Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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FB, Israele e la censura: un progetto sionista

Gentile Direttore,

Nell’arco di tre mesi, Facebook ha bloccato la mia pagina tre volte per un periodo di 30 giorni ciascuna: alla fine saranno 90 giorni di censura e di bavaglio durante i quali il cittadino Diego Siragusa non potrà esprimere le proprie opinioni e documentare i crimini dello stato razzista, terrorista e genocidario che si chiama ISRAELE. Il secondo blocco è stato motivato per aver io citato una frase dei rabbini antisionisti di NETUREI KARTA: “Non sono malvagi perché sono sionisti, sono sionisti perché sono malvagi”.

Ormai il progetto sionista è chiaro. Dopo l’accordo tra il governo israeliano e Facebook per censurare e bloccare tutte le critiche a Israele, non si contano più i casi in cui liberi cittadini che esprimono il loro sdegno per i crimini di Israele, sono bloccati e censurati dai burattinai di Facebook. I lettori potranno documentarsi sul giornale inglese THE INDEPENDENT che riporta la notizia dell’accordo tra Il governo israeliano e Facebook (https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israel-palestine-facebook-activist-journalist-arrests-censorship-accusations-incitement-a7377776.html).

E’ necessario, quindi, denunciare a livello di massa e portare la questione nelle sedi politiche e governative. Si tratta di una violazione palese dell’art. 21 della nostra Costituzione. Voglio rammentare che al matematico Odifreddi, dopo una critica severa a Israele, fu tolta una rubrica che egli gestiva sulle pagine del quotidiano la Repubblica, proprietà di un ebreo sionista. Sorte analoga ha avuto il filosofo Gianni Vattimo che non ha più pubblicato una sola riga sul quotidiano sionista LA STAMPA dopo i suoi giudizi severi sulla politica coloniale e criminale di Israele. Questo episodio è stato raccontato a me dallo stesso Vattimo, venuto nella mia città per presentare un mio libro sul terrorismo israeliano. Due giorni fa, sul Corriere della Sera, la sionista Donatella di Cesare ha occupato mezza pagina per attaccare e diffamare il mio amico Diego Fusaro accusandolo di essere antisemita e accusando, contestualmente il filosofo Costanzo Preve, maestro di Fusaro, di essere “negazionista”!!! Una menzogna ignobile! Preve è morto, ma il figlio Roberto, avvocato, ha annunciato una querela nei confronti dell’ebrea sionista Donatella di Cesare. Recentemente, il mio amico Paolo Di Mizio, ex giornalista di Canale 5, ha lamentato un blocco di pochi giorni per un commento su Israele. Tanti altri semplici cittadini e militanti della causa palestinese mi hanno comunicato di essere stati vittime della censura di Facebook. E’ sufficiente una segnalazione di un ebreo sionista o di un’intera comunità ebraica, a far scattare la censura o, come nel mio caso, una vera persecuzione. Libertà totale è concessa, invece, ai sionisti che non lesinano attacchi isterici, volgari e razzisti senza incorrere in sanzioni o censure. Sto raccogliendo parecchi di questi documenti per un libro che sto scrivendo.

Lo scopo finale è quello di poter condurre a compimento quel crimine che si chiama “pulizia etnica della Palestina” e sradicamento della cristianità nel silenzio del mondo e con la complicità dei paesi occidentali, di tutto il sistema dell’informazione, e non solo.

Diego Siragusa

Biella 23/10/2018

thanks to: Infopal

Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu

di Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare a est l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

( Fonte: Ilmanifesto.it )

Sorgente: 27-4-18_comunita-ebraiche-con-la-memoria-di-netanyahu

Ebrei in difesa del boicottaggio di Israele

Un mese fa 352 tra organizzazioni per i diritti umani, associazioni ecclesiali, sindacati e partiti politici hanno lanciato un appello alla Commissione europea per sollecitare un intervento a difesa del diritto di parola e di espressione in sostegno al popolo palestinese, preoccupati per gli attacchi subiti, negli ultimi mesi, dai sostenitori del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l’apartheid e l’occupazione israeliane (v. Adista Segni Nuovi n. 21/16). Al loro grido di allarme si uniscono ora anche 14 organizzazioni di ebrei di tutto il mondo che il 3 giugno scorso hanno diffuso una lettera aperta in cui invitano governi e organismi internazionali a utilizzare tutti i mezzi a disposizione per obbligare il governo israeliano a cessare immediatamente la campagna di intimidazione contro Omar Barghouti e il movimento BDS da lui guidato.

