Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

A protest by 200 activists delayed the start of the fourth stage of the Giro d’Italia in the Sicilian city of Catania on Tuesday.

The activists had planned to shut the prestigious cycling race down altogether to protest how it had been launched in Israel last week, but they were confronted and kettled by riot police, as the video above shows.

As members of the Israeli government-backed Israeli team went past, protesters threw out flyers and carried banners with slogans including, “Israel kills, Italy is an accomplice.”

“We made everyone hear our dissent against the exploitation of sport by a state that has for decades practiced apartheid against the Palestinians and which does not respect UN resolutions regarding occupied territories,” protest organizers said, according to an early version of a report from the newspaper La Sicilia.

“There were moments of tension with police,” who used their batons against demonstrators, the newspaper reported.

“Stained with blood”

One activist, Simone di Stefano, told Catania Today that activists had gathered to send the message that “we don’t want this Giro d’Italia that is stained with blood of the Palestinian people.”

Last week, Renzo Ulivieri, the head of the Italian football managers association, posted on Facebook that he would not be watching the Giro this year.

“I could have remained indifferent, but I fear I would have been despised by the people I respect,” Ulivieri wrote. “Viva the Palestinian people, free in their land.”

At a recent meeting of the leftist movement Potere al Popolo (power to the people), Ulivieri elaborated that “the true sporting spirit calls for the unity of people and condemns discrimination and abusive occupation like Israel’s apartheid.”

The latest actions are part of a continuing campaign by Palestinians and their supporters against Israel’s use of the Giro d’Italia to glamorize itself and distract attention from its abuses.

The human rights group Al-Haq noted that 4 May, the day the race started in Jerusalem, coincided with the sixth Friday of protests as part of the Great March of Return in Gaza.

On that day, Israeli occupation forces “injured 195 Palestinian protesters, paramedics, medical staff and journalists, in a demonstration of excessive use of force, including lethal force, against protected civilians,” according to Al-Haq.

Since the protests began, Israeli snipers with shoot-to-kill-and-maim orders have killed 50 Palestinians in Gaza, including 40 unarmed protesters, and have injured thousands more.

Gaza cyclist disabled by Israeli snipers

A particularly pernicious aspect of the Israeli policy – especially in the context of the Giro d’Italia’s purported celebration of athleticism – is “Israel’s deliberate ‘shoot-to-disable’ practice, targeting protected persons in the Gaza Strip with intention to maim and at times permanently disable Palestinians by targeting specific body parts, including the lower limbs,” Al-Haq stated.

“One of the injured protesters who required amputation is Alaa al-Dali, 21, a Palestinian cyclist who was shot by an Israeli sniper with a live bullet under his right knee on 30 March 2018, while he was standing some 200 metres away from the fence,” the human rights group stated.

Al-Dali was training for the 2018 Asian Games for months before he was shot.

“I knew the moment I was shot and fell to the ground, I knew that I would never be able to ride a bicycle again in my life,” he told Middle East Eye.

Al-Haq noted that in the months leading up to the Giro’s kickoff, the first time the race has started outside Europe, “Israel continued to unlawfully alter the status of Jerusalem, introducing legislation to alter the demography of Jerusalem, by targeting Palestinian residency rights and introducing bills to unlawfully incorporate settlement blocs into Israel’s Jerusalem municipality.”

“Giro d’Italia’s choice of location, along with its partners, sponsors and participating teams and individuals, is an indication of its support for Israel’s occupation and violations against Palestinians, including in East Jerusalem,” Al-Haq stated.

Sorgente: Sicilians protest Giro d’Italia “stained with blood” of Palestinians

Giro D’Italia, bellissima protesta a Catania. Le immagini censurate della Rai

A Catania il Giro della Vergogna sfila tra bandiere palestinesi, cariche della polizia, furgoni blindati. La contestazione alla corsa che ha sponsorizzato l’apartheid di Israele è stata clamorosa, ne hanno parlato anche agenzie di stampa israeliane.

Ma la Rai ha censurato tutto, come fa sempre, scandalosamente.

Un applauso e tutte e tutti i manifestanti.

