Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

continua Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo — Notizie dal Mondo

Annunci

Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

via Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela — Notizie dal Mondo

Venezuela: in otto milioni alle urne sfidando le violenze della destra

Nella giornata dedicata al voto per l’Assemblea costituente, barricate, omicidi, minacce e guarimbas di Mud e gruppi paramilitari per far prevalere l’astensione. Il paese rischia di trasformarsi in una Siria latinoamericana. Forte il rischio di un intervento militare statunitense o colombiano giustificato da ragioni umanitarie.

di David Lifodi

Più di otto milioni di venezuelani, su un elettorato di circa 19, ieri si sono recati al voto per eleggere l’Assemblea costituente. Difficile capire cosa accadrà adesso. La percentuale dei votanti, il 41,5%, non è altissima. Probabilmente, per mettere a tacere l’opposizione, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto essere senz’altro maggiore, ma, al tempo stesso, considerando che la Mesa de Unidad Democrática (Mud) ha fatto di tutto, dalle barricate alle minacce, passando per gli omicidi mirati e gli assalti ai seggi, pur di far prevalere l’astensionismo, otto milioni di persone alle urne non sono nemmeno un risultato da disprezzare. Chi si è recato a votare lo ha fatto consapevole che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita. Il paese risulta diviso a metà, ma, aldilà delle immagini televisive che mostrano solo ed esclusivamente scontri e violenze e non le lunghe file ai seggi per votare, si teme un’ulteriore salto di qualità da parte di Stati uniti e opposizione “democratica”, che da giorni invocano la cosiddetta “Ora 0”, leggi rovesciamento del governo bolivariano.

Un aspetto su cui in pochi si sono soffermati nella giornata di ieri è stato il rifiuto di riconoscere la validità delle elezioni, a prescindere, da parte di stati quali Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Perù. Si tratta di paesi che sono politicamente vicini agli Stati uniti e sostenitori della dottrina Usa della “sicurezza democratica”, quindi non sorprende che abbiano avallato la votazione farsa promossa due settimane fa dalla Mud e ritengano irregolare a priori quella per la Costituente. È stato lo stesso direttore della Cia, Pompeo, ad annunciare recentemente che stava lavorando con Messico e Colombia per aiutare i venezuelani a liberarsi di Maduro. Da tempo, per la sua posizione strategica, lo stato venezuelano del Táchira, al confine con la Colombia, si è trasformato in un campo militare privilegiato per le operazioni della destra neofascista e dei paramilitari colombiani, i quali stanno dando man forte alla Mud per spazzare via la rivoluzione bolivariana. È da questo stato, non a caso, che sono partiti la maggior parte di attacchi e sabotaggi condotti da gruppi paramilitari allo scopo di “trasformare il Venezuela in una nuova Siria e lo stato di Táchira in una nuova Aleppo”, come ha dichiarato il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino López. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, nonostante abbia ricevuto il Nobel per la Pace (immeritato) per i negoziati (in fase di stallo) con la guerriglia delle Farc, si è trasformato, al tempo stesso, in facilitatore delle campagne della destra venezuelana e si è già proposto per eventuali operazioni di assistenza umanitaria. Sotto questa copertura, la stessa che più volte è servita per giustificare gli interventi degli Stati uniti in altri paesi, Santos ha sposato in pieno la causa dell’operazione Venezuela Freedom-2, sponsorizzata dal Pentagono. Non solo. Il legame tra uno dei leader della Mud, Henrique Capriles (governatore dello stato di Miranda) e Santos è tale che tra gli uomini vicini al presidente e, al tempo stesso, consulente dell’opposizione venezuelana, c’è Germán Medina, già collaboratore dell’ex presidente colombiano Uribe e sostenitore di Capriles nel 2013, quando quest’ultimo fu sconfitto alle presidenziali da Maduro. Tra coloro che appoggiano la Mud anche Jorge Quiroga, vecchio esponente dell’estrema destra boliviana, e Vicente Fox, ex presidente messicano alfiere di primo piano del neoliberismo.

