Dying Californian takes Monsanto to court for hiding cancer-causing effect of Roundup weedkiller

Dying Californian takes Monsanto to court for hiding cancer-causing effect of Roundup weedkiller
A Californian groundskeeper with terminal cancer is set to become the first person to take agrobiotechnology giant Monsanto to trial, claiming that the company has suppressed the cancer risk of its product for decades.

DeWayne Johnson, 46, who has just a few months left to live, will take the stand against Monsanto in San Francisco County Superior Court. The landmark trial is scheduled to begin June 18.

Johnson, a father of three, was diagnosed with non-Hodgkin lymphoma at the age of 42. He had earlier worked for a school district, “where his responsibilities included direct application of Roundup and RangerPro, another Monsanto glyphosate product, to school properties,” the lawsuit claims.

“Monsanto does not want the truth about Roundup and cancer to become public,” Johnson’s attorney, Michael Miller, said in an interview with the Guardian. “We look forward to exposing how Monsanto hid the risk of cancer and polluted the science.”

The corporation attempted to bar experts, hired by Johnson, from testifying and his legal team from using certain research. Monsanto insists that the cancer the man suffers from hasn’t been caused by exposure to its products.

According to the order signed by San Francisco Superior Court judge Curtin Karnow last week, some of Monsanto’s requests were granted. However, the judge allowed Johnson’s lawyers to deploy various peer-reviewed studies and expert evidence during the trial.

The state of California and the International Agency for Research on Cancer (IARC), a branch of the World Health Organization (WHO), have previously labelled glyphosate as a probable human carcinogen. However, US and EU watchdogs haven’t banned the chemical from widespread agriculture use.

Monsanto has rejected all allegations and scientific findings of carcinogenicity of the chemical. In the meantime, around 4,000 plaintiffs have filed similar lawsuits, claiming that they or their relatives were sick from the exposure to Monsanto’s Roundup.

Sorgente: Dying Californian takes Monsanto to court for hiding cancer-causing effect of Roundup weedkiller — RT Business News

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Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini!

 

Il portale svizzero di informazione progressista, sinistra.ch, riporta un interessante articolo scritto da Vittorio Zucconi sul quotidiano ‘La Repubblica’ nel 1993

da sinistra.ch

Riportiamo, ritenendolo interessante nel contesto di tensione sulla penisola coreana, questo articolo di Vittorio Zucconi, uscito sul quotidiano italiano “LaRepubblica” il 21 giugno 1993.
LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.

“Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente”.

Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.

Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.

Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.

Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam. Eppure Clinton sta meditando di autorizzare altri quattro test nucleari, entro il 1996. Come tutto quel riguarda l’atomo, anche di questo orrore non v’ è segno visibile altro che nelle conseguenze. Bisogna cercare gli effetti nella famiglia Laird, distrutta dalla ricaduta della bomba ‘Harry’ (ogni esperimento aveva un suo nome, Harry, Bob, Frank, John, per umanizzarlo. Anche quella che distrusse Hiroshima era detta simpaticamente ‘Fat Boy’, ciccione).

L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.

Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.

Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.

A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’ . Quella stessa morte che uccise anche John Wayne e tutta la gente che lavorava con lui sul set di un western realizzato da queste parti. Nessuno della troupe di quel film girato accanto al poligono nucleare è scampato. Tutti sono morti qualche tempo dopo aver lavorato qui per

4 settimane, tutti di cancro al polmone. Dissero che erano le sigarette.

Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.

Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.

“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’ America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.

Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.

La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.

