ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS

Maurizio Blondet 5 Febbraio 2019 Volete sapere tutto sul mondo delle ONG, ossia le Organizzazioni Non Governative? Volete leggere quello che gli altri non scrivono sugli affari, le cifre, i protagonisti, le connection di quell’universo in gran parte sconosciuto e che macina milioni di euro e di dollari sulla pelle dei cittadini, soprattutto dei migranti? Di coloro…

via ONG / TUTTI GLI SQUALI NEI MARI DELLA “SOLIDARIETA’” – DA GATES A SOROS — Notizie dal Mondo

 

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“Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale”. Il libro che mancava, finalmente c’è

Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale. Il libro che mancava, finalmente c'è
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di “Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale”, edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. All’interno troverete molte delle risposte che cercavate.di Sonia Savioli

Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri “aiuti allo sviluppo”.

 

 

 

 
https://www.researchgate.net/publication/5094672_Used_Clothes_as_Development_Aid_The_Political_Economy_of_Rags
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall’inizio e cioè proprio dagli “aiuti allo sviluppo”. Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un “aiuto allo sviluppo”. La Banca Mondiale o/e l’Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell’altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L’ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale “de noantri”, mettiamo l’Impregilo, costruisce le dighe https://www.salini-impregilo.com/it/lavori/in-corso/dighe-impianti-idroelettrici/grand-ethiopian-renaissance-dam-project.html
https://www.survival.it/notizie/11871 e si pappa i soldi del prestito della Banca Mondiale e/o Unione Europea. Il paese africano paga gli interessi e si tiene il debito (questo è un esempio di come gli stati si indebitino in proporzione inversa e uguale a quanto le multinazionali e le finanziarie globali si arricchiscono); l’Impregilo, o chi per lei, si “sviluppa” al ritmo di una vacca d’allevamento intensivo nutrita di mais OGM, melassa e ormoni. La diga fatta, per esempio, prendiamo un paese non a caso, in Etiopia, produce decine di migliaia di sfollati, che prima abitavano felicemente nelle valli che saranno allagate e sulle rive del fiume che sparirà o quasi; però fornisce acqua per irrigare ed energia elettrica a decine (senza le migliaia) di multinazionali che si accaparrano le terre a valle della diga, producendo altre migliaia di sfollati depredati delle loro terre e delle loro vite. Tuttavia le multinazionali si “sviluppano”, con le terre pagate una cocuzza, l’acqua gratis e i lavoratori (ex depredati) quasi gratis. Così si aiuta lo sviluppo nei paesi del cosiddetto terzo mondo, con il benevolo e infaticabile intervento di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e, last but not least come dicono gli inglesi, cioè ultime ma non per importanza relativa, fondazioni filantropiche e ONG.

Cosa c’entrano le ONG e i filantropi con le dighe? Un po’ di pazienza e ci arriviamo.
Nell’organizzazione sociale umana in tempi di dominio globale tutto è collegato, come nell’universo. Però dobbiamo procedere per ipotetici esempi, altrimenti la faremmo troppo lunga. Seguiamo il filo. Esempio non a caso. Le lavoratrici schiavizzate a 60 centesimi di dollaro al giorno nelle serre dalla multinazionale olandese vivaistica Sher (non ipotetica, questa), che usa l’acqua delle dighe per irrigare i suoi fiori coltivati nelle terre sottratte ai contadini, si ammalano a causa dei pesticidi dati a gogò nelle serre senza alcuna regola e precauzione nei confronti di chi ci lavora. http://www.reportafrica.it/reportages.php?reportage=254 Piccolo inciso: i pesticidi sono sempre “sviluppo”, in questo caso delle multinazionali dell’agrochimica. Allora la multinazionale olandese Sher costruisce un bell’ospedale (una sorta di lungo prefabbricato a ridosso delle sterminate distese di serre) per curarle. Così si diventa filantropi, e ci si guadagna qualcosa. Non il Paradiso ma un riconoscimento da parte della Fondazione Fair Trade Max Havelaar di “commercio equo”; un riconoscimento che dà una carta in più nel commercio iniquo di fiori e piante da giardino prodotti sulle depredate terre africane. https://afriflora.nl/en/about-us/certification/
E i vestiti usati? I vestiti arrivano dopo.
Arrivano quando milioni di africani, cacciati dalle loro terre da multinazionali varie, che ci coltivano o ci allevano o ci estraggono quel che serve ai paesi ricchi o ci fanno resort per i ricchi in vacanza, e dagli “aiuti allo sviluppo” delle istituzioni sovranazionali, affluiscono verso le africane città.

