Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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“Crimini contro l’umanità”: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

Crimini contro l'umanità: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

Studi locali indicano che i 193 test nucleari condotti nel secolo scorso dalla Francia hanno moltiplicato i casi di cancro nelle isole, ma Parigi è riluttante ad assumersi la responsabilità di quanto accaduto.

L’ex presidente della Polinesia francese, Oscar Temaru ha annunciato, in una riunione della commissione delle Nazioni Unite incentrata sulla decolonizzazione, che ha presentato una denuncia contro la Francia davanti alla Corte penale internazionale per i test nucleari nel Pacifico del sud effettuati nel ventesimo secolo.

“Con un grande senso del dovere e determinazione, abbiamo presentato una denuncia al Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità il 2 ottobre. Questo caso cerca di responsabilizzare tutti i presidenti francesi sui test nucleari contro il nostro paese”, ha dichiarato Temaru, citato da AFP, aggiungendo che i test sono stati imposti agli isolani “con la diretta minaccia di imporre un governo militare se li avessimo rifiutati.”

Per Temaru, “i test nucleari francesi non sono meno che il risultato diretto della colonizzazione” e presentare una denuncia era un dovere morale prima di “tutto per le persone che sono morte a causa delle conseguenze del colonialismo nucleare”.

Tra il 1960 e il 1996, in quella comunità francese d’oltremare in Oceania, sono stati effettuati 193 test nucleari che hanno coinvolto 150.000 civili e soldati. Inoltre, nel 1968 la Francia effettuò il suo primo test termonucleare multistadio sull’atollo di Fangataufa, con una potenza esplosiva che era 200 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima.

I test hanno causato 368 casi di fallout radioattivo nella Polinesia francese, composto da oltre 100 isole e atolli, ha dichiarato Maxime Chan, membro di un’associazione locale per la protezione ambientale, alla commissione ONU, aggiungendo che anche i rifiuti radioattivi erano stati scaricati nell’oceano in violazione degli standard internazionali.

A gennaio, il Ministero della sanità della Polinesia francese ha pubblicato dati che dimostrano che negli ultimi 15 anni sono state diagnosticate cancro a circa 9.500 persone. Precedenti studi condotti negli ultimi dieci anni hanno stabilito una “relazione statistica significativa” tra i tassi di cancro della tiroide e l’esposizione al fallout radioattivo da test nucleari francesi.

Nel 1996, l’allora presidente francese, Jacques Chirac, mise fine al programma di test nucleari e assegnò un pagamento annuale di 150 milioni di dollari alla Polinesia francese. Tuttavia, la Francia ha negato a lungo ogni responsabilità per gli effetti dei test, sia ambientali che sulla salute degli abitanti della zona, mentre la regione ha cercato di ottenere un risarcimento per il danno subito.

Nel 2013, documenti declassificati hanno rivelato che le conseguenze del plutonio utilizzato nei test coprivano un’area molto più ampia di quanto inizialmente ammesso da Parigi. La popolare isola turistica di Tahiti in particolare è stata esposta a un livello di radiazioni 500 volte superiore al massimo consentito.

Temaru ha affermato che la Francia “ha ignorato e mostrato disprezzo” per le ripetute proposte presentate dal 2013 a sedersi al tavolo dei negoziati sulla questione sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Fonte: AFP
Notizia del:

Gerusalemme, a Gaza omicidi autorizzati. La legge internazionale li deve condannare.

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Secondo i dati appena pubblicati dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni (specie di una gamba) o la perdita di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti. Gli ospedali di Gaza chiamano la popolazione ad accorrere per donare il sangue.

Sordi a ogni richiamo, a ogni legge di umanità, prima ancora che ad ogni principio fondamentale di diritto internazionale e regole sull’uso della forza, i militari israeliani hanno innalzato il livello di violenza fino a portarlo a livelli inimmaginabili. Solo nella scorsa giornata di lunedì, 15 maggio, 60 persone di cui 8 bambini sono stati uccisi e quasi tremila feriti, oltre la metà colpiti direttamente da proiettili sparati dai cecchini israeliani.

Altri 166 Palestinesi, tra cui quattro minori, sono stati feriti in manifestazioni tenutesi in Cisgiordania in commemorazione della Nakba, esacerbate dalla incommentabile, irresponsabile e illegale decisione di Trump di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

Occorre ribadire chiaramente, di fronte a questi omicidi autorizzati ai massimi livelli, che in base al diritto internazionale l’uso della forza armata può essere giustificato solo per proteggere contro una minaccia letale o un grave pericolo imminente. Come invece documentato tra gli altri da Amnesty International – certamente non un’organizzazione che può essere considerata di parte in questo conflitto – “i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro”.

