Impatto storico dell’”Aiuto Umanitario” statunitense sul mondo

Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti hanno giustificato il proprio intervento in altri paesi con il pretesto dell’”aiuto umanitario”.

Diversi media e fonti internazionali hanno voluto sottolineare l’importanza del presunto “aiuto umanitario” inviato dagli Stati Uniti in Venezuela, per non parlare del forte blocco economico e commerciale applicato dalla nazione americana al popolo venezuelano, che danneggia la qualità della vita dei suoi cittadini.

Recentemente, il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha avvertito che l’aiuto umanitario degli Stati Uniti è uno spettacolo per nascondere le sue intenzioni di dominio e per appropriarsi della ricchezza della nazione sudamericana.

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L’acqua potabile contaminata di Gaza fa diffondere la “Sindrome del Bambino Blu”

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Al-Jazeera, Imemc. Di Il medico con le occhiaie e la barba incolta entra nel reparto pediatrico dell’ospedale Al-Nassar nella città di Gaza. E’ un giovedì sera, quasi il fine settimana. Il reparto è deserto e stranamente silenzioso, si sente solo il lamento occasionale di qualche bambino.

In ogni letto, separato dall’altro con una tenda, si assiste alla stessa scena: un bambino è sdraiato, collegato a tubi, a fili e ad un generatore, mentre una madre siede accanto come un testimone silenzioso.

Il dott. Mohamad Abu Samia, direttore di Medicina pediatrica dell’ospedale, scambia alcune parole sommesse con una delle madri, poi solleva dolcemente la vestaglia del bambino rivelando una cicatrice dovuta ad un intervento chirurgico al cuore, lunga quasi quanto la metà del suo corpo.

Il posto-letto successivo è occupato da una bambina che soffre di una grave malnutrizione. E’ sdraiata immobile, con il suo piccolo corpo collegato ad un respiratore. Dato che l’elettricità a Gaza funziona solo per quattro ore al giorno, la bambina deve stare qui dove i generatori la possono mantenere in vita.

“Abbiamo troppo lavoro -, afferma sopraffatto il medico -. I bambini soffrono di disidratazione, vomito, diarrea, febbre”. La percentuale altissima di pazienti con diarrea, il secondo più importante killer al mondo di bambini fino ai cinque anni, è sufficiente per far scattare l’allarme.

Ma negli ultimi mesi il dott. Abu Samia ha assistito ad un brusco aumento di gastroenteriti, malattie renali, cancro pediatrico, marasma – una malattia dovuta a grave malnutrizione che compare nei bambini –  e alla “sindrome del bambino blu”, un disturbo che rende labbra, viso e pelle bluastre, e sangue color cioccolato.

Fino ad ora, ha affermato il medico, vedeva “uno o due casi” di sindrome del bambino blu ogni cinque anni. Ora accade il contrario – cinque casi all’anno.

A chi gli chiede se ha a disposizione studi sui quali basarsi che sostengano la sua affermazione, dice: “Viviamo a Gaza, in una situazione di emergenza… Abbiamo solo tempo di mitigare il problema, non di effettuare delle ricerche”.

Tuttavia, le cifre del ministero della Sanità palestinese supportano le conclusioni del medico. Esse mostrano un “raddoppiamento” dei casi di diarrea, arrivata ormai a livello epidemico, così come i picchi dell’estate scorsa di salmonella e persino di febbre tifoidea.

Riviste mediche indipendenti e specializzate hanno documentato, inoltre, l’aumento della mortalità infantile, dell’anemia ed una “dimensione allarmante” nell’arresto della crescita tra i bambini di Gaza.

Uno studio della Rand Corporation ha rivelato che la cattiva qualità dell’acqua è una delle principali cause di mortalità infantile a Gaza.

In parole semplici, i bambini di Gaza stanno affrontando un’epidemia mortale di proporzioni tali che non si erano mai viste in precedenza.

“Tanta sofferenza. E’ una questione di vita o di morte”, dice il dott. Abu Samia.

Le cause di questa crisi sanitaria sono da ricercare in vari fattori, ma gli esperti di medicina concordano su quello che ritengono essere uno dei principali colpevoli: l’acqua potabile di Gaza è scarsa e contaminata, a causa dell’assedio economico di Israele, del suo ripetuto bombardamento di infrastrutture idriche e fognarie e di una falda acquifera in pessime condizioni e di scarsissima qualità, e che, pertanto, il 97% dei pozzi di acqua potabile di Gaza è al disotto degli standard minimi di salute per il consumo umano.