“Fuggono dalla povertà delle campagne” dicono i missionari italiani, ma non dicono quali sono le cause di tale povertà, che comunque li aspetta a piè fermo anche in città, o meglio nelle baraccopoli che la circondano, e in cui vivono decine di migliaia di abitanti. Lagos nel 1980 aveva due milioni e mezzo di abitanti, nel 2016 erano più di dodici milioni, Kinshasa ne aveva due milioni e nel 2016 erano più di undici milioni. Evidentemente la globalizzazione è il progresso delle baraccopoli e dei ghetti. In tali agglomerati (come altro chiamarli) non ci sono fogne né acqua corrente ma tutti indossano abiti occidentali. I nostri abiti usati. E perché li indossano? Forse che prima, in campagna, andavano nudi? In campagna indossavano i “loro” abiti, tessuti e cuciti in Africa con il cotone africano. Ma i nostri costano di meno e, dato che sono “fuggiti dalla povertà” che li ha inseguiti con successo in città, non possono più permettersi gli abiti tradizionali. Dopo una generazione, poi, non li vogliono nemmeno più, perché hanno capito che “bianco è meglio” dato che i bianchi sono ricchi e dominano il mondo, e quindi conviene imitarli. http://achouka.mondoblog.org/2015/07/13/immigration-pourquoi-les-camerounais-partent-en-aventure/
Intanto la nostra carità, veicolata dalle benevolenti ONG di ogni tipo, che raccolgono i nostri abiti usati, finanziate in questa loro opera misericordiosa dai suddetti “aiuti allo sviluppo”, oltre che svilupparsi, hanno rovinato l’industria tessile africana, che è artigianale e di qualità e non può competere coi nostri stracci usati, da noi gratuitamente ceduti. Nel 2017 sono arrivati in Africa 1.200.000 tonnellate di indumenti usati. Se pensate che una tonnellata sono mille chili e che una camicia o una gonna pesano pochi etti, capirete che si tratta di un’inondazione che non poteva risparmiare nessuno. I nostri vestiti usati hanno rovinato la loro industria tessile, così come i nostri “aiuti alimentari” rovinano i loro agricoltori. Perché gli “aiuti alimentari” che la filantropia occidentale formato ONG distribuisce ai presunti affamati, non vengono mai dai contadini locali ma sempre dalle eccedenze della nostra industria agroalimentare.
Riusciranno ora gli stati africani a fermare la valanga di abiti usati che li sommerge dall’Occidente? Sembrerebbe di no. I loro governi sono stati subito messi sotto pressione e ricatto dai potentati economici e dalle istituzioni sovranazionali del capitalismo globale, e abbiamo visto che in genere i governi africani non sono così resistenti da resistere alle pressioni.
Un altro piccolo (ma non troppo piccolo) inciso. I nostri “aiuti” di ogni genere convogliano nei paesi poveri, e in genere nelle loro zone più povere, anche tonnellate di plastica e altre schifezze sintetiche: quelle di cui sono fatti e quelle in cui sono confezionati per l’invio. E lì non c’è la raccolta differenziata e nemmeno gli inceneritori, il più delle volte non c’è nessuna raccolta e nessuna discarica. La “discarica” è il fiume o il mare che lambiscono le baraccopoli. Così non avete più bisogno di domandarvi da dove arrivino i continenti di plastica che stanno distruggendo gli oceani: arrivano dagli aiuti allo sviluppo. Un altro esempio di come nella società umana al tempo del capitalismo globale tutto sia collegato, e l’ingiustizia e il dominio tra umani siano collegati alla distruzione del pianeta che abitiamo.
Che fare con le nostre deboli forze? Ma sono così deboli? Le nostre forze appaiono titaniche nel distruggere il pianeta. Sono nostri tutti quei vestiti buttati negli appositi cassonetti dentro i nostri appositi sacchi di plastica. Perché ci piace cambiare, adeguarci alla moda che cambia ogni stagione, e poi buttare. Perché siamo in competizione con noi stessi e con tutti anche nel vestirci. Perché risparmiare, conservare, aggiustare sono verbi riservati ai poveracci perdenti, ai matti alternativi nella cultura globale. Perché un’umanità ormai de-mente (senza offesa, per carità, solo in senso etimologico) consuma senza un perché, se non quello di una teleguidata nevrosi competitiva.
Che fare? Indossare i vestiti “vecchi” finchè non sono davvero stracci (tanto, è di moda indossare stracci); rammendare, allungare, scambiare, regalare e, alla fine, trasformare davvero in stracci, che in casa servono sempre.
Infine, permettetemi un davvero ultimo e davvero piccolo inciso. Perché i cassonetti delle varie e benevolenti ONG che raccolgono abiti usati, e che si danno tutto quel da fare per aiutare i poveri, sono fatti in modo che il povero che ci passa accanto, magari in una gelida notte d’inverno milanese, e cerca al loro interno una giacca o un cappotto per salvarsi la ghirba dal congelamento, ci finisce schiacciato a morte? http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto/ucciso-cassonetto.html
Forse perché il mercato degli abiti usati rende complessivamente quasi tre miliardi di dollari? E questo fa sì che i poveri che prelevano autonomamente dai cassonetti qualcosa siano dei ladri.

Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico”

di Geraldina Colotti,

Caracas, 15 maggio 2018

Tornando a Caracas a qualche mese di distanza dall’ultimo viaggio, non si può non notare la differenza in termini di cura delle strade e della raccolta dei rifiuti. Visibili anche i miglioramenti realizzati nello stato Miranda, lasciato in stato di abbandono negli anni in cui ha governato la destra nella persona di Henrique Capriles, più propenso a mostrarsi alla stampa che ai cittadini. La sindaca di Caracas, Erika Farias, storica attivista del movimento LGBT, è nota per essere “una gran lavoratrice e una amministratrice efficiente”. Il giovane governatore chavista Hector Rodriguez, stile sobrio e diretto, capace di coniugare con perizia il dato particolare al generale, sta dando priorità ai problemi economici dei quartieri popolari, al lavoro e al tessuto produttivo, sia delle comunas che della zona economica speciale con cui si spera di rilanciare gli investimenti. Da mesi gli operai sono al lavoro per riparare le voragini del manto stradale e la “polizia di prossimità” sta gradatamente cambiando il segno al problema della sicurezza.

Tornando nella capitale, colpisce però anche l’anarchia dei prezzi, che sembra sfuggire a ogni controllo. Con arroganza, il commerciante di un esercizio “elegante” può imporre un prezzo (già alto) a un prodotto e quello di fronte lo può quadruplicare senza vergogna. Quanto può durare una sistuazione simile? Ci sarà modo di rimetter mano ai meccanismi impazziti dell’economia venezuelana?

Commercianti, speculatori e classi medio-alte, ripetono la litania delle destre: “Stiamo morendo di fame” mentre sciorinano le meraviglie dei loro viaggi all’estero, come abbiamo ascoltato in aereo e in moltissime altre conversazioni, in Italia e in Venezuela. “Stiamo facendo morire di fame”, dovrebbero dire invece, ammettendo la loro criminale parte in commedia nella strategia del “caos costruttivo” con la quale il Pentagono ha infettato il corpo sociale venezuelano per rendere ingovernabili tutte le sue ferite (errori e corruzione compresi). Una strategia che si è intensificata con la vittoria di Nicolas Maduro alle elezioni del 2013, seguite alla morte di Chavez. I problemi, però, sono cominciati con l’inizio del proceso bolivariano, quando è apparso chiaro che Chavez non era il solito caudillo manipolabile, ma il risultato di un tentativo collettivo di portare a sintesi un modello di paese alternativo al capitalismo.

