Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS

Maurizio Blondet 5 Febbraio 2019 Volete sapere tutto sul mondo delle ONG, ossia le Organizzazioni Non Governative? Volete leggere quello che gli altri non scrivono sugli affari, le cifre, i protagonisti, le connection di quell’universo in gran parte sconosciuto e che macina milioni di euro e di dollari sulla pelle dei cittadini, soprattutto dei migranti? Di coloro…

via ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS — Notizie dal Mondo

 

Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Le organizzazioni pacifiste denunciano le proposte che cambiano faccia all’UE: il complesso militare-industriale è “in cammino” anche a Bruxelles.

Oggi la Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) alzano la propria voce per mettere l’opinione pubblica in guardia a riguardo di questo ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa: “Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale” commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove proposte non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata oggi a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

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Ulteriori e più approfondite informazioni si possono trovare sul sito di Rete Disarmo > www.disarmo.org e nella sezione apposita del sito ENAAT > http://new.enaat.org/european-union/enaat-documents-and-interesting-links-related-to-the-eu

Su Facebook è attiva la campagna https://www.facebook.com/noEUmoney4arms

Reference ulteriori sulla questione

European military industry: EU, give us 3.5 billion euros for military research

http://www.euractiv.com/section/security/opinion/mon-eu-should-give-more-funds-to-peace-not-subsidise-the-arms-industry/?nl_ref=19904567

http://www.euractiv.com/section/global-europe/opinion/how-the-arms-industry-is-staging-a-european-coup/

http://www.euractiv.com/section/defence-policy/opinion/eu-defence-policy-ready-for-psychiatric-treatment/

La Rete europea ENAAT (The European Network Against Arms Trade) è stata fondata nel 1984 e coinvolge gruppi ed individui che vedono nell’incontrollato commercio di armamenti una minaccia per la pace, la sicurezza, lo sviluppo. La Rete è composta da 14 organismi, campagne, gruppi di ricerca nazionali di 13 Paesi europei differenti, e da 3 organizzazioni internazionali europee.

Sorgente: Pressenza – Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

Pressenza – 50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP.

Il colpo di Stato invisibile e indicibile dei banchieri

Damiano Mazzotti
Il colpo di Stato invisibile e indicibile dei banchieri
(Foto di web.rifondazione.it)

 

 

Il sociologo Luciano Gallino ha approfondito lo studio dello strapotere finanziario e nel mese di ottobre 2013 ha pubblicato “Il colpo di Stato di banche e governi” (Einaudi, 345 pagine, euro 19).

Gallino ripercorre le varie tappe della crisi economica e finanziaria e propone una lunga serie di riflessioni molto significative. In estrema sintesi si può affermare che i tracolli finanziari dipendono dalla creazione di massa monetaria “cattiva” legata al sistema bancario ombra e a titoli più o meno fantasiosi basati su formule matematiche troppo astratte che pretendono di trasformare il piombo in oro, cioè i debiti in guadagni assicurati (i derivati sono titoli bancari che vengono scambiati con moneta reale). I tracolli bancari privati hanno poi aggravato i deficit statali di molti paesi europei.

Quindi tutte le principali istituzioni politiche e finanziarie sono corresponsabili di un pericoloso accentramento del capitale finanziario in titoli virtuali, che impedisce di fare i giusti investimenti nelle varie economie nazionali. Quasi tutte le istituzioni dovrebbero essere incentivate a cambiare le direttive politiche: i governi dei grandi Stati, la Commissione Europea, la Banca d’Inghilterra, la Bce e la Fed (Federal Reserve System, cioè la banca centrale privatizzata degli Stati Uniti) .

Comunque l’astuta operazione bancaria che consente di creare denaro dal nulla, come avviene nell’attivazioni dei muti e dei fidi potrebbe complicarsi in tutta Europa. In Germania “Ad agosto 2012 un’associazione di imprenditori, assistita da un gruppo di giuristi, ha presentato al Bundestag [il Parlamento] una petizione con cui si richiede che gli articoli del codice penale i quali stabiliscono che un debito non ripagato costituisce sempre un reato, in quanto comporta un danno al patrimonio del prestatore, siano rivisti perché non tengono conto che in molti casi il denaro è stato creato da una banca dal nulla” (p. 149). In questi casi si potrebbe essere condannati solo per le spese amministrative sostenute e non per la perdita di denaro virtuale che prima del mutuo non esisteva, dato che il denaro prestato nasce insieme al mutuo (è il gemello siamese del mutuo).

Inoltre secondo Gallino uno dei principali obiettivi della casta finanziaria è quello “di privatizzare i sistemi europei di protezione sociale al fine di dirottare verso le imprese e le banche il loro colossale bilancio”, smantellando così la gestione degli enti pubblici per finanziare i vari sistemi pensionistici privati (p. 204).

