Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA

da Mision Verdad

Un nuovo attacco di Amnesty International contro il Venezuela arriva attraverso la campagna ‘Acción Mundial Emergente’. Il documento detta le azioni da compiere, una sorta di vademecum per le ONG, sullo strano caso Tumeremo. L’approccio di questa organizzazione globale risponde direttamente ai dettami del Dipartimento di Stato (USA N.d.T.), e pertanto riprende la narrazione della «crisi umanitaria» nella sua concezione destituente. Per questo bisogna controllare i precedenti di questo agente non statale.

Amnesty International si definisce come movimento a livello globale che monitora in maniera disinteressata il rispetto dei diritti umani. Dal 1962, quando l’avvocato inglese Peter Benenson rilasciò il primo comunicato sotto forma di storia giornalistica avvenuta nel Portogallo di Salazar, e apparve il primo reclamo che sembrava genuino, ha compiuto un salto organizzato rilevante. Società finanziarie e istituzioni governative indirizzarono la rotta verso gli interessi del Dipartimento di Stato nordamericano e altri gruppi di decisione. Con una parola d’ordine chiara ereditata da Benenson: «Il modo più rapido per aiutare i prigionieri di coscienza è [con] la pubblicità».

Così, anche se Amnesty International copre mediatamente i suoi finanziatori, le menzogne emergono quando le ONG vogliono mantenere uno status pubblico ‘indipendente’. Giocano nell’ombra nel contesto dell’agenda globale dettata dal Pentagono e dagli altri centri militari sparsi in Occidente.

Due soggetti giuridici, Amnesty International Limited e Amnesty International Charity Limited, si occupano di ricevere i finanziamenti per la ripartizione delle risorse ai suoi operatori. Sempre dietro le belle parole sui diritti umani così come vengono intesi dai think-thank dominanti insieme alle lobby corporative e parlamentari. Amnesty International opera in oltre 150 paesi, dove compila report per giustificare «guerre umanitarie» ed edulcorare, o difendere (in questo caso è lo stesso in quanto propaganda), le invasioni della NATO nel suo dispiegamento militare-territoriale.

Oltre a distorcere selettivamente l’opinione pubblica sui diritti umani e il suo concetto, assegna risorse e mobilita operatori nel quadro delle missioni per i diritti umani, soprattutto in paesi che non seguono le direttive del Dipartimento di Stato (USA), le centrali di intelligence e i gruppi finanziari. Amnesty International è il riferimento obbligato ideologico e fattuale di chi prende le grandi decisioni in seno all’oligarchia globale.

Uno dei più grandi finanziatori di Amnesty International è George Soros. Uno speculatore criminale, la cui ragion d’essere è accumulare ed espandersi. Utilizza la Open Society Foundations come fondo di distribuzione, di risorse e capitali per ONG in punti chiave come Ucraina, Russia, Medio Oriente e dintorni, Venezuela, Cuba ed Europa nella sua totalità. Anche il governo britannico e la Commissione Europea sono due importanti finanziatori.

I report di Amnesty International si basano su presunte testimonianze compilate da gruppi di opposizione a governi proBRICS e processi di emancipazione, finiti nel mirino degli interessi imperialistici. Ha avuto ai suoi vertici ex operatori politici del Dipartimento di Stato come Suzanne Nossel, che è stata direttrice di Amnesty International negli Stati Uniti. Nossel coniò il termine Smart Power per i think-thank democratici e affini, e fu segretaria di Hillary Clinton nel 2012-2013. Zbigniew Brzezinski, già cervello geopolitico di Obama, fu consulente della direzione esecutiva di Amnesty International.

L’analista Tony Cartalucci definisce Amnesty International attore propagandista del Dipartimento di Stato. I diritti umani sono un mezzo per soddisfare interessi diversi da ciò che predicano. I diritti umani come mercanzia.

La politica R2P (dottrina Responsibility to Protect), strettamente legata alle dinamiche della NATO, è la divisa di Amnesty International. (…) Avalla invasioni militari e metodi di Guerra non convenzionale. Ha fatto campagna contro Yugoslavia, Irak, Libia, Siria e Venezuela.

Mentre il Dipartimento di Stato e gli alleati finanziano e organizzano gruppi terroristi in Medio Oriente, Amnesty International fa propaganda contro Russia e Siria nell’ambito di un’operazione mediatica di vasta portata. Il crimine addossato all’altro come operazione psicologica, lo descrive in un altro articolo Cartalucci. L’operatività di Amnesty International consiste nel lanciare missioni di osservazione, che raccolgono testimonianze, affinché le ONG possano preparare dei dossier come fatto contro il governo Assad senza alcuna prova.

Le contraddizioni nei rapporti si accentuano quando viene toccato il tema dei «prigionieri politici» a Cuba, mentre i paesi finanziatori sono molto più severi nella loro giurisprudenza rispetto alle associazioni tra individui o gruppi che ricevono finanziamenti dall’estero a fini politici o parapolitici.

Operando come ONG che denuncia abusi dei diritti umani dello Stato venezuelano, nel 2014 si è pronunciata a favore dei ‘guarimberos’ e Leopoldo Lopez, nulla di strano essendo Amnesty International un attivo cartellone pubblicitario di Wall Street. Le ONG in territorio venezuelano replicano quanto enunciato da Amnesty International come fosse dottrina. Amnesty funge anche da ‘copertura teorica’ e ‘indipendenza giornalistica’ per gli argomenti di Provea e Foro Penal Venezolano. Missino Verdad ha spiegato i metodi e il vero ruolo delle ONG, i legami finanziari con la NED, Open Society Foundations e altre istituzioni e società al servizio dell’1%.

