Come Israele manipola la lotta contro l’antisemitismo

Ciò che interessa al governo israeliano e a molti dei suoi sostenitori non è la lotta del tutto giustificata contro l’antisemitismo. Copertina – Benyamin Netanyahu alla commemorazione della retata del Velodromo d’hivèr, 16 luglio 2017.

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“Gaza e l’industria israeliana della violenza”

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Il saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana è stato scritto da Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi con una postfazione di Anna Delfina Arcostanzo.

Il saggio sarà nelle librerie a partire dal 24 giugno 2015.

Per presentazioni sarà disponibile a partire dal 16 giugno.

La richiesta di presentazioni va inviata a:

Alfredo Tradardi alfredo.tradardi@gmail.com o a

Enrico Bartolomei bartolomeienrico@yahoo.it

Per la scheda di presentazione del saggio scaricare il file seguente:

Scheda del saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana

La scheda di presentazione contiene la foto della copertina, una dedica , una sintesi del saggio, l’indice e i curricula degli autori.

La dedica del saggio:

Nel gennaio 2014, uno degli autori ha partecipato con un gruppo di

attivisti a una missione di solidarietà nella Striscia di Gaza.

Una mattina, mentre raccoglieva conchiglie sulla spiaggia vicino al

porto, un gruppo di bambini si è avvicinato entusiasta, riempiendogli

il palmo delle mani con un mucchietto di conchiglie.

Il 16 luglio del 2014 i corpicini di Ahed e Zakaria, 10 anni, Mohamed,

11 anni, Ismail, 9 anni, tutti cugini della famiglia Bakr, venivano fatti a pezzi

da due missili mentre giocavano sulla stessa spiaggia

Questo libro è dedicato alla loro  memoria, con la promessa di restituire

un giorno quelle conchiglie alla spiaggia di una Gaza liberata

thanks to: ISM-Italia

Lo sfruttamento del lavoro minorile palestinese in vetrina all’Expo 2015

Nelle colonie israeliane si schiavizza il lavoro minorile palestinese. Invece di stigmatizzare Israele per le sue politiche di sfruttamento della terra, dell’acqua, di donne, uomini e bambini palestinesi, l’Italia invece offrirà una vetrina alle aziende israeliane a Expo2015.

di Stephanie Westbrook

Una doppia illegalità. Nelle colonie israeliane costruite in Cisgiordania, occupata in violazione del diritto internazionale, si sfrutta anche il lavoro minorile palestinese. È quanto è emerso dal nuovo rapporto di Human Rights Watch, la nota organizzazione internazionale impegnata per i diritti umani.

Il quindicenne Saleh, che ha lasciato la scuola alla seconda media, porta un serbatoio di 15 litri di pesticidi sulle spalle. Spruzza le piante per mezz’ora alla volta, poi riempie di nuovo il serbatoio. Ripete questo ciclo 15 volte durante la sua giornata lavorativa.

La maggior parte dei bambini intervistati afferma di lavorare con i pesticidi. Non sanno molto delle sostanze chimiche che trattano, ma degli effetti sì. Soffrono di “giramenti di testa, nausea, irritazioni agli occhi ed eruzioni cutanee”. I ragazzi che lavorano nei vigneti dove si usa il pesticida Alzodef, vietato in Europa dal 2008, si riconoscono dalle desquamazioni dell’epidermide. I bambini palestinesi lavorano 6-7 giorni alla settimana, per 8 ore al giorno, anche nelle serre a temperature che si avvicinano ai 50 gradi. Portano carichi pesanti e usano macchine pericolose. Secondo uno studio del 2014 sugli infortuni tra i minori palestinesi che lavorano, il 79% aveva subito un infortunio sul lavoro nei precedenti 12 mesi. E tutto questo per una paga di meno della metà di quella minima garantita dalla legge israeliana e senza assicurazione sanitaria e altri benefit, assicurando così maggiori guadagni alle aziende agricole delle colonie.