Vedo nel deserto resti di enormi gabbie, come grandi voliere sparse qua e là. Erano le gabbie per gli animali collocate a varie distanze dal “ground zero”. I più vicini venivano polverizzati. I più sfortunati, quelli più lontani, vivevano un giorno o due. Reason Wareheim, un ex Marine di servizio nel Poligono che oggi ha 67 anni ed è sopravvissuto a un tumore al polmone, ricorda ancora le grida e gli ululati strazianti di quelle bestie, lasciate a morire sotto il cielo del deserto. Sopravvivevano solo scorpioni e scarafaggi. Bisognava farlo. C’era la Guerra Fredda. Stalin e Kruscev. Budapest e Cuba. Il giorno dell’Olocausto atomico sembrava inevitabile, imminente. Gli esperti parlavano di “deterrenza” nucleare fra Usa e URSS per garantire la pace. Forse milioni di vite furono risparmiate. Certamente migliaia di vite furono consumate in silenzio, qui nel Selvaggio West della Bomba coperto dalla polvere portata dal vento del Nevada che lasciava in bocca “un sapore metallico, come leccare la lama di un coltello”. E il ‘fallout’ radioattivo arrivava sino a New York, dicono le carte segrete.

Racconta ancora Martha Laird: “Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perchè le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse”. Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.

Notizia del:

Sorgente: Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini! – World Affairs – L’Antidiplomatico

#StopGlifosato

I rappresentanti degli stati membri si riuniscono per decidere se prorogare l’autorizzazione all’uso del controverso erbicida in Ue

Glifosato

Accusato di essere ‘potenzialmente carcerogeno’ dall’Organizzazione mondiale della sanità e difeso dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, il glifosato è oggi sul tavolo dei rappresenti dei 28 stati Ue riuniti nel comitato competente in materia. In vista della decisione sul rinnovo dell’autorizzazione all’uso del controverso diserbante, la Commissione europea si dice pronta a proporre un compromesso.

Le preoccupazioni sul diserbante più venduto al mondo

Il diserbante, lanciato dalla Monsanto dal 1974 e ammesso in Europa dal 2002, è il più utilizzato al mondo per liberare i terreni agricoli dalle erbacce. Il prodotto è diffuso soprattutto nei paesi che permettono la coltivazione degli organismi geneticamente modificati, dal momento che le piante Ogm sono resistenti al glifosato e ne permettono l’utilizzo anche dopo la semina senza danni. Almeno apparentemente.

In realtà, nel marzo del 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che il glifosato è “probabilmente cancerogeno”. Un parere che ha spinto gli eurodeputati a chiedere alla Commissione europea di bloccare l’autorizzazione di alcune varietà Ogm resistenti al glifosato, in attesa di maggiori conoscenza sul tema.

 

Il parere della Iarc è stato però contraddetto dall’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, secondo cui l’erbicida è ‘probabilmente non cancerogeno‘. E ora, sulla base del via libera dell’Efsa, l’Ue sembra pronta a rinnovare l’autorizzazione per l’uso del glifosato nel territorio comunitario.

I dubbi sull’adeguatezza del giudizio dell’Efsa

A gettare un’ombra sulla posizione di Bruxelles è però il processo con cui l’Efsa è giunta alla conclusione che il glifosato non rappresenti una minaccia per la salute. Come spiegato da Die Zeit in un articolo pubblicato in Italia da Internazionale, c’è poca trasparenza sugli studi che sono alla base del parere dell’Autorità Ue. Da una parte, spiega Die Zeit, c’è la Iarc, che ha passato in rassegna tutti gli studi pubblicati sul glifosato, tra cui le ricerche condotte in Colombia che hanno rivelato alterazioni genetiche delle cellule ematiche tra gli abitanti delle zone in cui si è fatto un uso massiccio dell’erbicida per distruggere le piantagioni di coca. Dall’altra, c’è l’Efsa che basa le sue conclusioni su un rapporto dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bundesinstitut für Risikobewertung – Bfr). Rapporto che, però, non è stato scritto dall’istituto stesso, ma dalla Glyphosate task force, un gruppo a cui collaborano proprio le imprese che commercializzano il diserbante.

La preoccupazione è quindi che pressioni lobbistiche spingano l’Ue a ignorare il principio di precauzione autorizzando un prodotto potenzialmente pericoloso per la salute umana e animale o in ogni caso su cui sarebbero necessarie ulteriori approfondimenti.