(…)

La merce chiamata diritti umani utilizza l’arena mediatica per diffondere quanto pensato e scritto dai think-thank al servizio di Pentagono e CIA, dai laboratori di guerra, e con l’assedio finanziario di schiera contro il paese e il popolo venezuelano. Amnesty International gioca un ruolo attivo a livello internazionale, in quelle zone dove vanno definendosi i futuri scenari geopolitici nell’ambito della guerra mondiale-societaria in corso. Il Venezuela ha un ruolo nodale in questo schema, dove si sviluppa uno scenario golpista che ha come proscenio politico e istituzionale l’Assemblea Nazionale controllata dalla MUD e l’offensiva economica condotta contro l’esecutivo guidato da Nicolas Maduro.

(…)

La propaganda contro il Venezuela si intensifica quando il chavismo avanza con mosse strategiche per smontare la guerra. Non bisogna sottovalutare i nodi imperiali che convergono con ingenti risorse in questa Guerra Non Convenzionale con un volto «civico», come lo sono ONG come Amnesty International.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Notizia del: 14/08/2017

Sorgente: Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico

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Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury

Signor Riccardo Noury,
Portavoce e responsabile della comunicazione di Amnesty International Italia

con grande rammarico e preoccupazione apprendiamo come la sua organizzazione sia tornata a prestare il fianco all’offensiva delle destre contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. In un nuovo rapporto intitolato ‘Ridotti al silenzio con la forza: detenzioni arbitrarie e motivate politicamente in Venezuela’, Amnesty accusa le autorità venezuelane «di aver intensificato la persecuzione e le punizioni nei confronti di chi la pensa diversamente, in un contesto di crisi politica in cui le proteste che si susseguono in tutto il paese hanno dato luogo a diverse morti e a centinaia di ferimenti e arresti».

Si tratta di una ricostruzione falsa, tendenziosa e che getta ulteriore benzina sul fuoco delle violenze provocate da chi cerca, per la terza volta (2002 e 2014 i precedenti), di esautorare un governo legittimo con la violenza e con il terrorismo sulle strade.

I dirigenti dell’opposizione venezuelana hanno innescato una spirale di odio ormai sfuggito anche al loro stesso controllo. Gruppi di violenti – fascisti e mercenari con un tariffario preciso perlopiù – applicano con un’organizzazione paramilitare omicidi (che poi i media trasformano in “morti per la brutale repressione del regime”), rapine e devastazioni, oltre a veri e propri atti di terrorismo contro ospedali infantili, linciaggi in piazza, blocco di strade e distruzioni di edifici pubblici.

Se la situazione non fosse così grave per il futuro del Venezuela, suonerebbero quasi comiche le parole di Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe della sua organizzazione, che arriva a parlare di una «campagna diffamatoria sui mezzi d’informazione nei confronti di oppositori politici». Siamo oltre il farsesco.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se i dirigenti dell’estrema destra del paese scendessero in piazza a coordinare le azioni dei violenti, spesso armati, come fatto da Freddy Guevara di Voluntad Popular? Il Partito estremista e violento di Gilbert Caro e Stelcy Escalona, che citate nel vostro rapporto. Il dirigente e la militante del partito guidato dal golpista Leopoldo Lopez, sono stati fermati di ritorno dalla Colombia e trovati in possesso di un fucile FAL calibro 7,62 mm, di proprietà della Forza Armata Nazionale Bolivariana con il numero di serie cancellato; un caricatore con 20 cartucce; 3 stecche di esplosivo C4. Ci sembra quanto meno arduo prendere le difese di chi viene trovato in possesso di un vero e proprio arsenale.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se uno dei leader dell’estrema destra del paese in un’intervista alla BBC, certamente non un organo che può essere additato di simpatie con l’attuale governo venezuelano, invitasse testualmente l’esercito e la polizia del paese a compiere un colpo di stato non obbedendo più agli ordini dello Stato? E’ quello che ha fatto recentemente Julio Borges, altro leader della destra venezuelana.

Come nel caso di Honduras, Haiti, Paraguay e Brasile, in Venezuela è in corso un nuovo tentativo di “golpe morbido”. E i mezzi di comunicazione, purtroppo, si sono posti al servizio dei grandi interessi economici e politici, con l’intento di screditare il governo venenzuelano attraverso notizie false che servono a provocare il deterioramento generale del paese. “Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l’opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c’è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all’interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell’OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente”. Sono le parole illuminanti di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay.

Ecco, signor Noury, perché la sua organizzazione ha deciso di fare da “sponda all’interventismo”? Prevenire le guerre di aggressione, come le tante che l’Occidente ha condotto in questi decenni, è un modo sicuro per evitare oceani di dolore e il disfacimento di interi paesi, che poi costringe a moltiplicare le organizzazioni addette all’emergenza umanitaria, bellica e post-bellica. Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono, perché creano il pretesto. Quando – e solo ogni tanto – le menzogne sono smascherate, è troppo tardi e un paese è già distrutto.

Le ripetiamo, signor Noury: perché la sua organizzazione ha deciso di fare da sponda all’interventismo contro il Venezuela aiutando a creare il “pretesto”? Dopo ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Siria… la sua organizzazione non ha già visto troppi morti e sofferenza nel mondo prodotti dalla furia cieca dell’ingerenza occidentale?

E, per concludere, Signor Noury, non provate rimorso nei confronti delle famiglie delle vittime riunite nel ‘Comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuato’ che Lei, adducendo come motivazione la mancanza di tempo, ha rifiutato di incontrare l’anno scorso quando erano in visita in Italia? Sa signor Noury, quelle persone erano la testimonianza viva di quella violenza terrorista che oggi, come nel 2014, si ripete in Venezuela con gli stessi strumenti e protagonisti.