Il rapporto di HRW si incentra sulla Valle del Giordano, noto come il granaio della Palestina, dove le grandi estensioni di piantagioni e coltivazioni delle colonie contrastano con i campi aridi dei palestinesi, evidenziando l’iniqua distribuzione delle risorse idriche. I palestinesi che ci vivono, scesi da circa 300.000 nel 1967 agli 80.000 di oggi, hanno accesso solo al 6% dell’area. Il restante 94% è riservato ai 9.500 coloni e alle loro piantagioni, oppure chiuso in zone militari.L’87% della Valle del Giordano si trova in un’Area C che, secondo gli accordi di Oslo, è sotto il controllo totale di Israele. I palestinesi che ci vivono devono ottenere permessi dalle autorità militari israeliane per qualsiasi costruzione che siano case, stalle, strade, pozzi o cisterne, ma anche per coltivare la terra o pascolare il bestiame. I permessi approvati sono una rarità. Guadagnarsi da vivere dall’agricoltura, senza terra e senza acqua e con una serie di check-point tra i campi e i mercati, diventa impossibile. I minori sono costretti a lavorare per aiutare le famiglie e non hanno altra scelta che l’agricoltura delle colonie. In alcuni casi, i bambini finiscono addirittura per lavorare le terre che sono state confiscate alle proprie famiglie. Altri hanno raccontato di genitori malati, morti o in prigione – sono 6.000 i prigionieri politici palestinesi attualmente nelle carceri israeliane. Ai bambini tocca, quindi, provvedere per la famiglia e lasciano la scuola per farlo.

Queste condizioni sono in violazione delle convenzioni sui diritti dell’infanzia nonché della stessa legge israeliana, che si estende ai lavoratori nelle colonie e secondo la quale è vietato ai minori l’uso di sostanze chimiche, di lavorare con carichi pesanti e a temperature alte. Sarebbe anche obbligatorio per i datori di lavoro fornire assicurazioni sanitarie e remunerare i periodi di malattia. Nessuna di queste leggi invece viene applicata per i bambini palestinesi. Le ispezioni sulle condizioni di lavoro nelle colonie sono superficiali se non addirittura inesistenti. Per la forza lavoro, le aziende agricole delle colonie inoltre si servono di intermediari palestinesi, spesso ex lavoratori, anche minori, nelle colonie così da evitare una responsabilità diretta. Una bambina che ha lavorato nella colonia di Kalia dall’età di 13 a 15 anni racconta di essersi nascosta sotto i sedili del furgone dell’intermediario per non farsi vedere dai soldati o dai guardiani, anche se spesso bastava dire che aveva dimenticato i documenti a casa per passare.

Infatti, viene tollerato di aggirare problema dei permessi necessari per consentire ai palestinesi di entrare nelle colonie, perché i campi e le serre si trovano comunque al di fuori dai cancelli. I lavoratori palestinesi, bambini e adulti, non hanno contratti né buste paga. Non hanno nessuna prova di aver mai lavorato per la colonia, nessun diritto lavorativo, nessun ricorso possibile. Chi si azzarda a cercare di far valere i propri diritti finisce spesso nella lista nera con l’intera famiglia senza possibilità così di trovare un altro lavoro.

Visti gli abusi sui minori palestinesi, e le altre violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, Human Rights Watch raccomanda di interrompere “i rapporti di affari con le colonie, compresa l’importazione dei prodotti dell’agricoltura delle colonie”. Anche tutte le principali organizzazioni agricole palestinesi, insieme al movimento per il boicottaggio di Israele, invitano a porre fine ad “ogni commercio con le aziende agricole israeliane che sono complici con il sistema di occupazione, colonizzazione e apartheid di Israele” . L’Europa è il principale mercato per i prodotti agricoli israeliani.

Nel rapporto di HRW è finito anche il ruolo della Mekorot, società idrica nazionale di Israele. La Mekorot sottrae l’acqua illegalmente dalle falde idriche sottostanti la Valle del Giordano e rifornisce il 70% del fabbisogno di acqua delle colonie della valle. L’Acea SpA ha firmato un accordo di cooperazione con la Mekorot nel dicembre del 2013.

Il Comitato No all’Accordo Acea Mekorot ha denunciato ripetutamente al Comune di Roma, azionista di maggioranza, e ad Acea le complicità di Mekorot con il regime israeliano di occupazione. Ora si aggiunge il ruolo della Mekorot nello sfruttamento del lavoro minorile palestinese. Nel comunicato del Comitato, si chiede: cosa altro ci vuole affinché si “prendano misure per assicurare che l’accordo non abbia un seguito in modo da evitare complicità con le violazioni dei diritti?” La principale società idrica dell’Olanda, la Vitens, ha già interrotto un analogo accordo con la Mekorot a causa delle violazioni del diritto internazionale.

