Il nuovo Israele

Un piano sinistro che coinvolge i più famosi oligarchi del mondo, così come FMI ed elementi chiave della lobby sionista globale, si nasconde sotto lo Stato indipendente di fatto creato da uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra nel cuore della Patagonia argentina. Whitney Webb, Mint Press, 11 marzo 2019

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La guerra al Venezuela è costruita sulle bugie

John Pilger, 21 febbraio 2019

Viaggiando con Hugo Chavez, presto capì la minaccia del Venezuela. In una cooperativa agricola nello Stato di Lara, la gente aspettava pazientemente e con buon umore nel caldo. Brocche di acqua e succo di melone passavano in giro. Una chitarra suonava; una donna, Katarina, si alzò e cantò con un contralto roco.
“Che cosa dicono le sue parole?” Chiesi.
“Che siamo orgogliosi”, fu la risposta.

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Controllare il messaggio, controllare il mondo: Dal Vietnam al Venezuela

Scott Patrick 12 febbraio 2019 Nel 2019, un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti sta avendo luogo in America Latina contro il…

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Maduro propone elezioni parlamentari anticipate in Venezuela

2 febbraio 2019 20:08 Il presidente venezuelano Niñolas Maduro ha chiesto elezioni anticipate all’Assemblea nazionale, un organo legislativo dominato dall’opposizione e guidato da Juan Guaido che si è dichiarato leader ad interim la scorsa settimana. La dichiarazione di Maduro arriva mentre migliaia si radunano nelle strade di Caracas sia…

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Peculiarità dell’imperialismo USA in America Latina

Prof. James Petras, 30 gennaio 2019

Comprendendo l’imperialismo come fenomeno generale si perde di vista il suo modus operandi in ogni contesto specifico e significativo. Mentre l’esercizio del potere imperialista è una strategia comune, motivazioni, strumenti, obiettivi e impegno variano a seconda della natura del sovrano imperiale e del Paese bersaglio. Il Venezuela, attuale obiettivo degli Stati Uniti del presidente Donald Trump, è un caso che illustra le “peculiarità” della politica imperialista. Procederemo delineando sfondo, tecniche ed impatto della presa del potere imperiale. Testo integrale su Aurorasito.

Accademici al servizio dell’impero

James Petras, Internationalist 360°, 5 maggio 2018Introduzione
Nell’ultimo mezzo secolo sono stato impegnato in ricerche, ho tenuto conferenze e lavorato con movimenti sociali e governi di sinistra in America Latina. Ho intervistato funzionari e think tank statunitensi a Washington e New York. Ho scritto decine di libri, centinaia di articoli professionali e ho presentato numerosi articoli in occasione di riunioni professionali. Nel corso della mia attività ho scoperto che molti accademici spesso s’impegnano in ciò che i funzionari del governo chiamano “de-briefing”! Gli accademici si incontrano e discutono sul campo di lavoro, sulla raccolta di dati, sui risultati delle ricerche, sulle osservazioni e sui contatti personali durante il pranzo presso l’ambasciata con funzionari del governo degli Stati Uniti o a Washington con funzionari del dipartimento di Stato. I funzionari del governo degli Stati Uniti aspettano con ansia questi “commenti”; l’accademico fornisce un utile accesso alle informazioni che altrimenti non potrebbero ottenere da agenti d’intelligence o collaboratori locali. Non tutti gli informatori accademici sono in ottima posizione od investigatori competenti. Tuttavia, molti forniscono utili informazioni, specialmente sui movimenti di sinistra, partiti e i leader avversari antimperialisti reali o potenziali. I costruttori dell’impero statunitense, sia che svolgano attività politiche o militari, dipendono da informazioni in particolare su chi sostenere e chi sovvertire; chi dovrebbe ricevere supporto diplomatico e chi dovrebbe ricevere risorse finanziarie e militari. Gli accademici interrogati identificano avversari ‘moderati’ e ‘radicali’, così come vulnerabilità personali e politiche. I funzionari sfruttano spesso problemi di salute o bisogni familiari per “trasformare” le sinistre in spie imperialiste. I funzionari degli Stati Uniti sono particolarmente interessati agli accademici ‘gate-keeper’ che escludono critiche all’imperialismo, attivisti, politici e funzionari governativi. A volte, funzionari del dipartimento di Stato degli Stati Uniti dichiarano di essere simpatizzanti ‘progressisti’ che si oppongono ai “neanderthaliani” nelle istituzioni, al fine di avere informazioni privilegiate dagli informatori accademici di sinistra. Il debriefing è una pratica diffusa e coinvolge numerosi accademici provenienti da importanti università e centri di ricerca, così come “attivisti” non governativi e redattori di riviste e pubblicazioni accademiche. Gli accademici che partecipano al debriefing spesso non pubblicizzano i loro rapporti col governo. Molto probabilmente condividono i rapporti con altri informatori accademici. Tutti affermano semplicemente di condividere le ricerche diffondendo informazioni per la “scienza” e per promuovere “valori umani”. Gli informatori accademici giustificano sempre la loro collaborazione fornendo un’immagine chiara e più equilibrata ai “nostri” responsabili politici, ignorando i prevedibili risultati distruttivi che potrebbero derivarne.

Accademico al servizio dell’impero
Gli informatori accademici mai studiano, raccolgono ricerche e pubblicizzano rapporti sulle politiche statunitensi segrete, palesi e clandestine, in difesa delle multinazionali e dell’élite latinoamericana che collaborano coi costruttori dell’impero.

Piantare il “Regime Change” in Venezuela
I funzionari degli Stati Uniti sono desiderosi di conoscere tutti i rapporti sui “movimenti dal basso”: chi sono, quanta influenza hanno, suscettibilità a tangenti, ricatti e inviti dal dipartimento di Stato, da Disneyland o dal Wilson Center di Washington. I funzionari statunitensi finanziano ricerche accademiche su sindacati, movimenti sociali agrari, minoranze femministe ed etniche impegnate nella lotta di classe e attivisti e leader antimperialisti, poiché tutti sono obiettivi della repressione imperiale. I funzionari sono anche appassionati dei rapporti accademici sui cosiddetti collaboratori “moderati” che possono essere finanziati, consigliati e reclutati per difendere l’impero, minare la lotta di classe e dividere i movimenti. Gli informatori accademici sono particolarmente utili nel fornire informazioni personali e politiche su intellettuali, accademici, giornalisti, scrittori e critici di sinistra latinoamericani permettendo ai funzionari statunitensi di isolare, calunniare e boicottare gli antimperialisti, così come gli intellettuali che possono essere reclutati e sedotti con concessioni di fondi e inviti al Kennedy Center di Harvard. Quando i funzionari statunitensi hanno difficoltà a comprendere le complessità e conseguenze dei dibattiti ideologici e divisioni nei partiti o regimi di sinistra, gli informatori accademici d’ex-sinistra, che raccolgono documenti e interviste, forniscono spiegazioni dettagliate e forniscono ai funzionari un quadro politico per sfruttare ed esacerbare divisioni e guidare la repressione, minando gli avversari impegnati nella lotta antimperialista e di classe. Il dipartimento di Stato degli USA lavora a stretto contatto con centri di ricerca e fondazioni nel promuovere riviste che evitino ogni menzione dell’imperialismo e dello sfruttamento della classe dirigente; promuovono “questioni speciali” su politiche di identità “senza classe”, teorizzazioni postmoderne e conflitti etnico-razziali e conciliazioni. In uno studio sulle due principali riviste di scienze politiche e sociologiche, si nota che in cinquanta anni hanno pubblicato meno dello 0,01% sulla lotta di classe e l’imperialismo USA. Gli informatori accademici non hanno mai riferito sui legami del governo degli Stati Uniti con governanti narco-politici. Gli informatori accademici non studiano l’ampia e lunga collaborazione israeliana cogli squadroni della morte in Colombia, Guatemala, Argentina e El Salvador, a causa della lealtà a Tel Aviv e nella maggior parte dei casi perché il dipartimento di Stato non è interessato ai rapporti che espongono alleati e complicità.