Nel frattempo a causa del blocco imposto alla Striscia, Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. Nonostante tutto, il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso. Rafah, il valico per l’Egitto, chiuso da mesi, è stato eccezionalmente aperto per i prossimi giorni e le autorità egiziane hanno permesso a 389 persone di lasciare Gaza per andare a curarsi, incluso (sembra ironico a scriversi) uno (su 12.600!) dei manifestanti feriti.

Osservo la crudeltà che va in scena a Gaza da lontano.

Sono qui all’Aia, in Olanda, da lunedì per partecipare all’annuale “Icc-Ngo roundtable” la tavola rotonda organizzata dalla Coalizione per la Corte penale internazionale che per una intera settimana mette a confronto e in dialogo le varie organizzazioni per i diritti umani con i funzionari della Corte penale internazionale, con la procuratrice in primis.

Quest’anno, ci sono circa 120 partecipanti tra gli esponenti delle Ong, internazionali e locali, dall’Uganda all’Afghanistan, da Amnesty International a Human Rights Watch. Io sono qui per conto del centro con cui collaboro a Berlino, Ecchr. Una piccola assemblea generale, variegata e colorata, informale ma molto composta e strutturata. Il nuovo edificio che ospita la Corte è davvero bello e imponente, comunica autorevolezza e serietà senza (troppo) intimidire.

Gaza è lontana, fisicamente migliaia di chilometri lontana, ma allo stesso tempo vicinissima. È inevitabile parlarne. L’attuale crisi non era tra le priorità all’ordine del giorno, fissato diverso tempo fa, ma non fa che riemergere. Riemerge negli interventi di organizzazioni come Amnesty International, nelle risposte della Procuratrice, nei discorsi a latere dei vari partecipanti. Le organizzazioni palestinesi purtroppo sono minimamente rappresentate.

I Gazani non possono muoversi e anche dalla Cisgiordania occupata il viaggio è davvero complicato. Al Haq ha un suo ufficio qui all’Aia e la giovane avvocatessa palestinese che rappresenta la più antica organizzazione per i diritti umani della Palestina è ammirevole per come riesce a gestire tanta pressione.

Il senso di sgomento è comune e condiviso. Lo sdegno enorme. La Corte sa di dovere fare la sua parte. La sensazione che la tanto attesa indagine sui crimini commessi in Palestina si avvicini è forte. Se sarà davvero così lo vedremo nei prossimi mesi. Le inimmaginabili pressioni politiche e i veti incrociati rendono talvolta il (de)corso della giustizia penale internazionale una penosa e lentissima camminata ad ostacoli. Ma siamo in molti ancora a crederci. E, del resto, quale sarebbe l’alternativa? Ancora violenza in risposta alla violenza? Come su piccola scala il diritto penale dovrebbe servire ad evitare la vendetta privata, su larga scala quello internazionale dovrebbe segnare il superamento dei conflitti (armati, dell’uso della forza militare. È un errore madornale continuare a fare sentire i Palestinesi indifesi, abbandonati a se stessi, quasi irrilevanti per gli organismi internazionali. L’attuale situazione non può che generare mostri. E su questo tutti dovremmo sentirci chiamati in causa.

Oggi Gaza si è fermata a piangere i suoi morti ed è stata una giornata relativamente tranquilla; tranquillissima anzi rispetto a quello che ci si attendeva nel giorno della commemorazione della Nakba, con decine di migliaia di manifestanti annunciati. Ma le manifestazioni andranno avanti.

Come mi scrive oggi Raji Sourani, il direttore del Palestinian centre for Human rights, da Gaza: “Siamo dalla parte giusta della Storia. Non abbandoneremo. Dignità e libertà sono troppo preziose per essere compromesse. Siamo le pietre della valle e nessuna forza o potere potrà portarci via da qui. Fino all’ultimo respiro noi resisteremo. Pace e amore da Gaza”.

thanks to: il Fatto Quotidiano

Giurista, studiosa di diritto penale internazionale

Corte Penale Internazionale e Palestina: un caso di dubbia giustizia

Kanbar-Commentary-PhotoAl-Shabaka. Di Sarah Kanbar. E’ passato ormai un anno da quando la Palestina è diventata membro della Corte Penale Internazionale e da quando l’Ufficio del Procuratore della suddetta Corte ha dato il via alle indagini preliminari sulla “questione palestinese”. Mentre il rifiuto quasi totale da parte di Israele di collaborare con la CPI per questioni legate alla Palestina ha ostacolato tali indagini, il paese non rappresenta l’unico impedimento affinché sia fatta giustizia: l’ufficio del Procuratore stesso ha avuto un ruolo predominante nel rallentare il processo.

