Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Le motivazioni delle violenze in Africa

Da diversi anni l’Occidente è raggiunto da flussi di migranti provenienti dalle zone più disparate del mondo, soprattutto dall’Africa. Gli immigrati fuggono dalla miseria e in particolare da regimi oppressivi. La violenza dei Paesi occidentali un tempo colonizzatori dell’Africa è la ragione e la causa di questo imponente flusso migratorio.
Infatti l’invasione migratoria pacifica nei ricchi paesi occidentali è stata preceduta da invasioni coloniali che si sono protratte per secoli e sono state condotte con spietata aggressività, appunto da parte dei paesi occidentali.
Le colonizzazioni occidentali hanno trascinato milioni di schiavi dall’Africa all’America, rapinando materie prime, con l’imposizione di regimi sanguinari.
La lunga storia del colonialismo culmina con l’imperialismo della seconda metà dell’Ottocento.
Sui processi di colonizzazione e in seguito di decolonizzazione, ossia di abbandono delle terre occupate e sottomesse da parte dei paesi occidentali, hanno pesato gli interessi del capitalismo mondiale, per il controllo delle fonti energetiche, petrolifere e per il dominio sulle materie prime.
L’arretratezza e la dipendenza economica dei paesi poveri, sottomessi e occupati, non è stata superata.
Molti paesi dell’Africa sono sprofondati in una miseria ancora più terribile, in seguito alle manovre predatorie occidentali.

AFRICA – Somalia, Congo, Sudan, Nigeria: le violenze rendono impossibili gli interventi umanitari. 
Attualmente si susseguono gli appelli delle organizzazioni umanitarie internazionali, affinché sia reso possibile il loro intervento in diverse situazioni di crisi nel continente africano.
Numerose ONG (Organizzazioni Non Governative) chiedono alla comunità internazionale una maggiore attenzione alla Somalia, dove la situazione sta rapidamente deteriorando a causa della violenza degli scontri.
Secondo le agenzie di notizie, migliaia di persone sono costrette ad abbandonare ogni mese le proprie case a Mogadiscio, a causa degli scontri e dei combattimenti.
Un milione di persone sono sfollate e due milioni hanno bisogno di assistenza e aiuti a causa della carestia che ha colpito molte zone.
Gli operatori umanitari vengono uccisi durante i conflitti armati e gli aiuti umanitari vengono razziati: tutto questo rende sempre più difficile il soccorso delle ONG, che hanno avvisato del rischio di una “catastrofe umanitaria imminente”.
L’Organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere denuncia il perpetrarsi di violenze nella regione occidentale del Bas-Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, dove è spesso impossibile raggiungere i feriti.
Da quando la polizia congolese ha iniziato la repressione dei membri del Bundu Dia Kongo, l’ovest della Repubblica Democratica del Congo è teatro di violenti scontri.
Il coordinamento di Medici Senza Frontiere denuncia una situazione d’urgenza, dove tutti i feriti devono essere curati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o religiosa.
Un comunicato dell’UNICEF riporta che la comunità delle organizzazioni umanitarie in Sudan condanna fermamente gli intollerabili attacchi nella regione di Darfur (Sudan).
Il conflitto armato mette a rischio le operazioni umanitarie e la sicurezza della popolazione.

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Appunto, la regione del Darfur, nel Sudan occidentale, dal 2003, è teatro di un conflitto armato che gli Stati Uniti e alcuni media e studiosi considerano come genocidio.
Un gruppo di miliziani, appoggiati dal governo, uccidono sistematicamente determinati gruppi etnici come i Fur.
Altri genocidi si sono verificati a Zanzibar, in Tanzania, con migliaia di vittime, nel 1964.
E ancora in Nigeria nel 1966, il governo centrale reagì duramente ai tentativi secessionisti del popolo Igbo, che aveva proclamato la nascita della Repubblica del Biafra.
La guerra civile e la conseguente carestia hanno causato migliaia di morti e questa immane tragedia è stata considerata un genocidio.
Nel 1994 il peggiore genocidio africano avvenne in Ruanda ad opera di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e contro tutti coloro che erano sospettati di favorirli.
Le vittime ammontarono a circa un milione e furono spesso uccise con armi rudimentali.
Nel 1962, migliaia di Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero condotto al genocidio del 1994; inoltre, molteplici massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994.
Nei territori interessati dalla colonizzazione, numerosi popoli indigeni, anche e soprattutto in Africa, hanno subito una forte diminuzione numerica. Nel complesso, agirono diversi fattori di sterminio, come il lavoro forzato, condizioni di sfruttamento e ancora carestie naturali o provocate ed epidemie causate da nuovi agenti patogeni, introdotti dai coloni e soprattutto da cambiamenti sociali ed economici radicali, prodotti dal violento confronto fra i dominatori occidentali e i popoli colonizzati.
Il Congo è uno dei paesi più ricchi al mondo di risorse naturali: il sottosuolo ne trabocca letteralmente. Ma i suoi 66 milioni di abitanti muoiono di fame, di malattie e di stenti, senza poter usufruire di tali straordinarie ricchezze.
Del resto, rapina, saccheggio, miseria, corruzione e impunità in Congo sono sempre attuali da oltre un secolo. Da quando, nel 1885, Leopoldo II, re del Belgio, creò il cosiddetto “Stato Libero del Congo”, un elegante eufemismo per non dovere ammettere che terre, foreste, persone e risorse naturali, tutto diventava, da quel momento, esclusiva proprietà privata del re belga, si verificarono ogni sorta di eccidi. Il Belgio depredò brutalmente il Congo di materie prime. La politica del re belga Leopoldo II ha provocato la morte di 10 milioni di persone, attraverso la militarizzazione del lavoro forzato e un duro sistema di quote di produzione e crudeli punizioni, come l’amputazione degli arti.

Africa coloniale: uno dei tanti inferni che hanno anticipato Lager e Gulag

Trattando di totalitarismi e genocidi risulta necessario ampliare la riflessione storica all’epoca del colonialismo e agli altri “inferni”, “olocausti”, genocidi e pulizie etniche che precedettero il Lager e il Gulag, utilizzando tali termini per estensione.
Non è necessario raccogliere crimini e genocidi, avvenuti in epoche diverse e nei luoghi più disparati, in un’unica categoria, iscrivendoli all’interno della classificazione generica del “Male”, ancora più astratta dell’accezione di “Totalitarismo”.
Occorre, invece, invitare ad evitare facili rimozioni della memoria, sulle reali basi che sono servite alla civiltà europea e occidentale per emanciparsi e diventare tale. Come ha ricordato giustamente il filosofo Domenico Losurdo, il Novecento non è “il secolo in cui per la prima volta hanno fatto la loro apparizione i fenomeni della deportazione, del campo di concentramento, del genocidio, bensì il secolo in cui tutto questo orrore ha fatto irruzione anche in Europa”.
L’ONU ha sempre considerato le crisi di questi paesi africani, come le peggiori tragedie al mondo, ma non ha speso il proprio peso politico affinché questi stati accettino una presenza multinazionale di Pace. Questi genocidi sono avvenuti nel silenzio e nel disinteresse totale dei mezzi di comunicazione di massa occidentali.
La storia dei genocidi in Africa è marchiata dall’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
E’ necessario liberare l’Africa dall’oppressione colonialista del mondo capitalistico occidentale e restituirla agli indigeni, ai suoi abitanti, agli africani, per una gestione collettiva delle immense risorse naturali presenti nel continente.