Informatori accademici: cosa vogliono e cosa ottengono?
Gli informatori accademici s’impegnano nel debriefing per vari motivi. Alcuni lo fanno semplicemente perché condividono politica ed ideologia dei costruttori imperialisti e sentono che è un loro “dovere” servire. La stragrande maggioranza sono accademici affermati con legami coi centri di ricerca che informano perché ingrassano il loro curriculum vitae, aiutando a garantirsi borse di studio, appuntamenti prestigiosi e premi. Gli accademici progressisti che collaborano hanno un approccio da Giano bifronte; parlano alle conferenze pubbliche di sinistra, in particolare agli studenti. e in privato riferiscono al dipartimento di Stato degli USA. Molti studiosi ritengono di poter influenzare e cambiare la politica del governo. Cercano d’impressionare i funzionari autodichiariati “progressisti” con le loro conoscenze interne su come “trasformare” i critici latini in collaboratori moderati. Inventano innocue categorie e concetti accademici per attirare studenti per l’ulteriore collaborazione coi colleghi imperialisti.

La conseguenza del debriefing accademico
Gli informatori accademici ex di sinistra sono frequentemente citati dai mass media come “esperti” affidabili e competenti per calunniare governi, accademici e critici antimperialisti. Gli accademici di ex-sinistra spingono gli studiosi emergenti dalla prospettiva critica ad adottare critiche ragionevoli “moderate”, a denunciare ed evitare gli “estremisti” antimperialisti e a screditarli come “ideologi polemici”! Gli informatori accademici in Cile hanno aiutato l’ambasciata USA ad identificare i militanti di quartiere poi consegnati alla polizia segreta (DINA) durante la dittatura di Pinochet. Informatori accademici statunitensi in Perù e Brasile hanno fornito all’ambasciata piani di ricerca che identificavano ufficiali nazionalisti e studenti di sinistra successivamente epurati, arrestati e torturati. In Colombia, gli informatori accademici statunitensi furono attivi nel fornire rapporti sui movimenti dei ribelli rurali che portarono a una repressione di massa. Collaboratori accademici fornirono rapporti dettagliati all’ambasciata in Venezuela sui movimenti di base e le divisioni politiche tra il governo chavista e gli ufficiali al comando di truppe. Il dipartimento di Stato degli USA finanziava accademici che lavoravano con organizzazioni non governative che identificano e reclutano giovani della classe media come combattenti di strada, narcogangster e indigenti per impegnarli in violente lotte per rovesciare il governo eletto e paralizzare l’economia. Rapporti accademici sul regime “violento” e “autoritario” servivano da foraggio propagandistico per il dipartimento di Stato ed imporre sanzioni economiche, impoverendo la gente, fomentando il colpo di Stato. Collaboratori accademici statunitensi hanno arruolato i colleghi latini per firmare le petizioni che spingono i regimi di destra nella regione a boicottare Venezuela. Quando gli informatori accademici affrontano le conseguenze distruttive dell’imperialismo, sostengono che non era loro “intenzione”; che non erano i loro contatti col dipartimento di Stato a portare avanti le politiche regressive. La più cinica affermazione è che il governo avrebbe fatto il lavoro sporco a prescindere dal debriefing.

Conclusione
Ciò che è chiaro in quasi tutte le esperienze note è che i de-briefing degli informatori accademici rafforzano gli imperialisti e completano il lavoro mortale degli operatori professionisti di CIA, DEA e National Security Agency.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Accademici al servizio dell’impero

Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico”

di Geraldina Colotti,

Caracas, 15 maggio 2018

Tornando a Caracas a qualche mese di distanza dall’ultimo viaggio, non si può non notare la differenza in termini di cura delle strade e della raccolta dei rifiuti. Visibili anche i miglioramenti realizzati nello stato Miranda, lasciato in stato di abbandono negli anni in cui ha governato la destra nella persona di Henrique Capriles, più propenso a mostrarsi alla stampa che ai cittadini. La sindaca di Caracas, Erika Farias, storica attivista del movimento LGBT, è nota per essere “una gran lavoratrice e una amministratrice efficiente”. Il giovane governatore chavista Hector Rodriguez, stile sobrio e diretto, capace di coniugare con perizia il dato particolare al generale, sta dando priorità ai problemi economici dei quartieri popolari, al lavoro e al tessuto produttivo, sia delle comunas che della zona economica speciale con cui si spera di rilanciare gli investimenti. Da mesi gli operai sono al lavoro per riparare le voragini del manto stradale e la “polizia di prossimità” sta gradatamente cambiando il segno al problema della sicurezza.

Tornando nella capitale, colpisce però anche l’anarchia dei prezzi, che sembra sfuggire a ogni controllo. Con arroganza, il commerciante di un esercizio “elegante” può imporre un prezzo (già alto) a un prodotto e quello di fronte lo può quadruplicare senza vergogna. Quanto può durare una sistuazione simile? Ci sarà modo di rimetter mano ai meccanismi impazziti dell’economia venezuelana?

Commercianti, speculatori e classi medio-alte, ripetono la litania delle destre: “Stiamo morendo di fame” mentre sciorinano le meraviglie dei loro viaggi all’estero, come abbiamo ascoltato in aereo e in moltissime altre conversazioni, in Italia e in Venezuela. “Stiamo facendo morire di fame”, dovrebbero dire invece, ammettendo la loro criminale parte in commedia nella strategia del “caos costruttivo” con la quale il Pentagono ha infettato il corpo sociale venezuelano per rendere ingovernabili tutte le sue ferite (errori e corruzione compresi). Una strategia che si è intensificata con la vittoria di Nicolas Maduro alle elezioni del 2013, seguite alla morte di Chavez. I problemi, però, sono cominciati con l’inizio del proceso bolivariano, quando è apparso chiaro che Chavez non era il solito caudillo manipolabile, ma il risultato di un tentativo collettivo di portare a sintesi un modello di paese alternativo al capitalismo.