Il dott. Majdi Dhair, direttore della Medicina di prevenzione del ministero della Sanità palestinese, riferisce di un “enorme incremento” delle malattie trasmesse con l’acqua che afferma siano “collegate direttamente all’acqua potabile” e alla contaminazione con le acque fognarie non trattate che vanno a finire, senza alcuna depurazione, direttamente nel Mediterraneo.

Una visita presso il campo rifugiati densamente abitato di Shati’ (o “Spiaggia”) di Gaza aiuta a spiegarne il motivo. Qui, 87.000 rifugiati con le famiglie al seguito – scacciati dalle loro case e villaggi nel 1948 durante la creazione di Israele – sono racchiusi in mezzo chilometro quadrato in strutture di blocchi di cemento, di fianco al Mediterraneo.

“Acqua ed elettricità”? Dimenticatevele, afferma Atef Nimnim che vive con madre, moglie e due generazioni più giovani – 19 Nimnim in tutto – in una piccola abitazione di tre stanze, a Shati’.

L’acqua dell’acquedotto di Gaza che esce dai rubinetti è troppo salata, quasi nessuno a Gaza la beve ancora. Per l’acqua potabile il figlio quindicenne di Atef carica bidoni di plastica su una sedia a rotelle e le porta in una moschea, dove li riempie, “per gentile concessione di Hamas”.

La maggior parte delle famiglie, anche nei campi rifugiati, spende fino a metà del modesto reddito che ha a disposizione nell’acqua desalinizzata proveniente dai pozzi non regolamentati di Gaza. Ma anche questo sacrificio ha un costo.

Contaminazione fecale.

I test dell’Autorità Palestinese per l’Acqua dimostrano che fino al 70% dell’acqua desalinizzata consegnata da un piccolo esercito di camion privati, ed immagazzinata nei contenitori situati sopra ai tetti del campo, è soggetta a contaminazione fecale.

Anche microscopiche quantità di E.Coli possono far sviluppare gravi crisi sanitarie.

La ragione di questo, come spiega Gregor von Medeazza, esperto dell’UNICEF per l’acqua e le infrastrutture igieniche di Gaza, è che maggior tempo l’E.Coli rimane nell’acqua, più “inizia a svilupparsi” e quindi la situazione non fa che peggiorare. Ciò provoca la diarrea cronica, che a sua volta può portare alla scarsa crescita nei bambini di Gaza, come ha documentato di recente una rivista medica britannica. Uno degli effetti, aggiunge von Medeazza, è sullo “sviluppo cerebrale” con un “effetto rilevabile sul QI” dei bambini affetti.

Gli alti livelli di salinità e di nitrati presenti nella malridotta falda acquifera di Gaza, sovra-pompata talmente male da farvi confluire anche acqua di mare – sono alla radice di molti dei problemi sanitari presenti a Gaza. Elevati livelli di nitrati provocano ipertensione e malattie renali, e sono legati direttamente all’incremento della sindrome del bambino blu. Malattie collegate all’acqua, come la diarrea infantile, salmonella e febbre tifoidea, sono provocate dalla contaminazione fecale –  sia dall’acqua desalinizzata immagazzinata sui tetti che dai 110 milioni di litri di liquami grezzi o scarsamente trattati che ogni giorno finiscono nel Mediterraneo.

A causa dell’elettricità che resta staccata per 20 ore al giorno, l’impianto fognario di Gaza è praticamente inutilizzabile, pertanto i liquami arrivano direttamente al mare attraverso lunghe tubature, 24 ore al giorno per 7 giorni, proprio in una spiaggia che si trova a nord della città di Gaza. Nonostante ciò, durante l’estate i bambini continuano a nuotare lungo tutte le spiagge di Gaza.

Nel 2016 Mohammad Al-Sayis, 5 anni, ingoiò acqua di mare contaminata dalle acque reflue, ingerendo batteri fecali che gli provocarono un’infezione fatale al cervello. Mohammad è stato il primo bambino deceduto accertato a Gaza causato dai liquami.