L’ONU e la gestione della missione in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana è ancora sconvolta dalla distruzione e dalla “guerra di religione”. L’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power, descrive un quadro terrificante, denunciando la distruzione di oltre 400 moschee per mano delle bande armate degli anti-balaka, per la maggior parte di religione cristiana. L’ambasciatore denuncia anche che i residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la Capitale della Repubblica Centrafricana, sono impauriti, terrorizzati, denutriti e necessitano di cure mediche. Inoltre la paura di uscire di casa è così forte che addirittura le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi in ospedale. Ovunque si percepisce paura, terrore, assenza di sicurezza. L’ONU interviene con la missione chiamata Minusca, con le mansioni di corpo di pace, la cui priorità è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo, che lo porti a libere elezioni nei primi mesi del 2015. Ban Ki-Moon, nel suo comunicato, ha sottolineato l’importanza del ruolo della mediazione internazionale e l’assistenza dei partner internazionali, per riportare lo stato di diritto nella Repubblica Centrafricana e assicurare la tutela dei diritti umani, esprimendo un suo profondo disappunto per le incessanti violenze. Ban Ki-Moon ha lanciato un appello a tutte le parti in causa, perchè fermino gli attacchi contro la popolazione civile, chiedendo di rispettare gli accordi firmati a Brazzaville nel Luglio del 2014. In Centrafrica oltre 2 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria immediata. Gli sfollati e i rifugiati nei paesi confinanti ammontano a oltre 650mila unità. I Séléka, ossia i miliziani musulmani, non hanno ratificato il trattato di pace di Brazzaville. Dunque la missione ONU Minusca incontrerà molte difficoltà per disarmare tali miliziani. Le truppe ONU dovranno anche controllare le campagne, farsi consegnare le armi da tutti i gruppi belligeranti coinvolti nel conflitto e mettere sotto controllo diretto le risorse di oro e diamanti per impedire che i Séléka e gli anti- balaka, ossia le milizie cristiane, si finanzino attraverso la vendita al mercato nero delle risorse minerarie. Una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche. La gente muore perchè in balia delle bande armate cristiane anti-balaka e di quelle musulmane, i Séléka. Spesso si muore per fame: una delle peggiori armi in guerra. La fame non aspetta. Uccide.

Il terrorismo in Africa

Una inquietante espansione del terrorismo era uno dei principali timori e le notizie di questi giorni confermano che le preoccupazioni erano (e sono) fondate. Il riferimento è al fatto che avvenisse un collegamento geografico, politico e strategico tra le formazioni del terrorismo che operano a nord del Sahel e quelle del sud, cioè quelle del territorio dell’Africa Occidentale che si affaccia sul Golfo di Guinea.

Quel collegamento sembra ormai operativo e lo si deduce dal fatto che le formazioni che hanno rivendicato azioni nel Maghreb ora riescono anche a spingersi in realtà dove ci erano arrivate solo sporadicamente.

L’esempio eclatante di questi giorni è l’attentato in Mali, nella capitale Bamakò, al ristorante “La Terrasse”, dove sono rimasti uccisi da un commando, pare, di tre persone cinque maliani e un francese e un belga. Quell’attentato è stato rivendicato da un personaggio che ha sempre operato per la formazione Al Qaeda per il Maghreb Islamico ed ha firmato operazioni al massimo nel deserto nigerino e maliano.

Il personaggio è un certo Mokhtar Belmokhtar che aveva firmato un clamoroso attacco, con una sessantina di morti, molti stranieri nel centro gasifero di Amenas, nel remoto deserto algerino. In quell’attacco erano stati reclutati combattenti dal Niger, dalla Libia e anche dalla Nigeria.

Se si guarda una carta geografica ci si può rendere conto di cosa significhi un collegamento tra nord e sud, cioè tra Africa del Maghreb e Africa sud Saheliana: c’è una linea che collega il remoto sud della Mauritania, i deserti del Niger e del Mali, l’intersezione di quattro paesi intorno al Lago Tchad (dove opera Boko Haram), cioè Nigeria, Niger, Tchad e Camerun.

Insomma le formazioni terroristiche (pur di diversa matrice) hanno ormai realizzato un collegamento operativo che rende una vasta regione totalmente impraticabile e impercorribile dal punto di vista turistico, economico e commerciale.

Se si pensa che a nord, sulle coste del Mediterraneo, c’è il Maghreb instabile, travagliato e percorso da formazioni di tutti i tipi non si può non concludere che abbondino le ragioni per essere preoccupati.

Africa e terrorismo: il Kenia

La scena questa volta è toccata al Kenya. Ma in Africa il terrorismo è ormai una realtà assolutamente non limitata a quel tratto di costa orientale del continente al confine tra Somalia e Kenya.

Innanzi tutto i miliziani Al Shebab operano ben oltre quel tratto di costa, si può dire che tengono sotto attacco tutto il Kenya. Basta pensare al Westgate. Contro gli Shebab non l’ha avuta vinta una operazione militare di 17 mila uomini (nulla da invidiare a Restore Hope di venti anni prima, con carri armati, aerei, marina militare e droni americani).

Gli Shebab sono ancora lì e sicuramente dai loro santuari nel quartiere somalo di Nairobi, o nel campo profughi di Dadab (che è diventato la seconda città kenyana con i suoi 500 mila rifugiati della guerra in Somalia), o dai territori intorno alla città somala di Kisimayo stanno già pensando al prossimo obiettivo. Insomma il terrorismo ha ormai cambiato volto all’Africa. E, evidentemente, l’Africa per il terrorismo significa molto perché mai come oggi si può constatare un tentativo di penetrazione così agguerrito e dotato di mezzi.

Boko Haram in Nigeria nel 2009 combatteva con machete e bastoni, non aveva nessun seguito. Oggi combattenti addestrati, armi automatiche in quantità, una buona capacità logistica, esplosivo in dosi industriali e esperti capaci di usarlo con dovizia.

E che dire del Mali? Da quando le truppe francesi hanno arrestato l’avanzata dei qaedisti verso Bamako il paese non è più lo stesso. Era il paese della tolleranza ed è diventato un paese pericoloso e nonostante il dispiegamento di truppe straniere, e quelle di Parigi che non sono mai riuscite a venire via, non è mai tornato quello di prima.

E poi ci sono casi meno eclatanti ma ugualmente significativi: il Centrafrica dove i musulmani sono sempre stati una minoranza ora sono una delle parti in guerra. Nella regione dei Grandi Laghi, estranea all’Islam ora ci sono anche formazioni guerrigliere di questa matrice. E poi il Sudan, e poi Zanzibar….