Se un lettore italiano ha conservato l’ormai introvabile guida Edt sul Venezuela (ultima edizione 2010) potrà rendersi conto di questo, scorrendo i luoghi comuni, i giudizi e gli “apprezzamenti” sulle politiche economiche di Chavez. All’epoca, ogni cittadino – anche quelli che prima non avevano nemmeno la possibilità di nutrirsi – poteva disporre di 3000 dollari a cambio agevolato per recarsi all’estero.

Una misura che ha dato la stura all’esercito di “raspacupo”, che svuotavano illegalmente le carte di credito per poi cambiare i dollari al mercato parallelo, speculando e dissanguando il paese. Epperò la guida considera normale assumere la “protesta dei cittadini” perché i 3000 dollari erano pochi… E si potrebbe continuare. Quali “cittadini”? Quelli che “muoiono di fame” viaggiando e speculando tra Caracas e Miami…Quelli che, in Italia e in Europa lasciano che i propri governi impongano sanzioni al popolo venezuelano, mediante un blocco economico-finanziario che ha come unico obiettivo spazzare via un governo ostinato nel declinare in concreto una parola che si vorrebbe bandire dalla storia delle classi popolari: socialismo.

Ieri il ministro della Salute venezuelano Luis Lopez ha denunciato accoratamente che la Banca Mondiale ha bloccato un pagamento di 7 milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine e apparati medici destinati ai pazienti in dialisi, che sono 15.000. Periodicamente, si scoprono depositi clandestini di medicine accaparrate. In questi giorni sono stati inaugurati 18 centri di salute a Caracas, ma come farli funzionare se le politiche criminali degli stati capitalisti impediscono l’arrivo degli anestetici, delle medicine salvavita che le industrie farmaceutiche locali non riescono a produrre in quantità sufficiente?

L’Italia è complice. Il ministro Ernesto Villegas ha denunciato che la banca Intesa San Paolo sta bloccando l’invio di finanziamenti destinati alla partecipazione del Venezuela alla decima Biennale di Venezia, che apre il 26 di maggio. Nonostante la guerra economica, il Venezuela continua a finanziare massicciamente la cultura, a differenza di quel che si fa in Italia. In ogni fiera, in ogni iniziativa culturale, risuonano le parole di José Marti: “Essere colti per essere liberi”. A 200 anni dalla nascita di Marx, la cultura serve a capire da che parte della barricata ci si vuole situare. Serve a smascherare i meccanismi della guerra economica e i sepolcri imbiancati che la sostengono mediante l’intossicazione ideologica e mediatica.

“Darò la vita per il rinascimento economico, da costruire insieme”, ha detto il presidente Nicolas Maduro nell’atto di chiusura della campagna elettorale nel Tachira. Dal Tachira, stato di frontiera e crocevia di traffici di ogni tipo, partono gli attacchi dei paramilitari. Anche questa volta l’allerta è massima a ridosso delle elezioni del 20 maggio che Trump e i suoi vassalli cercano con ogni mezzo di impedire. Ha lanciato l’allarme anche il presidente boliviano Evo Morales. Il Venezuela sarà il nuovo Vietnam dell’America Latina? Nonostante il boicottaggio, il governo bolivariano ha invitato qui una pletora di “accompagnanti” internazionali di ogni tendenza politica. Arriveranno anche dall’Italia.

Il sistema elettorale venezuelano, altamente automatizzato e considerato a prova di frodi, ha concluso la prima fase di 14 verifiche incrociate. Contro Maduro, che si ricandida per un nuovo mandato, sostenuto dal Partito comunista e da tutto l’arco delle sinistre in Venezuela, si presenta Henry Falcon. Il suo modello di paese è quello che governa in Nordamerica, in Europa e nei paesi capitalisti dell’America Latina. I suoi consulenti sono gli economisti della scuola di Chicago, tristemente nota negli anni del Piano Condor e dei dittatori latinoamericani. I supporter dei Fondi avvoltoio, emissari del Fondo Monetario internazionale, pronto a intervenire nell’economia venezuelana. Come? Come stanno facendo Macri in Argentina e il golpista Temer in Brasile, azzerando le leggi del lavoro, le pensioni, e privatizzando nuovamente l’economia bolivariana. Per questo, in questi giorni la classe operaia moltiplica le assemblee, dentro e fuori i luoghi di lavoro, si mobilitano i 79 rappresentanti eletti dai lavoratori nell’Assemblea Nazionale Costituente. Per rieleggere come presidente l’ex operaio del metro Nicolas Maduro al grido di “Vamos, Nico”. Per chi vuole manifestare il proprio sostegno nelle reti sociali, l’hastag è #Tod@sConMaduro

Sorgente: Tornando a Caracas. Contro il nuovo Piano Condor e i nuovi emissari del FMI: “Vamos Nico” – L’Analisi – L’Antidiplomatico

L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

Sorgente: L’America Latina invisibile «

America Latina: Postneoliberismo vs Capitalismo offshore

Prima di tutto è necessario ricordare che in ogni processo di rivoluzione sorge anche la tendenza alla controrivoluzione; questo è un dato oggettivo. Trionfa alla fine la corrente che acquista maggior forza, quella guidata da una linea e un piano più adeguati, più intelligenti. Ossia: la possibilità di predominio della rivoluzione o della controrivoluzione si decide sul terreno soggettivo, dipende dalla conduzione dell’una e dell’altra / Schafik Hándal (1990)

Da dicembre 2015 sono accaduti fatti eccezionali che hanno cambiato il panorama geopolitico e la cartografia della lotta di classe in Nuestra America. Con questo lavoro vogliamo affrontarli, dopo aver ripercorso le tappe del ciclo postneoliberista che ha iniziato una nuova tappa nella nostra regione, mentre al contempo affrontiamo un’analisi sui fatti degli ultimi mesi, che ci collocano in un punto di flessione e segnano delle enormi sfide per i popoli. Ci riferiamo fondamentalmente all’avanzare politico delle forze di destra. Avanzare espresso sul piano elettorale e giudiziario che sono riusciti a cacciare due governi progressisti e strategici per il loro peso politico e economico come l’Argentina e il Brasile, e che hanno vinto elezioni in Bolivia e Venezuela, modificando i rapporti di forze soggettive ed oggettive nella regione.

Nuestra America si trova perciò a un bivio, una guerra di posizione tra le forze sociali e politiche che sono state protagoniste e guidano (o hanno guidato) il ciclo progressista postneoliberista, e quelle che scommettono disperatamente sulla restaurazione neoliberista sotto forma di capitalismo offshore, un capitalismo che mostra l’acutizzarsi di alcune tendenze che potrebbero indicare un cambiamento del ciclo capitalista nella sua fase già iniziata di decomposizione [1].

Il momento politico ci lascia una destra che ha accumulato forza sul piano elettorale e ha solo bisogno di vincere le elezioni (e a volte, come in Brasile, nemmeno questo), mentre la sinistra ha bisogno di vincere ma soprattutto di stare nelle strade e riaggiornare il progetto politico anti-neoliberista.

