Bambino palestinese perde un occhio a causa di un cecchino israeliano

8 febbraioIl bambino palestinese Muhammad Al-Najjar (12) sta vivendo un grave shock psicologico dopo aver perso l’occhio destro a causa del proiettile di un cecchino israeliano, durante la sua partecipazione alle proteste della Grande Marcia del Ritorno, l’11 gennaio. Quando Muhammad è venuto a conoscenza del suo occhio, si è chiuso nella sua stanza e…

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“Crimini contro l’umanità”: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

Crimini contro l'umanità: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

Studi locali indicano che i 193 test nucleari condotti nel secolo scorso dalla Francia hanno moltiplicato i casi di cancro nelle isole, ma Parigi è riluttante ad assumersi la responsabilità di quanto accaduto.

L’ex presidente della Polinesia francese, Oscar Temaru ha annunciato, in una riunione della commissione delle Nazioni Unite incentrata sulla decolonizzazione, che ha presentato una denuncia contro la Francia davanti alla Corte penale internazionale per i test nucleari nel Pacifico del sud effettuati nel ventesimo secolo.

“Con un grande senso del dovere e determinazione, abbiamo presentato una denuncia al Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità il 2 ottobre. Questo caso cerca di responsabilizzare tutti i presidenti francesi sui test nucleari contro il nostro paese”, ha dichiarato Temaru, citato da AFP, aggiungendo che i test sono stati imposti agli isolani “con la diretta minaccia di imporre un governo militare se li avessimo rifiutati.”

Per Temaru, “i test nucleari francesi non sono meno che il risultato diretto della colonizzazione” e presentare una denuncia era un dovere morale prima di “tutto per le persone che sono morte a causa delle conseguenze del colonialismo nucleare”.

Tra il 1960 e il 1996, in quella comunità francese d’oltremare in Oceania, sono stati effettuati 193 test nucleari che hanno coinvolto 150.000 civili e soldati. Inoltre, nel 1968 la Francia effettuò il suo primo test termonucleare multistadio sull’atollo di Fangataufa, con una potenza esplosiva che era 200 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima.

I test hanno causato 368 casi di fallout radioattivo nella Polinesia francese, composto da oltre 100 isole e atolli, ha dichiarato Maxime Chan, membro di un’associazione locale per la protezione ambientale, alla commissione ONU, aggiungendo che anche i rifiuti radioattivi erano stati scaricati nell’oceano in violazione degli standard internazionali.

A gennaio, il Ministero della sanità della Polinesia francese ha pubblicato dati che dimostrano che negli ultimi 15 anni sono state diagnosticate cancro a circa 9.500 persone. Precedenti studi condotti negli ultimi dieci anni hanno stabilito una “relazione statistica significativa” tra i tassi di cancro della tiroide e l’esposizione al fallout radioattivo da test nucleari francesi.

Nel 1996, l’allora presidente francese, Jacques Chirac, mise fine al programma di test nucleari e assegnò un pagamento annuale di 150 milioni di dollari alla Polinesia francese. Tuttavia, la Francia ha negato a lungo ogni responsabilità per gli effetti dei test, sia ambientali che sulla salute degli abitanti della zona, mentre la regione ha cercato di ottenere un risarcimento per il danno subito.

Nel 2013, documenti declassificati hanno rivelato che le conseguenze del plutonio utilizzato nei test coprivano un’area molto più ampia di quanto inizialmente ammesso da Parigi. La popolare isola turistica di Tahiti in particolare è stata esposta a un livello di radiazioni 500 volte superiore al massimo consentito.

Temaru ha affermato che la Francia “ha ignorato e mostrato disprezzo” per le ripetute proposte presentate dal 2013 a sedersi al tavolo dei negoziati sulla questione sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Fonte: AFP
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Gli ultimi sei mesi a Gaza sono stati come un’altra guerra

Mohammed Abu Mughaiseeb.al Jazeera. Da Zeitun.info. Sono un medico di Gaza e non ho mai visto niente di simile prima d’ora.

Come medico che vive e lavora a Gaza da tutta la vita, pensavo di avere visto tutto. Avevo la sensazione di aver visto il massimo di ciò che Gaza può sopportare.

Ma gli ultimi sei mesi sono stati i più difficili che io ho trascorso durante i miei 15 anni di lavoro con Medici Senza Frontiere a Gaza. Eppure ho vissuto e lavorato durante tre guerre: nel 2008, 2012 e 2014.