Le immagini di ieri, che hanno mostrato volutamente un paese nel caos e in preda di scontri, testimoniano comunque che in Venezuela è in corso un colpo di stato permanente e continuato. Del resto, è stato uno dei dirigenti più oltranzisti della Mud, Freddy Guevara, ad invocare modalità di guerra non convenzionali promosse dagli Stati uniti e ad augurarsi uno scenario simile a quello libico o siriano. Fa parte di questo piano il tentativo di paralizzare la società civile venezuelana tramite l’utilizzo di una violenza totale e indiscriminata contro i civili. Lo stesso numero di morti di questi ultimi mesi, che ha raggiunto purtroppo la cifra di circa 120 persone, è stato acriticamente imputato al governo bolivariano. In realtà, come ha evidenziato Luis Hernández Navarro su La Jornada, i gruppi di incappucciati che hanno messo a ferro e a fuoco Caracas e definiti frettolosamente come esponenti dei colectivos, appartengono in realtà a organizzazioni paramilitari vicine all’opposizione. Ad alcuni sostenitori del chavismo hanno appiccato il fuoco, come accaduto a maggio al giovane Orlando José Figueras, altre persone sono state aggredite con pietre e bastoni pur non essendo militanti bolivariani e in alcuni casi sono stati gli stessi “ribelli” a morire o a provocarsi gravi ferite utilizzando ordigni atti a devastare o a incendiare edifici pubblici. Sempre Navarro ha definito i membri dell’opposizione come apprendisti tropicali dell’Isis ed ha sottolineato come la maggior parte delle vittime della Mud siano afrodiscendenti, segnale della trasformazione della destra venezuelana in una sorta di versione sudamericana del Ku Klux Klan. Anche in occasione dei disordini e delle violenze di ieri, si è parlato di morti e feriti, ma in pochissimi hanno evidenziato che tra gli omicidi compiuti nella giornata del voto a morire è stato un candidato alla Costituente fatto fuori in casa propria da uomini armati a seguito di un’irruzione. Tutto ciò non per fare una macabra conta di morti da attribuire all’una o all’altra fazione, ma per mostrare il livello di intossicazione della comunicazione a proposito di quanto sta accadendo in Venezuela, paese vittima di una feroce guerra mediatica.

È stato lo stesso dissidente della Mud, Enrique Ocha Antich, ad ammettere che l’opposizione punta a creare un potere parallelo a quello istituzionale, allo scopo di far crescere la già forte polarizzazione sociale che da anni sta attraversando il paese e giustificare un intervento di potenze straniere mascherato da motivazioni umanitarie. La destra venezuelana ha compiuto un salto di qualità: sotto le bandiere della non violenza e della battaglia per la democrazia, veicolate da una stampa embedded, ha promosso in realtà le peggiori azioni, a partire dagli incendi dei magazzini dove erano conservati alimenti di prima necessità per i quartieri popolari all’insegna di quella che Luis Hernández Navarro definisce “pedagogia del fuoco”. Peraltro,  quella bolivariana è una dittatura ben strana, visto che gli oppositori possono permettersi di assaltare basi militari, supermercati, ministeri e molto altro senza che la Guardia nazionale bolivariana non faccia nient’altro se non difendersi. Lo stesso Leopoldo López, il leader del partito di ispirazione fascista Voluntad Popular, lo scorso 8 luglio ha ottenuto gli arresti domiciliari e, quando è uscito di prigione, dove in molti avevano diffuso la voce che fosse stato torturato, è sembrato in realtà in ottima forma, tanto da mostrare  un fisico da vero e proprio culturista.