Non è il momento di dispiacersi per i rovesci politici sofferti dalla sinistra, è quello di riflettere su nuove forme per arrestare l’offensiva del capitalismo offshore contro i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, di riprendere l’offensiva che ci porti a un altro momento di accumulazione politica e sociale, che apra un’altra tappa del ciclo progressista. Però è necessario anche esercitare la critica e l’autocritica per correggersi tempestivamente nel caso del nocciolo duro del cambiamento d’epoca progressista (Venezuela, Bolivia e Ecuador) e per costruire qualcosa di diverso in quei paesi in cui i popoli sono passati all’opposizione e resistenza.

Per pensare al momento attuale è necessario comprendere le diversase tappe che ha percorso il ciclo progressista che ha reso l’America Latina e i Caraibi l’unica regione del mondo in cui si è iniziato a costruire un’alternativa al sistema capitalista o almeno ai suoi modelli di accumulazione più aggressivi sviluppati dalle politiche neoliberiste.

Fase preliminare, o accumulazione originaria del ciclo progressista (1989-1998): Le resistenze al neoliberismo

Cadeva il muro di Berlino, si disintegrava il progetto storico della sinistra comunista mentre le frazioni più concentrate del capitale radevano al suolo le conquiste storiche dei lavoratori e dei popoli. Invece, mentre ci raccontavano che era arrivata la fine della storia e della lotta di classe, nel Sud del mondo cominciava a germinare una resistenza al neoliberismo ancora in embrione durante il Caracazo (1989) e già più organizzata nel sollevamento zapatista (1994), come pure altri processi di resistenza contro le conseguenze delle politiche neoliberiste prima e di lotta contro quelle stesse politiche poi.

1ª fase del ciclo progressista (1998-2003): L’irruzione eroica del postneoliberismo nazional-popolare

La potenza plebea di resistenza al neoliberismo si trasforma in progetti politici che puntano non più alla resistenza, ma alla presa del potere, o almeno dei governi, come primo passo. Ciò avviene all’interno delle forme costituzionali o istituzionali vigenti, come parte di una strategia che si tesse in un periodo controrivoluzionario iniziato dopo la sconfitta delle forze rivoluzionarie plasmate con le dittature civico-militari della metà degli anni ‘70.

La distruzione sociale del neoliberismo e la crisi provocata dalla perdida di egemonia delle élites politiche e economiche, lasciano un vuoto politico del quale approfittano i progetti nazional-popolari per arrivare al governo. Il Comandante Chávez in Venezuela (1998), Lula in Brasile (2002) e Néstor Kirchner in Argentina (2003) aprono la strada al cambiamento d’epoca in America Latina e nei Caraibi.

Alla fine di questa prima fase si rafforza la disposizione della lotta dal basso e dall’alto e la costruzione eroica del postneoliberismo con la sconfitta inflitta dal popolo del Venezuela al golpe controrivoluzionario di aprile 2002.

2ª fase del ciclo progressista (2004-2006): Picco di accumulazione politica

A Chávez, Lula e Kirchner si aggiungono Evo Morales in Bolivia (2005) e Rafael Correa (2006), proprio mentre si sconfiggeva il progetto imperiale conosciuto come ALCA in novembre del 2005, poco dopo di che, i governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela, con Chávez e Fidel come architetti dell’integrazione, danno impulso all’ALBA in dicembre del 2004, e nasceranno, sempre in quei due anni, validi strumenti al servizio della liberazione dei popoli, come teleSUR o la Rete degli Intellettuali in Difesa dell’Umanità.

Ci sono alcuni “cambiamenti di rotta” fondamentali che mostrano il cambiamento di direzione negli scenari politici nazionali, come le nazionalizzazioni degli idrocarburi in Bolivia, assemblee costituenti in Bolivia o Ecuador, o la richiesta di perdono da parte dello stato argentino per i crimini di lesa umanità commessi dall’ultima dittatura civico-militare.

Al picco dell’antiimperialismo nella regione, si somma l’affermazione del carattere socialista della Rivoluzione Bolivariana. In quest’orizzonte del Socialismo del XXI Secolo s’inseriscono la Rivoluzione Democratica e Culturale della Bolivia e la Rivoluzione Cittadina dell’Ecuador con il socialismo comunitario e il “buen vivir” come orizzonti dell’epoca.

3ª fase del ciclo progressista (2007-2012): La stabilizzazione del progetto postneoliberista

Al nocciolo duro dei governi progressisti si somma il Centroamerica, con l’arrivo dei sandinisti al governo nazionale in Nicaragua (2007, anche se Daniel Ortega vince le elezioni a novembre del 2006) e del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale nel Salvador (2009). Costituiscono un avanzamento dei rapporti di forza politica favorevoli ai popoli anche l’arrivo al governo di Fernando Lugo in Paraguay (2008) e la svolta verso posizioni progressiste del governo di Mel Zelaya in Honduras.

In questa fase sono sconfitti, grazie alla mobilitazione popolare, i tentativi di golpe nel nocciolo duro bolivariano, Bolivia (2008) e Ecuador (2010), anche se non si riesce a frenare i golpe contro i governi popolari in Honduras nel 2009 (quando entra nell’ALBA) e Paraguay nel 2012, inaugurando la nuova strategia dei “golpe soft” della destra, perpetrati dalle stesse istituzioni dello stato liberale.

Queste pietre sulla strada della costruzione progressista e rivoluzionaria di Nuestra America hanno la loro controfaccia nelle nuove costituzioni approvate in referendum che consolidano la rifondazione degli Stati postneoliberisti in Bolivia e Ecuador (con il precedente del Venezuela nel 1999). Si riesce a cristallizzare nei nuovi testi costituzionali il cambiamento dei rapporti di forza sociali e politici a favore dei popoli.

Allo stesso tempo, l’America Latina e i Caraibi entrano a pieno titolo nella transizione verso il mondo multipolare, con una presenza sempre maggiore nella regione della Rusia e soprattutto della Cina, oltre che con la nascita, in giugno del 2009, dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina, ai quali dopo si aggiungerà, in aprile del 2011, il Sudafrica), che contrastano l’egemonia yankee nel suo tradizionale cortile di casa e generano le condizioni per uno sviluppo economico endogeno con maggior livello di sovranità.

4ª fase del ciclo progressista (2013-2016): riflusso e crisi

La morte del Comandante Chávez (marzo 2013) apre in maniera simbolica una tappa di riflusso, di crisi nel blocco nazional-popolare che si traduce in un picco di disaccumulazione politica e sociale che culmina con tre sconfitte elettorali per la sinistra e i progetti nazional popolari o il progressismo (di distinto segno, ma in fin dei conti sconfitte) in Argentina (ottobre del 2015, l’unico governo di sinistra e/o nazional-popolare perso nelle urne dal 1998), Venezuela (dicembre del 2015) e Bolivia (febbraio 2016), oltre a un golpe politico-istituzionale-mediatico contro il governo brasiliano di Dilma Rousseff (maggio del 2016).

