraelDemandsRevenge to call for collective punishment.

Such disturbing phenomena candidly depict a society in which the pleasures of social networking have become enmeshed with extreme forms of violence. This development is referred to by the authors as “digital militarism.”

Israel’s public secrets

Kuntsman and Stein write from within academia, but their work is accessible to a general audience, if occasionally veering into postmodern territory.

A central theoretical concept of the book is the “public secret,” a term used to describe Israeli society’s relationship with state violence: while the brutality of Israeli militarism is known to the public, it is also hidden from sight through various means, allowing daily life to go on.

The authors apply this framework to the viral scandal in which bloggers discovered Facebook photos of Eden Abergil, a female Israeli soldier, posing flirtatiously in front of blindfolded, handcuffed Palestinian men.

The routine violence depicted in these photos – which Abergil posted on social media herself – would have been recognizable to any Israeli soldier or veteran.

Yet the images were declared to be aberrations: “I can assure you that the act in no way reflects the spirit of the IDF or the ethical code to which we aspire,” claimed an army spokesperson.

The notion that such incidents are exceptional was repeated by state and non-state actors following subsequent social media scandals.

“After each revelation,” the authors explain, “the Israeli public would again express surprise at the amorality, indecency, or stupidity of the young soldier in question, with the indiscretion explained as a matter of personal circumstance (age, familial context, or social background).”

All about Israel

Even supposedly critical Israeli voices, such as liberal Zionist group Peace Now, responded to such incidents by focusing on Israel.

Ignoring Palestinian victims of abuse, they described Abergil’s photos as “shocking evidence of the impact of the occupation on Israeli soldiers and Israeli society.”

Rather than opening up a conversation about military occupation and violence in the wake of these scandals, Kuntsman and Stein note that many Israeli commentators instead discussed information security, army social media rules, and online privacy issues.

Tellingly, the headline of one article asked, “Is Facebook to blame?”

As such, Kuntsman and Stein convincingly argue that social media itself serves as an alibi for the occupation. By blaming Facebook instead of Abergil, and talking about social media instead of state violence, Israel was able to keep its “public secret” under wraps.

Digital suspicion

In the wake of the recent viral video of a soldier choke-holding a child at gunpoint in the Palestinian village of Nabi Saleh, and subsequent efforts by pro-Israel commentators to discredit its authenticity, the chapter on “digital suspicion” seems especially relevant.

The authors use this term to refer to Israeli accusations that digital images and videos depicting Palestinian suffering have been manipulated.

Such charges first emerged during Israel’s 2006 bombing of Lebanon, and were largely made by journalists and experts. But during later attacks on Gaza, average citizens became more active in leveling claims of digital tampering.

As this shift occurred, the authors argue that technical evidence and meticulous image inspection declined in importance, with accusations of manipulation becoming an almost automatic Zionist response.

Moreover, some pro-Israeli social media users began to tie allegations of digital deceit to more essential claims of national fraudulence: “Of course the picture is fake, everything they have is fake, they are a fake People,” claimed one such online commentator on an image of a children’s funeral in Gaza, cited in the book.

Importantly, Kuntsman and Stein contextualize “digital suspicion” within a long history of Zionist rejections of Palestinian testimony. Even before the digital age, the authors note, some supporters of Israel argued that an infamous video of 12-year-old Mohammed al-Dura’s slaying by a sniper’s bullet in the first weeks of the second intifada was a hoax.

Viewed through a wide historical lens, accusations of image tampering are the latest articulation of a discourse of suspicion which dates back to denial of the 1948 ethnic cleansing of Palestine.

With many commentators focusing solely on the “newness” of social media technologies, Kuntsman and Stein deserve praise here for pointing out continuities between past and present.

Selfie militarism

Kuntsman and Stein also tackle “selfie militarism,” a concept used to describe smartphone-era forms of “military souvenir photography” by Israeli soldiers. The term is slightly vague, since it is not exclusively applied to self-portraits, but rather to a variety of soldier-produced media.