23 maggio 2017

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista 
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom 
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare 
Eleonora Forenza – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile 
Mariela Castro Espín, Direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba (CENESEX), Cuba
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna 
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna
Guido Piccoli – Giornalista e scrittore, Italia
Ana Corbisier – Sociologa, Brasile
José Luis Livolti – El MCL,movimiento campesino liberacion, Argentina
Randy Alonso Falcón – Giornalista, direttore di Cubadebate e del programma televisivo Mesa Redonda, Cuba
Ida Garberi – Giornalista, Cubainformacion, Cuba
Carlo Amirante – Già professore di diritto costituzionale, Italia
Fabio Marcelli – Dirigente dei Giuristi democratici, Italia

Notizia del: 02/06/2017

Sorgente: Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury – Notizia del giorno – L’Antidiplomatico

Quando Amnesty International difendeva il terrorista ceceno, mente dell’attentato all’aeroporto di Istanbul

Colui che si sospetta essere la mente degli attentati all’aeroporto di Istanbul costata la vita a 44 persone, Ahmed Chataev, russo di origine cecena, aveva ricevuto lo status di rifiugiato da parte dell’Austria, che lo ha aiutato ad evitare l’estradizione nel corso degli anni per rispondere di diverse accuse di terrorismo.
Chataev si è unito all’Isis nel 2015 e ora combatte in Siria, secondo quanto riportato da fonti turche, e ha avuto un ruolo chiave nell’addestrare estremisti per azioni di terrorismo in Russia e Europa occidentale. Il vice Presidente dell’Agenzia d’investigazione russa, Andrey Przhezdomsky, ha dichiarato che in Siria “Chataev ha guidato un’unità formata “principalmente da immigrati del Nord Caucaso”.
Chataev è un ricercato da anni dalle autorità russe per terrorismo. Con la sua fuga in Europa, dove ha ottenuto l’asilo, è riuscito a sfuggire all’estradizione per le azioni di terrorismo compiute come militante islamista secessionista durante la seconda guerra cecena tra il 1999 e il 2000, dove ha perso un braccio.

Viene considerato uomo vicino a Dokka Umarov, una volta “terrorista numero 1” per la Russia.

La mente degli attentati contro l’aeroporto di Istanbul è nella lista nera russa dal 2003 per aver sponsorizzato il terrorismo, recrutato estremisti e nuovi membri dei gruppi terroristi.

I media russi riferiscono che nello stesso anno, 2003, ha ricevuto asilo in Austria, con Chataev che affermava di aver perso un braccio per le torture subite nelle carceri russe.

Nel 2008, il terrorista è stato arrestato con altri ceceni nella città svedese di Trelleborg con la polizia che ha trovato nella loro auto Kalashnikov, esplosivi e munizioni. Dopo un anno di prigione in Svezia, è stato arrestato nel 2010 in Ucraina con il suo telefono portatile che conteneva istruzioni di demolizione e foto di persone da colpire.

La Russia ha richiesto l’estradizione ma la Corte europea dei diritti umani ha ordinato a Kiev di non consegnare. Decisione condizionata anche dalla nota campagna di Amnesty International contro l’estradizione che avrebbe portato “ad un processo non giusto con conseguenti torture e altri trattamenti inumani”.
Un anno dopo, è stato nuovamente arrestato mentre attraversava il confine tra Turchia e Bulgaria ma ancora una volta l’estradizione è stata impedita dall’interferenza delle organizzazioni dei diritti umani che sottolineavano come Chataev avesse lo status di rifugiato in Austria.

Tra il 2012 e il 2015, Chataev ha vissuto in Georgia, dove si è unito a diversi gruppi terroristi ed è stato condannato per terrorismo.

Nel febbraio del 2015, ha lasciato la Georgia per la Siria, dove si è unito ai militanti dell’Isis, assumendo una posizione chiave al suo interno. Nell’ottobre del 2015, anche il ministro della giustizia statunitense ha inserito Chataev nella lista dei terroristi.

FONTE: RT

Fonte: RT
Notizia del: 01/07/2016

Sorgente: Quando Amnesty International difendeva il terrorista ceceno, mente dell’attentato all’aeroporto di Istanbul – World Affairs – L’Antidiplomatico

Amnesty condanna le minacce di Israele contro gli attivisti BDS

Amnesty International sollecita il governo israeliano a porre fine alle minacce e agli attacchi contro i difensori dei diritti umani dei palestinesi e degli israeliani, tra cui i leader del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS). Nel frattempo, gruppi della società civile europei stanno lanciando una nuova campagna per difendere la libertà di parola contro i tentativi da parte di Israele, e dei leader europei ad esso alleati, di limitarla.

“Un’escalation di atti intimidatori da parte del governo e di attacchi e minacce da parte dei coloni e altri attori non statali hanno creato un’atmosfera sempre più pericolosa” per i difensori dei diritti umani in Israele e in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupati, ha affermato martedì scorso Amnesty.

L’organizzazione ha espresso particolare preoccupazione per la “sicurezza e la libertà del difensore dei diritti umani dei palestinesi, Omar Barghouti, e altri attivisti del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), a seguito di inviti che alludevano a minacce, anche di danni fisici e privazione dei diritti fondamentali, da parte di ministri di Israele”. Le minacce sono state lanciate durante la conferenza Stop the Boycott (Fermare il Boicottaggio) tenutasi a Gerusalemme il 28 marzo con la partecipazione di leader israeliani e di diplomatici UE e USA.