A peggiorare le cose, i missili e le granate israeliane hanno danneggiato o distrutto le torri e le condutture dell’acqua, pozzi ed impianti di depurazione causando danni stimati in circa 34 milioni di dollari. Ciò ha ulteriormente paralizzato la fornitura di acqua pulita e sicura, facendo peggiorare la catastrofe sanitaria di questo luogo. Un impatto ancora maggiore deriva dal blocco economico di Israele, che il dott. Abu Samia ritiene diretto responsabile della dilagante malnutrizione presente a Gaza.

Le gravi carenze di acqua ed elettricità, assieme all’aumento della povertà, hanno danneggiato i livelli nutrizionali, afferma il dott. Abu Samia.

“Sta colpendo i bambini”.

Prima dell’assedio, dice, non aveva nessun paziente malnutrito.

Ora gli capita frequentemente di visitare bambini con malattie dovute alla malnutrizione.

“Stiamo vedendo bambini che soffrono di marasma” – una grave malattia nutrizionale. “Negli ultimi due anni è sempre di più in aumento”.

Gli abitanti di Gaza ricordano molto bene le ciniche parole del ministro israeliano Dov Weissglas pronunciate nel 2006, quando ha tristemente paragonato il blocco ad “un incontro con un dietologo… Dobbiamo farli diventare più magri, ma non troppo da farli morire”.

Gaza diverrà inabitabile dal 2020.

A parte le centinaia di morti dovute ai razzi, missili e proiettili durante le ultime tre guerre scatenate contro Gaza, ora i bambini si ammalano e muoiono anche a causa delle acque contaminate e per le malattie infettive da esse causate.

“L’occupazione e l’assedio sono i principali ostacoli al miglioramento della salute pubblica nella Striscia di Gaza”, ha riportato uno studio del 2018 su Lancet, che parla di “effetti significativi e deleteri sull’assistenza sanitaria”.

Senza un maggiore intervento da parte della comunità internazionale, ed in tempi brevi, le associazioni umanitarie avvertono che Gaza diverrà inabitabile dal 2020 – a mala a pena poco più di un anno da ora.

Il mancato intervento urgente comporterà “un enorme collasso”, dice Adnan Abu Hasna, il portavoce dell’UNRWA a Gaza, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, alla quale l’amministrazione Trump ha recentemente tagliato tutti i finanziamenti degli USA.

In caso contrario Abu Hasna aggiunge che, in meno di due anni, “Gaza non sarà più un posto vivibile”.

E comunque, vivibile o no, la grande maggioranza dei due milioni di abitanti di Gaza non ha altro posto dove andare. Molti di loro stanno semplicemente cercando di vivere la vita nel modo più normale possibile in circostanze estremamente anomale.

Nel crepuscolo di una notte d’estate, su uno sperone di roccia e terra nel mezzo del porto di Gaza, cinque di quei due milioni di persone cercano di godersi qualche minuto di tranquillità.

Attorno ad Ahmad e Rana Dilly ed ai loro tre bambini, il porto si riempie di vita. I pescatori tirano a riva le loro reti. I bambini si mettono in posa per scattare dei selfie su blocchi di cemento distrutti e tondini di ferro – resti di un ormai passato bombardamento.

Rana versa succo di mango; Ahmad insiste nel voler distribuire alcuni wafer al cioccolato.

“Tu stai con i Palestinesi”, sorride, respingendo quelli che li rifiutano.

I loro tre bambini piccoli sgranocchiano le patatine.

La famiglia Dilly ha gli stessi problemi che hanno molte altre famiglie di Gaza.

Ahmad, che lavora come cambiavalute, ha dovuto ricostruire il suo negozio nel 2014 dopo che un missile israeliano lo aveva distrutto.

Come molti altri gazawi, anche questa famiglia deve fare i conti con l’acqua salata che esce dai rubinetti e con i rischi intrinseci delle malattie dovute all’acqua rifornita dai camion sulla quale fanno affidamento. Ma questi problemi sono niente se confrontati con il loro desiderio di sentirsi al sicuro e di poter godere di fugaci momenti di vita come una famiglia normale.

“So che la situazione è orribile, ma io desidero solo che i miei figli possano usufruire di qualche piccolo cambiamento di volta in volta” afferma Ahmad. “Voglio che vedano qualcosa di diverso, voglio che la mia famiglia si senta al sicuro”.