Se un lettore italiano ha conservato l’ormai introvabile guida Edt sul Venezuela (ultima edizione 2010) potrà rendersi conto di questo, scorrendo i luoghi comuni, i giudizi e gli “apprezzamenti” sulle politiche economiche di Chavez. All’epoca, ogni cittadino – anche quelli che prima non avevano nemmeno la possibilità di nutrirsi – poteva disporre di 3000 dollari a cambio agevolato per recarsi all’estero.

Una misura che ha dato la stura all’esercito di “raspacupo”, che svuotavano illegalmente le carte di credito per poi cambiare i dollari al mercato parallelo, speculando e dissanguando il paese. Epperò la guida considera normale assumere la “protesta dei cittadini” perché i 3000 dollari erano pochi… E si potrebbe continuare. Quali “cittadini”? Quelli che “muoiono di fame” viaggiando e speculando tra Caracas e Miami…Quelli che, in Italia e in Europa lasciano che i propri governi impongano sanzioni al popolo venezuelano, mediante un blocco economico-finanziario che ha come unico obiettivo spazzare via un governo ostinato nel declinare in concreto una parola che si vorrebbe bandire dalla storia delle classi popolari: socialismo.

Ieri il ministro della Salute venezuelano Luis Lopez ha denunciato accoratamente che la Banca Mondiale ha bloccato un pagamento di 7 milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine e apparati medici destinati ai pazienti in dialisi, che sono 15.000. Periodicamente, si scoprono depositi clandestini di medicine accaparrate. In questi giorni sono stati inaugurati 18 centri di salute a Caracas, ma come farli funzionare se le politiche criminali degli stati capitalisti impediscono l’arrivo degli anestetici, delle medicine salvavita che le industrie farmaceutiche locali non riescono a produrre in quantità sufficiente?

L’Italia è complice. Il ministro Ernesto Villegas ha denunciato che la banca Intesa San Paolo sta bloccando l’invio di finanziamenti destinati alla partecipazione del Venezuela alla decima Biennale di Venezia, che apre il 26 di maggio. Nonostante la guerra economica, il Venezuela continua a finanziare massicciamente la cultura, a differenza di quel che si fa in Italia. In ogni fiera, in ogni iniziativa culturale, risuonano le parole di José Marti: “Essere colti per essere liberi”. A 200 anni dalla nascita di Marx, la cultura serve a capire da che parte della barricata ci si vuole situare. Serve a smascherare i meccanismi della guerra economica e i sepolcri imbiancati che la sostengono mediante l’intossicazione ideologica e mediatica.

“Darò la vita per il rinascimento economico, da costruire insieme”, ha detto il presidente Nicolas Maduro nell’atto di chiusura della campagna elettorale nel Tachira. Dal Tachira, stato di frontiera e crocevia di traffici di ogni tipo, partono gli attacchi dei paramilitari. Anche questa volta l’allerta è massima a ridosso delle elezioni del 20 maggio che Trump e i suoi vassalli cercano con ogni mezzo di impedire. Ha lanciato l’allarme anche il presidente boliviano Evo Morales. Il Venezuela sarà il nuovo Vietnam dell’America Latina? Nonostante il boicottaggio, il governo bolivariano ha invitato qui una pletora di “accompagnanti” internazionali di ogni tendenza politica. Arriveranno anche dall’Italia.

Il sistema elettorale venezuelano, altamente automatizzato e considerato a prova di frodi, ha concluso la prima fase di 14 verifiche incrociate. Contro Maduro, che si ricandida per un nuovo mandato, sostenuto dal Partito comunista e da tutto l’arco delle sinistre in Venezuela, si presenta Henry Falcon. Il suo modello di paese è quello che governa in Nordamerica, in Europa e nei paesi capitalisti dell’America Latina. I suoi consulenti sono gli economisti della scuola di Chicago, tristemente nota negli anni del Piano Condor e dei dittatori latinoamericani. I supporter dei Fondi avvoltoio, emissari del Fondo Monetario internazionale, pronto a intervenire nell’economia venezuelana. Come? Come stanno facendo Macri in Argentina e il golpista Temer in Brasile, azzerando le leggi del lavoro, le pensioni, e privatizzando nuovamente l’economia bolivariana. Per questo, in questi giorni la classe operaia moltiplica le assemblee, dentro e fuori i luoghi di lavoro, si mobilitano i 79 rappresentanti eletti dai lavoratori nell’Assemblea Nazionale Costituente. Per rieleggere come presidente l’ex operaio del metro Nicolas Maduro al grido di “Vamos, Nico”. Per chi vuole manifestare il proprio sostegno nelle reti sociali, l’hastag è #Tod@sConMaduro

Sorgente: Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico” – L’Analisi – L’Antidiplomatico

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.

di Redazione – 13 Agosto 2015

Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua–  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi».