“Una dichiarazione particolarmente allarmante è venuta dal ministro israeliano dei Trasporti, lnformazione ed Energia Atomica, Yisrael Katz, che ha esortato Israele a impegnarsi in ‘eliminazioni civili mirate’ dei leader BDS, con l’aiuto dei servizi segreti israeliani” ha dichiarato Amnesty. Ha anche rilevato che il termine impiegato da Katz “allude agli ‘omicidi mirati’ utilizzati per descrivere la politica di Israele di colpire membri di gruppi armati palestinesi.” Amnesty ha inoltre condannato la dichiarazione del Ministro della Pubblica Sicurezza di Israele, Gilad Erdan, secondo cui gli attivisti, tra cui Barghouti, dovrebbero “pagare il prezzo” del loro lavoro, anche se Erdan ha negato di incitare a procurare danni fisici. Allo stesso modo, il Ministro degli Interni, Aryeh Deri, ha minacciato di revocare il permesso di residenza di Barghouti.

“Un po’ più sicuro”

Amnesty ha descritto queste affermazioni come i più gravi esempi fino ad oggi di “minacce e intimidazioni” e ha invitato i ministri israeliani a sostenere i diritti umani ed evitare “osservazioni pubbliche che incitino alla violenza” contro Barghouti e altri difensori dei diritti umani. Israele dovrebbe anche “ritirare [la] minaccia di limitare arbitrariamente la sua libertà di movimento e di annullare l’autorizzazione di residenza permanente in Israele”. Barghouti ha accolto con soddisfazione l’uscita pubblica di Amnesty. “Mi sento già un po’ più sicuro dopo questa chiara posizione presa da Amnesty International”, ha detto Barghouti a Electronic Intifada.

“Essa non solo critica le intimidazioni e le violente minacce del governo israeliano contro di me e i miei colleghi BDS, ma difende anche il nostro diritto di impegnarsi nel movimento nonviolento BDS per difendere i diritti del popolo palestinese in base alla legislazione internazionale”, ha aggiunto. Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha anche rinnovato il suo appello a isolare Israele. “Le Nazioni Unite e tutti gli stati devono respingere con forza i tentativi ‘ben oliati’ di Israele di delegittimare il movimento BDS e sostenere il nostro diritto al BDS,” ha detto. “Il modo più efficace di chiedere conto al regime oppressivo di Israele dei suoi gravi crimini contro il popolo palestinese è imporre su di esso ampie sanzioni simili a quelle adottate contro l’apartheid in Sudafrica.”

In contrasto con la posizione di Amnesty, l’ambasciatore Lars Faaborg-Andersen, massimo inviato dell’UE a Tel Aviv che ha partecipato alla conferenza Stop the Boycott, si è rifiutato di condannare le minacce israeliane.

Legiferare il silenzio

Amnesty ha osservato che le minacce contro gli attivisti BDS rientrano nell’ambito di un vasto attacco ai difensori dei diritti umani palestinesi e israeliani da parte del governo e di attori non statali volti a sopprimere la libertà di espressione e di riunione. Gli episodi citati da Amnesty comprendono le minacce di morte contro Imad Abu Shamsiyeh, il palestinese che il 24 marzo ha filmato l’esecuzione a sangue freddo di un giovane a Hebron da parte di un soldato israeliano; la serie di minacce di morte nei confronti del personale del gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq; gli arresti degli attivisti di Hebron contro lo colonizzazione, Issa Amro e Farid al-Atrash; l’imprigionamento del deputato palestinese Khalida Jarrar, e le invettive e “feroci” minacce dirette a Breaking the Silence, un gruppo israeliano che raccoglie e pubblica le confessioni anonime di abusi compiuti da soldati israeliani.

Amnesty ha anche sottolineato che negli ultimi anni “le autorità israeliane hanno elaborato una serie di leggi che limitano lo spazio per l’opposizione alle politiche e alle azioni del governo israeliano.” In questo momento si stanno facendo strada attraverso il parlamento ulteriori leggi “che sembrano essere mirate alla riduzione della libertà di espressione e alla libertà di associazione”, ha dichiarato Amnesty. Queste includono il cosiddetto disegno di legge sulla trasparenza, misura che è vista come un attacco ai gruppi critici della condotta di Israele riguardo ai diritti umani. Un altro è il disegno di legge “Fedeltà nella Cultura”, che darebbe al governo il potere di ritirare, con effetto retroattivo, i finanziamenti alle attività culturali che “contrastano con i principi dello Stato”.

Il diritto di BDS

Questa settimana una coalizione di gruppi della società civile europea ha lanciato una nuova campagna per sostenere la libertà di parola e di azione politica a favore dei diritti dei palestinesi. Il Coordinamento Europeo dei Comitati e delle Associazioni per la Palestina (European Coordination of Committees and Associations for Palestine – ECCP) invita le organizzazioni dei diritti umani, i gruppi per le libertà civili, i movimenti sociali, sindacati e partiti politici a firmare una petizione all’Unione Europea che “si opponga agli attacchi guidati dal governo contro la libertà di parola e le libertà civili attuati al fine di minare le iniziative per i diritti umani della società civile a sostegno della lotta del popolo palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.”

“Poiché Israele è sempre meno capace di giustificare il suo regime di apartheid e di colonialismo degli insediamenti sul popolo palestinese e i suoi sistematici massacri di palestinesi a Gaza, sta cercando il sostegno dei governi in Europa e negli Stati Uniti per minare la libertà di parola come un modo per proteggersi dalle critiche e dalle misure volte a costringerlo a rendere conto delle sue gravi violazioni del diritto internazionale”, afferma l’ECCP, citando recenti esempi di repressione da parte delle autorità del Regno Unito e Francia, nonché le minacce da parte di ministri israeliani. “Indipendentemente dalla loro posizione sul BDS, le organizzazioni dei diritti umani e singoli cittadini del mondo che si occupano di diritti civili e dei diritti umani devono prendere una posizione chiara per difendere il diritto a sostenere il BDS come una questione di coscienza e la libertà di parola e strumento non violento della società civile per promuovere i diritti fondamentali dei palestinesi”, aggiunge l’ECCP.

