Cellule Immunoregolatorie: Possono essere utilizzate per il trapianto?

Seguendo il percorso traslazionale delle cellule CAR T in oncologia, gli scienziati stanno preparando cellule immunoregolatorie e mirando ad una tolleranza durevole nel trapianto.

  • La terapia cellulare T con recettore dell’antigene chimerico (CAR) viene utilizzata con successo in clinica per trattare alcune forme di cancro.
  • Diversi prodotti cellulari sono attualmente in fase di studio nel campo dei trapianti, tra cui cellule T regolatorie (Treg) specifiche del donatore, Treg policlonali espanse, cellule dendritiche regolatorie e cellule stromali mesenchimali.
  • Sperimentazioni cliniche hanno iniziato a dimostrare che è possibile espandere e consegnare Tregs in modo sicuro. Questi primi risultati stanno attraendo molteplici gruppi di ricercatori nel campo della terapia cellulare.

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Malato di cancro in condizioni critiche prigioniero in carcere israeliano

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Ramallah-PIC. Un rapporto palestinese ha avvertito che le condizioni di salute del prigioniero Yaser Rabai’ah, che soffre di cancro al colon, hanno raggiunto una fase critica.

Il rapporto, che è stato rilasciato dalla Commissione palestinese per gli affari dei detenuti e degli ex-detenuti, ha dichiarato che il prigioniero Rabai’ah è stato trasferito nel carcere di Ashkelon come preparativo per il suo trasferimento all’ospedale Barzilai, dove riceverà la chemioterapia.

Secondo il rapporto, Rabai’ah è esposto a negligenza medica nelle carceri israeliane e subì un intervento chirurgico per rimuovere parte del suo fegato nel 2007.

Il prigioniero, che è in detenzione dal 2001, sta scontando l’ergastolo.

thanks to: Infopal

Il Glifosato causa il cancro, Bayer Monsanto condannata negli USA e il titolo perde l’11% in borsa.

Bayer Condannata Roundup grano tumore giardiniere

Dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, l’erbicida glifosato, commercializzato con il nome di Roundup, è passato nelle mani del colosso della farmaceutica tedesco. E così, oltre ai profitti, alla Bayer condannata arrivano anche le richieste di risarcimento.

Sono migliaia in tutto il mondo i giardinieri e i coltivatori che sostengono di aver contratto malattie molto gravi a causa del prodotto. Tra questi Dwayne Johnson, giardiniere californiano, che ha messo sotto accusa il prodotto, sostenendo che gli avrebbe causato un cancro alla pelle.

Dopo una prima sentenza favorevole a Johnson, arrivata in agosto, ieri il verdetto è stato confermato in appello.

Bayer condannata per l’erbicida glifosato Roundup

Come abbiamo visto qualche mese fa, DeWayn “Lee” Johnson è un giardiniere americano di 46 anni, con un cancro alla pelle in fase terminale. Secondo l’accusa, la malattia sarebbe derivata dal contatto diretto con l’erbicida glifosato. Leggi la sua storia qui: https://www.ambientebio.it/societa/allerte-alimentari/marche-di-birra-glifosato-elenco/

Quando lavorava come custode in California, per un malfunzionamento del suo innaffiatore, Johnson si è completamente inzuppato con il RoundUp. Questo avrebbe provocato lo sviluppo di un linfoma non-Hodgkin, diagnosticato nel 2014. Monsanto era stata quindi chiamata in causa: in primo grado, il tribunale di San Francisco ha stabilito un risarcimento di 289 milioni di dollari in favore del giardiniere.

Bayer ha fatto successivamente appello, sostenendo che non ci sono prove tra la malattia dell’uomo e il diserbante. La giudice d’appello, Suzanne Ramos Bolanos, ha confermato ieri la condanna, ma ha ridotto a 78,5 milioni di dollari il risarcimento.

“Dal momento che non esistono prove di una possibile spiegazione alternativa alla malattia, la giuria si è sentita libera” di stabilire che il RoundUp “è un fattore sostanziale nel causare il cancro”, ha spiegato Bolanos.

