Il nuovo Israele

Un piano sinistro che coinvolge i più famosi oligarchi del mondo, così come FMI ed elementi chiave della lobby sionista globale, si nasconde sotto lo Stato indipendente di fatto creato da uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra nel cuore della Patagonia argentina. Whitney Webb, Mint Press, 11 marzo 2019

continua Il nuovo Israele — Notizie dal Mondo

ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS

Maurizio Blondet 5 Febbraio 2019 Volete sapere tutto sul mondo delle ONG, ossia le Organizzazioni Non Governative? Volete leggere quello che gli altri non scrivono sugli affari, le cifre, i protagonisti, le connection di quell’universo in gran parte sconosciuto e che macina milioni di euro e di dollari sulla pelle dei cittadini, soprattutto dei migranti? Di coloro…

via ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS — Notizie dal Mondo

 

La “stupidità” dell’operaio giova al capitalismo

Non è una supposizione. Che la stupidità sia uno dei fattori favoriti dalle grandi aziende per i propri operai è un dato di fatto. Lo dicono in particolare due economisti ma possiamo arrivarci anche col nostro spirito di osservazione: quando i dipendenti si mostrano servili verso i loro datori di lavoro e non muovono critiche o disappunti allora l’azienda aumenta notevolmente la sua produttività. La chiamano “stupidità funzionale” solamente perché funziona al sistema produttivo, al commercio, al business, insomma a quel capitalismo che fa dei sentimenti umani dei  conti correnti virtuali e che indirizza le nostre vite in semplici quanto articolate logiche di mercato.

capitalismoSono Andrè Spiecer della Cass Business School della City University London e Mats Alvesson dell’Università di Lund, in Svezia, gli economisti che per primi hanno parlato del fattore “stupidità” nelle aziende basata “sull’assenza di riflessione critica. Uno stato di unità, che fa sì che gli impiegati non mettano in discussione decisioni e strutture”. Come tanti robot comandati e messi lì per fare esclusivamente il proprio dovere ed ubbidire al grande padrone pronto a staccare la spina da un momento all’altro. In un mondo dove la produttività comanda sulla qualità e dove è il denaro a regolare la vita dell’uomo e non viceversa, troppe teste pensanti creano indubbiamente fastidio e, secondo il sistema capitalistico, fanno letteralmente “perdere tempo”.

Quando regna invece la stupidità, sostengono i due economisti, “si vive in un clima che riduce i conflitti e dà sicurezza”: ma come percepire tali sentimenti se lo stesso operaio è obbligato ad una palese soppressione delle proprie capacità cognitive? “Non devi pensare, fallo e basta!”: la stupidità di cui parliamo non è un punto del contratto lavorativo ma uno status che si coltiva giornalmente, ogni qual volta mettiamo una pietra sopra un pezzo della nostra dignità. Lo scopo del sistema è quello di creare le condizioni affinché si concentri l’operaio su “aspetti positivi” in modo tale da offrirgli una “visione ottimistica e coerente del proprio lavoro”.

Marx la chiamava “alienazione dell’operaio” ovvero quel processo che estranea un essere umano da ciò che fa fino al punto da “estraniarsi da sé stesso”: questo diviene un oggetto sfruttato dal suo datore di lavoro (che dal suo lavoro poi trae il Plus–valore) per incrementare il profitto. Attualissimo invece il discorso secondo cui non è più la merce ad essere prodotta per essere venduta e produrne altra, ma è il denaro ad essere investito nella merce per produrre altro denaro: dunque è nella merce stessa che potrebbero venire a mancare quelle garanzie di qualità del prodotto minacciato da quello più competitivo e meno costoso.

Insomma, un sistema del genere ovvero quello in cui viviamo ma di cui non sempre ci accorgiamo, si rapporta alla società con l’intento di sfornare giovani tutti uguali ideologicamente e psicologicamente: dalla più tenera età al progressivo attaccamento a quei social network che hanno quasi del tutto sostituito i “giochi di strada” in cui si sbucciavano le ginocchia ma si sviluppava l’ingegno, i giovani diventano il mezzo con cui incrementare i profitti delle grandi multinazionali che controllano le stesse politiche mondiali.

Non dovremmo stupirci forse se un giorno ci ritroveremo il marchio della Coca Cola o del McDonald’s nelle tessere elettorali: dunque o i giovani si ribellano, rifiutando ogni tipo di compromesso per proporre nuove realtà oppure l’intera dignità umana si estinguerà in nome dell’eterno profitto economico.

thanks to: ilfarosulmondo

Quattro elementi per comprendere il collasso statunitense

Mision Verdad 24 settembre 2018

I segni negativi sono sempre più critici nel ventre del Paese chiamato Stati Uniti d’America, divenuti crisi permanente costruita dalle élite del potere transnazionale nella sua burocrazia. Ma non succede nulla per i media aziendali negli Stati Uniti, tutto accade per responsabilità di un solo uomo, Donald Trump, che serve anche da simbolo evidente del decadimento statunitensi. Si prova con diversi strumenti nascondere ciò che realmente accade nelle viscere del sistema che governa gli Stati Uniti. Pertanto, il collasso degli Stati Uniti è dovuto a cause trascendentali in termini politici, economico-finanziari e sociali, continuate dai predecessori dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Una definizione veloce
Il processo che gli Stati Uniti vivono al collasso di sistema, come attualmente concepito, deriva da recenti analisi e ricerche, negli ultimi anni, che dimostrano il significativo deterioramento dell’ordine vigente nel Paese. Per capire cosa intendiamo per collasso è necessario notare alcune caratteristiche interessanti, secondo il professore universitario Carlos Taibo: “È un processo totale o parziale di scomparsa irreversibile delle istituzioni ed ideologie legittimanti di un certo ordine, sconvolgendo molte relazioni sociali, di potere, economiche, culturali, ecc. Produce alterazioni profonde nella soddisfazione dei bisogni primari di una popolazione, che generalmente ne vede la riduzione aumentare in modo significativo. Sperimenta “una generale perdita di complessità in tutte le aree, accompagnata da crescente frammentazione ed arretramento dei flussi centralizzanti””.
Da parte sua, l’ingegnere e scrittore russo-statunitense Dmitrij Orlov descrive le cinque fasi del collasso di una società che integra tutti gli aspetti quotidiani: finanziaria, commerciale, politica, sociale e culturale. Lo stesso autore chiarisce che queste fasi possono non avvenire in modo progressivo e in ordine, ma simultaneamente, con elementi dinamici strutturali della società da descrivere. In questo caso, il crollo degli Stati Uniti arriva con molte, se non tutte, le caratteristiche indicate da chi ha studiato e approfondito l’argomento. Successivamente, offriamo dati e risorse per una visione generale di ciò che accade nell’impero in declino.