La crescita esponenziale della violenza politica, unita a tentativi sistematici  e quotidiani di destabilizzazione, non permette al governo bolivariano di poter avere un futuro roseo in un paese oggettivamente diviso. Sia detto provocatoriamente, ma l’unico motivo per augurarsi la fine della rivoluzione bolivariana, sarebbe quello di vedere all’opera, con funzioni di governo, un’opposizione divisa su tutto, accomunata solo dall’odio contro il chavismo, ma senza uno straccio di programma. Nel caso in cui questa eventualità, tutt’altro che scontata, si verifichi, è probabile l’apertura di uno scenario non troppo dissimile a quello honduregno, all’insegna della repressione indiscriminata. In quel caso la stampa internazionale griderà ugualmente tutto il suo sdegno? La risposta, purtroppo, è scontata.

L’immagine è di Vincenzo Apicella

Tor Sapienza, la violenza razzista spacciata per “guerra tra poveri”

Annamaria Rivera

In Italia ormai dilaga la caccia, simbolica o reale, ai capri espiatori di sempre: rom e sinti, migranti e rifugiati. Pur variando luoghi e personaggi, comune è lo schema narrativo, avallato anche da quotidiani mainstream. A giustificare o sminuire la violenza dei “residenti” e dei “cittadini comuni” si propalano spesso leggende e false notizie, spacciate come vere anche da organi di stampa prestigiosi.

torsapienza  {}

tor sapienza  {}

Ciò che è accaduto nella borgata romana di Tor Sapienza costituisce un precedente assai grave. Mi riferisco al trasferimento forzoso, a furor di plebe, dei minorenni ospitati dal Centro di prima accoglienza, collocato in una struttura che include anche uno Sprar (Servizio protezione richiedentiasilo e rifugiati). Questa prima tappa della chiusura totale della struttura, pur essendo una misura prudenziale, si configura oggettivamente come cedimento istituzionale al violento ricatto razzista.

I facinorosi che, incappucciati e al grido di “bruciamoli tutti!”, a più riprese hanno attaccato il Centro, con lanci di pietre, petardi e perfino una molotov, per alcuni giorni sono stati rappresentati, anche dalla grande stampa, come poveri “cittadini esasperati”. E le dicerie a proposito di scippi, aggressioni, tentati stupri – dei quali non v’è traccia di prova, né denunce formali sono state puntualmente riprese senza alcuna verifica.

I minori stranieri che hanno provato a tornare a Tor Sapienza

Chi è rimasto nel Centro Morandi ancor oggi è a rischio. Ciò nonostante, di queste persone, deumanizzate e perseguitate, neppure si rispetta il diritto alla privacy: giornali e telegiornali, infatti, ne hanno mostrato i volti non oscurati, esponendole ancor di più al pericolo.

Tra i pochi che hanno osato violare tempestivamente lo schema narrativo di cui ho detto vi sono l’Arci, la Comunità di Sant’Egidio e, tra gli organi d’informazione, Il Redattore Sociale che già l’11 novembre svelava il segreto di Pulcinella: l’istigazione di estrema destra delle spedizioni punitive. A strumentalizzare frustrazione, senso di abbandono, disagio economico e sociale, dirottandoli verso gli alieni, v’è la presenza di “gruppi neofascisti e figure, vecchie e nuove, dell’estrema destra”, dichiarava al Redattore Gianluca Peciola, capogruppo di Sel in Campidoglio, riferendosi a questo e ad altri casi analoghi.

E sono rari, fra i commentatori che hanno insistito – a ragione, certo sul sentimento collettivo di segregazione e insicurezza che vivono i residenti, quelli che si sono soffermati a considerare le biografie, la condizione, i sentimenti dei capri espiatori: persone fuggite da povertà, persecuzioni e violenze, approdate rischiosamente in Europa dopo viaggi da incubo, private di casa e affetti, e oggi, di nuovo, rifiutate, minacciate, terrorizzate. Fra loro, trentasei minorenni soli e bisognosi di tutela, che erano impegnati in un percorso di formazione e inserimento professionale e che oggi sono dispersi in altri centri.

Si legga, a tal proposito, la toccante “Lettera aperta dei rifugiati del Centro Morandi”, ai quali finalmente qualcuno restituisce la parola.