Insomma l’Africa è cambiata. E in politica i cambiamenti non sono mai spontanei, quasi sempre sono teleguidati, rispondono ad interessi espressi da lobby di potere. Insomma per creare Boko Haram, per tenere in vita gli Shebab, per surgelare il Mali ci vogliono soldi. Tanti.

La domanda è: chi ce li mette? Chi investe nel terrorismo religioso? Chi ha interesse a cambiare l’Africa, chi vuole ridisegnare l’assetto geo-politico del Medio Oriente e dell’Asia Minore? Chi ha scelto gli sciiti a danno dei sunniti?

Una risposta semplice e schematica è quella che individua in questo gioco la potenza finanziaria di lobby economiche interne a paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo. Sicuramente non sono le sole perché in questi anni c’è stato l’Afghanistan e l’Iraq, e oggi c’è la Siria e la Libia.

Insomma, per restare in Africa si può dire che il continente è conteso e che il blocco degli interessi arabi, quello delle potenze emergenti asiatiche, e le vecchie potenze occidentali non hanno ancora raggiunto una intesa. E in questo gioco vale tutto, anche i colpi bassi.

La Nigeria nell’Internazionale del terrore

Boko Haram, da una locuzione hausa che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita» è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. L’organizzazione ha alla fine scelto a quale delle formazioni del terrorismo internazionale aderire. Lo ha fatto con un video scovato in rete da “site” il sito americano che monitora l’uscita sul web di rivendicazioni o proclami da parte delle formazioni del terrorismo internazionale.

A dare comunicazione di questa adesione è stato ovviamente il sanguinario leader di Boko Haram, Abubakar Shekau con le seguenti parole: “Annunciamo la nostra alleanza con il Califfato al quale obbediremo in tempi difficili e in tempi di prosperità”, ha annunciato Shekau, che poi ha continuato: “ci impegniamo perché non esiste una cura per mettere fine alle divisioni della umma (comunità dei musulmani) se non il califfato. Chiamiamo tutti i musulmani a unirsi a noi”.

Già la costituzione del Califfato era una sorta di adesione allo stato Islamico, ma Abubakar Shekau qualche settimana fa aveva già lanciato un appello ai grandi leader del terrorismo internazionale. Lo aveva fatto con il mezzo che gli è più congegnale, cioè con un altro video.

Chiamandoli fratelli in Allah, Shekau aveva lanciato un appello a tutti, cioè ad Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico, appunto, ma anche al leader dei talebani afghani, il Mullah Omar, e al leader di Al Qaeda Al Zarkawi. L’appello si proponeva di portare tutti insieme il Jihad in l’Africa e instaurare l’Umma, cioè l’unione dei territori abitati dai fedeli nei quali instaurare la comunità degli islamici.

L’annuncio di queste ore è un segnale: evidentemente a rispondere – probabilmente con promesse di aiuti, di armi e certamente anche di combattenti – è stato il leader dello Stato Islamico.

Questa affiliazione fa entrare la Nigeria nel grande gioco degli equilibri del terrorismo internazionale, ma soprattutto fa diminuire il peso specifico delle influenze interne rispetto a quelle esterne. Chi sperava che dopo le elezioni del 28 marzo Boko Haram perdesse di mordente e di aggressività si deve un po’ ricredere, probabilmente.

A pochi giorni dalle elezioni finalmente le Forze Armate nigeriane possono vantare una serie di incontestabili successi contro Boko Haram che sembrava invincibile.

L’esercito nigeriano ha annunciato di avere riconquistato cinque cittadine compresa Gamboru, la più grande. L’operazione di terra è stata condotta da truppe nigeriane ma le postazioni degli jihadisti sono state prima martellate dall’aviazione del Ciad. Poi le truppe di questo paese sono penetrate in territorio nigeriano con una colonna di carri armati e blindati e solo dopo avere aperto la strada l’esercito nigeriano ha potuto “conquistare” la città.

Si tratta, comunque, di un importante successo per il presidente uscente Goodluck Jonathan che continuava a perdere consensi a favore del suo più accreditato rivale, l’ex generale ed ex dittatore Muhammadu Buhari. Di fatto per ottenere questa vittoria ci sono voluti aerei ciadiani e, a terra, duemila soldati scelti di Njamena appoggiati da carri armati e blindati; alcune migliaia di soldati camerunensi che hanno bloccato vie di fuga oltre frontiera per i miliziani di Boko Haram e diverse migliaia di soldati e blindati nigeriani.

Le forze in campo consentono di dedurre la capacità bellica di Boko Haram. Non si tratta di qualche invasato miliziano che può contare sul fervore religioso, ma di combattenti addestrati e preparati capaci di operare in situazione di guerra tradizionale e di conflitti di bassa intensità, cioè di guerriglia e terrorismo. Boko Haram, per quel che se ne sa, controlla ancora il suo califfato, un territorio grande più o meno come il Belgio. Sta mostrando di avere la capacità di compiere attacchi e attentati quotidiani e ha in mano decine di ostaggi. E’ tutt’altro che sconfitta.

E del resto, più che una sconfitta militare Boko Haram teme che dalle elezioni nigeriane possa emergere un presidente e una classe politica che ottenga il consenso delle lobby militari ed economiche occulte che hanno sostenuto la nascita e la crescita di questa setta che sarà surreale ma che ha svolto una innegabile funzione nella politica interna nigeriana.

di Laura Tussi

Articolo realizzato in collaborazione con Raffaele Masto

thanks to: peacelink

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Pace è guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Convegni di studio su “Gli accordi di Oslo – 20 anni dopo”

Roma 3 ottobre, Milano 4 ottobre, Torino 5 ottobre 2013

Relazione di Joseph Massad* a Milano e Torino

Pace è Guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Fin dall’inizio del suo progetto coloniale, il sionismo ha insistito nel sostenere che avrebbe cercato di colonizzare la Palestina “pacificamente”, che la colonizzazione del paese non avrebbe danneggiato la popolazione autoctona, che invece ne avrebbe tratto beneficio. Lo stesso fondatore del movimento, Theodor Herzl, ha fornito due visioni di questo futuro, una visione pubblica romanzata, pubblicizzata nel suo romanzo utopico Altneuland, secondo la quale la Palestina sarebbe diventata uno stato ebraico che avrebbe favorito la coesistenza con gli arabi, arabi che sarebbero stati felici e grati di essere colonizzati e civilizzati dagli ebrei europei, e una strategia segreta, logistica e pratica, per espellere la popolazione araba fuori dal paese, espressa con dovizia di particolari nei suoi Diaries. Il doppio approccio di Herzl, di dichiarare intenzioni pacifiche a uso e consumo pubblico, dietro le quali cercava di nascondere la violenta strategia sionista di conquista della terra dei palestinesi sarebbe stata adottata in seguito completamente dalla politica israeliana e continua ancora oggi a esserne una pietra miliare.