Debito crescente e bancarotta
In realtà, lo stesso Orlov ha ripetuto varie volte che il crollo degli Stati Uniti deriva dalla loro struttura finanziaria ed economica, dato che il debito crescente e il fallimento di alcuni Stati dell’Unione mostrano segni di collasso. Secondo i dati forniti dal dipartimento del Tesoro, quest’anno il debito pubblico USA è salito a oltre 21 miliardi di dollari, di cui 5,6 miliardi sarebbero parte del debito interno, mentre quello degli investitori privati raggiunge i 15,3 miliardi. Con la presidenza Barack Obama, per fare un esempio, solo il debito pubblico passò dai 10,6 miliardi di dollari ai 19,9 miliardi. Del debito pubblico va capito cosa uno Stato ha nei confronti di individui o altri Paesi, un modo per ottenere risorse finanziarie attraverso emissioni di titoli o obbligazioni, le risorse finanziarie che aumenta. Diversi economisti hanno avvertito che la prossima crisi potrebbe essere cruciale nel crollo del sistema statunitense, dato che il dollaro mostra segni di crisi, perché molti investitori li vendono per altri meccanismi di risparmio, secondo il barone Jacob Rothschild, prima dei rischi nelle borse occidentali. Specificatamente, l’economista statunitense Peter Schiff aveva detto a Sputnik che probabilmente i prossimo crollo finanziario”sarà assai peggiore della Grande Depressione (1929). L’economia statunitense non è in condizioni ottimali, è peggiore di un decennio fa”, quando esplose la bolla immobiliare che rovinò diverse banche, compresa l’onnipotente Lehman Brothers. Inoltre, la situazione fiscale di molti Stati del Paese ha un deficit che è aumentato negli anni, a causa delle scarse capacità bancarie, di bilancio, di servizio e di fondi fiduciari. Tra questi, Illinois, Kentucky, Connecticut e New Jersey sono le principali entità a rischio di fallimento, e si avvicinano alla linea rossa del collasso economico-finanziario anche California, New Mexico e Louisiana. Questo era già stato previsto da Laurence Kotlikoff, professore di Economia alla Boston University, in un articolo pubblicato da Bloomberg nel 2010, sentenziando con numeri e argomenti che “il nostro Paese è a pezzi e non possiamo ancora permetterci soluzioni fasulle”.

Nuove patologie sociali
Chi soffre le fasi del crollo sono proprio i cittadini nordamericani, privati della protezione del governo e affondati in una grave situazione economica e finanziaria. Così, alcune patologie sociali mai viste prima dalla specie umana sono sorte, e sono state descritte dall’economista Umair Haque in un saggio tradotto e pubblicato qui (http://misionverdad.com/trama-global/por-que-desestimamos-el-colapso-de-estados-unidos). Tra le più scandalose, ci sono le ripetute sparatorie in spazi pubblici come scuole e centri commerciali, che quest’anno ha visto sangue versato almeno quattro volte, ma dal 2007 si sono verificati circa 10 volte. Ma c’è anche oggi negli Stati Uniti l’”epidemia degli oppiacei”, perché molti muoiono per overdose indotta o accidentale. Nel 2017 più di 70mila nordamericani sono morti e non sembra esserci soluzione a breve termine, dato che il paese perde la guerra contro le dipendenze, conseguenza della politica fallimentare contro la droga. Dal 1979, il numero di morti per droga è raddoppiato ogni otto anni, secondo il rapporto della rivista Science recensito dal Los Angeles Times, che rivelava i seguenti dati sulle overdose dello scorso anno: “Analgesici da prescrizione, eroina e fentanyl sintetico hanno ucciso più di 29000 persone. Cocaina, metanfetamina e altre droghe simili hanno un bilancio delle vittime che raggiungeva 72306 persone”. Queste “morti per disperazione”, come le chiama la rivista Science, sono anche legate ad indigenza, accattonaggio e frattura dei legami sociali diagnosticati da Haque, e che sono parametri non usati negli Stati Uniti, ma che ne rendono maggiormente vulnerabile la società. Dmitrij Orlov parla proprio del crollo sociale, perché consiste nella perdita della fede che le istituzioni sociali locali possano curare le persone, per non parlare del governo, data la crisi permanente fiscale. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema, Phillip Alston, dichiarò nel 2018 che 40 milioni di statunitensi vivono in povertà, 18,5 milioni in povertà estrema e 5,3 milioni sopravvivono in uno stato che definisce da “Terzo mondo”. Queste cifre sono coerenti col censimento ufficiale, poiché Alston sostiene che i numeri sono inferiori a quelli dettati dalla realtà del Paese. Ma afferma anche che c’è la crescente criminalizzazione della povertà, producendo sempre più una situazione completamente contraria al benessere spacciata dalla propaganda statunitense. Per lo statunitense medio, il sogno americano è un incubo. Che i politici usano per gli interessi di certe élite opulente.

La lotta politica scade
Pur di mantenere un sistema finanziario indebitato e in bancarotta, la classe politica statunitense apporta modifiche corrispondenti in tale stadio neoliberista, in cui gli stati-nazione hanno poco potere sugli interessi aziendali, i cui poteri aumentano con la crisi al massimo grado di ebollizione. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti portò alla lotta interna nell’apparato burocratico di Washington e in altri spazi di potere come media, propaganda e altre istituzioni private nel Paese. Poiché Trump rappresenta una parte dell’élite sminuita dalla corsa del globalismo neoliberista e guerrafondaio, i suoi predecessori e altri agenti e operatori che li supportano continuano una guerra a bassa intensità coll’attuale amministrazione in un Paese dal passato politico carico di assassinii e golpe di vario genere (Kennedy 1963, Nixon 1972, Bush 2001) ed obiettivi diversi. Pertanto, le azioni dell’amministrazione Trump sono messe in discussione e alcuni fattori concorrenti cercano di creare un ambiente adatto all’impeachment del presidente degli Stati Uniti, che potrebbe sovvertire gli Stati Uniti con una logica da guerra civile. Le “elezioni di medio termine”, in cui i politici sono votati al Congresso, Senato e governi statali, sono cruciali perché rappresentano ora il picco della lotta per la struttura burocratica che potrebbe o meno sostenere i piani del governo Trump. Secondo la tesi del giornalista e analista politico Thierry Meyssan, l’attuale presidente degli Stati Uniti punta a “reinvestire il capitale transnazionale nell’economia degli Stati Uniti e a far uscire Pentagono e CIA fuori dall’attuale ruolo imperialista in modo che possano tornare alla difesa nazionale”. Perciò, Trump si libera degli accordi commerciali internazionali che predecessori promulgarono e tenta di ricomporre o, nel migliore dei casi, di dissolvere le strutture intergovernative che mantengono l’ordine imperialista degli USA. Clinton, Obama, Bush e altri personaggi che hanno guidato la politica interna ed estera del Paese verso la sovversione totale in cui l’egemonia degli Stati Uniti cercava d’imporsi con la forza e finanziariamente, sono gli elementi visibili della politica profonda che adotta tale approccio imperiale. Hanno usato la burocrazia statunitense per intraprendere piani per l’ineguale globalizzazione e guerre per risorse e piani geopolitici. Tale lotta è un altro allarme del collasso della classe politica, poiché gli interessi che governano gli attori contendenti sono sempre più denunciati mentre l’establishment politico crolla assieme al collasso economico che rappresenta. L’immagine di uno scivolone sul bordo di una buca profonda e oscura potrebbe validamente indicare il punto di svolta in cui si trova la situazione politica nordamericana.