Questa fase lascia un dibattito aperto per la sinistra ed è quello dello Stato. Diceva René Zavaleta Mercado (1983), sociologo marxista boliviano, che la storia delle masse è una storia che si fa contro lo Stato. Poiché lo Stato storicamente esprime le relazioni di dominio e anche se sembra essere al di sopra degli interessi delle varie classi e regolarli, produce gli strumenti istituzionali necessari per la riproduzione della classe dominante. Anche Jorge Viaña (2006) afferma che la storia delle masse è sempre una storia che si fa contro lo Stato, e perciò tutti gli Stati negano le masse in ultima istanza anche se pretendono di esprimerle. Probabilmente questo è più chiaro nei processi del secondo anello progressista, e ci aiuta a capire parzialmente quanto è successo in Argentina o Brasile.

Senza dubbio nel caso dei processi che si sono proposti di mettere in discussione il potere della classe dominante e lo stesso sistema, lo Stato si costituisce come “Stato di transizione”, quasi come un “Leviatano contromano”, come lo denomina Miguel Mazzeo (2014), poiché esprime nuove correlazioni di forza che permeano le istituzioni, modificano le regole del gioco e si propongono di sostenere la costruzione del potere popolare.

Nella dialettica contraddittoria delle transizioni, la logica dell’inerzia statale ostacola, e, al tempo stesso, potenzia le esperienze popolari autogestite. E’ uno Stato che riforma se stesso, per esempio, mediante le riforme costituzionali del nocciolo duro bolivariano, cosa che non è successa in nessuno dei paesi del secondo anello progressista, nei quali quel vecchio mostro e le sue logiche di arbitrio nascoste da coperture estremamente democratiche hanno favorito la ricostituzione dell’iniziativa culturale, economica, istituzionale, comunicativa delle forze restauratrici dell’ordine neoliberista.

Le forze politiche che hanno guidato i governi popolari di questo secondo anello hanno dato priorità alla lotta dall’alto non valorizzando l’autorganizzazione popolare, salvo nei momenti di acutizzazione dello scontro in cui provano a chiamare alla mobilitazione delle masse. Nel primo anello, invece, si fa costantemente appello alla lotta dal basso come riaffermazione del processo rivoluzionario e come percorso di costruzione del socialismo.

5ª fase del ciclo progressista (2016- ) Guerra di posizione tra il Postneoliberismo e il Capitalismo Offshore

Anche se siamo entrati in una fase di crisi del ciclo progressista, non si può parlare della sua fine. In primo luogo è evidente che anche se la classe dominante è riuscita a cacciare dal governo e dall’apparto dello Stato alcuni governi popolari mediante elezioni (Argentina) o mediante manovre di cavilli legali e giudiziari (Brasile), non sono caduti i governi popolari del nocciolo duro del cambiamento d’epoca progressista: Bolivia, Ecuador e Venezuela. Anche se hanno perso due processi elettorali parziali e, soprattutto in Venezuela, si sono acutizzate le contraddizioni, lo scontro e la polarizzazione sociale, non si è fermata la costruzione rivoluzionaria espressa fondamentalmente nei comuni [2], con l’appoggio dello Stato Rivoluzionario.

I tre progetti che si sono proposti di andare oltre le relazioni capitaliste nel lungo periodo, sono quelli rimasti in piedi. Questo è indice del fatto che la battaglia strategica del nostro tempo è la difesa di quei processi.

La fase in cui entra il ciclo progressista si caratterizza quindi per una guerra di posizione in cui la sinistra deve fare una buona diagnosi e un bilancio del breve ciclo di sconfitte elettorali, di quello che è successo in Brasile, e in generale del riflusso nella capacità di resistenza e mobilitazione politica delle forze di sinistra nel continente.

 Ma quali sono le caratteristiche di questa nuova tappa del ciclo progressista? Che caratteristiche si delineano nel Capitalismo Offshore del XXI secolo?

Nuova destra: Questa nuova destra è una destra senza progetto. Finora nessuno dei governanti di destra è riuscito a materializzare un progetto politico anti-postneoliberista che abbia quagliato. Né Uribe in Colombia, né Piñera in Cile, né Peña Nieto in México. Non c’è un progetto, ma c’è una costruzione del discorso approfittando delle debolezze e degli errori commessi dai governi di sinistra. Macri come governante dell’Argentina è la prova del fuoco per la destra offshore. Questa destra avanza fin dove può con l’obiettivo di massimizzare lo sfruttamento del lavoro e la concentrazione di ricchezza, e retrocede nella misura in cui si intacca la sua legittimità e potenza elettorale.

Perché è nuova? E’ nuova perché fa un discorso –anche testato da inchieste e consultazioni- più modernizzatore verso l’esterno, anche se, nel caso dell’Argentina, difende genocidi e torturatori delle dittature civico-militari [3], fanno un discorso sui diritti umani. Anche se in cuor loro sono conservatori e retrogradi (come dimostrano diverse dichiarazioni) accettano – o almeno non mettono in discussione per ora- i diritti civili come ad esempio la legge sul matrimonio paritario e altre. Non si presentano così apertamente come in passato con la croce e la spada in mano, ma fanno appello allo strumento disciplinante della depoliticizzazione delle masse. Ed ecco il perché dei palloncini colorati usati nelle campagne elettorali invece delle bandiere e degli slogan.

Nuova struttura delle classi sociali: I governi progressisti hanno redistribuito la ricchezza senza politicizzazione sociale (affermazione non del tutto valida per il nocciolo duro bolivariano, che però pure spiega parte dei problemi che vivono questi processi). Le classi medie di origine popolare, per elevare i loro livelli di rendita e consumo, non trovano altra alternativa che l’american way of life, o cultura dello shopping. Il ciclo progressista non è riuscito a sconfiggere l’egemonia del capitalismo sul piano culturale. E una volta che le classi popolari raggiungono livelli di consumo che fino a poco prima erano appartenuti ad altre classi sociali, finiscono per interiorizzare le preferenze politiche di queste altre classi sociali. La classe torna quindi al centro della disputa politica in questa nuova fase del ciclo progressista, ma senza che l’alternativa postneoliberista si sia trasformata in un’alternativa anticapitalista o socialista.

Nuove vie di restaurazione egemonica del capitale o della forza social-politica dell’oligarchia finanziaria: I golpe in Honduras, Paraguay e Brasile dimostrano, come affermano Flax e Romano (2016), che “il disegno istituzionale dei nostri sistemi politici formalmente democratici e rappresentativi continua ad essere permeabile alla capacità di dominio dlle minoranze privilegiate: ormai non sembra neanche necessario e adeguato usare la forza per togliere il potere dello Stato a governi che risultano scomodi”.

Non è stato necessario neanche usare la violenza organizzata o l’insurrezione armata del popolo per togliere i governi ai neoliberisti degli anni ’90 e dei primi anni 2000. Le forze social-politiche che sono riuscite a esprimere i processi di resistenza e lotta del ciclo della ribellione degli anni ‘90 sono arrivati al governo per mezzo dei voti. Vale a dire che in quei momenti di crisi organica o di egemonia, l’oligarchia finanziaria perde il comando degli apparati statali e il regime democratico borghese permette l’ascesa dei governi popolari, così come ora per quella strada arrivano i governi restauratori o di destra. Le nostre rivoluzioni o riforme pacifiche, e per questo graduale e incomplete, possono vedersi prese nella trappola delle elezioni democratiche e della libera espressione. E’ il dilemma di costruire il socialismo dentro le forme di un capitalismo democratico [4] e in un solo paese.