In effetti, molto prima che George Orwell rendesse popolare l’espressione “guerra è pace”, nel suo romanzo del 1949, il sionismo aveva già chiaro che la sua strategia coloniale dipendeva da una deliberata e insistente confusione dei termini binari “guerra” e “pace”, in modo che ciascuno di essi si nascondesse dietro l’altro, all’interno di una stessa strategia: “pace” sarà sempre il termine usato in pubblico per indicare una guerra coloniale e “guerra”, quando diventasse necessaria e pubblica nella forma di invasioni, verrebbe definita come il mezzo principale per raggiungere l’anelata “pace.” Condurre guerra come pace è così centrale per la propaganda sionista e israeliana che l’invasione del Libano del 1982, nella quale furono uccisi 20.000 civili, fu denominata operazione “Pace in Galilea”. Guerra e pace, quindi, sono gli strumenti di un unico obiettivo strategico finale, la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei europei e la sottomissione e l’espulsione della popolazione nativa della Palestina.

Per portare a compimento l’espulsione dei palestinesi e la costituzione di una colonia di insediamento ebraica, Herzl cercò l’appoggio delle potenze che controllavano il destino della Palestina. Mentre i suoi assidui sforzi di corteggiare gli ottomani e di persuaderli di concedergli una possibilità sono falliti, la leadership sionista dopo di lui ha adottato la sua strategia e con successo si è assicurata l’appoggio della Gran Bretagna che si impadronì della Palestina dopo la prima guerra mondiale, come pure della clientela hashemita che la Gran Bretagna mise a capo dell’Iraq e della Transgiordania. Gli inglesi stessi si impegnarono nella loro famigerata Dichiarazione Balfour a far sì che la colonizzazione da parte degli ebrei europei della Palestina avvenisse pacificamente, sotto la loro egida, in modo che “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. Dopo la seconda guerra mondiale, i sionisti si sono assicurati con successo l’appoggio statunitense al loro progetto coloniale.

Il leader sionista Vladimir Jabotinsky, seguendo la strategia di Herzl volta a garantirsi la protezione delle maggiori potenze mondiali, ha formulato come segue la posizione sionista:

La colonizzazione sionista deve o fermarsi, oppure procedere senza riguardo alla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solamente sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può abbattere. Questa è la nostra politica verso gli arabi; non quella che dovrebbe essere, ma quelle che realmente è, che lo si ammetta o no. Che bisogno c’è, altrimenti, della Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese condizioni di amministrazione e di sicurezza tali che se la popolazione nativa volesse contrastare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile.

Questo non significa che i sionisti avevano abbandonato le loro assicurazioni pubbliche che la colonizzazione “pacifica” del paese non avrebbe danneggiato i palestinesi, mentre contemporaneamente impiegavano i mezzi più violenti per espellerli dalla loro terra È stato questo impegno pubblico sionista per la “pace” con i palestinesi la cui terra cercavano di conquistare che provocò l’ira di Jabotinski. L’assunto dei leader sionisti che i palestinesi erano corruttibili, che potevano essere comprati e che avrebbero accettato la dominazione degli ebrei in cambio di benefici economici nominali, fu decostruito da Jabotinsky punto per punto. Già nel 1923, dichiarò che:

I nostri mercanti di pace stanno cercando di persuaderci che gli arabi sono o stupidi al punto che possiamo ingannarli mascherando i nostri propositi reali, o corrotti al punto da poter essere indotti con il denaro a lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina, in cambio di vantaggi economici e culturali. Respingo questa concezione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni dietro di noi, non hanno né la nostra resistenza, né la nostra determinazione; ma sono buoni psicologi come noi…Noi possiamo raccontargli qualsiasi cosa ci piaccia sulla innocenza dei nostri obiettivi, attenuandoli e addolcendoli con  parole melliflue per renderli graditi, ma loro sanno ciò che vogliamo, come noi sappiamo ciò che loro non vogliono. Essi sentono almeno lo stesso amore istintivo e geloso della Palestina, come i vecchi aztechi lo sentivano per il vecchio Messico, e i Sioux per le loro praterie ondulate.

Per Jabotinsky, il razzismo della leadership sionista la stava accecando fino a minare la sua strategia. A suo avviso nessuna quantità di denaro e nessun profluvio di parole melliflue ha mai convinto un popolo a consegnare il suo paese a conquistatori stranieri ed era, quindi, convinto che i palestinesi dovevano essere sconfitti militarmente come precondizione per la loro acquiescenza al progetto sionista di rubare il loro paese. A questo proposito ha aggiunto:

Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che [i palestinesi] permetteranno
volontariamente la realizzazione del sionismo, in cambio di convenienze morali e materiali che il colono ebraico porta con sé, è una nozione puerile, che ha al fondo una sorta di disprezzo per il popolo arabo; significa che disprezzano la razza araba, che la considerano una plebaglia corrotta che può essere comprata o venduta, pronta a rinunciare alla sua patria per un buon sistema ferroviario…Non c’è nessuna ragionevolezza in queste opinioni. Può succedere che qualche arabo prenda una tangente. Ma questo non significa che il popolo arabo della Palestina, nel suo complesso, venderà quel fervente patriottismo che difendono così gelosamente e che nemmeno gli abitanti della Papuasia venderebbero mai. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonialisti fino a quando ha la più piccola speranza di sbarazzarsi del pericolo di esserecolonizzata.

Quindi per Jabotinsky il modo appropriato e corretto di assicurarsi l’acquiescenza palestinese è quello di rimuovere qualsiasi possibilità che essi possano mai fermare la colonizzazione del loro paese o rovesciarla una volta che sia stata ottenuta. Tutto questo sarà portato avanti, innanzitutto, assicurandosi uno sponsor imperiale per la costituzione di una colonia di insediamento ebraica e creando quello che ha chiamato un “muro di ferro”, difeso da un esercito sionista che i palestinesi non siano in grado di sconfiggere. Solo allora, ha concluso, i palestinesi saranno pronti per un accordo pacifico con i loro conquistatori coloniali:

Questo non significa che non ci può essere nessun accordo con gli arabi palestinesi. Quello che è impossibile è un accordo volontario. Fino a quando gli arabi sentiranno che c’è la minima speranza di liberarsi di noi, rifiuteranno di rinunciare a questa speranza in cambio di parole gentili o di pane e burro, perché non sono una feccia, ma un popolo vivo. E quando un popolo vivo cede su questioni di carattere così vitale, questo avviene solo quando non c’è più alcuna speranza di sbarazzarsi di noi, perché non possono fare alcuna breccia nel muro di ferro. Non abbandoneranno, fino a quel momento, i loro leader estremisti il cui slogan è: “Mai”! Poi la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…E quando questo accadrà, sono convinto che noi ebrei saremo pronti a dare loro garanzie soddisfacenti, affinché entrambi i popoli possano vivere insieme in pace come buoni vicini.