In lontananza echeggia il rumore di un’esplosione. Ahmad si ferma per un breve momento, poi lo ignora.

Aggiunge “Sono venuto qui al mare per dimenticarmi di tutto il resto”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

La 1ª parte dell’articolo è reperibile qui.

thanks to: Infopal

Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria?

Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa sì che l’aiuto umanitario internazionale continui a fluire esattamente dove fa comodo agli interessi israeliani

La striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria. Vi suona familiare? Abbiamo sentito parlare di continuo dell’imminente collasso del sistema dell’acqua potabile, delle fogne, della salute e dell’elettricità di Gaza almeno dallo scoppio della Seconda Intifada, 18 anni fa.

Nel loro libro The One State Condition Ariella Azoulay e Adi Ophin cercano di dare una risposta alla domanda: che interesse ha Israele a mantenere Gaza sull’orlo del collasso? La loro risposta rimane valida pure 15 anni dopo: mantenere i palestinesi perpetuamente sull’orlo del baratro è una prova della vittoria finale di Israele. I palestinesi non possono prendere in mano le proprie vite, poiché Israele può sottrargliele in ogni momento. Questa è la base della chiara relazione di dominio sui palestinesi.

Ma anche se la risposta è vera, non è sufficiente. C’è anche una risposta economica. Finché Gaza rimane sull’orlo del collasso, i donatori internazionali mantengono il flusso di denaro dell’aiuto umanitario. Se la crisi finisse e l’assedio fosse tolto, si può assumere che i donatori internazionali cambierebbero il tipo di aiuto offerto e invece dell’aiuto umanitario tornerebbero a focalizzarsi sull’aiuto allo sviluppo dell’economia di Gaza (come fecero dal 1994 al 2000, fino allo scoppio della seconda intifada). Questo tipo di aiuto competerebbe con certi settori delle imprese israeliane e pertanto minaccerebbe l’economia israeliana. Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa si che il flusso monetario di aiuto umanitario internazionale scorra esattamente dove beneficia gli interessi israeliani.

Alla luce del crescente rafforzamento della destra populista che raffigura i palestinesi come nemici totali dello stato di Israele, dobbiamo chiederci perché il governo israeliano abbia rifiutato la sua seconda opportunità di fuoriuscire “dall’orlo del baratro” – cioè determinare una crisi umanitaria peggiore e causare morti in massa a Gaza e in generale nei territori occupati. Nonostante l’odio che si acutizza sempre più contro i palestinesi, il governo israeliano ha chiaramente agito per evitare questo tipo di scenario, permettendo la consegna di medicine e di macchine di desalinizzazione (finanziate da aiuti internazionali) al fine di evitare morìe di massa a Gaza. Ma perché?

Nonostante numerose proteste dal lato palestinese, gli Accordi di Parigi siglati nel 1994 continuano a costituire il quadro delle principali regolamentazioni economiche tra Israele e l’Autorità palestinese, includendo la Striscia di Gaza. Israele controlla il regime doganale, e perciò non ci sono dazi su beni importati da Israele ai territori occupati, mentre ce ne sono sui beni importati dall’estero.

Alle organizzazioni umanitarie internazionali viene richiesto di dare aiuto nel modo più efficiente possibile. Devono comprare il cibo più economico disponibile per aiutare il più alto numero possibile di persone con il loro budget. Anche se il cibo è più economico in Giordania ed Egitto, il cibo importato da Giordania e Egitto nei territori occupati palestinesi è tassato. Le tasse, in linea principio, vanno nelle casse della Autorità palestinese, ma questa non può essere una considerazione da tenere in conto per le organizzazioni umanitarie. Al contrario a queste viene richiesto di acquistare la maggior parte dei beni che distribuiscono da imprese israeliane, a meno che importarle da un altro paese, inclusi i dazi doganali, sia ancora più economico del prezzo in Israele.

In aggiunta, le regole di sicurezza israeliane richiedono alle organizzazioni umanitarie di usare imprese di trasporto e veicoli israeliani, poiché alle imprese palestinesi non è concesso entrare in Israele a prendere i beni dagli aeroporti o dai porti. Ancora più significativo è il fatto che i palestinesi non hanno una propria moneta né una banca centrale: il supporto finanziario deve essere dato in Shekel israeliani. La moneta straniera rimane nella Banca di Israele e le banche commerciali israeliane ne approfittano con numerosi ricarichi nel corso delle transazioni.