Invece di stigmatizzare Israele per le sue politiche di sfruttamento della terra, dell’acqua, di donne, uomini e bambini palestinesi, l’Italia invece offrirà una vetrina a Israele a Expo2015. Al padiglione di Israele, che si trova in una posizione strategica, accanto a quello italiano e all’incrocio delle due principali assi del sito, si propaganderanno le menzogne delle meraviglie dell’agricoltura israeliana che ha fatto “fiorire il deserto”, in linea con l’ipocrisia del mega evento che pretende di parlare di agricoltura sostenibile mentre porta le sponsorship di McDonald’s e Coca-cola. Le verità scomode non verranno raccontate dentro i padiglioni, ma fuori sì.

Milano, infatti, si sta preparando per sei mesi di contestazione contro la speculazione e lo sfruttamento rappresentati da Expo2015 a partire dalla cinque giorni di “laboratorio sociale di resistenze e alternative”  dal 29 aprile al 3 maggio. E in tutto il mondo crescono le campagne di boicottaggio dello stato di Israele, per isolarlo a livello internazionale, come è stato fatto con il Sudafrica dell’apartheid, fino a quando non rispetterà i diritti dei palestinesi.

thanks to: lacittafutura.it

Sugli ultimi avvenimenti all’Università La Sapienza, tra ingerenze e disinformazione

I compagni italiani ed arabi residenti a Roma denunciano il crescente clima di repressione venutosi a creare negli ultimi mesi in città rispetto a tutte le manifestazioni di solidarietà e sostegno alla causa palestinese.

Abbiamo assistito ad ingerenze, senza precedenti storici, da parte dell’ambasciata israeliana mobilitatasi con il fine di impedire e/o vietare il libero svolgimento di iniziative politiche su tema Palestina e Medio Oriente. Tale ostracismo ha addirittura riguardato la costruzione di dibattiti all’interno di Istituti pubblici di formazione, quali Università e scuole medie superiori. La censura ha riguardato in particolar modo, e la selezione non è casuale, tutte le espressioni di vicinanza e di vera informazione sull’occupazione sionista e sull’aggressione imperialista che, da oltre quattro anni, flagella la popolazione siriana.

Negli atenei de La Sapienza e di Roma 3, iniziative già autorizzate dai vertici accademici sono state in tutta fretta cancellate e, nella migliore delle ipotesi, trasferite in spazi privati dove si sono svolte in un’atmosfera tutt’altro che serena. Al solo richiamo dell’ambasciata d’Israele i rettori si sono sentiti costretti, a dispetto di ogni protocollo diplomatico, a revocare le autorizzazioni a poche ore dall’inizio degli incontri pubblici (COMUNICATO: INGERENZA SIONISTA SU CAMPAGNA “NO EXPO NO ISRAELE”).

Forte è la preoccupazione e lo sdegno, a seguito di questi gravi episodi, provato da molti compagni e amici della Palestina, i quali non hanno voce all’interno dei media mainstream, informazione chiaramente assoldata a tempo pieno nell’incessante diffusione della propaganda sionista ed imperialista.

Ci troviamo a fronteggiare un attacco disonesto che purtroppo non si esaurisce nell’ostile, quanto prevedibile, atteggiamento dell’apparato sionista in Italia. Come se non bastasse, falsi amici della causa palestinese veicolano questa propaganda interventista, promuovendo iniziative che contribuiscono ad amplificare la visibilità di giornalisti e tecnici della menzogna.

Nella medesima Università in cui permane un effettivo divieto di costruire spazi reali di confronto sulle complesse dinamiche del mondo arabo, hanno viceversa ampia agibilità una serie di manovre volte a confondere, strumentalizzare e disinformare studenti e studentesse.

Il giorno 3 marzo sono comparsi nell’atrio del dipartimento di Fisica, Università de La Sapienza, tazebao che pubblicizzano una “Iniziativa sulla Rivoluzione Siriana” prevista per il prossimo 12 marzo nel medesimo dipartimento. Ad accompagnare la locandina, è stata esposta la bandiera del cosiddetto Esercito Libero Siriano. Lo sfoggio di tali simboli ha creato e crea un clima pesante, all’interno delle mura universitarie e non, in quanto riconosciamo in essi la mistificazione, dietro una parvenza “rivoluzionaria”, dell’aggressione imperialista alla Siria, alla quale il nostro paese collabora sia direttamente che indirettamente.