La sofferenza e la devastazione umana che ho visto negli ultimi mesi hanno raggiunto un altro livello. L’incredibile quantità di feriti ci ha distrutto.

Non dimenticherò mai lunedì 14 maggio. Nell’arco di 24 ore le autorità sanitarie locali hanno registrato un totale di 2.271 feriti, comprese 1.359 persone colpite da proiettili veri. Quel giorno ero di turno nell’equipe chirurgica dell’ospedale Al-Aqsa, uno dei principali ospedali di Gaza.

Alle 3 del pomeriggio abbiamo iniziato a ricevere il primo ferito proveniente dalla manifestazione. In meno di quattro ore ne sono arrivati più di 300. Non avevo mai visto così tanti pazienti in vita mia.

A centinaia erano in fila per entrare in sala operatoria; i corridoi erano pieni; tutti piangevano, gridavano e sanguinavano.

Per quanto lavorassimo duramente, non riuscivamo a far fronte all’enorme numero di feriti. Era troppo. Ferito dopo ferito, la nostra equipe ha lavorato per 50 ore di seguito cercando di salvare vite.

Ci tornava alla memoria la guerra del 2014. Ma in realtà niente avrebbe potuto prepararci a ciò che abbiamo visto il 14 maggio. Ed a ciò che ancor oggi stiamo vedendo.

Ogni settimana continuano ad arrivare nuovi casi di traumatizzati, per la maggior parte giovani con ferite di arma da fuoco alle gambe con alto rischio di disabilità a vita. La massa di pazienti di MSF continua a crescere e al momento stiamo curando circa il 40% di tutti i feriti da arma da fuoco a Gaza, che sono oltre 5000.

Ma più procediamo a curare queste ferite da arma da fuoco, più constatiamo la complessità di quanto deve essere fatto. E’ difficile, dal punto di vista medico e logistico. Le strutture sanitarie a Gaza stanno cedendo sotto la forte domanda di servizi medici e i continui tagli; un’alta percentuale di pazienti necessita di interventi chirurgici specialistici di ricostruzione degli arti, il che significa molteplici interventi. Alcune di queste procedure non sono attualmente possibili a Gaza.

Ciò che mi spaventa di più è il rischio di infezioni. L’osteomielite è un’infezione profonda dell’osso. Se non viene curata può causare la non cicatrizzazione delle ferite, con aumento del rischio di amputazione. Queste infezioni devono essere curate immediatamente, perché peggiorano in fretta se non si interviene con farmaci.

Ma l’infezione non è facile da diagnosticare ed attualmente a Gaza non ci sono strutture per analizzare campioni di ossa in modo da identificarla. MSF sta lavorando per impiantare qui un laboratorio di microbiologia, che fornisca prestazioni e formazione e sia in grado di analizzare i campioni di ossa per testare l’osteomielite. Ma una volta che riuscissimo a identificare l’infezione, la cura richiederebbe un lungo e complesso ciclo di antibiotici per ogni paziente e successivi interventi chirurgici.

Come medico viaggio per tutta la Striscia di Gaza e vedo sempre più giovani sulle stampelle con tutori esterni alle gambe o in sedia a rotelle. Sta diventando sempre più una vista normale. Molti di loro cercano di mantenere la speranza e perseverano, ma io, in quanto medico, so che il loro futuro è nero.

Una delle cose più difficili nel mio lavoro è dover parlare a pazienti, in maggioranza giovani, sapendo che potrebbero perdere le gambe in conseguenza di un proiettile che ha frantumato le loro ossa e il loro futuro. Molti di loro mi chiedono: “Sarò di nuovo in grado di camminare normalmente?”

Trovarmi davanti questa domanda è molto duro per me perché so che, a causa delle condizioni in cui lavoriamo, molti di loro non saranno più in grado di camminare normalmente. Ed è mia responsabilità dire loro che noi stiamo facendo del nostro meglio, ma che il rischio che perdano la gamba ferita è alto.

Dire una cosa simile ad un ragazzo che ha tutta la vita davanti a sé è veramente difficile. Ed è un discorso che ho dovuto fare molte volte negli ultimi mesi.

