ENI: corruzione in Nigeria, un morto sulla piattaforma di Ancona, 100 incidenti in Basilicata

Ecco qui, in un breve riassunto la nostra petrol-ditta nazionale.

Uno schifo che nessuna operazione di chirugia estetica puo’ risanare.

Basilicata 100esimo incidente ENI in sette anni – Piattaforma Barbara ENI (Ancona) : 1 morto e due feriti – Nigeria: assieme alla Shell ENI accusata di 1.3 miliardi di USD in mazzette.

continua Notizie dal Mondo

 

Annunci

La Germania chiudera’ tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera’ solo energia rinnovabile

It’s also an important signal for the world that Germany is again getting serious about climate change: a very big industrial nation that depends so much on coal is switching it off Claudia Kemfert, German Institute for Economic Research Berlin Neanche questa notizia arrivera’ sul fossilizzato Corriere della Sera o sara’ oggetto dei petrol-editoriali di…

via La Germania chiudera’ tutte le sue 84 centrali a carbone, e usera’ solo energia rinnovabile — Notizie dal Mondo

Arriva Calipso V, nuovo pozzo ENI al largo di Falconara

Nitrati (NOx) che saranno emessi da Calipso V, dell’ENI al largo di Falconara
“Le attivita in progetto non comportano impatti significativi per l’ambiente”
Tutto questo e’ firmato dal legale rappresentante dell’ENI, Mr. Diego Portoghese
Ovviamente da San Donato Milanese e’ sempre tuttapposto!
Siamo a circa 35 km dalla costa fra Falconara ed Ancona, ad una profondita’ d’acqua di circa 75 metri. E’ qui che l’ENI (al 51%) vuole trivellare assieme alla Edison Gas (al 49%), piazzandoci il pozzo Calipso V.
Ai tempi della scuola Calipso era una ninfa che trattenne Ulisse sulla sua isola, Ogigia, in Grecia, per sette anni. I due si amarono, lei gli offri’ l’immortalita’ ma lui la rifiuto’ perche’ voleva tornare ad Itaca.
Adesso Calipso e’ un petrol-mostro, perche’ questi signori del petrolio non sanno neanche rispettare la sacralita’ della letteratura greca e devono inquinare pure la mitologia antica.
Ad ogni modo, questi galantuomini dell’ENI gia’ operano, e dal 2002, la piattaforma Calipso, collegata alla centrale di Falconara, citta’ martoriata dal petrolio.
Quello che vogliono fare con Calipso V e’ di trivellare un nuovo pozzo per l’estrazione del gas, il quinto della serie, e aggiungerlo a tutti quelli che gia’ fanno riferimento alla piattaforma Calipso. Di questi due sono gia’ produttivi, Calipso 003 DirA e Calipso 004 DirB.
Quello che vogliono fare e’ di perforare, fare test sulla natura del gas estratto, e metterlo in produzione. Il giacimento e’ a circa 1.8 chilometri dalla piattaforma, per cui non e’ ben chiaro come ci arriveranno. Il loro documento di valutazione ambientale non lo spiega chiaramente. Trivelleranno in orizzontale per 1.8 chilometri? Non si sa, ma parrebbe l’unica possibilita’.
Ovviamente non possono non sparare sulla loro presunta benevolenza: dicono che il modello di business di ENI e’ “volto alla creazione di valore” per tutti, perseguita per varie strade, fra cui “la prevenzione dei rischi di business”, “la tutela dell’ambiente e delle comunità dove l’azienda opera”, “la salvaguardia della salute e sicurezza delle persone che lavorano in Eni e con Eni e il rispetto dei diritti umani, dell’etica e della trasparenza.”
Ormai sono tanti anni che leggo sviolinate del genere, e basta andare a Gela o a Viggiano per capire che sono solo balle e che di tutela dell’ambiente o di rispetto per i residenti c’e’ solo l’inchiostro con cui cotante sciocchezze vengono scritte.
Perche’? Perche’ il vero rispetto di ambiente e di persone significherebbe chiudere Gela, Viggiano, Porto Torres, Falconara e tutte le raffinerie d’Italia, ma questo ovviamente significherebbe fine del petrol-business, e dunque e’ piu’ facile mandare alla stampa e alla propaganda parole al vento che non significano niente.
E con queste belle parole ci propinano altri pozzi, come se a Falconara non ne avessero gia’ abbastanza di sirene che annunciano pericoli dalla raffineria, scoppi, puzze e disperazione, dal mare e dalla terraferma.
Partiamo con la litania del tuttapposto, del tanto-non-c’e’-niente-di-interessante e del fa-tutto-schifo-cosi’-possiamo-trivellare.
Secondo l’ENI nell’area interessata non ci sono beni paesaggistici, culturali o archeologici vincolati, ad eccetto dell’ area archeologica sommersa “Peschiera romana della Scalaccia” a sud di Ancona.
Tuttapposto.
Ancora, nella Regione Marche non ci sono aree marine protette, anche se presto dovrebbe essere instaurata l’area marina Costa del Monte Conero a 33 chilometri e anche se ci sono vari SIC, ZPS, ZSC ed IBA lungo le coste marchigiane piu’ o meno vicine a Calipso.
ZSC IT5310006 Colle San Bartolo;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5340001 Litorale di Porto d’Ascoli;
SIC IT5340022 Costa del Piceno – San Nicola a mare;
ZPS IT5310024 Colle San Bartolo e litorale pesarese;
ZSC e ZPS IT5310022 Fiume Metauro da Piano di Zucca alla foce;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
ZSC IT5320005 Costa tra Ancona e Portonovo;
ZSC IT5320006 Portonovo e falesia calcarea a mare;