Ai golpe tradizionali si aggiungono i cosiddetti golpe soft, con l’intervento imperialista di ONG che cercano di dare impulso a “primavere latinoamericane”, canalizzando fondi della USAID, NED o del Dipartimento di Stato, in molti casi (come quello boliviano) di fondazioni di destra come la Konrad Adenauer tedesca.

Radicamento del parassitismo finanziario: Come mostra Jorge Beinstein, si rafforza la tendenza alla finanziarizzazione, tendenza che si veniva esprimendo dall’inizio del millennio, che mostra una stasi instabile tra il 2009 e il 2013, e anche se dopo il 2014 si sgonfia, in dicembre del 2015 quasi triplicava i derivati globali del 1998 [5]. Si può quindi confermare come siano intrinsecamente legati il radicamento della finanziarizzazione dell’economia e la decadenza e decomposizione del sistema nel suo insieme.

D’altro canto, Beinstein agggiunge che “la finanziarizzazione integrale dell’economia fa sì che la sua contrazione comprima, riduca lo spazio di sviluppo dell’economia reale” (Beinstein, 2016: p. 3). Questo colpisce senza dubbio quegli spazi ai quali le esperienze postneoliberiste destinavano parte della loro produzione per ottenere divise con le quali finanziare, a loro volta, lo sviluppo interno.

Nuovo terrorismo mediatico: La Guerra di IV Generazione condotta dall’ imperialismo svolge un ruolo cruciale in questa nuova fase del ciclo progressista. In molti casi i mezzi di comunicazione di massa in mano ai privati integrano i partiti politici di destra, sostituendoli direttamente quando questi sono molto screditati, portando a buon fine il loro stesso ruolo di ariete contro i governi di sinistra, costruendo matrici di opinione che ruotano sulla corruzione, il narcotraffico, insicurezza cittadina o incapacità politica come elementi centrali. Così lo stato maggiore congiunto dell’oligarchia finanziaria è costituito dagli agenti dell’imperialismo e dalle corporazioni imprenditoriali e mediatiche.

La lotta di classe ha un’espressione fondamentale nello spazio pubblico mediatico, specialmente nei social network, che diventano un campo di battaglia come abbiamo potuto osservare durante le campagne elettorali in Argentina, Venezuela e Bolivia, come pure legittimando il golpe mafioso di Temer e dell’insieme della destra in Brasile.

Già lo scrisse Gene Sharp, uno degli ideologi del golpe soft: “La natura della guerra nel XXI secolo è cambiata (…) Noi combattiamo con armi psicologiche, sociali, economiche e politiche [6]”. E’ per questo che è impossibile comprendere questa nuova fase del ciclo progressista senza analizzare il ruolo dei grandi mezzi di comunicazione come arma psicologica del Capitalismo Offshore. Il lupo si veste da agnello.

Nuova intellettualità: In maniera complementare ai mezzi di comunicazione, la destra è andata costruendo un sottoproletariato intellettuale necessario per costruire la sua narrazione, per frammentare il popolo e farlo diventare individui “cittadini” consumatori, sfumando la lotta di classe e ammortizzando le misure shock della nuova destra. Sono gli eredi del postmodernismo e della new age che hanno addolcito o mascherato l’effimero trionfo ideologico del capitale dopo la caduta della parte socialista con il racconto sulla fine dei grandi racconti totalizzatori, nonostante la ridondanza. Attualmente riescono a captare parte della gioventù con nuove forme di ribellione light che non mirano a mettere in discussione le contraddizioni né le ingiustizie strutturali del sistema.

Nuove forme di distruzione capitalista: i soggetti della restaurazione neoliberista non operano o hanno operato solo nei paesi con governi progressisti. Dove la sinistra è opposizione accadono orrori inimmaginabili, la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa in Méssico, la scomparsa selettiva di militanti e referenti popolari in Colombia, o l’assassinio della dirigente indigena honduregna Berta Cáceres sono alcuni tra i tanti esempi della quantità di distruzione umana, sociale e di beni comuni a cui il capitalismo può arrivare pur di mantenere o aumentare il tasso di profitto. Anche se ciò costituisce una lotta storica del capitale – per fermare la tendenza inevitabile all’abbassamento del tasso d’interesse- l’orrore che produco trova nuovi labirinti.

Nuove forme di disintegrazione e d’imperialismo: 10 anni dopo la sconfitta dell’Área di Libero Commercio per le Americhe (ALCA), l’Alleanza del Pacifico (AP) spunta come un pericolo che cerca di rovinare ed erodere gli strumenti dell’integrazione latinoamericana, pericolo ancora maggiore dell’ALCA nella misura in cui l’AP si introduce anche nell’ambito dell’integrazione politica e non solo in quella economica del libero commercio. L’AP è uno strumento di disintegrazione complementare all’Accordo Strategico Trans-Pacifico di Associazione Economica (TPP), che già vede la presenza degli Stati Uniti, oltre a contare un inizio con il Cile come doppio perno tra la AP e il TPP, e cerca di frenare la crescente influenza geopolitica della Cina.

Nuova geopolitica continentale: Però ci sono motivi di speranza, il mondo multipolare è già qui e Nuestra America gioca un ruolo centrale in esso. Il declino dell’egemonia statunitense, insieme al ruolo sempre più ambiziono di Cina e Russia nel tabellone geopolitico genera condizioni più favorevoli per la lotta per l’indipendenza e la sovranità. L’America Latina diventa un referente come zona di pace nell’avanzamento della fine del conflitto armato in Colombia. La Pace con la giustizia sociale e la partecipazione politica dell’insorgenza non è un fatto, ma è un orizzonte visibile che ci incoraggia a continuare ad andare avanti. Il cambio di rotta degli Stati Uniti che ha ristabilito le relazioni con Cuba, che dovrebbero condurre a una normalizzazione delle stesse una volta che sia tolto il bloqueo contro l’isola, o l’ingresso dlla Bolivia come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono elementi che permettono di visualizzare un nuovo tabellone geopolitico nel quale giocare questa guerra di posizione contro il Capitalismo Offshore. In questo senso la battaglia strategica passa per la difesa delle posizioni avanzate conquistate: i governi rivoluzionari.

Che fare?

Dobbiamo farci la stessa domanda che si faceva Lenin nel 1902, su quale sia la strategia che debba guidare le sinistre latinoamericane e caraibiche in questo momento storico, in questa congiuntura politica che ci è toccato di vivere.

Per questo, come ci indica Álvaro García Linera (2016), ci è più utile il Lenin che già aveva fatto la rivoluzione e governato, il Lenin che nel 1921 faceva autocritica e scriveva: “Abbiamo commesso l’errore di voler passare immediatamente alla produzione e distribuzione comunista. E’ inevitabile passare dalla tattica dell’assalto diretto a quella dell’assedio, della gradualità, del circondare”.