Isolazionismo o globalismo?
Uno dei problemi cruciali quando si parla di politica estera è il confronto di due visioni che si scontrano ora nell’arena pubblica internazionale. Donald Trump, col suo motto America per prima, prende come bandiera il cosiddetto isolazionismo, dato che cil porta a stabilire una politica di reindustrializzazione nazionale e a ridurre le importazioni per dare impulso alle esportazioni, con una recinzione ben definita dei confini degli Stati Uniti. Ed è lo stesso presidente Trump che è riuscito a trarre profitto dal crollo del vecchio consenso tra i due partiti dominanti (repubblicani e democratici) che presumeva gli Stati Uniti il poliziotto per la salvaguardia della “sicurezza globale”. Sotto tale paradigma, la Casa Bianca negozia con la demonizzata Russia di Vladimir Putin alcuni termini come l’annessione sovrana della Crimea alla Federazione Russa, a firmare un accordo (ambiguo, ma privo di umori) con la Corea democratica, iniziare la guerra il commercio con la Cina nel quadro del piano del Pentagono che riconosce il gigante asiatico come suo “principale concorrente”, minimizzare il riordino della NATO minacciandone il bilancio, violare i grandi accordi commerciali internazionali sviluppati dall’amministrazione Obama (come il Trans Pacifico) e accordarsi con alcune potenze del Medio Oriente (Russia, Iran, Turchia) per la fine della guerra transnazionale alla Siria. L’ordine liberal-neoconservatore che aveva negli Stati Uniti il suo massimo egemone, così difeso dai clan Clinton-Bush-Obama, è messo in discussione dall’isolazionismo nazionalista guidato da Trump. Ecco perché a livello internazionale si mostra la prima potenza mondiale dalla caduta del muro di Berlino come un pugile suonato. Nel quadro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha detto che “non è il presidente del mondo”, esprimendo la politica isolazionista contro quella globalista rappresentata dai presidenti prima di lui. La crisi del “consenso” è un riflesso fedele del collasso descritto rapidamente, e che sembra non avere ritegno, partendo dal presupposto che in primo luogo il collasso si sente negli Stati Uniti, per poi espandersi globalmente, dato che l’internazionalizzazione del sistema statunitense basato sul dollaro e la guerra imperitura toccano tutto il pianeta. In questo senso, molti importanti attori geopolitici, come Cina, Russia, Iran, Turchia, India, e persino Venezuela, cominciano a vedere questo collasso e affrontano in diversi modi (specialmente in campo economico-finanziario e politico) l’attuazione delle riforme necessarie al sistema internazionale dopo il crollo.

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio

Aurorasito

“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

America Latina: Postneoliberismo vs Capitalismo offshore

Prima di tutto è necessario ricordare che in ogni processo di rivoluzione sorge anche la tendenza alla controrivoluzione; questo è un dato oggettivo. Trionfa alla fine la corrente che acquista maggior forza, quella guidata da una linea e un piano più adeguati, più intelligenti. Ossia: la possibilità di predominio della rivoluzione o della controrivoluzione si decide sul terreno soggettivo, dipende dalla conduzione dell’una e dell’altra / Schafik Hándal (1990)

Da dicembre 2015 sono accaduti fatti eccezionali che hanno cambiato il panorama geopolitico e la cartografia della lotta di classe in Nuestra America. Con questo lavoro vogliamo affrontarli, dopo aver ripercorso le tappe del ciclo postneoliberista che ha iniziato una nuova tappa nella nostra regione, mentre al contempo affrontiamo un’analisi sui fatti degli ultimi mesi, che ci collocano in un punto di flessione e segnano delle enormi sfide per i popoli. Ci riferiamo fondamentalmente all’avanzare politico delle forze di destra. Avanzare espresso sul piano elettorale e giudiziario che sono riusciti a cacciare due governi progressisti e strategici per il loro peso politico e economico come l’Argentina e il Brasile, e che hanno vinto elezioni in Bolivia e Venezuela, modificando i rapporti di forze soggettive ed oggettive nella regione.

Nuestra America si trova perciò a un bivio, una guerra di posizione tra le forze sociali e politiche che sono state protagoniste e guidano (o hanno guidato) il ciclo progressista postneoliberista, e quelle che scommettono disperatamente sulla restaurazione neoliberista sotto forma di capitalismo offshore, un capitalismo che mostra l’acutizzarsi di alcune tendenze che potrebbero indicare un cambiamento del ciclo capitalista nella sua fase già iniziata di decomposizione [1].

Il momento politico ci lascia una destra che ha accumulato forza sul piano elettorale e ha solo bisogno di vincere le elezioni (e a volte, come in Brasile, nemmeno questo), mentre la sinistra ha bisogno di vincere ma soprattutto di stare nelle strade e riaggiornare il progetto politico anti-neoliberista.

Non è il momento di dispiacersi per i rovesci politici sofferti dalla sinistra, è quello di riflettere su nuove forme per arrestare l’offensiva del capitalismo offshore contro i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, di riprendere l’offensiva che ci porti a un altro momento di accumulazione politica e sociale, che apra un’altra tappa del ciclo progressista. Però è necessario anche esercitare la critica e l’autocritica per correggersi tempestivamente nel caso del nocciolo duro del cambiamento d’epoca progressista (Venezuela, Bolivia e Ecuador) e per costruire qualcosa di diverso in quei paesi in cui i popoli sono passati all’opposizione e resistenza.

Per pensare al momento attuale è necessario comprendere le diversase tappe che ha percorso il ciclo progressista che ha reso l’America Latina e i Caraibi l’unica regione del mondo in cui si è iniziato a costruire un’alternativa al sistema capitalista o almeno ai suoi modelli di accumulazione più aggressivi sviluppati dalle politiche neoliberiste.

Fase preliminare, o accumulazione originaria del ciclo progressista (1989-1998): Le resistenze al neoliberismo

Cadeva il muro di Berlino, si disintegrava il progetto storico della sinistra comunista mentre le frazioni più concentrate del capitale radevano al suolo le conquiste storiche dei lavoratori e dei popoli. Invece, mentre ci raccontavano che era arrivata la fine della storia e della lotta di classe, nel Sud del mondo cominciava a germinare una resistenza al neoliberismo ancora in embrione durante il Caracazo (1989) e già più organizzata nel sollevamento zapatista (1994), come pure altri processi di resistenza contro le conseguenze delle politiche neoliberiste prima e di lotta contro quelle stesse politiche poi.