ZSC IT5320007 Monte Conero;
ZPS IT5320015 Monte Conero;
Ma non solo Calipso non portera’ effetti negativi, sara’ un toccasana, come lo sono gia’ tutte le piattaforme petrolifere in zona. Infatti l’ENI ci ricorda che nel mare Adriatico esiste una area di “Barbare” a 20 chilometri a nord di Calipso dove le piattaforme servono per… difendere i litorali contro la pesca a strascico illegate!
Questa mi mancava proprio! Le piattaforme che ci salvano dalla pesca illegale!
Aggiungon ancora che …  le piattaforme, “con le loro strutture intricate, ricche di anfratti, rifugi”, rappresentano “un elemento di diversificazione nell’habitat originario monotono” e costituiscono dei “meccanismi bio-ecologici” in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema.
Oddio, la vita marina senza trivellatori e’ monotona, per cui arrivano i petrolieri a renderla piu’ intricata, e piu’ interessante! A darci piu’ pesci!
Ma che si sono bevuti questi qui?
Fanno ridere e piangere assieme. Interessante che molte delle frasi scritte sono state scopiazzate di qua e di la da internet. Per esempio la frase “costituiscono dei meccanismi bio-ecologici in grado di aumentare la produzione alieutica di un ecosistema” e’ stata presa pari pari da un sito che si chiama Il Pesce, del 2003.
La fantasia non e’ petrolio, eh?
Ad ogni modo, nonostante queste piattaforme romperanno la monotonia e porteranno alla maggior “produzione alieutica” (perche’ non scrivono come trivellano?), e’ interessante notare che navigazione, ancoraggio, pesca sara’ tutto vietato in un raggio di 500 metri dalla piattaforma.
Chissa’. Dei fluidi di perforazione, dei detriti, dell’inquinamento non se ne parla. Quei pesci aumenteranno, ma nessuno si potra’ avvicinare loro.
Ci sono invece, verso costa degli allevamenti di cozze, di allevamento ittico ed acquacoltura ma, secondo l’ENI e’ tutto lontano dalle loro trivelle e dunque anche qui, tuttapposto.
Ma poi, quanto gas arrivera’ da Calipso V?
La bellezza di 280 milioni di metri cubi in totale, su un arco di sette anni.
In Italia ne consumiamo circa 700 miliardi di metricubi l’anno, per cui qui siamo a
Un altro tuttapposto viene dall’affermazione dell’ENI che Calipso V potrebbe aiutarci a “sostenere l’attuale situazione di criticità del mercato italiano del gas, caratterizzato da riduzione della produzione nazionale dovuta alla diminuzione delle riserve nazionali e crescente dipendenza di forniture dall’estero”.
Dulcis in fundo, fanno “simulazione modellistica” e trovano… indoviniamo?
Tuttapposto!!
Tutto e’ sotto i limiti di legge, e al massimo ci sara’ un po di inquinamento a causa di tre motogeneratori durante le operazioni di trivellazione che dureranno circa 65 giorni.
Non ci saranno danni alle tartarughe, alla pesca, all’ambiente, a nessuno. Tutto e’ perfetto. E anche cio’ che perfetto non dovrebbe esserlo e’ “secondario”. Ci sara’ una “verifica periodica del corretto funzionamento dell’impianto di trattamento delle acque di scarico”, “l’ispezione periodica dei serbatoi contenenti liquidi pericolosi” e “manutenzione relativa ai motori e alle tubazioni” che contribuiranno a ridurre il rischio di rilasci anche accidentali.
Ma se l’ENI e’ la regina dei disastri, per dirne una, in Norvegia, dove ogni tanto le capita di essere sgridata dall’ente per la sicurezza petrolifera per irregolarita’ nelle sue operazioni? E poi, di grazia, quali sono questi “liquidi pericolosi”? Cosa c’e’ dentro? E le acque di scarto? Dove le metteranno? Quante ne saranno prodotte?
E  poi, niente paura.
Ci sara’ una nave di appoggio permanente dotata di attrezzature e materiali antinquinamento.
Ma non era tuttapposto? Perche’ allora la nave antinquinamento?  Per di piu’ con sistemi meccanici per separare olio ed acqua che lavoreranno almeno a 35 metri cubi/ora, e con sistemi di materiale per lo “spandimento in mare.”
Ma siamo gia’ a pagina 49 di 50, per cui questi sono solo piccoli dettagli. Come detto, e’ tutto perfetto, e perche’ perdere tempo con queste cosucce, come sapere di che monnezza si tratta e quanta ne finira’ in circolazione?
E cosi arriviamo all’ultima pagine dove di tuttapposto in tuttapposto siamo arrivati alla piena “coerenza tra il progetto” e “l’attuale situazione energetica italiana”. Ovviamente le “attività previste non determinano impatti rilevanti” su niente e nessuno, e si prevede “assenza di impatti significativi”, trascurabili, lievi e completamente reversibili. E anche se l’impatto e’ basso, il disturbo non e’ significativo e tutto sara’ condotto nel massimo rispetto e tutela dell’ambiente.
Come detto, e’ perfetto!
Purtroppo che dopo 50 anni di racconti su tutta questa perfezione, i residenti di Falconara non ci credono piu’.
Non c’e’ niente di perfetto in queste trivelle, ci sono invece scarichi di materiale tossico in aria, in acqua, pericoli di scoppio, danni alla vita marina, e se vogliamo essere piu’ grandi dell’orticello marchigiano, cambiamenti climatici, dipendenza cieca dalle fonti fossili, e peggior qualita’ della vita per tutti.
Come sempre, meglio il sole, meglio il vento.
Meglio Omero e la mitologia greca.
thanks to: dorsogna