Nel novembre del 2015 la relazione annuale sulle indagini preliminari (qui di seguito), redatto dal Procuratore Capo Fatou Bensouda, ha fornito un aggiornamento sull’andamento delle indagini. Secondo le informazioni contenute nella relazione, non è ancora chiaro come l’Ufficio del Procuratore procederà per mettere in atto “i due obiettivi principali dello Statuto di Roma: porre fine del conflitto tramite l’incoraggiamento di procedimenti spontanei nazionali, e la prevenzione dei reati” in Palestina. Inoltre, due elementi della relazione – la dichiarazione dell’Ufficio del Procuratore riguardo la condizione di Stato della Palestina e i possibili crimini già identificati – rivelano critiche più ampie all’Ufficio, da un lato la preoccupazione per la sua imparzialità e dall’altra il fallimento nel soddisfare le speranze delle vittime di ottenere giustizia.

Queste mancanze dell’Ufficio potrebbero quindi vanificare il ruolo della CPI in quanto palcoscenico in cui giudicare e valutare le atrocità che si stanno susseguendo in Palestina. La società civile deve tenere sotto controllo l’attività della CPI e assicurarsi che essa rimanga un organo imparziale e apolitico.

Palestina: un banco di prova per la Corte Penale Internazionale

La CPI, che ha iniziato la sua attività nel 2002, è un organo giudiziario giovane e ancora in via di sviluppo. Finora, quasi tutti i casi in atto riguardano stati africani. La CPI sta iniziando a lavorare anche in altre regioni tramite esami e indagini preliminari. Ciò si riflette nel numero crescente di casi arrivati all’Ufficio del Procuratore e nell’avvio di procedimenti dopo il completamento di anni di indagini preliminari.

La CPI deve però affrontare il problema dell’assenza di fondi, il che la mette nella posizione di aver bisogno di aiuti finanziari da parte degli stati che ne fanno parte. La CPI non può fare sempre affidamento sui fondi e, anche qualora li ricevesse, il solo fatto di averne bisogno la rende oggetto di attenzioni nei programmi politici di alcuni Stati. La CPI dunque è un organo importante e deve dimostrarsi imparziale.

Durante una riunione recente dell’Assemblea degli Stati membri della CPI, l’organo responsabile per la gestione e la supervisione del tribunale, i membri di una delegazione palestinese e alcuni rappresentanti della società civile hanno espresso la loro opinione dicendo che la gestione, da parte della CPI, della questione Palestinese rappresenterà un banco di prova. Hanno elencato vari motivi per cui sarebbe necessario che la CPI giudicasse i crimini in Palestina, tra cui la storia dei continui conflitti che in questo paese vanno avanti da più di 60 anni, le negoziazioni non andate a buon fine, le testimonianze delle violazioni dei diritti umani – che vanno dalle relazioni sul campo redatte dalle ONG (Organizzazioni Non Governative) al parere consultivo sul Muro tra Israele e Palestina espresso nel 2004 dalla stessa CPI.

I delegati e i rappresentanti della società civile hanno anche dichiarato che l’Ufficio del Procuratore è in possesso di una moltitudine di informazioni tale da poter portare a termine tutte le indagini in maniera efficiente, nonostante essi abbiano riconosciuto che Israele ha reso difficile l’accesso alle informazioni sull’assalto nella Striscia di Gaza del 2014. Inoltre hanno espresso la propria paura che, rallentando le indagini, l’Ufficio perda nuovamente l’appoggio delle vittime – in questo caso i Palestinesi.

La CPI è stata criticata molte volte per il fatto che le vittime, spesso vulnerabili, che ripongono molte speranze nella Corte, rimangono deluse dal fallimento di quest’ultima nel trovare una soluzione. Aspettando la fine di un processo estremamente lento senza ricevere un responso, le vittime di crimini atroci si sentono abbandonate e questo le porta a perdere la fiducia in un sistema giudiziario che funziona con l’aiuto degli Stati che ne fanno parte.

Durante le indagini preliminari, l’Ufficio del Procuratore studia le comunicazioni e le informazioni per determinare se siano necessarie ulteriori indagini o un processo. Il Rapporto del Procuratore Capo raccoglie questo materiale durante la fase delle indagini e nella fase di revisione delle informazioni. L’Ufficio non ha facoltà investigative durante le indagini preliminari. Il suo compito è quello di revisionare e determinare se un caso risponde ai parametri dell’Articolo 53 dello Statuto di Roma, che dà inizio a un’indagine a meno che il Procuratore Capo non stabilisca che non ci sono i “presupposti ragionevoli” per procedere. Lo Statuto di Roma non fornisce un lasso di tempo entro il quale l’Ufficio deve portare a termine le indagini preliminari, e qualsiasi informazione aggiuntiva può essere presa in considerazione dopo che sono state avviate le indagini. Potrebbero quindi volerci anni prima che si possa procedere con le indagini o che l’Ufficio respinga il procedimento.

