La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

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Gli scrittori israeliani non sanno scrivere

L’immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni

di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007

Negli ultimi tre anni la letteratura israeliana è fiorita all’estero e ha stretto buone relazioni pubbliche. Scrittori hanno viaggiato, sono rientrati in patria, hanno vinto premi e i loro lavori sono stati tradotti in molte lingue. Una delle persone maggiormente responsabili di tutto ciò è Dan Orian, che fino alla settimana scorsa lavorava come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (DCSA) del ministero degli esteri. Dopo aver completato il suo servizio in quella posizione, ha assunto il suo nuovo incarico di console presso l’ambasciata israeliana di Copenhagen.

La cooperazione tra scrittori israeliani e il ministero degli esteri è basata su un interesse reciproco: gli scrittori e i poeti cercano all’estero la massima visibilità per i loro lavori e il ministero degli esteri vuole usarli per presentare il volto sano e attraente d’Israele.

“Qui ci sono scrittori magnifici che sanno anche come parlare e che hanno qualcosa da dire, e per me va benissimo che abbiano opinioni politiche differenti dalla posizione ufficiale d’Israele” dice Orian.

“Non c’è dubbio che David Grossman o Sami Michael siano molto a sinistra nella mappa politica. Il messaggio che viene trasmesso è che siamo un paese pluralistico nel quale a ognuno è data la possibilità di esprimere le proprie opinioni. Amos Oz partecipa in Grecia a un evento per lanciare “A tale of love and darkness” e 1.500 persone vi partecipano”, cita come esempio Orian. “Yehudit Rotem, Aharon Appelfeld, Ronny Someck appaiono all’estero e ottengono una risonanza incredibile. Queste sono le cose che restano, alla fine”.

Orian vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. “La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”. Orian sarà sostituito entro due mesi da Sylvia Berladski, e molte persone sperano che lei continui il successo del Dipartimento.

Orian, 41 anni, sposato e padre di tre figli, è nato e cresciuto a Gerusalemme. Nell’esercito ha fatto parte dell’intelligence e poi si è laureato in studi slavi all’Università ebraica. Per cinque anni è stato attacché culturale a Mosca e tre anni fa è approdato al DCSA, che considerava l’anello meno prestigioso del ministero degli esteri.

“All’inizio non volevo quell’incarico – racconta -. Volevo un posto da diplomatico, ma col senno di poi quella posizione si è dimostrata non solo importante, ma della massima influenza. Quando vai a parlare con qualcuno del futuro della Striscia di Gaza o del percorso della barriera di separazione, risulta molto importante ciò che questa persona ha nella mente riguardo a Israele. E alle volte, se ha letto l’ultima traduzione di Grossman o Appelfeld, o è stato a un concerto di una filarmonica israeliana presso il teatro Gesher, la conversazione prende una piega totalmente differente”.

Il Dipartimento di letteratura presso il DCSA opera attraverso diversi canali: finanzia in parte o completamente i viaggi all’estero degli scrittori o dei poeti israeliani, abitualmente dopo la pubblicazione di uno dei loro libri; aiuta ad ospitare scrittori ospiti e fornisce assistenza finanziaria per tradurre lavori in altre lingue.

Pare che alcuni scrittori viaggino molto e altri meno. Come fa il ministero a scegliere quali aiutare?

“Generalmente mandiamo (all’estero) gli scrittori in prossimità dell’uscita di un loro libro tradotto in lingua straniera” dice Orian. “Spesso ci arrivano richieste da una casa editrice estera, da un festival o da una fiera del libro che vuole invitare certi scrittori. Sono sicuro che ci siamo dimenticati di qualcuno”.

“A volte ci sono progetti speciali” aggiunge Orian. “Per esempio, abbiamo mandato tre scrittrici alla Settimana del libro di Singapore: Savyon Liebrecht, Noga Algom e Alona Frankel. Due volte all’anno, in primavera e autunno, una delegazione di scrittori israeliani si reca negli Stati Uniti. Quest’autunno toccherà a Michal Govrin e Sami Michael. Michael sarà onorato da un grande evento a Stanford”.

In quale misura la letteratura esportata dal ministero degli esteri deve essere in linea col consenso politico israeliano?

“L’idea è quella di mostrare che Israele è molto di più della battaglia tra israeliani e palestinesi su un pezzo di terra. Quando Zeruya Shalev va in Germania, c’è gente anche fuori all’auditorium per ascoltarla. Noi siamo percepiti come aggressivi, come quelli che impongono le chiusure sui Territori, e improvvisamente appare un’autrice che parla delle relazioni all’interno della famiglia e il cui modo di scrivere è veramente non politico. Questo può cambiare l’intera percezione della società israeliana”.

“Due mesi fa Sami Michael è andato in Romania, il giorno dopo ne è stata data notizia dalla stampa e 5.000 copie di “A trumpet in the Wadi” sono state vendute in pochi giorni. Agi Mishol è andato negli Stati Uniti e Raquel Chalfi è stata pubblicata sulla American Jewish Poetry. Abbiamo tra 50 e 100 scrittori e poeti che stanno dialogando col mondo”.

E, nonostante questo il budget del Dipartimento per la letteratura presso il DCSA è piuttosto piccolo: poche centinaia di migliaia di shekels all’anno. “Mandiamo all’estero una media di 120 scrittori all’anno e generalmente paghiamo il loro biglietto aereo” dice Orian. “Le loro spese di soggiorno sono sostenute dai loro editori all’estero. Con l’aggiunta di altri 200.000 dollari sarebbe possibile mandare all’estero altri 50 scrittori e tradurre altri 100 libri e questa sarebbe una differenza significativa”.

E aggiunge: “Diamo aiuto per la traduzione della letteratura israeliana in lingue straniere, circa 2.000 dollari per traduzione. Per le traduzioni chiediamo anche aiuto a uomini d’affari che hanno interesse a contribuire a questo sforzo. Quest’anno, per esempio, siamo riusciti a raccogliere 13.000 dollari grazie ai quali sono stati tradotti in polacco sette libri israeliani. Abbiamo un progetto assieme alla casa editrice Abbasi di Haifa per tradurre i libri israeliani in arabo. Abbasi ha pubblicato Amos Oz, David Grossman e Ruth Almog in arabo”.

Uno dei progetti a cui Orian ha contribuito è “Gente del mondo scrive la Bibbia”, grazie al quale cittadini di diversi paesi scrivono un capitolo della Bibbia ebraica nella loro lingua e calligrafia. Il progetto, incominciato dalla ong Bible Valley, guidata da Amos Rolnik, opera in venti paesi, e i primi sei libri (inclusi due da Singapore e Taiwan) usciranno presto. Saranno esposti nella Bible House, da costruire nella regione di Adullam vicino a Gerusalemme.

Un’altra iniziativa è stata una mostra di illustrazioni da libri per bambini israeliani esposta nelle fiere del libro in giro per il mondo. Sedici grandi poster con illustrazioni colorate di Liora Grossman, Alona Frankel, Ora Eitan, Yossi Abolafia, Naama Benziman, David Polonsky, Rutu Modan, Batia Kolton e altri sono stati mostrati nei padiglioni israeliani. “La vista dei grandi poster ha attirato l’attenzione sui libri dei nostri bambini” dice Orian, che recentemente ha scritto un libro per bambini che sarà pubblicato dalla casa editrice Korim.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

“Non scarto la possibilità di tornare al DCSA” dice. “Ma voglio avere un posto diplomatico in futuro e forse guidare una legazione israeliana”.