L’ENI a trivellare Algarve, fra i mari piu’ belli del Portogallo

https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/390c2-010-praia-dona-ana-t.jpghttps://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/af1ae-albufeira252c2balgarve252c2bportugal.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/de00b-in-algarve-in-pensione-1920x1080.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/770a8-lagoa-algarve.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/42a76-praia-do-camilo-algarve-1.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/31e3d-nao-ao-furo-sim-ao-futuro-red-line-close_opt.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/213f5-ponta-piedade-lagos-algarve.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/e2402-01_170214_milfontes_one_billion_rising_dbm_38.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/65794-2016dez14_mapa-petroleo-algarve-01.png
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/37095-arte-ae25cc2581rea-odeceixe-25e225802593-aljezur-25e225802593-na25cc2583o-ao-furo-petro25cc2581leo.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/8526c-mappa-di-regione-di-algarve252c-portogallo.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/88910-infog20-alentejo_en-1140-01.png
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/2090d-petro25cc2581leo-cre25cc2581ditos-palp.jpg
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2018/05/31bb3-may_oil_gas_exploration_portugal_algarve_petroleo.jpg
Fa male al cuore, e fa vergogna all’Italia.
Queste che descriviamo sono azioni fatte, per il 30%, in nome di noi tutti,
cittadini d’Italia, e titolari di un terzo di questa ditta di morte chiamata ENI.
—-

Si chiama Algarve, ed e’ la regione piu a sud del Portogallo. Ci sono qui spiagge e villaggi di pescatori dipinti di bianco, ci sono scogliere, ci sono ville, ci sono pescatori, ci sono surfisti.

E’ una delle zone piu’ belle del turismo di Portogallo.

Ed e’ anche una delle ultime mire dell’ENI. 

Partiamo dall’inizio. Le ditte che vogliono qui trivellare sono la benefattrice dell’umanita’ ENI e la sua collega portoghese GALP.

Hanno firmato degli accordi per l’assegnazione delle concessioni circa dieci anni fa.  A quel tempo, nel 2007, le concessioni furono date dal governo di Lisbona alla Petrogal, una sussidiaria della GALP.