Dwayne Johnson a questo punto potrebbe non accettare la cifra. Se questo succederà, entro il 7 dicembre di quest’anno sarà avviato un nuovo processo.

bayer condannata glifosato roundup

Il legale del giardiniere: “Riduzione ingiustificata”

Il legale del giardiniere, Brent Wisner, ha commentato così la sentenza d’appello:

«Crediamo che la riduzione del risarcimento sia ingiustificata: ora valuteremo le nostre opzioni. Siamo lieti però che la corte non abbia modificato il verdetto: le prove presentate a questa giuria sono state, francamente, travolgenti».

Wisner ha aggiunto che questa sentenza sarà solo “la punta dell’iceberg” per Bayer. Sono migliaia infatti le persone che accusano l’erbicida glifosato di aver causato gravi danni alla salute.

Sono 8.700 le persone che hanno querelato Monsanto, e quindi Bayer. Tutte sostengono che il glifosato sia causa del loro cancro. Se Bayer venisse condannata per tutte queste cause in corso, con cifre simili al risarcimento di San Francisco, la società dovrebbe sborsare circa 680 miliardi di dollari di danni. Nei prossimi anni, quindi, le battaglie legali si moltiplicheranno.

Tra loro c’è anche l’italiano Fabian Tomasi, che ha raccontato la sua storia alle Iene:

D’altronde, Bayer è abituata alle denunce. Sono 24.300, per esempio, i querelanti che mettono sotto accusa Xarelto, anticoaugulante prodotto da Bayer, che provocherebbe emorragie e persino la morte. Altre 17mila cause sono state avviate contro Essure, anti-concezionale, che causerebbe depressione e isterectomia.

In tutti questi casi, come per l’erbicida glifosato, la Bayer condannata, sostiene di non avere responsabilità.

Scopri tutte le informazioni necessarie sul glifosato e su dove puoi trovarlo nei prodotti di uso quotidiano, con i nostri articoli:

La difesa dell’erbicida glifosato: “La condanna non è supportata da prove”

Secondo i legali della Bayer, la giudice Bolanos non avrebbe sufficienti prove per dimostrare che il RoundUp sia causa del cancro del signor Johnson.

La società ha infatti commentato:

«La decisione della corte di ridurre il risarcimento è un passo nella giusta direzione, ma continuiamo a ritenere che la condanna non sia supportata da prove».

Il vicepresidente della Monsanto, Scott Partridge, ha inoltre dichiarato che “la giuria ha sbagliato” e che la società avrebbe sempre dimostrato la sicurezza dell’erbicida glifosato, impiegato – ricorda Partridge – da più di 40 anni.

Crollo in Borsa per la Bayer condannata dopo la sentenza

Immediatamente dopo la nuova sentenza di condanna, Bayer ha avuto un crollo in Borsa. A Francoforte, il titolo ha perso subito l’8,5 per cento del suo valore. Il colosso farmaceutico è arrivato fino a -11%, prima di risalire, comunque in calo, in torno al -8/9 per cento.

Il verdetto, anche se riduce di molto il risarcimento, mette quindi in dubbio la posizione di Bayer sui mercati. Secondo alcuni analisti, i problemi legati all’erbicida glifosato non sono “destinati a sparire, per ora”.

Come spiega Ian Hilliker, analista finanziario di Jefferies, la cifra del risarcimento “è in ogni caso alta per Bayer. E l’incertezza sul risultato finale e sul prezzo finale da pagare peserà sui titoli di Bayer nei prossimi mesi”.

Fonte: ambientebio

thanks to: UnUniverso

Fermiamo il cancro CETA

La protesta contro l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada ha portata continentale