In passato erano i re, che arrivano alla bancarotta statale, a causa delle guerre e dell’eccessivo ingrandimento dei territori da governare, che alla fine diventavano troppo costosi da mantenere (i soldati si chiamano così perché vanno pagati). Con l’evoluzione sociale si è arrivati ai re che arrivavano alla bancarotta a causa delle spese eccessive nei lussi e della monetazione incontrollata (prima in metallo svalutato e poi in banconote inflazionate). Oggi i banchieri hanno monopolizzato il potere monetario statale. Del resto nel 1830 Laffitte affermò: “D’ora in avanti comanderanno i banchieri” (banchiere e deputato liberale, dopo il fallimento della Rivoluzione di luglio).

Per approfondimenti:

thanks to: Pressenza

Europa/Africa: il bacio della morte

Nel semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea (UE) e con Federica Mogherini, Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, nonché vicepresidente della UE, l’Europa ha dato il ‘bacio della morte’-così scrive Le Monde Diplomatique- all’Africa, forzandola a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA). “O firmate gli EPA- ha detto la Commissione Europea ai paesi ACP(Africa, Caraibi, Pacifico) o sarete sottoposti a un nuovo regime di tassazione delle vostre esportazioni .” E lo ha fatto , come promesso, entro il 1 ottobre 2014. E’ gravissimo che l’Europa l’abbia fatto in un momento così difficile per il continente nero, soprattutto con i paesi dell’Africa occidentale minacciati dalla tragedia di Ebola, con la zona saheliana dal Mali al Sudan in subbuglio, con il Corno d’Africa in guerra e con il Sud Sudan e il Centrafrica in guerra civile.

E’ incredibile che in questo clima, la UE abbia forzato l’Africa sub-sahariana ad arrendersi. Il primo gruppo a capitolare è stata l’Africa Occidentale,quella che più si era opposta agli EPA. Il 10 luglio, i sedici paesi della Africa occidentale, che rappresentano il 38% del commercio globale UE-ACP, per un totale di 38 miliardi di euro, hanno firmato.

Il 15 luglio si sono chiusi i negoziati con sei paesi (Botswana,Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) dell’Africa Australe.Il 21 settembre hanno capitolato i cinque paesi dell’Africa Orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda). Non hanno ancora firmato i paesi del Corno d’Africa, il Sud Sudan e il Centrafrica, sconvolte da conflitti e guerre.Gli altri paesi dei Caraibi e del Pacifico avevano già capitolato prima.

“Sotto la spada di Damocle del 1 ottobre-scrive S.Squarcina su Nigrizia – si può affermare che il grosso degli EPA sono stati siglati con praticamente l’insieme degli ACP.”

Per capire quello che è avvenuto, dobbiamo ricordare che le relazioni commerciali tra UE e paesi ACP erano regolati dalla Convenzione di Lomè(1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020), con la clausola che i prodotti ACP- prevalentemente materie prime- potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico. Ora la UE chiede ai paesi ACP  di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio, che sono frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles. Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea(sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati nei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti,, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata ed affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente per i cambiamenti climatici.

L’Europa ha vinto, gli impoveriti hanno perso. Ma non possiamo arrenderci, né demordere perché ci vorrà tempo per la ratifica e l’entrata in vigore degli EPA. Ci vorranno molti anni prima che i singoli EPA entrino in vigore. Infatti i singoli EPA dovranno essere ratificati da tutti i parlamenti UE e ACP interessati dai singoli accordi di partenariato. Bruxelles farà di tutto per chiudere il processo di ratifica entro il 2020, quando si dovrà procedere al rinnovo della Convenzione di Cotonou. A questo bisogna aggiungere che gli ACP faranno di tutto per rallentare la ratifica degli EPA. “La Commissione ha lasciato intendere-scrive J. Berthelot su Le Monde Diplomatique – che potrebbe rinviare la data limite per la ratifica al 1 ottobre 2016. La battaglia non è finita.”

Per questo chiediamo a tutti coloro che si sono impegnati in questa campagna contro gli EPA e a tutti coloro che vorranno aggregarsi a non demordere, ma di continuare a premere sui nostri parlamentari, sulla Commissione Europea, in primis sull’Alta Rappresentante per la politica estera della UE , Federica Mogherini, perché si rendano conto della profonda ingiustizia perpretata, tramite questi Accordi contro i popoli più impoveriti del Pianeta.

Siamo infatti persuasi che questi Accordi siano profondamente ingiusti perché in un’Africa già così debilitata, questi Accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente. Inoltre l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi  ACP , che costituiscono una bella fetta del bilancio statale , metterebbero in crisi gli stati ACP.

Non è concepibile che una potenza economica come la UE non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, soprattutto verso il continente a noi più vicino, l’Africa, oggi il continente più schiacciato.

Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato contro gli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.

Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. E’ in ballo la vita di milioni di persone,ma è anche in ballo il futuro stesso della UE.

Napoli, 21 novembre 2014

Alex Zanotelli

thanks to: Peacelink

Commissione Europea passa al secondo stadio sull’Ilva di Taranto, ecco il parere motivato

Comunicato stampa di Peacelink su parere motivato della Commissione Europea su inquinamento Ilva
16 ottobre 2014 – Redazione Peacelink

Peacelink accoglie con grande soddisfazione la decisione odierna della Commissione Europea di passare al secondo stadio (il “parere motivato”) della procedura d’infrazione lanciata contro l’Italia a causa dell’inquinamento dello stabilimento siderurgico ILVA di Taranto.

La Commissione Europea ha annunciato stamane di aver preso nuove misure per via dell’impatto generato dall’ILVA, la più grande acciaieria d’Europa. L’Italia, scrive la Commissione, non ha assicurato che l’ILVA operasse in conformità con la legislazione europea sulle emissioni industriali, con conseguenze potenzialmente pericolose per la salute e l’ambiente. Non è cioè stata rispettata la Direttiva sulle Emissioni Industriali e tutta la legislazione europea in materia ambientale.

La Commissione afferma di aver riscontrato una serie d’infrazioni alla legge e il parere motivato lanciato in data odierna riguarda proprio il mancato rispetto delle condizioni stabilite dall’AIA, l’inadeguata gestione di sotto-prodotti, dei rifiuti e del materiale di scarico, e l’insufficiente protezione del suolo e della falda acquifera. Molti dei problemi riscontrati derivano dall’alto livello delle emissioni non controllate: la Direttiva sulle Emissioni industriali afferma che le attività produttive ad alto impatto inquinante devono essere realizzate con un permesso specifico ma l’ILVA non possiede nessun permesso per tali attività fortemente inquinanti e continua a non rispettare le prescrizioni in un serie di aree. Di conseguenza, la Commissione ha attestato che fumi molto densi e polveri fuoriescono dallo stabilimento, con conseguenze dirette potenzialmente fortemente negative per la salute e l’ambiente della popolazione locale.

Gli esami condotti hanno evidenziato un pesante inquinamento dell’aria, del suolo, della superficie e delle acque di falda sia sul sito ILVA che nella città di Taranto. La contaminazione del quartiere Tamburi, scrive la Commissione, può essere attribuita alle emissioni che fuoriescono dallo stabilimento.

L’AIA del 4 luglio 2011, aggiornata il 26 ottobre 2012 e il 14 marzo 2014, è al centro del parere motivato. La Commissione Europea dichiara che non è stata garantita l’attuazione della direttiva sulle emissioni industriali. I permessi per la produzione, scrive la Commissione, possono essere concessi solo se alcune condizioni ambientali sono rispettate, in modo che le compagnie produttrici siano direttamente responsabili della prevenzione e della riduzione di ogni inquinamento causato. I permessi devono garantire che le misure di prevenzione siano adrguate e vengano messe in atto e che il ciclo dei rifiuti sia garantito al meglio per evitare ulteriore inquinamento.

Ogni Stato membro dell’Unione Europea è responsabile dell’applicazione del diritto europeo sul suo territorio e i Trattati assegnano alla Commissione il compito di assicurare la corretta applicazione di tale diritto.

Ricordiamo che una procedura d’infrazione si articola in tre fasi:

1. la lettera di messa in mora;

2. il parere motivato;

3. il ricorso in Corte di Giustizia.

La prima fase, “messa in mora”, ha lo scopo di indurre lo Stato membro a mettersi volontariamente in regola.

La seconda fase, “parere motivato”, quella alla quale siamo arrivati oggi, consiste nella reiterazione dei motivi dell’infrazione. Il parere motivato è la conferma da parte della Commissione Europea che lo Stato membro continua a mancare agli obblighi a esso incombenti.

La terza fase è il deferimento alla Corze di Giustizia.

PeaceLink ha lavorato in assoluta e quotidiana continuità con la Commissione Europea ed è l’autrice della denuncia che ha portato all’apertura di una prima procedura d’infrazione lanciata il 26 settembre 2013 e di una seconda e più importante denuncia, che ha fatto svattare una seconda procedura di infrazione lanciata il 16 aprile 2014 e che ha estinto la prima assorbendone ed allargandone le motivazioni.