Nei fatti questo significa che Israele esporta l’occupazione: fino a che la comunità internazionale é disponibile a contribuire finanziariamente per evitare una crisi umanitaria a Gaza, le imprese israeliane continueranno a fornire beni e servizi e ricevere in cambio pagamenti in moneta straniera.

In uno studio che ho condotto per l’organizzazione palestinese Aid Watch nel 2015, ho osservato la correlazione tra l’aiuto internazionale, da un lato, e il deficit in commercio di beni e servizi tra le economie israeliana e palestinese dall’altro. I dati per lo studio vanno dal 2000 al 2013. Ho trovato che il 78 per cento dell’aiuto ai palestinesi trova la sua strada verso l’economia israeliana. Questa è una cifra approssimativa, di sicuro. Dobbiamo ricordare che non è semplicemente un profitto pulito per le imprese israeliane ma una entrata. Le imprese israeliane hanno bisogno di offrire beni e servizi per i soldi e si fanno carico dei costi di produzione.

Alla luce di queste statistiche, è facile capire il gap tra le dichiarazioni populiste del governo contro i palestinesi e i passi che vengono fatti in modo consistente per aumentare l’aiuto internazionale ai palestinesi.

Durante un incontro di emergenza dei paesi donatori a gennaio, il ministro della cooperazione regionale Tzahi Hanegbi ha presentato un piano da milioni di dollari per ricostruire la striscia di Gaza- finanziato dall’estero, ovviamente. Il piano del ministro dei trasporti Yisrael Katz’s di costruire un isola artificiale a largo della costa di Gaza parimenti ha suggerito che i finanziatori stranieri si assumano parte del costo dell’occupazione, portando cash straniero nelle casse israeliane, e, al tempo stesso, evitando che la situazione a Gaza si deteriori fino a un punto di non ritorno.

Il quadro qui presentato non è nuovo. È chiaro agli stati contribuenti, alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario, all’esercito israeliano e al governo israeliano. Ovviamente è chiaro pure ai palestinesi, che hanno bisogno di aiuti ma che capiscono che questo rende il lavoro dell’occupazione più facile per le autorità israeliane.

Comunque c’è anche un serio problema in questo quadro. Presuppone l’esistenza di uno stato chiamato “l’orlo del baratro” della crisi umanitaria e genera infinite discussioni sul fatto che lo stato attuale costituisca una crisi o no. Ma quando esattamente la situazione economica a Gaza costituirà una crisi umanitaria? Quante persone devono morire prima che l’assedio sia levato per evitare di raggiungere quel punto, oltre il quale masse di persone affamate, malattie e disintegrazione del tessuto sociale non si potranno fermare?

La più importante iniziativa recente di aiuto per superare questa situazione è quella della flottilla. Le flottilla hanno portato aiuto ai palestinesi in coordinamento con le richieste specifiche degli abitanti di Gaza, per beni ai quali non è concesso di passare la frontiera di Kerem Shalom. Senza usare la moneta israeliana e senza pagare tasse al tesoro israeliano, le navi hanno cercato di portare aiuto direttamente, senza mediazioni. Non ci sorprende che la risposta israeliana è stata violenta – l’esercito ha ucciso 9 attivisti sulla nave Mavi Marmara nel maggio 2010.

Ma cosa farebbe il governo israeliano se le maggiori agenzia di aiuto adottassero una simile modalità di azione per dare ai palestinesi aiuti diretti, senza usare imprese israeliane e senza pagare tasse alle autorità israeliane? La strategia dimostrerebbe l’interesse economico che Israele ha nel mantenere Gaza “sull’orlo baratro” e forzerebbe il governo israeliano a scegliere: prendere direttamente il controllo delle vite dei palestinesi e pagare il costo correlato, o permettere alle agenzie internazionali di offrire aiuto nelle condizioni che possono scegliere i palestinesi: aiutandoli a venire fuori dalla crisi. Questo non cancellerebbe la responsabilità Israeliana per i palestinesi – come è definita dal diritto internazionale – ma eliminerebbe l’incentivo finanziario a mantenere l’occupazione e l’assedio di Gaza.