stop-ttip-italia.net
Il 21 settembre il CETA ha compiuto un anno dalla sua entrata in vigore provvisoria, che ha fatto cadere oltre il 90% dei dazi in vigore e, a fronte di una crescita delle poche imprese esportatrici verso il Canada in linea con quanto ottenuto negli anni precedenti senza il CETA, ha messo al lavoro la ventina di Comitati riservati che stanno lavorando ai fianchi regole e standard importanti per la nostra salute e sicurezza. Per questo in Germania, Francia e anche in Italia, a Milano e Udine, oggi sabato 29 settembre migliaia di cittadini europei torneranno a farsi vedere e sentire per chiedere lo stop definitivo a questo e a tutti  i brutti fratelli del CETA.
In un’impeto promozionale, rispetto a un trattato che non vince a livello commerciale, e non convince a livello di diritti, la commissaria europea al commercio Cecilia Malmstrom è volata dal ministro al Commercio canadese Jim Carr per lanciare insieme, come grande passo avanti, l’inserimento nel testo del CETA di un passaggio in cui le parti si impegnano “Promuovere il sostegno reciproco delle politiche commerciali e climatiche”, in riferimento al loro impegno nei confronti dell’accordo di Parigi. Peccato che, come rilevato anche da autorevoli esperti, questi impegni come quelli già presenti nel capitolo del trattato dedicato allo Sviluppo sostenibile, sono pure parole senza impegni numerici ne’ meccanismi di controllo e sanzione nel caso non venissero rispettate.
Nel frattempo, invece, come abbiamo avuto modo anche di denunciare con questo Documento consegnato al Governo italiano nella seconda riunione della Task Force istituita presso il Mise per valutare opportunità e problemi dei negoziati commerciali in corso, i Comitati istituiti dal CETA attaccano standard e regole su temi importanti come pesticidi, Ogm e glifosate.
Come si può leggere nell’appunto, infatti, il 18 gennaio 2018 il Comitato sulla Cooperazione regolatoria (RCF) costituito dal trattato ha pubblicato una Call to action in cui chiunque poteva presentare una lista di proposte su regole diverse tra Europa e Canada da avvicinare nel futuro non in parlamento ma nell’ambito del Comitato stesso .
Il 27-28 Marzo nel primo Comitato sulla sicurezza sanitaria e fitosanitaria il Canada ha chiesto all’Europa di motivare formalmente il differente trattamento del glifosato in alcuni Paesi UE  come l’Italia, in cui ne è parzialmente vietato l’uso, poi il mancato rinnovo da parte dell’UE della commercializzazione per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici, oltre all’annosa questione dei MRL (livelli residui dei pesticidi) tra i livelli tollerati in Eu, nei diversi Paesi e quelli (più di larga manica) protetti dal Codex Alimentarius.

Il 26 Aprile 2018 nel primo Dialogo sull’Accesso al mercato del biotech, reso obbligatorio dal CETA, il Canada ha espresso preoccupazioni sulle presunte “lungaggini burocratiche” che non permettevano una rapida autorizzazione dei loro Ogm in Europa. E sono solo pochi tra le decine di esempi che potremmo fare nel merito dell’impatto del CETA e dei suoi brutti fratelli sulla capacità dei nostri Paesi e dell’Europa stessa di difendere, di fronte
Per questo oggi 29 settembre in Germania, Francia, Madrid e per l’Italia a Milano e Udine  si terranno oltre 100 iniziative di protesta e sensibilizzazione contro il CETA e gli altri trattati.
A Milano il Comitato Stop TTIP/Stop CETA darà vita a una “Ruota della sfiga” in diretta Facebook dalla fabbrica recuperata RiMaflow. Qui il link con tutte le informazioni sull’evento di Milano: Link Qui il link per la diretta alla pagina Fb del Comitato di Milano: Link
A Udine il Comitato Stop TTIP/StopCETA organizza una conferenza stampa insieme a Coldiretti e Banca Etica per denunciare che c’è anche un formaggio friulano tra i falsi made in Italy causati dal CETA.
Ma l’autunno caldo dei Trattati tossici è appena cominciato: la ex relatrice delle Nazioni Unite per il diritto all’acqua, la canadese Maude Barlow, premio Nobel alternativo nel 2005 e co-fondatrice della più antica organizzazione ambientalista canadese Council of Canadians sarà in Italia il 15 e 16 ottobre nostra ospite a Roma per incontrare istituzioni e associazioni e unirsi alla nostra richiesta al Governo italiano e al Parlamento Europeo di fermare al più presto il CETA.

Notizia del:

Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini!

 

Il portale svizzero di informazione progressista, sinistra.ch, riporta un interessante articolo scritto da Vittorio Zucconi sul quotidiano ‘La Repubblica’ nel 1993

da sinistra.ch

Riportiamo, ritenendolo interessante nel contesto di tensione sulla penisola coreana, questo articolo di Vittorio Zucconi, uscito sul quotidiano italiano “LaRepubblica” il 21 giugno 1993.
LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.

“Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente”.

Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.

Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.

Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.

Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam. Eppure Clinton sta meditando di autorizzare altri quattro test nucleari, entro il 1996. Come tutto quel riguarda l’atomo, anche di questo orrore non v’ è segno visibile altro che nelle conseguenze. Bisogna cercare gli effetti nella famiglia Laird, distrutta dalla ricaduta della bomba ‘Harry’ (ogni esperimento aveva un suo nome, Harry, Bob, Frank, John, per umanizzarlo. Anche quella che distrusse Hiroshima era detta simpaticamente ‘Fat Boy’, ciccione).

L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.

Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.

Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.

A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’ . Quella stessa morte che uccise anche John Wayne e tutta la gente che lavorava con lui sul set di un western realizzato da queste parti. Nessuno della troupe di quel film girato accanto al poligono nucleare è scampato. Tutti sono morti qualche tempo dopo aver lavorato qui per

4 settimane, tutti di cancro al polmone. Dissero che erano le sigarette.

Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.

Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.

“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’ America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.

Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.

La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.

Vedo nel deserto resti di enormi gabbie, come grandi voliere sparse qua e là. Erano le gabbie per gli animali collocate a varie distanze dal “ground zero”. I più vicini venivano polverizzati. I più sfortunati, quelli più lontani, vivevano un giorno o due. Reason Wareheim, un ex Marine di servizio nel Poligono che oggi ha 67 anni ed è sopravvissuto a un tumore al polmone, ricorda ancora le grida e gli ululati strazianti di quelle bestie, lasciate a morire sotto il cielo del deserto. Sopravvivevano solo scorpioni e scarafaggi. Bisognava farlo. C’era la Guerra Fredda. Stalin e Kruscev. Budapest e Cuba. Il giorno dell’Olocausto atomico sembrava inevitabile, imminente. Gli esperti parlavano di “deterrenza” nucleare fra Usa e URSS per garantire la pace. Forse milioni di vite furono risparmiate. Certamente migliaia di vite furono consumate in silenzio, qui nel Selvaggio West della Bomba coperto dalla polvere portata dal vento del Nevada che lasciava in bocca “un sapore metallico, come leccare la lama di un coltello”. E il ‘fallout’ radioattivo arrivava sino a New York, dicono le carte segrete.

Racconta ancora Martha Laird: “Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perchè le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse”. Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.

Notizia del:

Sorgente: Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini! – World Affairs – L’Antidiplomatico

Pericolo radar per le popolazioni di dodici centri italiani

Le emissioni elettromagnetiche del radar Fadr (Fixed air defense radar) RAT 31-DL prodotto da Selex Sistemi Integrati (gruppo Leonardo-Finmeccanica), operativo in dodici installazioni dell’Aeronautica militare italiana, è pericoloso per la salute dell’uomo. A denunciarlo in un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Macerata, cinque residenti di Potenza Picena, il comune che ospita la 114^ Squadriglia radar remota e uno dei RAT 31-DL dell’Aeronautica militare.

 

All’esposto è allegato un dossier di oltre 500 pagine comprensivo degli studi sugli effetti biologici dovuti alle esposizioni ai campi elettromagnetici del radar, dei pareri di autorevoli esperti tra cui anche quello del Comitato tecnico che ha operato nell’inchiesta sui radar del poligono sardo di Salto di Quirra, dei documenti “circa l’inadeguatezza dei metodi di calcolo delle emissioni finora adottati dalle istituzioni per la tutela della salute pubblica e le possibili omissioni degli organi di controllo competenti”. In Procura è stato depositato anche il testo della risoluzione adottata da una ventina di studiosi di fama internazionale a conclusione del convegno medico-scientifico dal titolo Radar, radiofrequenze e rischi per la salute, organizzato il 20 aprile 2015 a Potenza Picena dall’ICEMS (International Commission for Electromagnetic Safety) e da alcune associazioni della società civile locali.