Le tesi di Jabotinsky avrebbero guidato tutti i settori del movimento sionista dopo di lui, compreso il Labor Sionista dominante, guidato da Ben Gurion. Come Herzl, Ben Gurion avrebbe sostenuto la pace con i palestinesi pubblicamente, affermando che gli interessi dei colonialisti e dei nativi non erano in contraddizione, ma nello stesso tempo pianificava, in modo strategico, la guerra contro i palestinesi negli incontri con la leadership sionista. Ma a guidarlo sarebbe stata la logica degli argomenti di Jabotinsky. Nel 1936, durante la grande rivolta palestinese contro la colonizzazione sionista e l’occupazione britannica, Ben Gurion dichiara:

”Non è per stabilire la pace che noi abbiamo bisogno di un accordo. Senz’altro la pace è un problema vitale per noi. È impossibile costruire un paese in uno stato di guerra permanente, ma pace è per noi un mezzo. Lo scopo finale è la completa e piena realizzazione del sionismo. Noi abbiamo bisogno di un accordo solo per questo”.

Facendo eco alle parole di Jabotinsky, Ben Gurion capiva che un accordo complessivo di pace con i palestinesi era inconcepibile negli anni ’30, quando i coloni ebraici erano ancora una minoranza armata e bellicosa nella terra dei palestinesi. E concludeva:

”soltanto dopo una totale perdita di speranza da parte degli arabi, perdita che avverrà non solo per il fallimento dei disordini e dei tentativi di rivolta, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, gli arabi accetteranno di consentire a un Israele ebraico”.

Elaborando il concetto che pace è guerra Ben Gurion spiegava in modo molto chiaro ai suoi seguaci sionisti che qualsiasi accordo con gli arabi doveva essere definito formalizzando la loro capitolazione alla colonizzazione sionista. Questo dichiarò nei primi mesi del 1949, dopo il trionfo militare dei sionisti e la costituzione di una colonia di insediamento. “L’Egitto…è un grande Stato. Se potessimo arrivare a concludere con lui la pace, sarebbe per noi una notevole conquista”. Questa “conquista” doveva aspettare 30 anni, ma quando fu realizzata con gli accordi di Camp David con Anwar Sadat nel 1978, avrebbe sancito il riconoscimento da parte dell’Egitto della legittimità della colonia d’insediamento ebraica e il rifiuto della sovranità e dei diritti dei palestinesi, a eccezione di qualche piano “autonomo” differito e il consenso dell’Egitto a non ristabilire mai la sovranità sul Sinai, che Israele avrebbe restituito a un controllo egiziano parziale senza sovranità. La “conquista” dell’Egitto, della quale Ben Gurion parlò nel 1949, fu completata
a Camp David. In quel momento i palestinesi, rappresentati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), non avevano ancora accettato formalmente il fatto che la colonizzazione del loro paese fosse irreversibile e continuarono a tentare la sua liberazione dal colonialismo ebraico europeo.Il concetto di pace come mezzo per ottenere maggiori conquiste coloniali ha continuato a essere radicato nelle considerazioni sioniste e sarebbe stato perseguito insieme alla guerra convenzionale, anche dopo Camp David, come è dimostrato dalle numerose invasioni del Libano negli anni ’70, ’80, ’90 e nel nuovo secolo. Anche se queste guerre sono state condotte esplicitamente come parte della ricerca israeliana di “pace” per conseguire i suoi obiettivi coloniali. La convocazione statunitense della “conferenza di pace” del 1991 a Madrid, alla quale furono invitati Israele e tutti i protagonisti arabi, escludendo l’OLP, non avrebbe inaugurato una nuova fase nella strategia israeliana, formalizzata nel suo nuovo approccio a partire dal 1977 – in particolare concludendo accordi di “pace” con leader arabi e palestinesi che, nelle parole di Jabotinsky, avevano “rinunciato alla speranza”, si erano arresi completamente al colonialismo ebraico, e avevano promesso non solo di non resistere a Israele, ma di aiutarlo mentre continuava la guerra contro gli arabi e contro i palestinesi che continuavano a resistere alla logica coloniale del sionismo.

Anche per il cosiddetto “processo di pace” a guida statunitense, che era stato inaugurato dopo la guerra del 1973, il governo degli Stati Uniti, rappresentato dal Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbe completamente adottato il modello di Jabotinsky. Il piano di Kissinger, che avrebbe condotto in pochi anni alla resa dell’Egitto a Camp David, era quello di coinvolgere eventualmente l’OLP nei negoziati di “pace” alla fine, in modo che l’organizzazione sarebbe stata invitata solo dopo che Egitto, Giordania e Siria avessero riconosciuto e accettato l’irreversibilità della colonia d’insediamento ebraica. Kissinger dichiarò: ”Noi abbiamo bisogno di tenerli (l’OLP) sotto controllo e di coinvolgerli solo alla fine del processo”. Riconoscendo che l’OLP degli anni ’70, che già allora voleva cedere su molti dei diritti del popolo palestinese, non era ancora pronto a rassegnarsi completamente alla irreversibilità della colonizzazione di insediamento ebraica, Kissinger aggiunse: ”Noi (ora) non possiamo accettare la minima richiesta dell’OLP, allora perché parlare con loro?” Kissinger spiegò che “il riconoscimento avverrà solo dopo che i governi arabi saranno soddisfatti.” Mentre gli Stati Uniti non potevano concedere il minimo all’OLP negli anni ’70, Israele ne sarebbe stato capace negli anni ’90.

È in questo scenario che venti anni fa l’OLP si arrese completamente a Israele e accettò la colonizzazione della Palestina, in quelli che sono noti come gli Accordi di Oslo. L’abbandono della lotta anti-coloniale sarebbe stata prima formalizzata con la dissoluzione ufficiosa dell’OLP, in particolare nella parte del suo nome “Liberazione”, e il suo riemergere come Autorità Nazionale Palestinese, una autorità che non cercava più di liberare nulla, ancor meno di offrire una qualche resistenza al colonialismo. Invece l’ANP avrebbe offerto i suoi servizi a Israele collaborando con le sue forze nel sopprimere qualsiasi resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica, cercando da Israele garanzie per un minimo di privilegi che potessero mantenerli al potere.

L’ANP, in verità, ha dimostrato di essere un collaboratore di Israele molto più di quanto Jabotinsky avesse pensato fosse possibile. Jabotinsky aveva proposto che dopo essersi rassegnati alla loro sconfitta, i leader palestinesi che chiedevano la liberazione completa sarebbero stati cacciati e “la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…”. L’ANP, come tutti sanno, non ha mai fatto queste richieste, ha abbandonato completamente i cittadini palestinesi di Israele, che non sono stati mai menzionati a Oslo e ha anche fatto la sua parte nello spostare i palestinesi in Cisgiordania a vantaggio dei progetti di costruzione sponsorizzati da uomini d’affari palestinesi, mentre acconsentiva a nuovi spostamenti di palestinesi dalla loro terra, nuovi, come ad esempio nella Valle del Giordano. Per quanto riguarda l’“integrità nazionale”, l’ANP non ha mai rivendicato di averne una, ancor meno di chiedere a Israele che la garantisse. Le aspettative di Jabotinsky sono state pessimistiche rispetto alla resa dei palestinesi, in particolare sul fatto che “noi non possiamo offrire adeguate compensazioni agli arabi palestinesi per il ritorno in Palestina. E quindi non c’è nessuna probabilità che un accordo volontario possa essere raggiunto. Così tutti coloro che vedono tale accordo come una condizione sine qua non per il sionismo, possono dire “no” e ritirarsi dal sionismo”. Contrariamente al pessimismo di Jabotinsky, tuttavia, e come parte degli accordi di Oslo, una somma consistente di compensazione finanziaria fu offerta e senz’altro accettata dall’ANP in cambio della Palestina. La somma ammonta finora a 23 miliardi di dollari, ma molto di più sta per arrivare.