 

Shir Hever è un economista e giornalista israeliano, Tra i suoi libri ricordiamo The Political Economy of Israeli occupation,  2010, e The Privatization of Israeli Security, 2017.  Purtroppo i suoi libri non sono mai stati tradotti in italiano.

L’articolo è stato pubblicato per +972mag.com

Traduzione a cura di DINAMOpress

Sorgente: Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria? – DINAMOpress

È crisi umanitaria a Gaza stretta nel blocco di Israele ed Egitto

Il Cairo ha nuovamente chiuso il valico di Rafah gettando nella disperazione migliaia di palestinesi che attendevano da settimane il passaggio del confine. L’allarme dell’Oms per il sistema sanitario al collasso.

Gerusalemme, 28 febbraio 2018, Nena News – «È stato solo un inganno, gli egiziani dicevano che avrebbero aperto il transito di Rafah per quattro giorni e invece l’hanno chiuso dopo appena 24 ore». Jamil Hammouda, un giornalista che abbiamo raggiunto telefonicamente a Gaza, ci ha riferito della disperazione di migliaia di palestinesi che contavano di poter raggiungere il Cairo.

Persone gravemente ammalate, genitori che non vedono i figli da mesi, studenti diretti ad università in altri Paesi arabi. Dovranno aspettare ancora e per quanto non si sa. «E dall’altra parte ad El Arish – ha ricordato Hammouda – ci sono centinaia di persone che attendono da settimane di tornare a casa».

Il valico di Rafah, tra Gaza e il Sinai, è l’unica porta che due milioni di palestinesi hanno sul resto del mondo arabo. L’altro, quello di Erez a nord è accessibile solo a quei pochi che, dopo lunghe attese, riescono ad ottenere un permesso israeliano per superarlo. Il blocco di Gaza, anzi, è più giusto chiamarlo assedio, da parte di Israele ed Egitto è ferreo. E lo pagano oltre 2 milioni di civili e non, come affermano Tel Aviv e il Cairo, il movimento islamico Hamas che dicono di voler colpire.

L’Egitto ha motivato la chiusura di Rafah con la mancanza della necessaria sicurezza per i palestinesi in viaggio per il Cairo. «In realtà il valico è stato chiuso non appena sono transitati quei pochi che hanno potuto pagare tremila dollari (alle autorità egiziane, ndr)», ha spiegato Hammouda riferendosi alle “tariffe” che garantiscono il passaggio sicuro del valico.

Congelati gli accordi di riconciliazione tra Hamas e il partito Fatah del presidente dell’Anp Abu Mazen, Gaza sta precipitando in una crisi umanitaria devastante. Gli stessi israeliani nei giorni scorsi hanno lanciato un appello al finanziamento urgente di un loro piano per Gaza: con il blocco strangolano la Striscia e con le donazioni vorrebbero far respirare un territorio che hanno contribuito a trasformare in una enorme prigione.

Ben diverso è l’appello che ha lanciato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a favore del sistema sanitario di Gaza al collasso e su 1.715 palestinesi che stanno per morire tra cui 113 neonati, 100 pazienti in terapia intensiva e 702 in emodialisi. L’Oms chiede aiuti per 11,2 milioni di dollari necessari a soddisfare i bisogni di salute per i prossimi tre mesi. E solleva il velo dell’indifferenza sugli interventi chirurgici rimandati, sulle culle di terapia intensiva che ospitano talvolta quattro neonati, sui 6.000 operatori sanitari che da mesi ricevono il 40% del loro salario.

«Senza finanziamenti nel 2018 – avverte l’Oms – 14 ospedali e 49 strutture di cure primaria dovranno affrontare una chiusura totale o parziale, con un impatto su 1,27 milioni di persone». Tre ospedali e 13 cliniche di assistenza primaria hanno già chiuso per la mancanza di energia elettrica. Scarseggiano i farmaci salvavita.

Ad appesantire il quadro c’è lo stato di emergenza proclamato dai municipi di Gaza. Senza più fondi le amministrazioni locali sono state costrette a dimezzare i loro servizi fra cui la nettezza urbana e la gestione del sistema fognario e a vietare, per il forte inquinamento, i bagni in mare. L’erogazione dell’acqua nelle case è stata limitata ad un’ora appena al giorno.