Ancor meno sono, fra i giornalisti che hanno raccontato di questa vicenda, quelli che hanno citato il mélange, tutto nostrano, di attività illecite, spaccio, infiltrazioni mafiose e di estrema destra che caratterizza questo come altri quartieri romani di periferia. Contro il quale mai, per quel che ne sappiamo, i “residenti esasperati” hanno fatto barricate.

Lo schema che ho citato s’intreccia con un’altra retorica abusata: quella, in apparenza nonrazzista, della “guerra tra poveri”, secondo la quale, in sostanza, aggressori e aggrediti sarebbero vittime simmetriche. E’ un luogo comune purtroppo condiviso anche da una parte della sinistra, effetto della vulgata di un sociologismo di bassa lega. E’ da un buon numero di anni che chi scrive cerca di smontarla, quella retorica, e di mostrarne l’infondatezza, la superficialità, la fallacia; ma con risultati alquanto scarsi.Maggiore lucidità si ritrova altrove. Un comunicato sui fatti di Tor Sapienza della già citata Comunità di Sant’Egidio punta il dito proprio contro questa retorica: “Più che di un presunto disagio sociale o di una ‘guerra tra poveri’ che si vorrebbe innescare ad arte, si tratta spesso di episodi violenti a sfondo razzista”.

Esemplare in tal senso è ciò che è accaduto alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara, dopo l’assassinio di Muhammad Shahzad Khan, il pakistano di ventotto anni, mite e sventurato, massacrato a calci e pugni da un diciassettenne romano, la notte del 18 settembre scorso. Subito dopo, un centinaio di persone improvvisarono un corteo di solidarietà verso il giovane arrestato, non senza qualche accento di rammarico per “questa guerra tra poveri”, insieme con cartelli e slogan quali “Viva il duce” e “I negri se ne devono andare”.

marranella con daniel (7)

Daniel è il diciassettennearrestato per l’omicidio di Muhammad Shahzad Khan

Più tardi, un circolo politico decisamente di sinistra, presente nel quartiere, si è spinto fino ad affermare incautamente che l’omicida e l’ucciso sarebbero vittime dello stesso dramma della povertà e del degrado. Come se il livello di potere, la posizione sociale, la responsabilità morale fossero i medesimi, tra il bullo di quartiere che uccide, istigato e spalleggiato dal genitore fascista (poi arrestato anche lui), e la sua vittima inerme: già annientata dalla solitudine, dalla perdita del lavoro e dell’alloggio, dal terrore di perdere pure il permesso di soggiorno, dalla lontananza dalla moglie e da un figlio di tre mesi che mai aveva potuto vedere. Una perfetta illustrazione, quel delitto, di guerra contro i più inermi tra i poveri.

https://i2.wp.com/static.fanpage.it/romafanpage/wp-content/uploads/sites/2/2014/11/medium_141018-213449_Too181014Cr_0294.jpg https://i0.wp.com/www.euroroma.net/public/articoli/3475salvini.jpg

Certo, Roma è paradigmatica per le cattive politiche che nel corso degli anni hanno prodotto ghettizzazione e degrado urbano di tanta parte dell’hinterland. E, si sa, più che mai in tempi di crisi, il disagio economico e sociale, il senso di abbandono, l’indebolimento della socialità alimentano risentimento e ricerca del capro espiatorio. Ma a manipolare e deviare il rancore collettivo verso falsi bersagli c’è sempre qualche attore politico: solitamente di destra e di estrema destra, da Casa Pound alla Lega Nord di Salvini e Borghezio. Per non dire del sempre fascista Alemanno, egli stesso responsabile più di altri dello stato attuale delle cose, il quale dal suo blog incita a “liberare le periferie romane da un vero e proprio assedio incontrollato di nomadi e immigrati”.

Che la giunta Marino, come altre giunte “democratiche”, ne prenda atto e provveda, prima che sia troppo tardi. Che la sinistra politica e sociale nelle periferie ritorni, come un tempo, a fare lavoro politico.