Come ho affermato al tempo della firma di Oslo, la formula di Israele per un accordo di pace, in particolare “terra per pace” che l’OLP aveva accettato,

pregiudica l’intero processo di pace presupponendo che Israele abbia “terra” che vorrebbe concedere agli “arabi”, e che gli “arabi”, visti come responsabili dello stato di guerra con Israele, possano garantire a Israele la pace per la quale da lungo tempo si è aspettato…questa formula è in effetti un riflesso dei punti di vista razziali che caratterizzano gli israeliani (ebrei europei), i palestinesi e gli altri arabi. Mentre gli israeliani sono stati richiesti e sono ostentatamente presentati come desiderosi di negoziare sulla proprietà, il diritto borghese occidentale per eccellenza, i palestinesi e gli altri arabi sono stati invitati a rinunciare alla violenza – o più precisamente ai “loro” mezzi violenti – che è un diritto illegittimo e non riconosciuto, attribuibile solo a barbari incivili.

Spiegai allora che gli Accordi di Oslo consistevano in quel che segue:

Israele continuerà a controllare la terra, le acque, i confini, l’economia, gli insediamenti ebraici, in breve, tutto quello che ha cercato di controllare, senza la resistenza palestinese e con la sua necessaria soppressione, che potrebbe causare la possibile morte di ragazzi ebrei durante il processo. L’OLP si è impegnata a non permettere questa resistenza. I ragazzi palestinesi dovrebbero uccidere loro i ragazzi e le ragazze palestinesi che i ragazzi ebrei di Israele dovrebbero uccidere, rischiando anche loro nel processo. Nel frattempo, gli israeliani ricorderanno al mondo che le loro precedenti campagne di assassinio contro i palestinesi devono essere giustificate, visto che, ora, i palestinesi stessi riconoscono la necessità di controllare una popolazione selvaggia e recalcitrante.

In linea con Jabotinsky e Ben-Gurion, il ministro degli esteri israeliano in quel periodo, ora presidente di Israele, Shimon Peres hanno riconosciuto che quando Israele alla fine ha riconosciuto l’OLP come il rappresentante dei palestinesi, lo fece perché l’OLP non cercò più di rovesciare il colonialismo ebraico. Ha correttamente dichiarato: “Noi non siamo cambiati, è l’OLP che è cambiata”.

A partire da Oslo, la colonizzazione ebraica della West Bank e di Gerusalemme Est è raddoppiata, ma se escludiamo Gerusalemme Est, che fu annessa a Israele formalmente nel 1980, la colonizzazione ebraica della West Bank, da Oslo, si è nei fatti triplicata. Questo triplicarsi della colonizzazione è avvenuto pacificamente, sotto l’ombrello di Oslo. Ogni tentativo palestinese di impedirla, sia durante la seconda intifada, o attraverso il successo elettorale di Hamas, o atti giornalieri di resistenza contro l’esercito israeliano, sarebbe stato impedito da Israele e dalla ANP. Nel caso di Hamas, la sua repressione sarebbe stata molto intensificata con la collaborazione del regime di Mubarak in Egitto, e più recentemente con il colpo di stato quasi-fascista del generale Sisi.

Con la strategia “pace è guerra” Israele ha pure cercato di cambiare il vocabolario usato per descrivere il suo progetto coloniale, insistendo che i palestinesi devono sottomettersi alla sua terminologia, che i media USA e europei usano per descrivere il colonialismo sionista.

Nella storia delle guerre coloniali e della resistenza anti-coloniale, specialmente nel contesto delle colonie di insediamento, le lotte dei nativi contro i colonizzatori europei sono sempre state denominate lotte di “liberazione”. Esempi: la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo e i colonialisti francesi, la lotta di liberazione del popolo dello Zimbabue contro il colonialismo e i colonialisti britannici, e la lotta anti-apartheid per la liberazione nel Sudafrica contro i privilegi razziali dei colonizzatori bianchi. In nessuno di questi casi la lotta di liberazione dal colonialismo è stata indicata, in un modo o nell’altro, come un “conflitto”. Di certo non c’è mai stata una cosa come il “conflitto” franco-algerino, o un “conflitto” bianchi-neri in Rhodesia o in Sudafrica, nemmeno per gli stessi colonizzatori. In questi casi, sia i colonizzatori di insediamento sia coloro che resistevano non si vergognavano chiamando la loro lotta come una lotta per il privilegio razziale e coloniale o rispettivamente per la liberazione dal razzismo e dal colonialismo di insediamento. Questa terminologia dovrebbe applicarsi al colonialismo di insediamento sionista in Palestina e alla resistenza palestinese. Il progetto della colonizzazione ebraica europea della Palestina, che iniziò negli anni 1880, e che da allora è continuato, resta il fatto più spettacolare dell’incontro palestinese con il sionismo, ma allo stesso tempo è il segreto più strenuamente conservato. Al punto che riferirsi a Israele come il “colonizzatore di insediamento ebraico”, in Israele o in Europa o negli USA, pro-israeliane (che è come i palestinesi e gli arabi lo hanno sempre descritto), è un tabù che non si può rompere e che suscita un’ampia condanna in quei rari casi in cui viene rotto. Infatti, non solo la colonizzazione europea e ebraica della Palestina è stata ridenominata dal sionismo e dai suoi alleati europei e americani come il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese, ma il sionismo ha insistito affinché i palestinesi e gli arabi adottassero questa terminologia come una precondizione per qualsiasi tipo di “dialogo”, e una minima accettazione come partner per un “dialogo” o per negoziati di “pace”.