 

“Abbiamo messo in luce diverse scoperte scientifiche riguardanti il radar situato a Potenza Picena”, scrissero allora i docenti universitari e gli esperti partecipanti al convegno (tra essi i professori Massimo Scalia, Henry Lai, Livio Giuliani, Fiorenzo Marinelli, ecc.). “C’è un’alterazione della vitalità cellulare in cellule in coltura esposte al segnale radar in condizioni controllate (in una cella Tem), con l’attivazione dell’apoptosi per esposizioni di breve termine e con l’attivazione del segnale di sopravvivenza per cellule esposte per 48 ore; le cellule messe in coltura nelle case di Potenza Picena sotto il raggio del radar presentano le stesse alterazioni di quelle in vitro; in queste cellule esposte è avvenuta una metilazione del DNA che può essere responsabile del danno genetico sul lungo termine anche per bassi livelli di esposizione; lo studio epidemiologico relative al periodo 1986-1991 mostra un aumento significativo del rischio di tumore (1.6) e di infarto/ictus (1.4)”. In considerazione delle gravi evidenze riscontrate, l’équipe scientifica dell’ICEMS concluse “di sentirsi moralmente impegnata a dichiarare che il radar di Potenza Picena non può essere considerato sicuro per la popolazione e che dovrebbe essere spento o rimosso”.

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Pericolo radar per le popolazioni di dodici centri italiani

#StopGlifosato

I rappresentanti degli stati membri si riuniscono per decidere se prorogare l’autorizzazione all’uso del controverso erbicida in Ue

Glifosato

Accusato di essere ‘potenzialmente carcerogeno’ dall’Organizzazione mondiale della sanità e difeso dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, il glifosato è oggi sul tavolo dei rappresenti dei 28 stati Ue riuniti nel comitato competente in materia. In vista della decisione sul rinnovo dell’autorizzazione all’uso del controverso diserbante, la Commissione europea si dice pronta a proporre un compromesso.

Le preoccupazioni sul diserbante più venduto al mondo

Il diserbante, lanciato dalla Monsanto dal 1974 e ammesso in Europa dal 2002, è il più utilizzato al mondo per liberare i terreni agricoli dalle erbacce. Il prodotto è diffuso soprattutto nei paesi che permettono la coltivazione degli organismi geneticamente modificati, dal momento che le piante Ogm sono resistenti al glifosato e ne permettono l’utilizzo anche dopo la semina senza danni. Almeno apparentemente.

In realtà, nel marzo del 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che il glifosato è “probabilmente cancerogeno”. Un parere che ha spinto gli eurodeputati a chiedere alla Commissione europea di bloccare l’autorizzazione di alcune varietà Ogm resistenti al glifosato, in attesa di maggiori conoscenza sul tema.

 

Il parere della Iarc è stato però contraddetto dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, secondo cui l’erbicida è ‘probabilmente non cancerogeno‘. E ora, sulla base del via libera dell’Efsa, l’Ue sembra pronta a rinnovare l’autorizzazione per l’uso del glifosato nel territorio comunitario.

I dubbi sull’adeguatezza del giudizio dell’Efsa

A gettare un’ombra sulla posizione di Bruxelles è però il processo con cui l’Efsa è giunta alla conclusione che il glifosato non rappresenti una minaccia per la salute. Come spiegato da Die Zeit in un articolo pubblicato in Italia da Internazionale, c’è poca trasparenza sugli studi che sono alla base del parere dell’Autorità Ue. Da una parte, spiega Die Zeit, c’è la Iarc, che ha passato in rassegna tutti gli studi pubblicati sul glifosato, tra cui le ricerche condotte in Colombia che hanno rivelato alterazioni genetiche delle cellule ematiche tra gli abitanti delle zone in cui si è fatto un uso massiccio dell’erbicida per distruggere le piantagioni di coca. Dall’altra, c’è l’Efsa che basa le sue conclusioni su un rapporto dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bundesinstitut für Risikobewertung – Bfr). Rapporto che, però, non è stato scritto dall’istituto stesso, ma dalla Glyphosate task force, un gruppo a cui collaborano proprio le imprese che commercializzano il diserbante.

La preoccupazione è quindi che pressioni lobbistiche spingano l’Ue a ignorare il principio di precauzione autorizzando un prodotto potenzialmente pericoloso per la salute umana e animale o in ogni caso su cui sarebbero necessarie ulteriori approfondimenti.

Queste preoccupazioni sono alla base della lettera con cui parlamentari ed europarlamentari M5S hanno chiesto al governo italiano di opporsi al rinnovo dell’autorizzazione Ue per il glifosato. Tra l’altro, si legge nella lettera inviata ai ministri delle Politiche Agricole, della Salute e dell’Ambiente, Maurizio Martina, Beatrice Lorenzin e Gian Luca Galletti, l’Ue ha recentemente subito un richiamo dal Mediatore europeo a causa della prassi di approvare l’uso di fitofarmaci anche in assenza di certezze scientifiche sui potenziali effetti.