Ovviamente noi continuiamo a cercare di trovare il modo di curare queste persone nonostante le difficoltà che affrontiamo: ospedali sovraffollati e, a causa del blocco, quattro ore di corrente elettrica al giorno, carenza di combustibile, ridotte attrezzature sanitarie, mancanza di chirurghi e di medici specialistici, infermiere e medici stremati che non vengono pagati a salario pieno per mesi, restrizioni alla possibilità per pazienti che escono da Gaza di ricevere cure mediche altrove, e l’elenco può continuare.

E questo mentre la situazione socioeconomica intorno a noi continua a deteriorarsi di giorno in giorno. Adesso vediamo bambini che chiedono l’elemosina per strada – una cosa che non capitava mai uno o due anni fa.

MSF affronta enormi sfide e non possiamo farlo da soli. Ci proviamo. Insistiamo. Dobbiamo andare avanti. Per me è una questione di etica professionale. I feriti devono ricevere le cure di cui hanno bisogno.

Ora come ora, a Gaza, guardare al futuro è come guardare dentro a un tunnel buio e non sono certo di poter vedere una luce in fondo ad esso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Mohammed Abu Mughaiseeb

Il dottor Mohammed Abu Mughaiseeb è un medico palestinese e referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza.

Traduzione per Zeitun.info di Cristiana Cavagna.

© Agenzia stampa Infopal

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La verità su Cristoforo Colombo

La verità su Cristoforo Colombo

Oggi Cristoforo Colombo è celebrato come un mitico eroe – con tanto di canzoni, poesie, e fictions – sulla sua grande avventura attraverso l’Atlantico per esplorare la terra maestosa che sarebbe stata poi chiamata America. Negli USA ci sono cinquantaquattro comunità che prendono il nome dall’esploratore, incluso il distretto della Columbia. “Salve, Colombia” è stato l’inno nazionale non ufficiale degli Stati Uniti fino al 1931. Una festa federale, il “Columbus Day”, si celebra ogni anno il secondo lunedì di ottobre.

Nonostante tutto ciò, gli storici hanno iniziato a demolire il mito di Colombo:
– che abbia scoperto l’America;
– che abbia dimostrato che il mondo non era piatto (cosa ben nota per più di un millennio prima di Colombo. In effetti, gli studiosi avevano una buona stima della circonferenza della Terra, e ciò motivava parte del dissenso contro la proposta di viaggio di Colombo – egli pensava che l’Asia fosse più estesa di quello che è, e il mondo molto più piccolo, così uno degli studiosi commissionati dalla monarchia a indagare sulla plausibilità del viaggio di Colombo, disse che era “improponibile per qualsiasi persona istruita”);
– che fosse venuto in America in nome dell’esplorazione;
– infine, che fosse venuto in pace.

Molto semplicemente, la maggior parte di questi “fatti” sono inequivocabilmente falsi o mezze verità. Colombo solcò l’oceano blu per cercare ricchezze e, ufficialmente, in nome della Cristianità. Però, per lo più schiavizzò e violentò gli indigeni che incontrò, vendette ragazze per essere prostituite (perfino bambine di nove anni per sua stessa ammissione), e compì numerose azioni tanto atroci da farlo forzatamente esautorare e rimandare in Spagna in catene. Cristoforo Colombo era brutale, anche relativamente agli standard del suo tempo, il che spinse Bartolomeo de las Casas, che aveva accompagnato Colombo in uno dei suoi viaggi, a scrivere nella sua Storia delle Indie: “Sono state commesse sotto i miei occhi azioni tanto inumane e barbare da non trovare uguali in nessuna epoca… I miei occhi hanno visto atti così estranei alla natura umana che tremo anche ora a scriverne”.

Nell’agosto del 1492, Colombo lasciò la Spagna con tre navi: Santa Maria, Pinta e Santa Clara (soprannominata “Nina”). Dopo due mesi in alto mare, la terra fu avvistata. Ora, prima che partissero, il re Ferdinando e la regina Isabella avevano promesso che chi avesse avvistato terra per primo sarebbe stato ricompensato con una giacca di seta e una rendita di diecimila maravedi. Rodrigo de Triana stava di vedetta sulla Pinta e fu il primo ad avvistare la terra. Egli gridò al resto dell’equipaggio in basso, e il capitano della Pinta annunciò l’avvistamento con un colpo di cannone. Ma quando giunse il momento di ricevere il premio, Colombo disse di aver visto una luce in lontananza molte ore prima del grido di Triana, “ma era così indistinto che non ebbi il coraggio di affermare che fosse terra”.
Risulta che il premio andò a Colombo.