Sorgente: Giro D’Italia, bellissima protesta a Catania. Le immagini censurate della Rai

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

Boicottaggio Israele, studiosi del Medio Oriente contro alcune università italiane: “Violati dibattito e libertà accademica”

L’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo, ha scritto al ministro dell’Istruzione Giannini per esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni

Sul tavolo del ministro all’Istruzione Stefania Giannini è arrivata una lettera di Beth Baron, presidente della Middle East Studies Association of North America (Mesa) l’associazione di studiosi di Medio Oriente più importante al mondo. La Commissione sulla libertà accademica attivata dagli statunitensi esprime “profonda preoccupazione” sugli episodi che hanno visto i rettori delle Università di Roma (La Sapienza), Cagliari, Catania e Torino censurare e/o ostacolare iniziative volte a discutere il movimento Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds) contro Israele. Gli statunitensi scrivono che se sono “consapevoli che il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane è un argomento estremamente teso, mettere a tacere una discussione libera e aperta su di esso nei campus universitari costituisce una grave violazione della libertà accademica”. Infatti, “in ciascuno di questi casi, il rettore dell’università ha negato o revocato l’accesso alle strutture universitarie” – oppure ostacolato, come nel caso de La Sapienza, a Roma.

Violate norme elementari del dibatto democratico
Nel sottolineare la preoccupazione che così facendo si possa “creare un ambiente ostile”, nella lettera si ribadisce che “La libertà accademica di impegnarsi e promuovere la discussione e il dibattito sull’occupazione israeliana della terra palestinese è un diritto fondamentale, e la sua violazione, attraverso qualsiasi forma di soppressione della discussione aperta sulla questione boicottaggio viola le norme più elementari di espressione democratica”. La lettera dei 3000 studiosi di Mesa si conclude con un’”esortazione”, rivolta anche alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), a “sostenere una discussione e un dibattito aperti sul BDS presso le università italiane”. Un diritto per le università e per gli studenti – chiudono.

La lettera statunitense è la più pesante, ma non è la sola: si sono espressi già pubblicamente gli studiosi della British academics for the Universities of Palestine (Bricup) e gli Accademici irlandesi per la Palestina. Tutti insistono sullo stesso punto: non si tratta di sostenere o meno il BDS, ma di dare spazio al dibattito. E dettagliano la situazione italiana durante la settimana dell’Israeli Apartheid Week.

“BDS? la galera”
Non è passato inosservato il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, dichiarandosi favorevole (Pagine Ebraiche, 23 febbraio 2016) alla perseguibilità penale dei sostenitori BDS, a cui non ha “intenzione di lasciare spazio (…)”. Perché è “fondamentale affermare che l’odio è incompatibile con lo spirito e i valori accademici (…)”.

I primi segnali, scrivono britannici e irlandesi, sono del 2015, quando l’Università di Roma Tre all’ultimo minuto revocò l’aula allo storico israeliano Ilan Pappe, ma “la drammatica soppressione e demonizzare del dibattito sull’attivismo in solidarietà con la Palestina” ha raggiunto il suo culmine nella condanna ai promotori della Campagna Stop Technion – scrive Bricup.

A Cagliari, il rettore ha minacciato le vie legali, ma gli studenti hanno proseguito nell’azione, rilanciando il loro appoggio alla Campagna Stop Technion. E così a Torino, stessa dinamica. A Catania, invece, dove il mese scorso si sono ritrovati gli studiosi della Società Italiana di Studi sul Medio Oriente (SESaMO), per il loro meeting annuale, il rettore Giacomo Pignataro ha censurato il panel sul BDS, anche se era stato già approvato dal board scientifico. E 93 studiosi (praticamente metà associazione) si sono ribellati. Risultato: molti panel sono saltati, mentre altri sono stati trasformati in occasioni di dibattito sul BDS stesso, sulla libertà accademica o su quella d’espressione. E alla fine è proprio in Sicilia che è nato il primo Comitato per la libertà accademica italiano.