Il sionismo comprende che vive in un mondo dove il colonialismo, e certamente il colonialismo di insediamento, non sono più molto di moda, e allora questa ridenominazione è centrale per la sua propaganda. I palestinesi hanno capito bene la strategia di Israele e hanno continuato apertamente a insistere nella loro terminologia di liberazione. L’organizzazione palestinese che ha rappresentato la resistenza palestinese fino al 1993 si è chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi gruppi di guerriglia costituenti si sono chiamati Movimento per la Liberazione della Palestina (conosciuto con il suo acronimo Fateh), Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, tutti hanno compreso che il loro incontro con il sionismo era quello con un colonialismo di insediamento, e con le sue strutture razziste, contro il quale insistono nel resistere per rovesciarlo. Dopo il 1993, l’OLP si è trasformata nell’Autorità Nazionale Palestinese, che non solo ha stabilito come nuovo obiettivo della leadership palestinese la creazione di una “autorità nazionale” al posto della liberazione della Palestina e dei palestinesi dal colonialismo di insediamento; la stessa parola colonialismo è anche scomparsa dal suo vocabolario. La nuova definizione del colonialismo ebraico europeo come un conflitto israelo-palestinese che dovrebbe essere “risolto” con un “accordo di pace” tramite negoziati, divenne operativa attraverso l’offensiva di “pace”, che Israele ha condotto contro il popolo palestinese nel 1991.Venti anni di negoziati di “pace” hanno portato più colonialismo, più furto di terre palestinesi, più morti di palestinesi, più povertà palestinese, più restrizioni nei movimenti dei palestinesi, più disoccupazione, in breve più oppressione su ogni fronte. Ancora, la ANP continua a dichiarare senza equivoco che riconosce il diritto degli ebrei di colonizzare la Palestina e di stabilire una colonia di insediamento ebraica sulle terre che i sionisti hanno conquistato nel 1948, così come i diritti di quegli stessi ebrei come coloni di insediamento nella West Bank e a Gerusalemme Est conquistate nel 1967. Quello che chiede, tuttavia, è che gli israeliani non aumentino il numero esistente di coloni ebraici nella West Bank (ma non a Gerusalemme Est) e che uno stato tipo Bantustan si formi per consentire alla ANP di governare i palestinesi senza sovranità. Gli israeliani sono sgomenti per queste condizioni e continuano a spingere affinché la ANP dichiari apertamente e senza equivoci che qualsiasi accordo Israele concederà ai leader dell’ANP, nella forma di uno “stato” Bantustan, le
condizioni di Israele sono comunque che i palestinesi devono accettare non solo il diritto dei coloni ebrei esistenti di continuare a colonizzare tutte le parti della Palestina, ma anche i loro diritti futuri di colonizzare più terra, altrimenti, insistono gli israeliani, non ci sarà alcun accordo.

Naturalmente, Israele insiste che continuerà, nel frattempo, a perseguire la “pace” per convincere la leadership della ANP dell’importanza della loro piena acquiescenza al suo progetto coloniale complessivo. Gli attuali negoziati segreti tra Israele e la ANP mirano a escogitare un piano nel quale la ANP e Israele trovino la giusta formula per arrivare a questa acquiescenza, in modo che la colonizzazione ebraica dell’intera terra dei palestinesi sarà finalmente sostenuta e celebrata dagli stessi palestinesi e la centenaria guerra del sionismo contro il popolo palestinese sarà finalmente vinta sotto lo striscione della “pace”.L’unico problema è che il popolo palestinese si rifiuta di essere acquiescente con il progetto coloniale sionista, in quanto non ha rinunciato alla speranza, ma rimane fiducioso che la colonizzazione della sua terra è reversibile e che la sua resistenza condurrà a una sua fine, a dispetto degli accordi conclusi dalla loro leadership collaborazionista e della conduzione, da parte di Israele, della pace come guerra.

* Joseph Massad insegna alla Columbia University e scrive sulla politica araba moderna e sulla storia intellettuale. Ha un interesse speciale nelle teorie dell’identità e della cultura – incluse le teorie del nazionalismo, sessualità, razza e religione. Ha ricevuto il suo Ph.D. dalla Columbia University nel 1998. È autore di Desiring Arabs (2007), di The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinian Question (2006) e di Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (2001). Il suo libro Daymumat al-Mas’alah al-Filastiniyyah è stato pubblicato da Dar Al-Adab nel 2009, e La persistence de la question palestinienne da La Fabrique nel 2009. I suoi articoli sono apparsi in Public Culture, Interventions, Middle East Journal, Psychoanalysis and History, Critique e nel Journal of Palestine Studies; scrive spesso per Al-Ahram Weekly. Tiene corsi sulla cultura araba moderna, di psicoanalisi in relazione alla civilizzazione e alla identità, su genere e sessualità nel mondo arabo e sulla società e la politica israelo-palestinesi, con seminari sul nazionalismo in Medio Oriente come idea e pratica e anche su Orientalismo e Islam.

Per altri interventi di Joseph Massad vedi il dossier all’indirizzo www.ism-italia.org/?p=3658: L’(Anti-) Autorità Palestinese, Al-Ahram Weekly, giugno 2006

Pinochet in Palestina, Al-Ahram Weekly, novembre 2006
Un’immacolata-concezione?, The Electronic Intifada, 14 aprile 2010
I diritti di Israele, Aljazeera, 6 maggio 2011
L’ultimo dei semiti, Aljazeera, 14 maggio 2013

(traduzione a cura di ISM-Italia)

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DARWIN’S NIGHTMARE

Some time in the 1960’s, in the heart of Africa, a new animal was introduced into Lake Victoria as a little scientific experiment. The Nile Perch, a voracious predator, extinguished almost the entire stock of the native fish species. However, the new fish multiplied so fast, that its white fillets are today exported all around the world.

Huge hulking ex-Soviet cargo planes come daily to collect the latest catch in exchange for their southbound cargo… Kalashnikovs and ammunitions for the uncounted wars in the dark center of the continent.
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This booming multinational industry of fish and weapons has created an ungodly globalized alliance on the shores of the world’s biggest tropical lake: an army of local fishermen, World bank agents, homeless children, African ministers, EU-commissioners, Tanzanian prostitutes and Russian pilots

Da Carlo (Zaquini) a (papa) Francesco: Non dimenticare gli Indios

Da Carlo Miglietta
di CO. RO. ONLUS
(Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile)

Il Brasile di oggi più che mai contro gli Indios?

Cari amici,

raramente siamo arrivati a un punto così tragico della situazione dei Popoli Indigeni in Brasile. Fratel Carlo Zacquini recentemente ci ha inondato di articoli che descrivono il momento. Vi dò un sunto di alcuni aspetti che più mi hanno colpito:

“Recentemente è stato casualmente ritrovato lo storico rapporto Figueiredo, che documenta gli spaventosi crimini commessi contro i popoli tribali del Brasile tra gli anni ‘40 e ‘60. Quelle pagine intrise di sangue avrebbero dovuto scuotere le coscienze della classe dirigente mettendo fine a questa crisi umanitaria, ma di fronte alle violenze dilaganti, all’assassinio continuo degli indigeni e alla caparbia negazione dei loro diritti, restiamo attoniti e indignati.

Tempi difficili per gli abitanti indigeni della più grande democrazia del Sudamerica… Non subivano una tale aggressione ai loro diritti fondamentali sin dai giorni bui della dittatura militare, quando i popoli indigeni erano considerati un “ostacolo al progresso” e le loro terre furono aperte a imponenti progetti di sviluppo industriale.