1ª fase del ciclo progressista (1998-2003): L’irruzione eroica del postneoliberismo nazional-popolare

La potenza plebea di resistenza al neoliberismo si trasforma in progetti politici che puntano non più alla resistenza, ma alla presa del potere, o almeno dei governi, come primo passo. Ciò avviene all’interno delle forme costituzionali o istituzionali vigenti, come parte di una strategia che si tesse in un periodo controrivoluzionario iniziato dopo la sconfitta delle forze rivoluzionarie plasmate con le dittature civico-militari della metà degli anni ‘70.

La distruzione sociale del neoliberismo e la crisi provocata dalla perdida di egemonia delle élites politiche e economiche, lasciano un vuoto politico del quale approfittano i progetti nazional-popolari per arrivare al governo. Il Comandante Chávez in Venezuela (1998), Lula in Brasile (2002) e Néstor Kirchner in Argentina (2003) aprono la strada al cambiamento d’epoca in America Latina e nei Caraibi.

Alla fine di questa prima fase si rafforza la disposizione della lotta dal basso e dall’alto e la costruzione eroica del postneoliberismo con la sconfitta inflitta dal popolo del Venezuela al golpe controrivoluzionario di aprile 2002.

2ª fase del ciclo progressista (2004-2006): Picco di accumulazione politica

A Chávez, Lula e Kirchner si aggiungono Evo Morales in Bolivia (2005) e Rafael Correa (2006), proprio mentre si sconfiggeva il progetto imperiale conosciuto come ALCA in novembre del 2005, poco dopo di che, i governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela, con Chávez e Fidel come architetti dell’integrazione, danno impulso all’ALBA in dicembre del 2004, e nasceranno, sempre in quei due anni, validi strumenti al servizio della liberazione dei popoli, come teleSUR o la Rete degli Intellettuali in Difesa dell’Umanità.

Ci sono alcuni “cambiamenti di rotta” fondamentali che mostrano il cambiamento di direzione negli scenari politici nazionali, come le nazionalizzazioni degli idrocarburi in Bolivia, assemblee costituenti in Bolivia o Ecuador, o la richiesta di perdono da parte dello stato argentino per i crimini di lesa umanità commessi dall’ultima dittatura civico-militare.

Al picco dell’antiimperialismo nella regione, si somma l’affermazione del carattere socialista della Rivoluzione Bolivariana. In quest’orizzonte del Socialismo del XXI Secolo s’inseriscono la Rivoluzione Democratica e Culturale della Bolivia e la Rivoluzione Cittadina dell’Ecuador con il socialismo comunitario e il “buen vivir” come orizzonti dell’epoca.

3ª fase del ciclo progressista (2007-2012): La stabilizzazione del progetto postneoliberista

Al nocciolo duro dei governi progressisti si somma il Centroamerica, con l’arrivo dei sandinisti al governo nazionale in Nicaragua (2007, anche se Daniel Ortega vince le elezioni a novembre del 2006) e del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale nel Salvador (2009). Costituiscono un avanzamento dei rapporti di forza politica favorevoli ai popoli anche l’arrivo al governo di Fernando Lugo in Paraguay (2008) e la svolta verso posizioni progressiste del governo di Mel Zelaya in Honduras.

In questa fase sono sconfitti, grazie alla mobilitazione popolare, i tentativi di golpe nel nocciolo duro bolivariano, Bolivia (2008) e Ecuador (2010), anche se non si riesce a frenare i golpe contro i governi popolari in Honduras nel 2009 (quando entra nell’ALBA) e Paraguay nel 2012, inaugurando la nuova strategia dei “golpe soft” della destra, perpetrati dalle stesse istituzioni dello stato liberale.

Queste pietre sulla strada della costruzione progressista e rivoluzionaria di Nuestra America hanno la loro controfaccia nelle nuove costituzioni approvate in referendum che consolidano la rifondazione degli Stati postneoliberisti in Bolivia e Ecuador (con il precedente del Venezuela nel 1999). Si riesce a cristallizzare nei nuovi testi costituzionali il cambiamento dei rapporti di forza sociali e politici a favore dei popoli.

Allo stesso tempo, l’America Latina e i Caraibi entrano a pieno titolo nella transizione verso il mondo multipolare, con una presenza sempre maggiore nella regione della Rusia e soprattutto della Cina, oltre che con la nascita, in giugno del 2009, dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina, ai quali dopo si aggiungerà, in aprile del 2011, il Sudafrica), che contrastano l’egemonia yankee nel suo tradizionale cortile di casa e generano le condizioni per uno sviluppo economico endogeno con maggior livello di sovranità.

4ª fase del ciclo progressista (2013-2016): riflusso e crisi

La morte del Comandante Chávez (marzo 2013) apre in maniera simbolica una tappa di riflusso, di crisi nel blocco nazional-popolare che si traduce in un picco di disaccumulazione politica e sociale che culmina con tre sconfitte elettorali per la sinistra e i progetti nazional popolari o il progressismo (di distinto segno, ma in fin dei conti sconfitte) in Argentina (ottobre del 2015, l’unico governo di sinistra e/o nazional-popolare perso nelle urne dal 1998), Venezuela (dicembre del 2015) e Bolivia (febbraio 2016), oltre a un golpe politico-istituzionale-mediatico contro il governo brasiliano di Dilma Rousseff (maggio del 2016).

Questa fase lascia un dibattito aperto per la sinistra ed è quello dello Stato. Diceva René Zavaleta Mercado (1983), sociologo marxista boliviano, che la storia delle masse è una storia che si fa contro lo Stato. Poiché lo Stato storicamente esprime le relazioni di dominio e anche se sembra essere al di sopra degli interessi delle varie classi e regolarli, produce gli strumenti istituzionali necessari per la riproduzione della classe dominante. Anche Jorge Viaña (2006) afferma che la storia delle masse è sempre una storia che si fa contro lo Stato, e perciò tutti gli Stati negano le masse in ultima istanza anche se pretendono di esprimerle. Probabilmente questo è più chiaro nei processi del secondo anello progressista, e ci aiuta a capire parzialmente quanto è successo in Argentina o Brasile.

Senza dubbio nel caso dei processi che si sono proposti di mettere in discussione il potere della classe dominante e lo stesso sistema, lo Stato si costituisce come “Stato di transizione”, quasi come un “Leviatano contromano”, come lo denomina Miguel Mazzeo (2014), poiché esprime nuove correlazioni di forza che permeano le istituzioni, modificano le regole del gioco e si propongono di sostenere la costruzione del potere popolare.