( Fonte: bdsitalia.org )

Sorgente: 22-4-16_Amnesty-Condanna

Gaza, “Venerdì nero”: indagine innovativa indica crimini di guerra israeliani a Rafah

Comunicato stampa Amnesty International

* Ricostruzione degli attacchi israeliani a Rafah tra il 1° e il 4 agosto 2014
* Prove sussistenti di crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità richiedono indagine urgente
* Forze israeliane hanno ucciso almeno 135 civili palestinesi, tra cui 75 bambini, a seguito della cattura di un soldato israeliano
* Centinaia di video, foto e immagini satellitari analizzate da esperti, riferimenti incrociati con testimonianze oculari
* Tecniche avanzate utilizzate per analizzare le prove, tra cui lo studio delle ombre dei pennacchi di fumo in molteplici video per determinare tempo e luogo di un attacco

Nuove prove che dimostrano come le forze israeliane abbiano compiuto crimini di guerra in rappresaglia alla cattura di un soldato israeliano sono state rese note in un rapporto congiunto di Amnesty International e Architettura legale. Le prove, che includono un’analisi dettagliata di grandi quantità di materiali multimediali, suggeriscono che il carattere sistematico e apparentemente deliberato dell’attacco aereo e di terra su Rafah che ha ucciso almeno 135 civili, può anche costituire crimini contro l’umanità.

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” presenta tecniche investigative all’avanguardia e un’analisi introdotta da Architettura legale, un gruppo di ricerca con sede a Goldsmiths, presso l’Università di Londra.

“Ci sono prove convincenti che le forze israeliane hanno commesso crimini di guerra nel loro bombardamento implacabile e massiccio delle zone residenziali di Rafah, al fine di sventare la cattura del tenente Hadar Goldin, mostrando scioccante disprezzo per la vita dei civili. Hanno effettuato una serie di attacchi sproporzionati o altrimenti indiscriminati, che si è completamente fallito di indagare in modo indipendente”, ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

“Questo rapporto presenta una richiesta urgente di giustizia che non deve essere ignorata. L’analisi combinata di centinaia di foto e video, nonché immagini satellitari e testimonianze di testimoni oculari, fornisce prove convincenti di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale da parte delle forze israeliane che devono essere indagate”.

La massiccia quantità di prove raccolte è stata presentata ai militari e ad altri esperti e poi organizzata in ordine cronologico a creare un resoconto dettagliato degli eventi dal 1° agosto, quando l’esercito israeliano ha applicato la controversa e riservata procedura “Hannibal” a seguito della cattura del tenente Hadar Goldin.

Secondo la “Direttiva Hannibal”, le forze israeliane possono rispondere alla cattura di un soldato con un’intensa potenza di fuoco, nonostante i rischi per la sua vita o per i civili nelle vicinanze. Come il rapporto illustra, l’attuazione della direttiva ha portato all’ordine di compiere attacchi illegali contro i civili.
“Dopo la cattura del tenente Hadar Goldin, le forze israeliane sembrano essersi sbarazzate dei regolamenti, utilizzando una politica “senza regole” con conseguenze devastanti per la popolazione civile. L’obiettivo era quello di sventare la sua cattura a tutti i costi. L’obbligo di prendere precauzioni per evitare la perdita di vite civili è stata completamente trascurata. Interi quartieri di Rafah, tra cui aree abitate intensamente popolate, sono state bombardate senza distinzione tra civili e obiettivi militari”, ha affermato Philip Luther.

Goldin è stato dichiarato morto il 2 agosto, suggerisce che potrebbero in parte essere stati motivati ??dal desiderio di punire la popolazione di Rafah come vendetta per la sua cattura.

Intenso bombardamento
Poco prima della cattura del tenente Goldin il 1° agosto 2014, un cessate il fuoco era stato annunciato e molti civili erano tornati alle loro case credendosi al sicuro. Un bombardamento massiccio e prolungato è iniziato senza preavviso mentre masse di persone erano in strada, e molti di loro, soprattutto quelli nelle auto, sono diventati bersagli. Quel giorno è rimasto noto in seguito a Rafah come “venerdì nero”.

I racconti dei testimoni oculari hanno descritto scene raccapriccianti di caos e panico come un inferno di fuoco da jet F-16, droni, elicotteri e artiglieria piovuto giù per le strade, colpendo civili a piedi o in auto, nonché ambulanze e altri veicoli di evacuazione i feriti.

Un testimone ha descritto gli attacchi di quel giorno come un tentativo di polverizzare i civili di Rafah, paragonando l’assalto a “una macchina per tritare le persone senza pietà”.

Analisi legale all’avanguardia
Per questa indagine, i racconti dei testimoni che descrivono la carneficina a Rafah sono stati verificati con riscontri incrociati tra centinaia di foto e video presi da varie fonti e molteplici sedi, così come con nuove immagini satellitari ad alta risoluzione ottenute da Amnesty International.

Un gruppo di ricercatori di Architettura legale ha utilizzato una serie di tecniche sofisticate per analizzare queste prove. I ricercatori hanno esaminato gli indicatori temporali all’interno di un’immagine – come l’angolo delle ombre o la forma e le dimensioni dei pennacchi di fumo, che agiscono come “orologi fisici” – per determinare con precisione gli attacchi nel tempo e nello spazio (un processo noto come geo-sincronizzazione).