Queste preoccupazioni sono alla base della lettera con cui parlamentari ed europarlamentari M5S hanno chiesto al governo italiano di opporsi al rinnovo dell’autorizzazione Ue per il glifosato. Tra l’altro, si legge nella lettera inviata ai ministri delle Politiche Agricole, della Salute e dell’Ambiente, Maurizio Martina, Beatrice Lorenzin e Gian Luca Galletti, l’Ue ha recentemente subito un richiamo dal Mediatore europeo a causa della prassi di approvare l’uso di fitofarmaci anche in assenza di certezze scientifiche sui potenziali effetti.

Sotto lo slogan ‘Stop glifosato‘, inoltre, contro il serbante si sono mobilitate anche 32 associazioni ambientaliste e dell’agricoltura bio italiane, che hanno chiesto al governo di bocciare il rinnovo dell’autorizzazione e agli eurodeputati di chiedere una verifica dell’operato dell’Efsa.

Commissione Ue, possibile compromesso su durata autorizzazione

Anche sulla Commissione non mancano pressioni da parte di realtà contrarie all’utilizzo del glifosato. A dicembre un gruppo di scienziati ha infatti scritto al commissario alla Salute e alla Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, denunciando la scarsa trasparenza nel processo di valutazione del diserbante da parte dell’Efsa.

Tra gli stati membri, invece, si è subito schierata contro il glifosato la Francia, cui ora fa seguito anche l’Italia, che inizialmente sembrava intenzionata a chiedere un rinvio della decisione in attesa di nuovi studi. Nei giorni scorsi, però, i ministri Martina e Lorenzin si sono pronunciati contro l’uso del diserbante, seguiti su Twitter dal titolare dell’Ambiente Galletti.

La crescente attenzione dei confronti del tema ha spinto l’Esecutivo comunitario a concedere qualche apertura. In vista della riunione in programma oggi e martedì tra i rappresentanti dei 28, il commissario Andriukaitis ha ammesso che la questione è delicata e che spetta innanzitutto agli Stati membri esprimersi sull’erbicida. In ogni caso, ha aggiunto Andriukaitis, la Commissione sarebbe pronta a proporre un compromesso sulla durata della proroga, riducendo la validità dell’autorizzazione dai 15 anni previsti a 8-10 anni.

Author: Scot Nelson / photo on flickr

thanks to: Euractiv

Tornano a piovere bombe su Gaza

Proteste per la morte del prigioniero Abu Hamdiya: Israele punisce i Territori. L’aviazione bombarda Gaza. Prigionieri in sciopero della fame collettivo: Israele ne trasferisce 86.

Maysara Abu Hamdiya, deceduto ieri in carcere

Betlemme, 3 aprile 2013, Nena News – Torna ad infiammarsi la tensione nei Territori Palestinesi. Dopo una tregua lunga quasi cinque mesi, il cielo di Gaza è esploso di nuovo. La notte scorsa l’aviazione israeliana ha bombardato la Striscia di Gaza, in risposta al lancio di un missile verso il Sud di Israele, seguito alla notizia della morte in carcere del prigioniero politico Maysara Abu Hamdiya. “In risposta ai numerosi missili lanciati verso Israele, l’Israel Air Force ha colpito nella notte due siti terroristici”, ha commentato l’esercito in una dichiarazione ufficiale.

Le bombe israeliane – che hanno ricordato a molti l’offensiva di novembre “Colonna di Difesa”, quando in una settimana persero la vita quasi duecento palestinesi – non ha provocato né vittime né feriti. L’aviazione militare di Tel Aviv ha colpito una fabbrica nel quartiere di Shujaiyeh, a Est di Gaza City, e una fattoria a Beit Lahiya, a Nord della Striscia.