Nel 2014 arriva l’ENI, che firma un accordo con la Petrogal/GALP per sfruttare il giacimento
Sulla terraferma il parco naturale detto Costa Vicentina.

L’accordo e’ che di questo consorzio, il 70% e’ dell’ENI e il restante della GALP. La concessione occupa circa 9,100 chilometri quadrati.

Finalmente, nel Marzo del 2016 il consorzio ENI e GALP annunciano il loro intento di trivellare, con tutti i dettagli del caso, il mare offshore nei pressi della localita’ Aljezur. Nel concreto si trattava di un pozzo esplorativo in acque profonde, e dunque di piu’ difficile accesso, a 80 chilometri dalla citta’ di Sines.

L’obiettivo era di trivellare i mari atlantici di Algarve entro Maggio 2018, cioe’ … cioe’ adesso, con un investimento del costo di 100 milioni di dollari. La nave di appoggio dovrebbe essere la SAIPEM 12000.

A suo tempo, il portavoce dell’ENI, tale Franco Conticini, disse che le trivelle esplorative sarebbero durate per 45 giorni durante i quali recuperare campioni di petrolio da analizzare. Se il petrolio fosse stato buono e commercializzabile, sarebbe potuto arrivare il pozzo vero.

O i pozzi veri, perche’ i di estrazione potrebbero essere molteplici, senza considerare anche i pozzi di reiniezione, dove appunto seppellire tutto il materiale di scarto ad alta pressione.
Sono poi subentrati ritardi, come spesso accade nel petrol-mondo, dove non si possono prevedere sempre andamento dei prezzi, venti politici ed altri accadimenti geo-politici-economici mondiali, e le trivelle non sono ancora veramente arrivate questo Maggio.

Non ancora.

Perche’ nell’ambiente dei trivellatori si parla di buone prospettive per l’estrazione dall’Algarve, preoccupando un po tutti i residenti e i turisti.

L’area come detto sopra e’ meta di pellegrinaggi di surifisti e di amanti del mare, nonche’ di pescatori.

Ma le cose non sono cosi lineari.

A dicembre 2017 al consorzio ENI- GULP era stato richiesto di presentare uno studio di impatto ambientale, ma l’ENI mise in dicussione tale necessita’, come anche la garanzia di 20 milioni di euro,
per la precisione 20,375,500 euro, e una speciale polizza assicurativa, in caso le cose andassero storto.

Ohhh, nooo. Giammai.

Le cose non vanno mai storte, no? Mai a nessuno, e men che meno all’ENI!
Perche’ presentare studi, assicurazioni, garanzie?

Ovviamente le associazioni ambientaliste del Portogallo gia’ in subbuglio, lo sono state ancora di piu’. Hanno raccolto 42,000 firme contro le trivelle ENI, e sono arrivati veti e divieti da varie localita’ di Algarve.

Ma niente, il governo centrale non ci sente e le concessioni sono ancora li.

E non solo le concessioni sono ancora li, all’ENI e alla GULP sono state concesse pure delle estensioni per Lavagante, Santola e Gamba, a causa di “esigenze legali ed amministrative” e di “pubblico interesse” come ha detto il segretario dell’energia del Portogallo, Jorge Seguro Sanches.

Perche’ c’e’ il pubblico interesse? Non si sa, ma forse e’ bene ricordare che il governo di Portogallo ha tirato su 76 milioni di euro con le concessioni petrolifere dell’Algarve nel corso di questi 10 anni e che quindi e’ bene tenersi buoni i trivellatori. Alla fine, l’oceano non parla e non paga, i petrolieri si.

La vicenda e’ del tutto simile a quelle italiche: con l’ENI che fa comunella con i politici, i ministri dell’energia, dell’ambiente, del mare, con la GALP e con varie agenzie governative, che rassicura sul tuttapposto, e che in fine dei conti si prende gioco della democrazia.

Esempio? Come racconta il gruppo ASMAA, associazione di attivisti contro i mostri ENI, c’e’ stata una fase di consultazione pubblica gestita dall’ENI e durata per un mese e mezzo, dal 5 Marzo al 16 Aprile 2018, e che e’ stata definita una “farsa” dall’ASMAA. Mmh.

Mi ricorda tanto le nostre consultazioni pubbliche, se e quando si siano mai fatte!  Dove si parla, parla, si promette, si rassicura ma poi alla fine ENI e compari fanno quel che vogliono e ignorano le richieste di buonsenso dei residenti e degli amanti di mare e natura.