Sbarcato sull’isola, che avrebbe chiamato San Salvador (l’attuale Bahamas), Colombo si mise subito a cercare oro e a schiavizzare le popolazioni indigene. In particolare Colombo, dopo aver visto gli Arawak (i popoli della regione) uscire dalle foreste spaventati dalle spade dei visitatori, ma con doni, scrisse nel suo diario:
Non portavano armi e non le conoscevano, perché mostrai loro una spada e la prendevano per la lama e si tagliavano tanto erano ignoranti. Sarebbero stati buoni servitori… con cinquanta uomini avremmo potuto soggiogarli tutti e fargli fare tutto ciò che volevamo.

Come altri osservatori europei avrebbero osservato, gli Arawak erano leggendari per la loro ospitalità e il loro desiderio di condividere. Di nuovo Colombo a proposito degli Arawak:
“sono così ingenui e così liberi con i loro beni che nessuno che non li abbia conosciuti potrebbe crederci. Quando chiedi qualcosa che possiedono, non dicono mai di no. Al contrario, offrono di condividerlo con chiunque”.

Colombo ne approfittò rapidamente. Vedendo che portavano borchie d’oro agli orecchi, radunò un certo numero di Arawak e si fece condurre dove si trovava l’oro. Il viaggio li portò alle attuali Cuba e Haiti (ma Colombo credeva che fosse Asia) dove trovarono granelli d’oro nei fiumi, ma non gli enormi “campi” che Colombo si aspettava. Ciò nonostante, scrisse un rapporto in Spagna secondo cui “Ci sono molte spezie e grandi miniere d’oro e altri metalli”. Questo rapporto gli procurò il finanziamento per un secondo viaggio, questa volta con 13 navi e milleduecento uomini. Mentre non riuscì mai a riempire quelle navi d’oro, le riempì con un’altra “valuta”, una valuta che avrebbe avuto un effetto orrendo sull’evoluzione della società: schiavi.

Nel 1495, Colombo ritornò nel Nuovo Mondo e immediatamente fece prigionieri 1500 Arawaks. Di quei 1500, ne scelse 500 per essere rispediti in Spagna come schiavi (circa duecento morirono nel tragitto), dando il via al commercio transatlantico di schiavi. Gli altri mille furono forzati a cercare quel po’ di oro che c’era nella regione. Secondo il noto storico Howard Zinn, chiunque avesse più di 14 anni doveva procacciare una quota d’oro. Se non avesse trovato abbastanza oro, gli avrebbero mozzato le mani.

Alla fine, quando capirono che non c’era molto oro nella regione, Colombo e i suoi uomini presero il resto come schiavi e li misero al lavoro nelle loro fattorie appena stabilite nella regione. Molti nativi morirono e il loro numero diminuì. Gli storici moderni stimano che nel XV secolo ci fossero circa 300.000 Arawak. Nel 1515 ne erano rimasti solo 50.000. Nel 1531, 600; e nel 1650 sulle isole non erano più rimasti Arawaks purosangue.

Il modo in cui Colombo e i suoi uomini trattavano le donne e i bambini di quelle popolazioni era anche peggiore. Colombo usava abitualmente lo stupro delle donne come “ricompensa” per i suoi luogotenenti. Ad esempio, ecco il resoconto di un amico e compatriota di Colombo, Michele da Cuneo, che accompagnò Colombo nel suo secondo viaggio nel Nuovo Mondo, su ciò che Michele fece con una ‘donna Carib’ indigena. Michele scrisse:
Quando stavo nella nave catturai una bellissima donna caraibica, che il Signor Ammiraglio [Colombo] mi concesse e, dopo averla portata nella mia cabina, essendo nuda secondo la loro usanza, concepii il desiderio di provare piacere.Volevo attuare il mio desiderio, ma lei non voleva e mi graffiò con le sue unghie in modo tale da farmi desiderare di non aver mai cominciato. Ma visto ciò (per dirti la fine di tutto), presi una corda e la picchiai per bene, facendola urlare tanto che non avresti creduto alle tue orecchie. Finalmente arrivò a più miti consigli al punto che, posso dirti, sembrava fosse stata istruita in una scuola di puttane…

Andando oltre, Colombo scrisse in una lettera del 1500:

Si possono facilmente ricavare cento castellani per una donna come per una fattoria, è un affare molto diffuso e ci sono molti commercianti che vanno in cerca di ragazze; quelle dai nove ai dieci anni sono ora le più richieste.