L’infrazione del 16 aprile 2014 costituiva un ampliamento molto importante in quanto rafforzava il quadro legale al quale la Commissione faceva riferimento, perché la Commissione non solo affermava che l’ILVA non rispettasse le condizioni previste dalla direttiva IPPC ma contestava anche all’Italia il non rispetto della Direttiva Seveso sulla prevenzione dei rischi di incidenti industriali rilevanti. Venivano toccati i punti fondamentali dei rifiuti, del loro stoccaggio, degli scarichi delle acque utilizzate negli impianti, dell’inquinamento dei suoli e delle aree vicine allo stabilimento.

Sulla base di una imponente quantità di documenti, analisi, studi, foto e video di supporto al materiale scientifico forniti nel corso degli ultimi due anni, sulla base di numerosi incontri e contatti avvenuti, PeaceLink è stata in grado di dimostrare che il Governo italiano, che gestisce lo stabilimento ILVA attraverso la Struttura di Commissariamento e che in ogni caso avrebbe dovuto vigilare anche sulla amministrazione privata, non ha messo in regola lo stabilimento come previsto dal diritto europeo e continua a tollerare che lo stabilimento produca causando eventi di inquinamento di tale portata e di tale pericolo da divenire oggetto di ben due infrazioni della Commissione Europea.

Il 14 agosto del 2014, il Commissario europeo all’Ambiente Potocnik aveva invitato un’importante lettera ad Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Luciano Manna nella quale rassicurava PeaceLink del fatto che la Commissione Europea continuava a monitorare da vicino la situazione a Taranto. Il Commissario si era detto in quella lettera intenzionato a portare avanti il caso finché piena tutela fosse data alla popolazione direttamente colpita e all’ambiente, così come garantisce il diritto europeo in materia.

Ricordiamo infine che Peacelink ha adito la Commissione Europea in virtù del diritto, garantito dal TFUE, che ogni cittadino europeo ha di segnalare una misura o una prassi adottata dallo Stato membro in questione che, a suo giudizio, è contraria ad una disposizione o a un principio del diritto dell’Unione.

Le tappe che hanno portato a questo risultato sono le seguenti.

Aprile 2013: Peacelink invia una lettera alla Commissione europea e al Parlamento europeo per denunciare ciò che accade a Taranto. Antonia Battaglia, che ha portato avanti e realizzato il lavoro a Bruxelles, comincia ad informare costantemente, quasi quotidianamente, Bruxelles sulla evoluzione degli eventi a Taranto. Seguono le prime risposte scritte di Commissione e Parlamento.

Luglio 2013: Peacelink incontra il Direttore all’Ambiente della Commissione e lo staff del Commissario a Bruxelles.

26 settembre 2013: viene lanciata la prima procedura di infrazione.

17 ottobre 2013: Antonia Battaglia viene invitata dalla Commissione Petizioni del Parlamento Europeo a presentare la petizione su Taranto. Si intensifica il suo lavoro di presentazione di interrogazioni parlamentari, presentate assieme a Monica Frassoni, Co-Presidente dei Verdi Europei.

4 dicembre 2014: il Presidente del Parlamento europeo scrive ad Antonia Battaglia.

2 aprile 2014: Antonia Battaglia viene ricevuta dal Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.

10 aprile 2014: Antonia Battaglia, Alessandro Marescotti e Luciano Manna, con una delegazione dei Verdi europei composta da Monica Frassoni e Raoul Romeva, incontrano il Commissario all’Ambiente Potocnik.

16 aprile 2014: la Commissione lancia una seconda procedura di infrazione che estingue la prima e che allarga notevolmente il quadro legale di azione contro l’Italia.

Agosto 2014: Antonia Battaglia denuncia l’ultima norma pro-Ilva ( inserita come emendamento al DL 91 Competitività) alla Direzione Generale per la Concorrenza della Commissione europea, sulla possibilità che tale nuova legge convogli somme pubbliche nella gestione quotidiana dell’ILVA.

14 agosto 2014: Battaglia, Marescotti e Manna ricevono una lettera dal Commissario Potocnik, che li rassicura sul lavoro che la Commissione sta svolgendo per Taranto.

Nelle settimane successive è continuato un intenso lavoro di documentazione. PeaceLink ha inviato alla Commissione Europea altro materiale: le leggi, le analisi, i documenti e tutto ciò che riguarda la questione Taranto e Ilva. Il materiale è stato studiato e tradotti in inglese. I dati delle misurazioni ambientali sono stati illustrati e corredati di foto e video. Importante è stato l’apporto di tutti i cittadini di Taranto – in particolare le “ecosentinelle” – che hanno aiutato PeaceLink in questo procedimento di documentazione continua.

Oggi si celebra il processo ILVA. La magistratura giudicherà il passato. La Commissione Europea, con questo parere motivato, riscontra gravi problemi anche nel presente.

Per PeaceLink

Antonia Battaglia
Alessandro Marescotti

Luciano Manna

www.peacelink.it