Due critiche potrebbero essere mosse alla CPI, secondo la relazione. La prima, che la preoccupazione dell’Ufficio nel voler rimanere imparziale abbia soltanto posticipato le indagini preliminari portando l’Ufficio a esulare dal suo incarico sulla condizione di Stato della Palestina, questione che è stata al centro dell’attenzione del precedente Procuratore Capo. In secondo luogo, attraverso le considerazioni riguardo i crimini di Israele ai danni dell’umanità e i crimini di guerra, la CPI potrebbe rivelarsi soltanto un’altra organizzazione internazionale che deluderà ancora una volta i Palestinesi non riuscendo a prendere provvedimenti nei confronti di Israele e dichiararla colpevole. 

La relazione dell’Ufficio del Procuratore e la questione della condizione di Stato

Vale la pena ricordare che, dopo il 2009, quando per la prima volta l’Autorità Palestinese ha sottoscritto una Dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) alla CPI, accettando la giurisdizione del tribunale, l’Ufficio del Procuratore ha evitato un’indagine preliminare sulla Palestina poiché non la considerava uno Stato. Nella prima relazione sulle Attività di Indagini Preliminari del 2011, l’Ufficio ha scritto che bisognava riconoscere la Palestina come Stato affinché questa potesse sottoscrivere la dichiarazione. Nella relazione dell’anno successivo, l’Ufficio ha deciso che soltanto un’organizzazione internazionale come le Nazioni Unite avrebbe potuto accertarsi che la Palestina fosse uno Stato o no.

Questo ritardo fu criticato pesantemente, in particolare perché non rientra tra le competenze dell’Ufficio intervenire su questioni legali che riguardano la condizione di Stato per presentare una dichiarazione. Inoltre, esistevano altre possibilità per determinare se la Palestina potesse sottoscrivere una dichiarazione o anche solo accedere allo Statuto di Roma: ad esempio, rimettersi alla Camera Preliminare, organo che ha l’autorità di prendere una decisione in situazioni come questa.

Una posizione diversa riguardo la condizione di Stato palestinese è in seguito emersa nella relazione del 2015. Il Procuratore Capo Bensouda ha affermato che è necessario un chiarimento da parte delle Nazioni Unite riguardo lo status della Palestina per stabilire qualora potesse accedere allo Statuto di Roma. Il Procuratore ha poi scritto che l’Ufficio ha stabilito che la Palestina avrebbe potuto sottoscrivere una dichiarazione sotto l’Articolo 12(3) sulla base della Risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (la stessa Risoluzione che aveva portato la Palestina a diventare uno Stato osservatore nel 2012). Tuttavia, Bensouda ha anche affermato che la CPI può ancora avere da ridire sulla condizione di Stato sulla base della giurisdizione territoriale o personale.

Inoltre, come hanno puntualizzato molti studiosi ed esperti, l’Ufficio del Procuratore non possiede l’autorità per prendere una decisione su come determinare la condizione di Stato. Invece di proclamare lo Stato della Palestina e di conseguenza sottoscrivere una dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) o accedere allo Statuto di Roma, l’Ufficio avrebbe potuto concludere che la Palestina poteva sottoscrivere una dichiarazione in quanto possedeva i requisiti elencati dall’Articolo 12 dello Statuto di Roma. Questo Articolo permette che uno Stato non membro acconsenta affinché la Corte possa esercitare la sua giurisdizione su un crimine che cade sotto le sue competenze. Fondamentalmente, dichiarare che la Palestina può agire in quanto Stato secondo l’Articolo 12(3) è andare al di là delle competenze limitate dell’Ufficio del Procuratore.

Crimini israeliani e giurisdizione dell’Ufficio del Procuratore

La relazione del 2015 è comunque un passo positivo nella revisione dei documenti relativi ai numerosi crimini in Palestina. L’Ufficio è attualmente entrato nella seconda fase delle indagini, durante la quale deve determinare se ci sono crimini che cadono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale – nello specifico crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

I crimini contro l’umanità sono definiti dall’Articolo 7 dello Statuto di Roma. Molti tipi di azioni sono elencate sotto questa categoria, nonostante la descrizione delle intenzioni con le quali vengono commessi sia più specifica. Se però la definizione include molte delle azioni commesse da Israele, è comunque l’Ufficio a determinare se esse siano crimini o meno. I crimini di guerra, definiti dall’Articolo 8, sono elencati in maniera più estesa e richiedono che ci sia un conflitto armato in corso, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, violazioni della legge e degli usi di guerra.