Come illustrato in un rapporto di 48 pagine recentemente scoperto negli archivi spagnoli, scritto da Francisco De Bobadilla (incaricato di indagare sul governo di Colombo per volere della regina Isabella e del re Ferdinando, che erano turbati dalle accuse circa alcune azioni di Colombo), una donna che aveva insultato la famiglia di Colombo fu spogliata nuda e costretta a cavalcare su un mulo attorno alla colonia. Ultimato il giro, la sua lingua fu tagliata per ordine del fratello di Colombo, Bartolomeo, con cui Colombo poi si congratulò per aver difeso con successo l’onore della famiglia. Inutile dire che questi e numerosi altri atti simili indussero infine De Bobadilla a esautorare Colombo e a rimandato in Spagna in catene.

Dopo che Colombo fu cacciato, gli spagnoli replicarono la sua politica di schiavitù e violenza. Nel 1552, lo storico e frate spagnolo Bartolomeo de las Casas pubblicò vari volumi con il titolo Storia delle Indie. Qui egli descrisse il collasso della popolazione non europea. Egli scrive che, poiché gli uomini venivano catturati e costretti a lavorare nelle miniere in cerca d’oro, raramente o mai tornavano a casa, e ciò ebbe un impatto significativo sul tasso di natalità. Se una donna partoriva, essendo oberata di lavoro e malnutrita, spesso non riusciva a produrre abbastanza latte per il bambino. De Las Casas riferisce anche che alcune donne “affogarono i loro bambini per pura disperazione”.

Ci sono molti altri esempi, scritti, e ricerche che indicano un fatto: Cristoforo Colombo era un individuo deplorevole. Nessuno è perfetto – se ci limitassimo a coloro che non avevano difetti importanti, avremmo pochi uomini da celebrare – ed è estremamente importante vedere le cose nel contesto del tempo in cui gli individui vivevano. Ma anche nella sua epoca, molti dei suoi atti erano considerati deplorevoli dai suoi pari, il che costituisce buona parte dei motivi per cui Colombo fu arrestato per la sua condotta nel Nuovo Mondo. Se si aggiunge che il suo reale impatto storico e generale fu incidentale rispetto a quello che egli stava effettivamente cercando di fare (rendendo un po’ arduo celebrarlo anche per quel lato della sua vita), forse è ora che lasciamo perdere i miti su Cristoforo Colombo appresi alle elementari e smettiamo di celebrare l’uomo Colombo.

L’articolo originale è pubblicato su Today I found out

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Traduzione dall’Inglese di Leopoldo Salmaso

thanks to: Pressenza

L’odio ebraico continua a seminare morte

Nel villaggio di Nabi Saleh, assurto alcuni mesi fa agli onori della cronaca per l’arresto della giovane Ahed Tamimi, della mamma, colpevole di andare a chiedere sue notizie, della cugina, colpevole a sua volta di aver gridato contro i soldati occupanti e del cugino, colpito e devastato da un proiettile in pieno volto e poi arrestato, i soldati hanno fatto una nuova vittima in modo al tempo stesso assurdo e crudele.

Izz Abdelafez Tamimi, un ragazzino di 15 anni della stessa grande e sfortunata famiglia,  è stato colpito alla gola da un soldato israeliano.

E’ una morte di “routine”, non farebbe neanche notizia se il caso non ci avesse portato ad assistere all’incredibile dinamica che ha reso ancora una volta evidente la crudeltà dei soldati dell’esercito che, a nessun titolo, viene definito il più morale del mondo.

Incredibile non in sé, purtroppo la morte da queste parti è sempre in agguato, ma soltanto perché si tratta dell’azione di soldati di uno Stato che ambisce ad essere definito democratico. E’ vero che anche nei “democratici” States, di queste esecuzioni, generalmente contro uomini di origine africana ce ne sono a volontà e a nessuno viene in mente di privare gli USA della qualifica di nazione democratica, ma questo non impedisce, a chi al termine attribuisce un significato autentico, di notarne l’orrore e le contraddizioni.