Nella dialettica contraddittoria delle transizioni, la logica dell’inerzia statale ostacola, e, al tempo stesso, potenzia le esperienze popolari autogestite. E’ uno Stato che riforma se stesso, per esempio, mediante le riforme costituzionali del nocciolo duro bolivariano, cosa che non è successa in nessuno dei paesi del secondo anello progressista, nei quali quel vecchio mostro e le sue logiche di arbitrio nascoste da coperture estremamente democratiche hanno favorito la ricostituzione dell’iniziativa culturale, economica, istituzionale, comunicativa delle forze restauratrici dell’ordine neoliberista.

Le forze politiche che hanno guidato i governi popolari di questo secondo anello hanno dato priorità alla lotta dall’alto non valorizzando l’autorganizzazione popolare, salvo nei momenti di acutizzazione dello scontro in cui provano a chiamare alla mobilitazione delle masse. Nel primo anello, invece, si fa costantemente appello alla lotta dal basso come riaffermazione del processo rivoluzionario e come percorso di costruzione del socialismo.

5ª fase del ciclo progressista (2016- ) Guerra di posizione tra il Postneoliberismo e il Capitalismo Offshore

Anche se siamo entrati in una fase di crisi del ciclo progressista, non si può parlare della sua fine. In primo luogo è evidente che anche se la classe dominante è riuscita a cacciare dal governo e dall’apparto dello Stato alcuni governi popolari mediante elezioni (Argentina) o mediante manovre di cavilli legali e giudiziari (Brasile), non sono caduti i governi popolari del nocciolo duro del cambiamento d’epoca progressista: Bolivia, Ecuador e Venezuela. Anche se hanno perso due processi elettorali parziali e, soprattutto in Venezuela, si sono acutizzate le contraddizioni, lo scontro e la polarizzazione sociale, non si è fermata la costruzione rivoluzionaria espressa fondamentalmente nei comuni [2], con l’appoggio dello Stato Rivoluzionario.

I tre progetti che si sono proposti di andare oltre le relazioni capitaliste nel lungo periodo, sono quelli rimasti in piedi. Questo è indice del fatto che la battaglia strategica del nostro tempo è la difesa di quei processi.

La fase in cui entra il ciclo progressista si caratterizza quindi per una guerra di posizione in cui la sinistra deve fare una buona diagnosi e un bilancio del breve ciclo di sconfitte elettorali, di quello che è successo in Brasile, e in generale del riflusso nella capacità di resistenza e mobilitazione politica delle forze di sinistra nel continente.

 Ma quali sono le caratteristiche di questa nuova tappa del ciclo progressista? Che caratteristiche si delineano nel Capitalismo Offshore del XXI secolo?

Nuova destra: Questa nuova destra è una destra senza progetto. Finora nessuno dei governanti di destra è riuscito a materializzare un progetto politico anti-postneoliberista che abbia quagliato. Né Uribe in Colombia, né Piñera in Cile, né Peña Nieto in México. Non c’è un progetto, ma c’è una costruzione del discorso approfittando delle debolezze e degli errori commessi dai governi di sinistra. Macri come governante dell’Argentina è la prova del fuoco per la destra offshore. Questa destra avanza fin dove può con l’obiettivo di massimizzare lo sfruttamento del lavoro e la concentrazione di ricchezza, e retrocede nella misura in cui si intacca la sua legittimità e potenza elettorale.

Perché è nuova? E’ nuova perché fa un discorso –anche testato da inchieste e consultazioni- più modernizzatore verso l’esterno, anche se, nel caso dell’Argentina, difende genocidi e torturatori delle dittature civico-militari [3], fanno un discorso sui diritti umani. Anche se in cuor loro sono conservatori e retrogradi (come dimostrano diverse dichiarazioni) accettano – o almeno non mettono in discussione per ora- i diritti civili come ad esempio la legge sul matrimonio paritario e altre. Non si presentano così apertamente come in passato con la croce e la spada in mano, ma fanno appello allo strumento disciplinante della depoliticizzazione delle masse. Ed ecco il perché dei palloncini colorati usati nelle campagne elettorali invece delle bandiere e degli slogan.

Nuova struttura delle classi sociali: I governi progressisti hanno redistribuito la ricchezza senza politicizzazione sociale (affermazione non del tutto valida per il nocciolo duro bolivariano, che però pure spiega parte dei problemi che vivono questi processi). Le classi medie di origine popolare, per elevare i loro livelli di rendita e consumo, non trovano altra alternativa che l’american way of life, o cultura dello shopping. Il ciclo progressista non è riuscito a sconfiggere l’egemonia del capitalismo sul piano culturale. E una volta che le classi popolari raggiungono livelli di consumo che fino a poco prima erano appartenuti ad altre classi sociali, finiscono per interiorizzare le preferenze politiche di queste altre classi sociali. La classe torna quindi al centro della disputa politica in questa nuova fase del ciclo progressista, ma senza che l’alternativa postneoliberista si sia trasformata in un’alternativa anticapitalista o socialista.

Nuove vie di restaurazione egemonica del capitale o della forza social-politica dell’oligarchia finanziaria: I golpe in Honduras, Paraguay e Brasile dimostrano, come affermano Flax e Romano (2016), che “il disegno istituzionale dei nostri sistemi politici formalmente democratici e rappresentativi continua ad essere permeabile alla capacità di dominio dlle minoranze privilegiate: ormai non sembra neanche necessario e adeguato usare la forza per togliere il potere dello Stato a governi che risultano scomodi”.

Non è stato necessario neanche usare la violenza organizzata o l’insurrezione armata del popolo per togliere i governi ai neoliberisti degli anni ’90 e dei primi anni 2000. Le forze social-politiche che sono riuscite a esprimere i processi di resistenza e lotta del ciclo della ribellione degli anni ‘90 sono arrivati al governo per mezzo dei voti. Vale a dire che in quei momenti di crisi organica o di egemonia, l’oligarchia finanziaria perde il comando degli apparati statali e il regime democratico borghese permette l’ascesa dei governi popolari, così come ora per quella strada arrivano i governi restauratori o di destra. Le nostre rivoluzioni o riforme pacifiche, e per questo graduale e incomplete, possono vedersi prese nella trappola delle elezioni democratiche e della libera espressione. E’ il dilemma di costruire il socialismo dentro le forme di un capitalismo democratico [4] e in un solo paese.

Ai golpe tradizionali si aggiungono i cosiddetti golpe soft, con l’intervento imperialista di ONG che cercano di dare impulso a “primavere latinoamericane”, canalizzando fondi della USAID, NED o del Dipartimento di Stato, in molti casi (come quello boliviano) di fondazioni di destra come la Konrad Adenauer tedesca.

Radicamento del parassitismo finanziario: Come mostra Jorge Beinstein, si rafforza la tendenza alla finanziarizzazione, tendenza che si veniva esprimendo dall’inizio del millennio, che mostra una stasi instabile tra il 2009 e il 2013, e anche se dopo il 2014 si sgonfia, in dicembre del 2015 quasi triplicava i derivati globali del 1998 [5]. Si può quindi confermare come siano intrinsecamente legati il radicamento della finanziarizzazione dell’economia e la decadenza e decomposizione del sistema nel suo insieme.