L’Ufficio del Procuratore ha rese note, nella relazione che sta attualmente revisionando, le informazioni che riguardano i presunti crimini commessi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sia da parte dei gruppi armati palestinesi che dalle Forze di Difesa israeliane. Sta esaminando il lancio immotivato di razzi e mortai da parte dei palestinesi verso Israele, gli attacchi partiti da zone civili, l’uso di zone civili per scopi militari, e l’esecuzione dei palestinesi che avrebbero collaborato con Israele. L’Ufficio sta anche revisionando il materiale riguardante i crimini commessi dalle Forze di Difesa israeliane a Gaza durante l’assalto della Striscia nel 2014, quali gli attacchi diretti rivolti a palazzi e infrastrutture in cui risiedevano civili, ma anche a edifici appartenenti all’ONU, ospedali e scuole. Questi includono anche bombardamenti su zone civili ad alta densità demografica come al-Shujayya e Khazaa.

Non è chiaro se l’Ufficio arriverà alla conclusione che questi crimini, specialmente i crimini contro l’umanità, cadono sotto la propria giurisdizione. Ad esempio, alcuni crimini contro l’umanità in questione come l’apartheid, sono questioni che a prima vista sembrerebbero nuove alla CPI. Questo significa che non ci sono precedenti su cui basarsi, il che rende imprevedibile l’esito delle indagini.

Il Procuratore Capo Bensouda ha anche dichiarato che l’Ufficio possiede informazioni sulle violenze negli insediamenti e il trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane e nei tribunali militari. Questi non sono necessariamente crimini di guerra e di conseguenza potrebbero non rientrare nelle competenze della CPI. Inoltre, le informazioni sui tribunali israeliani potrebbero sollecitare un intervento della CPI o una sentenza che dichiara il sistema giudiziario israeliano capace di giudicare processi secondo giustizia. Essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, uno dei suoi obiettivi è incoraggiare processi a livello nazionale. Se l’Ufficio del procuratore decide che Israele può giudicare questi crimini secondo giustizia, allora potrebbe anche concludere che non ci sia bisogno delle indagini – e Israele ancora una volta non verrebbe ritenuto responsabile.

La Corte Penale Internazionale sotto processo

Il risvolto positivo dell’avere un organo giudiziario come la CPI è che essa garantisce che le vittime, che per lungo tempo hanno subito atrocità, abbiano l’opportunità di presentare il proprio caso davanti alla giustizia. La condanna, nel marzo 2016, dell’ex politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic per i crimini di guerra commessi ai danni dei musulmani bosniaci testimonia il grande potenziale dei tribunali penali internazionali. La Palestina sembrerebbe l’ultimo banco di prova per determinare se la CPI può continuare a rappresentare uno strumento per prevenire i crimini e punire chi li commette al massimo livello di giurisdizione, o se alla fine fallirà perché si piegherà alle influenze politiche.

Nonostante meno della metà dei rifugiati palestinesi creda che la Corte arriverà a una soluzione duratura, l’Ufficio del Procuratore deve continuare le indagini preliminari sulla Palestina. Se identificherà potenziali crimini quali apartheid o il trattamento delle minoranze nei tribunali militari ma non porterà avanti i procedimenti, i palestinesi non potranno fare alcun ricorso e si ricorderanno soltanto di quanto le organizzazioni internazionali siano inefficienti nel trovare una soluzione giusta al conflitto. Inoltre, Israele continuerà ad agire impunito. Ma se la CPI userà la legge come meccanismo di cambiamento e porterà le responsabilità a livello nazionale, non sarebbe solo un grande successo per i Palestinesi. Sarebbe un successo anche per la CPI stessa, che dimostrerebbe la sua competenza e resistenza alle pressioni esterne.

Le organizzazioni di giustizia internazionali e le organizzazioni palestinesi dovrebbero continuare a tenere sotto controllo i lavori della CPI e dell’Ufficio, scrutinando le decisioni quando vengono prese. Gli ufficiali palestinesi dovrebbero continuare a trattare la CPI come un organo non politicizzato e quindi evitare la tentazione di usarlo come uno strumento per riaffermare la condizione di Stato. Nonostante la tendenza della CPI a essere influenzata dai politici, c’è ancora speranza che essa possa condannare gli israeliani colpevoli dei loro crimini – anche se potrebbero volerci anni. Se è vero che la Palestina sta intraprendendo un viaggio molto lungo insieme alla CPI, si spera che stia andando almeno nella direzione giusta.

 

 

dell’Ufficio intervenire su questioni legali che riguardano la condizione di Stato per presentare una dichiarazione. Inoltre, esistevano altre possibilità per determinare se la Palestina potesse sottoscrivere una dichiarazione o anche solo accedere allo Statuto di Roma: ad esempio, rimettersi alla Camera Preliminare, organo che ha l’autorità di prendere una decisione in situazioni come questa.