«L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere – aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a preere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di distress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti.

Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato.

Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

 thanks to: il Cambiamento

LA PALESTINA STA SCOMPARENDO

DI JONATHAN COOK
Common Dreams

Due recenti immagini ritraggono il messaggio che sta dietro alle secche statistiche contenute nella relazione della scorsa settimana della Banca mondiale sullo stato dell’economia palestinese.

Il primo é un poster del gruppo della campagna Visualizing Palestine, che mostra un’immagine modificata di Central Park, stranamente vuota. Tra i grattacieli di New York, il parco é stato privato dei suoi alberi dalle ruspe. Una didascalia rivela che da quando é iniziata l’occupazione nel 1967, Israele ha sradicato 800.000 alberi di ulivo appartenenti ai palestinesi, abbastanza da riempire 33 diversi Central Park.

La seconda, un’ampia fotografia pubblicata in Israele il mese scorso, é di una diplomatica francese sdraiata per terra, fissando i soldati israeliani che la circondano, con le loro armi puntate verso di lei. Marion Castaing era stata maltrattata quando lei e un piccolo gruppo di colleghi diplomatici hanno tentato di fornire aiuti di emergenza, tra cui tende, a contadini palestinesi le cui case erano state appena rase al suolo.

Le demolizioni furono parte degli sforzi a lungo termine da parte di Israele per cancellare i palestinesi fuori dalla Valle del Giordano, il cuore agricolo di un futuro Stato palestinese. La sfida della signora Castaing ha portato come risultato quello di essere tranquillamente rimpatriata in Europa, in quanto i funzionari francesi hanno tentato di evitare un confronto con Israele.

Il rapporto della Banca Mondiale é un modo di affermare con discrezione ciò che Castaing e altri diplomatici speravano di evidenziare in modo più diretto: ovvero che Israele sta gradualmente minando le basi su cui i palestinesi possono costruire una vita economica autonoma e uno stato vitale.

La presente relazione segue una lunga serie di avvertimenti ricevuti in questi ultimi anni da organismi internazionali sulla situazione disastrosa economica che affrontano i palestinesi. Ma, significativamente, la Banca Mondiale ha azzerato la chiave del campo di battaglia di una comunità internazionale che ancora nutre la vana speranza che il conflitto israelo-palestinese si concluderà con la stabilità palestinese.

L’attenzione del rapporto é sui quasi due terzi della Cisgiordania, nota come Area C, che é esclusivamente sotto il controllo israeliano e in cui Israele ha impiantato più di 200 colonie per impadronirsi dei terreni e delle risorse palestinesi.
Il rapporto della Banca Mondiale dovrebbe essere visto come un pendant alla decisione presa a sorpresa in estate dall’Unione Europea di escludere dai finanziamenti UE le entità associate agli insediamenti.

A loro volta riflettono la crescente frustrazione nelle capitali europee e altrove per l’intransigenza israeliana e per l’apparente impotenza degli Stati Uniti. Gli Europei, in particolare, sono esasperati dal loro ruolo costante di sovvenzionare effettivamente con i loro aiuti Israele per un’occupazione di cui non si vede la fine.

Con Israele e i Palestinesi costretti a tornare al tavolo dei negoziati da luglio, e dopo che il segretario di stato americano, John Kerry, ha avvertito che questo era “l’ultima chance” per un accordo, la comunità internazionale sta cercando disperatamente di esercitare qualunque piccola influenza che ha su Israele e sugli USA per garantire uno stato palestinese.