D’altro canto, Beinstein agggiunge che “la finanziarizzazione integrale dell’economia fa sì che la sua contrazione comprima, riduca lo spazio di sviluppo dell’economia reale” (Beinstein, 2016: p. 3). Questo colpisce senza dubbio quegli spazi ai quali le esperienze postneoliberiste destinavano parte della loro produzione per ottenere divise con le quali finanziare, a loro volta, lo sviluppo interno.

Nuovo terrorismo mediatico: La Guerra di IV Generazione condotta dall’ imperialismo svolge un ruolo cruciale in questa nuova fase del ciclo progressista. In molti casi i mezzi di comunicazione di massa in mano ai privati integrano i partiti politici di destra, sostituendoli direttamente quando questi sono molto screditati, portando a buon fine il loro stesso ruolo di ariete contro i governi di sinistra, costruendo matrici di opinione che ruotano sulla corruzione, il narcotraffico, insicurezza cittadina o incapacità politica come elementi centrali. Così lo stato maggiore congiunto dell’oligarchia finanziaria è costituito dagli agenti dell’imperialismo e dalle corporazioni imprenditoriali e mediatiche.

La lotta di classe ha un’espressione fondamentale nello spazio pubblico mediatico, specialmente nei social network, che diventano un campo di battaglia come abbiamo potuto osservare durante le campagne elettorali in Argentina, Venezuela e Bolivia, come pure legittimando il golpe mafioso di Temer e dell’insieme della destra in Brasile.

Già lo scrisse Gene Sharp, uno degli ideologi del golpe soft: “La natura della guerra nel XXI secolo è cambiata (…) Noi combattiamo con armi psicologiche, sociali, economiche e politiche [6]”. E’ per questo che è impossibile comprendere questa nuova fase del ciclo progressista senza analizzare il ruolo dei grandi mezzi di comunicazione come arma psicologica del Capitalismo Offshore. Il lupo si veste da agnello.

Nuova intellettualità: In maniera complementare ai mezzi di comunicazione, la destra è andata costruendo un sottoproletariato intellettuale necessario per costruire la sua narrazione, per frammentare il popolo e farlo diventare individui “cittadini” consumatori, sfumando la lotta di classe e ammortizzando le misure shock della nuova destra. Sono gli eredi del postmodernismo e della new age che hanno addolcito o mascherato l’effimero trionfo ideologico del capitale dopo la caduta della parte socialista con il racconto sulla fine dei grandi racconti totalizzatori, nonostante la ridondanza. Attualmente riescono a captare parte della gioventù con nuove forme di ribellione light che non mirano a mettere in discussione le contraddizioni né le ingiustizie strutturali del sistema.

Nuove forme di distruzione capitalista: i soggetti della restaurazione neoliberista non operano o hanno operato solo nei paesi con governi progressisti. Dove la sinistra è opposizione accadono orrori inimmaginabili, la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa in Méssico, la scomparsa selettiva di militanti e referenti popolari in Colombia, o l’assassinio della dirigente indigena honduregna Berta Cáceres sono alcuni tra i tanti esempi della quantità di distruzione umana, sociale e di beni comuni a cui il capitalismo può arrivare pur di mantenere o aumentare il tasso di profitto. Anche se ciò costituisce una lotta storica del capitale – per fermare la tendenza inevitabile all’abbassamento del tasso d’interesse- l’orrore che produco trova nuovi labirinti.

Nuove forme di disintegrazione e d’imperialismo: 10 anni dopo la sconfitta dell’Área di Libero Commercio per le Americhe (ALCA), l’Alleanza del Pacifico (AP) spunta come un pericolo che cerca di rovinare ed erodere gli strumenti dell’integrazione latinoamericana, pericolo ancora maggiore dell’ALCA nella misura in cui l’AP si introduce anche nell’ambito dell’integrazione politica e non solo in quella economica del libero commercio. L’AP è uno strumento di disintegrazione complementare all’Accordo Strategico Trans-Pacifico di Associazione Economica (TPP), che già vede la presenza degli Stati Uniti, oltre a contare un inizio con il Cile come doppio perno tra la AP e il TPP, e cerca di frenare la crescente influenza geopolitica della Cina.

Nuova geopolitica continentale: Però ci sono motivi di speranza, il mondo multipolare è già qui e Nuestra America gioca un ruolo centrale in esso. Il declino dell’egemonia statunitense, insieme al ruolo sempre più ambiziono di Cina e Russia nel tabellone geopolitico genera condizioni più favorevoli per la lotta per l’indipendenza e la sovranità. L’America Latina diventa un referente come zona di pace nell’avanzamento della fine del conflitto armato in Colombia. La Pace con la giustizia sociale e la partecipazione politica dell’insorgenza non è un fatto, ma è un orizzonte visibile che ci incoraggia a continuare ad andare avanti. Il cambio di rotta degli Stati Uniti che ha ristabilito le relazioni con Cuba, che dovrebbero condurre a una normalizzazione delle stesse una volta che sia tolto il bloqueo contro l’isola, o l’ingresso dlla Bolivia come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono elementi che permettono di visualizzare un nuovo tabellone geopolitico nel quale giocare questa guerra di posizione contro il Capitalismo Offshore. In questo senso la battaglia strategica passa per la difesa delle posizioni avanzate conquistate: i governi rivoluzionari.

Che fare?

Dobbiamo farci la stessa domanda che si faceva Lenin nel 1902, su quale sia la strategia che debba guidare le sinistre latinoamericane e caraibiche in questo momento storico, in questa congiuntura politica che ci è toccato di vivere.

Per questo, come ci indica Álvaro García Linera (2016), ci è più utile il Lenin che già aveva fatto la rivoluzione e governato, il Lenin che nel 1921 faceva autocritica e scriveva: “Abbiamo commesso l’errore di voler passare immediatamente alla produzione e distribuzione comunista. E’ inevitabile passare dalla tattica dell’assalto diretto a quella dell’assedio, della gradualità, del circondare”.

Quel che è certo è che siamo entrati in un nuovo periodo di lotte difensive, e se capiamo che la storia, come ci ha insegnato Marx, va per ondate, anche le rivoluzioni hanno momenti ascendenti e discendenti. In quel senso è necessario tornare ad accumulare politicamente e socialmente per una seconda ondata che necessariamente deve nascere dal nocciolo duro bolivariano, Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador, affiancati da Nicaragua e Salvador.

Perciò diciamo ancora una volta che la strategia fondamentale delle lotte dei popoli in questo momento di flessione in cui ci troviamo passa attraverso la difesa di quelle varie esperienze mediante le quali si sviluppa la rivoluzione in quel nocciolo duro. Dobbiamo cercare di creare uno scudo protettore affinchè possano continuare a crescere le esperienze di costruzione di potere popolare che costituiscono la rivoluzione silenziosa e meno conosciuta delle basi rivoluzionarie, con la cognizione che solo mantenendo i governi rivoluzionari si può continuare a costruire, malgrado tutti i sacrifici che i processi rivoluzionari implicano.