E intanto resta alto il rischio di un nuovo conflitto con Israele che nei giorni scorsi, in risposta ad un attacco a una sua pattuglia lungo il confine, ha lanciato ripetuti raid aerei contro presunte postazioni di Hamas. Quello della scorsa settimana è stato l’attacco dal cielo più ampio dalla guerra del 2014. Il generale Yoav Mordechai ha avvertito che Israele reagirà con forza a nuove manifestazioni di protesta sul confine. Negli ultimi mesi 15 dimostranti di Gaza sono stati uccisi da fuoco israeliano.

Sorgente: È crisi umanitaria a Gaza stretta nel blocco di Israele ed Egitto

GAZA. Emergenza umanitaria: oltre un milione senza acqua

La testimonianza di una cooperante nella Striscia: l’80% della popolazione ha elettricità solo 4 ore al giorno, danneggiati e distrutti ospedali e scuole. L’impegno italiano.

 Gaza

di Meri Calvelli* – Il Manifesto

Gaza City, 26 luglio 2014, Nena News – In questi giorni la Striscia di Gaza sta subendo l’ennesimo attacco militare con una potenza di fuoco lanciata sulla popolazione civile, che più di ogni altro obiettivo mirato, ne paga le conseguenze.

Sin dall’inizio dell’operazione israeliana la situazione più drammatica dello scontro militare, è stato l’alto numero di morti e feriti civili, che rimangono colpiti pesantemente in numeri crescenti. Il secondo dato riguarda le condizioni delle persone costrette a sfollare le aree coinvolte nelle operazioni militari, e che – oltre ai familiari – hanno perso ogni cosa per la quale avevano lavorato e vissuto tutta una vita.

L’attacco alla scuola dell’Unrwa a Beit Hanoun porta a 120 il numero di strutture scolastiche che hanno subito danni dall’inizio degli attacchi; 85 impianti dell’Unrwa hanno subito danneggiamenti (centri sanitari, pompa dell’acqua, il Centro di Riabilitazione per Ipovedenti e magazzini contenenti le scorte vitali per le operazioni dell’Unrwa). 615 immobili residenziali (compresi negozi, e edifici a più piani) sono stati completamente distrutti o gravemente danneggiati.

Ad oggi, almeno 42 famiglie hanno perso tre o più familiari nello stesso incidente, per un totale di 253 decessi, a partire dall’inizio dell’emergenza. Sono oltre 149.000 le persone sfollate (fonte Ocha/Unrwa) in 18 giorni di guerra. 1.200.000 persone hanno accesso poco o molto limitato all’acqua e ai servizi sanitari; l’80% della popolazione riceve l’elettricità per solo 4 ore al giorno, 120 scuole sono state danneggiate, 18 strutture sanitarie parzialmente danneggiate, 3.330 unità abitative totalmente o severamente danneggiate.

Ad aiutare la popolazione civile, ci sono le agenzie internazionali, che sono pronte ad intervenire con programmi di emergenza immediata, per i bisogni primari. Gli aiuti di emergenza italiani sono stati subito preparati dai cooperanti delle Organizzazioni non Governative attraverso una raccolta di fondi, lanciata in Italia per l’acquisto immediato di medicine e supporto degli ospedali e delle cliniche mediche che da subito hanno lanciato l’appello per il rischio di «collasso sanitario».

Attraverso un conto corrente sono stati raccolti fondi e acquistato i materiali da far entrare a Gaza. Ad oggi sono stati acquistati 20.000 euro di medicinali e sono già stati allocati nelle strutture sanitarie della Striscia. Anche la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, con fondi di emergenza «in diretta», ha fatto pervenire medicinali e materiale sanitario, materassi e coperte per la popolazione locale.

Con il Centro italiano di Scambio Culturale «Vik», con sede a Gaza e sostenuto da una cordata di associazioni italiane, con associazioni di volontari palestinesi, sono state organizzate raccolte di beni di prima necessità , ma anche medicinali e cibo, immediatamente distribuiti alle prime famiglie che già dall’inizio del conflitto sono rimaste prive di abitazione.

Ogni bomba che cade, ogni boato che produce, incute terrore e distruzione. I danni poi sono molti e chi resta in vita si trova con tutto distrutto e perduto.

*cooperante della ong italiana Acs

thanks to: Meri Calvelli

Il Manifesto

Nena News