Ieri un missile lanciato da Gaza era caduto in uno spazio aperto a Sud di Israele, senza provocare né vittime né danni a infrastrutture. Il lancio – rivendicato da un gruppo salafita – era stata la reazione alla morte del prigioniero politico palestinese, Maysara Abu Hamdiya, 64 anni, di Hebron, morto ieri nel centro medico di Beer Sheva. Malato da tempo di cancro all’esofago, non aveva mai ricevuto alcuna cura medica dalle autorità israeliane, situazione in cui si trovano decine di detenuti palestinesi, impossibilitati ad accedere a trattamenti medici continuati e adeguati.

Ieri, subito dopo la notizia della sua morte, ad Hebron la gente è scesa in piazza per protestare contro le autorità israeliane. Sono scoppiati scontri che hanno provocato il ferimento di una trentina di manifestanti, contro i quali l’esercito israeliano ha lanciato gas lacrimogeni e bombe sonore. Nella Città Vecchia di Gerusalemme, la polizia israeliana ha arrestato per “manifestazione illegale” undici manifestanti, tra cui Nasser Qous, capo del Palestinian Prisoners Society di Gerusalemme, e il paramedico Fuad Ubeid.

E le proteste continuano anche oggi: ad Hebron chiusi tutti i negozi, i ristoranti, le scuole e le università per commemorare la morte di Abu Hamdiya. Fatah ha lanciato lo sciopero generale in tutto il distretto. Tutto chiuso anche a Gerusalemme Est e in Città Vecchia: le scuole hanno sospeso le lezioni alle 11, secondo quanto riportato dal Ministero per l’Educazione.

Associazioni per i diritti umani e la stessa Autorità Palestinese hanno apertamente accusato Tel Aviv di responsabilità diretta nella morte di Abu Hamdiya. “Una lenta esecuzione”, l’ha definita l’OLP; “La prova della tirannia e dell’arroganza israeliana”, ha commentato il presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas.

Ma ieri a protestare sono stati anche i prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Appresa la notizia della morte del detenuto a Beer Sheva, il movimento dei prigionieri ha lanciato uno sciopero della fame collettivo di tre giorni: questa mattina oltre 4.500 detenuti hanno rifiutato la colazione. In alcune prigioni a Sud (Ketziot, Eshel, Ramon, Nafha) i detenuti si sono scontrati con le forze di sicurezza carcerarie.

Immediata la reazione israeliana: oggi l’Israel Prison Service ha informato 86 detenuti del loro trasferimento in altri istituti carcerari, forma punitiva spesso usata da Israele per rompere i legami interni al movimento dei prigionieri.

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‘Can you tell me why I’m not allowed to go to the hospital?’

Sabreen Bashir Mohammed Okal (27) with her daughers Malak (6) and Raghad (9)

 

“I was 5 months pregnant with my son when I noticed that something was growing in my upper right arm. I went to the hospital, where they told me it had to be removed. A part of it was removed and tested. It turned out to be cancer”, says Sabreen Okal (27), sitting down on a plastic stool in her modest home in Jabaliya refugee camp. Sabreen is a mother of 5 children, 4 girls and 1 boy.

She continues: “The tumour was removed from my arm through surgery, after which I had to go through 6 chemotherapy treatments. I was very sick during the treatment and was unable to eat for 10 days. I’m still not able to use my right arm fully, as the nerves around the wound are still healing.”

Despite treatment, the cancer returned and Sabreen underwent another surgery last October to remove the tumour from her arm. She says: “My doctor told me that I also need to undergo radiation therapy in a specialized hospital in Jerusalem. He explained that tumours will spread throughout my body if I don’t have radiation therapy. He prepared the necessary paperwork for me so that I could go to a specialized hospital in Jerusalem for this treatment on 20 December.”