Non ritenendo più tollerabile tutto questo, dopo un pacato tentativo di confronto con gli organizzatori dell’iniziativa, abbiamo quindi sentito la necessità di rimuovere questi simboli dagli spazi universitari. La stessa sera abbiamo affisso dei manifesti all’interno della città universitaria, allo scopo di fare chiarezza sulla posizione della sinistra palestinese riguardo l’aggressione imperialista in Siria.

Nel nostro manifesto, a dimostrazione del sentimento di amicizia tra il popolo palestinese e il popolo siriano, abbiamo scelto di prendere in prestito le parole della compagna Leila Khaled: ”Sto gridando con quanto fiato ho in corpo: siamo con l’esercito siriano e il popolo della Siria. Abbiamo fiducia nel popolo siriano, che ha offerto protezione a noi palestinesi e ci accoglie nella sua terra da oltre sessanta anni. Siamo sicuri che riusciranno a sormontare questo problema”.

Una frase come quella espressa dalla compagna Leila non avrebbe potuto in alcun caso né sorprendere né indignare nessun sincero sostenitore della causa palestinese. Tuttavia, i manifesti sono stati imbrattati con puerili insulti. Evidentemente, il nostro intervento ha fatto cadere la maschera a chi si è mimetizzato troppo a lungo all’interno dell’ambiente della solidarietà internazionale.

Condannando il gesto offensivo, diretto alla sinistra palestinese e ad uno dei suoi più autorevoli membri, Leila Khaled, continueremo con tutte le nostre forze a sostenere la Verità e ad alimentare un sincero spirito internazionalista che è poi quello che ci distingue da chi, consapevolmente o meno, si fa strumento dell’imperialismo e della sua propaganda.

Chiamiamo ad un confronto i compagni e le compagne interessate il giorno lunedì 9 marzo, ore 16:00, davanti al vecchio edificio di Fisica, Università La Sapienza. Successivamente alla discussione verrà effettuato un nuovo attacchinaggio (di gruppo) per coprire le scritte volgari, riutilizzando il manifestino originario.

Compagni italiani e arabi residenti a Roma

Una prima risposta degli studenti e delle studentesse dell’Università La Sapienza

Il Comitato del Martire Ghassan Kanafani, in sinergia con l’Unione Studenti Arabi ed Italiani, raccogliendo il malcontento di studenti e studentesse riguardo i recenti avvenimenti all’Università La Sapienza (link), ha chiamato ieri, lunedì 9 marzo, ad un’assemblea ospitata all’interno del Dipartimento di Fisica.

Diverse sono state le realtà, singoli studenti e studentesse che hanno risposto all’appello, segno evidente di una comune volontà di reagire e di non concedere più spazio di manovra all’opportunismo ed alla disinformazione sui temi che abbiamo a cuore. Nel corso dell’incontro è stata raggiunta una piena condivisione di intenti sulla necessità di un lavoro politico e di documentazione da iniziare assieme presso i nostri atenei che, lungi dall’essere ‘in rivolta’ (come a qualcuno piace pensare) ci appaiono piuttosto distratti ed abbandonati a loro stessi. Dopo questo proficuo scambio di considerazioni, abbiamo ristabilito il decoro per le vie interne della città universitaria con un attacchinaggio di gruppo (link al manifesto). Sono state quindi finalmente coperte le vergognose scritte e gli imbrattamenti effettuati qualche giorno fa. Naturalmente, gli autori del grave gesto che ha preso di mira la degna lotta del popolo palestinese e l’eroica resistenza di chi, senza concessioni, si batte contro l’imperialismo, ora si guardano bene dal manifestarsi alla luce del giorno assumendosi le proprie responsabilità.

Per quanto ci riguarda, garantendo una presenza costante e continuativa, assieme ai compagni italiani ed arabi che ci vorranno affiancare, ci impegniamo nelle prossime settimane in una campagna di vera informazione tramite volantinaggi, banchetti ed iniziative.

thanks to: kanafani.it

PalestinaRossa