La cosa interessante e’ che in Portogallo come in Italia del resto, i politici fanno proclami a destra e a manca contro i cambiamenti climatici, ma poi quando si tratta di trivelle e di agire e di fermarle, non ci vedono e non ci sentono.

Il profumo dei soldi che rende profumate anche le trivelle, eh?

E infatti anche qui il primo ministro António Costa nel 2016 annuncio’ alla conferenza del clima a Marrakesh che il Portogallo sarebbe diventato carbon neutral entro il 2050. E poi due anni dopo …. estendono le concessioni petrolifere. Un controsenso no?

All’ENI non posso che ribadire tutto il mio schifo verso di loro, schifo che non e’ dimunuito di un milligrammo in questi dieci anni del mio avere a che fare con loro. Ho voglia di dirlo a tutto il mondo in Portogallo e a chiunque voglia sentire e leggere, che non sono che una ditta di morte, di bugie, di scarsa trasparenza, di persone piccole piccole di vedute, di responsabilita’, di amore, e che dovrebbero solo vergognarsi.

Come vorrei avere il potere di fermarli.

thanks to: dorsogna

“Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”

C’era anche un importante imprenditore nigeriano del settore petrolifero dietro il presunto complotto per far cadere l’ad di Eni Claudio Descalzi e danneggiare il premier Matteo Renzi. L’obiettivo: mettere a capo del colosso petrolifero italiano il manager Umberto Vergine. E fu proprio l’imprenditore nigeriano che disse, all’ex manager Eni Vincenzo Armanna, di essere pronto a far cadere Renzi pur di raggiungere l’obiettivo. È questa la versione che Armanna ha fornito agli inquirenti della procura di Siracusa, durante l’interrogatorio di quattro giorni fa, aggiungendo un ulteriore dettaglio alla vicenda: l’ipotesi di colpire il premier ha ora anche una pista che porta in Nigeria.

Le parole dell’ex manager Eni dovranno essere verificate dagli inquirenti. Il punto, come rivelato ieri dal Fatto, è che Armanna racconta di essere testimone diretto di un’azione mirata a danneggiare anche il presidente del Consiglio: dice ai pm di aver partecipato a due cene e a un terzo incontro – tra Montecarlo, Lugano e Ginevra – durante le quali gli furono descritte le manovre per disarcionare l’ad Descalzi. Incontri nei quali gli fu proposto di contribuire a “diffondere una falsa informazione”, ovvero il “finanziamento dell’intelligence israeliana alle precedenti campagne elettorali del premier”. L’obiettivo, sempre a detta di Armanna, sarebbe stato quello di pilotare le nomine delle più importanti aziende di Stato e addirittura la vendita di alcune di esse. E per raggiungerlo – sostiene sempre Armanna in procura – il gruppo di italiani coinvolti e l’imprenditore nigeriano puntavano a delegittimare Renzi per aver intascato soldi dai servizi segreti di Israele.

Armanna aggiunge un altro elemento: “Dissero che avevano a disposizione gli italiani che avevano fabbricato il dossier del Niger Gate, conosciuti in Nigeria nel 2013, e che sarebbero stati di grande aiuto nel minare la credibilità del presidente del Consiglio italiano e della sua squadra”. Il riferimento al Niger Gate riguarda i falsi dossier – che videro il coinvolgimento del Sismi (il servizio segreto italiano che è diventato oggi l’Aise) che li avrebbe consegnati alla Cia – fabbricati nel 2002: dimostrarono il traffico di uranio tra Niger e Iraq portando Usa e Gran Bretagna ad accusare lo Stato iracheno di aver violato l’embargo sugli armamenti nucleari. Uno dei pretesti per scatenare la seconda guerra del Golfo. I professionisti del falso dossieraggio, secondo Armanna, erano pronti a colpire Descalzi e Renzi in combutta con italiani e nigeriani. Nessuno, per il momento, può sapere se ciò che dice Armanna sia vero o falso. Di certo descrive uno scenario gravissimo. E sarebbe altrettanto grave se mentisse raccontando fatti impossibili da dimostrare.

Nell’inchiesta milanese sulle presunte tangenti versate dall’Eni in Nigeria – circa 200 milioni di euro per l’acquisizione del giacimento Opl 245 – Armanna è indagato per concorso in corruzione internazionale, insieme con Descalzi, l’ex ad Eni Paolo Scaroni e il mediatore Luigi Bisignani. E i suoi verbali d’interrogatorio sono ritenuti attendibili dalla procura lombarda. È altrettanto vero che Armanna è un uomo considerato in contatto, per il lavoro svolto all’estero, con ambienti vicini alle intelligence straniere. La Procura di Siracusa ha il compito di verificare ogni minimo dettaglio di questa deposizione: se fosse vero ciò che dice Armanna, infatti, pur di conquistare l’Eni, un gruppo di italiani e nigeriani avrebbe architettato falsi dossier per portare “all’impeachment” di Renzi.