La preoccupazione della Banca Mondiale per l’Area C è giustificata. Questo é il luogo di quasi tutte le risorse che uno stato palestinese dovrà sfruttare: terreno non edificato per la futura costruzione, terreni coltivabili e sorgenti d’acqua per la coltivazione; cave per estrarre pietra e il Mar Morto per estrarre i minerali, e siti archeologici per attirare il turismo.

Con l’accesso a queste risorse, le Autorità palestinesi potrebbero generare un reddito aggiuntivo di 3,4 miliardi di dollari l’anno, aumentando il loro PIL di un terzo, riducendo un crescente deficit, tagliando i tassi di disoccupazione che hanno raggiunto il 23 %, alleviando la povertà e l’insicurezza alimentare e aiutando lo stato nascente a liberarsi dalla dipendenza degli aiuti. Ma niente di tutto questo può essere realizzato, mentre Israele mantiene la sua barbarie sull’Area C in violazione degli accordi di Oslo del 1993.

Israele ha radicato il suo dominio nell’Area C proprio per la sua ricchezza di risorse naturali. Israele non vuole che i palestinesi ottengano i beni con cui costruire uno Stato, né intende perdere i molti benefici materiali che ha maturato per se stesso e per la popolazione dei coloni nell’Area C.

Il suo comportamento nell’Area C smentisce l’affermazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo la quale egli ha perseguito la “pace economica” con i palestinesi invece dei progressi sul fronte diplomatico. Piuttosto, la descrizione palestinese della politica di Israele come “guerra economica” é molto più vicina alla realtà. Durante il periodo di Oslo, la disparità tra PIL pro capite israeliano e quello dei palestinesi é raddoppiato, a $ 30.000 dollari. E la Banca Mondiale afferma che l’economia palestinese si sta rapidamente fermando: la crescita dell’11 per cento che Netanyahu ha previsto per il 2011 si é ridotta drasticamente all’1,9 per cento nei primi sei mesi di quest’anno. In Cisgiordania, il PIL si é effettivamente contratto dello 0,1 %.

Nonostante le proprie risorse, l’Area C é affamata di fondi palestinesi. Gli investitori sono avversi a trattare con le autorità militari israeliane che invariabilmente negano loro i permessi di sviluppo e gravemente limitano il movimento. L’immagine del diplomatico francese nella sporcizia é quello che simboleggia il loro probabile comportamento se si confrontano con Israele nell’Area C. I contadini palestinesi, nel frattempo, non possono coltivare colture redditizie con minime porzioni di acqua che Israele consente loro dalle proprie sorgenti.

Consapevoli dei molti ostacoli sullo sviluppo dell’Area C, i funzionari palestinesi li hanno semplicemente ignorati, concentrandosi invece sul terzo densamente popolato e povero di risorse della Cisgiordania sotto il loro controllo totale o parziale.

La speranza era che ciò sarebbe cambiato quando Kerry ha annunciato in fase di preparazione per i rinnovati colloqui di un piano per incoraggiare gli investitori privati a versare 4 miliardi di dollari per sviluppare l’economia palestinese. Ma la realtà, come osserva il rapporto, é che non ci può essere alcun serio investimento nel cuore economico dell’Area C fino a quando non finisce il controllo di Israele.

In effetti, la Banca Mondiale sta dicendo che il piano di Kerry – e il ruolo della comunità internazionale dell’inviato Tony Blair, il cosiddetto Quartetto rappresentante – non é solo sbagliato, é deliberatamente deludente. Il Quartetto ha cercato di rilanciare l’economia palestinese per la restaurazione della stabilità; l’opinione della Banca mondiale é che non ci può essere alcuno Stato palestinese, senza alcuna ulteriore ripresa economica, fino a quando Israele non sarà spinto fuori dai territori. La comunità internazionale ha ottenuto tutto l’opposto.

L’idea che un aiuto finanziario – se il piano di Kerry o il piano economico di pace di Netanyahu – sta per spianare la strada alla fine del conflitto è un’illusione. La pace e la prosperità arriveranno solo quando i palestinesi saranno liberati dal controllo israeliano.

Jonathan Cook
Fonte: http://www.commondreams.org
Link: http://www.commondreams.org/view/2013/10/17-10

17.10.2013
Traduzione per www. Comedonchisciotte.org a cura di ALEX T.

thanks to: Comedonchisiotte