Nella missiva – indirizzata al Congresso degli Stati Uniti, alla Commissione e al Parlamento europei e ai governi di Canada, Francia, Germania, Israele, Italia, Messico, Irlanda, Spagna, Sud Africa, Svezia e Regno Unito – i firmatari, sconvolti da questa guerra contro la resistenza nonviolenta all’illegale occupazione israeliana, sottolineano «una verità di base che sembra sfuggire all’attuale amministrazione israeliana e ai suoi apologeti: il boicottaggio messo in atto da cittadini di tutto il mondo contro la violazione continua del diritto internazionale è un diritto civile fondamentale protetto dalla legge. Il boicottaggio è uno strumento chiave della protesta nonviolenta. Non può essere vietato, reso illegale o punibile».

La richiesta dei firmatari (tra cui figura anche l’italiana Rete Ebrei contro l’Occupazione; nonché singole persone del calibro di Noam Chomsky e Nurit Peled) è quella di «porre immediatamente fine a tutti i tentativi di criminalizzare il sostegno al BDS e di riconoscere il diritto inalienabile alla resistenza nonviolenta».

E qualche risposta, seppur indiretta, alle due iniziative in difesa del BDS si comincia a registrare. Il 26 maggio, il ministro degli Esteri irlandese Charles Flanagan ha risposto a un’ interrogazione parlamentare del deputato Paul Murphy sugli attacchi di Israele contro il movimento BDS dicendo che questo non gode del sostegno del governo, ma che comunque si tratta di un «punto di vista politico legittimo».

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Affari esteri olandese, Bert Koenders, il quale ha, sì, dichiarato che il governo non sostiene il boicottaggio di Israele, ma ha poi precisato che l’adesione al BDS rientra nella sfera della libertà di espressione ed è dunque tutelata, «come sancito dalla Costituzione olandese e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Non la pensa così il governatore di New York, Andrew Cuomo, che all’inizio di giugno ha firmato un ordine esecutivo che fa divieto a tutte le agenzie e i dipartimenti su cui ha potere esecutivo di devolvere fondi a quei soggetti, istituzioni, compagnie, aziende, che boicottano o disinvestono da Israele.

Di «precedente inquietante» parla, sul New York Times, Daniel Sieradski, fondatore del Progressive Jews PAC, ricordando come nel 1985 il padre dell’attuale governatore, Mario Cuomo, avesse invece proposto che lo Stato di New York disinvestisse dalle aziende che facevano affari in Sud Africa, «a dimostrazione – spiegava l’allora governatore – dell’orrore che proviamo di fronte a questo sistema di apartheid». «Alla fine – racconta Sieradski – i repubblicani bloccarono il suo progetto e Cuomo decise di disinvestire i propri fondi, ritirando i soldi depositati in banche che avevano legami con il Sud Africa». «Come sono cambiati i tempi», commenta Sieradski.

Ma anche in Italia c’è poco da stare allegri. Il 1° giugno scorso, la ministra dell’Educazione Stefania Giannini si è recata in visita in Israele, insieme ad alcuni membri della Conferenza dei Rettori e a una delegazione di docenti italiani, per commemorare i 15 anni dell’accordo di collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra i due Paesi. Il viaggio era tra le altre cose teso a rinsaldare i rapporti dopo le polemiche scaturite dalla collaborazione tra alcune università italiane e il Technion, il Politecnico di Haifa. Più di 300 docenti italiani hanno infatti sottoscritto nei mesi scorsi un appello a interrompere ogni cooperazione con l’ateneo coinvolto più di ogni altro nel complesso militare-industriale israeliano. L’iniziativa alla ministra non è andata giù e durante la permanenza in Israele non ha mancato di stigmatizzarla, ribadendo che il boicottaggio «è sbagliato nel principio e nella pratica». Citando Renzi, la ministra non si è poi fatta scrupolo di aggiungere che «Israele è una parte di noi».

di Ingrid Colanicchia

( Fonte: bdsitalia.org )

Sul 25 Aprile

La questione che si pone dagli ebrei Italiani sulla presenza della bandiera dello stato Israeliano e dei suoi alfieri e di quella del popolo Palestinese e dei Palestinesi è davvero di poca onestà intellettuale ed è “malizioso” fare finta che le obbiezioni che si alzano da molte parti siano una questione di antisemitismo o di mancanza di “gratitudine”.

10-4-15_25Aprile-Lettera-Firmata.