La gravità dello scenario è confermata da un’altra circostanza: la voce che Renzi fosse finanziato o quanto meno influenzato dal Mossad è effettivamente circolata nei mesi scorsi. Il Corriere della Sera a marzo l’ha attribuita a Massimo D’Alema che, durante una cena, avrebbe riferito ai commensali: “Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”. Frase che finora l’ex ministro degli Esteri non ha mai smentito, segno che questa voce – un legame tra Renzi e il Mossad – si era diffusa e circolava negli ambienti della politica.

Ed è altrettanto certo che l’ipotesi di un finanziamento del Mossad a Renzi, durante le primarie del 2012 contro Pier Luigi Bersani, fu confidata al Fatto, nel dicembre 2015, da un’autorevole fonte: “Nel 2012 il Dis (dipartimento della presidenza del Consiglio che coordina i servizi, ndr) ha informato il Copasir, in maniera informale, che il Mossad stava finanziando la campagna elettorale per le primarie contro Bersani. Così il Copasir avverte l’allora direttore del Dis, Gianpiero Massolo, chiedendogli di intervenire. Infine, qualcuno dei servizi incontra l’ambasciatore israeliano Noar Gilon per discutere l’argomento”. Il Fatto non ha trovato riscontri e quindi non ne ha mai scritto. Con l’interrogatorio di Armanna, però, la situazione cambia. Un testimone descrive una situazione completamente opposta. E a questo punto le ipotesi diventano due. E tutte inquietanti. La prima. Armanna dice la verità e qualcuno ha tentato di conquistare la guida della nostra principale azienda energetica anche a costo di simulare per Renzi un’accusa gravissima: aver preso soldi da un servizio segreto straniero.

La seconda. È, invece, la nostra fonte anonima a dire il vero. Considerata la sua autorevolezza, non possiamo infatti dare per scontato che abbia detto il falso, anche se è plausibile che qualcuno possa averla – volutamente o no – informata male. Resta il fatto che non abbiamo trovato alcun riscontro alla sua versione: “Il premier è stato finanziato nel 2012 dai servizi israeliani, con conseguente intervento del Dis, dopo un approccio informale con il Copasir, che ne discute con l’ambasciatore dell’epoca Noar Gilon”. A questo punto, però, se la nostra fonte dice il vero, la versione fornita ai pm da Armanna – al quale, come per la nostra fonte anonima, non possiamo noi attribuire la patente di teste attendibile, o di millantatore – è in grado di disinnescare la strisciante accusa rivolta al premier. I pm di Siracusa hanno adesso il compito di verificare la versione di Armanna e del principale indagato, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, accusato di concorso in corruzione internazionale. Nelle loro mani non c’è soltanto un’inchiesta per corruzione internazionale. Nel loro fascicolo c’è la ricerca di un pezzo di verità – un presunto complotto per conquistare l’Eni, danneggiare o meno il presidente del Consiglio – che non può restare inevasa.

di Antonio Massari e Davide Vecchi | 9 luglio 2016

Agip-ENI in Nigeria, perdite e promesse fasulle

We are for sharing, for transparency, for the future. We are for the energy of the heart and mind.
Eni is inspired by principles of correctness, transparency, honesty and integrity
Respect for people or the environment, for today’s world today or that of tomorrow […]  this is what we are working for every day.
Vaglielo a dire in Nigeria