Sotto lo slogan ‘Stop glifosato‘, inoltre, contro il serbante si sono mobilitate anche 32 associazioni ambientaliste e dell’agricoltura bio italiane, che hanno chiesto al governo di bocciare il rinnovo dell’autorizzazione e agli eurodeputati di chiedere una verifica dell’operato dell’Efsa.

Commissione Ue, possibile compromesso su durata autorizzazione

Anche sulla Commissione non mancano pressioni da parte di realtà contrarie all’utilizzo del glifosato. A dicembre un gruppo di scienziati ha infatti scritto al commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, denunciando la scarsa trasparenza nel processo di valutazione del diserbante da parte dell’Efsa.

Tra gli stati membri, invece, si è subito schierata contro il glifosato la Francia, cui ora fa seguito anche l’Italia, che inizialmente sembrava intenzionata a chiedere un rinvio della decisione in attesa di nuovi studi. Nei giorni scorsi, però, i ministri Martina e Lorenzin si sono pronunciati contro l’uso del diserbante, seguiti su Twitter dal titolare dell’Ambiente Galletti.

La crescente attenzione dei confronti del tema ha spinto l’Esecutivo comunitario a concedere qualche apertura. In vista della riunione in programma oggi e martedì tra i rappresentanti dei 28, il commissario Andriukaitis ha ammesso che la questione è delicata e che spetta innanzitutto agli Stati membri esprimersi sull’erbicida. In ogni caso, ha aggiunto Andriukaitis, la Commissione sarebbe pronta a proporre un compromesso sulla durata della proroga, riducendo la validità dell’autorizzazione dai 15 anni previsti a 8-10 anni.

Author: Scot Nelson / photo on flickr

thanks to: Euractiv

Il Mais del Friuli Venezia Giulia è contaminato dagli OGM. Possibili legami con cancro e malattie genetiche.

È stata fruttuosa l’analisi certosina degli atti indirizzati all’Agenzia regionale per lo sviluppo rurale (Ersa): così, l’eurodeputato italiano Andrea Zanoni ha scoperto che in Friuli ci sono altri terreni coltivati a mais Ogm Mon810. Zanoni, eletto nelle liste dell’Italia dei Valori e che nel Parlamento europeo siede nei banchi del liberaldemocratici, spiega che «Oltre a quelli seminati il 15 giugno scorso e ubicati a Vivaro (Pn) e Mereto di Tomba (Ud) del noto Fidenato, ve ne sono altri 5 seminati due mesi prima, il 14 aprile, sempre a Vivaro»…

L’eurodeputato, membro della Commissione Envi ambiente, salute pubblica e sicurezza alimentare, il 23 agosto aveva chiesto all’Ersa copia delle pagine del registro informatico, istituito dal Decreto legislativo dell’8 luglio 2003 numero 224, dove sono annotate le notifiche delle localizzazioni delle coltivazioni di OGM e dall’accesso agli atti sono spuntati 5 nuovi mappali coltivati a mais Ogm Mon810.

«Dalla risposta dell’Ersa – sottolinea Zanoni – risulta che, oltre ai già noti terreni coltivati con mais Ogm Mon 810 da Giorgio Fidenato a Vivaro (PN) e a Mereto di Tomba (UD), rispettivamente di 3.000 metri quadrati e 1.000 metri quadrati e seminati il 15 giugno scorso, ve ne sono altri 5 sempre nel Comune di Vivaro seminati due mesi prima, ovvero il 14 aprile. Questi ultimi sono intestati a Silvano Dalla Libera per un’estensione complessiva di 11.300 metri quadrati. Strano che la Regione non abbia reso noto che oltre ai terreni del Fidenato vi fossero anche quelli di Dalla Libera per ben 11.300 metri quadri. Domani andrò sul posto per vedere da vicino queste coltivazioni illegali, ma temo che il mais di Dalla Libera sia già fiorito con tutte le conseguenze negative del caso. Ho già scritto al Presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani chiedendo, a fronte dell’entrata in vigore del decreto del Ministero della Salute del 12 Luglio 2013, la distruzione immediata delle coltivazioni e di attivare tutte le Autorità competenti al fine di controllare e monitorare eventuali e potenziali contaminazioni in atto e future causate da queste coltivazioni tramite polline ma anche tramite i tessuti vegetali che rimarranno nel terreno».