Tornando a Lenin, il rivoluzionario russo affermava che la base per la costruzione del socialismo era “soviet + elettricità”. In quel senso, il programma politico che dobbiamo costruire in questa nuova tappa del ciclo progressista passa attraverso una formula simile. I nostri soviet sono il potere popolare, la formazione politica, la creazione di nuove leadership e di un’etica rivoluzionaria incorruttibile. E la nostra elettricità è l‘efficienza e la tecnica nell’individuare percorsi produttivi alternativi a quelli che ci segnalano i capitalismi parassitari e dipendenti, che mirino a risolvere le necessità immediate dei nostri popoli e a costruire nuove forme e mezzi di comunicazione se vogliamo rompere l’egemonia del capitalismo nell’ambito della cultura.

Infine, riprendere il sentiero rivoluzionario della critica e dell’autocritica costruttiva, genuina e dall’interno, ci dará la forza per riprendere l’iniziativa popolare, correggendoci tempestivamente nel nocciolo duro di Nuestra America, e ripensando le forme di organizzazione e delle lotte popolari in quei territori in cui siamo passati alla resistenza e alla difesa delle nostra conquiste storiche.

fonte: http://cubaendefensadelahumanidad.blogspot.it/2016/09/cartografia-de-la-lucha-de-clases-en.html

traduzione di Rosa Maria Coppolino

Bibliografia

Hándal, Schafik (1990), “PCS: 60 Años Jóvenes en la Lucha por la Democracia y el Socialismo”, disponibile in https://www.marxists.org/espanol/handal/1990/001.htm

Zavaleta Mercado, René (1983). “Cuatro conceptos de democracia” (La Paz: Juventud)

Viaña, Jorge (2006), “Crisis estatal y democracia en Bolivia 2000 – 2006: un estudio de fondo”, disponibile in http://www.rebelion.org/noticias/2006/9/37843.pdf

Mazzeo, Miguel (2014) “Desde adentro, desde abajo”, prólogo a Teruggi, Marco (2015) Lo que Chávez sembró. Testimonios desde el socialismo comunal (Bs. As.: Ed. Sudestada)

Flax, Sabrina; Romano, Silvina; Vollenweider, Camila (2016), “Golpes Siglo XXI: Nuevas estrategias para viejos propósitos. Los casos de Honduras, Paraguay Brasil”, disponible en http://www.celag.org/golpes-siglo-xxi-nuevas-estrategias-para-viejos-propositos-los-casos-de-honduras-paraguay-brasil-por-sabrina-flax-silvina-romano-y-camila-vollenweider

Borón (2000) Tras el Búho de Minerva. Mercado contra democracia en el capitalismo de fin de siglo (Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica)

García linera, Álvaro (2016) Conferencia magistral: “Del estado y la revolución al estado de la revolución en Lenin”, disponible en https://www.youtube.com/watch?v=2Elvk2NlPMk

* Il presente testo è l’epilogo del libro “Desde abajo, desde arriba. De la resistencia a los gobiernos populares: escenarios y horizontes del cambio de época en América Latina”, di imminente pubblicazione da parte della Editorial Caminos di La Habana, Cuba.

1 Abbiamo spiegato nel capitolo 2 le caratteristiche che assume il capitalismo negli ultimi decenni, caratteristiche che mostrano l’inizio di una fase di decomposizione del sistema di accumulazione del capitale, tendenza di lungo periodo che non impedisce il suo sviluppo deforme. Si deve tener conto che decomposizione non è sinonimo di scomparsa, ma fa riferimento alla difficoltà di riproduzione nelle relazioni che gli sono propri, processo che può durare ancora secoli.

2 Attualmente (luglio 2016) esistono 1.567 Comuni che riuniscono 46.118 Consigli Comunali secondo il conteggio dei comuni pubblicato dal Ministero del Potere Popolare per i Comuni e i Movimenti Sociali. Si può visitare il sito http://consulta.mpcomunas.gob.ve/index.php . Questi numeri sono quelli dell’inizio della pagina del 5 luglio 2016, ma sono in modifica permanente a misura che cresce la quantità di comuni e consigli comunali.

3 I legami con le dittature civico-militari sono diretti in alcuni casi, come le relazioni economiche della famiglia imprenditrice di Macri che si è arricchita con gli appalti statali insieme ai gruppi economici che facevano parte della cosiddetta “patria finanziaria”. Inoltre, è visibile la partecipazione di militanti difensori dei genocidi nelle azioni della nuova destra in Argentina e tra i deputati che hanno votato a favore dell’impeachment in Brasile.

4 Utilizziamo il concetto di “capitalismo democratico” perché, come spiegava Atilio Borón, l’espressione “democrazia capitalista” è un’espressione equivoca perchè presuppone che in detta forma statale l’essenziale sia la componente democratica mentre il carattere capitalista è appena una tonalità che modifica in modo accesorio il funzionamiento della democrazia. Le democrazie nel capitalismo contemporaneo sono ‘capitalismi democratici’, nei quali l’essenziale è il carattere capitalista di una formazione sociale e della sua espressione politica, mentre accessoria, prescindibile, scartabile è la democracia. Il primo, il capitalismo, ricordava von Hayek, è una necessità; la democrazia, invece, è una convenienza, sempre e quando non alteri il funcionamiento di quello. (Borón, 2000: 161-164).

5 “In dicembre del 1998 i derivati globali arrivavano a circa 80 bilioni di dollari equivalenti a 2,5 volte il Prodotto Lordo Globale di quell’anno, in dicembre del 2003 raggiungvano i 200 bilioni di dollari (5,3 volte il PLG) e a metà del 2008, in piena euforia finanziaria, sono balzati a 680 bilioni (11 volte il PLG), la recessione del 2009 li ha fatti cadere: a metà di quell’anno si erano ribassati a 590 bilioni (9,5 volte il PLG). Era finita l’euforia speculativa e a partire da allora le cifre nominali si sono fermate o sono salite molto poco riducendo la loro importanza rispetto al Prodotto Lordo Globale: in diciembre del 2013 erano intorno ai 710 bilioni (9,3 volte il PLG) e luego c’è stato il grande sgonfiarsi: 610 bilioni in dicembre del 2014 (7,9 volte il PLG) per cadere in dicembre del 2015 a 490 bilioni (6,2 volte il PLG)”.

6 Citato in http://www.telesurtv.net/news/Latinoamerica-sigue-siendo-el-blanco-de-los-golpes-blandos-20150822-0012.html

Sorgente: America Latina: Postneoliberismo vs Capitalismo offshore | Contropiano

Gramsci. Debolezza del capitalismo italiano e soluzione fascista

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Il discorso alla Camera di Gramsci sulla natura del fascismo, il 16 maggio 1925 alla Camera, nell’unico suo discorso parlamentare, mentre si discuteva la legge per la soppressione delle società segrete, diretta in primo luogo contro la massoneria, ma in realto contro ogni opposizione, man mano che queste venivano spinte fuori dai margini della “legalità”.