Non e’ facile scrivere di Nigeria e di Agip ed essere italiani. E questo perche’ siamo al 30% noi che facciamo lo schifo laggiu’,  e nessuno che pensa di mettere pressione all’ENI, a Descalzi e a tutta la cricca di politici e di affaristi che chiudono gli occhi. La Nigeria e’ lontana, come lo sono tutti i paesi in cui noi occidentali andiamo, trivelliamo in cambio di quattro denari, molto inquinamento e tanti saluti. Per fortuna che c’e’ l’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria a cercare di denunciare e di rendere noto al grande pubblico quello che accade lontano nel silenzio generale. Il 12 Gennaio 2015 un incidente petrolifero nella zona di Kalaba, Yenagoa e nello stato di Bayelsa, dell’Agip. Viene tutto reso noto solo il 28 Gennaio. In quelle due settimane nessuno aveva fatto niente e il petrolio misto ad altre sostanze veniva bellamente rigettato in atmosfera, ricadendo poi sul suolo. Le richieste di queste associazioni? “Agip should take immediate steps to stop the spill by going to site and effect clamping” “Agip should take all necessary steps to prevent such delays in responding to spill incidents; especially when there is no security or accessibility issues”. “Agip should ensure steps are taken for the immediate clean-up of impacted environment,” La risposta dell’Agip per email di Filippo Cotalini, Media Relations Office Manager dell’Eni – stiamo investigando, appena pronto manderemo un annuncio. Campa oggi che viene domani. 18 Aprile 2015  un’altra perdita di petrolio in Nigeria, questa volta nnel campo detto Osiama, sempre nello stato del Bayelsa e sempre di proprieta’ dell’Agip-ENI. Ancora una volta gli intrepidi dell’Environmental Rights Action/ Friends of Earth Nigeria vanno a perlustrare una perdita di petrolio dall’oledotto Tebidabe-Ogboinbiri. Strada facendo hanno incontrato un altra perdita da un pozzo, a un paio di chilometri di distanza. Ovviamente nessuno aveva ancora fatto niente per ripulire ne l’oleodotto, ne il pozzo, anche nelle settimane successive al 18 Aprile. Di nuovo l’ENI sebbene contattata non ha dato risposte, secondo la stampa di Nigeria. Alla fine, esasperati, secondo Reuters il 27 Maggio 2015 in Nigeria, un altra comunita’ del Niger Delta di Bayelsa decide di chiudere i propri impianti petroliferi dell’AGIP nella zona detta Nembe 5. I membri dell’Agrisaba Oil and Gas Committee lamentano le promesse non mantenute dall’ Agip in termini di opportunita’ di lavoro e di sviluppo nella loro comunita’. E quindi chiudono i loro pozzi. Questa volta l’Agip aveva la risposta pronta, e per penna del CEO Claudio Descalzi: e’ tutto normale, non ci sono problemi, e’ tuttapposto. Evviva l’ENI.

thanks to: dorsogna

Renzi, portaborse di Eni e Finmeccanica

di Alex Zanotelli
Mentre arrivava in Senato  il disegno di legge sulla Cooperazione allo sviluppo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi partiva per il suo viaggio in Africa . Un viaggio emblematico che ci aiuta a capire come leggere il nuovo disegno di legge sulla cooperazione. Ritengo che sia la nuova legge come il viaggio di Renzi  possano essere riassunti in una sola parola: business/affari.

Infatti  Renzi è partito alla volta dell’Africa con una folta delegazione di manager di imprese italiane, guidata dal viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Presente nella delegazione anche Alessandro Castellano,  direttore della Sace (Società per i servizi assicurativi del commercio estero), per assicurare gli investimenti all’estero delle imprese italiane, con seicento milioni di euro a disposizione delle ditte che investono nell’Africa subsahariana. Ma tra i prestigiosi nomi  della delegazione spiccava l’Eni , la potente compagnia petrolifera ben piazzata nei tre stati visitati da Renzi: Mozambico, Congo Brazzaville e Angola.

Il 19 luglio l’arrivo a Maputo, capitale del Mozambico, non a caso scelta come prima tappa del viaggio di Renzi.  Infatti nel 2011  l’Eni ha scoperto nella provincia di Cabo del Gado un giacimento off-shore di due miliardi e mezzo di metri cubi di gas, capaci di soddisfare i bisogni energetici delle famiglie italiane per i prossimi trent’anni. Renzi ha detto che l’Eni investirà 50 miliardi di dollari in Mozambico. «Uno dei più grandi investimenti al mondo sul gas», ha detto Calenda. In Mozambico operano già oltre 90 imprese italiane. «Il governo intende fare del Mozambico il test su come si affronta un mercato in Africa» ha detto ancora il viceministro, «e intende farne il centro della sua attività».

È chiaro che gli investimenti andranno a beneficio delle imprese italiane, poco o nulla andrà a beneficio del popolo mozambicano. È questo l’aiuto allo “sviluppo”?

Nella seconda tappa, il 20 luglio, Renzi arriva a Brazzaville, capitale del Congo, dove l’Eni è ben piazzata per l’estrazione del petrolio. Renzi firma un altro accordo con il governo congolese per un giacimento di petrolio off-shore.

Terza tappa: il 21 luglio Renzi raggiunge Luanda, capitale dell’Angola, tra le nazioni più ricche di risorse dell’Africa. Anche qui l’Eni è presente, fin dal 1961. Renzi apre al governo angolano la scatola di Pandora delle imprese italiane. Il messaggio di Renzi è chiaro: è venuto in Africa per fare affari. E i soldi della Cooperazione italiana servono spesso a sostenere le imprese nostrane con appalti all’estero che spesso hanno ben poca utilità per le popolazioni locali.

Infatti mentre le élites borghesi al potere, con le quali il governo italiano si accorda, diventano sempre più ricche , il popolo diventa sempre più povero.

Trovo molto grave che il viaggio di Renzi sia stato organizzato quasi in funzione dell’Eni che, in Africa, ha sulla coscienza un grave crimine ambientale: il disastro ecologico del Delta del Niger. Nonostante le proteste e le lotte del popolo Ogoni che vive in quella regione, nonostante la costante pressione dei movimenti ambientalisti nostrani, i vari governi italiani (da Berlusconi a Renzi), non hanno mai voluto affrontare l’argomento. Ho lavorato personalmente per l’invio di una Commissione parlamentare nel Delta del Niger, ma il ministero degli affari esteri ha negato il permesso.

Ritengo altresì grave la presenza di Finmeccanica nella delegazione che ha seguito Renzi. In un continente dilaniato da guerre e guerriglie, come può l’Italia presentarsi vendendo altre armi? Come ha potuto il governo italiano inviare la portaerei Cavour per il periplo dell’Africa, esibendo la nostra migliore produzione di armi ai governi africani? Non si può dare con una mano l’aiuto per la lotta contro la fame nel mondo, e con l’altra offrire armi.

Inoltre, non è con questo tipo di “cooperazione” che risolveremo il dramma delle migrazioni. Nonostante Renzi a Maputo abbia detto che «serve ciò che stiamo facendo in Mozambico»,  è proprio il tipo di “sviluppo” promosso dal presidente del consiglio che forza la gente a fuggire dalle zone rurali per ammucchiarsi nelle baraccopoli o a imbarcarsi sui barconi della “speranza”. È proprio il nostro Sistema economico-finanziario, del quale Renzi è un paladino, che ridurrà l’Africa a essere per tre quarti non abitabile (per il surriscaldamento) e forzerà almeno duecento milioni di africani a fuggire, secondo i dati Onu.

Non è questa la strada della cooperazione, della solidarietà, del futuro per noi e per loro.

Lo scrivo come missionario, inviato dalla mia gente africana a convertire la “tribù bianca”. La missione continua.

Napoli 23 luglio 2014

 

thanks to: nigrizia

Terrorista a chi?

isis_.jpg

Dagli anni ’20 ai ’60
A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell’ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l’odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l’influsso di qualche coppa di champagne.
Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l’invenzione folle del Regno dell’Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?
La drammatica storia dell’Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo
Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l’allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l’assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all’ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.
Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?
L’Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse. I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell’ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente
Una digressione su Mattei è d’obbligo, se non altro per capire quanto, dall’invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E’ successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l’Iran, si stata avvicinando a Qasim quest’ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi. La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall’ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un’opportunità imperdibile.
Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l’indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l’affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**. Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l’oro che fa scorrere il sangue
In “La verità nascosta sul petrolioEric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.
Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”. Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell’Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l’ex-leader del partito Ba’th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l’impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l’enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. L’istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L’amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all’epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni ’80 Washington era preoccupata dall’intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del ’79.

Anni di guerre
Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all’Iran gli USA finanziarono tra l’altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l’URSS – la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell’industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell’epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall’avanzata dell’ISIS di questi giorni. Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all’Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l’esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l’intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L’operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un’eccessivo indebolimento dell’Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L’11 settembre
L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo. A questo punto mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l’imminente attacco all’Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c’è l’inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L’avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell’ISIS è soltanto l’ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l’Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?
L’ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l’esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E’ evidente che la comunità internazionale e l’Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare.

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l’intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l’hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.
2) L’Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell’ALBA, della Lega araba, l’Iran, inserito stupidamente da Bush nell’asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l’UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell’abbattimento dell’aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattuto alla luce delle menzogne dette sull’Iraq.
3) L’Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L’economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell’ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?
4) L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E’ logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.
5) L’Italia dovrebbe porre all’attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del ‘900. L’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.
6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l’insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?
8) L’Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L’energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre».” Alessadro Di Battista

Note:
*Allen Dulle, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull’assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l’attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l’Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch’egli colpevole di aver nazionalizzato l’industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest’ottica va letta l’invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all’intermediazione criminale di Dell’Utri.

thanks to: beppegrillo