Versione modificata e ampliata dell’articolo comparso sul manifesto del 14 novembre 2014

https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2014/11/db3a1-borghezio.jpg

thanks to: Tlaxcala

Gli studenti dell'Università di Tel Aviv sfidano la legge israeliana e commemorano la Nakba, la catastrofe del popolo palestinese

La commemorazione che si è tenuta il 14 maggio all’Università di Tel Aviv è storica. Invece di festeggiare la giornata dell’indipendenza di Israele, gli studenti hanno organizzato un’iniziativa di ricordo della Nakba, cioè la catastrofe vissuta dal popolo palestinese, sradicato e spossessato, dopo la creazione dello Stato israeliano nel 1948.

Organizzata all’ingresso dell’università, la cerimonia è stata un’iniziativa degli studenti di Hadash, la coalizione diretta dai comunisti,ma ha saputo allargare la partecipazione, dal momento che un migliaio di studenti, ebrei e arabi, sono accorsi a ricordare questo momento doloroso della storia del popolo palestinese.

Un atto coraggioso poiché, dopo la “Legge sulla Nakba” approvata in marzo dalla Knesset, ogni commemorazione della giornata dell’indipendenza israeliana come un giorno di lutto è considerata un delitto.

Di fronte alla mobilitazione studentesca, l’Università ha tollerato l’avvenimento imponendo però condizioni draconiane: rifiuto del raduno originale vicino al palazzo delle scienze sociali, remunerazione degli agenti della sicurezza dell’università da parte degli studenti, e anche la proibizione di affiggere manifesti, simboli e bandiere.

L’iniziativa non è stata disturbata se non da una contro-manifestazione organizzata da un centinaio di militanti dell’estrema destra sionista che hanno insultato i manifestanti, gridando “Ritornate in Siria”, “No all’Islam fascista” e anche “Traditori di sinistra”.

Tuttavia, la manifestazione, per il numero dei partecipanti e il suo carattere ecumenico è stata senz’altro un successo. Poiché la commemorazione non è stata concepita come una manifestazione comunitaria, ma piuttosto come una dimostrazione di unità tra ebrei e arabi attorno ad una catastrofe umanitaria.

Si tratta di un’idea nuova, di una cerimonia in sede universitaria non solo per gli studenti arabi, ma per tutti” ha dichiarato prima dell’iniziativa Safi Kadaan, studente di sociologia e uno degli organizzatori.

Parliamo di una catastrofe di cui tutta l’umanità deve essere cosciente. Il contesto storico sarà presente durante la cerimonia, nessun inno sarà cantato, poiché si tratta di una questione umana, non solamente di una questione nazionale”, ha aggiunto Safi Kadaan.

Un’altra organizzatrice dell’iniziativa, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Israele, Noa Levy, studentessa di diritto, si esprime sulla stessa linea, insistendo sul riconoscimento di questa tragedia:

L’idea che sta dietro la cerimonia, è che ci deve essere il riconoscimento concreto delle sofferenze e del dolore che ha causato il governo alle persone che vivevano su queste terre. E’ meno una questione politico- nazionale, e più una questione del riconoscimento della tragedia che si è sviluppata qui da noi”.

Noa Levy conclude affermando la necessità di rafforzare l’unità tra Ebrei e Arabi contro i partigiani dello status quo colonialista:

Ogni anno, diverse formazioni politiche organizzano iniziative centrate sulla Nakba, relegando in un angolo un punto essenziale delle relazioni tra Ebrei e Arabi. Ciò che non è mai stato fatto è commemorare la Nakba in un altro modo, rendendola accessibile al pubblico israeliano: una avvenimento per ricordare la tragedia e le grandi sofferenze subite da coloro che stavano qui prima del 1948, dei quali molti sono ancora vivi”.

thanks to
jeunescommunistes-paris15.over-blog.com
Marx21.it