These include videos of Palestinians being forced to perform by the army, a sadistic Instagram photo of a young boy in a sniper’s crosshairs, and a Facebook solidarity campaign for a soldier caught on camera behaving violently toward Palestinian teens.

Each of these phenomena could have merited a chapter of its own. As it is, readers may find themselves craving a tighter focus. In particular, the disturbing trend of “photographer-perpetrators” – individuals who record their own violence for circulation online – demands further analysis.

Such themes emerge again in the afterword, where the authors note that the images and videos they compiled form “a perpetrators’ archive, a chronicle of self-documented Israeli racism and militarism on social media.”

They suggest that this archive, “with its potential longevity and retrievability, might yield political alternatives,” “wor[k] against Israeli legacies of forgetting and erasure,” or “ope[n] the possibility for Israeli accountability.”

Perhaps, in the long-term, this will prove correct. Yet despite all this evidence online, there is currently no credible mechanism to achieve justice for Palestinian victims of Israeli violence. One wonders, then, if the digital archive is merely a testament to Israeli impunity.

Even so, Digital Militarism is a fascinating and unsettling book – a laudable documentation of how state violence has seeped into everyday Israeli social media, and of the deep militarization of that society as it colonizes the Palestinian people.

Robin Jones is an intern at Mada al-Carmel, a Palestinian applied social research organization in Haifa.

thanks to: Electronic Intifada

No reward for Palestinian who hacked Zuckerberg Facebook page

SAN FRANCISCO (AFP) — A researcher who hacked into Facebook chief Mark Zuckerberg’s profile to expose a security flaw won’t get the customary reward payment from the social network.

While Facebook offers rewards for those who find security holes, it seems that Palestinian researcher Khalil Shreateh went too far by posting the information on Zuckerberg’s own profile page.

Shreateh said on his blog he found a way for Facebook users to circumvent security and modify a user’s timeline.

He said he took the unusual step of hacking into Zuckerberg’s profile after being ignored by the Facebook security team.

“So i did post to Mark Zuckerberg’s timeline , as those pictures shows,” he said, including screen shots of the posting.

“Dear Mark Zuckerberg,” he wrote.”First sorry for breaking your privacy and post to your wall, i had no other choice to make after all the reports i sent to Facebook team. My name is KHALIL from Palestine.”

His reward for exposing the flaw was having his Facebook account disabled.

He later got a message saying, “We are unfortunately not able to pay you for this vulnerability because your actions violated our Terms of Service. We do hope, however, that you continue to work with us to find vulnerabilities in the site.”

Facebook said it appreciates help with security but not by hacking into user accounts.

“I am just an unemployed young Palestinian man who has applied for several jobs…but couldn’t find an opportunity…our bad economic conditions and other things needless to mention,” Shreateh told Ma’an.

“I dreamed of building a career after I found a flaw in Facebook…but I seem to be unlucky. If I do tests on a million accounts to prove my discovery, you will ignore my emails…but why when it came to Mark’s page you admitted there was a flaw, and you closed my account?” he added.

Facebook security engineer Matt Jones posted a comment Sunday on a security forum saying “we fixed this bug on Thursday,” and admitted that “we should have asked for additional … instructions after his initial report.”

“We get hundreds of reports every day,” Jones said. “We have paid out over $1 million to hundreds of reporters. However, many of the reports we get are nonsense or misguided.”

Jones added that “the more important issue here is with how the bug was demonstrated using the accounts of real people without their permission.”

“We welcome and will pay out for future reports from him (and anyone else!) if they’re found and demonstrated within these guidelines,” Jones said on the YCombinator hacker news forum.

Independent security researcher Graham Cluley said he had “some sympathy” with Facebook on the issue.

“Although he was frustrated by the response from Facebook’s security team, Shreateh did the wrong thing by using the flaw to post a message on Mark Zuckerberg’s wall,” Cluley said on his blog.

thanks to: