Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu.

Nel 2018 la costruzione di nuovi insediamenti è stata del 9% al di sopra della media. 19.346 unità abitative sono state costruite nell’ultimo decennio sotto il PM Netanyahu Il 70% delle costruzione sono in “Insediamenti isolati” English version Peace Now – 14 maggio 2019 Immagine di copertina: Mappa della costruzione degli insediamenti durante il decennio di…

via Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu. — Notizie dal Mondo

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Lapidata a morte da coloni israeliani

Quella che vi raccontiamo oggi è solo una delle tante atrocità che si consumano quotidianamente contro il popolo palestinese. Ieri sera, una donna palestinese è stata lapidata a morte dai coloni israeliani nella parte settentrionale della Cisgiordania occupata.

lapidata

Aisha Mohammed Aravi, 47 anni, stava guidando il suo veicolo in compagnia del marito, vicino a un checkpoint della Cisgiordania, a sud di Nablus, quando sono stati attaccati da coloni israeliani che hanno iniziato a lanciare grosse pietre sulla macchina della coppia.

Gli aggressori hanno rotto il parabrezza dell’auto, colpendo la coppia più volte nella testa e nella parte superiore del corpo con una raffica di pietre. Aisha, della città di Bidya, ha perso la vita a causa di un grave trauma alla testa. I media palestinesi hanno riferito che anche il marito di Aisha ha subito gravi lesioni durante la vile aggressione.

Il tragico incidente è arrivato due giorni dopo che un gruppo di coloni israeliani della colonia di Yitzhar ha fatto irruzione in una scuola superiore nel villaggio di Urif, nel sud di Nablus, e ha iniziato a lanciare sassi contro studenti seduti nelle loro classi. Decine di studenti sono rimasti feriti durante l’attacco, oltre ai gravi danni materiali causati alla scuola.

Pochi minuti dopo l’incidente, anche le forze militari israeliane sono entrate nella scuola superiore e hanno fornito protezione ai coloni mentre li scortavano fuori dalla zona. Le truppe hanno anche sparato proiettili di acciaio rivestiti di gomma e bombolette lacrimogene contro gli studenti. Diversi giovani sono rimasti intossicati a causa dell’inalazione di gas lacrimogeno. Dalla Palestina occupata è tutto.

thanks to: ilfarosulmondo

Perché i palestinesi sono trattati oggi come gli ebrei nel 1940.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Guillermo Saavedra, 31 agosto 2018

Quando i nazisti derubarono il popolo ebraico, confiscarono tutte le loro proprietà e ricchezze. Appropriazione ed espropriazione di opere d’arte, conti bancari, abbigliamento … Prigione, tortura, persecuzione.

Il saccheggio dei nazisti non ebbe  limiti.

Perché oggi non si levano voci per denunciare i metodi altamente fascisti di Israele contro i Palestinesi?

Questa può essere allo stesso tempo una domanda filosofica e un grido d’angoscia. La prima è una richiesta di chiarezza ed esige una risposta intellettuale. Ma se le parole sono un’espressione di angoscia, qualsiasi spiegazione razionale non solo sarebbe irrilevante,, ma anche assolutamente insensibile. Un’espressione di dolore richiede empatia e non risposte; silenzio, non parole

Nota del grande filosofo Darío Sztajnszrajber –  Sztajnszrajber fa una fantastica descrizione della sensazione di angoscia. Ma che si fa dopo aver compreso questo sentimento?

L’Ufficio Centrale di Statistiche Palestinese ha rivelato che nel 2017 Israele si è appropriato di 2.100 dunam di terra palestinese (un dunam equivale a 1.000 metri quadrati) in diverse parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme.

Secondo un rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata della Terra, che ha avuto luogo il 30 Marzo 2018 nei Territori Occupati, le terre sono state espropriate principalmente per stabilirvi controlli militari israeliani, punti di osservazione vicino a insediamenti ebraici o per annetterle  a insediamenti ebraici,

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica, Israele controlla attualmente più del 90% della superficie della Valle del Giordano, il che rappresenta il 29% della superficie totale della Cisgiordania. Rileva inoltre che alla fine del 2016 il numero di insediamenti, enclave selvagge e basi militari israeliane in Cisgiordania hanno  raggiunto il  numero di 425, incluse 150 colonie e 107 enclave selvagge. Il rapporto stima che ci siano 636.000 coloni in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme, il che significa che ci sono 21,4 coloni per 100 palestinesi.

Nel 2017, Israele ha demolito 433 edifici palestinesi nei Territori Occupati,  il 46% dei quali a Gerusalemme.

Il 21 novembre 2016  il relatore delle Nazioni Unite per i Territori Occupati, Michael Lynk, accusò il Parlamento israeliano di voler “rubare” la proprietà privata dei Palestinesi con l’approvazione di una legge che legalizzava gli insediamenti ebraici nei Territori.

Il 16 novembre 2017 erano stati legalizzati più di 100 insediamenti ebraici temporanei stabiliti illegalmente su terra palestinese privata in Cisgiordania, nonostante  gli ordini contrari della Corte Suprema israeliana.

Ciò era stato possibile grazie alla nuova legge dello Stato di Israele che legalizzava l’appropriazione  delle terre private palestinesi e la loro  regolarizzazione,  destinandole all’uso dei coloni ebrei.  Argomentazione vietata dal diritto internazionale.

Michael Lynk denunciò che questi insediamenti minano il diritto all’autodeterminazione dei Palestinesi, violando il loro diritto di proprietà, di  libertà di movimento e di sviluppo. Così come lo Stato di Israele continua a confinare i Palestinesi  in porzioni  di terra  sempre più piccole e non contigue tra di loro .

Ma la comunità internazionale ha paura di sfidare il governo israeliano. Sebbene l’annessione dei Territori Occupati costituisca una profonda violazione del diritto internazionale. I Palestinesi dal canto loro sono molto pacifici di fronte alla rapina organizzata.

Se Israele continua con le annessioni, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta non solo a condannare queste azioni, ma anche ad adottare  misure appropriate per porre rimedio a queste violazioni.

La Storia ha dimostrato che il solo responsabile della situazione in Palestina è il “Sionismo”.

Il pantheon dei personaggi biblici e coranici in Palestina  nasce da credenze e tradizioni del folclore nativo locale. Sono i Palestinesi musulmani che l’hanno creato e conservato come valore sacro della Palestina.

I luoghi sacri della Palestina  situati nel sottosuolo e dedicati alla memoria dei profeti e dei santi della tradizione ebraica, cristiana e islamica, sono stati conservati dalla popolazione araba palestinese locale come santuari per il pellegrinaggio che a sua volta generava atti di culto religioso e popolare nei villaggi ove sono ubicati..

Dal 1948, sin dall’inizio della politica di pulizia etnica, della distruzione dei villaggi e dell’espulsione dei loro abitanti,  tutti questi siti sono stati sottratti al popolo palestinese. Ci sono casi specifici che stupiscono per come il Sionismo, attraverso lo stato di Israele, si sia appropriato del culto  di quelli  che mai aveva considerato come luoghi di pellegrinaggio e devozione di sacri personaggi delle religioni abramitiche.

Storia di alcuni Regni europei, in cui gli Ebrei sono stati privati dei loro beni, delle loro ricchezze ed espulsi: Regno di Francia, anno 1182, espulsione e confisca dei beni ordinati dal re Filippo Augusto; Regno d’Inghilterra, anno 1290, ordinata dal re Edoardo I, l’espulsione degli Ebrei fu la prima grande espulsione del Medioevo; Spagna dei re cattolici di Castiglia e Aragona, confisca di beni ed espulsione degli Ebrei nel 1492.

In  Francia, paese dei Lumi, il governo di Vichy consegnò  ai nazisti 75.000 Ebrei perché fossero uccisi nelle camere a gas.

Oggi i Palestinesi hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e non possono essere considerati dei “terroristi”,  parola molto di moda all’interno di una comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti.

thanks to:

Traduzione: Simonetta lambertini – Invictapalestina.org

Fonte:https://blogs.mediapart.fr/guillermo-saavedra/blog/310818/pourquoi-les-palestiniens-sont-traites-aujourdhui-comme-les-juifs-en-1940?utm_source=facebook

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

«Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero. Hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata» scrive il giornalista israeliano su Ha’Aretz.

di Gideon Levy*   HaAretz

Roma, 22 settembre 2016, Nena News – Trasformare i coloni israeliani in vittime è l’atto d’impudenza più strabiliante da parte del primo ministro fino ad ora. L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948, quando circa 700.000 arabi sono stati obbligati a lasciare le loro terre. Israele ne sa qualcosa di pulizia etnica.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ne sa qualcosa di propaganda. Il video che ha postato venerdì dimostra entrambe le cose. Ecco la verità, ancora un’altra testimonianza della faccia tosta israeliana: l’evacuazione dei coloni dalla Cisgiordania (che non è mai avvenuta, e presumibilmente non avverrà mai) è pulizia etnica. Sì, lo Stato che ti ha portato la grande pulizia etnica del 1948, che non ha mai, in fondo al suo cuore, abbandonato il sogno dell’espulsione, e che non ha mai smesso di portare avanti metodicamente micro-espulsioni nella Valle del Giordano, nelle colline meridionali di Hebron, nella zona di Ma’aleh Adumim [grande colonia nei pressi di Gerusalemme est. Ndtr.] e anche nel Negev [zona meridionale di Israele, da cui vengono espulse le comunità beduine con cittadinanza israeliana. Ndtr.] – questo Stato chiama lo spostamento dei coloni pulizia etnica.

Questo Stato paragona gli invasori dei territori occupati ai figli della terra che si aggrappano alle loro terre e case. Netanyahu ha dimostrato ancora una volta di essere quello vero, il più autentico rappresentante della “israelicità”, che ha creato una realtà tutta sua: trasformare la notte in giorno, senza vergogna e senza alcun senso di colpa, senza inibizioni. In Israele molta gente, forse la maggioranza, lo prenderà per buono. I coloni della Striscia di Gaza sono diventati “espulsi”, la loro evacuazione una “deportazione”. Non solo è legittimato un atto aggressivo e violento – la colonizzazione -, ma i suoi attori sono vittime. Gli ebrei sono vittime. Sempre gli ebrei, solo gli ebrei. Un primo ministro israeliano meno sfrontato ed arrogante di Netanyahu non oserebbe pronunciare il termine “pulizia etnica”, per via della trave nel suo stesso occhio. Poche campagne di propaganda oserebbero arrivare così lontano. Eppure ogni tanto la realtà si intromette. E la realtà è affilata come un rasoio.

L’unica pulizia etnica di massa che ha avuto luogo qui è stata nel 1948. Circa 700.000 esseri umani, la maggioranza, sono stati obbligati a lasciare le loro case, le loro proprietà, i loro villaggi e le terre che sono state loro per secoli. Alcuni sono stati espulsi con la forza, fatti salire su dei camion e portati via; alcuni sono stati intenzionalmente spaventati perché scappassero; altri ancora se ne andarono, forse senza ragione. Non gli è mai stato consentito di tornare, tranne pochi, anche solo per ricuperare le loro cose. Non poter tornare è stato ancora peggio che essere espulsi.

Ciò prova che la pulizia etnica è stata intenzionale. Non è rimasta neanche una comunità araba tra Jaffa e Gaza, e tutte le altre aree sono sfregiate dai resti di villaggi, le vestigia della vita. Questa è una pulizia etnica – non c’è altro termine per definirla. Più di 400 villaggi e cittadine sono stati spazzati via dalla faccia della terra, le loro rovine coperte da comunità ebraiche, foreste e bugie. La verità è stata celata dagli ebrei israeliani e ai discendenti dei deportati è stato vietato di commemorarli – né un monumento né una lapide, per parafrasare Eugeny Yevtushenko.

Il numero dei coloni ora supera quello degli espulsi. Hanno invaso una terra che non era loro, con l’appoggio dei vari governi israeliani e l’opposizione del mondo intero, e sapevano che la loro impresa era costruita sul ghiaccio. Loro e i governi israeliani non solo hanno brutalmente violato le leggi internazionali, che non sono minimamente rispettate in Israele. Hanno violato anche la legge israeliana, con l’appoggio di una magistratura assoggettata. Il furto di terra è anche una violazione della legge messa in pratica in Israele e nei territori. Quando israeliani, e il resto del mondo, hanno cominciato ad abituarsi a questa situazione, ad accettarla come inevitabile, salta fuori il primo ministro e alza il livello della sua sfacciataggine: i coloni sono in realtà vittime.

Non quelli che loro hanno espulso, non quelli che hanno spogliato della loro terra. Nella realtà, secondo Netanyahu, i coloni che hanno costruito con il proposito di escludere un compromesso con i palestinesi non sono un ostacolo, e lui li equipara ai”she’erit haplita” – ciò che resta dei palestinesi che sono rimasti in Israele, per prendere in prestito un termine da ciò che è restato dopo l’Olocausto.

Il linguaggio può essere distorto per qualunque scopo, propaganda per ogni perversione morale. Addio, realtà, qui tu non conti più niente

* (Traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Gideon Levy: «Sì, Netanyahu, parliamo pure di pulizia etnica»

Come le colonie israeliane soffocano l’economia palestinese

di Al Shabaka e Ma’an News

Sintesi
Israele vede le linee giuda recentemente emanate dall’Unione Europea per l’etichettatura di alcuni prodotti delle sue colonie come la punta dell’iceberg. Teme che ciò aprirà la porta a misure più dure contro la sua colonizzazione illegale e sta mettendo in campo le forze filo-israeliane in Europa e negli Stati Uniti. Uno degli argomenti continuamente ripetuti è che l’etichettatura danneggia i lavoratori palestinesi.
In questo documento la responsabile politica di Al-Shabaka Nur Arafeh e le consulenti politiche Samia al-Botmeh e Leila Farsakh sfatano gli argomenti addotti da Israele contro la decisione dell’Unione Europea di etichettare i prodotti delle colonie, dimostrando l’impatto devastante che il sistema delle colonie israeliane ha avuto sull’economia palestinese togliendo ai palestinesi la terra, l’acqua e altre risorse e creando una massiccia disoccupazione. Affrontano anche la condizione di quei lavoratori palestinesi – una minoranza della forza lavoro – che sono stati obbligati a guadagnarsi da vivere proprio nelle colonie che hanno danneggiato in modo così grave l’economia dei palestinesi e più in generale i loro diritti. Proseguono esaminando il passo dell’Unione Europea (UE) e suggeriscono le iniziative successive che l’UE dovrebbe prendere per rispettare pienamente le leggi internazionali ed europee1.

Il contesto
Ci sono voluti anni all’Unione Europea per sviluppare la sua posizione sull’etichettatura dei prodotti delle colonie che Israele ha costruito sui territori palestinesi e siriani [le Alture del Golan. Ndtr.] fin da quando li ha occupati nel 1967. La Commissione Europea ha emanato una decisione nel 1998 in cui si sospettava che Israele stesse violando l’accordo di associazione con l’UE, firmato nel 1995 e entrato in vigore nel 2000, che esentava i prodotti israeliani dal pagamento di dazi doganali. Nel 2010 la Corte Europea di Giustizia ha confermato che i prodotti provenienti dalla Cisgiordania non beneficiavano del trattamento doganale preferenziale in base all’accordo di associazione dell’UE con Israele e che le affermazioni delle autorità israeliane non erano vincolanti per le autorità doganali dell’UE.
Tuttavia è stato solo nel 2015 che l’UE ha preso la decisione a lungo attesa di adeguare le proprie azioni alle sue stesse regole, in parte come risposta alla crescente pressione da parte della società civile perché riconoscesse l’illegalità delle colonie. Il 10 settembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’etichettatura dei beni delle colonie israeliane in quanto prodotti negli “insediamenti israeliani” piuttosto che in “Israele” e che garantisce che non beneficino del trattamento preferenziale sugli scambi in base al Trattato di Associazione tra l’Ue ed Israele. Due mesi dopo, l’11 novembre, l’UE ha emanato le linee guida attese da molto tempo riguardo all’etichettatura, che ha definito in un linguaggio molto discreto come una “Comunicazione Interpretativa”. Tuttavia i prodotti delle colonie saranno ancora commerciati con l’Unione Europea (EU), lasciando ai consumatori la “decisione informata” se comprare o meno questi prodotti.
Israele sostiene che l’iniziativa dell’UE è “discriminatoria” e che è dannosa per l’economia palestinese in generale e per i lavoratori palestinesi in particolare. E’ chiaramente un tentativo da parte di Israele di distogliere l’attenzione internazionale dalla realtà dell’illegale colonizzazione israeliana, dei suoi effetti profondamente negativi per l’economia palestinese e degli obblighi morali e giuridici dell’UE. In effetti, l’intera colonizzazione da parte di Israele è illegale in base al diritto internazionale, come riconfermato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo “Parere consultivo” del 2004 sul Muro di Separazione costruito da Israele. Il trasferimento da parte di Israele della sua popolazione nei territori occupati è una violazione della Convenzione dell’Aja del 1907 e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.

Lo sfruttamento economico dei Territori Palestinesi Occupati da parte delle colonie
Il presente rapporto riguarda i territori occupati da Israele nel 1967 – la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, la Striscia di Gaza e le Alture del Golan, e più specificamente le colonie israeliane e gli avamposti costruiti nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)2. Non affronta tutte le violazioni delle leggi internazionali e dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.
Il fatto che la costruzione delle colonie israeliane si sia basata sullo sfruttamento economico dei TPO è stato ampiamente documentato. Ciò ha incluso la confisca di ampie zone di terra palestinese e la distruzione di proprietà palestinesi per utilizzarle a scopi edilizi ed agricoli; la confisca di risorse idriche, al punto che 599.901 coloni utilizzano sei volte più acqua che tutta la popolazione palestinese della Cisgiordania, composta da 2.86 milioni di abitanti; l’appropriazione di luoghi turistici e archeologici; lo sfruttamento di cave, miniere, risorse del Mar Morto e di altre risorse naturali non rinnovabili dei palestinesi, come sarà argomentato in seguito.
Le colonie sono anche state agevolate da un sistema infrastrutturale di strade, di checkpoint e dal Muro di Separazione, portando alla creazione di bantustan isolati in Cisgiordania e all’appropriazione di altra terra palestinese.
In conseguenza di ciò attualmente le colonie israeliane controllano circa il 42% della terra della Cisgiordania. Questo dato comprende aree edificate così come i confini municipali delle colonie israeliane. Questi confini attualmente comprendono un’area 9,4 volte più ampia di quelle edificate nelle colonie della Cisgiordania e sono proibiti ai palestinesi che non hanno un permesso per accedervi.
La maggioranza delle colonie della Cisgiordania sono costruite nell’Area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania e che è molto ricca di risorse naturali3. Secondo uno studio della Banca Mondiale, il 68% dell’Area C è stato destinato alle colonie israeliane, mentre meno dell’1% è stato concesso all’utilizzo da parte dei palestinesi.
All’interno dell’Area C lo sfruttamento da parte delle colonie israeliane è concentrato nella Valle del Giordano e nella parte settentrionale del Mar Morto. Le colonie israeliane controllano l’85,2% di queste zone, che sono le terre più fertili della Cisgiordania. L’abbondante disponibilità di acqua e il clima favorevole forniscono le migliori condizioni per l’agricoltura. Di conseguenza producono il 40% delle esportazioni di datteri da Israele. Nel contempo i palestinesi hanno il divieto di vivere lì, costruire o persino pascolare il loro bestiame con il pretesto che si tratta di “terre statali”, di ” zona militare” oppure di “riserve naturali”.
Israele ricorre anche ad altri metodi per espellere i palestinesi dalle loro terre, distruggendo le case, proibendo la costruzione di scuole e ospedali e negando ai residenti l’accesso a servizi essenziali come l’elettricità, l’acqua e l’escavazione di pozzi. Al contrario, molte colonie sono definite “aree di priorità nazionale”, permettendo loro di ricevere incentivi finanziari dal governo israeliano nei settori dell’educazione, della salute, dell’edilizia, dello sviluppo industriale ed agricolo4.
I proventi israeliani derivanti dallo sfruttamento della terra palestinese e delle risorse della Valle del Giordano e dell’area settentrionale del Mar Morto sono stimati attorno ai 500 milioni di shekel all’anno (circa 118 milioni di euro). Per avere un’idea dell’impatto sull’economia palestinese, vale la pena di notare che i costi indiretti delle restrizioni imposte da Israele all’accesso palestinese all’acqua nella Valle del Giordano – e di conseguenza l’impossibilità di coltivare la loro terra – erano pari a 663 milioni di dollari [circa 616 milioni di euro. Ndtr.], l’equivalente dell’8,2% del prodotto interno lordo palestinese nel 2010.
Nel frattempo Israele continua a costruire nuove colonie. Netanyahu, durante il suo discorso all’US Center for American Progress [organizzazione liberal vicina ai Clinton e ad Obama. Ndtr.] in novembre, ha sostenuto che nessuna nuova colonia è stata edificata negli ultimi vent’anni. Di fatto 20 colonie israeliane sono state approvate durante i suoi mandati, tre delle quali erano avamposti illegali che sono state successivamente regolarizzate dal governo.
La manifestazione più recente della politica di colonizzazione israeliana è la ripresa della costruzione del Muro di Separazione nei pressi di Beit Jala in Cisgiordania, che di fatto separa gli abitanti del villaggio dalle terre coltivate di loro proprietà nella valle di Cremisan. Il percorso di questo tratto di Muro è stato disegnato per permettere l’annessione della colonia di Har Gilo, a sud di Gerusalemme, mettendola in collegamento con la colonia di Gilo, che si trova all’interno dei confini del Comune di Gerusalemme creati da Israele dopo l’inizio dell’occupazione, nel 1967.

Un’economia palestinese strangolata dalle colonie
La colonizzazione illegale da parte di Israele ha avuto decisamente un effetto profondamente negativo sull’economia palestinese. Il controllo israeliano su acqua e terra ha contribuito a ridurre la produttività del lavoro del settore agricolo ed il suo contributo al PIL: l’apporto di agricoltura, settore forestale e della pesca è sceso dal 13,3% del 1994 al 4,7% nel 2012, ai prezzi attuali. Lo sversamento di rifiuti solidi e liquidi dalle zone industriali delle colonie nei TPO ha ulteriormente inquinato l’ambiente, la terra e l’acqua dei palestinesi.
L’accesso limitato alle cospicue risorse del Mar Morto ha impedito ai palestinesi di sviluppare il settore dei cosmetici e altre industrie, basate sull’estrazione di minerali. Uno studio della Banca Mondiale stima che se non ci fossero state restrizioni alla disponibilità di queste risorse, la produzione e la vendita di magnesio, potassio e bromo avrebbe comportato un valore annuo di 918 milioni di dollari [circa 844 milioni di euro. Ndtr.] per l’economia palestinese, l’equivalente del 9% del PIL nel 2011.
Le drastiche limitazioni nell’accesso alle miniere e alle cave nell’Area C ha anche ostacolato la possibilità per i palestinesi di estrarre ghiaia e pietre. Il valore lordo annuo stimato come perdita per l’economia palestinese per l’estrazione da cave e miniere è di 575 milioni di dollari [circa 529 milioni di euro. Ndtr.]. In totale, si stima che le limitazioni all’accesso ed alla produzione nell’Area C sono costate all’economia palestinese 3.4 miliardi di dollari [più di 3.1 miliardi di euro Ndtr.]. Come esaminato in un precedente documento di Al-Shabaka, Israele controlla persino l’accesso dei palestinesi al loro stesso campo elettromagnetico – una politica a cui contribuiscono le colonie – creando perdite tra gli 80 ed i 100 milioni di dollari annui [dai 73 ai 92 milioni di euro. Ndtr.] per gli operatori palestinesi delle telecomunicazioni.
Inoltre l’assenza di contiguità territoriale all’interno della Cisgiordania, unita ad altre restrizioni israeliane al movimento ed all’accesso, ha frammentato la sua economia in piccoli mercati non connessi tra loro. Ciò ha incrementato i tempi ed i costi di trasporto delle merci da una zona della Cisgiordania ad un’altra e dalla Cisgiordania al resto del mondo. In seguito a ciò, la competitività dei prodotti palestinesi sui mercati locali e internazionali è stata indebolita.
Oltretutto, poiché l’economia in Cisgiordania è stata viziata dall’imprevedibilità e dall’incertezza – il che non è sorprendente, in quanto l’area è sottoposta a un’occupazione militare – il costo ed i rischi di fare impresa sono aumentati. Ciò ha peggiorato il clima per gli investimenti, limitato lo sviluppo economico e aumentato la disoccupazione e la povertà. Nel complesso si stima che il costo diretto ed indiretto dell’occupazione sia stato di circa 7 miliardi di dollari [6,4 miliardi di euro. Ndtr] nel 2010 – circa l’85% del PIL palestinese stimato5.

Spossessati: i lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane
L’economia palestinese è stata quindi colpita da fragilità strutturali e settoriali che sono principalmente dovute all’occupazione israeliana e alla colonizzazione. L’espropriazione di terra, acqua e risorse naturali da parte delle colonie e il controllo restrittivo di Israele sui movimenti, l’accessibilità e altre libertà ha indebolito la base produttiva dell’economia, che non è più in grado di generare occupazione e investimenti sufficienti ed è sempre più dipendente dall’economia israeliana e dagli aiuti dall’estero.
Questa dura realtà economica è il fattore principale che porta alcuni palestinesi a lavorare nelle colonie israeliane – si stima che siano state solo il 3,2% del totale degli occupati della Cisgiordania nel terzo quadrimestre del 20156. Invece di essere auto-sufficienti proprietari dei mezzi di produzione, i palestinesi sono stati spossessati delle loro risorse economiche e dei loro diritti dall’occupazione militare e dalle colonie israeliane e sono stati trasformati in manodopera a basso costo.
Infatti la maggior parte dei lavoratori palestinesi nelle colonie è impiegata in lavoro di bassa qualifica e retribuzione: almeno la metà di loro è utilizzata nel settore edile. Ciò significa che meno del 2% del totale della popolazione palestinese occupata sarebbe colpita nel caso di chiusura delle industrie israeliane nelle colonie.
I lavoratori palestinesi nelle colonie sono sottoposti a condizioni di lavoro difficili e a volte pericolose, e si stima che il 93% di loro non abbia un sindacato che li rappresenti. Di conseguenza sono soggetti a licenziamenti arbitrari ed alla revoca del permesso di lavoro se rivendicano i propri diritti o cercano di sindacalizzarsi. Una ricerca del 2011 ha scoperto che la maggioranza dei lavoratori palestinesi avrebbe lasciato il proprio lavoro nelle colonie se avesse trovato un’alternativa nel mercato del lavoro palestinese.
Mentre si sostiene che i lavoratori palestinesi nelle colonie ricevono un salario superiore a quello del mercato del lavoro palestinese, è il caso di notare che sono pagati in media meno della metà del salario minimo israeliano. Ad esempio a Beqa’ot, una colonia israeliana nella Valle del Giordano, i palestinesi sono pagati il 35% del salario minimo legale. E’ da notare che gli impianti di impacchettamento della Mehadrin, il più grande esportatore israeliano di frutta e verdura nell’UE, si trovano in questa colonia.
In breve, è proprio il colonialismo di insediamento israeliano che nuoce ai palestinesi, molto più che l’etichettatura da parte dell’UE dei prodotti delle colonie. Quello di cui i palestinesi hanno bisogno non è più lavoro nelle colonie o più dipendenza dall’economia israeliana. Piuttosto quello di cui i palestinesi hanno bisogno è lo smantellamento delle colonie israeliane, la fine dell’occupazione e la piena realizzazione dei loro diritti in base alle leggi internazionali. Solo allora potranno realmente migliorare la base produttiva dell’economia palestinese, generare opportunità di lavoro, garantirsi autonomia e auto-sufficienza e smettere di essere dipendenti dagli aiuti internazionali.

La distanza tra la retorica dell’UE e le sue azioni
E’ contro questo contesto che il ruolo dell’UE nei riguardi delle colonie israeliane deve essere messo in discussione. L’UE riconosce che le colonie israeliane costruite nei TPO sono illegali. La sua “Comunicazione Interpretativa” stabilisce chiaramente che l’UE, “in linea con le leggi internazionali, non riconosce la sovranità di Israele sui territori occupati da Israele dal giugno 1967.” Tuttavia l’UE continua ad importare beni dalle colonie israeliane (soprattutto frutta e verdura fresche coltivate nella Valle del Giordano) per un valore annuo stimato in 300 milioni di dollari [276 milioni di euro. Ndtr.]. E’ più di 17 volte il valore medio annuale dei prodotti esportati dai TPO nell’UE tra il 2004 e il 2014.
Nonostante la “Comunicazione Interpretativa”, rimane una grande discrepanza tra i discorsi dell’UE e le sue azioni, e la “Comunicazione” è insufficiente per adempiere agli obblighi legali dell’UE per varie ragioni. In primo luogo, non tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane devono essere etichettati. Solo la frutta fresca e le verdure, il pollame, l’olio d’oliva, il miele, l’olio, le uova, il vino, i cosmetici e i prodotti organici sono soggetti all’indicazione obbligatoria dell’origine. Cibi pre-confezionati e prodotti industriali che non siano cosmetici sono soggetti solo all’indicazione volontaria dell’origine.
In più le imprese israeliane che operano nelle colonie possono facilmente aggirare l’etichettatura dei loro prodotti. Ad esempio, possono mettere insieme beni prodotti nelle colonie con altri prodotti in Israele per evitare che siano etichettati come “prodotti nelle colonie”. Possono utilizzare l’indirizzo di un ufficio all’interno dei confini di Israele internazionalmente riconosciuti come l’indirizzo ufficiale dell’impresa piuttosto che l’effettivo luogo di produzione. L’UE dovrebbe anche rilevare il fatto che le imprese che etichettano i propri prodotti come provenienti dalle colonie possono ricevere delle compensazioni dal governo israeliano per le eventuali perdite. Si stima che il bilancio dello Stato abbia destinato circa 2 milioni di dollari [1,8 milioni di euro. Ndtr.] ogni anno negli ultimi 10 anni per compensare le imprese israeliane delle colonie per le perdite cui devono far fronte a causa della fine del trattamento doganale di favore e di altre agevolazioni.
Nel contempo le stesse linee guida per l’etichettatura sono un’arma spuntata, in quanto “l’applicazione delle attuali disposizioni ricade sotto la responsabilità principale degli Stati membri”, come stabilisce la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE. Cosa ancora più importante, limitandosi ad etichettare i prodotti provenienti dalle colonie e mantenendo al contempo relazioni commerciali e investimenti con queste ultime, l’UE sta in realtà continuando a finanziare l’espansione degli insediamenti ed a perpetuare l’occupazione israeliana, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’appropriazione delle terre palestinesi – una situazione illegale che l’UE sostiene di non “riconoscere”.
Inoltre, in chiara opposizione con quanto sostiene, l’UE intraprende progetti con imprese israeliane che sono profondamente coinvolte nelle colonie e nell’occupazione. Per esempio, l’UE ha approvato 205 progetti con la partecipazione israeliana a “Horizon 2020”, il più vasto programma di ricerca e innovazione dell’UE. Le imprese israeliane che vi partecipano comprendono Elbit, che è direttamente coinvolta nella costruzione degli insediamenti e del Muro; le Israel Aerospace Industries [industrie aerospaziali israeliane], che forniscono i macchinari necessari per la costruzione del Muro; l’università Technion, che lavora con il complesso militare israeliano. Banche europee sono anche legate a banche israeliane che forniscono mutui ipotecari ai coloni, finanziano le autorità israeliane nelle colonie e nella costruzione di insediamenti che godono del sostegno da parte dello Stato e altre attività economiche che promuovono la colonizzazione.
Pertanto la “Comunicazione Interpretativa” dell’UE sembra essere principalmente un atto simbolico, attraverso il quale [l’UE] risponde solo formalmente alla crescente richiesta della società civile europea, sempre più favorevole al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi, che vuole che essa rispetti i propri regolamenti e che Israele sia chiamato a rendere conto delle proprie azioni. In base alle leggi internazionali gli Stati terzi sono obbligati a non riconoscere come lecita una situazione illegale, a non fornire alcun tipo di assistenza per mantenere una situazione illegale e a collaborare per garantire che Israele rispetti le leggi umanitarie internazionali. In altre parole, l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero fare quanto possibile per porre fine alla colonizzazione da parte di Israele.

Come l’UE potrebbe rispettare meglio la legge
L’UE dovrebbe iniziare a trasformare le sue parole in misure concrete per rendere Israele responsabile, istituendo un blocco totale su ogni attività economica, finanziaria, commerciale e di investimenti diretta o indiretta con le colonie israeliane, seguendo le orme di Copenhagen, Reykjavik e recentemente Amsterdam. Come raccomandato poco tempo fa in un rapporto del Consiglio Europeo delle Relazioni Estere [centro studi paneuropeo, i cui membri sono ex-ministri degli esteri, imprenditori, intellettuali ed attivisti, il cui scopo è promuovere il dibattito e favorire una politica estera efficace fondata sui valori europei. Ndtr.], dovrebbe anche sospendere le relazioni finanziarie con le banche israeliane, soprattutto quelle che finanziano l’occupazione e la costruzione delle colonie. In più, da parte loro gli Stati membri dell’UE dovrebbero cessare ogni relazione con le colonie israeliane.
Va qui osservato che l’UE è il principale partner commerciale di Israele, con scambi totali attorno ai 30 miliardi di euro nel 2014, che rappresentano circa il 33% del totale delle esportazioni israeliane di beni e servizi nel 20147. Il commercio dell’UE con le colonie israeliane rappresenta meno dell’1% del commercio dell’UE con Israele. Una iniziativa seria da parte dell’UE avrebbe un impatto consistente sulla colonizzazione israeliana e sulla prolungata occupazione militare.
Oltre a passare dall’etichettatura dei prodotti delle colonie a porre fine ad ogni relazione con gli insediamenti israeliani, i Paesi europei dovrebbero prendere in considerazione un embargo di tutti i prodotti israeliani. Fin da quando l’UE ha riconosciuto che il controllo di Israele sui TPO è una situazione di occupazione – un’occupazione militare che dura da circa 50 anni – avrebbe dovuto affrontare le cause profonde dell’occupazione, cioè la politica del governo israeliano, piuttosto che solo il suo effetto, ossia le colonie.
Per esempio, nel caso dell’apartheid in Sud Africa, un boicottaggio concentrato solo sugli affari che riguardavano le township non avrebbe avuto un grande effetto sul sistema di apartheid. Allo stesso modo, boicottare solo i prodotti degli insediamenti israeliani avrebbe un impatto molto minore che boicottare il sistema concreto che sta organizzando la colonizzazione dei territori per fare pressione su Israele perché ponga fine all’occupazione. Per questo è importante vietare ogni prodotto israeliano e non solo quelli delle colonie. Un simile passo prenderebbe di mira, tra le altre cose, l’inganno israeliano riguardo all’origine dei prodotti e delle materie prime che provengono dagli insediamenti. E’ difficile controllare, a meno che siano realmente boicottate le imprese e non solo i loro beni e servizi. In effetti molte delle imprese che lavorano nelle colonie provengono da Israele piuttosto che dai territori del 1967.
Gli appelli per un boicottaggio totale stanno aumentando e trovando adesioni in luoghi imprevisti. Per esempio, due docenti universitari statunitensi hanno recentemente sostenuto in un editoriale sul ” Washington Post” che boicottare solo i prodotti delle colonie “non avrebbe un impatto sufficiente”. Hanno invece proposto “un ritiro dell’aiuto e del supporto diplomatico USA e il boicottaggio e il disinvestimento dall’economia israeliana” per modificare i piani strategici di Israele.
Per la Palestina, un simile divieto aiuterebbe a proteggere i prodotti palestinesi, aumenterebbe la loro competitività e aiuterebbe in futuro a rafforzare la capacità dell’economia palestinese di integrarsi con quella internazionale, una volta che la libertà sia garantita. Il boicottaggio di tutti i prodotti ed i servizi israeliani sarebbe un modo efficace per dare la possibilità ai palestinesi di sconfiggere il colonialismo israeliano. Ciò sarebbe molto più efficace che fornire assistenza per lo sviluppo a settori specifici e risponderebbe direttamente alla richiesta del popolo palestinese di libertà e diritti umani.

Note:
1. Le autrici ringraziano l’ufficio Palestina/Giordania della fondazione Heinrich-Böll per la cooperazione e la collaborazione con Al-Shabaka in Palestina. Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità delle autrici e non riflettono necessariamente l’opinione della fondazione Heinrich-Böll.

2. Gli avamposti delle colonie sono costruiti senza l’autorizzazione ufficiale del governo israeliano. Tuttavia ricevono supporto finanziario da ministeri, agenzie governative, fondazioni locali ed internazionali e da privati (soprattutto dagli USA). Spesso Israele dopo un certo lasso di tempo li “legalizza”.

3. In base agli accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa provvisoriamente in Area A, che dovrebbe essere sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese ma è sottoposta a frequenti incursioni militari israeliane, Area B, sotto controllo condiviso di israeliani e palestinesi, ed Area C, sotto controllo esclusivo di Israele. Questo periodo provvisorio è scaduto nel maggio 1999.

4. Per maggiori informazioni vedi “Trading Away Peace: How Europe helps sustain illegal Israeli settlements.” [“Vendere la pace: come l’Europa aiuta a sostenere le illegali colonie israeliane “]

5. I costi diretti sono i costi supplementari sostenuti dai palestinesi in conseguenza delle restrizioni imposte dagli israeliani all’accesso ed al movimento, compresi i maggiori costi dell’acqua e dell’elettricità. I costi indiretti sono le perdite di entrate provenienti dalla produzione che i palestinesi avrebbero potuto fare se non ci fossero state queste limitazioni da parte israeliana. Un esempio di costi indiretti è rappresentato dal valore aggiunto dell’estrazione delle risorse del Mar Morto.

6. In base all’inchiesta sulla forza lavoro realizzata nel novembre 2015 dal PCBS [Palestinian Central Bureau of Statistics, istituzione ufficiale del governo palestinese. Ndtr.], nel periodo luglio-settembre 2015 il numero di lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane in Cisgiordania era di 22.100, su un totale di 674.900 lavoratori in Cisgiordania.

7. Da confrontare con il commercio dell’UE con i TPO, che nel 2014 è stato di circa 154 milioni di euro.

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Pecunia non olet

Qualche volta faremmo bene ad ascoltare i motti degli antichi…

E se la soluzione stesse nel denaro?

Negli ultimi tempi l’economia israeliana sta vivendo giorni lieti, con una crescita del Pil nel 2011 del 4,8% rispetto all’anno precedente¹ e con una stima per il 2012 del 2,8%² dovuta soprattutto agli investimenti stranieri, 13.372 milioni di US$ nel 2011¹,  e alle esportazioni, aumentate del 17% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³, con la disoccupazione scesa dal 6,6% del 2010 al 5,6% del 2011¹ e un aumento del Pil pro capite del 2,9%¹.

Israele ha avuto un eccezionale aumento del Pil negli ultimi anni, ma negli anni in cui ci sono state delle guerre in territorio palestinese ci sono stati degli scarsi aumenti o addirittura dei decrementi (2° Intifada e operazione Piombo Fuso).
Nel 2009 (anno di crisi) c’è stata una riduzione sia delle esportazioni che delle importazioni come in quasi tutti i paesi del mondo, ma anche le spese militari che ci saremmo aspettate non modificate in periodo di guerra sono calate¹. Lo stesso si è verificato dopo la guerra in Libano del 2006¹. Come dire che la guerra in casa non fa bene all’economia, neanche a quella israeliana.
Nonostante le varie guerre e le violazioni sistematiche dei diritti umani* lo “Stato” che gode di una “particolare” libertà nell’utilizzo delle risorse interne ed estere* ⁴ ⁵ è entrato a far parte dell’OCSE nel 2010 e Standard & Poor’s ha elevato recentemente il suo rating ad “A+”* stimolando ancora di più i mercati internazionali ad investire nel paese, invogliati anche dall’aumento delle importazioni, 29,8% nel 1° semestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010³ e da quello dei consumi⁶.

E la Palestina? L’ economia palestinese ha grossi problemi (e sappiamo tutti perchè). Nel primo semestre del 2011 c’è stata una contrazione del sostegno finanziario dei paesi donatori e un rallentamento della crescita economica. Considerati congiuntamente, questi due fattori hanno determinato una grave crisi fiscale nei Territori palestinesi. L’ANP e’ stata quindi costretta a contrarre debiti con le banche locali per continuare a corrispondere sia i pagamenti dovuti ai creditori sia gli stipendi pubblici. Nel tentativo di affrancarsi dalla dipendenza dagli aiuti finanziari internazionali l’ANP ha anche tagliato le spese correnti non legate al pagamento dei salari pubblici. Tali misure non hanno peraltro potuto scongiurare la crisi economica che invece si è acuita anche a causa dell’abbassamento delle aspettative di crescita sostenibile da parte dei palestinesi. A ulteriore aggravio della situazione fiscale, anche le entrate tributarie derivanti dai proventi doganali che il Governo di Tel Aviv raccoglie e poi trasferisce all’ANP (tali trasferimenti rappresentano i due terzi del totale delle entrate fiscali dell’ANP) hanno subito una contrazione pari all’8% rispetto alle stime per il primo semestre del 2011. In particolare, a fronte di stime su maggiori entrate doganali pari al 14%, le entrate effettive si sono fermate all’8%. Ciò è da attribuire anche alla decisione israeliana di abbassare le accise per il petrolio ed alla decisione delle autorità di fatto nella Striscia di Gaza di interrompere i propri rifornimenti di petrolio da Israele. L’ANP ha pertanto dichiarato che intende limitare nella misura possibile tutti gli esborsi non direttamente legati al pagamento dei salari del settore pubblico per evitare, come già avvenuto, di dovere sospendere i pagamenti dei salari pubblici, per compensare, almeno parzialmente, la diminuzione delle entrate fiscali.
In aggiunta, non essendo state adottate da parte israeliana ulteriori  misure volte a ridurre le restrizioni al movimento di beni e persone soprattutto in Cisgiordania, il settore privato nella Westbank ne ha fortemente risentito, al contrario di quanto accaduto nella Striscia di Gaza, dove invece ha cominciato a dare segnali di rinnovata vitalità⁷.

Il Pil dei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 10,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,8% in Cisgiordania e +25,7% nella Striscia di Gaza⁸.

Il Pil Pro capite nei Territori Palestinesi durante i primi 3 trimestri del 2011 è aumentato del 7,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente⁸; in particolare nel 3° trimestre del 2011 è aumentato dell’8,5% rispetto allo stesso periodo del 2010 con +5,5% in Cisgiordania e +18% nella Striscia di Gaza⁹. La disoccupazione che nel 2010 era del 23,7% di cui 26,8% per le donne¹⁰, è passata al 20,9% nei primi 3 trimestri del 2011, con un aumento in Cisgiordania da 17,3% a 17,5% ma una diminuzione nella Striscia di Gaza da 37,9% a 28,1%⁸.                       C’è stato anche un aumento del 18% degli investimenti esteri che sono passati da 1,4 miliardi di US$ nel 2008 a 1,58 miliardi di US$ nel 2009⁷. Le esportazioni durante i primi 3 trimestri del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010 sono cresciute del 16% e le importazioni del 10%⁸. Nel corso dell’anno, tra il 1° e il 3° trimestre, le esportazioni si sono ridotte del 3% e le importazioni del 16%, con rispettivamente -4,6% e -16,4% in Cisgiordania e rispettivamente +14% e +2% nella Striscia di Gaza⁹ confermando comunque il trand di crescita, soprattutto per le importazioni, registrato durante il periodo 2002-2009.

Nella Striscia di Gaza, nonostante la crescita del settore edilizio del 220% tra l’ultimo semestre del 2010 e il primo semestre del 2011⁷ la ricostruzione delle unità abitative distrutte durante l’operazione militare israeliana Piombo Fuso è ancora in alto mare*.
Altri settori che hanno registrato un andamento positivo sono quello dei servizi, della pubblica amministrazione e del manufatturiero, cresciuti nella misura del 12-16%⁷.

Sempre con riferimento alla crescita a Gaza, uno studio condotto congiuntamente dall’Ufficio del Rappresentante del Quartetto, Tony Blair, e Paltrade*, l’ente per la promozione del commercio palestinese, ha evidenziato i benefici derivanti dal parziale allentamento dell’embargo israeliano sulla Striscia e ha confermato che le restrizioni al movimento e all’accesso imposti da Israele sui Territori costituiscono il principale ostacolo alla crescita economica palestinese. Tutti i parametri presi in considerazione, volume di vendite al dettaglio, livello di occupazione, utilizzo delle risorse disponibili nonchè flussi di esportazione, hanno registrato un miglioramento nel periodo temporale analizzato, ovvero il secondo trimestre del 2011. In particolare, la crescita media registrata dalle vendite al dettaglio è stata pari al 31%, seguita dal settore dell’abbigliamento e dalla vendita di metalli che hanno registrato il picco maggiore, pari al 104%. Anche il settore degli alimentari ha registrato un rilevante  aumento, pari al 45%. Con riferimento al numero di lavoratori occupati, esso è aumentato, passando da una media di 16  ad una media di 18 lavoratori per impresa, comunque pari al solo 63% del numero medio di lavoratori impiegato nel 2005. A riflesso di tale maggiore domanda di lavoro, anche l’innalzamento della capacità di utilizzazione delle strutture produttive operative a Gaza ha registrato una tendenza positiva, tale parametro è passato dal 34% al 42%. Nonostante il notevole incremento, questo dato percentuale corrisponde al solo 52% di quanto rilevato nel 2005. Di pari passo si è evoluta anche la capacita’ di esportare sui mercati esteri con il 60% delle imprese attive che ha dichiarato che potrebbe essere in grado di riattivare i flussi commerciali verso l’esterno entro un mese dalla eventuale data di autorizzazione all’esportazione. Sulla base di tale presupposto, le proiezioni dell’impatto sulle seguenti variabili economiche ipotizzate sono pari al 63% per il volume di vendite, al 51% per l’occupazione e, infine, al 39% sul valore degli investimenti¹¹.

Anche in Cisgiordania c’è stato un aumento importante dell’attività edilizia con +23,2% nel 2010 rispetto al 2009¹⁰, con una spesa totale per il 2010 di 488.063,5 milioni di US$¹⁰. Gran parte del boom edilizio e’ stato registrato a Ramallah con l’iniziativa “Rawabi” ovvero la costruzione di una citta’ interamente araba, da sviluppare utilizzando parametri di urbanizzazione non ancora adottati nei Territori palestinesi, che vuole offrire un’alternativa ai molti palestinesi che non possono piu’ tenere il passo con il livello dei prezzi immobiliari dei centri urbani piu’ sviluppati. Lanciata dall’Esecutivo del Primo Ministro Fayyad, pur essendo stata concepita come una misura di breve periodo per dare sollievo alla domanda di abitazioni in Cisgiordania, potrebbe rappresentare una misura a vasto raggio atta non solo a soddisfare la domanda di edilizia civile ma, in prospettiva, a sostenere l’occupazione nei Territori costituendo una valida alternativa per quella parte della manodopera palestinese impiegata prevalentemente nel settore edile delle colonie israeliane. Tale progetto potrebbe altresì dare un contributo concreto per rendere più effettiva la nuova normativa, varata di recente dall’ANP, che mira a scoraggiare il lavoro palestinese negli insediamenti israeliani in Cisgiordania⁷.

Un altro comparto che ha registrato dinamiche positive è quello del turismo. Le ultime statistiche pubblicate, relative al 2010, dimostrano che la tendenza alla crescita prosegue. Il numero totale di turisti e visitatori è stato pari a 4,9 milioni con un rilevante incremento rispetto ai 2,7 milioni di visitatori del 2009. Sul totale registrato, 22 milioni erano turisti e 2,7 milioni visitatori locali. Il Governatorato di Betlemme ha accolto 1,1 milioni di turisti, secondi in classifica i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar i quali hanno entrambi accolto 0,8 milioni di visitatori. Per quanto concerne i dati relativi al solo primo semestre del 2011, gli alberghi hanno ospitato 264 mila turisti dei quali il 12% era costituito da palestinesi e il 34% da turisti europei. Rispetto all’analogo semestre dell’anno precedente, è stato registrato un leggero calo del numero di turisti pari all 0,2%⁷.

Nel primo semestre del 2011 è stato eseguito il primo censimento agricolo dalla nascita dell’ANP relativo all’anno agricolo 2009-2010. La terra coltivabile nei Territori ha una estensione totale pari a 957,2 Km² ovvero corrispondente al 15,9% del totale del territorio palestinese. L’area messa a coltivazione più estesa si trova nel Governatorato di Jenin pari a 185,4 km² ed equivalente al 19,3% del totale della terra coltivabile dei Territori e al 31,8% del totale del territorio del Governatorato . I Governatorati con le aree coltivabili meno estese sono Gaza settentrionale con il 1,3%, e Gaza con l’1,1%, in ognuna di queste aree le superfici coltivabili corrispondono allo 0,2% del totale dei Territori palestinesi. Il numero totale di aziende del comparto agricolo nei Territori palestinesi è pari a 111.310 unità di cui 90.908 ubicate in Cisgiordania. Il Governatorato di Hebron ha il numero più elevato di aziende, pari al 17,7% sul totale, mentre i Governatorati di Jericho e Al-Aghwar quello più basso, l’1,4% sul totale delle aziende. Il numero di aziende che mettono a coltura il territorio è pari a 79.175 unità, equivalente al 71,1% del totale. Le aziende dedite all’allevamento di animali sono 14.241, pari al 12,8% sul totale. Le aziende miste rilevate sono 17.894, pari al 16% sul totale delle aziende censite per l’anno agricolo. I bovini allevati nei Territori palestinesi sono pari a 34.097 unità, di cui 24.462 in Cisgiordania e 9.635 nella Striscia di Gaza. Il numero maggiore di bovini si trova nel Governatorato di Hebron con 8.446 unità, pari al 24,7% dei bovini nei Territori. Il Governatorato di Gerusalemme ha il numero più esiguo con soli 379 capi, pari allo 1,1% sul numero complessivo di bovini. Gli allevamenti ovini contano 568.287 unità di cui 506.884 in Cisgiordania e 61.403 nella Striscia di Gaza. Il Governatorato con il numero più elevato di allevamenti ovini è Hebron con 146.422 unità, pari al 25,7% sul numero totale degli ovini. Il Governatorato di Salfit ha il numero minore con 8.438 unità presenti sul proprio territorio,  pari all’1,4% sul totale. Gli allevamenti caprini contano 220.085 unità di cui 207.935 in Cisgiordania e 12.150 nella Striscia di Gaza. Nel Governatorato di Hebron c’è il numero maggiore di essi, 49.522, pari al 22,5% del totale dei caprini, in quello di Tulkarm quello minore, 3.071, pari all’1,4%¹⁰. La quantità di olive macinate nel 2010 è di 102.162 tonnellate per una quantità di olio prodotto di 23.754 tonnellate¹⁰.


Lo sviluppo della Valle del Giordano, compresa tra i Governatorati di Jericho e di Al-Aghwar, viene considerato, sia sotto il profilo della creazione di lavoro che di sviluppo del tessuto produttivo del settore agricolo, come strategico dall’ANP. Stime condotte da enti palestinesi hanno evidenziato che eventuali investimenti effettuati in alcuni comparti chiave, quali il turismo, l’agricoltura, il mercato immobiliare e l’estrazione mineraria, potrebbero creare all’incirca 50 mila nuovi posti di lavoro nell’area. Il Palestine Investment Fund (PIF) ha condotto degli studi relativi a progetti per un valore di circa 2 miliardi di US$ da realizzarsi nell’arco del prossimo decennio. Tra i progetti messi a punto il più rilevante è costituito dalla costruzione di una nuova città “Moonlight City”, la quale dovrebbe estendersi lungo le coste del Mar Morto per diventare un polo di attrazione turistica. Tuttavia le restrizioni israeliane impediscono lo spiegamento di questo potenziale. Su un totale di circa 82 mila imprese operanti in Cisgiordania solamente 1,4 mila sono attive in quest’area di grandi potenzialità economiche. Allo stato, Israele mantiene il controllo su circa il 59% della Cisgiordania (Area “C”)⁷.

La questione dell’accesso alle risorse idriche, nonchè dell’equa distribuzione delle fonti di approvvigionamento tra Israele e la Palestina, indispensabili oltre che per il consumo privato anche per l’industria, l’edilizia e l’agricoltura, costituisce una delle principali criticità per lo sviluppo dei Territori palestinesi. La distribuzione dell’acqua che sgorga dalle fonti acquifere sotterranee di montagna, come è il caso delle fonti idriche alla linea di demarcazione del 1967 tra la Cisgiordania e Israele, è disciplinata dal diritto internazionale e l’ANP ne richiede l’applicazione nelle sue rivendicazioni nei confronti di Israele. Difatti, le statistiche relative al consumo di acqua evidenziano una netta disparità tra il consumo idrico palestinese e quello israeliano. Da quanto dichiarato dalla Palestinian Water Authority, l’ente pubblico deputato alla gestione delle risorse idriche nei Territori, il consumo israeliano assorbe il 90% delle risorse provenienti dalle fonti comuni. Il consumo pro capite medio di acqua nei Territori è pari a 60 litri, ben al di sotto della soglia minima di 100 litri pro capite indicata dalla Banca Mondiale, quest’ultima ha anche sottolineato che il consumo medio pro capite di acqua in Israele è 4 volte maggiore di quello palestinese per il solo uso domestico⁷. Nel 2010, la quantita’ totale di acqua pompata nei Territori palestinesi è stata pari a 244 milioni di metri cubi, destinati sia al consumo domestico che agricolo, di cui 71,6 milioni in Cisgiordania e 172,4 milioni nella Striscia di Gaza (per Gaza si considera anche l’acqua non potabile e quella pompata dai pozzi dell’UNRWA)¹⁰.

Non bisogna però dimenticare che una parte del Territorio Palestinese della Cisgiordania è occupato illegalmente dalle colonie israeliane e da siti militari o semi militari per un’estensione complessiva nel 2010 di 235,2 Km² e un totale di 518.974 coloni¹⁰. Tale territorio è praticamente di esclusivo uso dei coloni israeliani e quei palestinesi che vivono nelle zone controllate dalle forze armate israeliane o quelli che vivono nelle vicinanze delle colonie sono sistematicamente vittime di aggressioni, assalti, demolizioni e sfratti*. La presenza pervasiva di tali colonie è uno dei principali fattori che ostacola la crescita economica palestinese¹¹ oltre ad essere una violazione del diritto internazionale e una grave ingiustizia.

La PIEFZA (Palestinian Industrial Estates and Free Zones Authority) è l’Autorità palestinese deputata a sovrintendere, tra gli altri, alla realizzazione e gestione dei parchi industriali che sono in via di progettazione in più aree della Cisgiordania. La creazione di tali aree produttive a fiscalità privilegiata, una volta a regime, consentirà una crescita sostenibile dell’economia palestinese in particolare nelle aree ancora a basso tasso di industrializzazione.
L’industria è una delle principali voci produttive palestinesi con 15.617 imprenditori, 65.538 impiegati e una produzione di 2.700,3 milioni di US$ nel corso del 2010¹⁰. di cui 2.254,2 milioni provenienti dall’ambito manifatturiero¹⁰.

La “borsa palestinese“, la Palestine Securities Exchange (PEX), fondata nel 1995, vantava alla fine del 2010 ben 40 società quotate nei seguenti 5 macrosettori: servizi bancari e e finanziari, assicurazioni, investimenti e infine industria e servizi con una capitalizzazione di mercato prossima ai US$ 2,5 miliardi. Malgrado il rilevante declino nel volume e nel valore delle transazioni borsistiche effettuate dalle principali piazze dei Paesi arabi della regione, la PEX non ha registrato analoghe contrazioni nei propri valori. Nel 2010 la PEX ha tenuto 249 sessioni di borsa nel corso delle quali sono stati scambiati 230.516.370 titoli azionari per un valore pari a US$ 451.208.528. Sulle 40 società quotate, 23 hanno visto incrementare il valore delle proprie azioni. A conclusione del 2010 il valore di mercato delle azioni delle società quotate era pari a US$ 2.449.901.545, equivalente ad un incremento del 3,14% rispetto all’anno precedente. Di contro, il valore delle transazioni borsistiche è diminuito del 9,83% rispetto all’anno precedente, pari ad una contrazione di US$ 451.208.528. I diversi settori dell’economia palestinese hanno registrato valori contrastanti negli ultimi anni, il mercato mobiliare rientra nel novero dei settori che hanno segnato uno sviluppo di segno tendenzialmente positivo. Il rilievo della PEX per l’economia palestinese è stato confermato nel corso della quarta edizione dell’ “Annual Palestinian Capital Market Forum” svoltosi a Ramallah nel novembre del 2010. Come ha rimarcato in tale occasione il Primo ministro palestinese, Salaam Fayyad, la borsa palestinese sta svolgendo un ruolo chiave a sostegno del settore privato, il cui sviluppo rappresenta uno dei principali obiettivi strategici di Governo⁷.

Di grande rilevanza per lo sviluppo economico palestinese è la scolarizzazione degli abitanti, soprattutto di quelli più giovani, 99,4% per quelli tra i 15 e i 19 anni, 99,1% tra i 20 e i 24 anni, 99,1% tra i 25 e i 34 anni, 98,1% tra i 35 e i 44 anni nel 2010 con indici leggermente superiori in Cisgiordania e tra le donne.¹⁰ Il numero di impiegati in Ricerca e Sviluppo nel 2010 è di 3.790 persone a fronte dei 2.951 nel 2009 e dei 1.542 del 2008 (i dati del 2009 e del 2008 sono relati alla sola Cisgiordania)¹⁰. A tal proposito si evidenzia lo sviluppo recente nel campo delle nuove tecnologie sia in Cisgiordania che a Gaza**.

Una delle caratteristiche principali che traspaiono dai dati dello “Statistical Yearbook of Palestine 2011″¹⁰ è la massiccia presenza della povertà, definita come lo standard minimo di reddito o di risorse che incontrano le necessità di base; si definisce povertà profonda la quota economica sufficiente all’approvvigionamento di cibo, vestiti e alloggio; si definisce povertà di seconda linea quella in cui si aggiungono anche le spese per salute, educazione, trasporto, cura della persona, spese per la casa.
Nei Territori Palestinesi nonostante ci sia stata una riduzione della povertà totale dal 26,2% del 2009 al 25,7% del 2010 c’è stato un aumento della povertà profonda dal 13,7% del 2009 al 14,1% del 2010 dovuta soprattutto all’aumento dal 21,9% del 2009 al 23% del 2010 nella Srtiscia di Gaza¹⁰.

Il Microcredito può essere di aiuto dato che nei Territori Palestinesi ci sono diverse associazioni che se ne occupano* con ottimi risultati, ma il problema della povertà va risolto anche e soprattutto abbattendo le barriere fisiche ed economiche in particolare nella Striscia di Gaza, dove erano localizzate le principali industrie manifatturiere, la gran parte degli uffici del Ministero dell’Economia e una rilevante quota della produzione agricola palestinese.
Soprattutto il protrarsi del blocco delle esportazioni da Gaza, il cui mercato è tradizionalmente fortemente dipendente dal commercio internazionale rende la ripresa economica più ardua. Da quanto reso noto dalla Palestinian Federation of Industries (PIF), circa il 60% della produzione industriale di Gaza era destinato ai mercati esteri. In particolare, il 90% della produzione tessile, il 25% dell’arredo e il 70% dei beni alimentari industriali. I dati elaborati dall’ufficio delle Nazioni Unite “OCHA” (Office for co-ordination of Humanitarian Affairs) evidenziano che sul totale della capacità produttiva agricola della Striscia di Gaza, pari a 280 mila – 300 mila tonnellate annue, circa un terzo veniva esportato. Sempre secondo la PIF, le restrizioni israeliane che impongono il blocco all’entrata di beni primari essenziali per i processi manifatturieri costituiscono il principale ostacolo alla produzione attestata ora sotto il 50% del suo potenziale. La ripresa dei flussi di esportazione è quindi cruciale per la più generalizzata ripresa economica nonchè per l’occupazione. Si stima difatti, che il pieno dispiegamento del potenziale del settore delle esportazioni potrebbe condurre alla creazione di circa 30 mila – 40 mila nuovi posti di lavoro. L’economia della Striscia potrebbe beneficiare non solo dalla ripresa dei flussi commerciali con i mercati esteri, ma anche del ripristino degli scambi economici e commerciali con il più florido mercato della Cisgiordania. Sopratutto le piccole e medie imprese, le quali costituiscono tradizionalmente la spina dorsale del settore produttivo di Gaza potrebbero beneficiarne⁷.

E L’Italia in che rapporti è con questi paesi?

L’Italia ha ottimi rapporti con Israele con un interscambio commerciale di quasi 3 miliardi di € nei primi tre trimestri del 2011 di cui 1,91 miliardi di esportazioni verso Israele con una crescita del 16,9% rispetto al 2010 e 0,89 miliardi di importazioni verso l’Italia con una crescita del 3% rispetto al 2010. I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 190.474.419, Tubi e condotti senza saldatura (CH24201) per un valore di € 107.756.190 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore di € 90.679.910.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Materie plastiche in forme primarie (CE20160) per un valore di € 117.060.201, Prodotti della raffinazione del petrolio (CD19201) per un valore di € 107.196.439 e Altri prodotti chimici di base organici (CE20140) per un valore € 80.503.890¹².

Da rilevare tra il 2009 e i primi tre trimestri del 2011 la riduzione delle importazioni agricole di ortaggi verso l’Italia, frutta di origine tropicale e subtropicale, agrumi, uva, semi oleosi, pomacee e frutta a nocciolo, altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio¹² (il boicottaggio contro Agrexco ha funzionato).

Per quanto riguardano gli investimenti diretti italiani in Israele, la presenza più significativa si riscontra nel settore assicurativo. Generali nel 1997 ha acquisito il 59% della maggiore società assicurativa locale, la Migdal, aumentando successivamente la propria quota al 64%.
A partire dal 1999, Generali è entrata tramite Migdal nel capitale della seconda principale banca israeliana, “Bank Leumi”, con una quota iniziale del 3%, salita successivamente al 7,6%.
Telecom Italia è attiva nella posa e nella gestione di cavi sottomarini a fibre ottiche. Con partner israeliani, ha costituito nel 1999 la società “Med 1” per la posa e la gestione di un primo cavo a fibre ottiche tra Mazara del Vallo e Tel Aviv, che costituisce oggi la principale arteria per le comunicazioni via cavo tra Israele e l’Europa.
Nel 2000 Telecom Italia ha varato il progetto Nautilus. Il progetto si articola in tre tronconi, per un totale di circa 7000 km di cavo: un cavo tra Catania e Haifa via Creta; il cavo Catania-Tel Aviv, con potenziale estensione ad Alessandria d’Egitto; l’estensione del cavo da Creta verso Atene ed Istanbul. La posa in opera è stata completata e si e` dato avvio allo sfruttamento commerciale. Nel 2005 la Telecom Italia è divenuta unico proprietario del Consorzio, dopo aver acquistato le restanti quote dai partner israeliani.
Nel 2001 ha iniziato la produzione a Yerucham, nel deserto del Negev, una joint venture italo-israeliana “Cunial Antonio Israel” nel campo delle tegole in cotto, il cui 49 % appartiene alle Industrie Cotto Possagno. Lo stabilimento, a tecnologia interamente italiana, può produrre fino a 20 milioni di tegole l’anno.
ST Microelectronics, il gigante italo-francese dei semiconduttori, ha acquisito nel 2000 la società “Waferscale” nel campo della “flash technology”, per un investimento pari a circa 70 milioni di US$.
Il gruppo italo-israeliano Telit Communications di Trieste, specializzato in soluzioni wireless nel settore machine-to-machine, ha acquisito a gennaio 2011 la Motorola m2m. La società fondata a Tel-Aviv da Motorola nel 2000, sviluppa e produce soluzioni m2m per tecnologie wireless come Gsm, Gprs, Cdma e Wcdma. L’acquisizione, consentirà alla Telit di ampliare la propria presenza nel mercato m2m, migliorare le capacità di R&S, sfruttando le opportunità di cross-selling e sviluppando sinergie di costo.
L’Italiana Enerpoint SpA ha acquisito lo scorso febbraio per un valore stimato di 6 milioni di US$, la società israeliana Friendly Energy Ltd., divenuta dopo l’acquisto Enerpoint Israel Ltd. L’attività di questa società si concentrerà nella realizzazione di impianti fotovoltaici di medie-grandi dimensioni.
In campo spaziale, Alenia e IAI (Israel Aircraft Industries) hanno siglato un MOU per realizzare e commercializzare satelliti civili.
Il Gruppo Pompea, una delle imprese leader in Europa nell’abbigliamento intimo, calze e collant, ha inaugurato nel mese di gennaio 2006 una partnership industriale con Nilit, società israeliana che opera da trent’anni a livello internazionale, nel settore tessile, con la produzione del filato. La nuova società, frutto di questa J.V, si chiama PNF (Pompea Nilit Filament): attraverso questa nuova società, l’azienda di Medole potrà acquistare le materie prime per la propria produzione.
Nel settore dei beni di consumo e servizi, quasi tutte le imprese italiane fanno riferimento a distributori locali per la vendita dei propri prodotti. Fanno eccezione Luxottica e Benetton, presenti con propri punti vendita.