In order to travel from Gaza to the hospital in Jerusalem, Sabreen and her mother-in-law, who is due to accompany her, need to cross through the Israeli-controlled Erez border crossing. “I was told that, according to standard procedure, I had to go for an interview with the Israeli intelligence service before passing through Erez. When I arrived at the crossing on 20 December, they first had me wait in a room for 3 hours. Then I was questioned about issues that have nothing to do with my illness. They asked me if my husband was affiliated with Hamas. After the investigation, they put me in a small room for 3 more hours before they sent me back home. They didn’t allow me to go to the hospital and I don’t understand why.”

On 7 January, PCHR sent a letter to the Israeli authorities operating the Erez crossing, requesting that Sabreen’s application be reconsidered. Two weeks later, the border officials responded saying that they would look into Sabreen’s file. To date, Sabreen has not received permission to cross the border to reach the hospital.

It is impossible for Sabreen to understand why she is being denied life-saving access to medical care: “What I need in order to survive is the radiation treatment, yet I am being denied such treatment. Can you tell me why I’m not allowed to go to the hospital? Regardless of my nationality and religion, I should be seen as a human being, as a patient who needs treatment. Cancer can happen to anyone. If the soldier in the border, who bars my way to the hospital, had cancer, or one of his relatives did, he wouldn’t let a minute pass before taking action. I have been waiting for 2 months now.”

While she is being told to wait, Sabreen can feel the cancer grow inside her body. “I have pain in my arm. I feel that my body is not the same as before.” Showing a bump on her hand, she says: “I can feel there is cancer growing here. This disease I have is dangerous. I cannot wait, you can see that. You know what will happen to me eventually. Who will take care of my children? Who will raise them?”

As days pass, Sabreen’s despair grows. “I feel psychologically exhausted. All I am being told is that I have to wait. But for how long do I have to wait? This is inhuman. I’m afraid something will happen to me.” Having experienced the danger of cancer in her past, Sabreen worries about what could happen to her. Her brother died of cancer when he was 17 years old.

Due to her dire financial situation, Sabreen cannot afford to travel abroad, for example to Egypt, for medical treatment. “My husband is a construction worker, whose salary is insufficient and uncertain. We don’t have money for anything. The rooms of this house are empty. The ceilings are leaking, and the refrigerator was a gift from a charity organization. The hospital in Jerusalem is my only option.”

When two of her daughters (Raghad, 9, and Malak, 6) come home from school, Sabreen talks with motherly pride about how well her girls are doing in school. “The teachers always tell me how clever they are. They are doing well in all the classes and make me very proud of them. They started saying their first words when they were 9 months old.”

Sabreen tries to protect her children from the harsh reality of her illness. “I try to live my life as normally as I can and I tell my daughters that I’m not ill. One day, my 6-year old daughter Malak came home from school crying. Someone had told her that I have cancer and needed to go to Jerusalem for treatment. She still asks me about it, but I tell her that I am doing fine. My children are too young to understand what cancer is.”

“I pray for Allah to give us patience, and give us our lives back. I want to live my life normally, and be able to raise my children.”

Since June 2007, when the closure of Gaza became near-absolute, 64 patients have died as a result of being denied the possibility to leave Gaza for medical treatment, or because of the lack in medicines caused to the closure. Among those who died, there were 18 women and 16 children. On a yearly basis, PCHR assists on average 23 patients in their application for a travel permit, facing many delays, rejections, and other obstacles.

As the occupying power, Israel has an obligation under Article 12 of the International Covenant on Economic, Social, and Cultural Rights, which recognizes everyone’s “right to the enjoyment of the highest attainable standard of physical and mental health.” As a result of the protracted illegal closure of the Gaza Strip, the local healthcare system suffers from chronical shortages in medical supplies and treatment facilities. The Israeli-imposed closure of the Gaza Strip amounts to a form of collective punishment, which is a violation of article 33 of the Fourth Geneva Convention. As it inflicts great suffering on the civilian population of Gaza, it also amounts to a war crime, for which the Israeli political and military leadership bear individual criminal responsibility.

Sabreen’s daughters (left to right): Malak (6), Mayar (2), and Raghad (9)

thanks to: pchrgaza.org