Una cosa unisce gli USA ad Israele, anche mettendo da parte la protezione (ormai fattasi pubblicamente vera e propria connivenza) dei primi sul secondo. Ciò che li unisce è un sottile e sempre riaffiorante razzismo. Per gli Usa lo è verso i neri, come attestano i numerosi casi che riescono ad emergere grazie a chi questo razzismo lo detesta e lo denuncia filmandolo, per Israele lo è nei confronti dei palestinesi come mostrano i casi quotidiani, sia quando si tratta di immotivati assassinii, sia quando si tratta di arresti, sia quando si tratta di mortificazioni quotidiane come quelle cui abbiamo il “privilegio” di assistere stando qui, ad esempio tra la gente che prende i bus pubblici e che, se palestinese, è costretta a scendere a comando dei soldati per essere controllata fuori del bus, allineata come gregge alla mercé dei controllori e dei loro capricci.

Stamattina i soldati dell’IDF hanno dato ulteriore prova di questo loro sentire, non solo sparando al collo di un ragazzo colpevole di aver lanciato dei sassi contro le camionette che andavano a devastare il suo villaggio cercando la preda quotidiana, ma impedendo ai suoi familiari di soccorrerlo e portarlo in ospedale.

Video girati clandestinamente col cellulare, certo non di buona qualità, ma inattaccabili come testimonianza, mostrano la crudeltà inutile dei soldati in risposta al dolore e alla rabbia degli abitanti che gridano mustashfà, cioè ospedale, e che provano a ripetere in inglese, come fosse un problema di lingua, la richiesta di portare subito il ragazzo in ospedale. No, semmai verrà arrestato, perché non è la prima volta che i soldati israeliani arrestano ragazzi moribondi, ma tanto una ferita al collo è un colpo destinato ad uccidere e ci sarebbe stato poco da fare.

Quello che colpisce noi, osservatori casuali dell’omicidio, ma conoscitori da tanti anni della realtà palestinese, è la totale mancanza di pietas. Quel sovrappiù che si aggiunge alla già illegale e crudele occupazione e allo stesso omicidio, commesso come fosse la pratica burocratica di un annoiato impiegato del catasto.

Questa disumanizzazione dell’altro, tipica dei regimi di apartheid, occulta o manifesta che sia, non solo è un’officina di odio, ma ha un effetto specchio: disumanizzando la vittima, disumanizza il carnefice. Questo è ciò che si percepisce sempre di più vivendo nei Territori palestinesi occupati e quindi, per necessità, a continuo contatto con Israele.

L’omicidio del giovane Izz Abdel Tamimi, che forse verrà ignorato dai media mainstream, o forse verrà infilato nella categoria “scontri” sempre adatta a giustificare i killer, è un’ulteriore conferma di questa perdita costante di decenza  umana dalla quale Israele sembra ormai affetto senza possibilità di cura. Gli stessi, pochi israeliani, che manifestano contro questi avvenimenti vengono dileggiati o ignorati, e questo è un altro sintomo del male.

Per oggi da Ramallah è tutto, ma la giornata è ancora lunga e il nuovo martire non aiuta certo a sperare che la pace sia dietro l’angolo.

Sorgente: Da Ramallah. Ancora sangue e odio sparati su un ragazzino – Pressenza

Israele accusata di crimini contro l’umanità

Sappiamo bene quanto debbano essere misurate col bilancino della diplomazia le parole pronunciate in sede Onu da chiunque ricopra un incarico rilevante.

Proprio per questo ci sembra che questa volta Israele abbia superato il confine di quello che anche una comunità impermeabile alla commozione può tollerare. Al punto che Israele potrebbe essere accusata di aver commesso crimini di guerra a Gaza.

Lo ha sostenuto l’alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, secondo cui le demolizioni punitive di case e l’uccisione di civili, compresi bambini, sollevano “serie preoccupazioni su un uso eccessivo della forza”, con una “forte possibilità” che sia stata violata la legge internazionale. Quel che chiunque di noi qualificherebbe in modo certo più drastico è però qui detto per la prima volta anche nel linguaggio “tecnico” e misurato dell’Onu: crimini di guerra.

Aprendo un dibattito d’emergenza al Consiglio sui diritti umani dell’Onu a Ginevra, Pillay ha naturalmente anche condannato l’uso indiscriminato di missili e mortai da parte di Hamas verso Israele, altrettanto “non selettivi”, per quanto assolutamente inefficaci.

Intanto il bagno di sangue continua, con le forze israeliane che hanno colpito oggi numerosi siti nella Striscia di Gaza, compresa l’unica centrale elettrica della zona, incontrando una dura resistenza da parte di Hamas.

thanks to: contropiano.org