L’analisi rivela che il 1° agosto gli attacchi israeliani contro Rafah hanno preso di mira diversi luoghi in cui si credeva potesse trovarsi il tenente Goldin, a prescindere dal pericolo rappresentato per i civili, il che suggerisce che gli attacchi avrebbero anche potuto ucciderlo.

In uno degli incidenti maggiormente letali, i ricercatori, con l’aiuto di militari esperti, sono stati in grado di confermare che le due bombe da una tonnellata – il più grande tipo di bomba nell’arsenale dell’aviazione israeliana – sono state sganciate su un edificio a un solo piano a al-Tannur, Rafah est. Decine di civili erano nelle immediate vicinanze in quel momento il che ha reso l’attacco esageratamente sproporzionato.

“La ferocia dell’attacco a Rafah mostra le misure estreme che le forze israeliane erano preparate a prendere per impedire la cattura in vita di un solo soldato – decine di vite civili palestinesi sono state sacrificate per questo unico scopo.” ha evidenziato Philip Luther.

L’analisi delle fotografie, dei video e degli altri elementi di prova multimediali da parte dei testimoni oculari è stato fondamentale per indagare sulle possibili violazioni in quanto le autorità israeliane hanno negato l’accesso al personale di Amnesty International nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto del 2014.
“Architettura legale unisce nuove tecnologie architettoniche e mediali per ricostruire incidenti complessi basati sulle tracce che la violenza lascia sugli edifici durante un conflitto. I modelli architettonici ci aiutano a disegnare legami tra più elementi di prova, come immagini, video caricati sui social media e testimonianze per ricostruire virtualmente lo svolgersi degli eventi” ha dichiarato Eyal Weizman, direttore di Architettura legale.

Attacchi a ospedali e operatori sanitari
Le immagini satellitari e le fotografie analizzate per il rapporto mostrano i crateri e i danni che indicano come gli ospedali e le ambulanze siano stati ripetutamente attaccati durante l’assalto a Rafah, in violazione del diritto internazionale.

Un medico ha descritto come i pazienti siano fuggiti freneticamente dall’ospedale di Abu Youssef al-Najjar dopo l’intensificarsi degli attacchi sulla zona. Alcuni sono stati spinti giù dai letti, molti avevano ancora la flebo attaccata. Un ragazzo ingessato si è trascinato a terra pur di scappare.

Un’ambulanza che portava un anziano ferito, una donna e tre bambini è stata colpita da un missile sparato da un drone, facendola in fiamme e bruciando vivo chiunque fosse all’interno, operatori sanitari compresi. Jaber Darabih, un paramedico che era arrivato ??sulla scena, ha descritto i resti carbonizzati dei corpi come “senza gambe, senza mani… gravemente ustionati”. Tragicamente ha poi scoperto che anche suo figlio, un paramedico volontario, era tra quanti sono rimasti uccisi nell’ambulanza.

“Attaccando le ambulanze e colpendo vicino agli ospedali, l’esercito di Israele ha mostrato un plateale disprezzo per le leggi di guerra. Attaccare deliberatamente strutture sanitarie e medici professionisti equivale a compiere crimini di guerra”, ha ammonito Philip Luther.

Fine del ciclo di impunità
Questa indagine su Rafah fornisce una delle prove sinora più convincenti delle gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, compresi i crimini di guerra, compiute durante il conflitto.

Nei precedenti rapporti, Amnesty International ha messo in evidenza le violazioni compiute da entrambe le parti, inclusi gli attacchi sistematici da parte di Israele sulle case civili e la sua deliberata distruzione di edifici civili multipiano; gli attacchi indiscriminati dei gruppi armati palestinesi e gli attacchi mirati ai civili in Israele, così come le uccisioni sommarie di palestinesi a Gaza.

Tuttavia, un anno dopo il conflitto, le autorità israeliane non hanno condotto indagini credibili, indipendenti e imparziali sulle violazioni del diritto umanitario internazionale. Limitate indagini militari di Israele su alcune delle azioni condotte dalle sue forze a Rafah il 1° agosto non hanno ancora accertato alcuna responsabilità.

“Finora, le autorità israeliane hanno dimostrato nel migliore dei casi di non essere in grado di svolgere indagini indipendenti sui crimini di diritto internazionale a Rafah e altrove e nel peggiore dei casi di non essere disposte a farlo. I risultati di questo rapporto aggiungono prove convincenti a un già grande mole di documentazione credibile delle gravi violazioni commesse durante il conflitto di Gaza, che richiedono indagini indipendenti, imparziali ed efficaci”, ha concluso Philip Luther.

“Le vittime e le loro famiglie hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. E quanti sono sospettati di aver ordinato o commesso crimini di guerra devono essere perseguiti”.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 29 luglio 2015

Il rapporto “Venerdì nero’: carneficina a Rafah nel conflitto Israele/Gaza 2014” è disponibile insieme a ulteriori documenti all’indirizzo: https://blackfriday.amnesty.org/index.php

Radio Kufiah – Giornale radio del 26 settembre 2013

Giornale radio del 26 settembre 2013.

Sommario
1) I negoziati sono una copertura per attaccare al-Aqsa.
2) Prosegue la giudaizzazione della città.
3) Boom di femminicidi in West Bank.
4) Al-Khalil – Ucciso un soldato occupante.
5) Amnesty International contro gli abusi dell’ANP.
6) L’occupazione sfrutta economicamente la Valle del Giordano.
7) La resistenza risponde ad un invasione militare.

durata 12:22

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thanks to: castelliperlapalestina

Israel: Demolitions of Bedouin homes in the Negev desert must end immediately | Amnesty International

Israel must immediately halt all demolitions of Arab Bedouin homes in communities in the Negev/Naqab desert which the government has refused to recognize officially, Amnesty International said, following news that the village of al-‘Araqib was once again razed by land authorities.