Gli investimenti israeliani in Italia si sono concentrati principalmente nel settore ambientale, farmaceutico, telecomunicazioni e immobiliare.
L’israeliana Teva Pharmaceutical Ltd., ha firmato nel 2004 un accordo con la Pfizer mondiale per l’acquisto dell’italiana Dorom Srl., specializzata nella commercializzazione di farmaci generici e considerata uno dei principali distributori di farmaci generici in Italia.
La Retalix Ltd, specializzata nelle soluzioni software e hardware per supermercati e stazioni di rifornimento, ha completato a gennaio 2005, l’acquisto dell’intera quota dell’italiana Unit Spa, appartenente al gruppo Getronics.
L’israeliana Aladdin Knowledge Systems Ltd. ha acquisito a giugno 2008 la società bergamasca Eutronsec SpA, leader nel settore della protezione software e dell’autenticazione.
La società Ex-Libris di Gerusalemme, specializzata nelle soluzioni per l’automazione delle biblioteche, ha aperto lo scorso luglio una sussidiaria in Italia. L’apertura di un ramo nel nostro paese ha fatto seguito all’acquisizione della società Atlantis Srl., distributrice in esclusiva di Ex-Libris nel territorio italiano e sloveno sin dal 1989.
La società Aspen Building & Development Ltd., ha firmato, invece, a febbraio 2009 un accordo per la costruzione di 5 impianti fotovoltaici con una capacità di produzione di 1 MW cad. Il progetto, sarà realizzato nella regione di Puglia. Sempre nel settore fotovoltaico, è utile menzionare come la società israeliana Gilatz Investments Ltd. abbia continuato ad investire in parchi solari in Italia nel 2010. La società ha firmato, infatti un MOU con un partner italiano per l’acquisto di altri 5 parchi solari, in fase di costruzione per un investimento totale di circa 22 milioni di dollari. Per quanto riguarda gli investimenti israeliani in Italia nel settore delle energie rinnovabili, si è potuto verificare che trattasi di un trend in sicura crescita.
Nell’ultimo decennio, poi, molti imprenditori israeliani hanno compiuto investimenti in beni immobiliari sui mercati esteri. Ultimamente, gli imprenditori israeliani hanno scoperto le opportunità offerte dal mercato immobiliare italiano, soprattutto in Toscana, dove si sono registrati diversi investimenti nel settore turistico ed in progetti abitativi. Sempre nel settore immobiliare, è utile menzionare che la societa’ israeliana Aloni-Hetz, ha acquisito nel 2007 il 3.7 % delle azioni dell’italiana Pirelli Real-Estate, una delle principali società europee nel campo immobiliare, per un valore di circa 95 milioni di US$.
Anche nei beni di consumo è stata monitorata una presenza israeliana in Italia, tramite la catena di occhialeria Xray, che ha aperto nel corso del 2010, 20 punti vendita in Italia³.

Ci sono diversi piani di sviluppo congiunti e collaborazioni di vario genere, a tal proposito vale la pena rilevare che Italia ed Israele sono legate da un accordo intergovernativo di cooperazione industriale scientifica e tecnologica, entrato in vigore nel 2002. Nel 2009 è stato deciso di triplicare i fondi a disposizione dell’Accordo che conta su un finanziamento di quasi € 3 milioni l’anno.
Le collaborazioni interuniversitarie passate e presenti arrivano a 85¹³. Inoltre in occasione del Primo Vertice Bilaterale Italia-Israele dei primi di febbraio 2010 sono stati inaugurati 3 Laboratori congiunti, con una durata di 5 anni, a cui se ne è aggiunto un altro successivamente³.

E con la Palestina in che rapporti siamo?

Non tanto buoni se guardiamo al volume degli scambi, 5,5 milioni di Euro nei primi tre trimestri del 2011 di cui 4,7 milioni sono le esportazioni verso i Territori Palestinesi con un aumento dello 0,4% rispetto al 2010 e 0,8 milioni sono le importazioni verso l’Italia con un aumento del 34,8% rispetto al 2010¹⁴ che rappresentano un millesimo del volume di affari che l’Italia ha con Israele, ma i Palestinesi non sono un millesimo degli Israeliani (4,17 milioni vs 7,80 milioni) nè il Territorio Palestinese è un millesimo di quello israeliano.

I primi prodotti esportati per valore commerciale durante i primi tre trimestri del 2011 sono: Autoveicoli (CL29100) per un valore di € 1.212.467, Riso (CA10613) per un valore di € 722.933 e Paste alimentari, di cuscus e di prodotti farinacei (CA10730) per un valore di € 158.581.
Tra i prodotti importati nello stesso periodo troviamo: Altri alberi da frutta, frutti di bosco e frutta in guscio (AA01250) per un valore di € 479.309 (tra i quali le fragole di Gaza), Calzature (CB15201) per un valore di € 90.803 e Pietre ornamentali e da costruzione, calcare, pietra da gesso, creta e ardesia (BB08110) per un valore € 60.506¹⁴.

Società italiane sono presenti soprattutto nel settore dei macchinari agricoli, rilevantissima è la loro quota di mercato nel comparto agricolo.

La società italiana Pieralisi è leader di mercato per quanto riguarda i macchinari per la produzione di olio d’oliva.

Elenco delle principali imprese palestinesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Italia e relativi settori di attività


Ci sono anche progetti di collaborazione e sviluppo di Fiat, Piaggio, Poste Italiane, si annoverano tentativi di collaborazione per favorire l’industria del marmo, l’agroindustria ma…

RIFLESSIONI

Possibile che noi Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori…, un pò più furbi degli altri, non cogliamo la grande occasione che abbiamo davanti? Quella di contribuire alla pace e alla normalizzazione dei rapporti tra israeliani e palestinesi e allo stesso tempo favorire lo sviluppo economico? Perchè la Palestina è un vero tesoro per gli investimenti, si può sviluppare di tutto perchè manca tutto o quasi. E se ci fosse la pace allora diventerebbe proprio un Eldorado, si potrebbero costruire infrastrutture comuni, piani congiunti, interscambi, collaborazioni e tanti altri termini come questi.
Sì, è vero, gli Israeliani non vogliono la pace, almeno non la vogliono i loro politici, i loro militari, molti imprenditori, qualche religioso, e i Palestinesi hanno diritto a vivere felici sul loro Territorio, hanno diritto al ritorno nei luoghi da dove sono stati cacciati e da dove ancora oggi vengono cacciati, hanno diritto anche ad essere risarciti per i crimini che hanno subito e a vedere puniti coloro che li hanno commessi e qualora questi non fossero più in vita hanno diritto ad essere riconosciuti come vittime almeno dal punto di vista storico. Ed hanno diritto a poter piangere i loro morti e ad essere compatiti dal mondo intero anche e soprattutto da quello ebraico autentico che già è a loro vicino.
Ma una volta fatte tutte queste cose hanno diritto anche a poter ricominciare e a ricostruire la loro vita.
E se ricominciassimo subito? E se ricostruissimo subito?
E se proprio questo nuovo inizio fosse la chiave per trovare una soluzione a tutti quei problemi che hanno oggi? Fosse il seme che genera l’albero che genera il tronco che genera il ramo che genera la foglia che genera il fiore che genera il frutto che genera nuovamente il seme?
Riempiamoli di soldi!
Israele riceve tanti soldi ogni anno con gli investimenti esteri, e non se la passa tanto male… Perchè non facciamo lo stesso con la Palestina?
Io so che con i soldi i muri si scavalcano e i blocchi si aggirano.
Chi di voi non ha in tasca un paio di milioni di euro così a portata di mano da poter investire?! Chiunque! Ma anche chi non ha i milioni o le migliaia può sempre prendere qualche Euro e investire in un progetto comune, insieme ad altre persone.
Si può partire da qualunque cosa, dall’agricoltura, dall’olio d’oliva, dal manifatturiero, dall’hi-tech, dal turismo, dalla cultura, magari contattare qualche amico palestinese o qualche buon israeliano e cominciare.
I soldi non puzzano se sono puliti.

References

  1. http://www.scribd.com/doc/81050808/08
  2. http://www.scribd.com/doc/81050578/2-8
  3. http://www.scribd.com/doc/81051085/Rapporto-congiunto-Italia-Israele-1-Sem-2011
  4. http://www.scribd.com/doc/81097171/European-Commission-Slammed-for-Links-to-West-Bank-Lab
  5. http://www.scribd.com/doc/81098081/Ahava-Dead-Sea-Laboratories-Horizon-2020-Europe-Answer
  6. http://www.scribd.com/doc/81054307/grf6
  7. http://www.scribd.com/doc/81051257/Rapporto-congiunto-Italia-Palestina-1-Sem-2011
  8. http://www.scribd.com/doc/81092188/EcoEstimate2012
  9. http://www.scribd.com/doc/81051337/Q32011
  10. http://www.scribd.com/doc/81053571/Book-1814
  11. http://www.scribd.com/doc/81058422/4
  12. http://www.scribd.com/doc/81054073/Commercio-Italia-Israele-2011-Ateco-2007
  13. http://www.scribd.com/doc/81058976/universita-italiane-israel
  14. http://www.scribd.com/doc/81054138/Commercio-Italia-Palestina-2011-Ateco-2007

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