Da un lato, una Presidente intransigente, con una visione unilaterale dello sviluppo orientata a trasformare l’Amazzonia in un polo industriale capace di sostenere la veloce crescita economica del Brasile. Dall’altro, 238 tribù determinate a difendere i diritti costituzionali faticosamente conquistati, e a proteggere le loro terre e i loro mezzi di sostentamento per le generazioni future. Forse non è un caso se, dalla caduta della dittatura del 1985, Dilma Rousseff è l’unico Presidente brasiliano a non aver mai incontrato una rappresentanza indigena” (F. Watson). Anzi, la scorsa settimana ha poi per la prima volta incontrato una delegazione indigena, ma non per ascoltarne le sacrosante rivendicazioni, ma solo per avvertire i Popoli Indigeni che i loro diritti sarebbero ormai stati subordinati agli interessi economici del Brasile. La Presidente del Brasile Dilma, tempo fa é andata su tutte le furie perché l’OEA (Organizzazione degli Stati Americani) ha fatto un esposto, facendole notare che stava violando un trattato dell’OIL (OIT in Brasiliano: Organizzazione Internazionale del Lavoro), non consultando le comunità indigene che erano presenti in territori oggetto di costruzioni di dighe, che avrebbero causato un impatto notevole sulla loro vita. Questa consultazione é obbligatoria secondo il trattato 169 dell’OIL; inoltre, il trattato é stato sottoscritto dal Governo Brasiliano, nel 2002. In rappresaglia, Dilma ha fatto sospendere i versamenti che il Brasile deve fare annualmente per detto organismo.

“L’attuale governo sta cercando di imporci il suo stile colonialista e dominatore… Con progetti di legge e decreti, molti dei quali incostituzionali, ha causato danni irreversibili ai popoli indigeni” ha dichiarato Coiab, l’organismo di coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana.

Uno dei progetti di legge in discussione vuole proibire l’espansione dei territori indigeni, e colpirà in particolare le tribù che vivono nelle zone agricole meridionali e centro-occidentali…

Un altro emendamento costituzionale vorrebbe dare al Congresso (dominato dalla lobby agricola e mineraria) il potere di partecipare al processo di demarcazione della terra indigena, sottraendola al ministero della Giustizia, e così compromettendo o ritardando così ulteriormente la protezione dei territori. Se la proposta passerà, il lupo sarà messo a guardia delle pecore.

Contemporaneamente nello stato di Roraima, ricco di minerali, alcuni politici stanno appoggiando un progetto di legge sull’attività estrattiva che, se approvato dal Congresso, aprirà per la prima volta i territori indigeni allo sfruttamento minerario su larga scala. Sulla sola terra del popolo Yanomami, il territorio indigeno forestale più grande del mondo, pendono 654 richieste di concessioni minerarie. Davi Kopenawa, portavoce degli Yanomami, ha detto a Survival International che le miniere “distruggeranno i ruscelli e i fiumi, uccideranno il pesce, l’ambiente… e anche noi!”” (Fiona Watson).

Questa settimana un vero tentativo di “golpe” contro gli Indigeni: con la proposta di legge 227/2012, il relatore ruralista Moreira Mendes (PSD-RO) richiede di legalizzare l’esproprio delle terrre indigene, proprietà dell’Unione, a beneficio del latifondo (agroalimentare), di strade private, dell’attuazione di progetti di energia idroelettrica, di nuove città, di estrazione di minerali. Gli autori del disegno di legge, presentato come provvedimento di urgenza e quindi senza discussione, prevedono di utilizzare l’articolo 231, paragrafo 6, per consumare un ulteriore decreto di sterminio contro gli indiani, in base a questo comma che impone eccezioni all’uso esclusivo da parte degli indigeni delle terre tradizionali in caso di rilevante interesse pubblico dell’Unione. Strateghi di tale attacco sono figure come il rappresentante degli agricoltori Paulo Cesar Quartieiro (DEM / RR), l’eterno avversario dell’omologazione della Terra Indigena Serra do Sol (RR).

Insomma, in base a “Ordine e Progresso”, il motto del Brasile, un attacco micidiale sferrato da più parti contro i Popoli Indigeni sempre più umiliati e avviliti.

In questo contesto, fratel Zacquini ha scritto una Lettera aperta a Papa Francesco, attualmente in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù. Di seguito troverete il commovente scritto.

Carlo Miglietta


LETTERA DI FRATEL CARLO ZAQUINI A PAPA FRANCESCO

Boa Vista (Roraima), 22 luglio 2013
Caro Papa Francesco,

so che tu non puoi permetterti di passare qualche giorno in un villaggio Yanomami come ha fatto il re della Norvegia, ma forse potresti consigliarlo a qualcuno dei discendenti di europei o di persone di altri continenti che hanno popolato questo “grande “ Paese, il Brasile, e lo stanno facendo diventare una potenza mondiale, non solo nel calcio, nel carnevale…, ma più recentemente nell’economia.

Forse, se qualche Roussef, Hoffmann, Adams, Padilha, Mercadante, Alves…, basta così, solo per dare qualche esempio di nomi presi a caso, se qualcuno di loro, dicevo, volesse passare qualche giorno in un villaggio yanomami, anche senza essere obbligato a mangiare scimmie o altro che li potesse ripugnare, comincerebbero a capire perché un buon numero di persone, non solo missionari o antropologi, apprezzano queste popolazioni e le loro culture. Anche la lettura del Rapporto Figueiredo, tornato alla luce recentemente, potrebbe aiutarli a capire alcuni aspetti; non sarebbe nemmeno necessario che leggessero altri scritti di secoli fa di alcuni dei loro antenati, per capire quanto tutti noi siamo debitori a queste popolazioni.

Forse, dunque, in quel caso, comincerebbero a capire che le dimostrazioni di ripudio e di rivolta che si ripercuotono sui mezzi di comunicazione, specialmente quelli alternativi, non sono effetto di allucinazioni di alcuni esaltati, non nascondono interessi di misteriose multinazionali, non sono nemmeno legati a interessi economici personali; ma guardano al bene delle popolazioni indigene e a quello del resto dell’umanità. Davi Kopenawa, leader Yanomami, dice sovente: “Non ci sono altri mondi, ce n’è solo uno”.

Come può un Paese, la cui grandissima maggioranza si dice Cristiana, trattare i diritti umani in questo modo? Ma non sono solo quelli a corto termine che ci preoccupano; noi pensiamo anche al futuro della Vita, al benessere di tutta l’umanità. Il Brasile fa pur parte di essa!

Grazie Papa Francesco per aver letto queste poche righe: io lo so che tu ci vuoi bene!

Con rispetto e affetto

Sono Carlo, un povero missionario in Amazzonia, in mezzo agli Yanomami da quasi cinquant’anni.

Fratel Carlo Zacquini, Missionario della Consolata (Roraima – Brasile)

CO. RO. ONLUS

(Comitato Roraima di solidarietà con i Popoli Indigeni del Brasile)

C. De Gasperi 20, 10129 Torino – Tel. 011-595657; 335-6931882

 

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito www.giemmegi.org

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