Una posizione diversa riguardo la condizione di Stato palestinese è in seguito emersa nella relazione del 2015. Il Procuratore Capo Bensouda ha affermato che è necessario un chiarimento da parte delle Nazioni Unite riguardo lo status della Palestina per stabilire qualora potesse accedere allo Statuto di Roma. Il Procuratore ha poi scritto che l’Ufficio hastabilito che la Palestina avrebbe potuto sottoscrivere una dichiarazione sotto l’Articolo 12(3) sulla base della Risoluzione 67/19 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (la stessa Risoluzione che aveva portato la Palestina a diventare uno Stato osservatore nel 2012). Tuttavia, Bensoudaha anche affermato che la CPIpuò ancora avere da ridire sulla condizione di Stato sulla base della giurisdizione territoriale o personale.

Inoltre, come hanno puntualizzato molti studiosi ed esperti, l’Ufficio del Procuratore non possiede l’autorità per prendere una decisione su come determinare la condizione di Stato. Invece di proclamare lo Stato della Palestina e di conseguenza sottoscrivere una dichiarazione secondo l’Articolo 12(3) o accedere allo Statuto di Roma, l’Ufficio avrebbe potuto concludere che la Palestina poteva sottoscrivere una dichiarazione in quanto possedeva i requisiti elencati dall’Articolo 12 dello Statuto di Roma. Questo Articolo permette che uno Stato non membro acconsenta affinché la Corte possa esercitare la sua giurisdizione su un crimine che cade sotto le sue competenze. Fondamentalmente, dichiarare che la Palestina può agire in quanto Stato secondo l’Articolo 12(3) è andare al di là delle competenze limitate dell’Ufficio del Procuratore.

Crimini israeliani e giurisdizione dell’Ufficio del Procuratore

La relazione del 2015 è comunque un passo positivo nella revisione dei documenti relativi ai numerosi crimini in Palestina. L’Ufficio è attualmente entrato nella seconda fase delle indagini, durante la quale deve determinare se ci sono crimini che cadono sotto la giurisdizione della Corte penale internazionale – nello specifico crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

I crimini contro l’umanità sono definiti dall’Articolo 7 dello Statuto di Roma. Molti tipi di azioni sono elencate sotto questa categoria, nonostante la descrizione delle intenzioni con le quali vengono commessi sia più specifica. Se però la definizione include molte delle azioni commesse da Israele, è comunque l’Ufficio a determinare se esse siano crimini o meno. I crimini di guerra, definiti dall’Articolo 8, sono elencati in maniera più estesa e richiedono che ci sia un conflitto armato in corso, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, violazioni della legge e degli usi di guerra.

L’Ufficio del Procuratore ha dichiarato nella relazione che sta attualmente revisionando le informazioni che riguardano i presunti crimini commessi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sia da parte dei gruppi armati palestinesi che dalle Forze di Difesa israeliane. Sta esaminando il lancio immotivato di razzi e mortai da parte dei palestinesi verso Israele, gli attacchi partiti da zone civili, l’uso di zone civili per scopi militari, e l’esecuzione dei palestinesi che avrebbero collaborato con Israele. L’Ufficio sta anche revisionando il materiale riguardante i crimini commessi dalle Forze di Difesa israeliane a Gaza durante l’assalto della Striscia nel 2014, quali gli attacchi diretti rivolti a palazzi e infrastrutture in cui risiedevano civili, ma anche a edifici appartenenti all’ONU, ospedali e scuole. Questi includono anche bombardamenti su zone civili ad alta densità demografica come al-Shujayya e Khazaa.

Non è chiaro se l’Ufficio arriverà alla conclusione che questi crimini, specialmente i crimini contro l’umanità, cadono sotto la propria giurisdizione. Ad esempio, alcuni crimini contro l’umanità in questione come l’apartheid, sono questioni che a prima vista sembrerebbero nuove alla CPI. Questo significa che non ci sono precedenti su cui basarsi, il che rende imprevedibile l’esito delle indagini.

Il Procuratore Capo Bensouda ha anche dichiarato che l’Ufficio possiede informazioni sulle violenze negli insediamenti e il trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane e nei tribunali militari. Questi non sono necessariamente crimini di guerra e di conseguenza potrebbero non rientrare nelle competenze della CPI. Inoltre, le informazioni sui tribunali israeliani potrebbero sollecitare un intervento della CPI o una sentenza che dichiara il sistema giudiziario israeliano capace di giudicare processi secondo giustizia. Essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, uno dei suoi obiettivi è incoraggiare processi a livello nazionale. Se l’Ufficio del procuratore decide che Israele può giudicare questi crimini secondo giustizia, allora potrebbe anche concludere che non ci sia bisogno delle indagini – e Israele ancora una volta non verrebbe ritenuto responsabile.