Quel che è certo è che siamo entrati in un nuovo periodo di lotte difensive, e se capiamo che la storia, come ci ha insegnato Marx, va per ondate, anche le rivoluzioni hanno momenti ascendenti e discendenti. In quel senso è necessario tornare ad accumulare politicamente e socialmente per una seconda ondata che necessariamente deve nascere dal nocciolo duro bolivariano, Bolivia, Venezuela, Cuba, Ecuador, affiancati da Nicaragua e Salvador.

Perciò diciamo ancora una volta che la strategia fondamentale delle lotte dei popoli in questo momento di flessione in cui ci troviamo passa attraverso la difesa di quelle varie esperienze mediante le quali si sviluppa la rivoluzione in quel nocciolo duro. Dobbiamo cercare di creare uno scudo protettore affinchè possano continuare a crescere le esperienze di costruzione di potere popolare che costituiscono la rivoluzione silenziosa e meno conosciuta delle basi rivoluzionarie, con la cognizione che solo mantenendo i governi rivoluzionari si può continuare a costruire, malgrado tutti i sacrifici che i processi rivoluzionari implicano.

Tornando a Lenin, il rivoluzionario russo affermava che la base per la costruzione del socialismo era “soviet + elettricità”. In quel senso, il programma politico che dobbiamo costruire in questa nuova tappa del ciclo progressista passa attraverso una formula simile. I nostri soviet sono il potere popolare, la formazione politica, la creazione di nuove leadership e di un’etica rivoluzionaria incorruttibile. E la nostra elettricità è l‘efficienza e la tecnica nell’individuare percorsi produttivi alternativi a quelli che ci segnalano i capitalismi parassitari e dipendenti, che mirino a risolvere le necessità immediate dei nostri popoli e a costruire nuove forme e mezzi di comunicazione se vogliamo rompere l’egemonia del capitalismo nell’ambito della cultura.

Infine, riprendere il sentiero rivoluzionario della critica e dell’autocritica costruttiva, genuina e dall’interno, ci dará la forza per riprendere l’iniziativa popolare, correggendoci tempestivamente nel nocciolo duro di Nuestra America, e ripensando le forme di organizzazione e delle lotte popolari in quei territori in cui siamo passati alla resistenza e alla difesa delle nostra conquiste storiche.

fonte: http://cubaendefensadelahumanidad.blogspot.it/2016/09/cartografia-de-la-lucha-de-clases-en.html

traduzione di Rosa Maria Coppolino

Bibliografia

Hándal, Schafik (1990), “PCS: 60 Años Jóvenes en la Lucha por la Democracia y el Socialismo”, disponibile in https://www.marxists.org/espanol/handal/1990/001.htm

Zavaleta Mercado, René (1983). “Cuatro conceptos de democracia” (La Paz: Juventud)

Viaña, Jorge (2006), “Crisis estatal y democracia en Bolivia 2000 – 2006: un estudio de fondo”, disponibile in http://www.rebelion.org/noticias/2006/9/37843.pdf

Mazzeo, Miguel (2014) “Desde adentro, desde abajo”, prólogo a Teruggi, Marco (2015) Lo que Chávez sembró. Testimonios desde el socialismo comunal (Bs. As.: Ed. Sudestada)

Flax, Sabrina; Romano, Silvina; Vollenweider, Camila (2016), “Golpes Siglo XXI: Nuevas estrategias para viejos propósitos. Los casos de Honduras, Paraguay Brasil”, disponible en http://www.celag.org/golpes-siglo-xxi-nuevas-estrategias-para-viejos-propositos-los-casos-de-honduras-paraguay-brasil-por-sabrina-flax-silvina-romano-y-camila-vollenweider

Borón (2000) Tras el Búho de Minerva. Mercado contra democracia en el capitalismo de fin de siglo (Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica)

García linera, Álvaro (2016) Conferencia magistral: “Del estado y la revolución al estado de la revolución en Lenin”, disponible en https://www.youtube.com/watch?v=2Elvk2NlPMk

* Il presente testo è l’epilogo del libro “Desde abajo, desde arriba. De la resistencia a los gobiernos populares: escenarios y horizontes del cambio de época en América Latina”, di imminente pubblicazione da parte della Editorial Caminos di La Habana, Cuba.

1 Abbiamo spiegato nel capitolo 2 le caratteristiche che assume il capitalismo negli ultimi decenni, caratteristiche che mostrano l’inizio di una fase di decomposizione del sistema di accumulazione del capitale, tendenza di lungo periodo che non impedisce il suo sviluppo deforme. Si deve tener conto che decomposizione non è sinonimo di scomparsa, ma fa riferimento alla difficoltà di riproduzione nelle relazioni che gli sono propri, processo che può durare ancora secoli.

2 Attualmente (luglio 2016) esistono 1.567 Comuni che riuniscono 46.118 Consigli Comunali secondo il conteggio dei comuni pubblicato dal Ministero del Potere Popolare per i Comuni e i Movimenti Sociali. Si può visitare il sito http://consulta.mpcomunas.gob.ve/index.php . Questi numeri sono quelli dell’inizio della pagina del 5 luglio 2016, ma sono in modifica permanente a misura che cresce la quantità di comuni e consigli comunali.

3 I legami con le dittature civico-militari sono diretti in alcuni casi, come le relazioni economiche della famiglia imprenditrice di Macri che si è arricchita con gli appalti statali insieme ai gruppi economici che facevano parte della cosiddetta “patria finanziaria”. Inoltre, è visibile la partecipazione di militanti difensori dei genocidi nelle azioni della nuova destra in Argentina e tra i deputati che hanno votato a favore dell’impeachment in Brasile.

4 Utilizziamo il concetto di “capitalismo democratico” perché, come spiegava Atilio Borón, l’espressione “democrazia capitalista” è un’espressione equivoca perchè presuppone che in detta forma statale l’essenziale sia la componente democratica mentre il carattere capitalista è appena una tonalità che modifica in modo accesorio il funzionamiento della democrazia. Le democrazie nel capitalismo contemporaneo sono ‘capitalismi democratici’, nei quali l’essenziale è il carattere capitalista di una formazione sociale e della sua espressione politica, mentre accessoria, prescindibile, scartabile è la democracia. Il primo, il capitalismo, ricordava von Hayek, è una necessità; la democrazia, invece, è una convenienza, sempre e quando non alteri il funcionamiento di quello. (Borón, 2000: 161-164).

5 “In dicembre del 1998 i derivati globali arrivavano a circa 80 bilioni di dollari equivalenti a 2,5 volte il Prodotto Lordo Globale di quell’anno, in dicembre del 2003 raggiungvano i 200 bilioni di dollari (5,3 volte il PLG) e a metà del 2008, in piena euforia finanziaria, sono balzati a 680 bilioni (11 volte il PLG), la recessione del 2009 li ha fatti cadere: a metà di quell’anno si erano ribassati a 590 bilioni (9,5 volte il PLG). Era finita l’euforia speculativa e a partire da allora le cifre nominali si sono fermate o sono salite molto poco riducendo la loro importanza rispetto al Prodotto Lordo Globale: in diciembre del 2013 erano intorno ai 710 bilioni (9,3 volte il PLG) e luego c’è stato il grande sgonfiarsi: 610 bilioni in dicembre del 2014 (7,9 volte il PLG) per cadere in dicembre del 2015 a 490 bilioni (6,2 volte il PLG)”.