“The Israeli authorities must halt demolitions in these communities and change course completely to guarantee all citizens’ right to adequate housing,” said Philip Luther, Director of Amnesty International’s Middle East and North Africa Programme.

“The Israeli government’s Prawer-Begin plan would lead to the forced eviction of tens of thousands of Arab Bedouin citizens of Israel. The plan is inherently discriminatory, flies in the face of Israel’s international obligations and cannot be accepted in any circumstances.”

Bulldozers from the Israel Land Administration, accompanied by a large and heavily-armed police force in more than 60 vehicles, arrived in al-‘Araqib early on Tuesday morning and began to destroy 15 shacks, effectively flattening the village and displacing 22 families.

The village, which has never been officially recognized by the Israeli authorities despite the residents’ longstanding claims to their lands, has been demolished more than 50 times in the past three years. Each time, residents have tried to rebuild their homes, constructing makeshift shelters on the same land.

“We have the right to remain here; our struggle has continued for generations and we will persevere,” said Aziz al-Turi, a resident from the village. “Our grandfathers are buried on this land. We will continue to rebuild and demonstrate to defend our right to live here.”

The latest demolition came a day after mass protests were staged across Israel, the occupied West Bank and in the Gaza Strip, against the proposed “Law for Regularizing Bedouin Habitation in the Negev”. This law would provide for the forced eviction of more than 30,000 residents from 35 “unrecognized” Bedouin villages in the Negev desert. In some areas, including Be’er Sheva and Sakhnin, Israeli police used excessive force against peaceful demonstrators opposing the plan.

All construction in these villages is considered illegal by the Israeli authorities, and their 70,000 residents lack basic services, including water and electricity.

Amnesty International is urging the Israeli authorities to scrap the draft law, which is expected to lead to a massive increase in home demolitions in these communities. Although the draft has only passed its first reading in the Knesset (parliament), the Israel Land Administration regularly demolishes homes and other structures in these villages unhindered. More than 120 homes and other structures in these villages have been demolished over the last five months.

“The repeated demolitions in al-‘Araqib and other villages show that the Prawer-Begin plan is being implemented on the ground, despite the fact that the bill is still pending in the Knesset and that the communities which will be affected still have not been genuinely consulted,” said Philip Luther.

“The Prawer-Begin plan discriminates against Arab Bedouin by providing less protection for their land and housing rights compared to other Israeli citizens. The international community must pressure the Israeli government to respect its human rights obligations within its borders, as well as in the Occupied Palestinian Territories.”

Further information:

Protests on 15 July and responses of the authorities

Protests against the Prawer-Begin plan and the draft Israeli law took place on 15 July in Palestinian communities throughout Israel, as well as in the Occupied Palestinian Territories. The High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel also called for a general strike.

Israeli security forces and police used excessive force against demonstrators in Be’er Sheva and Sakhnin, while the Hamas de facto administration prevented a demonstration by youth activists in Gaza City and the Palestinian Authority prevented protesters from marching from Ramallah towards the illegal Israeli settlement of Beit El.

In Be’er Sheva, the largest city in Israel’s southern Negev region, Israeli police and special police forces arrested 14 demonstrators, including two women and two children. Delegates from Amnesty International Israel observed the protest. Demonstrators were peaceful, but Israeli police charged into the crowds on horseback and used force during the arrests. The demonstrators have been charged with “assaulting a police officer.”

In Sakhnin, in the north of Israel, Israeli forces arrested some 14 demonstrators, including three women and a child. One of the women arrested was Fathiya Hussein, a human rights activist who works at Adalah, the Legal Center for Arab Minority Rights in Israel. Israeli police forces charged into the demonstrators on horseback and fired tear gas and sponge-tipped bullets at demonstrators.

In occupied East Jerusalem, Israeli forces arrested at least 10 protesters, some of whom were children. Approximately 12 protesters were injured when Israeli forces, including men in civilian clothing, attacked the demonstrators and bystanders.

viaIsrael: Demolitions of Bedouin homes in the Negev desert must end immediately | Amnesty International.