*****

Gramsci: “Il problema è questo: la situazione del capitalismo in Italia si è rafforzata o si è indebolita dopo la guerra, col fenomeno fascista? Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico-massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel giolittismo?

Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè la impossibilità per la borghesia di creare in Italia una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la mano d’opera esuberante.

In secondo luogo la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi la impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa.

Terzo, la questione meridionale, cioè la questione dei contadini, legata strettamente al problema della emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere… [Interruzioni].

Il significato dell’emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l’alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta ad emigrare…

Noi abbiamo una nostra concezione dell’imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l’imperialismo italiano è consistito solo in questo: che l’operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l’Italia è solo stata un mezzo dell’espansione del capitale finanziario non italiano.

Voi vi sciacquate sempre la bocca con le affermazioni puerili di una pretesa superiorità demografica dell’Italia sugli altri paesi; voi dite sempre, per esempio, che l’Italia demograficamente è superiore alla Francia. È una questione questa che solo le statistiche possono risolvere perentoriamente ed io qualche volta mi occupo di statistiche; ora una statistica pubblicata nel dopoguerra, mai smentita, e che non può essere smentita, afferma che l’Italia di prima della guerra, dal punto di vista demografico, si trovava già nella stessa situazione della Francia dopo la guerra; ciò è determinato dal fatto che l’emigrazione allontana dal territorio nazionale una tal massa di popolazione maschile produttivamente attiva, che i rapporti demografici diventano catastrofici. Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte di popolazione passiva che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia.

È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l’emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare.

I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani specialmente nel Mezzogiorno.

Il programma non ha avuto successo. Nell’Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese-proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative: nell’Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri… [Interruzione del deputato Greco].

Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta l’Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire del Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: ottocentomila lettori sono anch’essi un partito.

[Voci “Meno…”. Mussolini “La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!].

Gramsci: Il Corriere della Sera non vuole fare la rivoluzione.

[Farinacci: Neanche l’Unità!].

Gramsci: Il Corriere della Sera ha sostenuto sistematicamente tutti gli uomini politici del Mezzogiorno, da Salandra ad Orlando, a Nitti, ad Amendola; di fronte alla soluzione giolittiana, oppressiva non solo di classi, ma addirittura di interi territori, come il Mezzogiorno e le isole, e perciò altrettanto pericolosa che l’attuale fascismo per la stessa unità materiale dello Stato italiano, il Corriere della Sera ha sostenuto sempre un’alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio.

L’una e l’altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le “conquiste” del Risorgimento.

Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia capitalistica avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La “rivoluzione” fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale”.

(16 maggio 1925)

thanks to: Contropiano

Capitale finanziario e antisemitismo

Ogni settimana prendono vita in Germania le cosiddette „manifestazioni del lunedì” all’insegna della protesta contro le malefatte del capitale finanziario e, più concretamente, dei suoi rappresentanti nella BCE, nel FMI e soprattutto nelle congregazioni mafiose che fanno capo a Rockefeller, a Soros e ad altri meno conosciuti malfattori.

Questi signori non si limitano a speculare al rialzo sul prezzo del grano, a spingere alla rovina le economie dei paesi sottosviluppati distruggendone –ove si presenti l’occasione- la stabilità finanziaria, a convincere le oligarchie degli stati satelliti a spendere miliardi per armarsi fino ai denti, ma si arrogano anche il diritto di influenzare la scelta dei candidati alle più alte cariche politiche che, una volta nominati, si sentiranno in dovere di assecondare i desideri ”… anzi gli ordini dei loro “benefattori”.

Per i finanzieri che comandano a Washington, il presidente degli USA è soltanto un attore cui si richiedono bella presenza e loquacità, un impiegato che potrà sperare di venir rieletto solo se i giornalisti-mercenari dei grandi mezzi d’informazione (di proprietà dei suddetti finanzieri) avranno la bontà di lodare il loro saggio operato in difesa della “democrazia”, una democrazia che, per i popoli del terzo mondo significa soltanto sanzioni, guerra e massacri mirati o indiscriminati  a seconda dei casi o delle convenienze.

Non sarà fuori luogo ricordare che questi impiegati avranno la certezza di rimanere in vita soltanto quando, a differenza di quanto Lincoln in tempi lontani, e più recentemente Kennedy, si asterranno dal compiere “atti inconsulti”. Fino a quando cioè essi rispetteranno scrupolosamente la proprietà privata della famiglia Rockefeller sulla Federal Bank, una banca che emette moneta sopportando i costi di carta e inchiostro e addebitando il valore nominale stampato sulle banconote al popolo nordamericano, e di conseguenza a tutte quelle nazioni che, per necessità o per corruzione dei loro governi, accettano il dollaro come moneta di riferimento.

Nessuno può oggi negare o dissimulare la mostruosità dei massacri consumati in epoca recente dai burattini politici assoldati dal capitale finanziario:  Vietnam, Libano, Nicaragua, 11 settembre 2001, Afghanistan, Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria. A milioni ammontano le vittime cadute sull’altare del dollaro … in difesa dei presunti valori della libertà e della democrazia.

Solo qualche tanto ingenuo quanto accanito telespettatore o lettore della “libera stampa” può nutrire ancora qualche dubbio su questo punto.

Ecco allora che una banda di provocatori non potendo negare l’evidenza dei fatti, e volendo confondere le acque con l’obiettivo di nascondere le responsabilità dei criminali sin qui descritti, avendo scoperto che alcuni di essi sono di religione (si fa per dire) ebraica, si rivolgono trionfanti agli organizzatori delle manifestazioni del lunedì con l’infamante accusa di antisemitismo.

Ma chi è davvero antisemita? È davvero antisemita chi crede di poter assolvere gli assassini nel loro insieme perché alcuni di loro sono ebrei? O non è proprio questa, al contrario, una manifestazione del peggior antisemitismo? Non è di fatto antisemita chi pretende di far ricadere su tutti gli ebrei le colpe della finanza internazionale e del razzismo omicida di Israele?

Ad una persona dotata di normale buon senso vien instillata l’idea che, non solo agli ebrei “tutto” è concesso, che essi perseguono finalità criminali e che addirittura l’ordine costituito non permetta di condannare i comportamenti di una qualsiasi cosca mafiosa… se a far parte di essa c’è un ebreo. Il loro ragionamento: siccome Frankenstein è ebreo, allora non è permesso criticarlo.

Questi sedicenti nemici dell’antisemitismo, stanno in realtà non solo dando attendibilità alle tesi dei “protocolli” ma li stanno superando in perversione e raffinatezza.

Dr. phil. Milena Rampoldi – ProMosaik e.V.

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