Molte le voci sulle pressioni dell’ambasciatore d’Israele. A Roma sono state rivendicate da Pagine Ebraiche: “Ogni eventuale decisione in merito (allo svolgimento dell’Israeli Apartheid Week, ndr), compresa la possibilità che l’incontro sia annullato, spetterà adesso al rettore Eugenio Gaudio (cui si è rivolto anche l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e che proprio in questi minuti si starebbe confrontando sul da farsi con i suoi più stretti collaboratori)”. A Cagliari, è stata fatta domanda di accesso agli atti, perché è forte il sospetto che l’ambasciata non abbia solo “telefonato”, voce dei primi momenti, ma abbia scritto – del resto, nel caso Trieste è l’ambasciatore stesso a far pensare a una prassi consolidata.

Il BDS sta vincendo
La crescente preoccupazione israeliana ha preso corpo nella prima conferenza (organizzata a Gerusalemme da Ynet, sito che fa capo a Yedioth Ahronoth) dedicata al contrasto del BDS. Stando ai report delle testate israeliane +972 e Mondoweiss si è svolta all’insegna di un messaggio paradosso: “Il BDS non è una minaccia, ma va preso molto sul serio”. Gli unici a parlar chiaro sono stati gli industriali: i danni ci sono. Ma a dare corpo alla preoccupazione è stata la presenza di tutti i ministri più importanti – Esteri e istruzione per esempio – di personalità della cultura, dei maggiori imprenditori israeliani, dei giornalisti e dell’intelligence – speaker che si sono susseguiti per tutto il giorno di fronte a un migliaio di persone.

E che ha visto nelle parole del ministro per i Trasporti e l’Intelligence, Yisrael Katz, il momento più grave. Lo segnala, tra gli altri, Euro-Mediterrean Monitor, che ha tra i suoi garanti il giurista Richard Falk, ex Rapporteur Onu per i territori occupati. Quando Katz ha parlato di “sforzo mirato di prevenzione civica” contro gli attivisti BDS, “isolandoli e passando informazioni su di loro alle agenzie di intelligence di tutto il mondo” per Ramy Abdu, capo di Euro-Monitor, è un invito a eliminare gli attivisti – “pericoloso e senza precedenti”. Tra i più nominati durante tutta la giornata anti-BDS, Omar Barghouti, il portavoce più in vista del movimento palestinese.

Per Ron Lauder, capo del Congresso mondiale Ebraico, il BDS “avvelena le menti dei giovani ebrei americani”. E ha giurato di rendere illegali i boicottaggi economici”, indicando nella Francia lo stato apripista, dal momento che è l’unico paese europeo dove il boicottaggio sia reato. Le pressioni israeliane, anche su questo aspetto, sono fortissime anche negli Stati Uniti – come ormai ampiamente documentato -, ma data la “sacralità” del Primo emendamento si concretizzano, da un lato, in liste di proscrizione, azioni legali, di discredito e di intimidazione contro gli attivisti, dall’altro, nel proporre disegni di legge e risoluzioni che svantaggino le aziende che decidano di interrompere il commercio con gli insediamenti illegali (come richiede, ad esempio, l’Europa).

thanks to: Ilfattoquotidiano

Il dibattito sul boicottaggio di Israele censurato nelle università

Quest’anno la conferenza della Società per gli studi sul Medio Oriente, che si è tenuta a Catania dal 17 al 19 marzo, doveva ospitare un incontro dedicato alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (Bds). Ma, dopo essere stato approvato dal comitato scientifico, l’evento è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore dell’università di Catania. Perché censurare una discussione tra accademici?
Se la forza di un movimento si misura dal numero dei suoi nemici, si potrebbe pensare che la campagna Bds stia vivendo un momento di grande successo, viste le azioni legali in Francia, e le intimidazioni nel Regno Unito e un po’ ovunque nel resto d’Europa. In alcuni stati americani, come la Florida e l’Arizona, sono state approvate leggi contro la Bds. Ora, nell’università italiana, è arrivata la censura. La ricercatrice Paola Rivetti, dell’università di Dublino, tra le coordinatrici dell’incontro, spiega: “Il nostro panel è stato accettato a tutti i livelli scientifici. Poi è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore di Catania, che voleva ritirare il suo patrocinio alla conferenza”.
La campagna Bds è nata nel 2005  su richiesta di 171 organizzazioni non governative palestinesi, spiega l’attivista per i diritti umani Stephanie Westbrook, sul modello del boicottaggio che ha portato alla caduta del regime dell’apartheid in Sudafrica. È nata dal senso di smarrimento “davanti all’inerzia internazionale” nel trovare una soluzione politica alla crisi israelopalestinese. Un gruppo di attivisti ha scelto di fare pressioni economiche su Israele con tre richieste specifiche: mettere fine all’occupazione e alla colonizzazione israeliana, riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati e affermare l’uguaglianza tra cittadini israeliani e arabi.

Quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio

La campagna prende di mira aziende coinvolte nelle operazioni svolte nei territori che la comunità internazionale considera occupati illegalmente o aziende come la G4s, che forniva servizi alle prigioni israeliane dove sono detenuti minorenni e prigionieri politici palestinesi.
La campagna contro G4s ha ottenuto dei risultati. L’azienda ha perso il sostegno di Bill Gates, uno degli azionisti, e ha venduto le sue attività israeliane. Non ha mai dichiarato che la decisione sia stata una conseguenza diretta della Bds, “ma ricordiamo che quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio”, commenta Stephanie Westbrook.
Altre campagne sono state lanciate contro Caterpillar, spiega il ricercatore Enrico Bartolomei, perché i suoi bulldozer sono usati per demolire le case palestinesi e inoltre sono stati “perfezionati” per Israele, creando dei sistemi di controllo in remoto, cioè senza guidatore.
Nel caso di SodaStream, la campagna ha attaccato Scarlett Johansson perché l’attrice aveva prestato la sua immagine al marchio, nonostante fosse anche ambasciatrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che si oppone con decisione alla colonizzazione illegale israeliana. La fabbrica di SodaStream si trova nella colonia di Maale Adumim, un territorio occupato da Israele dopo la guerra del 1967 e mai restituito ai palestinesi, in violazione della convenzione di Ginevra, dello statuto di Roma e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia. Per Stephanie Westbrook, “la campagna Bds è oggi lo strumento più efficace che abbiamo all’estero per sostenere i diritti dei palestinesi”.

L’Europa e la censura sul conflitto israelopalestinese
Il ricercatore statunitense e opinionista di Al Jazeera Mark LeVine racconta la proposta discussa di recente all’università della California di condannare ogni iniziativa antisionista equiparandola all’antisemitismo, e si rammarica del fatto che l’Europa stia prendendo la via della censura, come gli Stati Uniti: “Vista dall’America, l’Europa era un modello di libertà di espressione. E ora? È inaccettabile aver vietato il dibattito di Catania. La ricerca accademica non può essere separata dalla realtà e dalla politica”.
Non si tratta di escludere i colleghi israeliani dagli incontri accademici, sottolinea LeVine. Nessuno chiede di boicottare persone o docenti israeliani, ma le loro istituzioni e i loro eventuali finanziatori. “Sono ebreo, parlo ebraico, ma voglio portare la mia solidarietà ai colleghi palestinesi. Noi che viviamo in occidente abbiamo il dovere di sostenere i nostri colleghi in difficoltà”, spiega LeVine.
“Invocare la necessaria obiettività della ricerca è anacronistico”, sostiene l’antropologa Rubah Salih della School of oriental and african studies (Soas) di Londra. Quando Hannah Arendt scrisse La banalità del male non lo fece per puro interesse accademico ma spinta dalle sue sofferenze personali. Inoltre la questione dell’obiettività scientifica è stata “risolta da tempo nelle scienze sociali”. La messa al bando della campagna Bds dall’università dice molto sul nostro mondo e sul fatto che “l’occidente ha sempre più difficoltà a gestire e comprendere le tragedie contemporanee”.
Che si sia d’accordo o meno con la campagna internazionale Bds, discuterne dovrebbe essere il punto di partenza in ambito universitario. La professoressa Laleh Khalili della Soas di Londra avverte: “Le azioni legali contro la campagna – come quelle in Francia – sono preoccupanti. È inaccettabile che lo stato si permetta di dire all’università di cosa può o non può parlare. Se non difendiamo adesso la nostra libertà di espressione, nel futuro potrebbero arrivare divieti ancora peggiori”.
thanks to: Frammenti Vocali