La Corte Penale Internazionale sotto processo

Il risvolto positivo dell’avere un organo giudiziario come la CPI è che essa garantisce che le vittime cheper lungo tempo hanno subito atrocità abbiano l’opportunità di presentare il proprio caso davanti alla giustizia. La condanna, nel marzo 2016, dell’ex politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic, per i crimini di guerra commessi ai danni dei musulmani bosniaci testimonia il grande potenziale dei tribunali penali internazionali. La Palestina sembrerebbe l’ultimo banco di prova per determinare se la CPI può continuare a rappresentare uno strumento per prevenire i crimini e punire chi li commette al massimo livello di giurisdizione, o se alla fine fallirà perché si piegherà alle influenze politiche.

Nonostante meno della metà dei rifugiati palestinesi creda che la Corte arriverà a una soluzione duratura, l’Ufficio del Procuratore deve continuare le indagini preliminari sulla Palestina. Se identificherà potenziali crimini quali apartheid o il trattamento delle minoranze nei tribunali militari ma non porterà avanti i procedimenti, i palestinesi non potranno fare alcun ricorso e si ricorderanno soltanto di quanto le organizzazioni internazionali siano inefficienti nel trovare una soluzione giusta al conflitto. Inoltre, Israele continuerà ad agire impunito. Ma se la CPI userà la legge come meccanismo di cambiamento e porterà le responsabilità a livello nazionale, non sarebbe solo un grande successo per i Palestinesi. Sarebbe un successo anche per la CPI stessa, che dimostrerebbe la sua competenza e resistenza alle pressioni esterne.

Le organizzazioni di giustizia internazionali e le organizzazioni palestinesi dovrebbero continuare a tenere sotto controllo i lavori della CPI e dell’Ufficio, scrutinando le decisioni quando vengono prese. Gli ufficiali palestinesi dovrebbero continuare a trattare la CPI come un organo non politicizzato e quindi evitare la tentazione di usarlo come uno strumento per riaffermare la condizione di Stato. Nonostante la tendenza della CPI a essere influenzata dai politici, c’è ancora speranza che essa possa condannare gli israeliani colpevoli dei loro crimini – anche se potrebbero volerci anni. Se è vero che la Palestina sta intraprendendo un viaggio molto lungo insieme alla CPI, si spera che stia andando almeno nella direzione giusta.

Al-Shabaka è un’organizzazione no-profit la cui missione è educare e promuovere il dibattito pubblico sui diritti umani e di autodeterminazione palestinesi nel quadro del diritto internazionale.

L’autore di questo policy brief è Sarah Kanbar, che ha precedentemente pubblicato “Rooted in ourHomeland: The Construction of Syrian American Identity” (“Radicati nella nostra Patria: la costruzione dell’identità siro-americana”) in American MulticulturalStudies (Sage, 2012) e alcuni articoli per le riviste Muftah e Kalimat.

Traduzione di Giovanna Niro

thanks to: Infopal

HRW chiede alla ICC di aprire un’indagine sui crimini di guerra israeliani

Imemc. Human Rights Watch (HRW) ha chiesto alla Corte Criminale Internazionale (ICC, International Criminal Court) di aprire un’indagine formale sui crimini commessi da Israele contro i Palestinesi negli ultimi decenni.

HRW ha comunicato, in una dichiarazione della scorsa domenica, che il procuratore dell’ICC Fatou Bensouda dovrebbe presentare un’inchiesta formale coerente con lo Statuto di Roma dell’ICC.

Secondo Press TV/Al Ray “la ICC ha fatto luce sulla gravità di molti crimini e sul pervasivo clima di impunità per questo genere di offese”, asserisce l’organizzazione, facendo appello all’anniversario della guerra di Gaza del 2014.

“Dopo quasi un secolo di impunità, è il momento che i responsabili di alcuni dei crimini tra i più gravi paghino il loro prezzo”, ha affermato Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo della divisione Medioriente e Nord Africa di Human Rights Watch.

“Il procuratore della ICC dovrebbe procedere e investigare sui crimini in modo da assicurare alle vittime una misura di giustizia che troppo a lungo gli è stata negata”.

Human Rights Watch, l’ONU e le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno ribadito che l’ultima guerra condotta da Israele contro la già assediata Striscia di Gaza rappresenta un vero e proprio crimine di guerra.

Israele ha lanciato il suo attacco di 50 giorni contro Gaza alle idi del luglio 2014. L’aggressione militare, terminata il 26 agosto, ha ucciso quasi 2200 palestinesi, di cui 570 bambini.