Aggiornamenti su Ayyub

Ayyub è stato ferito ad aprile 2008 all’età di 16 anni durante un attacco israeliano. Il ragazzo e’ entrato nel programma di adozione Gazzella. A giugno del 2011 Ayyub era stato trasferito, con altri ragazzi disabili, in Slovenia per un intervento chirurgico. Al suo rientro, alla fine di giugno 2011 è stato arrestato al posto di blocco di Erez.
Dal momento dell’arresto, di Ayyub si è sempre saputo poco. La famiglia non lo aveva potuto vedere e le uniche visite fatte erano state quelle dell’avvocato e della Croce Rossa Internazionale. Ayyub e’ stato processato lo scorso autunno
La corte israeliana lo ha condannato a 6 anni di carcere e pur avendo Ayyub meno di 16 anni all’epoca dei presunti fatti attribuiti, la corte non ha voluto tenere in considerazione questo elemento.
Il giudizio della corte israeliana non si è basato solo sulle informazioni, dei collaborazionisti, che portarono all’arresto di Ayyub, ma ha trovato elementi per la condanna anche nelle dichiarazioni di agenti dello Shin Bet che erano stati inseriti volutamente nella cella con Ayyub, ai quale, pare, il ragazzo abbia raccontato del suo appoggio a gruppi della resistenza durante azioni di difesa agli attacchi israeliani.
Ho ri- incontrato il padre di Ayyub. Mi dice che ha potuto visitare il figlio nel carcere di Beershva lo scorso mese di febbraio.
Ayyub e’ depresso, ha difficolta’ di relazione anche a causa dell’esperienza vissuta ( vedi report precedente). Ayyub usa le stampelle per deambulare perche’ l’arto artificiale e’ stato danneggiato durante il trattamento in carcere.
Poco dopo la visita dei famigliari, Ayyub e’ stato trasferito nel carcere di Naqap. Il direttore del carcere ha emesso una disposizione che colpisce 120 prigionieri ai quali vengono negate le visite dei famigliari e dell’avvocato. Tra questi prigionieriu c’e ‘ anche il nostro Ayyub. I prigionieri hanno fatto azioni di protesta, contro il provvedimento restrittivo, quali rifiutare il cibo.
I detenuti palestinesi suddivisi nelle 17 prigioni israeliane e nei centri di detenzione sono oltre 4.700 con provenienza dalla Westbank (80%), dalla Striscia di Gaza (10%) e il resto da Gerusalemme.
Di questi prigionieri circa 200 sono in “detenzione amministrativa” cioe’ senza accuse e processo, 13 sono donne. Sono invece 198 I ragazzi detenuti con meno di 18 anni.
I prigioieri sono sottoposti a frequenti perquisizioni diurne e notturne; e’ negata la possibilita’ di ricevere un’istruzione; sono vietati I libri; il cibo viene distribuito in piccole porzioni e di bassa qualità.
I numero di detenuti che soffrono di problemi di salute ha raggiunto quota 1400, tale numero comprende diverse condizioni anche quelle derivanti dalle difficili condizioni imposte dietro le sbarre, tra cui abusi e malnutrizione.
Frequenti casi di tortura , maltrattamenti e negligenza medica sono stati denunciati ai danni di prigionieri palestinesi ed alcuni sono morti in seguito a tali trattamenti.
In carcere neppure la morte del prigioniero viene rispettata: Israele si rifiuta di consegnare ai famigliari ciò che rimane dei martiri, non permettendo una degna sepoltura nel rispetto anche delle esigenze religiose.
Il nostro Ayyub aspetta nel carcere di Naqap il prossimo processo che sara’ il 23 ottobre 2013, mentre la famiglia, nel frattempo, si e’ attivata con l’associazione El Mazen di Gaza per verificare la possibilita’ di avere qualche notizie del figlio.
Gazzella continua a sostenere Ayyub e contemporaneamente denuncia il il sistema giudiziario israeliano che detiene illegalmente, secondo la Convenzione di Ginevra, i palestinesi in carceri israeliane.

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I Romani odiano i Rom

Dopo l’ennesima denuncia di Amnesty International nei confronti dell’Italia per gli abusi e le discriminazioni subite dalla popolazione Rom e quella del mese di maggio da parte del Consiglio d’Europa per i comportamenti razzisti e xenofobi nei confronti di Rom, Musulmani, migranti, rifugiati e richiedenti asilo, i Romani ci riprovano.

Il pluripregiudicato, già tre volte arrestato ed incarcerato, sindaco di Roma, Giovanni Alemanno, detto Alemagno, in calo di consensi per le continue e ripetute vicessitudini giudiziarie che lo hanno visto partecipe, direttamente ed indirettamente, rispolvera la strategia della tensione. Come per il di lui padrino e suocero, Pino Rauti, stragista morale della strage di Piazza della Loggia, l’importante è tenere sotto tensione il cittadino comune, non farlo ragionare, inducendolo ad avere paura anche quando non ci sono motivi reali per averne. A meno che non ne vengano creati ad arte alcuni.
È questo il caso dei Rom.

Come durante il periodo precedente alla sua elezione, l’attuale “magnaccione” del Campidoglio, ripropone il suo cavallo di battaglia. Temendo il malcontento dei cittadini romani già indignati per la malversazione di assessori e consiglieri regionali e al fine di non essere esautorato dall’attuale carica istituzionale per i misfatti dei propri assessori e consiglieri, tenta di spostare l’attenzione da essi impegnandosi nella spettacolarizzazione dell’ennesima miserrima caccia alle streghe.

Prodigo di telecamere ed assoldati i commedianti cerca di porre rimedio ad uno dei problemi più annosi che attanagliano la città di Roma. Il traffico? L’immondizia? I parenti proliferi? I Rom.

“Questi pericolosi criminali, nemici della nazione e della stirpe italica, si aggirano indisturbati per le regie vie della nostra capitale, colpevoli di impudico accattonaggio e di pietosa miseria. Per fortuna il “paladino de’ noantri” adornato di masculinea tenacia e temprato dal duro lavoro delle messi riesce a cacciarli  in tempo dal sacro suolo della nostra penisola.”

Così facendo, il giorno 28 settembre 2012 si assiste all’abbattimento del decimo campo nomadi di Roma, quello di Tor de’ Cenci, da più di vent’anni in loco, dove vivevano 400 persone e allo sgombero forzato delle stesse.

Ancora una volta, in violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, gli attuali eredi di Mussolini, danno prova della loro mancanza di rispetto nei confronti della dignità umana, sovrapponendo i loro interessi elettorali alla ben più importante humanitas che il caro sindaco, durante la frequentazione dei salotti mondani, si vanta di avere.

Amnesty International ha emesso un appello, che tutti possono sottoscrivere, indirizzato all’attuale primo ministro italiano Mario Monti affinchè vengano interrotti gli episodi di segregazione, discriminazione e sgombero forzato ai danni dei Rom in tutto il territorio italiano.

All’appello unisci anche una richiesta formale per la rimozione forzosa del sindaco di Roma. Mandiamolo sul Gran Sasso, mandiamolo sul Lago di Garda, mandiamolo a…