La conferma dei nuovi campi Ogm farà arrabbiare ulteriormente cittadini ed agricoltori, che accusano la Regione Friuli Venezia Giulia di non fare niente per combattere gli Ogm. Per tutto agosto Aiab, Aprobio, Isde Legambiente e Wwf hanno continuato a sollecitare un intervento a tutela della biodiversità regionale e dei prodotti agroalimentari biologici e tradizionali. Solo qualche giorno fa le associazioni avevano fatto notare alcune anomalie nella tenuta del pubblico registro delle notifiche di semina di mais Mon810.

Emilio Gottardo di Legambiente, spiega: «La normativa prevede che l’albo delle notifiche sia pubblico e abbia la massima divulgazione, in modo da permettere agli agricoltori della zona di semina di tentare di minimizzare le contaminazioni». Roberto Pizzuti, del Wwf, aggiunge: «Invece solo ora, dopo aver fatto richiesta di accesso al registro pubblico, siamo venuti a conoscenza di semine OGM effettuate già ad aprile (oltre a quelle più note di giugno), verso le quali ormai non si può mettere in pratica nessuna misura di tutela».

A questo si aggiunge il fatto che stanno iniziando le raccolte di tutti i produttori della zona di Vivaro e di Mereto di Tomba che vogliono qualificare le proprie produzioni come “non-Ogm”, quindi non solo i biologici ma anche chi conferisce a mangimifici con filiere dedicate. I raccolti sono a rischio, perché i centri di raccolta comprensibilmente non vogliono correre rischi. «Chi si farà carico di questi costi di analisi, separazione partite e perdita di valore commerciale? – chiede Sergio Pascolo di Aprobio – Qui le autorità debbono rendersi garanti di tutti i produttori e far coprire i costi dell’operazione a chi ne ha comportato le cause».

Domani, dopo il sopralluogo a Vivaro, l’europarlamentare incontrerà i rappresentanti del Comitato scientifico Aiab e Franco Trinca, biologo, nutrizionista e presidente di Nogm, intanto evidenzia che «La diffusione degli Ogm sarebbe una condanna a morte per l’agricoltura, perché metterebbe in ginocchio le aziende agricole biologiche e tradizionali portando al monopolio delle coltivazioni transgeniche. Gli effetti sugli ecosistemi sarebbero irreversibili: gli Ogm sono organismi viventi e possono riprodursi e moltiplicarsi, sfuggendo a qualsiasi controllo. È necessario fermare subito queste coltivazioni per proteggere la biodiversità, i campi e la nostra sicurezza alimentare».

Il quadro legale è stato chiarito, almeno in parte dal decreto interministeriale pubblicato solo il 10 agosto, ma secondo Cristina Micheloni, di Aiab Friuli Venezia Giulia, «E’ un decreto tardivo e scritto anche male, che tuttavia può permettere un intervento sui campi seminati, visto che vieta la coltivazione del Mon810 e non solamente la semina».

Le associazioni sollecitano la Regione «Affinché non si lasci imbrigliare dai lacciuoli giuridici paventati dai pro-Ogm, né sia impaurita dalla loro aggressività, ma faccia tutto ciò che serve, ed in tempi utili, affinché la Regione rimanga davvero libera da Ogm in un’Europa che è sempre più convinta che il modello di agricoltura capace di dare ciò che i cittadini chiedono non è quello che si semina con il Mon 810».

(Fonte articolo: greenreport.it)

Quanto emerge dall’articolo apparso su Greenreport.it testimonia ulteriormente la gravità della situazione riguardo gli OGM. E’ di assoluta importanza attivarci tutti affinchè si ponga un fermo definitivo e concreto ad ogni possibile rischio di contaminazione e diffusione di semi e piante OGM nelle nostre Regioni. Un’iniziativa, già attiva in Italia, che ha la scopo di fermare ed eliminare concretamente il problema degli O.G.M è “REGIONI LIBERE DA O.G.M.”, ideata e promossa dall’Associazione SUM. Per conoscere i dettagli di questa importante iniziativa cliccate qui.

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EXCLUSIF. Oui, les OGM sont des poisons !

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