Traduzione di Domenica Zavaglia

Sorgente: HRW chiede alla ICC di aprire un’indagine sui crimini di guerra israeliani | Infopal

Sosteniamo la Corte penale internazionale

Prosegue lo sforzo per raccogliere firme sotto l’appello lanciato dalla Rete di solidarietà con il popolo palestinese in Italia e all’estero per sostenere l’impegno della Corte Penale Internazionale che ha iniziato ad indagare sui crimini di Israele commessi con l’attacco a Gaza dell’estate scorsa. In calce i link per firmare e far firmare la petizione e SOTTO l’articolo di Adista che ne accompagnò il lancio.

http://chn.ge/1J5ufi5

English – http://chn.ge/1DrKa5m

Français – chn.ge/1AsnVNE

L’UE SOSTENGA LA PALESTINA
ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE. UN APPELLO

38011 ROMA-ADISTA. È di pochi giorni fa la notizia che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha deciso di creare una commissione – guidata dal capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erakat – incaricata di supervisionare i casi da presentare presso la Corte penale internazionale (Cpi), a cui lo Stato di Palestina avrà accesso a partire dal prossimo 1° aprile (v. Adista Notizie n. 4/15). Il rischio per lo Stato israeliano è di essere trascinato davanti alla Corte per crimini di guerra e contro l’umanità: ipotesi già al vaglio della Cpi che il 16 gennaio scorso, per bocca della procuratrice capo dell’Aia, Fatou Bensouda, ha annunciato l’apertura di un esame preliminare per verificare la possibilità di procedere contro Israele per i crimini commessi durante l’attacco della scorsa estate contro la Striscia di Gaza.
Un processo prevedibilmente irto di ostacoli – basti pensare alle proteste già manifestate da parte israeliana e statunitense – nel corso del quale la Palestina avrà bisogno di tutto il sostegno possibile. Per questo un nutrito gruppo di intellettuali, giuristi e religiosi ha lanciato un appello all’Alto rappresentante della Politica estera europea, Federica Mogherini; al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker; all’Alto rappresentante per i Diritti Umani Ue, Stavros Lambridinis e ai ministri degli Esteri dei Paesi Ue, affinché l’Europa sostenga tale percorso.
«L’impunità di Israele sembra non finire mai», si legge nel testo dell’appello sottoscritto, tra gli altri, da mons. Hilarion Capucci, arcivescovo emerito di Gerusalemme in esilio; Giovanni Franzoni, già abate della basilica di S. Paolo; Domenico Gallo, giudice della Corte Costituzionale; Mairead Maguire, premio Nobel per la pace; Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo; nonché dalla Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese e dalla Rete Ebrei contro l’occupazione (è possibile firmare l’appello sul sito http://www.change.org). «Sono trascorsi, infatti, più di 67 anni da quando, prima ancora che l’Onu adottasse nel 1947 la Risoluzione 181 sulla spartizione della Palestina storica e vi fosse, nel 1948, la dichiarazione unilaterale di istituzione dello Stato di Israele, iniziarono in Palestina, ad opera di formazioni paramilitari, poi confluite nell’esercito israeliano, aggressioni armate, espropriazioni, distruzioni, eccidi che portarono alla deportazione e al trasferimento forzato della popolazione». «Nei decenni seguenti – continua l’appello – Israele ha proseguito nelle sue politiche di discriminazione razziale, di apartheid, di espulsione degli abitanti storici e naturali, di espansione territoriale fino ad incamerare circa l’80% della Palestina contro il 55% assegnato dall’Onu. Ciò si è accompagnato ad altri crimini, tra cui la demolizione delle case palestinesi, la repressione violenta, il ricorso sistematico a trattamenti inumani e degradanti, agli omicidi mirati, alla tortura e all’imprigionamento senza processo e senza accusa, anche di minori, fino alle terribili aggressioni punitive su Gaza. Nell’ultima, dell’estate 2014, i morti sono stati più di 2.200, quasi tutti civili e per metà donne e bambini, i feriti oltre 11.000. Sono state distrutte proprietà e abitazioni senza alcuna giustificazione militare, sono stati attaccati intenzionalmente civili ed edifici civili (scuole, rifugi Onu, ospedali, ambulanze, centrali elettriche, infrastrutture, luoghi di culto), sono state usate persone come scudi umani». Il percorso che si è aperto con la decisione di aderire alla Cpi, scrivono ancora i firmatari, è costellato di difficoltà per i palestinesi che «dovranno fronteggiare la rabbia di Israele che, disperatamente, vuole mantenere il proprio regime coloniale e di apartheid» e che, a questo scopo, «ha già messo in atto diverse manovre e minacce, che vanno ben oltre il trattenimento di milioni di dollari provenienti dalle tasse raccolte per conto della Autorità Nazionale Palestinese». Perciò, è l’appello, «tale percorso va sostenuto e incoraggiato, soprattutto da parte degli Stati aderenti alla Cpi, ai quali chiediamo di cooperare pienamente con la stessa. È l’applicazione del diritto – concludono – l’unico strumento che può veramente mettere in discussione l’impunità di Israele e portare giustizia in Palestina». (ingrid colanicchia)

La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

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