6 Citato in http://www.telesurtv.net/news/Latinoamerica-sigue-siendo-el-blanco-de-los-golpes-blandos-20150822-0012.html

Sorgente: America Latina: Postneoliberismo vs Capitalismo offshore | Contropiano

Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele

di David Lifodi

Due figli di desaparecidos della dittatura militare cilena residenti in Israele hanno chiesto allo stato ebraico, tramite il tribunale di Tel Aviv, di declassificare circa ventimila documenti relativi alla vendita di armi al regime di Augusto Pinochet. Se venissero provati i legami tra Israele e il Cile pinochettista, emergerebbero una volta di più le relazioni pericolose e le responsabilità dello stato ebraico per quanto riguarda il rifornimento di armi delle dittature del Cono Sur e del Centroamerica tra gli anni Settanta e Ottanta.

Daniel Silberman, figlio di David Silberman, arrestato nel 1973 e divenuto desaparecido nel 1974, sostiene che, “trascorsi 40 anni, Israele non alcun motivo per tenere secretati i documenti”. La scusa ufficiale accampata da Israele, spiega Lily Traubman, figlia del desaparecido Ernesto Traubman, ucciso nel settembre 1973, è che la mole di documenti è tale che declassificarli tutti comporterebbe un impegno troppo gravoso. “Vi immaginate”, argomenta Lily Traubman, “se una dichiarazione del genere fosse pronunciata dalla Germania a proposito del periodo nazista, che scandalo solleverebbe?” L’intento degli israeliani figli di desaparecidos è quello di spingere Israele a stabilire criteri chiari e trasparenti per evitare la vendita di armi a dittature militari e, a questo scopo, è stata chiesta la declassificazione dei documenti che testimonierebbero il legame tra il Cile di Pinochet e lo stato ebraico. L’avvocato che si occupa del caso, Itay Mack, ha spiegato che la richiesta dei figli dei desaparecidos è stata rivolta al Ministero della Difesa e a quello degli Esteri, i più coinvolti nel commercio di armi con il Cile e con il resto dell’America Latina. Una cosa è comunque certa: almeno fino al 2013, il commercio di tra Israele e Cile è proseguito. Sotto la presidenza di Piñera, l’impresa israeliana BlueBird Aero Systems si è aggiudicata commesse per tre milioni di dollari, da parte dell’esercito cileno, per l’acquisto dei mini-droni SpyLite, come confermato dalla stessa Difesa di Tel Aviv, nonostante il vicepresidente di BlueBird Aero Systems abbia nicchiato a questo proposito. In quella circostanza il Cile aveva acquistato per la prima volta dei droni, mentre nel 2011, ancora con Piñera presidente, il Cile aveva ratificato un accordo commerciale con Elbit System per la compravendita dei velivoli di ultima tecnologia Hermes 900. Tuttavia, il rapporto dei governi latinoamericani con Israele è sempre stato molto forte, anche negli anni in cui buona parte del continente aveva abbracciato l’onda progressista. Il legame con Israele risulta comunque paradossale se pensiamo all’appoggio dato dallo stato ebraico a dittatori sanguinari quali Trujillo, Pinochet, Videla, Montt e García Meza, solo per i citare i più clamorosi, senza dimenticare il redditizio commercio di armi realizzato con i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Tra il 1975 e il 1985 l’America Latina ha rappresentato il più grande mercato di armi di Israele. Tel Aviv ha armato il Nicaragua somozista, il Guatemala che intendeva sterminare le comunità maya, El Salvador e, ovviamente, il Cile pinochettista e l’Argentina di Videla. Non solo: nel 1985 Israele svolse il ruolo intermediario affinché l’amministrazione Reagan vendesse le armi all’Iran, aggirando il Congresso, per inviarne il ricavato ai contras che volevano abbattere il governo sandinista in Nicaragua. Attualmente, ad eccezione dei paesi aderenti all’Alba, non c’è governo latinoamericano che non abbia ratificato accordi militari con Israele, a partire dal Brasile e passando per l’allora Argentina kirchnerista. Il rapporto con lo stato ebraico non si limita solo agli armamenti: a Tel Aviv è stato appaltato tutto ciò che riguarda la sicurezza, dai sistemi di controllo di carceri, aeroporti e frontiere ad attività di contrainsurgencia. A guadagnarci sono le stesse imprese israeliane che offrono le infrastrutture necessarie ad Israele per mantenere l’occupazione in Palestina, dai sistemi di controllo dei check-point al muro della vergogna costruito dallo stato ebraico in Cisgiordania. E così il Brasile, che sia in epoca lulista sia con Dilma Rousseff ha sempre appoggiato la nascita di uno stato palestinese, si è trasformato nel quinto maggior importatore di armi e di tecnologia militare israeliana. A loro volta le aziende militari israeliane acquistano da quelle brasiliane, non a caso Israele è uno dei pochi paesi al mondo dove è presente un ufficio dell’esercito brasiliano, e tutto ciò ha certamente favorito la penetrazione della stella di David in America Latina. Ad esempio, il temibile Bope (Batalhão de Operações Policiais Especiais), inviato dallo stato brasiliano nelle favelas, ma utilizzato anche per reprimere le proteste in occasione della Coppa del Mondo del 2014, ha appreso le principali tecniche di addestramento dai militari israeliani e dalle imprese dello stato ebraico dedite al commercio delle armi. Se questo è lo scenario, non sorprende che uno dei primi atti di nomina del presidente argentino Mauricio Macri, a pochi giorni dal suo insediamento, sia stato quello di nominare come responsabile della segreteria dei diritti umani Claudio Avruji, già membro delle Associazioni Israelite Argentine (struttura molto vicina all’estrema destra israeliana) e convinto sostenitore delle guerra sporca condotta contro le organizzazioni popolari. Del resto, le relazioni armate tra Israele e Argentina, sviluppatesi all’epoca di Videla, sono proseguite nel 1982 in occasione della guerra delle Malvinas. Come ha evidenziato il giornalista Hernán Dobry nel suo libro Operación Israel, aerei argentini si recavano in Perù per rifornirsi di armi israeliane. Alla stessa conclusione è arrivato anche Gonzalo Sánchez, giornalista del destrorso quotidiano Clarín, noto per le sue simpatie verso la dittatura, che nel suo Malvinas, los vuelos secretos ha scritto di almeno sette voli segreti realizzati da piloti civili delle Aerolíneas Agentinas tra il 7 aprile e il 9 luglio del 1982 allo scopo di raccogliere armi a Tel Aviv, Tripoli e in Sudafrica.

Tutto ciò testimonia che sia il passato sia il presente di buona parte dell’America Latina è fortemente condizionato da Israele, nonostante gran parte della società civile del continente sia assai critica verso le politiche di occupazione e colonizzazione dello stato ebraico.

Sorgente: Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele – La Bottega del Barbieri